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Proteste contro ENEL in Colombia

Questa è la versione sintetica di un mio articolo (integrale a questo link) su un caso quasi ignorato dai media italiani, ma che indubbiamente ci riguarda così come riguarda, molto più da vicino, le popolazioni interessate dal progetto per la diga El Quimbo di ENEL-ENDESA (controllata spagnola di ENEL con molti affari in Sudamerica) nel cuore della Colombia. Le somiglianze con i fatti e le questioni ancora aperte della Val di Susa e dei No Tav sono lampanti.

Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e all’italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia.

La prima pietra è stata posta nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.

Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettaridelle terre più produttive della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. El Quimbo, 0,4 GW a regime per coprire il 4% – c’è chi stima un massimo dell’8% – del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i “pionieri” della presunta modernità a tutti i costi” e i difensori dell’ecosistema e del territorio: industria ed energia, miniere e idrocarburi, secondo il modello promosso dal governo oppure sostenibilità locale e ambientale? La posta in gioco è alta e le posizioni paiono inconciliabili.

I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non voler lasciare nulla sul territorio: si stima unaperdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici una volta che la centrale sarà entrata in funzione.

Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. Ad oggi sono state identificate solo 1700 persone per gli indennizzi secondo l’impresa, mentre Asoquimbo ne calcola almeno 3700. Molte compensazioni non sono state corrisposte, ma i lavori vanno avanti.

“Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”.

Miller Dussan, ricercatore e leader di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Parla anche di privilegi e accordi con i grandi proprietari terrieri ma di un disinteresse per le esigenze degli altri abitanti.  Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda” (che potete giustamente vedere qui sotto), con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione.

Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di“interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta che è rientrata pacificamente e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

Ma la corte dei conti e la magistratura stanno ora indagando sulle accuse contro Emgesa per le violazioni dei diritti umani e ambientali e sui contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con la Impregilo, la più grande impresa italiana di costruzioni, per la realizzazione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”.

Link Utili

Articoli in italiano
El Quimbo – Il grido di Matambo

El Quimbo – Caso aperto

L’Enel e la diga El Quimbo

Altri in spagnolo, video e documentari

Reportage di TeleSur

Black Out di protesta e documentario

Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan

Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo

Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.

La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.

Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.

Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.

D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.

Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).
Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

Il 22 marzo gli oppositori al progetto de El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni – soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.

Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.

Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.

El Quimbo – Il grido di Matambo

El Quimbo – Caso aperto

L’Enel e la diga El Quimbo
Reportage di TeleSur
Black Out di protesta e documentario

Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan

Documentario. Una fattoria per il futuro con sottotitoli in italiano

Documentario A FARM FOR THE FUTURE – UNA FATTORIA PER IL FUTURO (da Infonodo) prodotto dalla BBC sui rapporti tra energia e agricoltura e diretto da Rebecca Hosking, nota documentarista naturalista inglese in versione completa e sottotitolata in italiano.

Il film affronta il tema della dipendenza dagli idrocarburi fossili delle filiere agro-industriali contemporanee.

Video di grande impatto, narra in forma autobiografica il percorso della stessa autrice alla ricerca di un nuovo modello produttivo della sua fattoria alla luce dell’imminenza del picco del petrolio.

Fantastiche riprese di fattorie sostenibili indipendenti dall’agrochimica e dai combustibili fossili (esempi di permacultura, agricoltura verticale, orti-giardini giardini-foresta,). Interviste a Colin Campbell, Richard Heinberg, Patrick Whitefield, Chris Dixon, Martin Crawford ed ai figli di Arthur Hollins. Sullo stesso tema si consiglia la lettura del documento del Post Carbon Institute “La transizione agroalimentare: verso un modello indipendente dai combustibili fossili” scaricabile al seguente link: transitionitalia.it/​download/​la_transizione_agroalimentare.pdf

Si ringraziano per la traduzione in italiano:
Agnese Aloise – Stefania Bottacin – Evelina Dezza – Michele Flammia – Deborah Rim Moiso – Dario Tamburrano – Giulio Vignoli che hanno liberamente collaborato in rete.

Libia: la vergogna senza fine di noi Occidente in guerra

Con un tempismo che non lascia àdito a dubbi, ecco in cosa si è tradotto lo “scatto d’orgoglio” che, secondo il nostro Presidente della Cosiddetta Repubblica, avrebbe manifestato l’Italia, nella giornata di marketing per i 150 anni dall’erezione di questo Stato Pietoso: si è tradotto nella cifra genica di questo stesso Paese, cioè la crudeltà, il trasformismo, la furbizia idiota e malvagia, l’entusiastica salita sul carro dei vincitori delle prossime ore. E’ come fosse “firmato Diaz” e invece è “firmato Giorgio Napolitano” questo intervento che lascia attoniti, a poche ore dalla rilettura del celebre quanto inutilissimo articolo costituzionale n°11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Noi, gli assassini che hanno massacrato libici decenni prima di baciare loro anelli e osculi anali, agiamo da Iago perché siamo consapevoli che è il petrolio che conta, e che si prepara il nuovo ordine del Mediterraneo. A cui la Penisola, che ne sarebbe una portaerei in mezzo al, fa proprio questo: porta gli aerei.

Con inusitata fantasia, tutta di marca Ansa, i maggiori quotidiani italiani on line hanno titolato che è “Pioggia di bombe sulla Libia”. Speravo di non leggere mai più, dopo i timori e tremori della mia pubertà condizionata dalla incertezza militare e geopolitica, il nome Cruise, se non negli annali di Scientology. Eppure eccoli di nuovo qui,i missili statunitensi, un centinaio, sempre di marca nordamericana, sempre la stessa solfa paratexana dell’esportazione della democrazia, quando l’evidenza denuncia la consistenza morale degli attori in gioco.
Anzitutto il Premio Nobel Per La Pace Barack Obama, questo eletto dagli svedesi, questa versione angosciante del Sir Bis di Mowgli, questo assassino che avrebbe pure origini africane, questo paladino della speranza che fa un discorso da illuminato al Cairo davanti a Mubarak pochi mesi prima di scaricarlo in quella che solamente gli ingenui entusiasti potevano salutare come “primavera”. Telecomandati da americani e francesi, i vertici militari di Egitto e Tunisi si sono mossi secondo direttiva. E lo spontaneismo, al solito, è stato virato contro la sincera volontà di masse enormi di popolo. Era stato predetto, qui, su Carmilla, grazie all’occhio di lince del compianto Sbancor, che entro la decade si sarebbe passati a una risistemazione geopolitica del Nord Africa e del medio Oriente. Dai sultanati più a est, dove si stanno muovendo rivolte ambiguissime, potrebbe nascere lo Stato-AlQaeda, come annunciava esuberante di colori la cartina Usa citata dallo stesso Sbancor. Mai però si sarebbe immaginato che, ad avallare una simile perversione politica, sarebbe stato questo Presidente che in due anni e mezzo ha già pareggiato il conto con Bush in fatto di sceriffato internazionale. La Cina dovrà andarsi a cercare il petrolio altrove, per il momento: era ora di agire e l’Occidente morente l’ha fatto. E lo ha fatto con una miopia inverosimile, oltre che vergognosa per il sangue che sta spargendo in questi drammatici minuti. E’ miope inseguire il petrolio nel momento in cui si sta per lanciare, come sostituto dello Shuttle, una nuova navetta che va a idrogeno.
La Francia è il secondo attore di questo affaire lurido e stagnante come i depositi di oro nero e cariato che stanno sotto le distese di sabbia libiche. E’ incredibile che, anche grazie all’intervento del filosofo del nulla Bernard-Henri Lévy, si dia appoggio a una unica fazione di una guerra civile di un Paese straniero, lanciando i valori e i missili della Marsigliese. La verità vera e ovvissima è che la Francia, così come la Gran Bretagna e la Germania, ha semplicemente interrato la presenza in quelle che non sono affatto le sue ex colonie africane: sono ancora propriamente le sue colonie. E che bella occasione sfruttare gli Stati Uniti per ampliare l’estensione del proprio dominio! Andare a prendere la Libia, considerata, non si sa perché, “territorio di conquista italiano”, quando da lustri è il contrario di ciò che accadde sotto Mussolini. Quanto contano le quote libiche in Fiat? E in Unicredit? E nella campagna elettorale dell’Ulteriore Nano a capo di una nazione europea? Questa “vittoria diplomatica” è, a nostro modesto parere, una delle macchie più ingiustificabili dai tempi dell’Algeria, per l’Eliseo.
Il terzo attore che brilla per indecenza, come già accennato, siamo noi: gli italiani, questa specie all’avanguardia di Fine Impero, gli spaghettari che condiscono col plasma altrui la loro pasta e le loro pastette. Non vorrei altro scrivere, poiché dispongo di un formidabile dialogo a distanza tra i paladini di quello che, nel 1994, fu battezzato come “il nuovo”, grazie a Tangentopoli, cioè la finta rivoluzione con cui l’Italia iniziò a praticare il piano di rinascita di Gelli: e cioè Bossi e Di Pietro. Saranno sufficienti le dichiarazioni di questi due emeriti paladini della sincerità a risultare più efficaci di qualunque commento:
Ha dichiarato Umerto Bossi:

«Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela. Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua. La sinistra sará contenta di quel che succede in Nordafrica perchè per loro conta solo portar qui un sacco di immigrati e dargli il voto. È questo l’unico modo che hanno per vincere le elezioni».

Ha dichiarato Antonio Di Pietro:

«Bossi non ha fatto una dichiarazione ipocrita (“se bombardiamo la Libia ci porteranno via petrolio e gas e arriveranno immigrati a milioni”), ma nel merito fa un errore. Sul piano economico l’errore che fa Bossi è pensare che stando con Gheddafi un domani ci saranno ancora petrolio e gas. Ormai è partita la coalizione, bisogna giá pensare al dopo Gheddafi. Il “domani” e l’approvvigionamento delle materie prime dalla Libia sarà a disposizione di coloro che hanno aiutato la transizione, non di coloro che si sono messi contro. Fare parte della coalizione non crea problemi, semmai il contrario. Ma non deve essere questa – conclude – la ragione per la quale non andiamo in Libia, sarebbe ragione volgare».

 

Non si tratta qui assolutamente di difendere un furbone vestito come se stesse recitando ilNabucco al teatro di Forlimpopoli. Che Gheddafi sia un criminale è patente dallo scorso secolo. Craxi e Andreotti gli salvarono la vita telefonandogli nel deserto un quarto d’ora prima che gli aerei di Reagan bombardassero la sua tenda da harem. Ciò fu interpretato patriottisticamente, quando era una servile delazione di un atto di killeraggio spietato.
Tuttavia è incredibile che si adducano le ragioni che si sono addotte all’ONU per intervenire in Libia, con la risoluzione-lampo. L’impegno umanitario per garantire la salvezza dei civili andrebbe speso anzitutto in Darfur, e non con le armi.
La risoluzione dell’ONU è per ragione filologica ciò che attende questo vergognoso Occidente che muove guerra costantemente: il ri-scioglimento è la fine delle esistenze comode, dello stile di vita garantitoci a spese della vita altrui. La fine del crimine made in Usa & allies. Non ci si illuda che il crimine sia emendato dalla storia umana. Soltanto, non avrà più questo retrogusto da Stranamore.
Osserviamo con denunciante avvilimento uno dei penultimi sussulti di una civiltà al tramonto, che si crede Sansone e però prima fa morire tutti i filistei e poi continua a non crepare.
Ormai siamo tuttavie alle ultime. Che sia la rivoluzione dell’idrogeno, l’avvento di India e Brasile sul piano militare globale o una catastrofe ambientale poco importa. Ciò che accadrà farà sì che una situazione tragica qual è quella libica oggi si ripeta con altre modalità e altri attori.