Se Trump minaccia un intervento militare in Messico…

trump-nieto-large570(Fabrizio Lorusso da Huffington post) Sono giorni di tensione per il Messico. Dopo l’ordine esecutivo del neopresidente americano, Donald Trump, firmato la settimana scorsa per realizzare la costruzione del muro alla frontiera col paese latinoamericano (e farlo pagare al Messico attraverso l’imposizione di dazi alle esportazioni messicane negli Usa), arrivano adesso rivelazioni scottanti sulla chiamata di venerdì scorso tra lo stesso Trump e Peña Nieto. Il presidente messicano aveva parlato di una conversazione “costruttiva”, ma è possibile che la verità sia un’altra e che sia molto molto inquietante.

Secondo la agenzia AP (Associated Press) e la giornalista messicana Dolia Estevez, da anni inviata a Washington e collaboratrice dei principali media messicani, fonti attendibili, ma per ora anonime, in Messico e negli Usa hanno fornito una versione alternativa della conversazione con tanto di trascrizioni. 

Riporta AP una parte della trascrizione secondo la quale “il presidente Donald Trump in una chiamata con la sua controparte messicana ha minacciato di inviare truppe per fermare i bad hombres (i malviventi, i cattivi, forse in allusione ai narcos o ai migranti) di là, a meno che l’esercito messicano non faccia di più per controllarli”.

La fonte, smorzando un po’ i toni, avrebbe rivelato in seguito ad AP che la frase aveva un tono “colloquiale” e che l’idea era quella di poter continuare con la cooperazione americana contro i cartelli messicani della droga. A ogni modo non si tratta di una novità: dagli anni ottanta il Messico è pieno di agenti in borghese dell’agenzia antidroga americana, la DEA, e di personale militare straniero per la “guerra alle droghe”.

Stupisce comunque che dopo 10 anni di narco-guerra in Messico, quasi 200mila morti e 30mila desaparecidos, e l’aumento degli stati americani che legalizzano la marijuana, si continui solo a parlare degli affari di sempre, cioè di armi, cooperazione militare e guerra ai cartelli. Il sangue a sud della frontiera e del famigerato muro, che già esiste, tra l’altro, lungo 1082 km di confine, non hanno insegnato ancora nulla alle dirigenze politiche messicane.

Il governo messicano e quello americano hanno smentito i contenuti della telefonata diffusi da AP, ma i dubbi restano e non sarebbe la prima volta che le alte cariche dei rispettivi paesi rispondono con mezze verità a rivelazioni giornalistiche. Mentre rimpallano le note d’agenzia e le giustificazioni ufficiali, restiamo in attesa di qualche conferma da Wikileaks! Trump avrebbe anche detto di “non avere bisogno del Messico”, tra le altre cose.

La CNN ha diffuso una versione più “light” in cui Trump avrebbe detto a Peña: “Voi avete alcuni uomini piuttosto malvagi in Messico per i quali avete bisogno di aiuto, siamo disposti ad aiutarvi coi pezzi grossi, ma devono essere colpíti e Lei non ha fatto un gran lavoro nel colpirli”.

Sia nella versione “light” che nella versione “hard”, l’allusione all’incapacità del Messico e il tono pugilistico e da bullo appaiono evidenti e confermano quanto visto con altre “chiamate trumpiane”, per esempio quella con il primo ministro australiano Malcolm Turnbull che l’ha lasciato attonito: Trump avrebbe rifiutato un accordo di scambio di rifugiati tra Usa e Australia, già approvato da Obama, tacciandolo come “il peggior accordo di sempre” e dicendo che “non vuole vedere quella gente”, prima di chiudere la telefonata e sbattere il telefono in faccia al leader australiano.

Un primo effetto di queste chiamate, che lo stesso Trump ha definito come “dure” ma in qualche modo necessarie, è che in Messico si chiede a gran voce trasparenza e il mandato di Peña s’avvcina a una fase di “resa dei conti”, dopo 4 anni e due mesi tra scandali di corruzione, opacità e violazioni ai diritti umani che hanno fatto il giro del mondo. Intanto il presidente americano non desiste e sostiene che gli altri paesi, soprattutto il Messico, si sono approfittati degli Stati Uniti per anni e questo non deve più succedere.

L’opera di costruzione del muro, che dovrebbe costare oltre 15 miliardi di dollari e durare tra i 2 e i 4 anni, pare essere la giustificazione perfetta per le politiche protezioniste e di guerra commerciale contro il Messico che già erano state previste e che fanno parte del piano economico americano di questa amministrazione.

Siccome chiudere le porte al TPP (Trans Pacific Partnership) e rinegoziare il NAFTA con Messico e Canada sono misure oltremodo polemiche, dagli effetti contrastanti internamente per gli Usa e per buona parte della loro economia, allora ecco che appare lo spauracchio dei “bad guys” messicani, dei migranti, dei narcos e degli approfittatori oltreconfine con il fine di motivare una retorica bellicista che possa legittimare una scelta difficile quale quella di limitare il libero scambio e rinegoziare trattati commerciali consolidati, ridimensionando la politica globalista americana degli ultimi decenni.

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