Archivi tag: nato

La guerra sporca del presidente turco Erdogan in Siria, Iraq e Turchia

Syrian-Kurdistan-Map-1024x827Il 24 luglio la Turchia ha cominciato a lanciare una serie di attacchi aerei “contro il terrorismo” in territorio iracheno, ma il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan non sta combattendo lo stato islamico (IS o Daesh), come aveva preannunciato dopo la strage di Suruc del 20 luglio. In realtà sta approfittando del consenso internazionale e del “pericolo terrorista” per colpire militarmente soprattutto le posizioni degli attivisti indipendentisti curdi nel nord dell’Iraq e nel sud della Turchia. E’ la prima volta che questo succede da quattro anni a questa parte e in particolare da quando, due anni fa, era iniziata la tregua tra lo stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). La strategia antiterrorista turca si serve di un’ascia dalla doppia lama contro l’emergenza del califfato, giustificata dalla necessità di risposte immediate contro i jihadisti, e anche contro il vecchio nemico interno separatista. Dopo mesi di relativa passività e permessivismo verso l’IS è stato avviato un piano “anti-terrorismo” senza precedenti che, però, solo nelle prime ore ha colpito direttamente i miliziani del Daesh, mentre poi i raid aerei degli F16 ed F-4E si sono diretti decisamente contro le postazioni curde del PKK, il cui leader Abdullah Ocalan è in prigione dal 1999, nelle città irachene settentrionali di Qandil, Avashin e Basya e la zona turca di Sirnak. Nei primi tre giorni sono stati impiegati 75 caccia per 185 attacchi.

Pertanto il cessate il fuoco con il PKK è stato interrotto, debilitando un processo di pace che reggeva dal 2012, nell’ambito di un conflitto che in tre decenni ha fatto più di 40mila vittime. Secondo quanto riferito dal Primo Ministro turco, Ahmer Davutoglu, gli attacchi si sono rivolti contro “hangar, nascondigli e strutture logistiche” sulle montagne di Qandil in cui l’alto comando del PKK che, di conseguenza, ha dato per conclusa la tregua “vista la fine delle condizioni per cui era mantenuta”, riferisce il comunicato del braccio armato del partito. Il 22 luglio il PKK aveva rivendicato l’uccisione in un attentato di due poliziotti turchi, accusati di connivenze con l’IS, a Ceylanpınar come ritorsione per l’attentato suicida a Suruc.

erdoganIn poco più di una settimana le autorità turche hanno lanciato una repressione estesa su tutto il territorio: 1300 arresti, in gran parte militanti curdi e di sinistra e solo circa il 10% legati in qualche modo all’IS, un centinaio di pagine web oscurate e un numero stimato, secondo agenzie governative che potrebbero tendere a gonfiare le cifre per mostrare i “successi” dell’esecutivo, di 260 morti e 300 feriti tra i militanti del partito di Ocalan nei pressi delle 25 strutture militari distrutte dai bombardamenti. Non si menzionano, però, ufficialmente le vittime civili. Inoltre Erdogan ha chiesto che venga rimossa l’immunità parlamentare ai parlamentari del Partito Democratico dei Popoli (HDP), che in parte condivide radici ideologiche e basi elettorali col PKK, per fargli “pagare il prezzo dei loro legami coi gruppi terroristi”. L’HDP ha aumentato significativamente la sua presenza nel parlamento unicamerale turco dopo le elezioni del giugno scorso visto che ha ottenuto il 13% dei consensi e 80 seggi su un totale di 500, mentre l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) di Erdogan ha perso la maggioranza assoluta dopo 13 anni di egemonia parlamentaria.

Nei giorni successivi ai primi raid aerei turchi la reazione del PKK non s’è fatta attendere e in questi giorni le risposte armate si sono intensificate: quindici impiegati di una centrale elettrice turca a Sirnal, nel Sudest, sono stati sequestrati e i ribelli hanno anche arrestato un poliziotto turco, hanno ucciso un alto ufficiale e ferito due soldati, oltre ad aver realizzato numerosi attacchi a postazioni militari e di polizia. I militanti del partito hanno definito i bombardamenti come “l’errore militare e politico più grave” commesso dal presidente turco e l’iniziativa militare è stata condannata anche dalle autorità del Kurdistan iracheno e dal presidente della regione autonoma curda, importante partner commerciale di Ankara, Massud Barzani, il quale ha espresso la sua “disapprovazione” e ha denunciato “il livello di pericolo della situazione” per auspicare uno stop all’escalation di violenza. D’altro canto Barzani ha anche chiesto ai curdi del PKK di sgomberare il campo e ritirarsi per evitare stragi di innocenti civili in territorio iracheno. Invece Ban Ki-Moon, segretario generale dell’ONU, ha definito i raid come atti di “legittima difesa”.

isisQueste incursioni contro il PKK sono state condotte, dunque, insieme a quelle contro i jihadisti che rapidamente si sono rarefatte fino a finire del tutto. Il 20 luglio scorso in un grave attentato, attribuito all’IS, a Suruc, città turca gemella di Kobane vicino alla frontiera meridionale con la Siria, sono stati uccisi 32 giovani attivisti della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista e feriti un centinaio. I giovani stavano per partire per Kobane, simbolo della resistenza nel Kurdistan siriano (Rojava) liberato in gennaio dall’occupazione del califfato dopo 134 giorni di combattimenti, come volontari per ricostruire una biblioteca e un parco giochi. A massacrarli è stato un kamikaze ventenne che, infiltratosi tra di loro con una cintura esplosiva, ha fatto una carneficina. I curdi hanno accusato l’esecutivo di Ankara di non voler agire realmente contro l’IS, essendo entrambi interessati all’abbattimento del regime di Bashar Assad in Siria e al contrasto delle esperienze politiche dei curdi iracheni e specialmente di quelli siriani nella Rojava.

Quindi Erdogan sta usando il pretesto della lotta contro l’IS, dell’attentato di Suruc e della reazione del PKK per attaccare su due fronti: da una parte lo stato islamico, che per ora ha ricevuto un trattamento piuttosto blando dato che ai miliziani di Al Baghdadi è stato con frequenza permesso il transito lungo il confine turco, e i curdi. Nella Rojava sono stati ostacolati progressivamente l’approvvigionamento dalla Turchia e i corridoi umanitari, in Turchia tra arresti e persecuzioni la macchinaria repressiva s’è messa in moto da tempo, e in Iraq si bombarda. Inoltre il governo ha concesso l’uso delle basi militari nel sud del paese all’aviazione statunitense e alla coalizione internazionale per le operazioni anti-Daesh. Da più parti (per esempio dall’HDP) il governo è stato indicato come “complice” dell’IS, cioè poco interessato a smantellare le sue reti nel paesi e a evitare gravissimi attentati come quello del 5 giugno che, due giorni prima delle elezioni, durante un comizio dell’HDP a Diyarbakir, fece due morti e decine di feriti.

kobane YPJA Kobane, nel Kurdistan dell’ovest (Rojava), i curdi stanno costruendo una repubblica democratica, un’esperienza politica che, ispirata e paragonata anche al neo-zapatismo e ad altre esperienze autonome, ha suscitato interessi, speranze e solidarietà in tutto il mondo. Le YPG e YPJ (Unità di Protezione del Popolo/delle Donne) hanno obbligato l’IS a ripiegare e sono state le uniche a combatterlo sul campo di battaglia, riguadagnando territori e villaggi, nonostante abbiano sofferto decine di attentati e controffensive, non militari ma a tradimento e suicide, come quella del 25 giugno a Kobane che ha fatto centinaia di vittime civili e ha anticipato di un giorno gli attacchi terroristi simultanei in Francia, Tunisia, Somalia e Kuwait. I successi delle YPG/YPJ  contro il califfato sono evidenti, ma una regione autonoma curda in Siria costituisce una grande preoccupazione per Erdogan. Pertanto il governo della Turchia, paese membro della NATO e alleato statunitense, si presenta come una forza anti-ISIS, ma permette il passaggio di miliziani neri sul suo territorio e osteggia duramente gli unici che lottano sul campo contro i jihadisti. In Turchia le manifestazioni  anti-governative e di solidarietà per le vittime di Suruc  e per Kobane, che sono state organizzate anche in decine di città europee, sono state oggetto di dure repressioni da parte della polizia e dell’esercito turchi nelle ultime settimane.

Gli altri paesi dell’Alleanza Atlantica non dovrebbero, per ora, intervenire militarmente nel conflitto affianco a Erdogan, ma, in accordo con la Turchia e gli USA, hanno avvallato l’offensiva turca e la creazione di una zona di sicurezza (safe-zone) nel nord della Siria. Si tratta di una striscia di 90 km, che include la regione della Rojava, che finirebbe sotto il controllo turco-statunitense: ufficialmente si punta a proteggere con un territorio-cuscinetto il confine meridionale con la Turchia e ad accogliere i rifugiati della guerra civile, ma in realtà, secondo il leader dell’HDP, Salahettin Demirtas, costituisce un “tentativo di Ankara per fermare la formazione di uno stato curdo nella Rojava”, cioè una strategia per frammentare i territori in mano ai curdi. Il pericolo maggiore per Erdogan sarebbe la costituzione di uno stato curdo che unisca il Kurdistan iracheno a quello siriano e minacci l’integrità territoriale della stessa Turchia. Per questo s’intensificano le ostilità contro i partiti e i militanti curdi in Siria, Iraq e Turchia con tutti i mezzi a disposizioni, compresi quelli della diplomazia e de internazionali.

syria-ypj-fighters-in-kobaneIl 30 luglio la procura di Diyarbakir ha aperto un’indagine su dirigenti e deputati dell’HDP: Selahattin Demirtas, leader del partito, e Figen Yüksekdağ, co-presidente del partito, sono stati accusati di “armare e provocare una parte della popolazione contro un’altra”, e Demirtas è altresì accusato di aver turbato l’ordine pubblico e incitato alla violenza durante un comizio il 6 ottobre 2014 in cui esortò i simpatizzanti del partito a scendere in piazza per protestare contro le politiche governative pro-stato islamico. La procura di Urfa, inoltre, accusa Yüksekdağ di “diffusione di propaganda di un’organizzazione terrorista” per aver mostrato solidarietà a YPG, YPJ e PYD (partito curdo-siriano della Unione Democratica). I curdi chiedono alla comunità internazionale una condanna della azioni del governo turco che, però, stenta ad arrivare, se mai lo farà, mentre Erdogan propone la costruzione di un muro lungo il confine turco-siriano che isolerebbe ancor di più il Kurdistan siriano e Kobane, baluardi della resistenza curda contro l’ISIS e dell’esperimento autonomo e democratico dei cantoni della Rojava. Da Carmilla

La guerra sucia del presidente turco Erdogan en Siria, Irak y Turquía

(Versión breve publicada en el diario mexicano La Jornada, versión larga en el portal Rebelión el 1 de agosto de 2015) Desde el 24 de julio Turquía ha estado lanzando ataques aéreos en territorio iraquí, pero el gobierno del presidente Recep Erdogan ya no está combatiendo solamente al llamado “Estado Islámico” (ISIS), sino que, de paso, ordena bombardear los campos de los rebeldes independentistas kurdos en el norte de Irak.

Es la primera vez que eso ocurre en 4 años y desde cuando, hace 2 años, se estableció un cese al fuego entre el Estado turco y el Partido de los Trabajadores de Kurdistán (PKK). La lucha a la “amenaza terrorista” utiliza, entonces, una doble hacha, justificada por la “emergencia” del califato del ISIS y la necesidad de respuestas inmediatas contra el enemigo yidahista islámico radical y, asimismo, contra el antiguo enemigo interno separatista.

Se ha lanzado un plan “anti-terrorismo” sin precedentes que golpea a los dos grupos pero no por igual: el ISIS ha sido atacado solamente en las primeras horas del operativo turco, el 24 y 25 de julio, mientras que las ciudades de Qandil, Avashin y Basya en el norte de Iraq y Sirnak en Turquía siguen siendo objeto de los raides de los F16 contra las estructuras del PKK, cuyo líder, Abdullah Ocalan, se encuentra preso en un cárcel de máxima seguridad.

Por lo tanto, la tregua con el PKK ha sido interrumpida, debilitando un proceso de paz comenzado en 2012, dentro de un conflicto que ha hecho más de 40.000 muertos en más de 30 años. Según refirió el Primer Ministro turco Ahmer Davutoglu, los ataques se dirigieron contra “hangares, escondites y estructuras logísticas llenas de municiones” sobre los montes Qandil, donde está la alta comandancia del PKK que, en seguida, dio por terminada la tregua frente a la agresión y tras “el fin de las condiciones que la mantenían”, según el comunicado del brazo militar del partido.

En una semana de operaciones represivas, se reportan unas 1300 detenciones, en su mayoría de militantes kurdos y de izquierda en Turquía, ya que de todos los arrestados sólo el 10% está bajo sospecha de cercanía con el Estado Islámico. 96 páginas web, en su mayoría de orientación izquierdista, han sido bloqueadas por el gobierno, y se cuentan al menos 190 muertos por los bombardeos turcos en el norte iraquí. Erdogan ha pedido que se quite el fuero a los congresistas del Partido Democrático de los Pueblos (HDP), que comparte raíces ideológicas y bases electorales con el PKK, para que paguen el precio “de sus nexos con grupos terroristas”. Este partido de izquierda y pro-kurdo aumentó su presencia en las elecciones del junio pasado, ya que obtuvo el 13% de los votos, o sea 80 escaños sobre un total de 500 en el congreso, mientras que el AKP de Erdogan perdió la mayoría absoluta después de 13 años de hegemonía parlamentaría.

Pocas horas después de los primeros ataques aéreos, quince empleados de una central eléctrica turca de Sirnak, en el Sureste, fueron secuestrados por militantes del PKK. Como respuesta a los ataques gobernativos, los rebeldes también detuvieron a un policía turco, mataron a un alto oficial, hirieron a dos soldados y realizaron ataques armados contra instalaciones militares y de policía.

Los guerrilleros definieron los bombardeos como el “error militar y político más grave” cometido por el presidente turco y su Partido de la Justicia y el Desarrollo (AKP). La iniciativa militar fue condenada también por las autoridades del Kurdistán iraquí y el presidente kurdo Massud Barzani expresó su “desaprobación” y denunció el “nivel de peligro de la situación” para que se termine la escalada de violencia. En cambio, Ban Ki-Moon, secretario general de la ONU, ha definido los ataques de Ankara como “legítima defensa”.

Estas incursiones contra el PKK se perpetraron en conjunto con las operaciones contra los yihadistas del ISIS, quienes el 20 de julio consumaron un grave atentado en la ciudad turca de Suruc, cerca de la frontera meridional con Siria, matando a 32 jóvenes activistas socialistas que querían partir para Kobane, centro y símbolo del Kurdistán sirio (Rojava) liberado de la ocupación del califato, como voluntarios para construir una biblioteca y un parque. A matarlos fue una chica como ellos, quien se infiltró cargada de explosivos y se martirizó para desatar la carnicería.

Básicamente Erdogan está utilizando el pretexto del combate al ISIS y el atentado de Suruc para atacar tanto al Estado Islámico, con el beneplácito de Estados Unidos, cuanto a las bases de los militantes kurdos. El gobierno turco concedió que militares estadounidenses y de la coalición internacional utilicen bases militares en el sur del país, en el Kurdistán turco, para las operaciones anti-ISIS.

En Kobane y en la región de Rojava o Kurdistán sirio, los kurdos han constituido una república democrática, una experiencia política novedosa y libertaria que ha sido comparada con el neozapatismo y las experiencias autonomistas. Han avanzado sobre el ISIS de manera eficaz, pese a haber sufrido decenas de atentados suicidas como el de Kobane del 25 de junio, que hizo decenas de víctimas civiles y anticipó un día los ataques simultáneos de los islamistas en Francia, Tunisia, Somalia y Kuwait. Son los solos grupos que han combatido en el campo de batalla liberando ciudades y territorios. Los éxitos de los kurdos YPJ/YPG (Unidades de Defensa del Pueblo/de las Mujeres) contra el califato son evidentes, pero una región autónoma kurda en Siria es una gran preocupación para Erdogan.

Por lo tanto, el gobierno de Turquía, país miembro de la OTAN y aliado de EUA, se presenta como una fuerza anti-ISIS, pero permitió el tránsito de milicianos del califato en su territorio y ataca frontalmente a los que luchan contra los yidahistas. En Turquía las manifestaciones de solidaridad para las víctimas de Suruc, que también se organizaron en otras ciudades europeas, han sido reprimidas por la policía y el ejército.

Por el momento los otros países de la Alianza Atlántica (OTAN) no van a intervenir militarmente en este conflicto a lado de Erdogan, pero, de acuerdo con Estados Unidos y Turquía, avalaron la creación de una zona de seguridad (safe-zone) en el norte de Siria. Se trata de una franja de 90 km, que incluye la región de Rojava, bajo control turco-estadounidense: oficialmente apunta a proteger la frontera con Turquía y a recibir a los refugiados de la guerra civil en ese país, pero en realidad puede ser “un intento de Ankara para parar la formación de un estado kurdo en Rojava”, según el líder del HDP Salahettin Demirtas, o bien una estrategia para fragmentar los territorios en manos kurdas. El peligro sería la constitución de un estado kurdo que una al Kurdistán irakí y al sirio, amenazando también de incluir la minoría kurda de Turquía y el sur de ese país en una nueva entidad. Por eso recrudece la hostilidad del ejecutivo de Erdogan contra los partidos y los militantes kurdos en su país, en Siria y en Iraq.

Además, el 30 de julio la procura de Diyarbakir comenzó una investigación sobre los dirigentes del HDP Selahattin Demirtas y Figen Yüksekdağ acusándolos de “armar y provocar a una parte de la población contra otra”, y Demirtas también es acusado de turbar el orden público e incitar a la violencia por un mitín del 6 de octubre del 2014 en el cual se exhortó a los simpatizantes del partido a salir a las calles para protestar contra las políticas del gobierno en apoyo al estado islámico. La procura de Urfa, además, acusa a Yüksekdağ de “difusión de propaganda de una organización terrorista” porque declaró que “nosotros apoyamos a YPG, YPJ y PYD” (el partido kurdo siriano).

Los kurdos piden a la comunidad internacional una condena de las acciones del gobierno turco, la cual, sin embargo, tarda en llegar. En cambio, Erdogan propone la construcción de un muro en la frontera turco-siriana que aislaría aún más la Rojava, baluarte de resistencia kurda contra el ISIS. La escalada belicista en la región propicia, además, un negocio redundo: China está entre los tres principales socios comerciales de Turquía, junto a Rusia y Alemania, y Erdogan acaba de viajar a Beijín para negociar la adquisición de un nuevo sistema de misiles defensivos de producción china.

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.

Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.
Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.
La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.
Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:
Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

 

Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando ilNabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.
Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.