Note di Diego Lucifreddi. Il terremoto delle grandi occasioni

di Diego Lucifreddi

Il terremoto è una grande occasione per il nostro paese, ci dice Micaela, la signora haitiana che abbiamo intervistato ieri. E’ l’occasione per ripensare la struttura del paese dalle sue fondamenta.
L’allusione però è limitata all’urbanistica e all’ambiente, perché nonostante qui sia caduto l’establishment con tutti i suoi palazzi, l’idea di una ricostruzione che comprenda la società nella sua interezza sembra difficile.
Alla preoccupazione cronica degli haitiani per riempirsi la pancia e guadagnare un minimo di denaro, dopo il sisma si aggiunge quella di ristabilire una vita se non proprio normale, almeno stabile. Gli adulti coscienziosi stanno cercando un lavoro, mentre i giovani tornano alla propria rete di amicizie e si danno nuovi punti di riferimento geografico, sia solo per fare una doccia o ricaricare il cellulare.
Ora più che mai, l’ossessione è quella di tamponare compulsivamente i bisogni primari – e l’aiuto esterno ci sta riuscendo bene – ma a pochi sembra importare che nei campi d’accoglienza le baracche costruite nel fango saranno portate via dalle piogge di aprile. Presto si creerà un’altra emergenza e di nuovo ci si troverà senza una risposta, pronti a aspettare un nuovo aiuto.
Questo terremoto ha dimostrato che tutti sono vulnerabili, i poveri come i ricchi e anche i  politici, che sono stati costretti a avvicinarsi al popolo, nel vero senso della parola, con cui condividono lo stato di indigenza e l’inattività.

L’ennesima catastrofe caduta sul paese ha messo in  moto un processo di delegittimazione irreversibile di tutta la classe dirigente autoctona a cominciare dal presidente Prevert che può solo prendere atto della situazione e limitarsi agli appelli tra il politico e il religioso.

Gli aiuti cadono come la manna dal cielo, abbondantemente ma senza una pianificazione, manca un interlocutore credibile che incanali i copiosi flussi di denaro, forse tra la popolazione di Haiti non lo si è cercato abbastanza, e il governo USA ha pensato di risolvere il problema sovrapponendo la sua istituzione più razionale, cioè l’esercito. Nonostante questo gli americani non sono riusciti a evitare le critiche sulla lentezza e l’eccessiva burocratizzazione del loro intervento fino alle denunce di corruzione.

La funzionalità dello stato haitiano è stata abbattuta e la macchina americana ne ha occupato tutti gli apparati. Ma se questo ha dato dei vantaggi dal punto di vista pratico, l’efficacia dei smistamenti risente della mancanza di un’autorità locale che conosca bene territorio e popolazione.

Si è creata la situazione per cui chi vive nei campi per i sfollati è favorito dalla distribuzione diretta, mentre chi non e’ nell’occhio del ciclone ha difficoltà a accedere ai sacchi di riso e alle medicine.

Anche il rapimento dei bambini e le facili adozioni sono il frutto della scomparsa dello stato, che come il capitano di una nave che affonda, ha lanciato il si salvi chi può.

Il prete nella messa della domenica ha fatto appello alla fratellanza e alla carità per superare la catastrofe, mentre i battisti, comunità ben presente a Port au Prince, erano impegnati a agitare le mani al cielo, cantare e cadere in trance. Durante le celebrazioni del primo mese dal sisma, si sono ripetuti varie volte messaggi di unità tra le due confessioni, chiamate a un ruolo di aggregazione che vada più in là dei canti e dei balli.

Il terremoto ha colpito anche le forze sociali organizzate, i sindacati e le associazioni per i diritti umani che a Haiti sono sempre stati sotto minaccia e ripiegati in una posizione di difesa.

Adesso sono impegnati a sopravvivere e stanno tentando di stabilire un sistema di distribuzione degli aiuti parallelo in grado di coprire le parti dimenticate della popolazione. Data la carenza delle forze politiche istituzionali, da loro potrebbe venire un progetto di nuova nazione, anche se è molto molto difficile.

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