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Italia y las bombas en Yemen

bomba2 yemen.jpg[Fabrizio Lorusso – del diario La Jornada del 2 de febrero de 2018,] ¿Cómo las bombas fabricadas en Italia mataron a una familia en Yemen? Es el título de un video-reportaje publicado hace pocos días en el New York Times que ha causado revuelo en Italia, aunque sólo llegó a confirmar las denuncias que desde hace años reiteran las organizaciones pacifistas. “Italia repudia la guerra como instrumento de ofensa a la libertad de otros pueblos y como medio de resolución de las controversias internacionales; permite, en condiciones de paridad con otros estados, las limitaciones de soberanía necesarias para un ordenamiento que asegure la paz y la justicia entre las naciones; promueve y favorece las organizaciones internacionales dirigidas a tal fin”, reza el artículo 11 de la Constitución italiana, la cual ha sido violentada repetidamente.

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Haiti e l’industria della fame

Haiti food aid[di Fabrizio Lorusso (Twitter) da CarmillaUna versione estesa di questo articolo è contenuta nel libro La fame di Haiti, di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, edito da END Ed. di Gignod, Aosta (QUI prologo di M. Vaggi “L’isola dei non famosi”). In versione cartacea il testo è uscito anche sul numero 10 (nov. 2014) di (NRL) Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale, edita da Alegre, Roma, col titolo “Le macerie di Haiti, 5 anni dopo il terremoto”. Il numero attuale di NRL è dedicato a “nazionalismi, populismi di destra e razzismi”. Lo trovi qui e puoi leggerne una recensione su Carmillaqui. Sulle nuove e vecchie schiavitù e la migrazione dei lavoratori haitiani nelle coltivazioni di canna da zucchero della vicina Repubblica Dominicana segnalo l’uscita del bel libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà, Ed. Arcoiris, Salerno, 2015]

Aggiornamento introduttivo (12/01/2015). Gli effetti del devastante terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti furono e sono tuttora amplificati da una lunga lista di fattori storici, politici, economici e sociali. Continua a leggere

#NarcoGuerra Cronache dal #Messico dei #Cartelli della #Droga recensito su #ThrillerMagazine

Fabrizio LorussoNarcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della drogaSAGGISTICA – Odoya – Odoya library – 2015 – pagine416 – prezzo 20,00 euro –giudizio: eccellente Da Thriller Magazine

«Lo “stato fallito” è un concetto chiaro: quando uno stato è frazionato come questo, in cui le istituzioni sono altamente corrotte — e nel caso della polizia abbiamo una struttura di potere che opera come fosse un cartello –, allora stiamo parlando di uno stato che non ha capacità di reazione. Quando vedi che si contano migliaia di omicidi impuniti, che continuano a succedere e che nessuno indaga a riguardo, allora vuol dire che c’è uno stato che non ha la capacità di garantire la vita e la sicurezza».

Sono diversi i motivi per cui bisogna leggereNarcoguerra. Cronache dal Messico dai cartelli della droga, scritto da Fabrizio Lorusso (Ed. Odoya), e la curiosità o l’amore per il Messico è uno degli ultimi. In realtà, attraverso questa vera e propria enciclopedia sul narcotraffico contemporaneo in Messico che è frutto di anni di lavoro, oltre ad approfondire una realtà solo apparentemente lontana, scoprirete come funziona il mercato della droga non soltanto in quest’area del mondo, ma anche dietro casa vostra, tenendo conto che i traffici illegali stanno subendo un processo di globalizzazione proccupante e insidioso. Inoltre questo volume è ricco di numeri, dati, interviste, testimonianze, immagini, inserite sempre nel narrato con maestria, senza ridondanze: un documento di 416 pagine che vi faranno procedere in una lettura spedita e decisa a scoprire le interconnessioni tra droga, illegalità, violenza, fatti di cronaca.

Nell’interessantissima prefazione, Pino Cacucci elogia l’intento di questo lavoro di Fabrizio Lorusso, un pioniere — penso al suo precedente saggioSanta Muerte. Patrona dell’umanità (Stampa Alternativa): un unicum, senza dubbio, in Italia, il primo libro che ha trattato approfonditamente il culto della Santa Morte. Lorusso — giornalista, traduttore, professore all’Università del Messico – anche in questo colossale lavoro prosegue sulla scia di un’attività che si è sempre distinta per l’attenzione verso l’America Latina e i suoi problemi. Ecco cosa dice di lui Pino Cacucci:
«Leggendo i coraggiosi scritti di Fabrizio Lorusso (coraggiosi per il semplice e spietato fatto che lui, lì, ci vive e si espone alle eventuali conseguenze) riconosco me stesso come ero trent’anni fa: lodevole donchisciotte che, penna — o tastiera — in resta, affronta i mulini a vento dei todopoderosos di sempre, di ieri e di oggi… E in fin dei conti, oggi, mi appare come un’illusione il tentativo di informare gli altri sulla realtà, perché la sensazione è che tutti (be’, quasi tutti) se ne freghino, della realtà. Quindi, è un’utopia. Ma cosa saremmo, senza illusioni e utopie?».

Questo libro si fa leggere in diversi modi. O tutto di un fiato o con pazienza e dovizia, sottolineando e rileggendo i passaggi più importanti, o setacciando i capitoli che vi interessano. E allora potrete saltare da temi come la terribile strage degli studenti in Messico a capitoli dedicati alla cocaina, ai desaparecidos, al marciume di governi collusi, perfino ai femminicidi (e qui ricordiamo che il Messico è uno stato tristemente colpito: come leggerete nel testo, già nel 2003 si parlava, infatti, di oltre 300 femminicidi e 500 sparizioni per motivi di genere: le cifre sono più che raddoppiate in questi ultimi anni). Infine potrete divertirvi a curiosare i lessemi di unnarcoglossario, in chiusura, molto pittoresco. Dove scoprirete, ad esempio, che cos’è il Perico o Polvo«(lett. pappagallo o polvere) striscia di cocaina o cocaina in generale. Altri termini usati in spagnolo: el alacrán (lo scorpione),la blanca (la bianca), blanca nieve (biancaneve), harina (farina), nieve(neve)».

Bellissime, infine, le pagine dedicate a Ricardo Ravelo, un giornalista messicano specializzato in temi di sicurezza e narcotraffico, intervistato dall’autore nel 2014, la cui voce riportiamo in parte, a sintetizzare una situazione molto complessa che questo libro va a scandagliare nella sua totalità:

«La situazione caotica che vive il Paese è prodotto di un insieme di problemi, un problema multifattoriale che, però, ha le sue cause nell’indebolimento della struttura dello stato, nella corruzione politica, nel vincolo tra gli uomini di potere e certe strutture del crimine organizzato. Parallelamente, nel Paese la situazione economica degli ultimi dieci o venti anni è stata molto instabile e si sono create condizioni di povertà e abbandono sociale che hanno portato molta gente, per disgrazia, a organizzarsi per fini illegali. Di ciò se ne sono approfittate le organizzazioni criminali, che hanno trovato le condizioni perfette per potersi evolvere.
[…]
Tutta la polizia, al posto di essere al servizio della società, è finita al servizio del crimine organizzato. Si sono create “buste paga” parallele: ai poliziotti non bastava più il salario statale, e allora allo stesso tempo ne riscuotevano un altro dalla criminalità organizzata, cosa che succede ancora oggi. Cominciò a interessare maggiormente loro dare protezione al delitto, alla vendita di droga e alle attività omicide dei sicari, in cui sono coinvolti, e sequestrare persone, non più arrestarle, per portarle alle casas de seguridad, ai luoghi di prigionia, per interrogarle, estorcere informazioni e poi ucciderle. Quindi s’è generata un’orgia di violenza nel Paese, s’è perso il controllo».

Autore: Gabriele Basilica – Data: 7 settembre 2015

#Asbesto #Amianto: un asesino en casa @JornadaSemanal #Mexico

Amianto danger

[De La Jornada Semanal del 30 de agosto de 2015] Lo traían los bomberos en sus uniformes. Aísla techos, paredes y tuberías. Es fibroso, incombustible, mortal. No es una adivinanza sino la descripción del asbesto o amianto, un mineral de fibras blancas, flexibles y asesinas.

“Un trabajo peligroso, soldar a pocos centímetros de una cisterna de petróleo. Una sola chispa es capaz de activar una bomba que puede arrastrar una refinería. Por eso te dicen que utilices esa lona gris sucia, que es resistente a las altas temperaturas porque es producida con una substancia ligera e indestructible: el amianto. Con eso las chispas quedan prisioneras y tú quedas prisionero con ellas y debajo de la lona de amianto respiras las substancias liberadas por la fusión de un electrodo. Una sola fibra de asbesto y en 20 años estás muerto”. Así escribe el autor italiano Alberto Prunetti en la novela, basada en la vida de su padre, Amianto. Una historia obrera (Ed. Alegre, Roma).

Amianto prunetti

Es la historia de millones de trabajadores que inhalan y portan sobre sí o dentro de sí esas fibras tóxicas que provocan cáncer mesotelioma, del pulmón, de la laringe y graves patologías como la asbestosis. Palabras complicadas, causas simples: si en tu casa lavas ropa sucia de amianto, podrías inspirar una fibra que jamás saldrá de tu cuerpo y producirá enfermedad o muerte. De un haz de un milímetro se desprenden 50.000 microfibras respirables.

El asbesto es un silicato de alúmina, hierro y cal que junto al cemento forma el fibrocemento, patentado en 1901 por el austriaco Ludwig Hatschek como “Eternit”, eterno, por su resistencia. Al ser manipulado o al desgastarse, libera polvos fatales. Todos, en México y en donde aún no se ha prohibido su extracción y uso, estamos en peligro. Es riesgoso laborar con el mineral, vivir cerca de las fábricas o tener techos, láminas, tubos, balatas o guantes revestidos de asbesto.

En Europa la bonificación del amianto tardó años, desde que en 1999 el material fue vedado. Otros 55 países, incluyendo Canadá y Estados Unidos, hicieron lo mismo. Sin embargo, el negocio es boyante en otros lados: Rusia, China, Brasil, Tailandia, India y Kazajstán son importantes productores y México, entre 2011 y 2012, duplicó las cantidades importadas y procesadas de 9 a 18 millones de dólares.

En Brasil se estima que el amianto ha matado a 150.000 personas en 10 años, es decir 15.000 al año (casi 15% del total mundial). Allí operan 16 grandes empresas que “en las elecciones van financiando transversalmente a todos los partidos políticos”, relata Fernanda Giannasi, ex supervisora del Ministério do Trabalho. Los activistas anti-asbesto tienen los medios y la industria en su contra, pues tratan de informar a la población sobre los riesgos y las complicidades político-empresariales.

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En México el mesotelioma ha aumentado de 23 casos en 1979 a 220 en 2010, pero hay un subregistro estimado del 70% que llevaría el promedio anual a 500 casos. La “cifra negra” se relaciona con los casos en que no se diagnostica la enfermedad o no consta en las actas de defunción, también porque conviene no reconocerla como afectación laboral. El asbesto está en miles de instalaciones alrededor de nosotros. La CTM, en el pasado, hasta defendió el uso del material, ya que el sector emplearía entre 8 y 10.000 personas y no habría constancia de fallecimientos por mesotelioma, lo cual es falso y solapa el problema. La extracción mundial de asbesto fue, en 2013, de 2.1 millones de toneladas y desde 1995 se ha mantenido entre 2 y 3 millones de toneladas, siendo más de 1800 las compañías que lo utilizan.

La organización mexicana Ayuda Mesotelioma (mesotelioma.net) denuncia peligros y estragos del asbesto desde hace 5 años, cuando sus fundadoras, Sharon Rapoport y su hermana Liora, vieron cómo su padre se enfermaba gravemente. En cinco décadas México ha importado más 500.000 toneladas de asbesto y tan sólo en la capital lo manejan unas 42 compañías. Todavía es legal pero éticamente deplorable.

“A excepción de la pólvora, el amianto es la sustancia más inmoral con la que se haya hecho trabajar a la gente; las fuerzas siniestras que obtienen provecho del amianto sacrifican gustosamente la salud de los trabajadores a cambio de los beneficios de empresas”, dijo Remi Poppe, ex eurodiputado holandés. Los síntomas del mesotelioma aparecen entre 15 y 50 años después de la inhalación de las fibrillas y no existe realmente ningún nivel “seguro” de exposición.

Según la Organización Mundial de la Salud (OMS), cada año mueren unas 107.000 personas por enfermedades contraídas manipulándolo. En el siglo XX las muertes prematuras fueron unas 10 millones y se enfermaron 100 millones de personas debido al amianto. Hoy, 125 millones de trabajadores están expuestos directamente al mineral. La Comisión Federal para la Protección contra Riesgos Sanitarios de la Secretaría de Salud reconoció su toxicidad, pero se limitó a sugerir “que las empresas controlen su uso”.

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La Ley de Salud del DF habla de precauciones sobre el amianto, sin prohibirlo. Según datos del INEGI, 21% de las viviendas mexicanas tiene techo de lámina metálica, cartón o asbesto y el 1% tiene paredes de cartón, asbesto, carrizo, bambú o palma. En 2014 se otorgaron cuotas del Fondo de Aportación para la Estructura Social para viviendas de Iztapalapa y las reglas dicen que “los pisos, muros y/o techos deben ser de cuartos dormitorio o cocina dentro de la vivienda, hechos con lámina de cartón, metálica, de asbesto o material de desecho”. ¿De asbesto? Sí, no es broma, está en la Gaceta Oficial-DF.

La OMS, en cambio, pide eliminar el uso de todo tipo de asbesto, también el “blanco” o “crisotilo” que el lobby del asbesto pretende presentar como “limpio”; aportar información sobre soluciones para sustituirlo con productos seguros; desarrollar mecanismos económicos y tecnológicos para ello; evitar la exposición al asbesto durante su uso y en su eliminación; mejorar el diagnóstico precoz, el tratamiento y la rehabilitación médica y social de los enfermos por el asbesto; registrar las personas expuestas en la actualidad o en el pasado.

La hilaza tóxica del asbesto pasa también por Costa Rica, “Suiza de Centroamérica”. La Garita es un paraje de ensueño, rincón tropical cerca de Alajuela. Las instalaciones de INCAE Business School, la mejor escuela de negocios latinoamericana, destacan entre las palmas, las granjas, una plácida carretera y unos pastos verdísimos.

INCAE es famosa por su enfoque de desarrollo sustentable y ética empresarial. Cuenta con campus en Nicaragua y en Costa Rica. Es un proyecto para la enseñanza e investigación de la gerencia que nace en 1964, bajo los auspicios de la Alianza para el Progreso del entonces presidente de EUA, John F. Kennedy, de la Escuela de Negocios de Harvard, de la agencia UsAid y de los mandatarios y empresarios de seis países centroamericanos.

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En los años 1990, su historia se cruza con la de un empresario que en las Américas tiene fama de gurú del desarrollo sustentable, mientras que en Europa es conocido como “rey del Eternit”: Stephen Schmidheiny. Hombre de negocios por tradición familiar (cementera Holcim, Wild-Leitz de instrumentos ópticos, electrotécnica BBC Brown Boveri y la empresa Eternit), nació en Heerbrugg, Suiza, en 1947, amasó una fortuna con el negocio del asbesto y su record está manchado por procesos judiciales controvertidos.

La Fundación AVINA, creada por el empresario en 1994 y operativa en 21 países latinoamericanos, colabora con la escuela y en 1996 Schmidheiny, quien fue administrador de Eternit y hoy está en el Consejo Directivo de INCAE, participó en la creación de su Centro Latinoamericano para la Competitividad y el Desarrollo Sostenible (CLACDS).

Hay otras organizaciones sin fines de lucro fundadas por Schmidheiny: por ejemplo, Fundes (1984) y el fideicomiso Viva Trust (2003) que sustenta AVINA. En éste confluyó el valor de la venta de la participación del suizo en GrupoNueva, consorcio especializado en el negocio forestal y de derivados de la madera que trasladó su sede principal a San José, Costa Rica, en 1999. El magnate también vendió sus acciones del grupo Eternit a finales de la década de 1980.

Las fundaciones, a partir de las transferencias de capital del suizo, se constituyeron como entidades autónomas de sus activos empresariales y promocionan actividades institucionales como la red SEKN (Social Enterprise Knowledge Network), de la que INCAE forma parte, y alianzas sobre temas socio-ambientales: agua, ciudades sustentables, energía, industrias extractivas, innovación política, reciclaje y cambio climático.

Hay movimientos sociales que hablan de “filantrocapitalismo” con respecto de AVINA y su aliada Ashoka, fundación filantrópica estadounidense presente en 70 países. “El capital trata de apropiarse de los movimientos ecologistas razonables para reconvertirlos en domesticados capitalismos verdes o formas de negocio con el agotamiento del planeta”, explicó al respecto el ingeniero activista español Pedro Prieto de ASPO (Asociación para el Estudio del auge del Petróleo y del Gas).

¿Por qué? “Los emprendedores sociales trabajan con esas poblaciones y su labor es acercar a las multinacionales hasta ellas, mientras salvaguardan los intereses de éstas”, dijo María Zapata, directora de Ashoka en España. En entrevista con Rebelión, el investigador Paco Puche, habla de cómo se infiltran las fundaciones en los movimientos a través de “la cooptación de líderes” y cómo “Avina se vincula al magnate suizo Schmidheiny, que debe su fortuna al criminal negocio del amianto. Decimos que todos aquellos que han recibido dinero y otras prebendas de esta fundación (y después de conocerla, no la han rechazado) se llevan la maldición del polvo del amianto en sus entrañas”.

Amianto fibra

En febrero de 2013, el Tribunal de Turín condenó al suizo y a su ex socio en la multinacional Eternit Group, el barón belga Louis De Cartier, de 92 años en ese entonces, a 16 años de cárcel por desastre doloso y remoción de medidas contra los infortunios: la sentencia fue esperada por los familiares de 3000 víctimas. El 3 de junio la Corte de Apelaciones aumentó la condena a 18 años de reclusión, pero el noble belga falleció pocos días antes. Schmidheiny fue condenado por sus responsabilidades como administrador de Eternit en el decenio 1976-1986 y absuelto por otros cargos del periodo 1966-1975 porque los hechos no subsistían. Las causas de la asbestosis y el mesotelioma ya se habían detectado desde los años 1960 y después los dos magnates se turnaron en la administración de la empresa. Pero el negocio de Eternit siguió, por eso la condena habla de “dolo”: los imputados habrían escondido conscientemente los efectos cancerígenos del asbesto.

El 20 de noviembre de 2014, en el último nivel de juicio, la Suprema Corte anuló la sentencia anterior, al sostener que los crímenes fueron cometidos, pero prescribieron. Se tomó como inicio de los términos para la prescripción el 1986, año en que Eternit declaró su quiebra y la decisión es polémica, ya que el desastre ambiental todavía sigue ocurriendo, no se interrumpe con la quiebra fiscal de la empresa. Es una bofetada a víctimas y familiares. La justicia se aleja junto a la posibilidad de resarcimientos.

Pero en mayo de 2015 se abrió el proceso “Eternit Bis”: Schmidheiny ya no es acusado de “desastre” sino de homicidio doloso agraviado de 258 personas, ex empleados o vecinos de Casale Monferrato, uno de los pueblos en que operaba la Eternit, que fallecieron entre 1989 y 2014 por mesotelioma pleural. Por el contrario, en su web el magnate se presenta como “pionero en la eliminación del asbesto en la industria manufacturera”.

Los fiscales de Turín consideran como agravante que el empresario habría cometido el crimen por un “mero fin de lucro” y “de modo insidioso”, o sea habría ocultado la información a trabajadores y ciudadanos acerca de los riesgos, promoviendo una “sistemática y prolongada obra de desinformación”. La hecatombe del asbesto aún durará por décadas. Urge reparar el daño sufrido por las víctimas, prohibir su uso y comercio, desterrarlo de toda habitación y ambiente. Fabrizio Lorusso

Che ne è stato di Haiti? Una voce da Porto Principe

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A poco più di cinque anni e mezzo dal devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime a Port-au-Prince, capitale haitiana, e a oltre quattro anni dall’esplosione di una grave epidemia di colera il paese caraibico è praticamente sparito dai mass media.

“Che isola perduta ci sembra Haiti. Improvvisamente ha invaso le pagine dei giornali con il terremoto e dopo un silenzio di secoli ne ha fatto un graffio sulle carte geografiche, un luogo inesistente e relegato all’interno di una dimensione che confina con il mito (Tortuga, i pirati, gli schiavi ribelli, il vo- odoo…). Eppure, per un tempo troppo breve, precisamente quello concesso dai ritmi della nostra informazione, più che imperfetta e sensazionalistica, è diventata un luogo reale, capace di farsi scoprire tanto drammaticamente e storicamente segnato dal dolore, da sempre segnato dal dolore e dal sopruso, da far scrivere a un’autrice haitiana contemporanea, Yanick Lahens, che questa terra altro non è che l’Isola dove la disgrazia ha logorato le anime”, spiega lo scrittore e avvocato Massimo Vaggi nel prologo del libro La fame di Haiti (di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, Ed. END, 2015).

Com’è oggi la situazione politica ed economica ad Haiti? Dove sono finiti i fondi per la ricostruzione? Che fine hanno fatto le tendopoli e le macerie dopo il terremoto? E l’epidemia di colera? Quali sono le speranze di Porto Principe e del Paese? Che pericoli corrono i difensori dei diritti umani e gli attivisti? Di seguito riporto una conversazione, estratta da La fame di Haiti, a Evel Fanfan, avvocato e direttore esecutivo di AUMOHD, un’associazione haitiana per la Difesa dei Diritti Umani e del Lavoro, che parla di queste e altre tematiche. Negli ultimi mesi è anche esploso un conflitto gravissimo e poco noto tra Haiti e la vicina Repubblica Dominicana che affonda le sue radici nel razzismo e nello sfruttamento del lavoro.

Tra i pochi a trattare il caso Raul Zecca Castel ne dà una descrizione esaustiva: “Dopo la clamorosa sentenza emessa nel settembre 2013 dalla Corte Costituzionale dominicana – e applicata retroattivamente a partire dall’anno 1929 – secondo la quale era da considerarsi abolito il criterio dello jus soli in riferimento all’acquisizione della nazionalità, da un giorno all’altro, oltre 200 mila persone, da sempre residenti nel Paese, sono state di fatto denazionalizzate e rese apolidi, con tutte le conseguenze del caso: impossibilità di accedere all’istruzione, ai servizi sanitari, al mondo del lavoro, in sintesi, alla vita civile del Paese. L’allarmata reazione della comunità internazionale, che si espresse immediatamente con forti critiche nei confronti di tale scandalo giuridico privo di precedenti e unanimemente considerato come altamente discriminatorio su base razzista, portò il governo dominicano ad attivare un Piano Nazionale di Regolarizzazione degli Stranieri (PNRE) che prevedesse la possibilità di normalizzare la situazione di irregolarità in cui erano improvvisamente piombate migliaia di vite”.

Dunque i rimpatri forzati sono cominciati e son centinaia gli haitiani espulsi dalla Repubblica Dominicana. Si sta svolgendo sull’isola il conteggio dei voti del primo turno elettorale, tenutosi l’8 agosto per il rinnovo delle camere (118 deputati e 20 senatori). Il secondo turno sarà il 25 ottobre, in concomitanza con il voto per scegliere il nuovo presidente che andrà a rilevare Michel Martelly, al governo dal 2011. L’impasse politica ad Haiti, spiegata nell’intervista di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, durava da oltre un anno e mezzo per cui il parlamento non era stato rinnovato.

Cinque anni dopo il terremoto che ha cambiato la storia di Haiti, come ci puoi descrivere la situazione del paese?

Bene, parlando di com’è la situazione nel paese, cinque anni dopo il terremoto letale del 12 gennaio 2010 che ha distrutto buona parte del territorio haitiano, direi che questa non è cambiata realmente. Ad alcuni sembra addirittura che il sisma ci sia appena stato, come fosse accaduto solo un anno fa e non cinque. Nel paese, nonostante la generosità della gente, dei cittadini e delle organizzazioni di tutto il mondo, il cambiamento non è apprezzabile. Il paese dipende ancora dagli aiuti umanitari. Ci sono ancora macerie in vista e ospedali, scuole, istituzioni statali che ancora attendono di essere ricostruite. Migliaia di persone vivono tuttora in pessime condizioni sanitarie, ambientali e di sicurezza. La nuova città-slum di Canaan è un esempio concreto di quanto dico.

Che ne è stato della ricostruzione e del denaro teoricamente donato dalla comunità internazionale?

Il fatto è che il denaro raccolto per le vittime da persone solidali e dalla comunità internazionale è stato orientato in beneficio degli stessi manager della comunità internazionale. Il 13 ottobre 2014 all’ex presidente statunitense Bill Clinton e all’ex primo ministro haitiano Jean Max Bellerive, copresidente della Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH), è stato richiesto di rendere pubblici i rapporti sulle loro gestioni dei fondi raccolti e stanziati dalla Commissione durante 18 mesi di amministrazione. Al momento non è stata resa pubblica nessuna relazione e da allora il popolo haitiano, per il quale quei fondi erano stati ottenuti, continua a chiedere spiegazioni sui conti. Moralmente gli haitiani e i donatori devono chiedere chiarezza su questi soldi e si deve prevedere una sessione pubblica per ottenere una chiara e forte relazione sui conti.

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Quattro anni fa un’epidemia di colera cominciò a diffondersi, facendo migliaia di vittime. È ancora un’emergenza o un problema ad Haiti?

Il colera è stato introdotto ad Haiti dalla missione MINUSTAH dell’ONU, attraverso il battaglione nepalese, i cui escrementi hanno contaminato le acque del più lungo fiume haitiano, in una maniera negligente e sospetta. C’è chi pensa anche a una cospirazione internazionale contro la prima repubblica nera, libera e indipendente al mondo. Numerose ricerche confermano in modo unanime la unica responsabilità dell’ONU nella reintroduzione del colera ad Haiti. Uno studio dell’Università di Yale riporta le conclusioni degli epidemiologi che hanno stabilito una connessione tra i caschi blu nepalesi e lo scoppio dell’epidemia, una delle più grandi della storia moderna. I ricercatori hanno scoperto che il ceppo di questo batterio ad Haiti è lo stesso identificato in Nepal, un paese in cui il colera è endemico.

L’epidemia ha fatto più di 8.330 vittime e ha infettato oltre 680.000 persone. Nel 2013 sono stati registrati oltre 70.000 casi e più di mille infettati sono morti. Nel 2014, secondo certe stime, ci sarebbe stato un incremento nel numero dei casi, oltre il doppio, che farebbe aumentare i contagi a 200.000 e le persone defunte a oltre 2.000. Dunque l’epidemia presenta ancora dei picchi. Sta diventando sempre più una preoccupazione nazionale e internazionale. Il colera è un crimine contro l’umanità e deve essere considerato alla stregua della schiavitù, un programma criminale contro Haiti.

Le Nazioni Unite devono necessariamente prendersi le proprie responsabilità verso la gente di Haiti dal punto di vista morale, economico, sociale e sanitario. Deve anche farsi notare che l’Esperto Indipendente dell’Onu per i diritti umani ad Haiti, il Sig. Michel Forst, ha passato metà del tempo durante il suo incarico a sottolineare come fosse immorale e irresponsabile l’atteggiamento delle autorità delle Nazioni Unite sulla questione del colera sull’isola.

Il parlamento haitiano è stato “sospeso” il 13 gennaio 2015. Si sono sviluppate molte proteste nell’ultimo anno, in parte legate a questa situazione. Ci puoi spiegare cosa è successo? Cosa chiedono i manifestanti che hanno invaso le strade di Haiti in questi mesi?

Di certo la crisi politica peggiora sempre più ad Haiti: il Parlamento è ridotto, i due terzi dei suoi membri sono decaduti e non ci sono elezioni dal 2011. Per comprendere la crisi è necessario per prima cosa osservare e capire quanto previsto dall’articolo 136 della Costituzione, il quale attribuisce certe prerogative al Presidente della Repubblica, in qualità di capo di Stato che ha la responsabilità di far osservare e ubbidire alla Costituzione per garantire la stabilità delle istituzioni. Ha l’obbligo di assicurare l’adeguato funzionamento dei poteri pubblici e la continuità dello stato. In questa situazione d’impasse la responsabilità primaria è sua. Per cui aumentano le proteste di piazza che chiedono le dimissioni del presidente perché non ha adempiuto alle sue responsabilità costituzionali e quindi il paese è ritornato in una situazione anomala, di governo di fatto senza parlamento. Dunque la situazione politica è la seguente: il Parlamento non esiste più, il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura s’è dimesso e c’è un nuovo governo che s’è appena insediato de facto e può governare per decreto.

La popolazione chiede il rispetto della Costituzione e delle leggi della repubblica, il rispetto del paese stesso e delle sue istituzioni repubblicane, il rispetto per le eredità culturali, storiche e anche naturali del paese, includendo il mare, il sottosuolo marino e terrestre e i giacimenti minerari. Chiede una chiara separazione delle ricchezze private dalla cosa pubblica (Res Publica), chiede dunque sovranità e la partenza senza condizioni della missione Onu, la MINUSTAH. Chiedono un governo d’unità con una tabella di marcia chiara senza l’interferenza della comunità internazionale. La riqualificazione del sistema giudiziario. Elezioni democratiche libere, oneste e includenti. Chiedono di ridefinire i contratti stipulati irregolarmente tra lo Stato e le compagnie transnazionali. Di condurre indagini contro tutti i funzionari statali che hanno sperperato risorse pubbliche per condurre progetti mai conclusi.

Aristide (ex presidente, esiliato nel 2004 e tornato sull’isola nel 2011) gioca ancora un ruolo nel Partito Lavalas e nelle proteste?

Sì, il partito dell’ex presidente Jean Bertrand Aristide svolge un ruolo importante all’interno dei movimenti di piazza. Ci sono quattro gruppi che stanno riattivando la protesta popolare nelle strade: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD e MONOP Platfom.

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Ci puoi parlare del problema dei prigionieri politici e di cosa ha potuto fare AUMOHD al riguardo?

Dall’arrivo al potere del presidente Michel Martelly, molti cittadini sono stati arrestati per le loro convinzioni politiche, sono stati rimossi alcuni funzionari e, per esempio, il caso dei fratelli Josué e Eneld Florestal è emblematico delle violazioni ai diritti umani nel paese. Il primo maggio 2014 sono stati arrestati dodici attivisti politici e sbattuti in prigione. AUMOHD e il suo team di assistenti legali è interevenuta e ha lavorato per la difesa dei detenuti presso l’ufficio del PM. Il 20 maggio sei prigionieri sono stati rilasciati e il 6 giugno sono stati liberati gli altri sei per mancanza di prove.

Il 17 ottobre 2014 diciotto attivisti che stavano partecipando a una manifestazione pacifica sono stati attaccati, umiliati e arrestati da un gruppo di individui con l’uniforme della polizia nazionale haitiana, senza nessun ordine d’arresto né evidenze di flagranza.

Si tratta di militanti stavano manifestando pacificamente insieme ad altri, professionisti, studenti e docenti, e, mentre facevano ritorno alle loro normali attività, sono stati aggrediti dagli agenti della polizia che hanno sgomberato violentemente la zona all’altezza della via Delmas 29 ricorrendo a gas lacrimogeni e manganellate. Il 26 ottobre due leader politici,Rony Thimoté e Biron Spiritually sono stati arrestati, sempre senza flagranza di reato e senza mandato, durante un atto di protesta che avevano organizzato per chiedere il rispetto della Costituzione e il ripristino della vita democratica ad Haiti.

Questi attivisti, arrestati arbitrariamente al di fuori delle procedure, sono stati giudicati così pericolosi da meritare la conferma dell’arresto in spregio alle loro garanzie individuali. E, ancora peggio, non sono mai comparsi dinnanzi al loro giudice naturale perché decidesse sulla legalità del loro fermo, in violazione dei diritti garantiti dalla Costituzione e gli accordi internazionali sottoscritti da Haiti come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione Americana sui Diritti Umani.

Dall’arresto del gruppo di 18 attivisti politici, AUMOHD ha lavorato in loro favore in vari modi, agendo presso tutte le autorità giudiziarie competenti e riuscendo a ottenere la loro liberazione nel mesi di novembre 2014, mentre stiamo ancora seguendo il caso di Rony Thimoté e Biron Spiritually.

Come difensore dei diritti umani ad Haiti, quali sono le minacce e i pericoli che hai dovuto affrontare?

Dal 2005 la mia vita, la mia famiglia e lo staff del nostro ufficio di AUMOHD continuano a essere l’obiettivo costante di minacce e intimidazioni fino al punto che nel luglio 2006, in seguito alle richieste di protezione di Amnesty International, dalla Organizzazione Stati Americani e da Front Line International, è stato richiesto al Comando della Polizia Nazionale Haitiana di affidare la nostra sicurezza a un agente di scorta che protegge la sede dell’organizzazione.

Nonostante questa decisione la mia vita e quella della mia famiglia sono sotto costante minaccia. Subiamo intimidazioni da anonimi, arrivano messaggi di testo e chiamate telefoniche da sconosciuti. Nella notte di domenica primo giugno del 2014 alcuni individui non identificati ci hanno attaccati scavalcando le mura intorno all’edificio, sede centrale dell’organizzazione, per appiccare il fuoco nella parte retrostante della casa e hanno bruciato tutti i materiali e gli oggetti che vi si trovavano: impianti elettrici, generatori, impianti stereo, apparecchi per la registrazione sonora, varie casse acustiche e diversi compact disk che utilizziamo per la formazione dei lavoratori.

L’otto giugno, pochi giorni dopo il sabotaggio, tre uomini armati su una motocicletta hanno preparato un’imboscata nei dintorni di casa mia con la chiara intenzione di uccidermi. Mente mi dirigevo alla mia macchina, uno dei tre individui stava facendo da palo e informava gli altri due dei miei spostamenti. Stavo camminando verso l’auto quando i due hanno iniziato ad avvicinarsi a me per portare a termine il loro piano. Grazie all’immediato intervento e alla solidarietà di alcuni vicini e residenti della zona, ho avuto salva la vita e, grazie al deciso intervento della comunità del quartiere, gli aggressori hanno dovuto abbandonare il loro macabro progetto e la loro motocicletta, di colore grigio e con targa MCTB-4544. In seguito a questo attentato mia moglie ha dovuto lasciare il paese per cercare rifugio negli Stati Uniti.

Quali sono le prospettive per Haiti nei prossimi mesi?

Parlando di prospettive, credo che nello stato di emergenza haitiano ci debbano essere libere e democratiche elezioni per rinnovare la classe politica e far tornare il paese a una situazione standard secondo il dettato della costituzione. Questo deve avvenire senza interferenze né imposizioni da parte della comunità internazionale, com’è stato il caso del presidente in carica.

AUMOHD deve continuare a svolgere un gran lavoro di promozione dei diritti e della dignità della persona umana, una nobile battaglia per la difesa e il rispetto dei diritti di tutti. Purtroppo, proprio nel momento in cui rispondo a queste domande, affrontiamo serie difficoltà economiche per andare avanti, per cui, ringraziando in anticipo, vi lanciamo un appello, una richiesta d’aiuto per poter continuare nelle nostre attività.

Evel Fanfan ha infine dedicato un ringraziamento ad alcune persone che hanno collaborato con AUMOHD in questi anni: “Desidero ringraziare davvero tanta gente in Italia per i contributi e il supporto umanitario al popolo haitiano. Devo ringraziare gli amici di Senza Frontiere, di Nova, di SOS Bambino. Un grazie specialmente a tutti gli amici giornalisti, per non menzionare anche Italo, Alma, Romina, Fabrizio, amici del sindacato FIOM, i cui gruppi e media hanno svolto un gran lavoro sul tema delle migliaia di prigionieri politici, delle vittime dei massacri di Grand Ravine e sui diritti dei lavoratori”. Da CarmillaOnLine

La guerra sporca del presidente turco Erdogan in Siria, Iraq e Turchia

Syrian-Kurdistan-Map-1024x827Il 24 luglio la Turchia ha cominciato a lanciare una serie di attacchi aerei “contro il terrorismo” in territorio iracheno, ma il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan non sta combattendo lo stato islamico (IS o Daesh), come aveva preannunciato dopo la strage di Suruc del 20 luglio. In realtà sta approfittando del consenso internazionale e del “pericolo terrorista” per colpire militarmente soprattutto le posizioni degli attivisti indipendentisti curdi nel nord dell’Iraq e nel sud della Turchia. E’ la prima volta che questo succede da quattro anni a questa parte e in particolare da quando, due anni fa, era iniziata la tregua tra lo stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). La strategia antiterrorista turca si serve di un’ascia dalla doppia lama contro l’emergenza del califfato, giustificata dalla necessità di risposte immediate contro i jihadisti, e anche contro il vecchio nemico interno separatista. Dopo mesi di relativa passività e permessivismo verso l’IS è stato avviato un piano “anti-terrorismo” senza precedenti che, però, solo nelle prime ore ha colpito direttamente i miliziani del Daesh, mentre poi i raid aerei degli F16 ed F-4E si sono diretti decisamente contro le postazioni curde del PKK, il cui leader Abdullah Ocalan è in prigione dal 1999, nelle città irachene settentrionali di Qandil, Avashin e Basya e la zona turca di Sirnak. Nei primi tre giorni sono stati impiegati 75 caccia per 185 attacchi.

Pertanto il cessate il fuoco con il PKK è stato interrotto, debilitando un processo di pace che reggeva dal 2012, nell’ambito di un conflitto che in tre decenni ha fatto più di 40mila vittime. Secondo quanto riferito dal Primo Ministro turco, Ahmer Davutoglu, gli attacchi si sono rivolti contro “hangar, nascondigli e strutture logistiche” sulle montagne di Qandil in cui l’alto comando del PKK che, di conseguenza, ha dato per conclusa la tregua “vista la fine delle condizioni per cui era mantenuta”, riferisce il comunicato del braccio armato del partito. Il 22 luglio il PKK aveva rivendicato l’uccisione in un attentato di due poliziotti turchi, accusati di connivenze con l’IS, a Ceylanpınar come ritorsione per l’attentato suicida a Suruc.

erdoganIn poco più di una settimana le autorità turche hanno lanciato una repressione estesa su tutto il territorio: 1300 arresti, in gran parte militanti curdi e di sinistra e solo circa il 10% legati in qualche modo all’IS, un centinaio di pagine web oscurate e un numero stimato, secondo agenzie governative che potrebbero tendere a gonfiare le cifre per mostrare i “successi” dell’esecutivo, di 260 morti e 300 feriti tra i militanti del partito di Ocalan nei pressi delle 25 strutture militari distrutte dai bombardamenti. Non si menzionano, però, ufficialmente le vittime civili. Inoltre Erdogan ha chiesto che venga rimossa l’immunità parlamentare ai parlamentari del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che in parte condivide radici ideologiche e basi elettorali col PKK, per fargli “pagare il prezzo dei loro legami coi gruppi terroristi”. L’HDP ha aumentato significativamente la sua presenza nel parlamento unicamerale turco dopo le elezioni del giugno scorso visto che ha ottenuto il 13% dei consensi e 80 seggi su un totale di 500, mentre l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di Erdogan ha perso la maggioranza assoluta dopo 13 anni di egemonia parlamentaria.

Nei giorni successivi ai primi raid aerei turchi la reazione del PKK non s’è fatta attendere e in questi giorni le risposte armate si sono intensificate: quindici impiegati di una centrale elettrice turca a Sirnal, nel Sudest, sono stati sequestrati e i ribelli hanno anche arrestato un poliziotto turco, hanno ucciso un alto ufficiale e ferito due soldati, oltre ad aver realizzato numerosi attacchi a postazioni militari e di polizia. I militanti del partito hanno definito i bombardamenti come “l’errore militare e politico più grave” commesso dal presidente turco e l’iniziativa militare è stata condannata anche dalle autorità del Kurdistan iracheno e dal presidente della regione autonoma curda, importante partner commerciale di Ankara, Massud Barzani, il quale ha espresso la sua “disapprovazione” e ha denunciato “il livello di pericolo della situazione” per auspicare uno stop all’escalation di violenza. D’altro canto Barzani ha anche chiesto ai curdi del PKK di sgomberare il campo e ritirarsi per evitare stragi di innocenti civili in territorio iracheno. Invece Ban Ki-Moon, segretario generale dell’ONU, ha definito i raid come atti di “legittima difesa”.

isisQueste incursioni contro il PKK sono state condotte, dunque, insieme a quelle contro i jihadisti che rapidamente si sono rarefatte fino a finire del tutto. Il 20 luglio scorso in un grave attentato, attribuito all’IS, a Suruc, città turca gemella di Kobane vicino alla frontiera meridionale con la Siria, sono stati uccisi 32 giovani attivisti della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista e feriti un centinaio. I giovani stavano per partire per Kobane, simbolo della resistenza nel Kurdistan siriano (Rojava) liberato in gennaio dall’occupazione del califfato dopo 134 giorni di combattimenti, come volontari per ricostruire una biblioteca e un parco giochi. A massacrarli è stato un kamikaze ventenne che, infiltratosi tra di loro con una cintura esplosiva, ha fatto una carneficina. I curdi hanno accusato l’esecutivo di Ankara di non voler agire realmente contro l’IS, essendo entrambi interessati all’abbattimento del regime di Bashar Assad in Siria e al contrasto delle esperienze politiche dei curdi iracheni e specialmente di quelli siriani nella Rojava.

Quindi Erdogan sta usando il pretesto della lotta contro l’IS, dell’attentato di Suruc e della reazione del PKK per attaccare su due fronti: da una parte lo stato islamico, che per ora ha ricevuto un trattamento piuttosto blando dato che ai miliziani di Al Baghdadi è stato con frequenza permesso il transito lungo il confine turco, e i curdi. Nella Rojava sono stati ostacolati progressivamente l’approvvigionamento dalla Turchia e i corridoi umanitari, in Turchia tra arresti e persecuzioni la macchinaria repressiva s’è messa in moto da tempo, e in Iraq si bombarda. Inoltre il governo ha concesso l’uso delle basi militari nel sud del paese all’aviazione statunitense e alla coalizione internazionale per le operazioni anti-Daesh. Da più parti (per esempio dall’HDP) il governo è stato indicato come “complice” dell’IS, cioè poco interessato a smantellare le sue reti nel paesi e a evitare gravissimi attentati come quello del 5 giugno che, due giorni prima delle elezioni, durante un comizio dell’HDP a Diyarbakir, fece due morti e decine di feriti.

kobane YPJA Kobane, nel Kurdistan dell’ovest (Rojava), i curdi stanno costruendo una repubblica democratica, un’esperienza politica che, ispirata e paragonata anche al neo-zapatismo e ad altre esperienze autonome, ha suscitato interessi, speranze e solidarietà in tutto il mondo. Le YPG e YPJ (Unità di Protezione del Popolo/delle Donne) hanno obbligato l’IS a ripiegare e sono state le uniche a combatterlo sul campo di battaglia, riguadagnando territori e villaggi, nonostante abbiano sofferto decine di attentati e controffensive, non militari ma a tradimento e suicide, come quella del 25 giugno a Kobane che ha fatto centinaia di vittime civili e ha anticipato di un giorno gli attacchi terroristi simultanei in Francia, Tunisia, Somalia e Kuwait. I successi delle YPG/YPJ  contro il califfato sono evidenti, ma una regione autonoma curda in Siria costituisce una grande preoccupazione per Erdogan. Pertanto il governo della Turchia, paese membro della NATO e alleato statunitense, si presenta come una forza anti-ISIS, ma permette il passaggio di miliziani neri sul suo territorio e osteggia duramente gli unici che lottano sul campo contro i jihadisti. In Turchia le manifestazioni  anti-governative e di solidarietà per le vittime di Suruc  e per Kobane, che sono state organizzate anche in decine di città europee, sono state oggetto di dure repressioni da parte della polizia e dell’esercito turchi nelle ultime settimane.

Gli altri paesi dell’Alleanza Atlantica non dovrebbero, per ora, intervenire militarmente nel conflitto affianco a Erdogan, ma, in accordo con la Turchia e gli USA, hanno avvallato l’offensiva turca e la creazione di una zona di sicurezza (safe-zone) nel nord della Siria. Si tratta di una striscia di 90 km, che include la regione della Rojava, che finirebbe sotto il controllo turco-statunitense: ufficialmente si punta a proteggere con un territorio-cuscinetto il confine meridionale con la Turchia e ad accogliere i rifugiati della guerra civile, ma in realtà, secondo il leader dell’HDP, Salahettin Demirtas, costituisce un “tentativo di Ankara per fermare la formazione di uno stato curdo nella Rojava”, cioè una strategia per frammentare i territori in mano ai curdi. Il pericolo maggiore per Erdogan sarebbe la costituzione di uno stato curdo che unisca il Kurdistan iracheno a quello siriano e minacci l’integrità territoriale della stessa Turchia. Per questo s’intensificano le ostilità contro i partiti e i militanti curdi in Siria, Iraq e Turchia con tutti i mezzi a disposizioni, compresi quelli della diplomazia e de internazionali.

syria-ypj-fighters-in-kobaneIl 30 luglio la procura di Diyarbakir ha aperto un’indagine su dirigenti e deputati dell’HDP: Selahattin Demirtas, leader del partito, e Figen Yüksekdağ, co-presidente del partito, sono stati accusati di “armare e provocare una parte della popolazione contro un’altra”, e Demirtas è altresì accusato di aver turbato l’ordine pubblico e incitato alla violenza durante un comizio il 6 ottobre 2014 in cui esortò i simpatizzanti del partito a scendere in piazza per protestare contro le politiche governative pro-stato islamico. La procura di Urfa, inoltre, accusa Yüksekdağ di “diffusione di propaganda di un’organizzazione terrorista” per aver mostrato solidarietà a YPG, YPJ e PYD (partito curdo-siriano della Unione Democratica). I curdi chiedono alla comunità internazionale una condanna della azioni del governo turco che, però, stenta ad arrivare, se mai lo farà, mentre Erdogan propone la costruzione di un muro lungo il confine turco-siriano che isolerebbe ancor di più il Kurdistan siriano e Kobane, baluardi della resistenza curda contro l’ISIS e dell’esperimento autonomo e democratico dei cantoni della Rojava. Da Carmilla

La guerra sucia del presidente turco Erdogan en Siria, Irak y Turquía

(Versión breve publicada en el diario mexicano La Jornada, versión larga en el portal Rebelión el 1 de agosto de 2015) Desde el 24 de julio Turquía ha estado lanzando ataques aéreos en territorio iraquí, pero el gobierno del presidente Recep Erdogan ya no está combatiendo solamente al llamado “Estado Islámico” (ISIS), sino que, de paso, ordena bombardear los campos de los rebeldes independentistas kurdos en el norte de Irak.

Es la primera vez que eso ocurre en 4 años y desde cuando, hace 2 años, se estableció un cese al fuego entre el Estado turco y el Partido de los Trabajadores de Kurdistán (PKK). La lucha a la “amenaza terrorista” utiliza, entonces, una doble hacha, justificada por la “emergencia” del califato del ISIS y la necesidad de respuestas inmediatas contra el enemigo yidahista islámico radical y, asimismo, contra el antiguo enemigo interno separatista.

Se ha lanzado un plan “anti-terrorismo” sin precedentes que golpea a los dos grupos pero no por igual: el ISIS ha sido atacado solamente en las primeras horas del operativo turco, el 24 y 25 de julio, mientras que las ciudades de Qandil, Avashin y Basya en el norte de Iraq y Sirnak en Turquía siguen siendo objeto de los raides de los F16 contra las estructuras del PKK, cuyo líder, Abdullah Ocalan, se encuentra preso en un cárcel de máxima seguridad.

Por lo tanto, la tregua con el PKK ha sido interrumpida, debilitando un proceso de paz comenzado en 2012, dentro de un conflicto que ha hecho más de 40.000 muertos en más de 30 años. Según refirió el Primer Ministro turco Ahmer Davutoglu, los ataques se dirigieron contra “hangares, escondites y estructuras logísticas llenas de municiones” sobre los montes Qandil, donde está la alta comandancia del PKK que, en seguida, dio por terminada la tregua frente a la agresión y tras “el fin de las condiciones que la mantenían”, según el comunicado del brazo militar del partido.

En una semana de operaciones represivas, se reportan unas 1300 detenciones, en su mayoría de militantes kurdos y de izquierda en Turquía, ya que de todos los arrestados sólo el 10% está bajo sospecha de cercanía con el Estado Islámico. 96 páginas web, en su mayoría de orientación izquierdista, han sido bloqueadas por el gobierno, y se cuentan al menos 190 muertos por los bombardeos turcos en el norte iraquí. Erdogan ha pedido que se quite el fuero a los congresistas del Partido Democrático de los Pueblos (HDP), que comparte raíces ideológicas y bases electorales con el PKK, para que paguen el precio “de sus nexos con grupos terroristas”. Este partido de izquierda y pro-kurdo aumentó su presencia en las elecciones del junio pasado, ya que obtuvo el 13% de los votos, o sea 80 escaños sobre un total de 500 en el congreso, mientras que el AKP de Erdogan perdió la mayoría absoluta después de 13 años de hegemonía parlamentaría.

Pocas horas después de los primeros ataques aéreos, quince empleados de una central eléctrica turca de Sirnak, en el Sureste, fueron secuestrados por militantes del PKK. Como respuesta a los ataques gobernativos, los rebeldes también detuvieron a un policía turco, mataron a un alto oficial, hirieron a dos soldados y realizaron ataques armados contra instalaciones militares y de policía.

Los guerrilleros definieron los bombardeos como el “error militar y político más grave” cometido por el presidente turco y su Partido de la Justicia y el Desarrollo (AKP). La iniciativa militar fue condenada también por las autoridades del Kurdistán iraquí y el presidente kurdo Massud Barzani expresó su “desaprobación” y denunció el “nivel de peligro de la situación” para que se termine la escalada de violencia. En cambio, Ban Ki-Moon, secretario general de la ONU, ha definido los ataques de Ankara como “legítima defensa”.

Estas incursiones contra el PKK se perpetraron en conjunto con las operaciones contra los yihadistas del ISIS, quienes el 20 de julio consumaron un grave atentado en la ciudad turca de Suruc, cerca de la frontera meridional con Siria, matando a 32 jóvenes activistas socialistas que querían partir para Kobane, centro y símbolo del Kurdistán sirio (Rojava) liberado de la ocupación del califato, como voluntarios para construir una biblioteca y un parque. A matarlos fue una chica como ellos, quien se infiltró cargada de explosivos y se martirizó para desatar la carnicería.

Básicamente Erdogan está utilizando el pretexto del combate al ISIS y el atentado de Suruc para atacar tanto al Estado Islámico, con el beneplácito de Estados Unidos, cuanto a las bases de los militantes kurdos. El gobierno turco concedió que militares estadounidenses y de la coalición internacional utilicen bases militares en el sur del país, en el Kurdistán turco, para las operaciones anti-ISIS.

En Kobane y en la región de Rojava o Kurdistán sirio, los kurdos han constituido una república democrática, una experiencia política novedosa y libertaria que ha sido comparada con el neozapatismo y las experiencias autonomistas. Han avanzado sobre el ISIS de manera eficaz, pese a haber sufrido decenas de atentados suicidas como el de Kobane del 25 de junio, que hizo decenas de víctimas civiles y anticipó un día los ataques simultáneos de los islamistas en Francia, Tunisia, Somalia y Kuwait. Son los solos grupos que han combatido en el campo de batalla liberando ciudades y territorios. Los éxitos de los kurdos YPJ/YPG (Unidades de Defensa del Pueblo/de las Mujeres) contra el califato son evidentes, pero una región autónoma kurda en Siria es una gran preocupación para Erdogan.

Por lo tanto, el gobierno de Turquía, país miembro de la OTAN y aliado de EUA, se presenta como una fuerza anti-ISIS, pero permitió el tránsito de milicianos del califato en su territorio y ataca frontalmente a los que luchan contra los yidahistas. En Turquía las manifestaciones de solidaridad para las víctimas de Suruc, que también se organizaron en otras ciudades europeas, han sido reprimidas por la policía y el ejército.

Por el momento los otros países de la Alianza Atlántica (OTAN) no van a intervenir militarmente en este conflicto a lado de Erdogan, pero, de acuerdo con Estados Unidos y Turquía, avalaron la creación de una zona de seguridad (safe-zone) en el norte de Siria. Se trata de una franja de 90 km, que incluye la región de Rojava, bajo control turco-estadounidense: oficialmente apunta a proteger la frontera con Turquía y a recibir a los refugiados de la guerra civil en ese país, pero en realidad puede ser “un intento de Ankara para parar la formación de un estado kurdo en Rojava”, según el líder del HDP Salahettin Demirtas, o bien una estrategia para fragmentar los territorios en manos kurdas. El peligro sería la constitución de un estado kurdo que una al Kurdistán irakí y al sirio, amenazando también de incluir la minoría kurda de Turquía y el sur de ese país en una nueva entidad. Por eso recrudece la hostilidad del ejecutivo de Erdogan contra los partidos y los militantes kurdos en su país, en Siria y en Iraq.

Además, el 30 de julio la procura de Diyarbakir comenzó una investigación sobre los dirigentes del HDP Selahattin Demirtas y Figen Yüksekdağ acusándolos de “armar y provocar a una parte de la población contra otra”, y Demirtas también es acusado de turbar el orden público e incitar a la violencia por un mitín del 6 de octubre del 2014 en el cual se exhortó a los simpatizantes del partido a salir a las calles para protestar contra las políticas del gobierno en apoyo al estado islámico. La procura de Urfa, además, acusa a Yüksekdağ de “difusión de propaganda de una organización terrorista” porque declaró que “nosotros apoyamos a YPG, YPJ y PYD” (el partido kurdo siriano).

Los kurdos piden a la comunidad internacional una condena de las acciones del gobierno turco, la cual, sin embargo, tarda en llegar. En cambio, Erdogan propone la construcción de un muro en la frontera turco-siriana que aislaría aún más la Rojava, baluarte de resistencia kurda contra el ISIS. La escalada belicista en la región propicia, además, un negocio redundo: China está entre los tres principales socios comerciales de Turquía, junto a Rusia y Alemania, y Erdogan acaba de viajar a Beijín para negociar la adquisición de un nuevo sistema de misiles defensivos de producción china.

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

La fame di Haiti, libro di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)[Introduzione e Premessa del libro La fame di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, END Edizioni, 2015, pp. 120, € 10.20]

Dopo il terremoto, le cui immagini strazianti hanno fatto il giro del mondo, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, due giovani giornalisti freelance italiani, si recano ad Haiti a più di un anno di distanza l’uno dall’altra. Fabrizio arriva nell’isola caraibica a un mese dal sisma del 12 gennaio 2010, vede e racconta le macerie, la desolazione, la difficile situazione politica e sociale appena   dopo la catastrofe. Nell’ottobre del 2011 Romina giunge ad Haiti e visita ospedali, orfanatrofi, scuole, scorge qua e là i segni della ricostruzione in mezzo alla povertà dilagante, fotografa bambine e bambini, uomini, donne, ragazzi e maiali che grufolano in mezzo alla spazzatura che invade quasi ogni spazio della capitale Port-au-Prince.

Da questi due sguardi nasce un primo libro, un doppio diario, pubblicato in Italia nel 2012, a cui seguono anni di oblio mediatico e Haiti torna ad essere nell’immaginario collettivo niente di più che un segmento dell’isola di Hispaniola, un paese dei Caraibi genericamente e quasi inevitabilmente povero e instabile. La solidarietà internazionale e la conseguente ricostruzione viene data per scontata. Non si parla, se non per poco tempo, della terribile epidemia di colera che ha colpito gli haitiani già vittime del terremoto.

Come spesso accade, tragedie naturali e guerre lontane finiscono per essere dimenticate e nessuno più si preoccupa di “aggiornare i dati”, di provare a comprendere l’intreccio tra gli interessi economici delle potenze mondiali e i sistemi politici locali, tra l’operato delle Ong indipendenti e quello delle “multinazionali della solidarietà”. Speculazioni, vecchie e nuove povertà, derive antidemocratiche, sanguinosi sussulti sociali sono rubricati come no- tizie di scarso interesse, come mali inevitabili di Paesi da sempre “ultimi”.

Non la pensano così Fabrizio Lorusso e Romina Vinci che ritornano sui propri passi a cinque anni dal terremoto di Haiti, rivedono e aggiornano quanto scritto e documentato a suo tempo, risentono Evel Fanfan, un avvocato che si batte con la sua associazione per il rispetto dei diritti umani sull’isola, la cui disponibilità era stata e continua a essere preziosa per i due giornalisti.

Dalla volontà di non dimenticare le tante tragedie di Haiti, passate e presenti, nasce quindi questo nuovo libro che parla di terremoto ma anche e soprattutto di fame, fame reale e fame metaforica, ma non per questo meno importante, di giustizia, di indipendenza, di dignità e di   futuro.

Sono passati cinque anni dal terremoto che ha devastato la capitale di Haiti, Port-au-Prince.  Le immagini televisive della catastrofe hanno fatto il giro del mondo nei primi mesi del 2010, ma poi la tragedia haitiana è caduta nell’oblio.  Furono oltre 250.000 i morti, un milione e mezzo i senza tetto e centinaia le tendopoli allestite dopo il sisma. Alla fine di quell’anno scoppiò anche un’epidemia di colera che fino ad ora ha fatto 9.000 vittime, mentre sono più di 700.000 le persone contagiate. Il virus, che era scomparso nel paese da almeno centocinquant’anni, vi è stato reintrodotto dalle truppe nepalesi in forza alla missione dei Caschi blu dell’Onu, la Minustah (Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haiti). La comunità ha stanziato circa undici miliardi di dollari, ma pochi sono stati i risultati concreti per la vita della popolazione. Sono stati vani gli sforzi per la ricostruzione che, ancora oggi, langue ed è diventata una ghiotta occasione per le multinazionali impegnate a gareggiare per gli ap palti. Gli aiuti alimentari dall’estero cannibalizzano la produzione locale e i programmi di cooperazione, malgrado le buone intenzioni, finiscono spesso per creare dipendenza e degenerare nel paternalismo. Per questo le macerie di Haiti restano lì, intatte e dolorose, e a ricordarcele rimane anche questo diario-reportage, che ripercorre gli ultimi cinque anni, dai mesi successivi al sisma all’attuale situazione.

Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Vivere e scrivere ai tempi del colera. Capire una cultura diversa, che non è del tutto latinoamericana, ma nemmeno africana. Che non è solo caraibica, francesizzata e americanizzata, ma anche creola, autoctona e circondata dal mondo ispanofono. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità, la religione, la politica, da dentro e da fuori. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente, e sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra, più che un bimbo affamato, un soldato mercenario, il passaggio di una crociera per ricconi e più che un mare di povertà e violenza. Superare lo stereotipo, colmare l’abisso dell’indifferenza.

Per tutti questi motivi è nata l’idea di conoscere una realtà così difficile e in seguito di fissare l’esperienza vissuta scrivendo un diario, un testo che raccontasse vicende, personaggi e quartieri visti da occhi attenti e allo stesso tempo straniati, occhi e penne che ricordano in silenzio, a lume di candela, e scrivono la sera prima di coricarsi tra le macerie.

La fame di Haiti QUI LINK – Introduzione del libro LINK – Prologo di Massimo Vaggi LINK – Prossima presentazione del libro – 15 giugno ’15 – Pavia – Volantino Link