Haiti un mese dopo: pioggia, inquietudini e speranze a Port au Prince

Articolo di F. L. riportato dal settimanale Carta del 19 gennaio 2010.

Il presidente di Haiti, René Preval, ha decretato lo stop di tutte le attività economiche ed educative nel paese per venerdì 12 febbraio, giornata di lutto nazionale per le 220mila vittime del terremoto che ha colpito la capitale Port au Prince il 12 gennaio scorso cambiando il destino di un popolo che da sempre è abituato agli sconvolgimenti drastici causati dalle vicissitudini della storia e della natura, dalle forti ingerenze postcoloniali di francesi, americani e brasiliani, così come da uragani e terremoti. Mentre le cifre sulle vittime e gli sfollati cominciano a stabilizzarsi a livelli impressionanti (un milione duecentomila persone vivono in rifugi provvisori o per strada e solo il 25% dispone di “materiali d’emergenza” come tende e materassi) e i media internazionali propiziano il lento spegnimento dei riflettori puntati sull’isola de La Hispaniola, sulle cui coste sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che è oggi divisa tra la Repubblica Dominicana e Haiti, il popolo haitiano vive ancora in uno stato di grave emergenza. Ogni sera Preval parla in diretta TV alla nazione da una tenda in cui si tiene una conferenza stampa per informare sulla situazione e cercare di confortare in qualche modo gli ascoltatori. E’ una delle poche azioni possibili in questi momenti dato che lo Stato è praticamente bloccato e atterrato in seguito alla morte di molti funzionari pubblici e alla distruzione fisica di quasi tutti i ministeri e del Palazzo nazionale.

A un mese dal catastrofico sisma di 7,3 gradi della scala Richter che ha praticamente raso al suolo la città di Leogane, che si trova vicinissima all’epicentro del sisma proprio a pochi chilometri dal centro della capitale, e che ha distrutto o danneggiato gravemente circa l’80% degli edifici della stessa Port au Prince, il paragone con un panorama postbellico e l’idea di un formicaio sempre brulicante e in costruzione sono forse le immagini più adatte per descrivere la vita e la gente qui ad Haiti. Basta camminare per la strade di Delmas, il quartiere periferico in cui mi ospitano gli avvocati dell’Aumohd (Associazione di Universitari Motivati da un’Haiti dei Diritti), un’associazione di difensori dei diritti umani che lavora nei quartieri disagiati e nelle carceri, per rendersi conto che la gente vive alla giornata cercando continuamente cibo, acqua, denaro, spazi, tende, lavoro, contatti e aiuti della solidarietà internazionale spesso difficili da ottenere nelle sovrappopolate periferie cittadine.

Molti supermercati e mercati coperti sono stati distrutti dalle scosse del terremoto e i pochi rimasti aperti non costituiscono un gran conforto per la gente comune dato che i prezzi del cibo e degli altri prodotti in genere sono proibitivi, quasi a livelli europei. In questi empori non è difficile incontrare soldati e giornalisti canadesi o americani in cerca di scatolame, pesce, verdure o lattine di birra, tutti beni introvabili nei mercati di quartiere e nelle bancarelle per la strada che si caratterizzano per la scarsa varietà e qualità degli alimenti in vendita: cipolle, aglio, pasta, riso, fagioli, dadi per il brodo, peperoncini, pane, a volte i pomodori e con un po’ di fortuna del pollo e della carne di dubbia provenienza e poco più. Negli accampamenti c’è anche l’abitudine di mangiare la carne di gatto.

Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano ora parzialmente rientrate, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione degli uragani, prevista a partire da aprile, con il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, il caldo asfissiante e il proliferare di zanzare che da sempre le caratterizzano. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando. Alcuni di questi ospitano oltre tremila persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano alcuni maiali.

Qualche giorno fa abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere tutti i giorni tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fanghiglia e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione per gli spazi in cui si dorme o dove s’istallano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.

Anche se a Port au Prince mancano ancora i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica, la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo e, per l’energia, i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina per alcune ore al giorno. In questo senso l’azione delle associazioni locali, spesso non legate al circuito delle grandi ONG e delle “multinazionali della solidarietà”, è molto importante nei quartieri marginali visto che, per esempio, la stessa Aumohd offre servizi gratuiti come la connessione a internet, la ricarica del cellulare, la disponibilità di spazi per le riunioni e per depositare prodotti di prima necessità e a volte anche pasti caldi alla gente del quartiere. Il presidente, Maitre Evel Fanfan, ha lanciato insieme all’organizzazione italiana Selvas.org una raccolta fondi per una piccola cucina comunitaria e per aprire un piccolo centro medico di quartiere al quale stiamo contribuendo direttamente anche noi italiani (siamo qui in due, io e l’amico Diego Lucifreddi).

Le informazioni su come supportare queste iniziative e sulla situazione ad Haiti si trovano in questi blog: http://prohaiti2010.blogspot.com e http://lamericalatina.net.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri. Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.

Il lutto nazional del 12 febbraio s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella centrale spianata di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si sono riuniti nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. Il rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri americani che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.

Foto di Fabrizio Lorusso, album: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

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