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2 settimane in #Messico: #SantaMuerte Patrona dei Viaggiatori?

guida-messico[Riprendo dal blog del viaggiatore Roberto Buracchini un mio testo sulla Santa Muerte pubblicato nell’ottima guida express sul Messico (“Due settimane in Messico”) che ha coordinato insieme ad Alessandra Rusticali. Ne approfitto anche per segnalare la recente ristampa del libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità e l’uscita dell’eBook (link) per Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri].

Intro di Roberto B.: Oggi voglio presentarvi la Santa Muerte di Fabrizio Lorusso, che ha contribuito con questo articolo alla stesura della guida dei Viaggiautori sul #Messico. Non aspettate troppo, fate come me, prendete un volo per Città del Messico, scendete alla metro di Tepito, dirigetevi verso Calle Alfareria e visitate l’altare della niña blanca. Intanto se siete curiosi date un’occhiata a cosa ha scritto Fabrizio come contributo alla guida.

Santa Muerte, Patrona dei Viaggiatori?
di Fabrizio Lorusso

In Messico la morte ha il privilegio d’essere santa, anzi santissima. Infatti, la Santa o Santissima Muerte, conosciuta anche comeFlaquita (Magrolina), Niña Blanca o Bonita (Bimba Bianca o Carina) o Huesuda (Ossuta), rappresenta il culto popolare non riconosciuto dalla Chiesa più importante e in rapida crescita dell’America Latina e, forse, del mondo intero. La sua presenza, prima clandestina e marginale, è diventata pubblica e capillare in numerosi centri urbani messicani.

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Haiti e Santa Muerte a Roma: due libri alla Casetta Rossa

Haiti e Santa insieme

Finalmente a Roma! L’America Latina, la cooperazione internazionale,  Haiti e la sua gente prima e dopo il terremoto e l’emergenza del colera. Il Messico di oggi e di ieri, tra religiosità popolare e narco-guerra, raccontato attraverso il culto alla Santissima Muerte (link evento FaceBook!).

Evento casetta rossa

Ne parliamo alla Casetta Rossa, mercoledì 24 giugno dalle 18.30 con la presentazione dei due libri:

Santa Muerte Patrona dell’Umanità (Fabrizio Lorusso, Stampa Alternativa, 2013) e…

Le macerie di Haiti (Romina Vinci – Fabrizio Lorusso, L’Erudita, 2012).

Insieme a Fabrizio Lorusso e Romina Vinci ci sarà anche la giornalista Nadia Angelucci di Bucanero/Radio Popolare Roma. Letture di Enrico Pittari.

QUANDO?  Mercoledì 24 luglio dalle 18.30 

DOVE?  ROMA. Alla CASETTA ROSSA – GARBATELLA (VIA MAGNAGHI 14) – Mappa (link al sito):

Casetta rossa mappa

casettarossapersitoLINK:

Blog di Fabrizio Lorusso https://lamericalatina.net/

Blog di Romina Vinci http://rominavinci.wordpress.com/

Bucanero http://www.radiopopolareroma.it/bucanero

Casetta Rossa http://www.casettarossa.org

Evento Facebook https://www.facebook.com/events/508244919244521/

Blog Santa Muerte http://santamuertepatrona.wordpress.com/

I LIBRI:

HAITI

STORIE A CUI NESSUNO DARÀ MAI VOCE, PERCHÈ FORSE UNA VOCE NON L’HANNO MAI AVUTA. UN MUCCHIO DI MACERIE FATTE DI UOMINI.
Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente. Sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra. Haiti è Dafney che ogni sera prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di se stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. È la domenica dei bambini in attesa del gelato di Padre Rick. È la tragedia dei corpi senza volto e senza nome ammassati nel Morgue. Fabrizio è arrivato a Porto Principe nel febbraio duemiladieci, subito dopo il terremoto che ha fatto oltre duecentocinquantamila vittime e un milione e mezzo di senza tetto. Romina nell’ottobre duemilaundici, nel pieno dell’emergenza per il colera e della ricostruzione mai cominciata, della capitale. I loro racconti si alternano, spesso parlano degli stessi luoghi e delle stesse persone conosciute in situazioni e tempi diversi. Le narrazioni diventano a volte dei reportage, dei diari di bordo, altre volte sono dei flussi di coscienza, vividi e pungenti. Per spiegare che Le macerie di Haiti non sono soltanto quelle lasciate dal terremoto.

SANTA MUERTE

La morte santificata, tramutata in oggetto di culto, in una sorta di Madonna dei diseredati, dei carcerati e dei “banditi”: è il culto per la Santa Muerte, fenomeno religioso molto diffuso in Messico, ma anche in Argentina e Stati Uniti, con 10 milioni di seguaci.
L’autore di questo saggio ci accompagna alla scoperta della Santa Muerte, il culto che unisce tradizioni antiche dell’America latina, folclore afro-cubano e il cattolicesimo imposto dai conquistatori spagnoli. Andando oltre i luoghi comuni che considerano la devozione per la Santa Muerte alla stregua di una setta satanica o di una religione per narcotrafficanti, si comprendono così aspetti più vasti della situazione latinoamericana, al di là dei pregiudizi.

Santa Muerte messicana sulla rivista Punto d’incontro

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Maggio 2013 – Santa popolare o setta satanica? Madonna della mafia o protettrice dei più deboli? Due, forse 5 o 10 milioni sono i devoti della Santa Muerte, una delle figure di culto che più preoccupano la Chiesa in America. Dal Messico agli USA e all’Argentina, una “santa” controversa si sta espandendo tra la gente dopo secoli di clandestinità.

Da santa border line a icona globale grazie al web, la Muerte messicana assume oggi forme nuove e si integra con le subculture giovanili e l’immaginario del narcotraffico.

Quando la morte si fa presente nella società —sconvolta da anni di guerra al narcotraffico— anche il suo culto ritorna.

Importata dall’Europa durante la conquista spagnola, contaminata dalle tradizioni afro-cubane, della santería e dalla postmodernità dei quartierislum di Città del Messico, la morte santificata diventa folclore, cultura e religione. È temuta e amata, venduta e osteggiata, ma resta sempre una realtà ineludibile per tutti. Ed in Messico è già santa.

Il libro Santa Muerte, patrona dell’umanità —che comprende un’introduzione dello scrittore Valerio Evangelisti e un allegato fotografico a colori— è in vendita alla Libreria Morgana di Città del Messico, ibs.it, Amazon e le principali librerie online italiane. L’autore, Fabrizio Lorusso, classe 1977, milanese è residente in Messico da 12 anni. Giornalista e saggista, Lorusso è corrispondente e blogger de L’Unità per l’America Latina, collaboratore e redattore di altre pubblicazioni online e cartacee ed insegnante di lingua e cultura italiana.

BOOKTRAILER !

ARTICOLI CORRELATI
La morte in Messico. Di María T. Vassileva.

(fabrizio lorusso / puntodincontro.mx / adattamento di massimo barzizza)

puntodincontrosantamuerte

Link all’originale.

Scendimi il cocco dalla palma (video educational)

Una complicata ed “equilibrata” professione spiegata in meno di 4 minuti di video educational dal tropico pacifico e costiero. Galleria foto dell’operazione cocco in giardino qui.

Sotto. Il trailer del film A better life che narra le vicende di un messicano emigrato negli Usa che si dedica proprio a questo lavoro, tirar giù i cocchi. Non ha vinto l’Oscar ma era nelle nomination.

Scendimi il cocco dalla palma (foto gallery)

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Uno dei lavori più pericolosi dell’economia tropicale costiera: tirar giù i cocchi dalla cima di palme di almeno 20 metri arrampicandosi a piedi nudi con solo con un paio di corde e un machete in mano. Costo del servizio: 3-4 euro a palma, mancia inclusa. Vantaggio: recuperare almeno 10-15 cocchi maturi ripieni d’acqua o latte e polpa del frutto che, se non lo si “scende” (si no se baja…), rischia di cadere in testa agli sventurati che passano sotto la palma nel momento sbagliato (e non solo quanto tira vento). Nel film A better life – Una vida mejor, il protagonista (Demian Bichir, nominato all’Oscar 2011 come miglior attore per la sua interpretazione di un messicano emigrato negli USA) fa proprio questo lavoro in California, cioè va di giardino in giardini nei più esclusivi quartieri residenziali della west coast a scalare le palme e far cascare i le noi di cocco.

Bájame el coco de la palma – No Albur, But Reality – (foto gallery @Puerto Escondido – Oaxaca)

Le macerie di Haiti (5/5)

di Romina Vinci  Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Perché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.

Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.

Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.

Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.

Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.

Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.

Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.

E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi – dice – perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.

LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d’acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.

Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.

Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.

Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.

Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde – voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.

PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l’onore di trascorrere tanto tempo.

Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l’ospedale di primo livello.

Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.

Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.

A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.

IN VOLO
Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.

Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.

Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.

Puntate precedenti qui su Carmilla-Osservatorio America Latina o:
http://rominavinci.wordpress.com/

Le macerie di Haiti (3/5)

di Romina Vinci – Il risveglio è stato tutt’altro che dolce stamane, ad una settimana esatta dall’inizio del mio viaggio. L’allarme che improvvisamente ha iniziato a suonare ieri sera facendomi concludere la giornata nel terrore, è andato avanti tutta la notte, perché io non ho avuto il coraggio di scendere per vedere da cosa dipendesse. L’ho fatto alle prime luci dell’alba, quando l’oscurità si è dissolta ed io son tornata a possedere con gli occhi gli spazi che mi circondano. Scesa al piano terra, ho raggiunto l’impianto elettrico e c’era scritto “Lowbattery shutdown”. Ho spento l’interruttore, aspettato qualche minuto prima di riaccenderlo e, voilà, fine del rumore, ritorno della corrente con internet annesso. Sarebbe bastato un pizzico di coraggio, la sera prima, per evitare una nottata insonne, con un riposo molto frastagliato.

PRIMO ADDIO

Essendo sabato oggi non c’è movimento qui all’associazione. Non son venuti né gli avvocati, né le segretarie e neppure le donne delle pulizie. Evel stesso è arrivato poco dopo le dieci, e non da solo: ha portato Jhonny con sé. Perché domani si chiude la prima parentesi del mio viaggio, e lascio la sede dell’AUMOHD per trasferirmi alla parte opposta della città, quartiere di Tabarre. Così Jhonny è voluto venire a salutarmi. Vestiva elegante: mocassino, pantalone di panno marrone con piega, camicia avana, cravatta beige con motivi in tinta. E’ stato poco, una decina di minuti forse, perché doveva andare a lavorare. Ha insistito affinché gli mostrassi un po’ di foto della mia vita in Italia e così ci siamo messi davanti al computer. Ha voluto vedere la mia famiglia, i miei amici, i luoghi in cui vivo, e continuava a ripetermi che sarei dovuta rimanere più tempo con loro. Ha detto che mi ha caricato il cellulare con un dollaro haitiano, così potrò mandargli messaggi anche nei prossimi giorni. Mi ha lasciato senza parole tanta sensibilità. Quando è andato via io sono rimasta in camera, ho aspettato che varcasse il cancello e l’ho seguito con lo sguardo mentre si incamminava per la sua strada. Si è voltato e ci siamo salutati, teneramente, con la mano. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

THE WORKERS

Poi l’ufficio pian piano ha iniziato a riempirsi di lavoratori che Evel ha raggruppato per un meeting, al quale mi ha fatto partecipare. Si trattava di vigilantes e hanno discusso sullo stipendio, sulla tipologia di contratto, sul rispetto dei minimi salariali, sui loro diritti. L’incontro è durato un paio d’ore e mi è piaciuto molto. Ho conosciuto più di qualche sindacalista nel corso della mia carriera, eppure è la prima volta che incontro una persona così appassionata. Evel ha molto appeal sulle persone, non mi sorprenderei se tra una decina di anni lo trovassi presidente di Haiti, sicuramente avrebbe più senso di un cantante che continua ad essere conosciuto ai più per la sua musica che non per il suo ruolo politico.

RICH DISTRICT

Terminato l’incontro siamo usciti con il pick-up, prima siamo andati a Petionville a prendere Gaelle e poi di nuovo in giro, alla scoperta di questo “quartiere dei ricchi” che mi è stato tanto decantato. Durante il tragitto ho visto un uomo prendere l’acqua da terra per lavarsi, ha attinto dalle pozzanghere che si formano nei canaletti ai lati delle strade e sono più fango che acqua. Si è dato una rinfrescata prima sotto un’ascella e dopo nell’altra, per poi proseguire indisturbato il suo cammino. Dopo ho visto i resti di un palazzo a più piani caduto su se stesso, le macerie facevano soltanto intravedere i pilastri dell’originale edificio. Ebbene, una signora si addentrava in questa insenatura, e scavava tra i detriti per cercare chissà cosa. A rischio, chiaro, che gli crollasse tutto addosso, e non per un nuovo terremoto, ma era sufficiente il passaggio di un camion più pesante a smuovere l’asfalto.

Evel mi ha spiegato che i famosi “ricchi” vivono su di una collinetta che domina tutto il paesaggio di Port au Prince. E più saliamo più lo scenario gradualmente cambia. Anzitutto perché incombe una massiccia presenza di verde. Spesso le schiere fitte di alberi si aprono e lasciano intravedere un interno fatto di capanne, ma ancor di più ci sono case, intatte, delimitate da cancelli. Passiamo davanti anche ad un paio di alberghi, a più stelle, niente di eccezionale però. Quando la strada inizia a farsi più ripida Evel si ferma, parcheggia e raggiungiamo il ristorante che dista poche decine di metri. Di fronte, immersa nel verde della collina, c’è una villa che domina impotente tutto il paesaggio. Nient’altro. Il quartiere dei ricchi finisce qui. Mi sarei aspettata un qualcosa di simile a quanto visto a Miami, campi da golf, ville sterminate, sfarzo e sontuosità in contrasto con la cruda povertà, invece son rimasta delusa.
Al ristorante, in compenso, per la prima volta trovo un bagno agibile, aprendo il rubinetto l’acqua esce dal lavandino ed il water è dotato di scarico funzionante. Segno che, la differenza, anche se poco percettibile apparentemente, in realtà è abissale. E per la prima volta dopo una settimana faccio un pasto come si deve: tassot, banane fritte, verdura lessa, avocado. A centro tavola un riso scuro, molto saporito, con funghi.

IL SEGRETO DELL’ACQUA

Rientriamo nella sede di AUMOHD verso le 17.30. Sta già per imbrunire quando mi rendo conto di non aver più acqua nel secchio al bagno. Così scendo giù con il secchio in mano, Evel si scusa e mi dice che il sabato e la domenica non ci sono le donne che fanno le pulizie, a cui spetta il compito di riempirlo. Entriamo in cucina e scopro che c’è un pozzo, proprio nel mezzo della stanza, accanto alla credenza. E’ rivestito con le stesse mattonelle del pavimento, non mi sarei mai accorta della sua esistenza. C’è una cordicella e un secchiello, Evel tira tira e l’acqua sale su. Mi faccio svuotare quattro secchielli, sarebbero stati più che sufficienti. E sorrido: ho scoperto il segreto dell’acqua.

NEXT STEP

Ci siamo, è ufficialmente iniziata la mia nuova avventura al Saint Damien. Emozioni a caldo? Abbastanza spaesata, ma in fondo è normale. Il fatto è che fino a ieri mi sentivo straniera tra gli haitiani, mentre qui parlo inglese e spagnolo contemporaneamente, è un pullulare di nazionalità, c’è anche qualche italiano. Tutto sembrerebbe più semplice a prima vista. Evel è venuto a prendermi verso mezzogiorno, mi ha parlato dei due progetti che ha in mente di realizzare tempo massimo entro la prossima estate: l’apertura di una stazione radio per i lavoratori e una nuova sede dell’AUMOHD a tre piani. Piano terra come punto d’incontro dei lavoratori, al primo i visitatori, al secondo la stazione radio. Mi ha chiesto di aiutarlo a trovare sponsor, lo farò. Perché è un muro alto quello che sta scalando.
Ci impieghiamo quasi un’ora per arrivare al Saint Damien Hospital. E’ un nosocomio all’avanguardia che si trova in località Tabarre, è l’ospedale più grande dei Caraibi ed è stato costruito da N.P.H. (Nuestros Pequenos Hermanos) in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava.

All’ingresso ci viene ad accogliere Wynn, un ragazzo di carnagione molto chiara, magro occhi celesti, indossa un cappello da cowboy. L’approccio è quanto meno paradossale, perché esordisce con un “Buongiorno Romina” e nel giro di tre secondi parla in francese, in creolo e in inglese. Evel mi chiede di che nazionalità fosse, gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Ci fa raggiungere la parte posteriore dell’ospedale, ci sono le tende lasciate dalla Protezione Civile giunta in piena emergenza post-terremoto. I volontari di N.P.H. hanno creato un piccolo campo base attrezzato: le tende formano una stradina ad L, al principio c’è un piccolo angolo relax con due tavolate lunghe e delle panche. Wynn mi dice che posso considerarmi ufficialmente arrivata a destinazione, così saluto Evel ringraziandolo per l’ennesima volta e mi immergo nel nuovo contesto. Alla mia domanda su quale fosse la sua mansione Wynn mi risponde allargando le braccia: “I’m just a man”. E’ nato a New York e si trova da più di un anno a Port au Prince, è per questo che parla anche creolo. Con piacere ho scoperto che se la cava fluentemente anche con lo spagnolo e mi ha confessato che sa qualche parola di italiano perché qui all’ospedale ci sono molti medici italiani, e lui è stato a Venezia. Non fa in tempo a finire la frase che mi spunta davanti una dottoressa. Ha il camice verde, lo stetoscopio al collo e sembra che vada di fretta. Mi dice che è italiana, e indica a Wynn la sua tenda: l’avrebbe condivisa con me. Il tempo di prendere la valigia, però, e la dottoressa è già scomparsa.

Wynn mi chiede se ho fame, e deve essersi acceso un improvviso luccichio nei miei occhi, perché lui mi sorride e mi indica l’angolo relax. In fondo ci sono dei grossi tegami, mi spiega che viene servito un pasto al giorno per i volontari, alle 13.30. Siamo già fuori orario ed il pollo è terminato, c’è solo del riso e delle banane fritte, che divoro in un batter d’occhio (è da ventiquattro ore che non tocco cibo). Mentre mangio Wynn mi fa compagnia, seduto di fronte a noi c’è anche un medico cubano e così parliamo tutti e tre in spagnolo.

PADRE RICK

E’ da quando ho deciso di intraprendere questo viaggio che sento parlare di Padre Richard Frachette, direttore di N.P.H. meglio conosciuto come Padre Rick. E’ come se intorno al suo nome aleggiasse una sorta di aura mistica. Ho scoperto della sua esistenza grazie ad un’azienda con cui collaboro da qualche anno, e che in questo momento è impegnata in opere solidali ad Haiti. E’ stato il direttore a citarmi, per la prima volta, questo sacerdote missionario e medico americano, che vive ad Haiti da oltre vent’anni e realizza grandi cose. Ed è sempre il patron dell’azienda che mi mette in contatto con la Fondazione Francesca Rava. Poi mi sono recata a Milano, presso la sede della Onlus, ed ho avuto un lungo incontro con la presidente Mariavittoria Rava, nel corso del quale lei non si stancava di narrarmi la grande forza d’animo di questo Padre Rick, che condiziona positivamente l’operato di tutti.

“Padre Rick ti sta aspettando nel suo ufficio”, mi dice Wynn, distogliendomi dalla conversazione con il medico cubano su un film recentemente uscito nel suo paese che sta facendo scatenare un putiferio. “Eccoci finalmente alla resa dei conti”, penso io. Sono intimorita da questo incontro, ed invece si rivela così spontaneo, candido e sincero che, quasi senza accorgermene, tutte le barriere cadono. Mi aspettavo un uomo barbuto, tarchiato, bassotto, magari con il saio. Ed invece Padre Rick è tanto di più umano ci si possa trovare di fronte, la classica persona della porta accanto. Non indossa l’abito, è un uomo alto, fisico possente, ma dallo sguardo estremamente dolce e innocente. Lo osservi e ti viene in mente la purezza di un bambino. Wynn mi aveva detto che Father Richard Frachette era in grado di parlare sette-otto lingue. Io esordisco in inglese, ma dopo qualche battuta lui inizia a rispondermi in italiano, così da mettermi ancor più a mio agio. Mi porta a fare un giro nelle strutture che sorgono qui intorno al Saint Damien. Il centro colera per bambini, il centro per gli adulti, il centro pediatrico. Il Santa Filomena e l’Ospedale Saint Luc sono nati a tempo di record con l’uso all’inizio di container e tende, oggi sostituite da una struttura permanente, e hanno accolto malati affetti da traumi o altre patologie e, soprattutto, contagiosi per il colera. Padre Rick mi racconta che hanno salvato più di diecimila persone dallo scoppio dell’epidemia nell’ottobre 2010, ma è ancora tantissimo quello che c’è da fare. Non è esattamente una passeggiata visitare queste strutture, e poi a volte la puzza è intensa. Però, mi spiega, basta una semplice accortezza, vale a dire lavarsi le mani e le scarpe all’entrata e all’uscita dai reparti in una soluzione di acqua e cloro, per non venire contagiati dal colera.

CENTO YOGURT

Ci mettiamo a contare i letti con le persone ed è divertente perché facciamo confusione tra le varie lingue. Iniziamo a dire numeri in inglese, poi passiamo all’italiano, poi ancora allo spagnolo. Dobbiamo andare al supermercato a comprare gli yogurt, bisogna sapere il numero esatto di malati. Lo fa ogni domenica. Usciamo dall’ospedale con un pick-up abbastanza disastrato e malconcio, lui alla guida, Wynn al suo fianco ed io dietro. C’è tanta gente per strada, Padre Rick mi spiega che è un momento molto difficile, perché è in atto la distribuzione del riso, ma non basta mai per tutti e così si verificano episodi di violenza. Un sacco da venti chili costa venti dollari, il prezzo della pasta è inferiore, a parità di carboidrati, è per questo che loro cucinano sempre pasta. Procediamo a passo d’uomo, perché al nostro passaggio la gente si accalca. Padre Rick si ferma, parla con tutti, lo fa in modo pacato. A un certo punto Wynn scende dalla vettura, tempo pochi minuti e un gruppo di bambini inizia a salire sul vano di dietro. Sono undici in tutto, e Wynn sale insieme a loro e prosegue il viaggio in piedi. Ad Haiti si vive così. E questi bambini aspettano con ansia il passaggio di Padre Rick la domenica pomeriggio…
Giungiamo al supermercato e ci mettiamo a contare cento bottigliette di yogurt, riempendo tutto il carrello. Arriviamo al reparto frigo vicino la cassa, dobbiamo prendere i gelati per i bambini che ci aspettano fuori. Ne abbiamo presi quattordici, e tutti insieme ci siamo messi fuori, ognuno con la propria coppetta. Per questi bimbi è un appuntamento fisso, la domenica è festa perché Padre Rick li porta a prendere il gelato al supermercato.

Al nostro rientro, mentre percorriamo la strada che costeggia il Saint Damien, tre ragazzi ci affiancano, e parlano animosamente con Padre Rick. Ci accompagnano per tutto il tragitto, salutandoci e ringraziandoci soltanto davanti all’ingresso dell’ospedale. Hanno chiesto aiuto al sacerdote: una donna è morta in un altro ospedale e loro non hanno soldi per fargli il funerale. Padre Rick li rassicura, domattina manderà una macchina a prendere la salma. Ad Haiti tutto è un problema, anche i cadaveri, ma lo capirò soltanto nei giorni successivi.
E’ seguito quindi un meeting con gli altri cooperanti sul tema della sicurezza. Hanno parlato della difficile situazione di Cité Soleil, una delle baraccopoli più povere di Port au Prince. Dieci giorni fa è stato ucciso un cantante, Felix, molto amato dalla popolazione per il suo impegno a favore dei poveri. Quando la fame prende il sopravvento la lotta diventa impari e non ci son più né buoni né cattivi, ma tutti sono in pericolo, alla mercé della disperazione. Questa sera è arrivata dall’Italia anche Valeria, una ragazza della Fondazione Rava, e si è messa in tenda con me e con la dottoressa, che nel frattempo ho scoperto chiamarsi Irene, avere 31 anni, ligure di origini ma vive e lavora a Parigi da anni.

KENSCOFF

Stamattina la sveglia è suonata presto, alle 5 in punto. Destinazione? Orfanotrofio di Kenscoff, sulle montagne, due ore per raggiungerlo. La strada per la maggior parte dei tratti è asfaltata, al di là dei tornanti vertiginosi. Incontro tanti bambini che vanno a scuola. Tutti con vari tipi di uniformi: le ragazzine con le gonne a pieghette blu e camicetta celestina, oppure a strisce bianche e blu. Alcuni hanno i grembiulini tinta unita, beige o verde scuro. Sembrano dei bambolotti. Il paesaggio è molto difforme, a volte è la vegetazione a farla da padrone, con colorazioni intense di verde, per me nuove. Perché ci sono tonalità che l’occhio occidentale non è in grado di rilevare. Di tanto in tanto compaiono agglomerati urbani, con capanne e semi-baracche adibite a negozi. Ho visto panni appoggiati sui tetti, oppure stesi sulle piante: ad Haiti hanno anche un modo tutto loro per fare il bucato. Più saliamo più scompaiono anche i taptap, e rimangono soltanto le moto a percorrere le strade dissestate. Ad un certo punto ci ha superato una motocicletta con tre ragazzi carichi di bidoni d’acqua. Ma l’aspetto più divertente di questa escursione è il mio driver, Briniol: siamo soltanto io e lui, e lui parla solo creolo. Eppure ci intendiamo. Mi ha mostrato Petionville, Peguyville, ed anche la casa del presidente Martelly. E’ fantastico capirsi al di là dell’idioma.
Giunti a destinazione Briniol mi fa scendere, mi avrebbe aspettato fuori. Entro e mi trovo davanti quattro ragazzi che mi guardano incuriositi. Faccio un lungo sospiro e tiro fuori il meglio di me: “Bonjour, je suis Romina je suis italienne”. Non apprezzano però lo sforzo titanico che ho appena compiuto nel proferire sette parole in francese, e si limitano a sorridere. Ci sono dei cartelli che indicano di scendere, a sinistra, per l’école . Intravedo movimento in fondo, riconosco dei grembiulini. Così accelero il passo, faccio le scale due a due e, giunta nel piazzale, mi trovo di fronte ad una cerimonia. Tanti, tantissimi bambini, tutti disposti ordinatamente in riga, cantano l’inno nazionale. Ho un debole per le bambine con le treccine ed i fiocchi in testa, sono i soggetti che immortalo con più piacere.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Poi pian piano, riga dopo riga, la composizione si scioglie ed i bambini, dai più grandi ai più piccoli, iniziano a fare il loro ingresso nella struttura, per il loro primo giorno di scuola. Intravedo una suora e subito mi avvicino, riaziono il meccanismo e ripeto la filastrocca del “Je suis Romina, italienne..” ma lei mi blocca: parla italiano. Suor Almerance appartiene all’ordine della salesiane ed ha vissuto cinque anni in Italia, ecco spiegato l’arcano quanto mai piacevole mistero. Mi fa visitare l’orfanotrofio Kay Saint Helene: trecento bambini vivono permanentemente qui, trecentocinquanta invece appartengono alla comunità circostante e ne frequentano la scuola e la mensa, così hanno un pasto sicuro ogni giorno e la possibilità di studiare. Una cinquantina sono orfani del terremoto. Suor Almerance mi mostra alcuni appezzamenti di terreno in cui sono stati piantati semi e piante per l’autosostentamento dell’orfanotrofio e per insegnare ai bambini come coltivare la testa. Poi mi lascia nelle mani di Jean Antoine, un ragazzo che conosce sia l’inglese che lo spagnolo. Orfano anche lui, è cresciuto in questo posto, poi è andato a studiare elettrotecnica a Port au Prince ed ora è tornato qui e lavora come elettricista. Ho trascorso una piacevole mattinata ed ho scoperto una bellissima realtà. Sono rientrata al Saint Damien in tempo per il pranzo. Nel pomeriggio Roseline, mia guida ed interprete, mi ha fatto visitare l’ospedale, realizzato grazie al determinante contributo dall’Italia. Mi ha mostrato anche il nuovo reparto maternità e neonatologia, dove nascono in sicurezza quindici bambini al giorno. Ho la sensazione di aver varcato uno spartiacque e difficilmente tornerò indietro. E’ iniziata per me una nuova avventura, con uno schedule day da rispettare, una lingua che non mi è affatto ostile: c’è una realtà parziale e mi chiedo se combaci con il vero volto di Haiti. Che è quello di Daphney, che da quando non le ho dato i cinquanta dollari per il suo compleanno è sparita. Ed è quello di Jhonny, che oggi per la seconda volta mi ha caricato di 5 HDG il cellulare, così posso rispondere ai suoi messaggi.

Prima puntata QUI
Seconda puntata QUI

Le macerie di Haiti (2/5)

Diario di Romina Vinci – Mi sveglio presto qui ad Haiti. Perché il tempo è scandito dalla luce del sole, e così, già alle sei del mattino, la mia stanza è illuminata a festa. Raggi inebrianti si accaniscono sul mio letto (non ci sono né persiane né tapparelle), riaccendendo in me la percezione di caldo asfissiante e di arsura che la notte – apparentemente – cela nelle sue tenebre. Sono in piedi già da svariate ore, chiusa in camera nella mia postazione web tutta intenta ad inviare mail proponendo reportage vari ed eventuali quando, ad un certo punto, mi sento chiamare. Stacco gli occhi dal pc, guardo dinanzi a me, oltre la finestra, oltre il terrazzo, e vedo comparire Daphney, tutta pimpante, percorrere la strada perpendicolare alla Delmas principale e che termina proprio all’angolo della sede dell’AUMOHD. E’ venuta a prendermi, e mi ha portato una baguette e un succo di frutta. Quando mangiare diventa un lusso, e da queste parti lo è, non ci si formalizza affatto sui capisaldi di una corretta alimentazione. Ed allora altro che cornetto e cappuccino, anche un panino imbottito di cipolla, e di pomodori lavati con chissà quale acqua, diventa il pasto più buono del mondo alle dieci del mattino, e a stomaco vuoto.

E’ stata carina Daphney anche se, ripensandoci, ieri le avevo dato 50 dollari da cambiare, e non mi è tornato in tasca neanche un gourdes. Insomma, l’ha pagato con i miei soldi, ma il pensiero è sempre ben apprezzato. Si è fatta accompagnare dal parrucchiere, perché domani è il suo compleanno e vuole farsi la tinta rossa. Credo che abbia pagato ancora con i miei soldi, ed oltretutto non le sono bastati, e infatti mi ha richiesto altri cinque dollari americani.

Soldi a parte è un’altra la nota dolente che mi affligge: il mio piede destro. Credo che si sia insaccato, perché mi fa tanto male, fatico a poggiarlo a terra, e camminare è una tortura, un’autentica sofferenza, passo dopo passo. Non ho svelato a nessuno in Italia questo pasticcio che ho combinato, rischierei di farli preoccupare oltremodo. L’unico con cui mi sono sfogata è stato Fabrizio, il mio tutorial/cicerone a distanza i cui consigli, nel corso di questi giorni, si sarebbero rivelati più importanti di un kit di sopravvivenza. Fabrizio vive in Messico da dieci anni, anche lui si sloga spesso la caviglia e, a suo dire, non è grave, nel giro di due-tre giorni passerà tutto. Lo spero tanto.

COIFFEUSE

La parrucchiera si trova quasi all’ingresso della bidonville di Delmas, poco distante dalla sede AUMOHD, ci siamo arrivate a piedi, con mio sommo piacere. Il suo negozio è un piccolo cubo di cemento pieno di crepe, posto leggermente al di sotto del livello della strada. C’è un lavabo all’angolino sulla sinistra, a fianco due caschi arrugginiti per la permanente, e davanti uno specchio che in orizzontale occupa la maggior parte della parete, ma è stretto in altezza. A completare l’arredamento qualche mensola e tre sedie. Al lato destro invece c’è un box di legno con dei cuscini adibito a panchina, dove sono seduta io ora. La parrucchiera è una ragazza della nostra stessa età, ha i capelli raccolti con un mollettone di plastica rosso e dei grandi orecchini a cerchio traforati che le incorniciano il viso. Manca acqua corrente in tutto Delmas, ed anche la sua attività non smentisce la regola. C’è un bidone al fianco del lavabo, dal quale lei prende acqua con una bacinella, per fare lo shampoo. Nel momento in cui sto scrivendo c’è un ragazzo sull’uscio. T-shirt bianca, calzoncini grigi con cavallo calato, è a piedi nudi. Lo osservo con la coda dell’occhio e vedo che anche lui mi sta guardando, chissà cosa pensa, forse si chiede come io possa esser finita lì dentro. Mi porgo la stessa domanda.

L’ATTO DEL BERE

Ad un certo punto la parrucchiera si allontana dal negozio, per rientrare poco dopo con due bustine d’acqua, una per me, l’altra per lei. Finalmente, al terzo giorno, sono riuscita a prendere in mano quest’acqua “impacchettata” che è tanto in voga qui. Ma è sorto immediatamente il problema, come si usa? Daphney era sotto il casco della permanente e parlava al cellulare con il suo fidanzato, non badava affatto a me. Così ho cercato la complicità della parrucchiera, la quale, appena capito il mio problema, è scoppiata in una bella risata. Mi ha mimato il gesto di rompere l’angolino della busta con i denti, per creare un foro. L’ho fatto, ed ho iniziato a “ciucciare” l’acqua. In teoria è sigillata, quindi no problem, è sicura ed è potabile da questo punto di vista. Ma come la mettiamo con il contatto della bocca con l’esterno della bustina? Meglio non pensare al numero di mani che l’avranno toccata prima di arrivare a me… insomma, per l’ennesima volta l’igiene è andata a farsi friggere.

Seduta dalla mia postazione osservo l’andirivieni di persone fuori in strada, voglio provare a carpire come si sviluppi la vita da queste parti e così, per un po’, mi allontano dal negozio per fare delle foto. Daphney continua la sua conversazione telefonica, così io mi rivolgo alla parrucchiera mimandole l’atto di camminare, le indico la macchinetta che avevo al collo ed esco senza aspettare un suo gesto. E’ la prima volta che vado in giro completamente sola. Al termine di un cunicolo stretto stretto trovo una signora intenta ad allattare la sua bimba, cerca di avvicinarmi chiedendomi qualcosa. Io all’inizio mi impegno con quei pochi mezzi di francese che ho a disposizione per venire a capo della conversazione, ma capisco subito che non è per niente difficile, perché non esistono barriere linguistiche quando si conosce soltanto il linguaggio dei soldi e così, tempo cinque minuti, la saluto dicendole che non ho nulla. Una cosa è certa: ad Haiti, da sola, non vado da nessuna parte purtroppo. Parlando una lingua diversa, e senza l’apporto di un interprete, non sarei mai riuscita ad abbattere il muro di distanza che si innalza tra me bianca (e “ricca”) e loro neri (e “poveri”) .

Maturando questa amara constatazione torno al punto di partenza. Mi fermo un po’ sulla porta a scrutare ciò che mi circonda quando arriva un ragazzo che – magicamente – parla abbastanza bene inglese. Così iniziamo a conversare. Ha due figli piccoli e sta aspettando che escano da scuola. Non ho ben capito però quale sia il suo lavoro, perché va subito al sodo: mi chiede se ho abbastanza soldi per pagargli il biglietto aereo, sarebbe venuto in Italia con me, lasciando qui figli e moglie… cosa non si fa per amore!
E’ l’una passata quando la parrucchiera termina anche la messa in piega, e così facciamo rientro alla sede di AUMOHD. Per strada Daphney cammina tutta impettita, credo che si senta ammirata da tutti per il suo nuovo look. Io invece, da parte mia, continuo a contare i passi, visto che il dolore al piede non accenna a diminuire.

LA DIVINA PROVVIDENZA

Camminare per Port au Prince, e non solo per la bidonville, significa camminare tra le macerie, tra palazzi crollati e altri che stanno crollando. Sono questi ultimi a destare in me forte preoccupazione. Perché quando cammini, e hai la sfortuna di incrociare una macchina o una moto, hai meno di un secondo per scegliere: rimanere nella tua posizione e farti investire da loro, visto che non sono intenzionati a deviare il loro cammino, e quindi morire di una morte certa. Oppure spostarti, proprio sotto quei palazzi diroccati e fatiscenti, confidando che il buon Dio che non faccia arrivare una nuova scossa in quel momento. E quindi avere almeno l’incertezza della morte. Io prediligo questa seconda strada, anche perché non credo di aver tanta scelta!

Rimaniamo un’oretta in camera ed io approfitto di uno sgabello per tenere il piede all’insù: la caviglia sta assumendo una colorazione violacea che non mi rassicura affatto. Poi usciamo di nuovo, direzione market (non posso continuare a fare lo sciopero della fame e della sete, oltre all’apparente esilio volontario). A piedi raggiungiamo la rue Delmas e prendiamo il fantastico TapTap. I TapTap sono dei graziosi furgoncini, scassati e colorati, adibiti a trasporto pubblico. Li fermi, ti fanno salire, e quando sei arrivato a destinazione basta bussare energicamente con le nocche delle mani sulla lamiera che li riveste per prenotare la fermata, facendo appunto “Tap Tap”. Salire su questi camioncini però è un’impresa, lo sanno bene le corna che non ho, ma che ho sbattuto costantemente sui ferri di metallo quando sono salita, quando sono scesa, quando sono risalita, e quando sono riscesa. Insomma, è vero che sono un po’ tarda a capire, ma qui non c’è una cosa, e dico una, dotata di un minimo confort.

DAPHNEY

Stare con Daphney è strano, perché non riusciamo a parlare , eppure sta sempre con me. Il punto però è che con i soldi se ne sta approfittando, e forse anche troppo. E’ vero infatti che ieri mi ha portato a pranzo a casa sua, però è anche vero che io le ho fatto cambiare 50 dollari, e non li ho visti. Idem per i 50 dollari che le ho tirato fuori il primo giorno. Superfluo precisare che al club ha pagato lei per tutti, con i miei soldi ovviamente. Prima, mentre parlavo su Skype con i miei, lei aveva aperto l’armadio dove ho poggiato la valigia e lo zaino, non voglio dire che avesse intenzione di frugare, anche perché l’ho fermata in tempo, rimproverandola. Poi siamo andati a cambiare di nuovo il denaro, prima di fare la spesa, e questa volta le ho fatto credere di avere solo banconote da un dollaro, e a quanto pare sono bastate, persino avanzate, per le mie compere. Cosa significa? Che devo darmi una regolata, anche perché se continuo così questi mi spennano, e sono solo tre giorni che sono qui.

THE STORM

Facciamo appena in tempo a rientrare a casa che si scatena una violenta tempesta, ed il cielo così offuscato amplifica l’idea di degrado che percepisco in ogni dove e in ogni quando. Verso le 17.30 decidiamo di spostarci a casa di Daphney, e per farlo lei chiama il nostro driver “di fiducia”, quello che con la sua moto ormai ci scarrozza dappertutto, e che si sta arricchendo alle nostre – pardon mie – spalle. Questo giochetto infatti è abbastanza remunerativo per il fortunato centauro: 20 dollari haitiani a tratta.
Piove a dirotto, e ad ogni curva temevo di finire a terra, di piombare sul fango mettendo ko anche l’altra gamba. Invece fila tutto liscio. Sta già calando la sera quando arriviamo a destinazione. Le sorelle di Daphney ci accolgono senza troppa enfasi, sono sedute sul letto a vedere la televisione, e ci aggiungiamo anche noi. Credo che anche la tv sia un bene di consumo non accessibile a tutti, l’ho intuito dal fatto che più di qualcuno è entrato e, per un po’, si è inserito all’interno di questo quadretto familiare così estraniante dal mio punto di vista. C’è un momento addirittura in cui siamo in nove seduti su quel lettone, tra bambini, mamme e non meglio dichiarate terze presenze.

CHUCK NORRIS

La piccola televisioncina è l’unica fonte di luce nella stanza (visto che non esistono lampadine) e trasmette le avventure di Chuck Norris, in francese. Non posso fare a meno di pensare alla vita che queste persone conducono e mi trovo a giudicare il loro non fare niente, biasimando quell’apatia che li contraddistingue, quel fermarsi ed osservare il tempo che scorre, senza intervenire, senza dire la propria, senza alcuna volontà di riscatto. Come fanno ragazze di venti-venticinque anni, a non aver una occupazione? A passare la maggior parte del proprio tempo chiuse in una stanzetta di quattro metri quadrati, senza luce, alternando il dormire alla tv? I bambini non smettono neanche per un secondo di girarmi intorno chiedendomi soldi, io scuoto la testa decisa, a volte anche infastidita, eppure le mamme non fanno nulla per richiamarli anzi, è come se ne avvalorino le richieste. Non è con l’elemosina che si va avanti, e non sarebbero stati i miei due tre dollari a cambiare le loro vite.

Tutto il contesto che si è venuto a creare mi fa sentire abbastanza a disagio, anche perché non riesco a capire nulla dei loro discorsi. Dopo un po’ arriva Jhonny, e finalmente mi tranquillizzo un po’, quanto meno ho un interlocutore con cui scambiare due parole. Jhonny mi racconta alcuni aneddoti del suo lavoro nel fastfood, di come a volte faccia turni anche di dodici ore per una paga misera che sovente tarda ad arrivare. Parliamo di Michel Martelly, il nuovo presidente chiamato a sollevare le sorti di Haiti ma su cui lui, a differenza di molti suoi amici, non nutre tante speranze. E poi fa leva sulla sua fede, una fede pura, basata sulla lettura delle Sacre Scritture, di quella Holy Bible che in molti nel mio paese – io per prima – non hanno mai letto in versione integrale. Nel frattempo intorno a noi si è creato molto movimento, la stanza è un andirivieni di persone, e io non riesco a capire il fine ultimo di quel girovagare.

BLACK OUT

Tutto d’un tratto sento un forte tuono, la tv si spegne di colpo e così anche la poca luce che emanava si dissolve. L’oscurità ci sommerge. Il buio del buio fa paura. Razionalmente la situazione è terrificante, io tengo le mani ben salde sulla borsa, con la destra cerco di aprire la cerniera per prendere la mia torcia tascabile, la sinistra invece la muovo in su e in giù, quasi a fare da scudo ai movimenti dell’altra. Jhonny continua a dirmi di stare tranquilla, e che per loro è normale non vedere niente a un palmo di distanza. Io provo a mascherare la mia inquietudine, ma temo di non esserci riuscita.

Lui mi chiede il numero di Evel, lo chiama spiegandogli la situazione e gli chiede se può venirmi a prendere. In meno di dieci minuti Evel arriva, Jhonny mi prende la mano e mi guida nel buio, attraversando la stanza per trovare l’uscita e raggiungere la strada. Nelle tenebre i fari accesi del pick up di Evel sembrano gli occhi di un gatto nero che ti folgora al suo passaggio. Saluto Jhonny in tutta fretta, senza neanche ringraziarlo. Per salire nell’auto tento di usare la gamba sinistra, con tutte e due le mani afferro la maniglia posta sopra lo sportello per darmi la spinta con le braccia e far forza fino ad arrivare all’alto sedile, ma qualcosa va storto perché sento un dolore acuto provenire dalla gamba malconcia. Oltretutto capisco di aver messo il piede dolorante dentro una pozzanghera che deve essere profonda perché subito sento il calzino bagnato.

IL POLLO MANCATO

Oggi la giornata ha preso una piega diversa dalle precedenti. Questa mattina ho chiesto a Evel di intervistarlo. Volevo anche vedere questo fantomatico “quartiere dei ricchi” di cui più di qualcuno mi ha parlato. Lui mi ha dato la sua piena disponibilità, l’intervista a mezzogiorno, e poi mi avrebbe portato in giro. Subito chiamo Daphney, le faccio gli auguri (oggi è il suo compleanno), e le dico che ci saremo viste direttamente nel pomeriggio, perché la mattina avevo da lavorare con Evel. Forse lei non capisce, o fa finta di farlo, fatto sta che dopo un po’ si presenta nella mia stanza, dicendo che dovevamo andare al supermercato a comprarle il regalo. La sera prima, mentre eravamo sedute tutte sul letto di casa sua e la tv trasmetteva Chuck Norris, ha iniziato a dire che si aspettava da me un bel regalo, e che voleva un chicken, il pollo.

A me è sembrato un po’ strano lì per lì, l’ho chiesto anche a Jhonny cosa significasse, perché se si trattava di comprare un qualcosa da condividere con il resto della famiglia beh…mai regalo sarebbe più indovinato. Jhonny però tergiversava sulla cosa, e si limitava soltanto a dirmi che il “chicken” è molto grande. Che volesse fare una festa per sfamare tutto il quartiere a spese mie? Tuttora continuo a non avere idea. Perché camminando per strada mi è capitato in più di qualche occasione di vedere persone che portavano per le zampe galline a testa all’ingiù, ma non credo che un bipede di quella dimensione possa costare un occhio della testa!

Daphney invece sostiene che ci vogliano almeno 50 dollari per comprare il suo regalo. Mi fa vedere la lunghezza con le mani, altro che gallina, sembra una porchetta intera. Le faccio presente che ne ho soltanto 20 di dollari e devono bastarmi fino a domenica. Lei allora ridimensiona la dose, mi dice di dargliene 10 e sarebbe andata a fare la spesa da sola, ma io a quel punto mi rifiuto. Non mi piace questa gara al ribasso, le avrei comprato qualcosa da sola, magari facendomi consigliare da Evel. Se ne va via a testa bassa, triste, c’è rimasta molto male. Forse sono stata crudele, però non mi fanno impietosire queste persone, perché non si vive nella perenne elemosina. Non c’è futuro.

ALLA SCOPERTA DI PORT AU PRINCE

Evel è schierato in prima fila per combattere questa forma mentis acerba che chiude la sua gente nel vicolo cieco della sussistenza. E’ molto in gamba lui, ho capito però che ha una concezione del tempo tutta sua. Il nostro appuntamento infatti si è posticipato alle 15. L’intervista è durata tre quarti d’ora abbondanti, 45 minuti in cui ho fatto domande e ricevuto risposte esclusivamente in inglese: bene bene. Dopo mi ha chiesto se volevo andare con lui e Gaelle, la sua segretaria, al quartiere di Petionville. “E’ un giro breve”, mi assicura. Talmente breve che è durato cinque ore.

Abbiamo girato Port au Prince il lungo e il largo. Dove non è passato il terremoto è rimasta un’estrema povertà sub-esistente. Tante troppe baracche, tante troppe macerie, tanto troppo degrado. Mi portano in downtown (il centro della città che se non altro può vantare di avere la maggior parte delle strade asfaltate), a vedere quel che un tempo era il palazzo presidenziale, progettato su modello dell’Eliseo, e che è crollato su se stesso il pomeriggio del 12 gennaio 2010. Poi l’asfalto torna a lasciare il passo al terriccio, alle buche, ai sassi. Facciamo una breve sosta in AUMOHD, poi di nuovo in strada, per accompagnare a casa due vecchietti. Condotti a destinazione prima l’uno e poi l’altro, ci fermiamo dinanzi ad una banca e sale una ragazza. Ho capito soltanto successivamente che si tratta di un’impiegata sprovvista di macchina e ogni giorno chiede a qualcuno di accompagnarla a casa.

Abita nella municipalità di Peguyville, non il quartiere ricco a cui io faccio riferimento, ma in ogni caso benestante, già solo perché ci sono le case. Il problema è che, essendo un posto “agiato”, tutti hanno le macchine e quindi ci abbiamo messo quasi due ore, intrappolati nel traffico, per fare pochi chilometri. Ripeto e ribadisco che attraversare questi posti di notte è assurdo, la gente si riversa per strada, le strade pullulano di persone che non si vedono, perché nero su nero si mimetizza, gli incidenti si sfiorano ad ogni passo d’uomo, perché quando attraversano la strada i pedoni si vedono – e si cercano di evitare – soltanto all’ultimo momento.

UN: UNIT NULLE

Se c’è una cosa che mi ha lasciato riflettere più di tutti però è il forte risentimento che Evel nutre per la MINUSTAH, la missione dei caschi blu dell’Onu iniziata nel 2004 e che tanto ha fatto parlare di sé per violazioni e abusi sulla popolazione locale, ritenuta persino responsabile del propagarsi dell’epidemia di colera che ha devastato Haiti nell’ottobre 2010. Già nel corso dell’intervista Evel non aveva celato le sue titubanze ed anche lo sdegno nei confronti dei soldati. Poi per strada ci siamo imbattuti in un mezzo del Brasile, ed è stata la fine. Perché la camionetta pretendeva che gli si facesse spazio per raggiungere l’altra carreggiata della strada. Evel ha iniziato ad inveire e a scalpitare urlando: “Che cosa volete? Che cosa fate? Qual è il vostro scopo?”. Io comprendevo la sua ira, quel che lui non capiva però è che non ha senso prendersela con quei cinque ragazzi, non erano certo loro ad aver scelto di venire qui.

Per un attimo però ho avuto paura, perché quei militari erano armati con arma lunga, la lotta era impari, ma non si sa mai. Anche l’impiegata di banca seduta al sedile posteriore confermava le parole di Evel, dicendo che i caschi blu vengono ad Haiti soltanto per prendere soldi e andare in giro con macchine lussuose, ma che in concreto non fanno nulla per aiutare la popolazione. UN significa Unit Nulle mi ha detto Evel, sostenendo che gli haitiani li hanno soprannominati così. Insomma, una missione di pace che genera solo scontento: cambiano i posti, cambiano gli scenari e cambiano gli angoli disperati del mondo, ma il claim resta sempre lo stesso. They do nothing.

ALLARME FUNESTO

Si sono fatte le 21 intanto quando stiamo per tornare alla sede dell’AUMOHD, Evel mi chiede se voglio andare a casa di Daphney, ma dico di no. E’ tardi, avrei costretto anche lui ad aspettarmi, e poi per far cosa? Ho provato a chiamarla più volte nel pomeriggio, ma non mi ha risposto.
Così Evel mi riaccompagna a casa, mi saluta, ci diamo appuntamento all’indomani e poi va via. Alle 22.30 succede quel che non mi aspetto. La connessione internet si interrompe, ed inizia a suonare un allarme. Un misto tra incredulità, tensione e terrore mi assale. E se fosse entrato qualcuno? Se qualcuno stia frugando giù nello studio di Evel? Cosa faccio io? Sale in me la paura, il cellulare è scarico non posso chiedere aiuto. Per non saper né leggere né scrivere mi chiudo a chiave in camera. La finestra è aperta, ma le grate di ferro sono chiuse, dovrei essere protetta. Ma cosa faccio? In teoria se si tratta di un allarme Evel dovrebbe essere avvisato via cellulare, altrimenti che allarme è, suona e basta? Certo che i connotati per un film dell’orrore ci sono tutti: io sola, in un posto dimenticato da Dio, senza punti di riferimento, senza telefono e senza via d’uscita. La ragione mi invita ad allontanare tutti questi pensieri apocalittici: potrebbe semplicemente essere saltata la corrente. Ma in questi casi cosa si fa? Dovrei prendere la torcia, scendere giù e raggiungere l’impianto della corrente posizionato sotto le scale, cercare l’interruttore e vedere se è tutto apposto o meno. Troppo difficile. Anche perché Evel mi aveva detto che questo posto è sicuro, e che di notte c’è la vigilanza. Ora mi chiedo: dove sono i vigilantes? No, ho deciso, rimango chiusa in camera, non esco neanche per andare in bagno. Cercherò di addormentarmi con questo rumore, non fa niente, in fondo basta farci l’orecchio.

Link Prima Parte de Le macerie di Haiti