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Chi è Tomás Yarrington, politico messicano arrestato a Firenze per narcotraffico? Intervista su @radiondadurto

[Intervista di Andrea Cegna a Fabrizio Lorusso e testo a seguire ripresi da Radio Onda d’Urto] Era latitante da 5 anni l’ex governatore dello stato Tamaulipas, Tomas Yarrington. Ricercato da Messico e Usa per delinquenza organizzata e narcotraffico. La sua fuga si è fermata a Firenze domenica 9 aprile. Dal 2012 era uno dei ricercati internazionali più inseguiti. E’ stato arrestato in piazza Beccaria dalla polizia italiana, le accuse sul suo conto sono quelle di traffico internazionale di stupefacenti tra il Messico e gli Stati Uniti, riciclaggio, nonché frode bancaria.  ASCOLTA il Podcast dell’intervista – LINK Continua a leggere

Autodefensas e polizie comunitarie in Messico

Autodefensas armas-del-grupo-de-autodefensaDal 10 maggio le autodefensas messicane dello stato centro-settentrionale del Michoacán, nate all’inizio dell’anno scorso come unmovimento armato contro i narcos, si trovano in una fase d’incorporazione e legalizzazione all’interno della Nuova Forza Rurale patrocinata dal governo federale. Questi gruppi armati di autodifesa controllano una trentina di città e hanno obbligato il governo a rimettere al primo posto dell’agenda politica nazionale il tema della sicurezza, un problema che è in cima alla lista delle preoccupazioni dei cittadini, ma che viene deliberatamente glissato dalla strategia comunicativa ufficiale. A fine gennaio 2014 il presidente Peña Nieto ha commissariato, di fatto, il governo locale e, con una decisione giudicata incostituzionale da molti osservatori, l’ha affidato a un Commissario straordinario plenipotenziario, Alfredo Castillo Cervantes. Il Commissario di fatto ha desautorato il governatore Fausto Vallejo Figueroa, eletto nel 2011 nelle file del partito del presidente, il PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemone e al governo per 71 anni nel novecento e di nuovo dal 2012).

Le prime foto dei militanti di questi gruppi armati, creati per combattere il cartello dei Caballeros Templarios e usciti allo scoperto il 24 febbraio 2013, hanno destato curiosità e preoccupazione. In effetti, i soggetti apparivano, almeno in una prima fase, incappucciati e armati fino ai denti, a bordo di pick up enormi e in uniforme, con indosso una maglietta con la scritta “Per una Tepalcatepec Libera”. Si presentavano come disposti ad attaccare, ad allargare la loro zona d’influenza “liberata” dai criminali. C’è chi li ha visti come degli eroi, necessari e opportuni, difensori delle proprie famiglie e proprietà, oppure chi li voleva identificare con i criminali che dicono di combattere, come fossero un altro narco-cartello, o con i paramilitari dell’esperienza colombiana.

autodefensas carroPolizie comunitarie e autodefensas.Certamente erano diversi dalle polizie comunitarie che nei mesi precedenti avevano fatto notizia nello stato del Guerrero e che erano composte da contadini e indigeni, persone umili con pochissimi mezzi e armi a disposizione. Infatti, il termine “polizia comunitaria” in genere fa riferimento alle milizie di cittadini all’interno delle comunità indigene o rurali che possono funzionare secondo il sistema di “usi e costumi”, girano a volto scoperto e usano armi di basso calibro e uniformi riconosciute. In realtà i sistemi di difesa e vigilanza delle comunità indigene risalgono all’epoca della dominazione spagnola e negli ultimi vent’anni, per la precisione dal 1995, s’è consolidato il modello della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), che è formata da volontari identificati da uniformi verdi e dotati di fucili da caccia.

Negli anni della narcoguerra (2006-2014), viste le necessità di controllo locale dinnanzi all’inerzia dello stato, i comuni  coinvolti nel Guerrero sono aumentati e ora la loro presenza s’estende a tredici cittadine, difese da circa 1500 poliziotti comunitari. La base giuridica per la loro esistenza si ritrova nella dichiarazione dell’ONU sui popoli indigeni, alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e ad alcune norme dello stato del Guerrero che ne giustificherebbero le attività. All’inizio del 2013 furono decine le polizie comunitarie che, armate di machete e fucili, s’alzarono nella zona della Costa Chica, a sud di Acapulco, e nella sierra centrale dello stato del Guerrero. Anche la polizia comunitaria di Cherán, nel Michoacán, sorta nel 2011, prende esempio dalla CRAC e il suo fondamento giuridico si trova in alcune leggi sull’autodeterminazione dei popoli indigeni risalenti al 2007.

Dalla pax mafiosa alle autodefensas. Nel Michoacán il supporto di imprenditori e coltivatori danarosi e la presenza di narcos agguerriti, messianici ed egemonici, invisi alla maggior parte della popolazione, come i Caballeros Templarios (Cavalieri Templari), spiegano la reazione così decisa, unitaria e ben organizzata dei gruppi di autodifesa. Non è sempre stato così, perché fino al 2010 regnava una “pace narca” o “pax mafiosa” che, dopo la cacciata degli Zetas dalla regione attuata dal cartello della Familia Michoacana, aveva offerto una relativa stabilità. Quando la Familia, nel marzo 2011, si scinde, nascono i Templarios. Questi ottengono l’egemonia, ma nel frattempo peggiorano le condizioni del traffico internazionale di metanfetamine e altre droghe e aumenta la repressione militare dello stato, per cui le organizzazioni criminali diversificano le loro “aree d’affari”. Passano a terrorizzare sempre più la gente comune e le imprese, a stuprare le mogli e le figlie dei piccoli proprietari terrieri che espropriano o minacciano. Si dedicano ai sequestri e al racket, s’introducono nel business agricolo, controllando le “commissioni” per l’esportazione di frutti come il limone e l’avocado, e nelle redditizie attività minerarie.

autodefensas-custodia-Aquila-MichoacanQuindi, già da mesi, segretamente, leautodefensas stavano pianificando la loro entrata in scena. I loro leader o portavoce sono abili nella comunicazione e carismatici con i mass media e con la gente in generale. Estanislao Beltrán, noto come “Papá Pitufo” (grande puffo) per la sua lunga barba bianca, è allevatore e proprietario di un ranch. José Mireles, chiamato semplicemente “il Dottor Mireles”, è un medico baffuto dallo sguardo di ghiaccio. Hipólito Mora, allevatore, coltivatore e padre di undici figli da cinque mogli, è il fondatore delle autodefensas del Michoacán e leader del gruppo della sua comunità, La Ruana. Il “Comandante 5” o “El 5” è il leader a Parácuaro, si chiama Alberto Gutiérrez, e prima faceva il coltivatore di limoni. Il coordinamento tra i circa trenta leader locali avviene grazie a un Consiglio Generale delle autodefensas che elegge i propri portavoce.

Per tutto il 2013 la Polizia Federale ha trovato un modus vivendi con i vigilantes organizzati, i cui membri erano lasciati liberi di circolare armati nelle rispettive comunità e nelle loro trincere difensive, ma non potevano farlo nelle autostrade e strade statali. Quest’accordo tacito è vacillato in alcuni momenti e ci sono stati incidenti, tensioni e scontri, senza vittime, tra le forze comunitarie e quelle governative. Non ci sono conteggi precisi sulle vittime dello scontro tra Templarios e autodefensas, anche se alcune testimonianze dal campo di battaglia parlano di duecento morti per ognuno dei due bandi in un anno di combattimenti.

Il ripiegamento dei Caballero Templarios. Il dato certo è che i Templari hanno dovuto ripiegare, hanno perso plazas e combattenti. Le autofensas sono armate con mitragliatori e fucili automatici, introdotti illegalmente dagli USA o sottratti ai rivali, e addestrate da chi, nelle diverse comunità, era stato nell’esercito o nella polizia. Questi gruppi hanno “riconquistato” località e territori per tutto il 2013, in qualche modo hanno riempito i “vuoti di potere” lasciati dallo stato. Hanno frammentato e isolato i territori del “baronato templario”, bloccando le principali vie di comunicazione. La presa di alcune città comporta, però, l’inclusione di nuovi “soldati” alla causa dei comunitarios e una parte di questi provengono dalle file del nemico. Sono quindi narcotrafficanti e delinquenti riconvertiti alla causa dei vigilantes, in costante espansione nonostante gli “stop and go” del governo. Intanto il governatore del Michoacán, Fausto Vallejo, si diceva “contrariato” e il Procuratore Generale, Jesús Murillo Karam, dichiarava alla stampa che non “si sarebbero più tollerate le avanzate delle autodefensas”.

autodefensas templarios michoacanNei primi giorni del 2014 la situazione è tesa. Il “Papá Pitufo”, Estanislao Beltrán, succede a Mireles come portavoce delle autodefensas in seguito al grave incidente d’elicottero che questo soffre il 4 gennaio. Il Dottore viene portato in un’ospedale di Città del Messico e rimane per qualche settimana “sotto la custodia” della polizia. Una parte del paese si chiede come mai Mireles non venga arrestato, anziché essere protetto. Dal canto suo, il Ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, in alcune dichiarazioni attribuisce il debilitamento dello stato di diritto ai vigilantese li esorta a ritirarsi e lasciare il campo alle forze federali e statali. Il 13 gennaio, alcuni militari cercano di disarmare un gruppo di autodifesa, un soldato spara, la gente accorre e reagisce. Il saldo finale è di tre morti. Il governo ritira “l’ultimatum” sul disarmo e il 15 gennaio nomina Alfredo Castillo commissario per Michoacán col compito di “ricostruire lee relazioni tra la società e il governo”. Il 27 gennaio i governi federale e statale firmano con le autodefensas un accordo per il loro reinserimento nel quadro istituzionale e legale.

Ambiguità del governo. Il dibattito s’accende e le opinioni si polarizzano tra chi pensa che i vigilantes siano un gruppo puro, slegato dalla criminalità organizzata, e chi tema la deriva paramilitare o esige il loro disarmo immediato. Il governo e la polizia tollerano e collaborano, ma allo stesso tempo puntano il dito contro le violazioni alla legge e ordinano arresti, circa una novantina fino ai primi tre mesi del 2014. Oppure cominciano a denunciare collusioni di questi gruppi col cartello Jalisco Nueva Generación o infiltrazioni mafiose nel movimento. Se da una parte è vero che vari informatori e basi dei Templarios si sono progressivamente uniti alleautodefensas, dall’altra non è corretto né realistico identificare attualmente queste ultime come organizzazioni criminali, nonostante le infiltrazioni. Il confine è sottile ma i vigilantes, per ora, l’hanno rispettato.

policia_comunitaria_de_la_cracNon sono stati documentati atti da parte loro che li qualifichino come bande criminali o narco-cartelli. La loro relazione confusa con le autorità ha fatto pensare altresì alla possibilità che le loro origini siano politiche, cioè che siano state create dal governo o da suoi apparati, ma l’unico dato certo su questo punto è che c’è stata una collaborazione iniziale, ancor prima del febbraio 2013, di alcuni militari di stanza nella regione. Vale lo stesso discorso per la Polizia Federale che in alcuni casi, dopo l’inizio della sollevazione, ha supportato alcuni gruppi, ma in altri ha sbarrato loro la strada, letteralmente.

A febbraio il governo invia 10mila soldati. In collaborazione con le autodefensas recupera la città di Apatzingán senza colpo ferire e costringe i Templarios a una ritirata strategica sulle montagne verso la costa del Pacifico. L’ex boss del cartello della Familia e capo dei Templarios, Nazario Moreno, alias “El más loco” (il più matto), viene ucciso dai marines messicani il giorno dopo aver compiuto 44 anni, il 9 marzo 2014, ma resta latitante il principale leader dei Templari, il mediatico e profetico Servando Gómez, alias “La Tuta”. La ritirata e probabile sconfitta, o riconversione ad altre “attività”, del narco-cartello templario implicherà probabilmente l’apertura di vuoti di potere e la concentrazione dell’attenzione sul destino dei gruppi di autodifesa e su un’eventuale legge di amnistia per il conflitto del Michoacán, sempre che la situazione prima o poi si “normalizzi”.

Il bastone e la carota. Il timore è che si trasformino in paramilitari al soldo di impresari o di cartelli del narcotraffico come il Jalisco Nueva Generación che, secondo le segnalazioni della Procura Generale della Repubblica, già avrebbero finanziato e armato alcuni di questi gruppi. Altri finanziamenti, nell’ordine dei 250mila dollari secondo fonti giornalistiche USA, sono arrivati dalle comunità di messicani residenti negli Stati Uniti che, compatibilmente con l’ideologia statunitense della “protezione della frontiera” e del “diritto a portare armi”, simpatizzano con la causa di questi “farmers” che difendono le loro “proprietà” e famiglie. Come visto, il governo ha provato a disarmarli e legalizzarli una prima volta nel mese di gennaio, proponendo la loro integrazione alle “guardie rurali” regolate da una norma del 1964, ma molti di loro non avevano i requisiti minimi e nemmeno la volontà di abbandonare a metà una lotta che ancora non aveva eliminato il problema per cui era cominciata. L’idea di una nuova “pax mafiosa” dopo la tempesta, magari sotto la supervisione dell’autorità centrale e non solo di quella locale, non era gradita alla maggior parte degli insorti delle autodifese e non costituiva una soluzione. Il 14 aprile il governo ha firmato un accordo di undici punti per legalizzare, coordinare e disarmare le autodefensas entro il 10 e 11 maggio e a cambio s’è compromesso a combattere i sequestri e gli altri delitti del crimine organizzato e a fondare il corpo della Fuerza Rural Estatal.

Autodefensas mexico mapaL’imprigionamento per un presunto duplice omicidio, tra l’11 marzo e il 16 maggio, del portavoce Hipólito Mora, è emblematico delle ambiguità del governo, intento a pacificare e cooptare, da una parte, ma anche a reprimere e controllare, dall’altra. Mora è, infatti, vicino al Dott. Mireles e alle frange più critiche dell’operato del governo, determinate a cacciare completamente e definitivamente i narcos prima di accettare qualunque ipotesi di disarmo o d’integrazione dei gruppi armati nella polizia rurale. L’arresto di un rappresentante carismatico di questo movimento risponde più a logiche politiche che giudiziarie. Infatti, potenzialmente a tutti i militanti delle autodifensas sono imputabili delitti come il porto d’armi d’uso esclusivo dell’esercito, la costituzione di bande armate, il terrorismo o altri capi d’accusa, ma lo stato ha deciso di collaborare con gli insorti e quindi non ha imposto il rispetto immediato della legge nella regione. O meglio, l’ha fatto in maniera selettiva e utilizzando un discorso ambiguo e confuso: s’è passati dall’indifferenza all’arresto di un leader, dalla collaborazione militare alla cattura di alcuni membri di questi gruppi, dall’appoggio logistico al movimento d’autodifesa alla minaccia di mano dura e la fissazione di vari ultimatum per il loro disarmo. Forse è azzardato parlare di vere e proprie “correnti interne” al movimento, come se si trattasse di un partito, ma la posizione di Mireles e Mora è di certo contrapposta a quella di “El 5” e di Beltrán “Grande Puffo”, il quale ha acconsentito al disarmo, che è avvenuto l’11 maggio, ed è diventato l’interlocutore privilegiato del governo, mentre Gutiérrez “El 5” rimane il portavoce del Consiglio Generale.

Divisioni nelle autodefensas. Dai primi di maggio la “scissione” in seno alle autodifensasdiventa un dato di fatto. Mireles non accetta il disarmo senza avere forti garanzie per la sicurezza nel Michoacán e il ristabilimento dello stato di diritto. Contemporaneamente le foto di Beltrán con un fucile a ripetizione in mano e l’uniforme della nuova Polizia Rurale indosso, affianco al commissario Alfredo Castillo, hanno conquistato le prime pagine dei giornali ed è servita al governo per mostrare i progressi della “pacificazione” nel Michoacán. Intanto il Dott. Mireles, sempre più in polemica col governo nelle sue interviste alla radio e per le riviste, è stato espulso dal Consiglio Generale delle autodefensas il 7 maggio. Il giorno prima aveva inviato un videomessaggio, dicendosi “temeroso per la propria vita” e chiedendo al presidente e al ministro degli intenri, Osorio Chong, un dialogo diretto.

Nel video riferisce anche del progetto, promosso con l’hashtag di twitter #YoSoyAutoefensa (#IoSonoAutodefensa), per la creazione di un Consiglio o Fronte Nazionale, non più solo del Michoacán, delle Autodefensas, in seguito al primo incontro tra lo stesso Mireles e a Città del Messico e un gruppo “trasversale” di attivisti, politici e giornalisti come Javier Sicilia, il Padre Alejandro Solalinde, Isabel Miranda de Wallace, il senatore del PAN Ernesto Rufo Appel, l’ex sindaco di García (nel Nuevo León) Jaime Rodríguez, gli opinionisti John Ackerman e Denisse  Dresser, il regista del film “Presunto Culpable” Roberto Hernández, il generale francisco Gallardo e la deputata del PRD nel Michoacán Selene Vázquez. Ma il piano del governo, osteggiato da Mireles che ha annunciato future riunioni pubbliche di questo speciale coordinamento di autodefensas, prosegue.

autodefensas_michoacanNasce la Nueva Fuerza Rural. A metà maggio sono quasi 8.000 le armi ritirate o registrate dal governo e almeno 3.300 i nuovi membri, ex vigilantes, della nuova Forza Rurale Statale che, nelle parole del commissario Castillo, andranno a rimpiazzare progressivamente le polizie municipali “che, in fin dei conti, era finita al servizio del crimine organizzato”. Non chiarisce, però, come s’eviterà che accada la stessa cosa in futuro con la Fuerza Rural. Secondo gli accordi del 14 aprile e le affermazioni di Castillo, d’ora in poi i civili armati saranno fermati e incarcerati. Il Dott. Mireles accusa le autorità federali di volerlo distruggere come leader comunitario, favorendo le frange più “acondiscendenti” delle autodefensas.

Infatti, il 9 maggio il Commissario Castillo annunciato che sono aperte delle indagini sul dottore, implicato, secondo gli inquirenti e alcuni ex compagni come Beltrán “Papá Pitufo”, nella morte di cinque ragazzi che il 27 aprile difendevano una barricata in un villaggio della costa. L’accusa arriva puntuale, in concomitanza con il processo di riconversione dei vigilantes, realizzato in fretta e furia dal governo, e con le riunioni di Mireles nella capitale, volte a creare un’alleanza e delle proposte più condivise e strutturali per il problema della delinquenza e dei gruppi di autodifesa. Anche se, pochi giorni dopo l’avviso di garanzia, Mireles ha ricevuto un salvacondotto di un giudice federale che lo esenta da possibili arresti per delitti non gravi, il dottore resta sotto tiro, minacciato dai Templarios, snobbato da una parte dei suoi ex compagni e controllato da governo e potere giudiziario. Dal canto suo Mireles ha accusato il “Comandante 5” e altri vigilantes di essere collusi con la banda dei Viagras, un gruppo delinquenziale fuoriuscito dai Templarios e legato al cartello Jalisco Nueva Generación, per cui la trama si complica. Pochi giorni dopo l’uscita di prigione, Hipólito Mora e il suo gruppo si sono dichiarati disposti a integrarsi alla polizia rurale e anche Mireles s’è orientato verso questa scelta. Il “papà puffo”, portavoce della Nuova Forza Rurale, si dice fiducioso e sostiene che in questa fase di “riconversione” delle autodefensas ci sarà una depurazione degli infiltrati della delinquenza organizzata nel movimento che potrà operare alla luce del sole, armi in pugno, per “recuperare la pace nella zona”. La nuova forza rurale è già entrata in funzione a Tepalcatepec, Coalcoman e Buenavista, i comuni in cui erano nate e s’erano consolidate le primeautodefensas, ma le incertezze sono molte.


marcha-apoyo-autodefensas-MichoacánNuova Pax Mafiosa?
 Il boss templario “La Tuta” resta in libertà e la violenza non accenna a diminuire. Inoltre il quotidiano Excelsior, con informazioni tratte da rapporti della polizia, segnala la nascita di un nuovo cartello chiamato tercera Hermandad o H-3 (Terza Fratellanza), formato da ex Caballeros Templarios, ex autodefensas ed espatriati dell’organizzazione Jalisco Nueva Generación. Dopo la Familia e i Templarios, la storia si potrebbe ripetere con la Tercera Hermandad se i vuoti di stato e le questioni aperte non vengono risolte alla radice.

E la storia del Michoacán potrebbe ripetersi facilmente anche in altri stati che, nei primi mesi del 2014, stanno vivendo ondate di violenza, omicidi, estorsioni e sequestri molto più intensa come il Morelos, il Guerrero e il Tamaulipas. Insomma si tappa la falla, male, da una parte, e il problema riemerge da un’altra. Il 13 maggio il governo ha presentato una “nuova” strategia di sicurezza per il Tamaulipas che aspira a “disarticolare la composizione e le operazioni delle organizzazioni criminali, chiudere le vie del traffico illecito di persone, sostanze, armi e denaro, e garantire istituzioni locali di sicurezza sufficienti, efficienti e affidabili. Lo stato sarà diviso in quattro zone con “alti funzionari della marina e del Ministero della Difesa al comando di ciascuna” e si prevede il rafforzamento “delle risorse umane, tecniche e d’intelligence” impiegate. In pratica si tratta della stessa strategia di sempre, quella della narcoguerra (2006-2012) dell’epoca del presidente Felipe Calderón. Da CarmillaOnLine

*Questo testo fa parte del progetto “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” e riprende il tema dei gruppi di autodifesa in Messico di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Il popolo in armi contro i narcos in Messico”, pubblicato il 24 agosto 2013

Voci da Zetania

nomassangre.jpgL’intervista che presento di seguito è una testimonianza raccolta il 30 settembre 2011, presso la Casa de la Solidaridad di Città del Messico, ad Alfonso Moreno Díaz, padre di Alejandro Alfonso Moreno Baca, di 33 anni d’età, scomparso nel Nord-Est del Messico il 27 gennaio scorso. E’ una delle tante voci dimenticate che s’alzano da Zetania, la Repubblica Criminale degli Zetas, come viene chiamato il territorio degli Stati settentrionali di Nuevo León e Tamaulipas, ma anche molte zone dei centrali Veracruz, San Luis Potosí, Coahuila, Zacatecas, che si caratterizzano per una forte presenza del cartello degli Zetas, l’ex braccio armato del Cartello del Golfo. Alfonso solleva un problema gravissimo, fino ad ora considerato dalle autorità e dai media come un “effetto collaterale” del conflitto messicano (se non del tutto ignorato), cioè quello dei 16.000 desaparecidos degli ultimi cinque anni che sono imputabili alla guerra al narcotraffico, intrapresa dal governo del presidente Felipe Calderón a partire dal 2007 con un saldo di circa 50.000 morti.

F.L. – Com’è avvenuta la scomparsa di suo figlio? 
A.M. – Giovedì 27 gennaio è partito da Città del Messico per andare a Laredo, in Texas. E’ uscito alle 7 del mattino, ha fatto scala a Monterrey dove ha pranzato con un amico dalle 4 del pomeriggio. Poi è ripartito alle 19:28 per Laredo e ha chiamato un altro amico che lo aspettava là. Mio figlio ha passato il casello autostradale alle 20:55 e nei 15 km seguenti ha trovato un falso posto di blocco che l’ha fermato. Aveva segnalato durante l’intera giornata tutte le tappe del suo viaggio, dicendo che aveva superato il Tropico del Cancro e che era pesante il traffico di Monterrey; da ultimo aveva mandato via Facebook un messaggio appena superato il casello.

– Di quale casello si tratta?
– Sabinas Hidalgo nello Stato di Nuevo León, autostrada Monterrey-Nuevo Laredo, la 85D. Il giorno dopo l’amico di Laredo, dal Texas, chiama il fratello di Alejandro qui a Mexico City per dirgli che non era arrivato. Allora hanno iniziato a cercarlo in vari ospedali pensando che si trattasse di un incidente stradale o un problema con l’automobile. L’hanno cercato sia a Monterrey che a Nuevo Laredo, nel lato messicano, ma la ricerca è stata negativa siccome non c’erano tracce né negli ospedali né con la polizia per incidenti o altro.

– Infatti quella zona vicina alla frontiera è stata ribattezzata “Triangolo delle Bermude messicano” perché i casi irrisolti sono tantissimi. Chi lo stava cercando, le autorità o voi?
– Non le autorità, il suo amico di Monterrey e l’altro amico di Laredo. Sabato 29, mio figlio Antonio arriva a casa e ci informa della scomparsa di Alejandro. Allora siamo andati subito a Monterrey e poi a Nuevo Laredo per cominciare le ricerche che sono durate alcuni giorni. Abbiamo percorso in lungo e in largo tutta la zona, sporgendo denuncia e parlando con la polizia in entrambe le città, e abbiamo anche segnalato il furto del veicolo alla polizia stradale federale. Lì un ufficiale ha cercato di rassicurarci dicendo a mia moglie ‘non si preoccupi signora, li prendono e li mettono a lavorare’. Tra 3 o 4 mesi lo rimandano indietro. Son passati già 8 mesi e non abbiamo informazioni da nessuno, nessuno è venuto a cercarci e quello che vogliamo chiedere ai rapitori è che ce lo restituiscano! Hanno fatto un danno enorme alla nostra famiglia e quindi chiediamo che ce lo ridiano vivo.mapa_Zetania.jpg

– So che avete seguito voi da soli le indagini, che ipotesi o idee vi siete fatti?
– In questa terribile ricerca abbiamo verificato che lungo quella strada ci sono stati moltissimi desaparecidos di Puebla, di Monterrey, di Guanajuato, di Jalisco e con nessuno di loro si sono messi in contatto.

– Che cosa avete scoperto quando siete andati a quel casello?
– Un ufficiale della polizia, proprio domenica 30 gennaio verso le 9 am, ci aveva assicurato che non c’era stato nessun incidente perché quando succedono la macchina incidentata viene portata a Vallecilos, il capoluogo provinciale, e quando ci sono feriti li portano a Sabinas Hidalgo. Non ci sono stati incidenti né tra auto né con persone coinvolte. Alejandro era da solo e l’unica cosa che resta sono i suoi messaggi del Facebook e le coordinate che sono la testimonianza del passaggio del casello, precisamente il segnale è arrivato dal km 113, all’intersezione tra la autostrada 85D e la provinciale 21 nel comune di Vallecillo. Chiediamo alle persone che hanno preso nuestro figlio che ce lo restituiscano, con tutto il cuore è l’unica cosa che posso dire.

– Che cosa hanno potuto fare le forze di polizia e gli inquirenti arrivati dalla capitale?
– Sono state aperte delle indagini dalla Procura statale del Nuevo León e da quella federale, ma non si arriva a investigazioni complete. Cioè i progressi delle autorità sono molto scarsi, il problema li ha superati, c’è bisogno di altre operazioni dell’esercito o della marina.

– Due agenti sono stati inviati da Città del Messico per il caso di Alejandro e non sono più tornati, è vero?
– Ci sono state ricerche e operazioni speciali, alcuni poliziotti federali che sono andati là non sono tornati, pare siano stati intercettati e uccisi dalla polizia locale e da alcuni narcotrafficanti. Noi come familiari abbiamo fatto tutte le ricerche possibili ma chiediamo più tempestività alle autorità alle quali abbiamo apportato informazioni preziosi. Un’altra cosa è che io entri a investigare personalmente in tutti i paesini e i territori di quella regione, ma se lo faccio sono le stesse autorità che me lo sconsigliano perché, dicono, c’è il rischio che qualcuno faccia sparire anche me. Quella zona è troppo pericolosa.

– Che cosa rappresenta per voi il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che dall’aprile scorso il poeta Javier Sicilia ha costruito insieme a decine di migliaia di cittadini per chiedere giustizia e opporsi alle strategie governative di lotta al narcotraffico e militarizzazione?
– Il Movimento di Javier Sicilia è prodotto della morte di suo figlio e dei suoi amici ed è l’unico movimento grazie a cui tutte le vittime invisibili come noi, che non eravamo mai stati ascoltati, sono state accolte negli spazi aperti specialmente dal movimento e dalle autorità per la discussione di queste problematiche. Ci sono diversi tavole rotonde e gruppi di lavoro, ma ora servono risultati che soddisfino tutte le persone con parenti e amici desaparecidos. Sono tantissimi in tutto il paese, forse più di 15mila nel periodo del Presidente Calderón, oltre ai quasi 50mila morti come frutto di una guerra che è stata condotta senza calcolarne le conseguenze, non c’è stata una strategia e ora siamo il risultato di tante vittime, siamo noi stessi le vittime perché non abbiamo chiesto questa guerra, mio figlio stava semplicemente facendo un viaggio.Triangolo.jpg

– Che cosa faceva Alejandro prima della sua scomparsa?
– Alejandro è un ingegnere informatico, lavora per una multinazionale da 4 anni, la IBM Messico. Era emozionato perché stava andando in vacanza a trascorrere qualche giorno con i suoi amici di Laredo in Texas. Non avremmo mai immaginato quanto fosse pericoloso il Nord del paese. Lui era in macchina da solo, aveva comprato dei computer a Laredo e voleva portarseli a casa dopo le vacanze.

– Una volta era normale attraversare la frontiera tra Messico e Stati Uniti, fermandosi alcuni giorni nelle città di confine per comprare prodotti elettronici e informatici a basso costo. C’era anche il turismo da “shopping mall” che si faceva in giornata. 
– Ecco appunto, una volta c’erano queste cose, ma oggi quelle strade sono abbandonate e la gente ha paura, non si circola più come prima e c’è molto da fare là.

– Esiste l’ipotesi, avanzata a volte dalla stampa o dalla polizia, secondo cui i gruppi di narcos come gli Zetas o altri cartelli potrebbero rapire e impiegare i tecnici informatici obbligandoli a lavorare per loro nelle telecomunicazioni e in attività di spionaggio. Che cosa ne pensa?
– Se Dio vuole, stanno facendo lavorare Alejandro su qualcosa, speriamo che non ce l’abbiano ammazzato. Son passati 8 mesi. La media d’età dei giovani che scompaiono va dai 20 ai 35-40 anni, tutta la gente che abbiamo incontrato in questi veri e propri pellegrinaggi è giovane e il governo deve agire adesso. Che ci aiutino a trovarlo dato che non possiamo fare più nulla, veramente.

– Ad oggi quali indagini preliminari restano aperte qui nella capitale e nel Nuevo León? Che cosa si può fare?
– E’ molto triste, la Procura di Nuevo León inizialmente definisce queste situazioni come “atti circostanziali”, poi c’è bisogno di molto di più affinché acquisti lo status di “indagine preliminare”. Quindi abbiamo un’indagine aperta presso la Procura Generale della Repubblica e solo un “atto circostanziale” a Monterrey ma son livelli d’urgenza diversi, mentre noi abbiamo bisogno di ritrovare nostro figlio.

– Avete incontrato gli inquirenti del vostro caso?
– Beh, che cosa hanno fatto le Procure? Hanno solo cambiato pubblici ministeri e funzionari da un posto all’altro e fanno ricerche negli incartamenti. Invece io chiedo che non cerchino più queste persone solo nelle carte, da un ufficio all’altro, rimbalzandosi le pratiche da Tamaulipas a Città del Messico e così via. Non cercateli in mezzo alla cartaccia. Ci siamo fatti le prove del DNA, abbiamo apportato ogni tipo di prova e chiediamo che continuino le ricerche con operazioni concrete. Potete contare su di noi per trovare nostro figlio ma agite. Da CarmillaOnLine

Narco attacco ai social network in Messico?

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A Nuevo Laredo, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, nella mattinata di sabato 24 settembre i genitori che accompagnavano i figli a scuola hanno fatto una macabra scoperta. Sul prato intorno al monumento a Cristoforo Colombo giaceva il corpo senza vita della giornalista María Elizabeth Macías, caporedattrice del quotidiano localePrimera Hora. La donna, di 39 anni, usava il nicknameNena de Laredo, Ragazza o Bambina di Laredo, per diffondere notizie in tempo reale tramite i social network e i blog dedicati al narcotraffico. “Ok. Nuevo Laredo dal vivo e i social network. Sono la Ragazza di Laredo e sono qui per i miei report e i vostri. Per chi ancora non ci crede, m’è successo questo per aver creduto nell’esercito e nella marina”, dice il messaggio redatto dai sicari degli Zetas, il cártel che controlla la zona del confine con il Texas e del Golfo del Messico e che sta allargando la sua sfera d’influenza sempre più a sud e a ovest, da Guadalajara a San Luis Potosì e Veracruz.

Gli 80 omicidi di giornalisti tra il 2000 e il 2011 fanno del Messico uno dei paesi più pericolosi per l’esercizio di questa professione. In particolare la situazione della frontiera nordorientale, negli stati del Tamaulipas e il Nuevo León, è drammatica a causa della militarizzazione, dell’insicurezza sulle autostrade (4832 desaparecidos in 20 mesi) e della guerra tra il cartello dei narcos del Golfo e quello degli Zetas per il dominio dei territori che fanno da corridoio per la cocaina e la marijuana dirette negli Usa. La minaccia sembra riguardare specialmente chi diffonde su Internet le foto, i tweet e i video sui narcos che sono censurati dagli altri media per paura di rappresaglie. I blog pubblicano tutto il materiale che gli viene inviato, compresi i dettagli sui centri di stoccaggio e smercio della droga e altri dati utili per le autorità, mentre spesso i giornali, soprattutto se sono piccoli e di rilevanza locale, non osano tanto e rischiano davvero grosso.

Non è facile tracciare le origini dei siti internet che si occupano di narcos né si riesce a capire se sono gestiti dalla polizia, da giornalisti o da semplici cittadini, ma le immagini truculente e inedite presenti su questi portali fanno pensare che gli stessi narcos li usino per trasmettere avvertimenti e messaggi di terrore al governo, alla popolazione e ai rivali. Le scene di decapitazioni e torture videoregistrate abbondano e l’origine esatta dei video resta sconosciuta. E’ innegabile, comunque, che siano un canale di comunicazione privilegiato tra bande e cartelli rivali oltre che un mezzo d’informazione e scambio per gli internauti che possono interagire in chat, coi commenti o postando video. Per esempio il gruppo paramilitare dei Mata-Zetas (=gli ammazza-Zetas), probabilmente legato al potente cartello di Sinaloa, è finito su tutti i giornali e in TV in seguito all’invio, via blog del narco, di un comunicato video in cui dichiara di aver ucciso e gettato per strada 35 pesone a Veracruz perché erano membri o complici del cartello degli Zetas di cui sono i più acerrimi nemici. Si fa riferimento a una terribile mattanza avvenuta il 20 settembre scorso in un sobborgo “per bene”, Boca del Río, situato a pochi chilometri da Veracruz, sulla costa atlantica. La stampa italiana ha riportato i fatti in alcune note anche se, come spesso accade quando si parla di paesi ritenuti “lontani o esotici”, lo ha fatto in modo fuorviante e pittoresco come sottolinea il giornalista Federico Mastrogiovanni in un post critico e doveroso (intitolato “Se non ci sono trans e mignotte”) sul suo blog.
I cosiddetti narco-blog più visitati sono il Blog del NarcoAl rojo vivoMundo Narco Nuevo Laredo en vivo. Sulla home page di questo portale è comparso un fiocco nero in segno di lutto dedicato alla scomparsa María, La Nena. La testata per cui lavorava è di proprietà del sindaco di Nuevo Laredo, Benjamín Galván, del Partido Revolucionario Institucional (il partito che per oltre 70 anni ha dominato in Messico e che, dopo le sconfitte alle presidenziali del 2000 e del 2006, sembra poter tornare al potere nel 2012), per cui, oltre alla pista della vendetta personale ai danni della redattrice, si ipotizzano eventuali ragioni politiche o economiche.

“E’ troppo presto per sapere se il crimine è motivato da presunte attività della giornalista su Internet o se il messaggio dei criminali è un depistaggio”, ha dichiarato il rappresentante del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, Mike O’Connor. Sebbene sia piuttosto attraente a livello mediatico l’idea di denunciare un narco-attacco ai blogger e ai social network e vi siano alcune tracce, tra cui i messaggi lasciati dagli assassini vicino alle vittime, di questa intenzione repressiva da parte del crimine organizzato, non ci sono ancora delle prove o indagini concluse sul caso. texas_mexico.jpgSono nati gli stessi dubbi sulla stampa messicana anche il 13 settembre scorso in seguito al ritrovamento di due persone mutilate e uccise, definite come “blogger” o utenti di “twitter” (il che non ci dice molto sulle loro attività e sul perché i narcos li volessero morti; la vera tragedia è che forse vengono uccisi solo per scopi dimostrativi…): si trattava di un uomo di 28 anni e una donna di 25, assassinati e poi appesi da un ponte sempre a Nuevo Laredo, e sempre con dei messaggi di minaccia contro chi osa parlare degli affari delle mafie locali.
In realtà le vittime erano semplicemente degli utenti di Twitter, ma sono diventate “l’esempio di ciò che potrà succedere a tutti gli internauti”, dice il monito dei narcos affisso sul cavalcavia. Insieme ai giornalisti anche il popolo dei social network potrebbe essere vittima di una persecuzione, un po’ com’era già successo con un altro gruppo a rischio, i cantanti di musica ranchera e corrido che nelle canzoni celebrano le gesta dei narcos e spesso hanno la loro approvazione prima della registrazione dei brani. Nel 2008 il Messico pianse la morte violenta di Sergio Gómez, anima della band K-Paz de la sierra, e la scomparsa dell’idolo Valentín Elizalde, ucciso dopo un concerto. Allora si parlò della “maledizione dei cantanti” cercando di sviare l’attenzione dal problema della violenza che ora sta colpendo duramente anche Internet e la libertà di espressione.

[Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano L’Unità del 29 settembre scorso, Fabrizio Lorusso]