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Dire Addio a FaceBook: una Riflessione di Claudia Boscolo @Wu_Ming_Foundt

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Riproduco qui un post molto interessante nella speranza di abbandonare anche io FaceBook o almeno fare “riduzione del danno” e dell’uso. Link Originale da Giap

[Tra i nostri “limiti potenzianti”, tra le constraintes che il collettivo Wu Ming si è imposto per circumnavigarle in modo creativo (es. il non andare in TV), c’è anche il non avere profili né pagine su Facebook. Non abbiamo dunque esperienza diretta di quel che racconta la nostra amica Claudia Boscolo, saggista e studiosa di letteratura. Nondimeno, o forse a maggior ragione, troviamo interessante e meritevole di dibattito la lettera aperta con cui motiva la propria diserzione dal dispositivo zuckerberghiano. Per questo ve la proponiamo. Il titolo qui sopra è nostro, come pure la scelta dell’immagine e la didascalia. Buona lettura. WM]

«ASSENTE!»

di Claudia Boscolo

Sono stata su Facebook per sette lunghi anni, durante i quali ho interagito, ho condiviso, ho riso e ho pianto con tante persone, ho stretto amicizie importanti, ho ritrovato amici del passato che mi mancavano e che mi dispiaceva avere perso, ma sono anche stata contattata da persone da cui per fortuna ero riuscita a svincolarmi. Insomma, al solito, tutto il buono e il cattivo di questa piattaforma, a cui in fondo devo tanto. Sette anni però sono lunghi, e l’energia che ho speso lì dentro è molta, per cui ritengo di dover accomiatarmi con una serie di riflessioni circostanziate.

La mia decisione non è stata estemporanea, e non è dovuta a uno stato emotivo, come ho visto interpretare da alcuni – in modo non sorprendente per me, devo dire: ho scritto qualcosa e studiato libri su Facebook, e so per esperienza che tutto quello che riguarda questo social network viene sempre interpretato come manifestazione di ondate emotive. È raro trovare chi accetti che ci sia anche dietro un ragionamento a freddo.

Il mio ragionamento a freddo riguarda due ordini di questioni, che vado a spiegare, perché secondo me è epoca di una riflessione approfondita sul mutamento antropologico che questo mezzo di comunicazione ha causato, ed è piuttosto miope non prendere atto che questo mutamento non è più in corso, ma è avvenuto, ed è tempo di storicizzarlo, come tutti i mutamenti significativi meritano.

Innanzitutto, c’è la qualità dei rapporti umani che si è come nebulizzata. Da tempo, mesi se non un paio di anni, ho notato che frequentare fuori dalla rete persone che si conoscono indipendentemente dalla rete, ma che per motivi di tempo ci si adatta a vedere quasi esclusivamente su Facebook, comporta un riadattamento, una riscoperta. È come se ogni volta avvenisse una agnizione, un “ma io ti conosco davvero!”, che all’inizio poteva essere simpatico o straniante in un modo non molesto, ma che ora trovo faticoso e il più delle volte irritante. Dover riscoprire ogni volta la corporeità, la fisicità dell’amico che si pixelizzato è per me fonte di una certa inquietudine. Sapere che l’amico conosce stati d’animo intimissimi che rendiamo pubblici, parti di noi che esponiamo pensando di essere in ogni caso inaccessibili, e quindi non c’è più darsi nulla, non c’è più neppure il gusto di raccontarsi le novità, rende i rapporti inerti e stanchi. E comunque, no, non siamo più accessibili su Facebook di quanto lo fossimo prima, il tempo è sempre poco, e le amicizie sempre sacrificate, e non è vero che tenersi al corrente delle cose triviali del quotidiano dà la sensazione di non essersi mai persi. Al contrario, amplifica la perdita.

Ma ancora più inquietante sono gli estranei che immaginano: quante volte vi è capitato di incontrare dal vivo, in certe situazioni, persone che avevate visto solo sulla vostra Home, e all’improvviso queste persone se ne escono con un’idea di voi che non riconoscete, e vi chiedete: perché questa persona dice questo di me? Ecco, per me il fatto di venire identificata con quello che lascio trasparire e che nell’economia della mia vita è assolutamente marginale, è diventato fonte di stress e di episodi spiacevoli. Quando lo stesso evento si ripete più di una volta non è più un evento, è una tendenza, e se si ripete diverse volte diventa una norma. Ne deduco che la norma di Facebook è restituire al mondo un’idea dell’individuo falsata e a volte dannosa: dannosa in termini di immagine pubblica, in termini di rapporti professionali, in termini di rapporti umani. Non menziono neppure le aziende che spiano il profilo social dei propri dipendenti, perché la cosa non riguarda me, non sono dipendente di azienda, non vivo in un contesto corporate, ma so per averne ricevuto conferma da chi invece è inserito in quel quadro sociale, che il comportamento su social è una delle prime fonti di valutazione, a dispetto della resa concreta.

Il secondo ordine di problemi riguarda una dimensione più intellettuale, ed è forse quello che mi sta più a cuore. Dai trending topic di Twitter ai thread infiniti di Facebook, la vita intellettuale e politica del nostro Paese si è trasferita in rete. Abbiamo un premier che diserta la festa nazionale del suo partito ma comunica, male e in maniera inappropriata, attraverso il suo smartphone, pensando di raggiungere milioni di utenti, in realtà raggiungendo solo chi è in grado di parcellizzare i suoi messaggi ed estrarne ciò che importa, ovvero la sua assoluta irrilevanza su un piano internazionale. E questo è l’esempio più clamoroso. Ma lo stesso avviene nella riflessione umanistica e purtroppo nelle scienze. Il valore della rivista scientifica è annullato a favore della divulgazione, dello status, dei 140 caratteri. Su Facebook c’è un gruppo (chiuso) che si chiama L’ordine del discorso, dove avvengono forse le più intense discussioni filosofiche del momento. Ebbene quel gruppo è e deve rimanere chiuso, perché quella è l’unica via per evitare l’incursione di semianalfabeti o del “popolo della rete” la cui abilità dialogica è nulla. Che differenza fa quindi che quel gruppo sia in rete e non su una piattaforma idonea che permetta anche di ritrovare i thread? Secondo me il fatto che sia su Facebook lo svaluta e non lo rende affatto più inclusivo visto che l’ingresso prevede comunque una selezione, e con questa lettera intendo anche rivolgermi a chi lo gestisce perché prenda atto di questa considerazione. Ci sono spazi e tempi per il dialogo intellettuale e ci sono spazi e tempi per la conversazione disimpegnata. A parere mio, Facebook rimane legato al disimpegno e catalizza il disimpegno anche di chi normalmente è impegnato in elaborazioni critiche importanti. In altre parole, fa emergere il lato leggero dell’intellettuale.

Direte, che c’è di male? Niente, non sto elargendo giudizi morali peraltro non richiesti. Quello che vorrei cercare di far passare con questa argomentazione è il fatto che il ruolo degli intellettuali in questo Paese è ridotto al nulla. Non ci sono spazi sui quotidiani, sui settimanali, sulle riviste, non c’è spazio nei luoghi degli incontri. Gli unici spazi sono quelli tradizionali, ovvero l’università nella forma del convegno, le riviste specializzate, gli atti, le collettanee. Delle monografie non parliamo neppure, nessuno sa che escono, a meno che qualche anima buona non le divulghi su Facebook, racimolando qualche like da parte di chi sa già che sono uscite. Facebook non ha modificato nulla dell’assetto tradizionale del lavoro culturale. Per la divulgazione intellettuale esiste in rete un altro spazio molto più efficace che è academia.edu, che frequento con molto piacere e dove incontro le persone con cui ho veramente voglia di confrontarmi e a cui non chiedo mai l’amicizia su Facebook perché non desidero trovarmi davanti a un loro aspetto leggero che confonderebbe la mia percezione della loro solidità argomentativa, che invece mi restituisce quell’ambiente. Rimane il fatto che in Italia oggi lo spazio del confronto intellettuale è ormai inesistente. Non c’è in TV, non c’è in radio, non c’è sui giornali, non c’è ai festival dove si va per sentire chiacchiere e non approfondimenti. La figura pubblica dell’intellettuale non esiste più. Per scovarne bisogna frequentare giri, coltivare amicizie, non è possibile accendere la TV e vedere un filosofo che spiega qualcosa di rilevante, accendere la radio e sentire uno scrittore che parla di qualcosa di significativo, in maniera seria, senza usare lessico accattivante. Tutto questo non esiste più. E parlo anche di programmi che ascoltavo e che non ascolto più perché il livello mi sembra infimo rispetto a dieci anni fa. Se è ancora possibile ascoltare ottima musica, vedere bei film, godere di ottime mostre, il discorso intellettuale è sparito dai media, e per media intendo anche i social media, dove per un periodo sembrava ricomparso. In Italia le riviste online che danno spazio a un dibattito critico vivace e alto si contano sulle dita di una mano di cui è stato amputato qualche dito. Non le nomino qui, ma almeno di una sono molto orgogliosa, perché resiste nonostante tutto.

In questo quadro desolante, Facebook non fa che peggiorare le cose, riducendo l’intellettuale a una macchietta. In questi anni ho constatato che – eccetto qualche raro e illustre caso – le persone con cui intrattengo un dialogo e di cui leggo materiali che ritengo importanti, non hanno un profilo social, o se lo hanno è solo nominale perché non lo frequentano. Questo a me dice tutto quello che c’è da dire sul rapporto tra socialità di rete e produzione intellettuale. È un rapporto che secondo una mia personale stima equivale a zero.

Mi direte che Facebook vi permette di intrattenere relazioni lavorative, di informarvi su progetti ai quali anche voi potreste partecipare, ecc. Vi rispondo che se partecipate a quei progetti è perché fate già parte di un ambiente e perché venite esplicitamente invitati a collaborare. Non si è mai visto un progetto che parta davvero da interazioni in rete. Persino l’ebook sull’educazione anti autoritaria che ho curato non è veramente stato frutto di un “call for papers” lanciato su Facebook: è stato frutto di una selezione fra le varie proposte, selezione che sarebbe potuta avvenire secondo i canali più tradizionali (mailing list, sito, invito esplicito).
In sostanza, le relazioni si mantengono perché c’è un’effettiva frequentazione dello stesso ambiente, e non perché ci si vede e ci si scambia battute su Facebook. Sarebbe il caso di prendere atto di questa realtà e di lasciare da parte le illusioni che cazzeggiare sui social porti davvero qualcosa di concreto nelle propria vita.

Queste sono le riflessioni che per alcuni mesi hanno interessato il mio rapporto con i social. Riflessioni a ben vedere piuttosto trite, un già detto tutto sommato. Per me si trattava di continuare a confondere il privato e il mio lato leggero, che chi mi conosce può apprezzare dal vivo (ne vado piuttosto fiera) con la vita professionale e la seriosità di quello che faccio invece nel mio studio, ogni giorno; oppure di scindere una volta per tutte, di rinunciare al caos in un’ottica più ordinata e strutturata, che è quello che mi caratterizza intellettualmente. Ho scelto l’ordine. Come si può notare l’ondata emotiva ha poco a che vedere con ragionamenti di questo tipo, e spero che una volta per tutte si rinunci ad imputare all’emotività la chiusura di un profilo Facebook.

Un caro saluto a tutti quelli che hanno letto e anche a chi si è stufato dopo la terza riga.

Salviamo La Citè a Firenze: un appello

La cite

LUNGA VITA A LA CITE’ : Appello ai Cittadini e alle Istituzioni per difendere il diritto di esistere di una delle realtà culturalmente più vive della città di Firenze, la “LibreriaCafè La Citè”.

Ho ricevuto e firmato questo importante appello per salvare la Citè, un caffè letterario e progetto culturale con cui ho collaborato e che funziona nel quartiere San Frediano di Firenze: ECCO IL LINK per sostenere l’iniziativa e di seguito il testo della petizione (Fabrizio Lorusso).

Centro culturale polivalente ma anche realtà sociale, questa libreria caffè è uno spazio di accoglienza nel quartiere, frequentato da persone di ogni provenienza ed età, dove da sempre si organizzano attività diurne come presentazioni, seminari, corsi, esposizioni, e attività serali come concerti, cabaret e teatro; e da 7 anni è la casa in cui molti artisti sono cresciuti, hanno intrecciato relazioni, creato nuovi progetti.

Una realtà imprenditoriale etica e autosostenibile portata avanti con passione da giovani gestori, anche attraverso reinserimenti lavorativi di ex detenuti, rifugiati, stagisti da tutta Europa e dall’Università di Firenze.

Da Giugno 2013 la Libreria Cafè La Citè è sotto sequestro preventivo per disturbo della quiete pubblica su provvedimento dell’Autorità Giudiziaria: l’accusa è di attentare ai beni costituzionalmente garantiti, come la salute psicofisica del vicinato, il che si configura come reato penale. Si pensi che in Borgo San Frediano in soli 50 mt coabitano almeno 7 attività di somministrazione, fra bar, ristoranti e locali notturni mentre con questo provvedimento si addossa ad un solo spazio la responsabilità di una strada piena di persone.

Grazie alla sua centralità nel quartiere di San Frediano La Citè è una vetrina della Firenze contemporanea sul mondo, visitata ogni giorno da turisti appassionati che trovano un posto polivalente, legato alle tendenze internazionali e contemporanee. In seguito all’apertura de La Cité, Borgo San Frediano ha visto un vero fiorire di nuove attività, che hanno ripopolato fondi commerciali rimasti vuoti per molti anni, e che la rendono un luogo vivace in controtendenza con le drammatiche cronache della crisi economica. Questo è stato anche un servizio alla città, non solo per il valore intrinseco dei contenuti culturali della Cité, ma anche perché sappiamo che sottrarre spazi all’abbandono significa più sicurezza per tutti e tutte.

Certo, non ci rincresce affermarlo, “la vita fa rumore”, e forse questa spontanea fioritura stride con le cieche istanze della “città-vetrina” o “città-fossile”, piegata al turismo di massa e alle iniziative da cartolina. Ma ci sono molte città in Europa in cui si è giunti ad un equilibrio tra l’innegabile diritto al riposo e il diritto a vivere gli aspetti sociali, culturali e di intrattenimento serali, anche attraverso la reciproca tolleranza e il rispetto di regole stabilite collettivamente: a Firenze si lascia invece che la diatriba si sprechi fra riposo contro rumore, senza distinguo o condivisione di valori aggiunti.

L’assenza di chiari regolamenti comunali, il permanere di mentalità obsolete e poteri forti, le decisioni lasciate in mano ai Tribunali nell’indecisione della politica, minacciano la vita di questa realtà e il bagaglio culturale costruito in 7 anni di esperienza, nonché il rilevante indotto economico che l’attività crea col suo lavoro.

Riteniamo inaccettabile che il potere politico non si faccia promotore di un’iniziativa decisa per modificare uno stato di cose che contrasta anche con le traiettorie programmatiche che l’Amministrazione Comunale si era prefissa rispetto agli ambiti su cui La Cité quotidianamente insiste: cultura, socialità, turismo sostenibile.

Chiediamo a tutti gli organi del Comune di Firenze di farsi carico in modo concreto di questa situazione e di trovare una soluzione che permetta una lunga vita alla Libreria Cafè La Citè. La Firenze del Futuro è una città dove progetti come questo vengono rinforzati, sostenuti e protetti dalla politica comunale. Questo è un appello per la vita de La Cité e per quella della città!  LINK CITE’

Primi Promotori della petizione:

Paolo Hendel – Attore

Sergio Staino – Cartoonist

Banda Bardò – Musicisti

Vanni Santoni – Scrittore

Millelemmi – Rapper

Pape Diaw – Oltre l’Africa

Luciano Valentinotti, partigiano italiano in Messico

PugnoChiuso.jpgTratto da CarmillaOnLine. Sabato 21 aprile presso la casa della cultura Reyes Heroles di Coyoacan, forse il più bel quartiere coloniale di Città del Messico, è stata festeggiata la liberazione dell’Italia dal nazifascismo con un po’ d’anticipo rispetto alla data ufficiale del 25 aprile ed è stata scoperta una copia della statua (la cui bozza potete vedere qui a fianco, la sua foto in fondo): un pugno chiuso con la rosa in mano, tanto voluta e disegnata dal pittore Luciano Valentinotti, partigiano italiano e messicano d’adozione che vive in terra azteca dal 1966 ed è diventato un punto di riferimento per la cultura italo-messicana. L’evento “90 anni di antifascismo italiano” è stato organizzato dal Comites (Comitato Italiani in Messico, organo di base della rappresentanza italiana all’estero) di cui Luciano fa parte dal 2004. L’intenzione era “fare memoria intorno al Fascismo. Alla Resistenza come valore perpetuo”, ma l’appuntamento è stato snobbato dalle istituzioni italiane all’estero, Ambasciata e Istituto Italiano di Cultura. Anzi, stranamente nemmeno la sede fisica dell’Istituto, che è l’ufficio culturale dell’Ambasciata in una sede distaccata a 200 metri dalla casa della cultura Reyes Heroles, è stata resa disponibile per celebrare questa festa nazionale. Invece i messicani sono stati felici d’ospitare una riflessione e un incontro molto importanti. La stessa statua verrà collocata nei prossimi mesi in uno spazio pubblico (che probabilmente si chiamerà Piazza Bella Ciao) della zona Coyoacan concesso dal comune: il Messico accetta di diffondere i valori della resistenza italiana, ma le istituzioni italiane negano lo spazio o non danno risposte. Ecco la storia di questa scultura, realizzata dall’italo-messicano Pedro Ramírez Ponzanelli, e di Luciano Valentinotti, un partigiano italiano in Messico che mi ha raccontato tutto in un’intervista che riporto. Già tre anni fa ne aveva scritto il compagno e amico Matteo Dean sul settimanale Jornada Semanal (qui link) raccontando l’epopea che portò Luciano, quattordicenne, a rifugiarsi nei boschi e a combattere a soli 14 anni, dal ’43 al ’45. Ma la lotta non finì con la guerra. I fascismi e i cancri della società li avrebbe combattutti anche a Milano, in Italia, in Messico e ovunque si fosse trovato. Oggi lo fa anche da pittore, sempre lo ha fatto da militante.

Statue, resistenze e incomprensioni

Qual è la storia della statua col pugno chiuso?
La scultura è nata così. Andavamo da vari anni, il 25 aprile, a portare una corona di fiori di rose rosse all’Angel de la Independencia e venivano quattro gatti, quando eravamo molti, eravamo in dieci. Per noi intendo dire, noi italiani in Messico, all’estero. Una volta venne il precedente ambasciatore, Felice Scauso, ma poi questo, Spinelli, no. Allora un giorno mi sono stancato e mi sono incazzato perché l’ultima volta che siamo andati abbiamo fatto un piccolo spuntino, un ricevimento all’Istituto Italiano di Cultura, dopo la commemorazione. ed era pieno così di gente. Allora ho preso il microfono e ho detto: “è una vergogna che veniate qui a sbaffare gratis e non partecipate alla commemorazione del 25 aprile e venite solo a riempirvi la pancia”.

Quando è successo?
Due anni fa (2010), dopo non s’è potuto più fare. Ho parlato quindi con Paolo Pagliai (presidente del Comites) e ho detto: “perché non facciamo qualcosa, mettiamo una lapide, facciamo una scultura!”. Ho interpellato uno scultore italo-messicano, Pedro Ramírez Ponzanelli che ci ha detto che l’avrebbe fatta lui e poi regalata. Quest’anno ha fatto la scultura, ma la deve rifare perché il monumento verrà più grande. E’ tutta in bronzo, alta un metro e dieci più il piedistallo.

Cosa rappresenta?
Lui aveva presentato dei bozzetti, ma gli ho detto che non andavano bene. Doveva essere un pugno o un braccio, qualcosa che viene fuori dalla terra, prendendo spunto dalla canzone Bella Ciao. Gli ho fatto il disegno in caffetteria, all’Istituto e ha incominciato a lavorarci sopra. Ho avvisato l’Ambasciatore e l’Istituto per provare a farla mettere lì. Allora il Dott. Vinciguerra, che era il reggente in quel momento, ha detto che bisognava chiedere il permesso a Roma. Pare che all’ambasciatore piacesse anche la scultura. Abbiamo aspettato, ma il permesso o la risposta non è mai arrivata, non so se abbia inviato la richiesta del permesso o no, ma alla fine non è mai arrivata l’autorizzazione.

Cosa è successo dopo?
Ho semplicemente rinunciato a lavorare al progetto con l’Italia e ho chiesto al Messico, a degli amici del PRD, amici del presidente del consiglio della zona Coyoacan, se era possibile. Hanno detto di sì e siamo andati a vedere alcuni posti da scegliere in questa zona storica. Il presidente, Raúl Flores García, vuole collocarla in vista in un incrocio di tre vie, praticamente in una parte molto frequentata.

E’ stato il Comites a presentare la richiesta?
Sì, il Comites, come organo rappresentante degli italiani in Messico ha fatto la richiesta, mentre a livello di Ambasciata abbiamo aspettato quasi un anno e né da loro né dal MAE abbiamo avuto risposte. Grazie a queste persone che conosciamo al comune, qui a Città del Messico, invece, siamo stati ascoltati e ora siamo in attesa del permesso definitivo. Qui governa il PRD (Partido Revolucion Democratica, più o meno sinistra) ma nella zona Coyoacan sono del PAN (Partido Accion Nazional, abbastanza destra!), ad ogni modo la proposta è piaciuta.

Come sarà la scultura?
In bronzo, un metro e dieci più il piedistallo, includendo anche la roccia da cui esce il pugno e il fiore in mano, sempre di bronzo. Pesa 250 chili e il colore verrà un po’…rossiccio. Sarà messa in Avenida Mexico-Coyoacan, angolo Lerdo de Tejada, vicino al parco dei Viveros. Ci sono due stradine oblique che s’immettono sulla strada principale in cui ci sono tanti incidenti, tra l’altro. Servirà anche come spartitraffico in qualche modo per la sua visibilità La piazzetta con la statua si dovrebbe chiamare “Bella Ciao”, secondo la nostra proposta che è in fase di analisi.

Ci sarà una targa?
Sì, l’iscrizione sarà probabilmente in italiano e in spagnolo e dedicata ai martiri della libertà per il 25 aprile. Poi magari ne mettiamo una laterale spiegando un po’ il contesto della guerra e la liberazione.

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Cosa manca per poterla collocare?
C’è già il disegno e il progetto per la costruzione della piazzetta, si stanno ora sentendo gli abitanti della zona e poi, siccome è un anno elettorale, resta in attesa probabilmente finché non si ristabiliscono gli equilibri dopo il voto. Sarà una scultura che si vede a 360 gradi. Gli italiani, Ambasciata, Istituto e Ministero, credo non abbiano accettato perché il braccio che viene fuori dalla statua è quello sinistro. Parlando con l’ambasciatore, scherzando, una volta gli dissi se mettevamo anche uno stereo con la musica dietro alla statua con canzoni partigiane e ha fatto una faccia! Questa statua è il mio ultimo desiderio, dopo me ne posso anche andare, sarebbe una grande soddisfazione.

Offire memoria

Che significa per te il 25 aprile?
Non perdere la memoria. La gente, tutti, devono ricordare cosa è successo dal 1922 al 25 aprile del 1945 in Italia, dobbiamo ricordare. Mio padre nel 1922 è dovuto andar via dall’Italia, in quanto membro e fondatore del Partito Comunista. Tanti sono fuggiti, chi in Francia, chi in Spagna, per continuare e coltivare l’idea. Mio padre andò in Iugoslavia. E’ andato da un suo compaesano che andava in giro per il paese a comprare erbe medicinali. Aveva un magazzino e in fondo al magazzino delle erbe hanno fatto una stanzetta dove si nascondeva mio padre.

Da dove veniva tuo papà?
Da Levico, Trento. E’ andato poi oltre il confine, a quattro ore di strada in dentro. In quell’epoca nemmeno lo conobbi. E’ rimasto là mantenendo i contatti con altre persone là e in Italia. L’ho conosciuto dopo il 1945. Io sono nato nel 1929 e mio padre vedeva mia madre solo alcune volte. C’erano sempre due guardie della polizia segreta fascista, l’OVRA, davanti al portone e lui di notte, di nascosto, doveva entrare da un’altra casa, passare sul tetto e scendere dalla finestra per saltare in casa. Era un militante e quindi doveva andare e venire senza farsi vedere troppo. Mia madre ha avuto la forza di non parlare mai di mio padre e quando le chiedevo qualcosa non mi raccontava molto. Non sapevo niente, se ero figlio di un fabbro, di un falegname, un marinaio o non so. Tutto perché aveva paura mia madre, paura che quelli lì sotto mi fermassero e mi facessero delle domande trabocchetto. L’avrò visto due o tre volte ma non sapevo che era mio padre, me lo immaginavo forse. La prima volta che l’ho visto è stato quando è morto mio fratello Nereo, lui aveva 7 anni e io 4.

Cosa è successo?
Mi ricordo che è morto per non curanza, poca serietà in questo caso da parte delle suore che lo hanno operato di appendicite facendogli l’anestesia con l’etere, la narcosi. L’ho fatta anch’io con quel sistema. Era pomeriggio tardi, loro erano andate a pregare e l’hanno lasciato lì. Lui s’è alzato, ha mangiato del pane, ha bevuto dell’acqua che ha trovato lì, gli è venuta una peritonite fulminante ed è morto. Sul catafalco vidi mio padre che dava un bacio a mio fratello. Mi ricordo ancora adesso il becchino che mi disse: “Bambino, i morti non si baciano”. E io: “Questo è mio fratello”, e gli ho dato un bacio comunque. E scendendo dal baldacchino, girando la testa, ho visto un signore che doveva essere mio padre con gli occhiali scuri e mia madre mi strattonava dicendo di non girarmi. Era un richiamo del sangue. Mi sono rigirato, l’ho visto piangere e poi è sparito.

Che successe quando inziò la guerra?
Nel 1939 ci hanno cacciati via da Fiume, era una zona già bellica. Io sono nato a Fiume, città di confine che dopo il 1945 non è stata più italiana, il confine è andato a Trieste. Quindi siamo andati qualche mese in Trentino, a Levico, e siamo tronati a Fiume, facendo un po’ la spola. E lì era dura: bombardamenti, fucili, sparatorie, tessere annonarie dove se tu come cittadino italiano “normale” prendevi 100 grammi di pane al giorno, noi ne prendevamo solo 25 o 30, per dire, un panino.

Come mai?
Per questioni politiche. Se tu prendevi un chilo di zucchero al mese e noi 200 grammi era perché eravamo controllati, come castigo.
Ma voi “ufficialmente” non facevate più niente?
Beh, ma eravamo sempre figli o parenti di un ricercato politico che, non so, magari aveva anche una taglia, non credo ma comunque.

E durante la guerra?
E così fino al 1943, mi ricordo bene. Io e mia mamma andavamo con due valigie di cartone casa per casa dai conoscenti a chiedere pantaloni, camicie, scarpe usate, eccetera per darle ai militari che tornavano indietro dalla Iugoslavia. Venivano in casa nostra, sembrava una caserma, e noi avevamo delle taniche e bruciavamo col petrolio le divise, così se ne andavano così con abiti civili. Nel 1943, in settembre, arrivò un gruppo fortissimo delle SS. Allora un giorno mentre eravamo in centro, in via Vittorio Emanuele, con le due valigie ci fermano i tedeschi. Hanno colpito mia mamma rompendole un braccio, una spalla. Dopodiché mi sono venuti a prendere verso la fine di settembre, mi hanno rinchiuso in una scuola.

I tedeschi o gli italiani?
Erano i tedeschi, ma c’erano anche italiani, c’erano le camicie nere. Quello che ere pericoloso per i soldati italiani non erano i partigiani iugoslavi che magari arrivavano, incalzavano, ma erano le camicie nere che sparavano sui militari italiani, li uccidevano perché scappavano. Capisci?

E il collegio in cui ti hanno portato?
Mi hanno rinchiuso e mia madre venne a sapere dov’ero, quindi veniva sotto la finestra a camminare e un po’ la vedevo e ci cantavamo una canzone. Quella che faceva “mamma ti voglio bene…”. Lei mi rispondeva e parlavamo, cantando. Fino a che poi mi hanno portato via, nell’Istria, molto dentro a costruire trincee e bunker.

Lassù in montagna

Ma avevi solo 13 anni?
Ne avevo 14, ma comunque la Gestapo mi ha portato via. Al mattino ci dovevamo alzare alle 5, andare, lavorare, si mangiava solo alla sera, faceva un freddo della madonna lì, dentro nel Carso. Finché poi alla fine del mese di dicembre, quasi, arriva un attacco aereo, bombardavano e mitragliavano la zona in cui stavamo costruendo. Erano gli inglesi, gli alleati, e quindi ho colto l’attimo e sono scappato. Sono andato giù in mezzo ai boschi, con degli abeti altissimi, dei bei boschi. Dopo due giorni che girovagavo, mi sono imbattuto in un gruppo di partigiani.

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Erano italiani?
Erano italiani e iugoslavi. Siccome già conoscevano mio padre, che probabilmente era in contatto o stava in altri gruppi, mi hanno tenuto due o tre giorni isolato, hanno preso informazioni, ma poi mi hanno liberato, mi hanno inserito nel gruppo e mi hanno dato un fucile. Mi ricordo che è stato quello che mi ha cambiato il modo di vivere, non perché io abbia sparato. Il primo sparo che ho fatto mi sono cagato e pisciato addosso. Quando è finita una piccola battaglia che avevamo avuto, ho detto: “basta, ragazzi, io qui…”. Invece loro non hanno fatto una piega, mi hanno aiutato, per dire, c’erano anche delle ragazze partigiane, mi hanno ripulito e dato dei vestiti, cioè questi gesti altruisti, senza chiedere nulla, pur nella comicità che poteva esserci nella situazione, però si capiva che invece era una cosa serissima. E lì ho cominciato a capire che cos’è la uguaglianza, la fratellanza e l’amicizia. E la protezione di uno con l’altro. Cacchio ragazzi! Questa era una cosa per me che è stata fondamentale, e ancora oggi me lo ricordo e continuo essere così.

Siete tornati in territorio italiano?
Siamo andati avanti così per molto tempo finché siamo arrivati al 1945. Andavamo in giro, dentro, in Slovenia o in Erzegovina. Camminavamo sempre, non stavamo fermi, eravamo sempre non più di quindici e abitavamo nei boschi. Si facevano dei turni, quattro persone erano di guardia, in corrispondenza dei punti cardinali. Ognuno stava due ore perché col freddo non si poteva star di più, poi ci davamo il cambio. Si dormiva in un letto di rami di pino e le coperte erano dei rami di pino, però eravamo come sardine, uno vicino all’altro. Allora quelli che erano fuori a fare la guardia entravano nel mezzo per scaldarsi e così si girava finché tu non arrivavi al principio e ti ritoccava la guardia e così via.

Avevate un nome come gruppo o brigata?
No, non potevano avere nomi, C’era un leader che sapeva tutto, aveva una piccola radio ricevente e trasmittente dove arrivano queste famose notizie da fuori tipo “Qui Radio Londra!” e magari dicevano “la biciletta si è rotta” o “il coniglio salta l’ostacolo”. Poi magari torna indietro il messaggio “la biciletta si è riparata” o “la gomma funziona” e questo voleva dire che sapevamo in che posti andare, come un codice, ed è una cosa interessante. Solamente lui lo sapeva e capiva tutto.

Avete fatto molte azioni?
Sì, moltissime. Abbiamo anche dovuto accettare molte vittime tra noi. Ci mandavano i cani dietro e noi avevamo sempre due cagne con noi, piccole, che non abbaiavano. Quando entravano in calore i cani maschi era la nostra salvezza. I cani anziché seguire noi, inseguivano le cagne. Quei cani erano addestrati, sai, strisciavano come umani per terra e quando arrivavano a un certo punto, calcolato non so come, aspettavano il momento per saltarti alla gola e ti tenevano così. Se tu ti muovevi, ti prendevano alla gola. Se non ti muovevi, veniva quello lì e, pum, ti ammazzava. Così era.

Avete perso dei compagni?
Sì, certo. Io son stato fortunato e posso dire che nella mia vita ho avuto più fortuna che sfortuna. Sotto tutti gli aspetti posso dire di essere stato molto, ma molto fortunato.

Quando sei tornato in Italia?
Quando scappai nel dicembre 1943, ero un mero quarantadue e son tornato che ero uno e ottantadue. Dopo son tornato a Fiume il 5 maggio, abbiamo rioccupato Fiume. Abbiamo circondato Fiume, entravamo dentro, perché stavano minando il porto. Era un porto molto importante e dovevamo fare delle azioni là, ma sono scesi a patti non so con chi e si sono ritirati i tedeschi. C’erano questi bunker o trincee che ci avevano fatto costruire e aiutavano a condurre verso la Germania e verso l’Austria. Lì è terminato tutto un po’ più tardi, dopo il 25 aprile.

Dove sei andato dopo?
Nel maggio del 1945 io ero a Fiume e sono andato a vedere mia madre. Son rimasto lì a dormire con mia sorella che era lì. Dopo è arrivato mio padre e ho iniziato a conoscere mio padre. Poi loro se ne sono andati nel Trentino, ma io son rimasto a Fiume fino quasi alla fine dell’anno per poi andare a Milano. Là mi sono iscritto subito alla gioventù comunista.

Milano gelida

Lavoravi?
Sì, beh, facevo il free lance! Lavoravo, facevo il muratore, i traslochi, spalavo la neve, tutti lavori così saltuari, non c’era un lavoro. A parte che non eri ben visto.

E tuo papà?
A un certo punto è venuto a Milano per un po’ e anche mia mamma. Lei è venuta con mia sorella che aveva due bambini, i nipoti. Io non dormivo là, dormivo in una baracca dei sinistrati che c’era un amico mio. Pensa che dormivo con uno che era della Decima MAS [unità speciale della regia marina italiana]. La maggior parte della mia vita che ho fatto a Milano, i primi anni, ho dormito d’inverno alla Stazione Centrale e d’estate alle panchine del parco, nei giardini pubblici.

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Ma poi hai anche studiato alla scuola di belle arti di Brera.
Mi son detto: “Beh, qui, ignorante, ignorante, avrò molta esperienza però…”. Allora mi sono iscritto al Politecnico. Prima ho fatto gli esami di maturità del liceo, lavorando di notte e studiando di giorno. Era la maturità artistica per poter entrare ad architettura. Quando avevo già presentato la tesi, firmata e tutto per laurearmi al Politecnico, mi sono imbattuto in un correlatore fascista…vediamo se mi ricordo il nome. Insomma lui alla commissione mi ha presentato così: “Questo è Valentinotti, qui c’è la tesi di cui non ho capito niente”.

Su cos’era la tua tesi?
Era su una “città autonoma”, autosufficiente. Avevo disegnato anche i filobus senza benzina e tutto uno studio molto grande e molto simpatico anche. Era una cazzata, però adesso viene di moda. Allora i professori mi hanno detto che non avevano capito nemmeno loro, ma mi hanno bocciato pure dopo avermi ammesso la discussione della tesi di laurea. Ho detto: “Il correlatore, lui è un ex criminale fascista, voi siete dei fascisti. Dico, mi bocciate dopo che avete già ricevuto la mia scheda per la tesi di laurea e non potete farlo”. C’erano dei compagni lì che han cominciato ad applaudire e mi hanno sbattuto fuori. Non son potuto entrare all’università per molti anni. Poi tramite una compagna di partito, ho potuto lavorare, insegnare in una scuola tecnica femminile e da lì ho cominciato a frequentare l’accademia di belle arti. E me lo son trovato.

Il correlatore?
Però pensa che cosa, che stranezza, tremenda. Il vecchio direttore dell’accademia era un certoAldo Carpi. Carpi è un cognome ebreo ed era stato denunciato da un suo collega ai tedeschi e ai fascisti che lo hanno deportato. Quando è tornato è rientrato nelle sue funzioni di direttore dell’accademia e un giorno vede che questo qui, questo che l’ha denunciato si stava nascondendo, scappava, e lui l’ha raggiunto gli ha detto: “Perché scappi, dico, non fare altre cazzate, io sono qui, ti tendo la mano, non ce l’ho su con te, mi è successo di tutto, io perdono, non mi dimentico, però perdono. Dico, hai fatto una cazzata, sarà stato un momento di debolezza”. Il nostro professore di scenografia anche lui era stato deportato, si chiamava, Reina, però è morto dopo un po’, dopo un anno è morto come conseguenza di tutti i mali che sopportato.
Ed è venuto questo, ah, si chiamava Varisco, l’architetto Varisco. Ce l’hanno presentato come il nuovo professore di scenografia. Quando è entrato, son salito su un banco e ho gridato: “E’ un fascista di merda”. E mi hanno sbattuto fuori dall’università. Lui non è venuto a scuola per 15-20 giorni, poi è tornato. Era lo stesso della mia tesi al Politecnico. Poi è diventato anche direttore dell’Accademia di Brera e direttore artistico della Scala di Milano, era un arrivista.

Insomma, succede che la Scala manda un concorso all’Accademia per un progetto di una scenografia per l’opera Pardon My English di Gershwin, sarebbero venuti tutti i cantanti americani. Io l’ho fatto e ho vinto. Sono andato anche a dirigere i lavori e questo qui ha fatto di tutti perché non mi pagassero e mi togliessero il lavoro.

Ce l’ha fatta?
Il lavoro l’ho finito, ma non mi hanno pagato e non hanno messo il mio nome. Che anni duri!

Quando sei venuto in Messico?
Dopo tante peripezie sono venuto in Messico. Mi sono sposato in Italia nel 1960 e dopo sei anni siamo venuti qui. In quei sei anni ho lavorato sì e no e mia moglie lavorava in un’agenzia di pubblicità, marketing. Io rispondevo ad annunci in varie compagnie, ma poi spesso mi andava male, forse anche per questioni politiche. Poi è venuto fuori che per legge si doveva dare lavoro agli esuli giuliani, c’era un posto in pubblicità all’Alfa Romeo e l’ho preso.

Cosa facevi?
Ero responsabile degli eventi all’estero, fiere e gare, e mi mandavano tutti gli inviti, compresi i biglietti d’aereo. Allora anziché andare a tutti gli eventi io o darglieli ai dirigenti, andavo giù in fabbrica e chiedevo al capo del sindacato del gruppo chi era stato il più bravo quella settimana e gli davo il biglietto e l’entrata. Dopo 5 o 6 volte mi chiama la direzione e mi dice: “Ma lei non riceve i biglietti? Perché non li manda da noi?”. E ho risposto: ” Sì li ricevo, ma avete i soldi per andar via, loro no”. Mi hanno detto che dovevo andar via e rinunciare all’incarico, ma secondo me avevo semplicemente fatto bene. Devo avere ancora una lettera del ministro del lavoro che mi pregava di allontanarmi dall’azienda, l’ho detto a tutti giù in fabbrica: “Ragazzi, niente più biglietti, mi hanno licenziato”. E quasi quasi volevano fare uno sciopero!

México lindo y querido

E il Messico?
Quando studiavo a Brera vivevo in un piccolo appartamento con un messicano e uno spagnolo e quasi ogni tre mesi venivano in visita genitori del messicano a vedere come andava il figlio che era arrivato bevendo latte ed è andato via bevendo vino e grappa. Mi invitano sempre ad andare e un giorno sono andato in Messico. Mia moglie mi ha aiutato e son venuto in Messico, sono andato ad abitare in casa della mamma di lui e ho cominciato a lavorare, a fare fotografie, moda, e così.

Tua moglie ti ha seguito subito?
Io sono venuto nel gennaio del 1966 e a novembre arrivata anche mia moglie Mara. Con l’amico mio siamo andati coi mariachis all’aeroporto, bellissimo. E qui siamo ancora. Son nati due figli, Sergio e Sandro e siamo qui tranquilli. Non sento nostalgia per l’Italia.

Non è stato facile in quell’epoca?
No, no, ma ho trovato molta più libertà in Messico che in Italia, ma non so. Non tornerei più in Italia, neanche dopo la morte. Ci andrò in giugno, la prima settimana, per inaugurare un murale donato a Libera di Don Ciotti, in una certosa vicino a Torino, la “Certosa Gruppo Abele”, che lui ha trasformato in una sede operativa, facendo dei grandi uffici e delle stanze per ospitare comitati e collaboratori.

Il primo monumento dedicato ai partigiani collocato all’estero.

Bad Mexican Police: Una Denuncia Da Città del Messico

Purtroppo sono tante. Purtroppo non si fermano mai e a volte finiscono malissimo (leggi le note su Pavel González, 2004, e su Carlos Cuevas, 2011). Sono storie di abusi e violazioni dei diritti umani e del diritto alla sicurezza e persino alla vita. Le denunce delle violenze esercitate dalla polizia messicana sono all’ordine del giorno. Un’amica e suo fratello hanno avuto il coraggio di raccontarne una pubblicamente e riporto volentieri la loro voce, tradotta dallo spagnolo all’italiano, per creare coscienza su questo problema. Livia condivide su Facebook con amici e conoscenti la vessazione subita da suo fratello, Mario Tonatiuh Melendez Huerta, e prega di diffondere questa esperienza perché è l’unico modo di reagire e far conoscere quanto accade. Anche questo è Messico, ordinario.

Martedì 8 novembre, ore 13 e 40. Presso il portone principale della cattedrale di Città del Messico, Mario Tonatiuh Meléndez Huerta, studente della Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università più grande del mondo, la Autonoma del Messico (UNAM), è stato arrestato, aggredito e privato della sua libertà per 15-20 minuti da agenti della Polizia Federale messicana. Ecco i fatti nel racconto diretto di Mario.

Stavo camminando sul marciapiede di fronte alla cattedrale quando mi sono accorto di un uomo che camminava con delle stampelle e gridava qualcosa a un agente della Polizia Federale che controllava l’accesso principale della chiesa. Di fronte a quella scena ho avuto un senso di disgusto nei confronti del poliziotto e l’ho guardato con spregio.

Ho continuato a camminare per 6-7 metri in direzione ovest, verso la via República de Brasil, quando l’agente mi ha preso peri l collo e mi ha chiesto chi stavo guardando in quel modo. Gli ho indicato lo stemma della sua divisa mentre mi trascinava obbligandomi a entrare nella spianata della chiesa e gli ho chiesto per favore di non strattonarmi. Invano.

Ha iniziato ad aggredirmi verbalmente, dicendo che credevo che lui fosse un semplice vigile urbano e che per quel motivo facevo lo spavaldo con lui. Siamo entrati nella zona laterale sinistra della chiesa in cui vi sono gli uffici della stessa cattedrale e anche un posto di polizia dei federali. Appena entrati il poliziotto ha cominciando a spiegare al suo capo che io avevo offeso l’autorità e immediatamente il suo superiore ha ordinato di farmi mettere in ginocchio con la fronte attaccata alla scrivania. Per costringermi mi hanno dovuto dare calci sulle gambe e colpirmi alle costole.

Una volta in ginocchio mi hanno perquisito e mi hanno privato del mio portadocumenti, hanno controllato le tessere e carte che avevo e hanno proceduto a inserire i miei dati nel PC dell’ufficio. Mi hanno fatto una foto con un cellulare mentre l’aggressione fisica e verbale continuava così come le minacce. Dicevano che se seguitavo a fare il rivoltoso o a mancare di rispetto all’autorità, mi avrebbero preso ancora dato che ormai mi avevano schedato con tutta l’informazione necessaria, indirizzo e provenienza.

Nel frattempo mi colpivano costantemente alla testa, sul torace e sulle gambe. Dopo, in gruppo, 4 o 5 poliziotti mi hanno portato in un corridoio sul retro della cattedrale dove mi hanno duramente picchiato per un paio di minuti e mi hanno spruzzato in faccia uno spray al peperoncino per poi trascinarmi a spintoni fino all’uscita posteriore della chiesa.

 Dichiaro da subito che non è proprio possibile inoltrare una denuncia penale contro i miei aggressori a causa della politica con cui operano gli organismi statali di pubblica sicurezza, per cui questa denuncia è diretta all’opinione pubblica, ai mezzi di comunicazione e alla popolazione civile. kmn.

En español:

Denunciamos¡¡
Hoy Martes 8 de Noviembre al rededor de la 1:40 p.m. en el acceso frontal de la Catedral CAPITALINA Mario Tonatiuh Meléndez Huerta estudiante de la Facultad de Filosofía y Letras de la UNAM fue sometido, agredido y privado de su libertad al rededor de 15 o 20 minutos por elementos de la Policia Federal.
-Caminaba sobre la acera frontal de Catedral cuando me percate de un hombre que caminaba con muletas gritaba algo a un elemento de la PF que resguardaba el acceso principal de la catedral, al ver esto senti repudio hacia el oficial y lo mire con gesto desaprobatorio, caminé 5 o 7 metros en direccion a la calle Republica de Brasil cuando el oficial me tomo por el cuello y me preguntó a quien estaba mirando de esa manera, le señalé el escudo de su uniforme y procedió a forzarme a ingresar a la explanada de la iglesia, le pedí por favor que no me agarrara y me ignoró, comenzó a agredirme verbalmente diciendo que yo creía que era un policía capitalino y que por eso andaba de verguero, ingresamos al ala poniente de la catedral donde se encuentran las oficinas de catedral y asimismo un cuartel de la PF, llegó argumentandole a su superior que yo andaba vejando a la autoridad, inmediatamente su superior ordenó que me pusieran de rodillas con la frente pegada al escritorio, para esto patearon mis piernas y golpearon mis costillas, ya incado me catearon y me despojaron de mi portacredenciales, las revisaron y procedieron a ingresar mis datos en la computadora de la estación, con un celular me tomaron una fotografía y siguieron agediendome fisica y verbalmente, me amenazaron con que si seguia de revoltoso o faltandole el respeto a la autoridad me iban a agarrar otra vez puesto que ya tenían capturada mi dirección y mi procedencia. Despues de estar golpeandome constantemente en la cabeza, torax y piernas un grupo de 4 o 5 policias me llevaron al pasillo posterior de la catedral para golpearme intensamente durante unos dos minutos y rociarme la cara con gas pimienta y jalonearme hasta la salida posterior de la iglesia.
De antemano manifiesto que ya no es posible ejercer una denuncia penal en contra de mis agresores debido a la política con que operan los organismos estatales de seguridad pública, por lo cual esta denuncia está dirigida a la opinión pública, a los medios de comunicación y a la poblacion civil. kmn

Città del Messico: meno inquinata di Milano e Torino?

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità possiamo dare per sfatato il mito che Città del Messico si portava dietro dagli anni ottanta: non è la più inquinata del mondo, anzi. La quantità, misurata in microgrammi, di particelle solide e liquide ultrasottili, note come PM2,5 (cioè di diametro inferiore ai 2,5 micrometri), mostra un valore migliore di quello che registrano Torino (34,7 microgrammi di particelle per metro cubo) e Milano (31,7), per esempio. Mexico City registra, infatti, “solo” 24,5 particelle per metro cubo. In questa stessa categoria le due città più inquinate d’Italia hanno un’aria comparabile a quella di Lima (34,4) in Perù e di Santiago del Cile (31,7); sono peggiori della brasiliana San Paolo (15) e di Quito (19,4), capitale dell’Ecuador. Le particelle più grandi, le PM 10 (inferiori ai 10 micrometri), sono invece piuttosto elevate nella capitale messicana, 52 microgrammi per metro cubo, ma non superano più le altre megalopoli latino americane come le colombiane Bogotà (77 parti per metro cubo) e Medellín (68), Santiago (69) o Lima (78). Fa un po’ meglio Buenos Aires con un PM10 di 38 che si avvicina alle medie elevate e pericolose di Milano (44), Napoli (44) e Torino (47). Considerando che Città del Messico, coi suoi 25 milioni di abitanti e 6 milioni di autoveicoli, resta l’agglomerato urbano più grande del mondo per estensione e il secondo più popoloso dopo Tokio (che ha circa 30 milioni di abitanti) il risultato non è così disdicevole! A questo link un po’ di pagine utili della OMS coi dati e le mappe sull’inquinamento per ogni paese e città.

Penalizzazione dell’aborto in Messico

Proprio nella Giornata Internazionale per la Depenalizzazione dell’Aborto, il 28 settembre, la Corte Suprema messicana, il massimo tribunale del paese, ha annullato le speranze di milioni di attivisti e attiviste che da anni lottano per il riconoscimento dei diritti delle donne in America Latina. La Corte ha infatti sancito la costituzionalità della riforma che lo Stato della Bassa California aveva approvato per garantire il diritto alla vita a partire dal momento della concezione. In questo modo diventa un reato perseguibile penalmente qualunque tipo di interruzione della gravidanza e non importano le cause e le condizioni di ogni singolo caso.

Ci volevano 8 voti ma i giudici a favore dell’abrogazione della riforma erano solo 7. Amnisty International ha definito la decisione come un passo indietro per i diritti delle donne e delle ragazze in Messico. Ieri la Corte s’è espressa anche su un’analoga riforma approvata nello stato centrale del San Luis Potosí mantenendola in vigore: si apre quindi la porta a riforme simili che la Corte non potrà mai invalidare dato che non ha una maggioranza di membri a favore e quindi, stato per stato, si potrebbe arrivare alla penalizzazione dell’aborto in tutto il paese. Il voto decisivo è stato emesso dal giudice Jorge Mario Pardo che nel febbraio scorso era stato nominato  dal Presidente della Repubblica Felipe Calderón e sostenuto dal suo partito, il conservatore PAN (Partido Acción Nacional).

Ogni governo locale potrà stabilire con il placet della Corte quando si deve fissare l’inizio della vita e quando cominciano ad esistere i diritti costituzionali. Solo a Città del Messico è possibile praticare legalmente l’interruzione di gravidanza che è stata depenalizzata nell’aprile del 2007: la maggiore trasparenza e il diritto all’assistenza medica, seguiti alla legalizzazione, ha avvicinato la capitale del Messico ai tassi di mortalità (quasi nulli) dei paesi che hanno normato e permesso questa pratica.

Poesia Oceanica a Puerto Escondido

Dalla calda e ridente località di Puerto Escondido, Oaxaca, Messico, ecco alcune foto panoramiche della costa scattate nella vicina laguna di Colotepec e dell’evento di poesia e musica che abbiamo realizzato con la preziosa chitarra di Arnaldo Prete e le poesie di Fabrizio Lorusso, cioè io, all’Universidad del Mar. La presentazione del libro Memorias del Mañana, (Memorie del Domani), fu il 9 febbraio alle ore 11 sulla costa pacifica.

S’è parlato di poesia, di Messico e di Italia. Ma anche di censura in questi paesi coi casi della giornalista messicana Carmen Aristegui licenziata (oggi reintegrata) da Radio Noticias MVS per ordine presidenziale e del rogo di libri in Italia e le proteste del gennaio e febbraio scorsi. I messicani hanno dimostrato un’estrema curiosità e interesse per la situazione italiana, il berlusconismo, la censura e il fascismo storico e attuale per cui è stata una sessione di domande molto animata. La poesia seguente, Plaza de la Danza, è dedicata a una Piazza di Oaxaca divenuta un simbolo della lotta antirepressiva dei movimenti sociali contro il governatore Ulises Ruiz dal 2006 in poi.

 

PLAZA DE LA DANZA

Falta un día a la Guelaguetza
que mañana se danza,
el cencerro atiza los segundos
listos para la paz de la marcha
en esta plaza ritmada de historias
que así aprende a bailar voces
como las deben bailar los iguales
pa’ bailarse la censura y la noche.
Y… ¡Oiga señor!
¡Déjeme escribir mi señor,
déjeme cantar mi fiestita leve!
Aquí Florencia tiene que ser
no Pekín o Moscú
ni un dique de silencios
donde falta aire pa’ lagrimar
si de gases oscurece mis deseos.

 

 

 

 

 

 

 

Arnaldo Prete alla chitarra. Durante una sessione di tamburi stonati e chitarre con una big band di studenti Unam e altri simpatici disperati, nel 2003 scrissi il “Pianto dei Tamburi”, dal profondo di una delle grotte dello Spazio Scultorico universitario, un territorio selvaggio e abbandonato dentro l’università stessa.

IL PIANTO DEI TAMBURI
Ascolta il pianto
dei tamburi sulle mani
la commozione del mare adirato
il risveglio della luna dimezzata
l’inganno di un gioco di parole
morde le righe del mio quaderno
che fuggono senza senso
come l’altra metà della luna
timida e silente
quando gridano i tamburi.

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Lorusso si cimenta nella lettura. Nota:: libro al contrario, LeoDaVinci’s Style 2011. Da un errore del tipografo, nasce il mito della lettura capovolta.

 

 

 

 

 

 

 

LA BELLA MEDIANOCHE
Ebrio y amparado bajo el alma negra del cielo
me gané el beso final de la medianoche
allí esperé el encaje de voces crepusculares
el juego clandestino de la malicia vespertina
la pasión de las antiguas páginas carcomidas.

 

 

 

 

 

 

Buonanotte nuvolosa

Marcito di sonno
m’assordo
d’immagini che fuggono dai binari
son ruote che girano fuori strada
sotto e sopra l’asfalto senza fiato
e si stinge l’anima indolente
macchie
ansia dipinta a terra
strisce di noi.
Sornione e dogmatico sbatto
contro la porta dei sogni
chiusi
come occhi al sole.
Entro in respirazione di coppia
con le pupille aperte accoltellate
dal gemito delle luci al neon.
Un cervello trasandato e sciatto
non sa risolvere problemi
non va
i tuoi, i miei
immobili da sempre
sono dubbi che si odiano a vicenda
ghiacciati come un sorso d’inverno.
Al cuore hanno dato due ergastoli
che in totale fanno cent’anni di guai
quindi batte botte di campana
storto e lento si ribella e pensa
imbratta di lumi e follia
le pareti buie e deserte
nella cella d’isolamento
“la suite”.
Ma nemmeno così
con fantasia
s’aprono spiragli di luna nuova
per lui che vive d’inerzia e riflessi
e sbotta fiotti di dolore al cielo
dalla sua prigione toracica.

Le poesie di Memorias del Mañana sbarcano a Puerto Escondido

Ecco il manifesto della presentazione del libro di poesie di Fabrizio Lorusso, il sottoscritto e scrivente. Ormai un classico, Memorias del mañana, Memorie del domani sbarca sulla costa pacifica messicana e si mostra per quello che è presso la Universidad del Mar di Puerto Escondido, Oaxaca. Per chi lo volesse, le copie sono alla Libreria Morgana Sud e Colonia Roma: http://www.libreria-morgana.com/ oppure le chiedete all’autore via blog e mail, come sempre no?

L’autore aderisce a: http://rogodilibri.blogspot.com/