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35 años despúes, la masacre de La Quesera sigue impune

di Caterina Morbiato

Memorial de víctimas, El Salvador. Foto: Félix Meléndez

[desde Pié de página] Hace 35 años el Ejército Salvadoreño masacró al pueblo de La Quesera. La recién anulación de la Ley de Amnistía y la revelación de documentos desclasificados son una posibilidad de que los perpetradores sean castigados. Mientras, las víctimas y sobrevivientes no esperan: preservan su memoria, pese al dolor de decirla en voz alta.

USULUTÁN, EL SALVADOR.- De no haber pasado nada, quizás estos rostros enmarcados serían tres, no dos. Tres sonrisas infantiles desafiando a un público imaginario. De no haber pasado nada con toda probabilidad no me encontraría aquí, charlando con ese hombre sobre los recuerdos de una guerra ingrata, sobre su familia rota, sobre escombros y locuras. Tampoco estaríamos nombrándote, Cristabél, niña desaparecida hace tres décadas, memoria obstinada de tu padre, este anciano que hoy me enseña a tus dos hermanas –lindas, en sus fotos de diploma– cuando decide rememorar el horror.

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Se Trump minaccia un intervento militare in Messico…

trump-nieto-large570(Fabrizio Lorusso da Huffington post) Sono giorni di tensione per il Messico. Dopo l’ordine esecutivo del neopresidente americano, Donald Trump, firmato la settimana scorsa per realizzare la costruzione del muro alla frontiera col paese latinoamericano (e farlo pagare al Messico attraverso l’imposizione di dazi alle esportazioni messicane negli Usa), arrivano adesso rivelazioni scottanti sulla chiamata di venerdì scorso tra lo stesso Trump e Peña Nieto. Il presidente messicano aveva parlato di una conversazione “costruttiva”, ma è possibile che la verità sia un’altra e che sia molto molto inquietante.

Secondo la agenzia AP (Associated Press) e la giornalista messicana Dolia Estevez, da anni inviata a Washington e collaboratrice dei principali media messicani, fonti attendibili, ma per ora anonime, in Messico e negli Usa hanno fornito una versione alternativa della conversazione con tanto di trascrizioni.  Continua a leggere

El corazón enfermo de #Europa @LaJornada @JornadaOnLine #ISIS #Bruselas

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[Artículo publicado el 24 de marzo de 2016 en la página 5 del diario mexicano La Jornada – link – Pánico en Bruselas – El corazón enfermo de Europa – Por Fabrizio Lorusso*]
El balance preliminar de dos atentados suicidas reivindicados por el Estado Islámico (EI) en el aeropuerto y en el Metro de la capital de Bélgica es de 32 muertos y 270 heridos. En la mañana cundió el pánico por la amenaza yihadista, pero de nuevo se trata de armas, redes y terroristas locales.

El objetivo fue el centro de un viejo continente acorralado por el estancamiento económico, producto de un modelo que ha ido abatiendo los derechos sociales y laborales sin ofrecer el tan esperado crecimiento, y la crisis de los migrantes y refugiados forzados a huir de guerras en las que varios países occidentales tienen implicaciones directas. Por primera vez empiezan a temblar los palacios de la Unión Europea (UE).

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La Terza del Chapo Guzmán: Radio-Intervista a #Modem @RSIonline #NarcoGuerra

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A questo link potete ascoltare la puntata integrale di Modem programma di Radio Svizzera Italiana RSI – Rete Uno – andato in onda il 12 gennaio 2015.  Scarica/Ascolta QUI l’MP3. Parliamo della cattura del Chapo Guzmán e la NarcoGuerra o guerra alle droghe in Messico, in studio l’antropologa Chiara Calzolaio e l’esperto di narcotraffico Piero Ferrante, conduce il giornalista Nicola Lueoend.

E’ considerato il più ricco e potente narcotrafficante al mondo, Joaquin “El Chapo” Guzman è stato riacchiappato lo scorso venerdì. “Missione compiuta, ha annunciato con un tweet il premier messicano Enrique Pena Nieto che, in un breve intervento televisivo, ha parlato di un trionfo per lo stato di diritto. Una cattura che ora fa discutere anche perché forse agevolata da un’intervista concessa dal boss del cartello di Sinaloa al noto attore, regista ed attivista americano Sean Penn, anche lui sotto inchiesta. Ma quale significato dare a questo arresto?

E’ la terza volta che “El Chapo” finisce in carcere. Ma nei casi precedenti, la prigionia si è sempre trasformata in fuga. Gli Stati Uniti hanno chiesto la sua estradizione e lo scenario qui potrebbe essere diverso. Ma anche se così fosse, cambierà qualcosa per le mafie messicane del narcotraffico, organizzazioni criminali tanto potenti quanto spietate, e vero e proprio stato nello stato?

A Modem ne discutiamo con l’esperto di narcotraffico Piero Innocenti e con l’antropologa Chiara Calzolaio, autrice di studi sulla violenza in Messico.

In registrato, l’intervista al giornalista e docente universitario Fabrizio Lorusso, residente in Messico; e la testimonianza della madre di quattro figli uccisi dai narcos.

#Ayotzinapa #Iguala e i sentieri dell’ #Eroina del #Messico

Messico ayotzi striscio blanco y negro[Di Fabrizio Lorusso – Da CarmillaOnLine] A oltre 15 mesi dalla mattanza di sei persone e la sparizione forzata di 43 studenti ad Iguala, le vittime di quel crimine di stato e gli altri 26.000 desaparecidos del Messico continuano a chiedere giustizia. Insieme a migliaia di persone “mancanti” la grande assente è la verità, o almeno la ricerca di versioni plausibili sulla drammatica notte della strage di Iguala in cui, conviene ricordarlo, non solo furono fatti sparire brutalmente i normalisti di Ayotzinapa, ma vi furono anche sei morti, tre studenti e altre tre persone uccise in esecuzioni extragiudiziali, più di 40 feriti e 80 vittime di attentati. A Iguala, località di centomila abitanti al centro dello stato meridionale del Guerrero e, ugualmente, crocevia di fiorenti e disputati traffici di stupefacenti, vi fu una vera e propria operazione militare e repressiva, sviluppatasi in nove attacchi e scenari diversi. Orchestrata dalle autorità locali, confuse e colluse con bande di narcotrafficanti, l’azione è stata realizzata tra le ore 21 e mezzanotte e mezza ed è stata “tollerata”, se non proprio supportata, pure dalla polizia federale e dall’esercito.

Ogni 26 del mese per i +43

Messico ayotzi antorchasSabato 26 dicembre 2015, quattro del pomeriggio, ora di Città del Messico. Un migliaio di persone manifesta per le strade della capitale messicana, semivuote per la pausa natalizia, accompagnando in un “pellegrinaggio politico” e simbolico i genitori dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Iguala e scomparsi nella notte del 26 settembre 2014. Il corteo, con alla testa 43 torce accese a illuminare le fotografie dei ragazzi, è partito dal centro storico e s’è concluso presso la Basilica della Madonna di Guadalupe, l’icona religiosa messicana per eccellenza. La domanda incessante di ritrovare in vita gli studenti, ribadita negli ultimi 15 mesi puntualmente ogni giorno 26 per le strade e le piazze di mezzo di mondo da organizzazioni, attivisti, collettivi e persone solidali con la causa dei desaparecidos messicani, è stata dunque portata anche nel centro cerimoniale cattolico più importante del Paese. Un altro Natale, il secondo, senza i ragazzi della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” ma con la speranza pertinace di ritrovarli. E di ritrovare anche gli altri 26mila desaparecidos, da cifre ufficiali, che invece sono oltre 30mila secondo numerose Ong. Non si dimentica, quindi, che i 43 sono, in realtà, molti di più, sono +43. Il grido e la rivendicazione di ¡Justicia! si moltiplicano.

Vidulfo Rosales, avvocato del Centro dei Diritti Umani della Montagna Tlachinollan y delle famiglie dei giovani, ha sottolineato la volontà di non mollare del movimento che li sostiene, legittimato altresì dall’operato del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (GIEI della CIDH). Il GIEI in settembre ha reso pubblici i risultati dei suoi primi sei mesi di investigazioni, che hanno smontato la “verità storica” della procura messicana con cui si pretendeva di chiudere il “caso Iguala-Ayotzinapa”, e in aprile concluderà le sue indagini. In dicembre il gruppo ha anche confermato, in base a immagini satellitari, l’inesistenza di un incendio nella discarica di Cocula la notte del 26-27 settembre, cioè quando secondo la Procura alcuni membri della delinquenza organizzata locale avrebbero incenerito i corpi degli studenti per tutta la notte e la mattina seguente.

Esercito impermeabile

Messico 43Anche se ripetutamente il governo e le forze armate hanno negato alla stampa, agli inquirenti e, in seguito, agli esperti internazionali l’accesso alle strutture castrensi e gli hanno impedito d’intervistare i militari del 27esimo battaglione di stanza a Iguala, che sono stati presenti in varie fasi della persecuzione contro gli studenti e sono stati più volte segnalati come possibili responsabili o corresponsabili di sparizioni forzate, sono sincere e forti le aspettative riguardanti il lavoro del GIEI che sta provando a dare almeno qualche certezza ai genitori e ad aprire nuove piste, volutamente escluse da governo e procura.

In questo senso le attese per i prossimi mesi sono positive, la speranza di sapere e di trovare vivi i ragazzi resiste. “Non è un atto religioso ma politico”, ha dichiarato Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori, parlando della marcia alla Basilica e, in riferimento a questo “periodo festivo”, ha specificato che “non ci sono giorni di pace o di felicità, ma si tratta di giorni in cui non si riposa, non si dimentica che ci sono vittime di sparizione forzata”.

Ad oggi la linea d’investigazione tracciata dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam in base a testimonianze di alcuni detenuti estratte con la tortura, la quale centrava l’attenzione sulla discarica del comune di Cocula, sulle polizie municipali e sui narcos del gruppo Guerreros Unidos, non è più quella fondamentale e si sta ampliando il novero delle persone, dei politici e delle autorità a vari livelli che sarebbero potenzialmente coinvolti. La famigerata SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) è stata estromessa dalle indagini che sono passate nelle mani di Eber Omar Betanzos, sottosegretario ai diritti umani della Procura Generale della Repubblica (PGR), organo presieduto da Arely Gómez.

Messico ayotzi esercitoIl giornalismo di ricerca messicano, nonostante i rischi, non ha smesso di scavare. Il reportage di Anabel Hernández e Steve Fisher “Inoccultabile la partecipazione dell’esercito” (Rivista Proceso n. 2027) e l’analisi di Gloria Leticia Díaz “La verità di Iguala, tappata con un mantello verde oliva” (Proceso 2040), per esempio, confermano partecipazioni, testimonianze e versioni che legano tra loro le differenti azioni dell’esercito durante “la notte di Iguala” ed evidenziano nettamente i tentativi della PGR di occultare e coprire la presenza, la vigilanza, l’omissione dei soccorsi e le attività repressive dei militari contro gli studenti di Ayotzinapa. Infatti, le testimonianze rese dai 36 ufficiali e soldati del 27esimo battaglione alla procura il 3 e 4 dicembre 2014, ben 67 e 68 giorni dopo i fatti, sono di per sé infestate da imperfezioni tecniche e contraddizioni contenutistiche e rivelano un quadro fosco, cioè indagini intenzionalmente confuse e un ruolo dell’esercito ancora tutto da chiarire. Ed è la necessità di fare chiarezza sul ruolo delle forze armate una delle principali richieste del GIEI che probabilmente non verrà mai esaudita, creando un vuoto inaccettabile nelle investigazioni e nella ricostruzione dell’accaduto.

L’insostenibile nefandezza di Milenio

Portada-Milenio-9-de-noviembre-de-2015Effettivamente grazie a una protesta che non s’è mai fermata, ma che anzi s’è estesa a macchia d’olio globalmente, e alla forza di volontà dei genitori dei 43 il movimento per la giustizia e la verità sul caso Ayotzinapa è riuscito a scardinare la falsa verità offerta dagli inquirenti e far aprire nuove linee di ricerca, portate avanti da tecnici e personale differenti, e a mantenere comunque alto il livello d’attenzione dei mass media.

Un’attenzione che, se da una parte s’è mostrata sensibile alle istanze dei genitori e dei movimenti sociali, soprattutto mediante la copertura di media alternativi e indipendenti nazionali (Desinformémonos, Revolución 3.0, Agencia Subversiones, solo per citare i più noti) e stranieri, così come di alcuni importanti portali web e riviste cartacee (SinEmbargo, Aristegui Noticias, La Jornada, Revista Variopinto, Proceso, tra i più seguiti), dall’altra ha condotto una campagna di discredito e menzogne, capeggiata dal quotidiano Milenio, contro i genitori dei 43 e i loro figli sequestrati dallo stato, contro i portavoce del movimento e della scuola rurale di Ayotzinapa, come Omar García, e infine contro tutte le forme di dissidenza sociale e protesta attive del paese, in particolare quelle dei docenti della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) in lotta contra la riforma educativa implementata dall’esecutivo di Peña Nieto nell’ambito delle sue “riforme strutturali” neoliberiste (link a reportage di Radio Onda d’Urto sulla campagna diffamatoria di Milenio contro Omar García).

la razonIn un paese che è al 152esimo posto, su 180 paesi, della Classifica Mondiale della Libertà di stampa realizzata da Reporter senza frontiere (RSF) e in cui l’89% dei crimini contro i giornalisti rimane impunita (vedi buona sintesi sulla repressione della libertà di stampa e i movimenti in Messico 2015 QUI LINK), la battaglia mediatica non è mai ad armi pari, visto che i professionisti della comunicazione, i blogger e anche semplici cittadini che usano le reti sociali vivono molteplici attacchi: osteggiati o comunque non tutelati dalle autorità, imbavagliati da leggi liberticide in materia di diritto di manifestazione e d’espressione, sono preda di cacicchi locali e bande della criminalità organizzata oltreché di un clima di violenza e della malafede di gran parte dei media mainstream, duopolio televisivo (Tv Azteca e TeleVisa) in testa.

Annata violenta

La minaccia della violenza risulta ancora più concreta in una società dal tessuto istituzionale sfaldato, minata alla base nei suoi gangli di resistenza e creatività comunitaria e sociale, violentata da un modello economico escludente e da megaprogetti estrattivi irrispettosi di culture e popolazioni. Un Messico che da una parte firma l’accordo segreto TPP (Trans Pacific Partnership) per non perdere “l’aggancio” col socio statunitense, egemone decadente, e dall’altro non può fermare l’emorragia dei desaparecidos e dei morti, con le migliaia di casi irrisolti, visto il tasso d’impunità dei reati del 97%. mapa_GuerreroInfine, come confermano i dati per i primi 11 mesi del 2015, nuovamente si registra un aumento nel numero di omicidi dolosi dopo due anni di discesa (2013-2014) e i picchi (insuperabili?) dell’epoca del presidente Felipe Calderón (2006-2012, col 2011 anno più violento in assoluto: 27.199 omicidi): i dati parlano di 17.055 omicidi contro i 15.907 nello stesso periodo del 2014, per cui per ora l’incremento registrato è del 7% e probabilmente le cifre definitive supereranno i 18.000 assassinii in un anno. La narcoguerra non è affatto finita, il sangue continua a scorrere a sud mentre le correnti di narco-capitali, di armi, di migranti, di schiavi e di droghe illegali fluiscono a nord. Gli stati messicani più violenti, che spiegano il 23% del totale nazionale, sono l’Estado de México, regione che circonda la capitale, e il Guerrero.

Nell’ottobre scorso lo stesso governo statunitense ha dovuto in qualche modo riconoscere come ormai i fondi che stanzia ogni anno per la guerra alle droghe in Messico finiscano nella mani di forze armate e di polizia inaffidabili, che sistematicamente sono al centro di scandali per violazioni ai diritti umani, o in quelle della delinquenza organizzata, provocando di fatto un’inondazione di armi nel paese. Il segnale più chiaro è che per la prima volta dall’inizio del programma di “aiuti” noto come Iniziativa Merida nel 2008, infatti, il Dipartimento di Stato ha deciso di decurtare di 5 milioni di dollari sui 148 previsti per il 2016.

Messico stricione grande ayotzinapa-25-s-2015-mexico-city-203-smallE’ un goccia nell’oceano, considerando pure che dall’inizio dell’operazione il congresso USA ha stanziato qualcosa come 2300 milioni di dollari, ma è pur sempre un segnale. 1300 milioni di queste erogazioni sono andate a finanziare l’acquisto di equipaggiamento bellico da imprese nordamericane e per corsi di formazione. “C’è gente nel governo USA che sa che tutto questo è una farsa e che non può continuare a dare soldi al Messico come se niente fosse successo, sanno che col loro silenzio, col loro sostegno finanziario e militare, con la loro vendita di armi e formazione, forniscono appoggi morali e politici affinché i militari e i poliziotti continuino a violare i diritti umani senza paura d’essere giudicati, per questo hanno preso questa decisione di tagliare i fondi”, ha precisato alla rivista Proceso Arturo Viscarra, coordinatore di SOA Watch, Ong statunitense che da anni lotta per la chiusura della School of the Americas (SOA), storica fucina di dittatori e militari latinoamericani.

L’eroina di Iguala e il mercato mondiale

Messico planta amapolaNel novembre 2015 è uscito nelle librerie messicane il libro Dai la colpa all’eroina: da Iguala a Chicago, inchiesta di un vecchio lupo di mare del giornalismo messicano, José “Pepe” Reveles, già autore de Il cartello scomodo (2010), Sequestri, narcofosse e falsi positivi (2011) e Il Chapo: consegna e tradimento (2014), tra gli altri. La tesi centrale del volume è che i veri responsabili della sparizione dei 43 normalisti di Ayotzinapa sono fondamentalmente i tre presidenti della repubblica che dal 2000 ad oggi sono stati al potere: Vicente Fox, del conservatore PAN (Partido Acción Nacional), tra il 2000 e il 2006, Felipe Calderón, anche lui del PAN, tra il 2006 e il 2012, e infine Enrique Peña Nieto, del PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemonico di regime per 71 anni nel Novecento).

Sono loro i primi responsabili di non avere attuato una politica antidroga “decisa e sovrana” che non sottostesse ai diktat degli Stati Uniti, il maggiore mercato di consumo mondiale di beni e servizi leciti e illeciti. Tra questi, naturalmente, ci sono anche le droghe per circa 20 milioni di consumatori statunitensi per cui il Messico è (storicamente, come da mappa del 1993…) un gran produttore: la marijuana, l’oppio e i suoi derivati, tra cui morfina ed eroina, e le metanfetamine provenienti dai numerosi laboratori sparsi sul suo territorio. Messico 1993 Amapola MarijuanaMa in terra azteca, ormai da più di due decenni, sono smistati pure i principali flussi di cocaina, bianco petrolio importato da Colombia, Bolivia e Perù e gestito dalle mafie messicane su scala globale.

Negli ultimi 3-4 anni il cartello di Sinaloa, mafia leader del mercato in Messico e negli USA, ha spinto l’offerta di eroina, stupefacente inalato e non solo iniettato, diversificando il prodotto: dalla vecchiablack o brown tar, eroina di colore marrone, ottenuta più rapidamente e di minor qualità, in cui erano specializzati i messicani tradizionalmente, è stato fatto il salto nel redditizio mercato della white tar, la bianca, che era dominato dai colombiani. Inoltre dal Sud e dalla west coast, regno della black, Sinaloa s’è spostata verso la east coast, più desiderosa di white tar.

Messico amapola 2Sostiene l’autore, a ragione, che la “guerra alle droghe” ha contribuito a un gran risultato, facendo sì che il Messico diventasse il secondo produttore mondiale di eroina, secondo solo all’Afghanistan e seguito dagli antichi leader, i paesi del “triangolo asiatico” o “dorato”, ossia Myanmar (Birmania), Laos e Tailandia, e la Colombia. Come è stato possibile? Le cause sono sicuramente varie, ma Reveles ne indica una sostanziale che contrasta fortemente con la retorica ufficiale. Alla fine del sessennio presidenziale di Vicente Fox l’esecutivo decide d’interrompere le fumigazioni dal cielo con erbicidi le piantagioni di cannabis e adormidera (papavero da oppio).

Dal “triangolo dorato” al “pentagono dell’oppio” del Guerrero

Il 28 novembre 2006, due settimane prima che Calderón annunciasse la prima offensiva militare della narcoguerra nel suo natale Michoacán il presidente Fox, nel terzultimo giorno del suo mandato, firma un decreto per sospendere i programmi d’estirpazione via area della coltivazioni. Messico Guerrero mapa pentagono de la amapolaNei sei anni successivi il Messico incrementa di quattro-cinque volte il suo output di oppiacei e di due volte quello di marijuana. Intanto anche i morti ammazzati crescono: sono più di 150.000, i due terzi dei quali legati alla narcoguerra. Ancora oggi l’esercito provvede a estirpare manualmente le coltivazioni illecite, ma il ritmo di crescita delle stesse è molto maggiore. Inoltre in questi anni i governi messicani hanno presentato cifre adulterate e contrastanti con quelle di organismi internazionali sulle superfici seminate a papavero realmente “ripulite”.

Il Guerrero, oltre ad essere culla di movimenti popolari e guerriglieri, è un territorio fortemente militarizzato per lo meno dagli anni settanta, epoca della guerra sporca (guerra sucia) e delle prime desapariciones, intese come metodica politica di stato e dirette contro ogni tentativo di organizzazione dal basso o di dissidenza rispetto al regime priista (=del PRI).

Sempre agli ultimi posti negli indici di sviluppo nonostante i suoi ricchi giacimenti auriferi e la proliferazione di località turistiche, la regione si trova al centro dei traffici internazionali della sostanza su cui i cartelli messicani stanno puntando per rimpiazzare nel mercato USA la coca, ormai in stasi, e la marijuana, sempre più legalizzata (per esempio in Oregon, Alaska, Washington e Colorado anche per fini “ricreativi”) e sottratta progressivamente al controllo mafioso. Acapulco, Chilpancingo, Taxco e Iguala sono hub dell’eroina e della marijuana. Le piantagioni di papavero da oppio fioriscono sulla sierra e nella tierra calienteper confluire verso i punti strategici del cosiddetto “pentagono dell’oppio”.

Il potere del cane

black_tar_heroinIl vero potere risiede storicamente nelle forze armate che, quarant’anni dopo l’inizio della lotta ai movimenti guerriglieri e a un quarto di secolo dalla fine della Guerra Fredda, contesto “macro” e geopolitico in cui s’iscrivevano le sue funzioni di controllo sociale a livello “micro” e nazionale, sono gli arbitri dei giochi e dei flussi nel Guerrero. La linea immaginaria del pentagono dell’oppio segue il tracciato delle strade federali della regione, ma corrisponde altresì alle basi militari: in senso orario troviamo le caserme di Iguala, Chilpancingo, Acapulco, Pie de la Cuesta, Atoyac, Petatlán, Pungarabato e, la più vicina a Iguala, Telolopan. Il pentagono dà origine al 42% degli oppiacei prodotti nel paese, occupa circa il 40% del territorio del Guerrero e si estende dalla costa alla sierra, collegando le turistiche Zihuatanejo e Acapulco, e poi in direzione nord-est ha tre vertici: la capitale Chilpancingo, Iguala e Tlapehuala. La frontiera è delimitata dalle strade federali e dalle basi militari. Al suo interno, ma anche oltre i suoi confini, verso Cuernavaca, Oaxaca, il Michoacán e l’Estado de México, la semina del papavero, l’ingovernabilità e lo scannatoio tra gruppi criminali proseguono indisturbati.

white tarLa repressione sociale, compresal’escalation degli attacchi contro i giornalisti, gli ambientalisti e gli attivisti in generale, è legata a doppio filo, da un lato, alla strategia statale di controllo del territorio, che passa dalla militarizzazione, dalla desaparición forzada, dalla fabbrica dei colpevoli, dall’omicidio politico e dalla delega di poteri sostanziali a forze armate protette e intoccabili, e, dall’altro, alla gestione di patti politici, connivenze giudiziarie e ripartizioni dei benefici di un’economia criminale che, per quanto riguarda l’eroina, genera su scala nazionale guadagni stimati intorno a 17 miliardi di dollari. In questo quadro vanno considerati e collocati anche altri importanti fattori quali lo sfruttamento delle risorse minerarie, la presenza di imprese multinazionali, di agguerriti movimenti organizzati, come quelli dei docenti e delle stesse scuole normali, e di gruppi armati di autodifesa (per esempio le CRAC, ma non solo) e guerriglieri, come l’ERPI e l’EPR.

Il “cartello” e il quinto autobus

narco attivita' messicoL’inferno di Iguala in cui sono incappati gli studenti di Ayotzinapa è dunque l’inferno del traffico di eroina e marijuana, tollerato e cogestito da apparati dello stato e della sicurezza nazionale in combutta con partiti politici e amministratori locali controllati dai narcos o parte essi stessi delle cupole criminali. Gli inferi del narco-stato non si circoscrivono al pentagono oppiaceo del Guerrero, ma riguardano almeno la metà dei comuni messicani dal Sinaloa al Tamaulipas e al Chiapas, dal Michoacán e dal Oaxaca al Durango, Sonora e Chihuahua. Il tour geografico della decomposizione potrebbe continuare. Mi limito a menzionare gli stati dove il fenomeno è tradizionalmente molto radicato, per lo meno dall’epoca dei primi gomeros, coltivatori di oppio, che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno sperimentato uno dei primi boom della morfina, sostanza utilizzata per soddisfare i bisogni narcotici e antidolorifici della macchina bellica statunitense.

señores del narcoSecondo lo scrittore americano Don Winslow, autore di magistrali romanzi sui narcos messicani come Il cartello(2015) e Il potere del cane (2005), il potere del cane rappresenta la capacità d’oppressione dei pochi sui tanti, mentre il cartello significa molto di più che un gruppo di produttori associati o un’organizzazione criminale per il commercio della droga. Il cartello è un sistema d’oppressione sofisticato e articolato che comprende tanto i gruppi della delinquenza organizzata quanto gli apparati dello stato collusi e gli istituti finanziari, tanto la manovalanza criminale quanto funzionari e politici corrotti. Gli anelli della catena del cartello si diramano fino ad includere al suo interno frammenti di tutto il sistema economico, sociale e politico. La tesi di un altro grande libro, l’inchiesta di Anabel Hernández “I signori del narco”, coincide con quella di Winslow, ma assume forza e veridicità in quanto elaborata da una giornalista tra le più rispettate in Messico: i signori del narcotraffico, infatti, non sono solo i boss ma anche (e sprottutto) i politici che li supportano, come per esempio uno dei “protagonisti” del libro, l’ex ministro della pubblica sicurezza di Calderón, Génaro García Luna.

“Tanto i conducenti dei bus come i poliziotti della Federale, gli agenti locali e lo stesso esercito ne erano informati. In altri modi non è possibile praticare nel paese il traffico di droghe”, conferma Pepe Reveles nel suo libro parlando di uno degli autobus, il famigerato “quinto bus”, sequestrato dagli studenti di Ayotzinapa la notte del 26 settembre a Iguala.corrupcion-en-mexicoDi cosa erano informate le autorità? Cosa invece non sapevano i ragazzi? Che quel pullman, di proprietà della compagnia Costa Line o della Estrella Roja del Sur, era molto probabilmente carico di eroina. Milioni di dollari rischiavano di sfumare, ma soprattutto si sarebbero accesi i riflettori sul cartello narco-politico-militare del Guerrero.

Anche il gruppo di esperti della corte interamericana ha messo in evidenza il caso di questo bus che, invece, era stato “trascurato” dalla procura e dalla sua “versione storica” dei fatti. All’interno della massa enorme di fascicoli sulla notte di Iguala le ricerche di giornalisti e periti hanno trovato la pista di quel quinto bus, occupato da 14 normalisti la notte del 26, e dell’eroina. I consumatori statunitensi di questa droga, oggi fornita al 90% dai trafficanti messicani, si sono duplicati tra il 2007 e il 2012. La metà delle esportazioni passa da Iguala e il sistema di trasporto preferito è quello terrestre che sfrutta le compagnie di linea. Il business dell’eroina è privato ma con partecipazione statale e nessuna delle parti vuole che venga scoperto, né che aumentino gli sguardi indiscreti o i testimoni. Perciò, quando le spie dei Guerreros Unidos e della polizia a Iguala hanno lanciato l’allarme, è partito l’ordine di fermare gli studenti “in qualunque modo”.

represionDa decenni insegnanti, giornalisti e studenti, specialmente quelli delle scuole normali e di Ayotzinapa, sono una spina nel fianco per “il cartello”. Sono attivisti sociali, militanti politici o comunicatori che possono mettere in pericolo gli affari della regione, siano essi legati agli stupefacenti o allo sfruttamento delle risorse naturali. Anche per questo sono osservati, infiltrati, minacciati e vigilati. Nel 2011 la polizia uccise con nonchalance due manifestanti della scuola R. Isidro Burgos sull’autostrada del sole, la Città del Messico-Acapulco. Il 26 settembre 2014 il Centro di Controllo, Comando e Computo (C4) li teneva d’occhio dal pomeriggio e ne ha seguito le mosse fino all’epilogo della mattanza e della persecuzione notturna. Per anni le autorità e la popolazione sapevano del saldo tremendo di vittime e desaparecidos nel pentagono dell’oppio, così come di altre zone del Messico, ma l’omertà e la connivenza avevano prevalso. La problematica del narcotraffico viene a convergere con quella della povertà e delle eterne disuguaglianzie socio-economiche, cui s’oppone la parte combattiva e più organizzata della popolazione, ben nota e segnalata alle autorità e schiacciata tra due fuochi: narcos e governo.

La scarsa volontà di risolvere questi casi è palese: per esempio per la strage di Iguala ci sono oltre 100 arrestati, in attesa di giudizio e dispersi in mezza dozzina di prigioni in tutto il paese, e il processo è spezzettato in 13 cause penali e numerosi fascicoli diversi. L’attenzione mediatica, sociale e politica s’è risvegliata anche se a fasi alterne. E resta sempre il rischio di cedere agli attacchi di chi pretende di lasciare tutto com’era prima e punta allo sfiancamento della protesta. La lotta dei genitori dei 43 e del movimento degli “altri desaparecidos”, sorto nell’ultimo anno dalle ceneri delle decine di fosse clandestine piene di resti umani nella zona intorno a Iguala per unire familiari di desaparecidos e vittime del crimine e delle autorità, è trascendente e necessaria per vincere il silenzio, l’oblio e il gattopardismo che all’improvviso, ciclicamente, finiscono per avviluppare e far dimenticare vicende, stragi, crimini di stato e traffici.

Marciume mediatico

In questo intricato e indignante contesto buona parte dei media del mainstream messicani, capeggiati dal “cartello” di Milenio e del quotidiano La Razón, anziché denunciare il contubernio delinquenziale vigente, lo sforzo delle autorità per mantenere lo status quo d’impunità e garanzia per i traffici illeciti, l’insultante e vergognosa condizione di intere regioni fuori controllo e poverissime, l’esposizione alla violenza dell’intera società e le condanne della comunità internazionale per le violazioni ai diritti umani, si dedica a creare casi fasulli e a denigrare chi protesta. Allora ecco che a Omar García vengono attribuite identità fittizie che lui avrebbe inventato o azioni spregiudicate da “cattivo maestro”. Ecco che gli “Ayotzinapos”, come vengono chiamati dispettivamente gli studenti della scuola “Isidro Burgos”, diventano i giovani boss di un narco-cartello, ecco che le bande criminali dei Rojos e degli Ardillos ora si contendono la plaza di Ayotzinapa a suon di Ak-47 (kalashnikov o cuerno de chivo), ecco che i 43 non erano degli stinchi di santo e, anzi, alcuni erano criminali e non alunni modello. Funzionari di governo e media cercano di convincere i genitori del fatto che i figli navigassero in cattive acque e poi provano a corromperli con prebende. Ed ecco poi che manifestanti si trasformano in violenti sovversivi che bloccano il traffico delle città senza motivo, i genitori delle vittime, che non accettano l’elemosina dei burocrati, sono dipinti come ignoranti e manipolati da organizzazioni e personaggi esterni. Gli insegnanti che scioperano sono degli scansafatiche, come d’altronde i maestri rurali diplomati nelle scuole normali, ed ecco infine che i giornali filogovernativi rilanciano la notizia, non verificata, per cui uno dei 43 desaparecidos era militare. E così via, senza fine e senza etica da più di 15 mesi, anche se purtroppo è un film che vediamo e rivediamo in loop da sempre e che in Messico assume tinte surreali e drammatiche, estreme, per cui vale la pena stoppare la trasmissione, finché è possibile, e scriverne.

Di seguito la video intervista (doppiata in italiano) a Omar García, realizzata al Vag61 di Bologna – Grazie a Vag e a Bologna per Ayotzinapa (video link originale). E QUI archivio completo Ayotzinapa-CarmillaOnLine.

El #EstadoIslámico, mitos y realidades @jornadasemanal #Mexico #ISIS

Terrorismo y guerra ISIS SEMANAL-Portada1083(Publicado en la edición del 6 de diciembre de 2015 del Suplemento Semanal del Diario Mexicano La Jornada – De Fabrizio Lorusso)

Los atentados del 13/11 o 13-N en París estremecieron a la opinión pública mundial, pero en 2015 han sido muchas más las matanzas con firma islamista radical difundidas por los medios, aunque con diferente énfasis: de Siria a Kenia, de Turquía a Egipto y Beirut se ha cernido una estrategia de terror. Sólo entre julio y septiembre, el Estado Islámico de Irak y Siria (ISIS) y sus afiliados cometieron mil 86 atentados, doce por día, con un saldo de 2 mil 978 víctimas, casi todas en países musulmanes.

Medio Oriente parece un escenario de la Guerra Fría en pleno siglo XXI, con Rusia y Estados Unidos al mando de “bloques de intervención” e intereses geopolíticos contrastantes. Gobiernos y medios occidentales justifican cierres de fronteras en Europa y más bombardeos en Siria para apoyar, dentro de la guerra civil iniciada en 2011, a los opositores del presidente-dictador Bashar al-Assad y debilitar al ISIS.

Rusos y chinos sostienen a Assad contra los rebeldes y Rusia ha enviado cazas para golpear al ISIS y apuntalar el régimen sirio. Asimismo, los gobiernos de Irán e Irak están con Assad. En medio está la población civil indefensa: en cuatro años ha habido más de 4 millones de expatriados, 8 millones de refugiados internos y trescientos mil muertos, sobre un total de 22 millones de habitantes.

Se ha vuelto a hablar de “choque de civilizaciones”: la occidental judeocristiana vs. la árabe-musulmana, pero se trata más bien de “choques dentro de una civilización” en los que irrumpen reiteradamente potencias externas, que pelean directamente o arman a grupos por sus propios objetivos, y fundamentalistas con aspiraciones hegemónicas.

Así, siguen los conflictos entre gobiernos y comunidades sunitas, que representan al 87% de los musulmanes, y chiitas (13%); árabes y no-árabes; judías, musulmanas y cristianas; proccidentales y antioccidentales, etcétera.

El incendio de Mesopotamia llega a Europa, en donde hay centenares de ciudadanos que militaron en el isis como foreign fighters: 500 del Reino Unido, mil 200 de Francia, 450 de Bélgica, 500 de Alemania, 800 de Rusia, 100 de Italia. Pocos, comparados con los 20 millones de musulmanes totales de la Unión Europea, pero potencialmente muy peligrosos.

Tras el ataque al semanario Charlie Hebdo en enero y el 13-N, emociones encontradas y cegueras belicistas ofuscaron la reflexión acerca de contextos lejanos y los vocablos que los describen. Por ejemplo, la ideología o el movimiento político del yihadismo viene de yihad, que muchos identifican sólo con “guerra santa”, aunque su significado es “esfuerzo” y es un concepto complejo con distintas interpretaciones: puede significar “resistencia a la opresión”, “obligación de fe” o “lucha” personal interna, pacífica o hasta armada. En este sentido se habla de alas yihadistas combatientes como el ISIS, dentro de la corriente salafista sunita que promueve una versión tradicional-radical del islam.

La palabra islamismo ha cambiado su significado: en el siglo XIX equivalía a islam o mahometismo, pero desde la década de 1970 describe movimientos, partidos e ideologías que pretenden adaptar la política a los preceptos del islam. El islamólogo francés Bruno Étienne define su versión dura, el “islamismo radical”, como “uso político de temas musulmanes en reacción a la occidentalización, considerada agresiva hacia la identidad árabe-musulmana”, y “protesta” contra la modernidad y la laicidad.

Sharia, traducible como “camino a la paz”, es la “ley islámica”. Representa un código de conducta integral que va más allá de la religión, aunque se funda en el Corán y en las sentencias del fundador del islam, Mahoma, después de cuya muerte (632 d.C.), a consecuencia de conflictos doctrinarios y políticos surgieron dos ramas del islam, la sunita y la chiita. La sharia puede incluir muchos aspectos de la vida y ser incorporada en el derecho de los países. En un “Estado Islámico”, la autoridad emana de la ley islámica y el islam es religión oficial. Es el caso de Irán (chiita), Arabia Saudí (sunita) o de ISIS.

MITOS ALREDEDOR DEL ESTADO ISLÁMICO

Los musulmanes aman al EI por radical. El poder del EI viene de la política, no de la religión. El EI quiere instaurar un “estado” o “califato” sunita en Oriente Medio. En 2013 y 2014 fue instalándose en el Norte-Oeste de Irak, a lo largo del corredor entre Fallujah y la frontera siria, pasando por Ramadi, y en las ciudades de Mosul y Tikrit, así como en Siria, donde avanzó sobre Palmira, Dayr Az Zawr y Raqqah. Su jefe es el califa iraquí de cuarenta y cuatro años, Abu Bakr al-Baghdadi.

Aunque es rechazado por la mayoría de los árabes y de los musulmanes (dos conjuntos que no coinciden), ha ganado cierto consenso en Irak entre comunidades sunitas y militantes del partido Baaz Árabe Socialista, hoy proscrito, del fallecido Saddam Hussein. En efecto, este dictador y su gobierno eran sunitas, y tras la invasión estadunidense de 2003 se instaló en Irak un gobierno chiita que operó una represión contra los sunitas. También Assad, de Siria, es chiita y gobierna sobre una población mayoritariamente sunita. ISIS, entonces, ocupó regiones en donde hay minorías sunitas importantes que fueron privadas del poder y acorraladas en el pasado.

El EI es un Estado. EI es una entidad autoproclamada no reconocida, aunque sí tiene ciertas prerrogativas de un Estado: un territorio del tamaño de Bélgica, que va achicándose conforme siguen los bombardeos sobre sus baluartes y las victorias en el campo de batalla por parte de sus rivales (kurdos sirios e iraquíes, rebeldes sirios, mercenarios chiitas e iraníes, ejército regular de Irak); un pueblo de referencia, o sea de 30 mil a 50 mil milicianos (diez por ciento de ellos europeos), tribus sunitas y parte de la población bajo su control; cobro de impuestos y monopolio de la fuerza; una ideología nacionalista y de rescate popular, totalitaria y confesional. No se trata de un Estado-nación moderno, sino de un proyecto teocrático que guarda semejanzas con modelos medievales absolutistas y hasta con el nacionalsocialismo.

Están locos y no tienen estrategia. Si por un lado es cierto que proyectan al mundo imágenes terribles, de “locos”, por otro tienen objetivos claros y estrategias racionales. Pretenden crear un califato sunita basado en la ley islámica y en interpretaciones radicales del Corán. Los pobladores, sunitas como los del ISIS, aunque no extremistas, han sido víctimas de represiones y discriminaciones por parte de gobiernos chiitas como el iraquí y el sirio. El EI sería el menor de los males. Además, el EI fomenta y explota un sentimiento antioccidental difuso que tiene origen en un largo historial colonial y neocolonial de potencias injerencistas en la región: Rusia, Estados Unidos, Turquía y varios países europeos.

Nadie los puede vencer. En el último año perdieron la cuarta parte de sus posesiones. El EI retrocedió en Siria, en donde los kurdos mantienen bajo su control Kobane y la provincia de Rojava, en la cual están construyendo una república democrática y popular con el apoyo de combatientes y movimientos progresistas del mundo entero, y lo mismo ha sucedido en Irak, donde los p-bladores del Kurdistán autónomo iraquí han defendido sus territorios y avanzaron sobre Sinjar en noviembre.

Los financian Occidente y sus aliados árabes. Sí y no. El EI puede pagar a sus tropas mejor que los rebeldes sirios o el ejército regular iraquí y no depende de dinero del extranjero. Tiene sus fuentes de riqueza: venta de petróleo a través de la frontera turca y de electricidad a Siria, extorsión de la población, impuestos, expoliación de bancos y ciudades conquistadas, financiaciones de Qatar, Arabia Saudita, Kuwait (aliados de Estados Unidos). ISIS no es financiado directamente por potencias occi-dentales, aunque el tráfico de armas procedentes de estos países y de hidrocarburos lo ha reforzado. Al Qaeda, de la cual se desprendió ISIS, fue una criatura de los servicios de inteligencia estadunidenses (CIA) contra la ocupación soviética de Afganistán entre 1979 y 1989.

Son insurgentes sirios. En ISIS hay sirios. El EI combate en Siria, pero su origen es iraquí. En febrero de 2014 fueron expulsados de la rama Al Qaeda-Irak por ser demasiado violentos y desobedecer las órdenes del sucesor de Osama Bin Laden, al-Zawahiri. Al Qaeda en Siria opera con la célula Jabhat al-Nusra, que ahora también es enemiga del EI. Las bombas de la aviación francesa, la inglesa y la estadunidense sobre posiciones de ISIS fueron el motivo que esgrimieron los terroristas para atacar París y ganar más adeptos entre los sectores radicalizados del islam, incluso en Europa. Asimismo amenazaron Moscú, pues también Rusia los bombardea en Siria.

El EI se ha vuelto el enemigo común de rusos y occidentales que, por ahora, arrinconan sus diferencias en Siria para golpearlo. Pero el 24 de noviembre un avión caza turco derribó un bombardero ruso, poniendo en riesgo esta “colaboración”. La Turquía del presidente Recep Erdogan, país miembro de la OTAN, mantiene ambigüedades con el EI, al permitir su paso y el contrabando de petróleo por la frontera con Irak. Con la excusa de la “lucha contra el terrorismo” Erdogan reprime poco a ISIS y más a sus eternos enemigos, los kurdos, es decir, los únicos que han vencido al EI por tierra.

ISIS y Al Qaeda son lo mismo. El EI está realizando el sueño que Al Qaeda no pudo concretar. Ni bajo el mando del saudí Bin Laden ni, tras su muerte el 1 de mayo de 2011 en un operativo estadunidense en Pakistán, bajo el control de su sucesor, el egipcio Aymán al-Zawahiri, los qaedistas habían conquistado un territorio-base para el futuro califato.

Al Qaeda, dentro de una estrategia revolucionaria, deseaba derrocar a gobiernos del mundo árabe para tomar el poder y cambiarlos según su ideología extremista, pero sin apoyo popular masivo no podía ganar. El atentado a las Torres Gemelas (11-s 2001) pretendía suscitar en Estadon Unidos una reacción excesiva que a la postre favoreciera a los terroristas. Así, Bin Laden atacó países occidentales, Estados Unidos y sus aliados invadieron países musulmanes y el círculo se cerró con la radicalización de parte de la población que ya veía en el islamismo una alternativa.

Tras la penetración militar occidental en Afganistán (2001) e Irak (2003), crecieron las resistencias armadas internas, Al Qaeda aumentó sus filas y decidió reducir los actos terroristas en Occidente, pues no quería sacar a los invasores sino ampliar la lucha contra ellos en los países árabes. Así creció “Al Qaeda en Irak”, dentro de la cual nació en 2006 el Estado Islámico de Irak, precursor de ISIS/EI. Sus objetivos no han cambiado, pero desde 2010 con al-Baghdadi a la estrategia terrorista se le sumó la de conquista territorial, facilitada por la crisis de Siria y los huecos de poder en Irak. Así las cosas, en la galaxiayihadista radical hay dos “transnacionales” rivales: Al Qaeda y el EI.

Son nuevos y modernos. Se presentan como “novedad” y “duros” con respecto de Al Qaeda y otras facciones. Son modernas sus armas y propaganda. Su “yihad 2.0” vive del manejo de tecnologías y medios actuales, de internet y redes sociales para el reclutamiento de soldados en muchos países y la emisión de comunicados, pero en realidad ISIS es una fuerza tradicionalista y regresiva. Son portadores de un proyecto político-religioso con epicentro en el mundo árabe para la construcción de un Estado inspirado en el califato islámico que tuvo su apogeo en el año 750 dC.

¿Están en guerra contra Occidente? Ciertos países occidentales están metidos en la guerra civil de Siria y contra el EI en Irak y Siria. Éste pelea en un entorno com-plicado, rodeado de enemigos árabes (sobre todo musulmanes-chiitas), kurdos y occidentales. Fuera de Irak y Siria ha ido ganando el favor de islamistas radicales, como los kenianos de Boko Haram. Hay células que se adhieren a ISIS y salen de Al Qaeda. Su estrategia de terror se ha desplegado más dentro del mundo árabe que en Occidente, a pesar de la distinta relevancia que a sus acciones le asignan la prensa y la televisión.

Sin embargo, intolerancia y xenofobia aumentan en el Viejo Continente como en tiempos de guerra, alimentando las expectativas electorales de la ultraderecha y las prácticas antidemocráticas de los gobernantes. De esta forma, el EI gana adeptos en Medio Oriente y surte efectos en una Europa que se blinda, quizá de modo permanente, limitando la libertad de expresión, circulación y manifestación y promulgando leyes especiales y liberticidas. Aunque el califato sucumba un día, el futuro es incierto y no será con bombas como podrá despejarse

El Terror de #París @LaJornada #Opinión #Mexico @lajornadaonline

portadita la jornada[Articulo publicado en la sección Opinión del diario mexicano La Jornada del 15 de noviembre de 2015] Tras los atentados terroristas del 13-N en París, Francia y toda Europa levantan más sus barricadas, cierran fronteras, suspenden derechos de circulación y libertades que, paradójicamente, justo en la Francia revolucionaria e ilustrada del siglo XVIII habían tenido su primer gran impulso.

La amenaza del Estado Islámico (EI) es como un río subterráneo que puede desbordarse en cualquier momento. Sus brotes en la superficie pueden transformarlo en ciclón sangriento en cuestión de minutos, tiempo mínimo de disparos, actos suicidas y explosiones que rebasan la capacidad de reacción y previsión de cualquier cuerpo de seguridad por muy entrenado y tecnológicamente avanzado que sea.

Y esto lo saben los atacantes, por eso evolucionó su manera de generar miedo y desestabilizar países enteros. La Al Qaeda talibana, de Osama Bin Laden, planeaba verdaderas acciones de guerra y operaciones masivas, como el ataque del 11-S de 2001 contra las Torres Gemelas, actuando en distintos territorios pero desde bases ubicadas en Afganistán.

El Estado Islámico, si bien mantiene sus centros de mando entre Siria e Irak, corazón del califato, se estructura a través de pequeños grupos globales, cuyos integrantes residen legalmente en los países occidentales, a veces tienen pasaportes y fueron educados allí. Ni siquiera necesitan disfrazarse, conocen perfectamente su entorno. Causan daños enormes con relativamente pocos recursos. Se financian en Irak con expoliaciones de bancos y ciudades, con petróleo, aportaciones de magnates y, posiblemente, de países como Arabia Saudita o Qatar. Hemos presenciado en estos meses matanzas en serie, a partir de la masacre de Charlie Hebdohasta el derrumbe de un avión ruso sobre Egipto.

Las modalidades de esta guerra, que hace tiempo se va perfilando como mundial y asimétrica, han cambiado y hay que esperar de todo. Londres, Roma, Washington y París, mencionadas en la reivindicación del EI, así como otras capitales, están bajo una doble tenaza: la del terrorismo, que pretende castigar la presencia militar occidental y rusa en Siria y erguirse como justiciero del nuevo y viejo colonialismo euroamericano, y la militarización policiaca como única respuesta, muy poco creativa y, de hecho, ineficaz frente al pánico general y la impotencia de los gobiernos.

La consecuencia, esperada por los yihadistas, será un recrudecimiento de la represión social y migratoria en Europa, la creación de falsos enemigos, por ejemplo los refugiados sirios y de Oriente Medio, quienes justamente huyen de esos terribles escenarios, así como el ascenso, ya en curso desde luego, de partidos políticos xenófobos y movimientos racistas que cabalgan la ola antislámica por meros intereses de poder local y para desmantelar lo que queda del proyecto europeo.

La tuerca de las nuevaseuroderechas, como el francés Frente Nacional lepenista o la italiana Liga Norte, busca apretar derechos y libertades, ya comprimidos por la embestida del choque económico global de 2007-2009, por las recetas económicas de austeridad sin crecimiento impulsadas por la troika(Banco Central Europeo, Comisión Europea y FMI), por la crisis griega y el decenal impasse político de la Unión Europea. Del terror de París emergen las fallas del viejo continente: intolerancia, inversión en la necedad militarista, más que en la integración social interna, y responsabilidades históricas no procesadas hacia Medio Oriente.

El objetivo del terrorismo es la destrucción de un modo de vida, más que de la vida en sí. La mediatización y propaganda son elementos fundamentales de esta yihad 2.0 que, gracias a la comunicación, logra multiplicar su impacto más allá de su poder real. En efecto, es suficiente una acción como la de París para cancelar meses de retrocesos y derrotas islamitas en el campo de batalla.

La Rusia de Vladimir Putin en apoyo de su aliado, el presidente sirio Al Assad, ha empezado a enviar aviones y bombardear posiciones del EI en Siria. Por ello ha sufrido ataques. Los aliados de la OTAN, bajo el mando de Estados Unidos, apoyan al presidente de Turquía, Recep Tayyip Erdogan, en la lucha contra el califato, pero él ha mantenido una postura ambigua con los islamitas y se ha dedicado más bien a combatir su eterno enemigo, o sea los kurdos de Turquía, Irak y Siria, con el beneplácito de los aliados.

Sin embargo, son los kurdos, organizados en las milicias YPJ/YPG (Unidades de Defensa del Pueblo/de las Mujeres), quienes reconquistaron la aldea de Kobane y defienden Rojava, en el norte de Siria, además de avanzar incluso en territorio iraquí. Es hacia ellos, a su experimento autonomista y democrático, que se debe voltear la mirada para encontrar alternativas sociales y culturales, más allá de las militares, al nazifascismo del Estado Islámico y el imperialismo decadente y cancerígeno de las (ex) potencias occidentales en el escenario de Medio Oriente.

Voces Inocentes (Voci Innocenti): #Film Completo sulla #Guerra di #ElSalvador

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

I figli della guerra (Innocent Voices) è un film del 2004 diretto da Luis Mandokiambientanto nel 1980 a El Salvador durante la guerra civile. Esso si basa sull’ infanzia dello scrittore Oscar Orlando Torres. Il film è conosciuto anche con il titolo Voci Innocenti.

Sinopsis En un pueblo de la periferia de San Salvador, vive Chava (Carlos Padilla), un niño de 11 años, que se encuentra atrapado entre el ejército y la guerrilla salvadoreña. Cuando su padre abandona a la familia, en plena guerra civil, Chava pasa a ser “el hombre de la casa”. En esta época, el gobierno de El Salvador reclutaba niños de doce años. Así que a Chava sólo le queda un año de escuela antes de ser movilizado.

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Voces inocentes es una película mexicana de 2004 dirigida por Luis Mandoki que transcurre durante la guerra civil salvadoreña en 1980, estrenada el 16 de septiembre de 2004 y se basa en la infancia del escritor salvadoreño Óscar Torres. La película aborda el uso de los niños por parte del Ejército y también muestra la injusticia en contra de personas inocentes que se ven obligadas a combatir en la guerra. Wikipedia