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Militarizzare la #Crisi dello #Stato: #Intervista su #Messico #NarcoGuerra #Narcos #Autodefensas @ComuneInfo

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Intervista di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi a Fabrizio Lorusso da Comune.Info sulla NarcoGuerra in Messico. Sebbene uscita qualche mese prima (fine 2014) del libro NarcoGuerra (giugno 2015) e rilasciata prima della strage di Ayotzinapa del 26 settembre 2014, costituisce un avvicinamento ancora valido alle tematiche della guerra alle droghe e i movimeti sociali in Messico. Per questo la riproduco qui su LamericaLatina.Net

Nell’era della globalizzazione e del neoliberismo si assiste a continue crisi e riconfigurazioni delle prerogative degli stati. Quello messicano sembra letteralmente uno stato in disfacimento, sia a livello di funzioni che di controllo. Lo hanno mostrato i fatti di Iguala, nello stato del Guerrero, del 26-27 settembre scorso: 3 studenti e 3 cittadini trucidati dalla polizia in combutta con i narcos e 43 studenti desaparecidos, cioè sequestrati e, molto probabilmente, uccisi e gettati in fosse comuni, con la connivenza delle autorità. Un reato politico, di lesa umanità, con responsabilità da ricercare a tutti i livelli di governo, che ha scatenato proteste in tutto il mondo.

A partire dagli anni ’80 è venuta meno la legittimità del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), il partito-stato che per quasi un secolo ha svolto la funzione di garante degli interessi popolari e nazionalisti affermatisi nella rivoluzione del 1910. Nel quadro di questa crisi, le recenti riforme neo-liberali agrarie ed energetiche, oltre che quella educativa, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, aprono oggi nuove faglie. Mentre il paese è in svendita al capitale nazionale e straniero, il tessuto sociale si va squagliando, l’insicurezza aumenta e nel paese si assiste a una ridistribuzione del monopolio della “violenza legittima” da parte dello stato. Dalla presenza storicamente diffusa di gruppi guerriglieri, al crescente potere dei narcos, dalle esperienze insurrezionali (prima fra tutte quella zapatista) alle faide intestine ai vari livelli della polizia nazionale, incontriamo continue crisi di legittimità, cui lo stato sembra rispondere solo con un aumento della militarizzazione. Ciò ha avuto come risultato sette-otto anni di narco-guerra, con piu’ di 100.000 morti e un numero imprecisato di desaparecidos (27.000?) in tutto il paese. Un oscuro legame va stabilendosi tra questa strategia di militarizzazione della narco-guerra e la repressione politica dei movimenti sociali, la strage di Iguala sta li a dimostrarcelo.

E’ evidente che la storia messicana ha visto fin dalle sue origini moltissimi episodi ed esperienze di autorganizzazione della difesa, perlopiù di matrice comunitaria, influenzate dall’eredità e dalle pratiche indigene. Oggi, la narco-guerra fornisce un nuovo quadro in cui riscontrare e problematizzare queste esperienze, sempre connotate da forte ambiguità nel loro rapportarsi con lo stato e con gli stessinarcos. I due casi che hanno ricevuto maggior attenzione mediatica e internazionale sono quelli riguardanti le polizie autonome comunitarie nello stato di Guerrero e i gruppi di autodifesa nel Michoacan. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso, giornalista italiano da tempo emigrato in Messico, redattore dell’Osservatorio America Latina per Carmilla e di cui nel 2015 uscirà il libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” con Edizioni Odoya di Bologna.

Spesso si sente parlare del Messico come di un caso di post-stato. Paradossalmente, ciò avviene nel momento in cui la mano militare è sempre più accentuata. Come leggi questa situazione? Come ci si è arrivati?

Il ricorso alla forza in tutti i suoi modi, militari, paramilitari, anche verbali, e quindi alla violenza da parte dello stato manifesta in realtà una degenerazione del suo potere, del suo controllo, perché sennò potrebbe utilizzare metodi istituzionali o canalizzare i conflitti in un altro modo. In tempi recenti questo fenomeno è aumentato: c’è un’incapacità totale delle istituzioni.
Non è un caso che l’utilizzo dei militari come atto di forza da parte degli ultimi presidenti, svelava in realtà la loro debolezza e quella della macchina democratica nel suo complesso. Sia Calderon (del Partito di Azione Nazionale, PAN), sia l’attuale presidente Peña Nieto (PRI), hanno mancato di una legittimazione popolare forte, essendo stati eletti entrambi attraverso processi elettorali viziati: nel primo caso con brogli conclamati, commessi ai danni del leader del centro-sinistra Andres Manuel Lopez Obrador, e nel secondo grazie alla enorme influenza delle televisioni.

Negli ultimi anni si è assistito al rafforzamento di alcune aree di azione dello stato, e ad una contemporanea pesante perdita di controllo su altre e su altri territori. Di fatto non si tratta di uno stato totalmente disgregato (cioè in tutte le sue aree e funzioni e in tutti i territori), ma piuttosto va a macchie, sia territoriali che di competenze, che vengono abbandonate, generando proteste. E’ uno stato che abdica a molte sue funzioni e tradisce il mandato rivoluzionario e costituzionale. Dall’altra parte lo stato abdica anche perché non può controllare l’uso legittimo della forza in tutte le sue aree.

Consideriamo per esempio l’importazione di armi dagli Stati Uniti, che invadono i territori e diffondono la possibilità di attacchi, violenza ecc. Il problema del narcotraffico è sicuramente per lo stato il problema numero uno. C’è però anche il problema delle autodefensas. E in generale c’è il fatto che lo stato è incapace di mantenere il controllo a tutti i livelli, soprattutto per via della corruzione e per la disgregazione del partito stato e della sua ideologia (nazionalismo rivoluzionario,ndr): dalla crisi del debito dell’82, il PRI ha subito una pesante mutazione ideologica e antropologica, fino alla sconfitta nel 2000, e al ritorno al potere nel 2012 totalmente trasformato e pienamente neo-liberale.

Questo passaggio, politico e ideologico, ha implicato molte perdite dal punto di vista della governance, anche sul piano locale. In sostanza, fino agli anni ’80 c’era stata la “dittatura perfetta”, con il PRI al potere a tutti i livelli in tutto il paese. In seguito, con la perdita di questo potere politico, l’apertura economica, l’arrivo della globalizzazione, lo stato che si ritrae e il risveglio della società civile (pensiamo allevantamiento zapatista ma anche alla protesta contro i brogli elettorali di Salinas de Gortari nel 1988), possiamo intravedere un’apertura democratica che però è sempre stata estremamente precaria. A questa instabilità aggiungiamo poi la presenza di gruppi guerriglieri, come l’Ejercito popular revolucionario (Epr), di stampo guevarista, e la criminalità comune e organizzata, legata al narcotraffico come al traffico di armi, alla tratta di persone o di bianche.

Ma il monopolio della forza è sottratto anche da settori dello stato stesso. E’ qui che si può a pieno titolo parlare di fallimento della sovranità, perlomeno in alcuni territori o in alcuni settori dove la polizia, municipale o statale, o settori della polizia, operano come cartelli del narcotraffico o come bande criminali.policia-mexico

Hai citato prima il “problema delleautodefensas”. Che relazione c’è tra questa ritirata dello stato e le recenti esperienze sorte a Guerrero e nel Michoacan?

Il vero precedente dei gruppi di autodifesa è quello della tradizione secolare di polizie municipali nelle comunità rurali a forte base indigena. Queste tradizioni non hanno un legame diretto con i gruppi di cui si parla oggi, ma hanno un forte valore simbolico, vengono rievocate.
Nel 1995, c’è stata poi la nascita della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias) nello stato del Guerrero. In generale, ogni polizia municipale ocomunitaria cerca espedienti giuridici che spingano il cittadino a tutelarsi da sè: dove lo stato non adempie alle sue funzioni in questo senso, entrano in gioco i cittadini. Certe costituzioni statali, e quella federale, riconoscono questo principio.
Va considerato che la maggior parte esperienze di auto-organizzazione popolare di questo tipo sono avvenute sulla costa del Pacifico (Oaxaca, Guerrero, Michoacan e più a nord fino al Sinaloa), zone che sono chiamate tierras calientes. “Calde” in due sensi: per ragioni climatiche, tanto da fornire le terre migliori per la coltivazione di marijuana, oppiacei ecc. E, di conseguenza, “calde” perché “violente”.

Quali narcos operano in questa zona?

Nei primi anni 2000 nel Michoacan c’erano gli Zetas, nati come gruppo armato dal cartello del Golfo, che si sono resi indipendenti tra il 2007 e il 2011 come cartello autonomo e hanno iniziato un’espansione con altri business, ben peggiori del narcotraffico per la popolazione. In effetti, il narcotraffico in sè è in qualche modo tollerato, e fintanto che c’è una ripartizione del controllo sui territori la situazione può anche rimanere relativamente controllata. Questo non vale per altre attività criminali che gli Zetas portarono avanti in questa zona: estorsioni alla popolazione, sequestri, case da gioco, giri di riciclaggio del denaro sporco, ecc. Si sono poi susseguiti diversi cambi di potere: gli Zetas furono scacciati dalla Famiglia Michoacana, dalla cui scissione interna sono poi nati i Caballeros Templarios.
E’ contro i Caballeros Templarios che, nel 2011, scoppia il “caso Cheran”. In questa località del Michoacan i narcos cominciano a disboscare ed espropriare i terreni. La comunità di Cheran, però, coesa e organizzata secondo gli usos y costumbresindigeni, riesce a reagire e a recuperare il controllo su questi boschi nonostante il totale disinteresse dello stato.
Ecco che arriva il terzo “modello” dei gruppi di autodifesa: dopo i gruppi tradizionali e l’esperienza della CRAC in Guerrero, il modello-Cheran. Questo è particolare perché si tratta di un municipio autonomo e con forte base indigena, con una lunga tradizione di resistenza, e dove si sviluppa un’idea molto forte di autonomia, basata sulla gestione dei beni comuni, in questo caso i boschi.
Bisogna considerare che anche i gruppi di narcos rivendicano in qualche modo per se stessi il ruolo di “mafiosi buoni” in difesa della popolazione. In un certo qual modo sono anche loro degli “autodefensas” contro il narco precedente (la Familia contro gli Zetas, i Caballeros contro la Familia o contro il cartello di Sinaloa…) o contro lo stato inadempiente. Almeno cosi tendono ideologicamente a definirsi. Qui arriviamo alle autodefensas più recenti, ispirate davvero da un’idea di ribellione insicurezza generalizzata.

Per una storia e una geografia della narco-guerra si può consultare questo link.

Quanto e’ marcato il confine tra le autodefensas “vere” e quelle che non lo sono? Effettivamente quello dell’auto-organizzarsi la sicurezza è un tema spinoso: pensiamo alle molto declinazioni che il termine “self defense” ha nell’immaginario statunitense, o a esperienze “bizzarre” e “agghiaccianti” come quelle delle ronde padane a Milano. Quanto è netto il confine in questo caso tra i narcos che rivendicano il loro ruolo di autodefensa e di protezione della popolazione e i gruppi di autodefensas per cosi dire “autentici”?

A volte il confine è labile. C’è da dire che i primi gruppi che nascono sono degli oggetti non ben identificati, non si capisce bene all’inizio chi siano i leader, e per alcuni mesi rimangono in un alone di mistero e vengono screditati dalla propaganda nazionale che li accusa di essere anche loro parte del narcotraffico. Soprattutto i gruppi vicini al dottor José Manuel Mireles di Tetalpatepec, che nascono il 24 febbraio 2013, e che poi sono la nuova ondata di autodefensas di cui oggi si parla molto. Inizialmente c’era il sospetto che fossero collusi con i narcos. Poi però si è visto chiaro che la loro azione era di contrasto al narco ed era efficace: sono riusciti a liberare addirittura più di 30 comuni. Sembra pure che ci sia un buon coordinamento tra di loro e, anche se ci sono stati scontri armati, sono riusciti a fare in modo da limitare il numero limitato di vittime.

Perché c’erano dei sospetti su questi gruppi? Perché erano ben armati, avevano camion, strutture, divise ecc. Chiaro, c’era un apporto comunitario, ma questo non basterebbe a spiegare la loro disponibilità di armi. E’ vero però che c’erano armi già presenti sul territorio, alcune sottratte ai narcos o a gruppi della polizia municipale corrotti che venivano cacciati dalle comunità. Alcune armi sono state procurate attraverso fondi di imprenditori locali, di piccoli e medi proprietari terrieri, alcuni dei quali sono loro stessi autodefensas. Altre provengono dagli Stati Uniti o da sequestri fatti ai narcos degli stati vicini e forse altre ancora vengono da membri che erano in cartelli della droga e che si riconvertono come autodefensas. C’è poi anche un finanziamento dalle comunità michoacane immigrate negli Stati Uniti e che hanno mostrato solidarietà a questo movimento.
Dopo il primo anno di esistenza di questi gruppi, e quindi nell’inverno scorso, si sono intensificati i momenti di tensione tra autodefensas e narcos. Man mano che gli autodefensas sottraevano territori ai Templarios, questi reagivano sfidandoli e provocandoli per farli uscire allo scoperto e attaccarli. Ciononostante, hanno finito per ritirarsi sulla costa o fuori dallo stato: la lotta è quindi stata efficace. E con il successo è arrivata anche l’attenzione mediatica. Molti giornalisti hanno iniziato a intervistare le autodefensas e piano piano è emersa una visione meno sbilanciata rispetto alla propaganda statale che tendeva a screditarli. Si è dunque capito di più chi erano gli autodefensas, ed è emerso il fatto che in molti casi, soprattutto nei gruppi più coerenti, si trattava davvero di gruppi di cittadini che si sostituivano efficacemente allo stato per combattere i narcos.

be256-brindan-apoyo-a-familia-atacada-por-grupo-armado-en-guerreroHai detto prima che molti finanziamenti e armi arrivavano daempresarios della zona, che per loro ragioni erano contro il controllo dei Templarios. A questo punto viene da chiedersi quale sia la composizione sociale predominante di questi gruppi di autodifesa, e anche le presunte o reali finalità politiche.

Ci sono diverse correnti anche dentro alle autodefensas. Chiaramente c’è la componente del piccolo proprietario, o dell’imprenditore. Non stiamo parlando di veri e propri latifondisti, ma di un vasto ventaglio di classe media, di cui alcuni possono permettersi di finanziare militarmente i gruppi. Si tratta di componenti sociali miste. Non si può definire la questione degli autodefensas come vera e propria lotta di classe, né come componente omogeneo. E’ una nebulosa di gente vessata dai narcos a tutti i livelli, dal piccolo negoziante o commerciante, a quello che aveva una proprietà più grande espropriata dai narcos ecc. Certo è che versano in uno stato d’abbandono istituzionale. Mireles per esempio è un dottore, dipendente pubblico, con qualche piccola proprietà.

Quali sono le differenze principali tra questa “nebulosa di gente” nel Michoacan e la situazione di Cheran, dove invece la componente sociale sembra più omogenea, e la posizione politica più chiara e definita? E quali con quella di Guerrero?

A Cheran abbiamo una componente di classe più accentuata, o perlomeno una forte componente identitaria, indigena. Questa situazione però è particolare ed è limitata a un municipio. Nel caso degli autodefensas invece si tratta di una coalizione molto ampia, che è partita da un certo numero di municipi e si è espansa fino a liberarne più di trenta. Cheran è rimasta autonoma rispetto agliautodefensas e continua il suo processo in maniera propria. Nel caso di Cheran credo si possa parlare più nettamente di polizie comunitarie, come nel Guerrero. Qui invece vengono usati entrambi i termini: polizie comunitarie e autodefensas.

A Guerrero sono proliferate altre esperienze, slegate dalle CRAC, di polizie municipali. Queste polizie municipali, a differenza delle autodefensas, erano povere: si trattava di gruppi di contadini, spesso indigeni, male organizzati, con pochi mezzi di trasporto e perlopiù solo armi bianche (bastone, machete…). Anche in questo caso si trattava, in assenza dello stato, di difesa dalla delinquenza organizzata, perlopiù costituita da elementi del cartello di Sinaloa e altri cartelli minori. La loro è però una storia molto meno “di successo”, anche mediatico dico, e la repressione dello stato e gli arresti nel loro caso sono stati più pesanti. Al contrario, i gruppi di Michoacan fin da subito avevano mezzi discreti: camionette, pick up, armi di grosso calibro, armi d’uso esclusivo dell’esercito. Quindi ci sono differenze di tipo sociale e altre organizzative: gli autodefensas emettono comunicati, sono un gruppo più o meno coeso, mentre nel caso delle polizie municipali non si è mai arrivati a un grado di coordinamento. Al momento a Guerrero sono finiti questi esperimenti più spontanei e autonomi, e rimangono solo le CRAC, che sono più strutturate, esistono dagli anni ’90 e godono di riconoscimento legale.

E per quanto riguarda i rapporti con lo stato quali differenze si notano tra il caso di Guerrero e quello di Michoacan?

A Guerrero la relazione tra stato e polizie comunitarie è stata di pura e semplice repressione. Molto più ambiguo è il caso di Michoacan, dove ci sono stati tentativi di cooptazione delle autodefensas. Lo stato a Michoacan non ha mai avuto consenso, anzi ne hanno avuto di più addirittura i Templarios durante un certo periodo, perché almeno offrivano qualche servizio di base e qualche sicurezza, la risoluzione dei conflitti. Un esempio è il caso del giudice per molti tipi di conflitti: in molte comunità tale ruolo veniva svolto da un Templario, e ora dall’autodefensa: in generale da chi detiene un potere e un consenso reale.
All’inizio del conflitto tra narcos e autodefensas, lo stato latitava. Solo quando si vide che i municipi liberati dagli autodefensas continuavano ad aumentare, nel gennaio 2014 lo stato federale decise di agire in modo più netto: prima è intervenuto con la polizia federale, poi ha commissariato lo stato, negando i poteri al governatore. Venne nominato un commissario, Alfredo Castillo, e fu addirittura incarcerato l’ex governatore ad interim per nessi col narcotraffico, arrivando in qualche modo ad ammettere la corresponsabilità di magistratura e stato.
In quanto agli autodefensas, lo stato ha tutelato alcuni leader e incarcerato altri, come Ippolito Mora, che ora è uscito ma che per i tre mesi cruciali di negoziazioni è stato in carcere. Ovviamente il criterio della magistratura in Messico è sempre stato totalmente politico, e dipende spesso dalla congiuntura: tollera magari per anni gruppi armati sul territorio, come i narcos, ma non tollera per due mesi gruppi di cittadini che si fanno vedere alla luce del sole come gli autodefensas.
C’è quindi una strategia di cooptazione selettiva, che è un’antica strategia del partito-stato quindi non è niente di nuovo. Ma viverla nuovamente e vederla ritornare, col ritorno al potere del PRI, con i mezzi che ci sono oggi, è allo stesso tempo più interessante e più drammatico. E ciò accade in un momento in cui leautodefensas hanno un consenso popolare, e in buona parte anche mediatico, tale che lo stato non può permettersi di limitarsi a reprimerli, come aveva fatto coi “disgraziati” di Guerrero.
Quindi l’ambiguità dello stato si lega più a un’incapacità di controllo della situazione, oltre che, ma questa è una speculazione più “giornalistica”, alla volontà di cercare un riassetto delle dinamiche narcos-stato-autodefensas nella regione. Voglio dire, Peña Nieto non ha davvero cambiato strategia rispetto alla militarizzazione della regione avvenuta con Calderon. Ha solo smesso di parlarne, e questa si è una strategia mediatica. Piuttosto, la strategia si è affinata: stato per stato, dove scoppiano conflitti grossi, si cerca ora di negoziare. A Michoacan il possibile obiettivo è instaurare una negoziazione tra un nuovo gruppo di narcotrafficanti (sia alcuni ex Templarios sia il cartello Jalisco Nueva Generacion, che è un braccio di quello di Sinaloa, e che in parte è già presente e attivo nel Michoacan), e gli autodefensas, che però dovrebbero rientrare nell’alveo della legge, attraverso la loro incorporazione nella Nueva Fuerza Rural.
Occorre, secondo la strategia statale, distinguere i gruppi di autodifesa in “buoni” e “cattivi”. Lo stato ha capito chi erano i leader più propensi a farsi cooptare. La politica è sempre quella del bastone e della carota. Ora la carota è andata ai gruppi del Comandante Cinco e di Papà Pitufo, che hanno accettato di integrarsi alla Nueva Fuerza Rural, con uno stipendio da poliziotto, sui 4-500 euro, e hanno sostituito la polizia regolare in alcune zone. Quanto ai narcos la sostituzione deiTemplarios con Jalisco Nueva Generacion è utile allo stato in quanto garantisce il controllo di certe attività: questi infatti sono più focalizzati sul narcotraffico rispetto che su estorsioni o altre attività più invasive del tessuto sociale. Ricordiamo che Michoacan è lo stato delle metanfetamine, e il porto di Lazaro Cardenas è il principale porto del Pacifico dedito a smercio di droga dalla Colombia e da altrove. E’ quindi uno stato strategico, e lasciarlo nelle mani del cartello di Sinaloa o affini implicherebbe un nuovo riassetto locale più utile forse alle autorità federali.
In tutto questo però gli autodefensas di Mireles sono risultati impermeabili ai tentativi di cooptazione, rivelandosi la parte più genuina del movimento. Per loro si è resa necessaria repressione e incarcerazione, come è accaduto al loro leader, che si trova in prigione a Hermosillo, Sonora, dallo scorso luglio. Il punto di discordia in realtà non è ideologico: quelli di Mireles non hanno mai rifiutato la negoziazione con lo stato tout court, la loro piattaforma non è rivoluzionaria o sovversiva delle istituzioni. La loro idea era reintegrarsi ma quando la sicurezza fosse stata garantita, quando fosse stato ristabilito lo stato di diritto e fossero stati scarcerati una quarantina di autodefensas arrestati mesi fa e incarcerati i capi Templariosliberi. Questo, agli occhi dell’opinione pubblica, lo rende coerente. Anche perché rispetto ai sospetti iniziali (cioè che le autodefensas potessero degenerare in delinquenza organizzata: estorsioni, violenza sommaria, gestione della violenza; o in paramilitarismo alla colombiana, del tipo delle Autodefensas Unidas de Colombia, che in realtà hanno finito per difendere solo grandi latifondisti e imprenditori e avere commistioni con la narco-politica) i gruppi di Mireles hanno dato prova di coerenza: non ci sono state queste degenerazioni e Mireles si è quindi guadagnato la stima di larga parte dell’opinione pubblica.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Che rapporti politici hanno leautodefensas all’esterno dello stato del Michoacan?

Gli autodefensas hanno sviluppato rapporti e raccolto sostegni, sia nel resto del Messico che altrove. Un canale di supporto importante è rappresentato dalle comunità messicane, spesso michoacane, emigrate negli Stati Uniti. Per tramite loro si sono sviluppate ingenti raccolte fondi, oltre che una attività di sensibilizzazione e di informazione sulla vicenda.
In Messico invece, gli autodefensas (tutti fino a maggio, e soprattutto il gruppo rimasto indipendente dalla Nueva Fuerza Rural in seguito) hanno sorprendentemente raccolto adesioni e consensi politici trasversali a tutti i partiti. Lo stesso Mireles è stato un politico per tutta la vita, non l’ha mai negato. Ha fatto politica localmente prima nel PRI, poi si è avvicinato a PRD e Partido del Trabajo, ha aspirato a cariche municipali. Non è uno che viene dal nulla. Questo indubbiamente rappresenta un’ambiguità.
Anche tra i giornalisti sono stati raccolti consensi trasversali, almeno in una certa fase. E soprattutto sono state cercate delle alleanze dirette, soprattutto a giugno in occasione della creazione del Frente Nacional de Autodefensas, in opposizione alla governativa Guardia Rural. C’è stata una grande assemblea a Città del Messico, in cui hanno partecipato personaggi di tutti i tipi: alcuni totalmente rispettabili, da Padre Solalinde, che si occupa di diritti umani per i migranti, alla giornalista Sanjuana Martinez; altri molto discutibili, come il Generale Gallardo, un personaggio ambiguo che ha lottato per costituire una commissione per i diritti umani dei militari (non proprio un paladino della giustizia sociale!), e un sindaco-sceriffo del PAN. Alcuni poi non hanno aderito ma avevano partecipato alle riunioni preparatorie sono quelli del Movimiento por la Paz con Justicia e Dignidad, che sono vicini, per ispirazione, al movimento zapatista e il cui leader è il poeta pacifista Javier Sicilia, che nel 2011 ha guidato un impressionante movimento sociale per la pace contro la guerra ai narcos. Lui non ha aderito al Frente Nacional, in primo luogo perché è armato, cosa che se non rimane temporanea creerebbe dei problemi rispetto alla sua impostazione pacifista (anche gli zapatisti infatti adesso si sono mossi su un terreno più nonviolento), e poi per totale incompatibilità appunto con alcuni dei personaggi che partecipano al Frente.

Qual è la struttura organizzative delle autodefensas?

Io direi che prevale il verticismo in una struttura con regole democratiche. Il coordinamento delle autodefensas, che però si è sciolto con la nascita della Fuerza Rural e del Frente, era formato dai leader di ogni municipio e votava a maggioranza alcune decisioni di base. Il Frente, poi, era l’idea di ricreare una coalizione generale (e intersettoriale, quindi con coalizioni vaste) di tutte le autodefensas, tanto che aveva adottato l’hashtag, sull’esempio di #Yosoy132, di #yosoyautodefensa. Ma il progetto s’è arrestato con l’arresto di Mireles.

Come si può spiegare la guerra al narco come strategia politica di lungo periodo del governo Calderon, tenendo conto dei rapporti stato-narco, e delle faglie interne all’uno e agli altri, delle infiltrazioni e delle cooptazioni, anche con i gruppi di autodifesa? E cosa è cambiato con Peña Nieto? Qual è in definitiva la vera natura della guerra ai narcos?

Negli ultimi 7-8 anni la retorica bellicista è stata il prodotto di esportazione del Messico. Ora l’idea è di esportare altro: le famose riforme strutturali, di cui quella principe è quella che privatizza il settore energetico, e che si accompagna alla consueta retorica di un Messico che viaggia verso il primo mondo, cosa già ampiamente sentita in passato, nell’88, nel ’94… e ora nel 2013-14.
La retorica è dunque cambiata. Sicuramente va individuato un doppio binario: da un lato le lotte intestine dei narcos, presenti già dalla fine degli anni ’80, sono degenerate negli anni ‘2000, con la crisi del PRI. Infatti, fino ad allora i narcosavevano nel PRI l’interlocutore politico assoluto, a tutti i livelli, e ciò aveva garantito una relativa tranquillità. L’equilibrio politico si era rotto già da metà-fine anni ’80 (nascita del PRD come scissione di sinistra del PRI e crescita del PAN, ndr), ma si era lentamente ricostruito durante la presidenza di Salinas de Gortari. Con la sconfitta parlamentare del PRI nel 1997 e la perdita della presidenza nel 2000, tale equilibrio è definitivamente crollato, anche perché persino a livello locale l’egemonia del partito era tramontata. Durante la presidenza Fox (2000-2006) e i primi due anni di quella Calderon, la situazione era quindi precaria per via del quadro politico in evoluzione e delle lotte tra i narcos.
In questo quadro la famosa “guerra al narcotraffico”, con i suoi corollari di militarizzazione e di repressione della società, ha rappresentato da un lato uno strumento dell’ingerenza USA in Messico (più o meno richiesta, piu’ o meno cercata), e dall’altro il tentativo dello stato messicano (e di quello americano attraverso le sue agenzie e i suoi finanziamenti) non di reprimere totalmente, ma di controllare e dare una stretta a tutti i movimenti sociali, in primis quello zapatista in Chiapas, che periodicamente ritorna oggetto della repressione paramilitare(come nel caso dell’omicidio di Galeano nel maggio scorso). Inoltre, tra le ragioni dell’inizio della guerra al narco in grande stile, abbiamo la congiuntura specifica verificatasi all’inizio della presidenza Calderon: una situazione economica al di sotto di quasi tutti i paesi latinoamericani; la corruzione in tutti gli apparati, per cui si hanno pezzi di stato, e soprattutto di polizia, infiltrati da narcos, pezzi di polizia che agiscono come narcos essi stessi (con sequestri, commercio di stupefacenti ecc.); infine una crisi di legittimità politica fortissima, dovuta a elezioni truffate e a un tentativo di svuotamento di potere dell’istituto della presidenza attuato dal PRI a fine anni ’90, quando già presagiva la sua sconfitta e tentava cosi di rendere zoppi i governi altrui. E’ dunque in una situazione di estrema debolezza e fragilità del governo messicano che Calderon ha deciso di impiegare in modo massiccio i militari, anche in funzioni che non dovrebbero essere le loro (suscitando quindi anche proteste tra i militari stessi, molti dei quali hanno finito per appoggiare Obrador). E’ tuttavia ovvio che, utilizzando la strategia della violenza e quindi dell’uso di militari, non si ricostruiscono le istituzioni in crisi ne’ il tessuto sociale. Cosi la militarizzazione non ha fatto altro che aprire il vaso di pandora: ha scardinato tanti meccanismi locali che si mantenevano ancora, ha fatto in modo che i militari cominciassero ad essere percepiti come necessari dalle amministrazioni locali.
narcoguerraAdesso, con il ritorno del PRI, si è un po’ attenuata questa esigenza dell’uso della mano militare, perché i meccanismi di neo-corporativismo e la maggior consuetudine del PRI al governo gli hanno permesso di ri-centralizzare il potere ricorrendo a dispositivi più politici e meno militari: si è preso un potere di amnistia, di mandare comisionados come a Michoacan e di appropriarsi temporaneamente dei governi locali senza passare dal voto, ecc.
Ora i morti e i desaparecidos sono leggermente diminuiti (ma rispetto ai numeri ci sono balletti impressionanti tra governo, istituti di statistica e riviste indipendenti, che in generale sono più affidabili e danno numeri più alti: la rivista Zetas di Tijuana, molto affidabile, ha calcolato un numero di morti legati al narcotraffico nel primo anno di Peña Nieto di 23.000, appena sotto la media degli anni di Calderon). La situazione quindi non è tranquilla, come il governo sta propagandando all’estero. E, mentre la situazione a Michoacan e Guerrero è lungi dall’essere risolta, altrove si stanno iniziando ad aprire altre crepe: negli stati del Tamaulipas e di Veracruz, dove la strategia da parte del potere politico sarà sempre quella di un riassestamento, con un’uscita di scena degli Zetas e il ritorno di altri cartelli più esclusivamente legati alla più tradizionale e meno invasiva attività del narcotraffico…
Probabilmente i morti della narco-guerra continueranno lentamente a scendere, ma il tipo di pacificazione che si profila sembra più una nuova paz mafiosa (cosi è chiamato il periodo che precedette l’odierna narco-guerra, ndr), che, senza affrontare le questioni reali (non è prevista, per esempio, nessun tipo di legalizzazione della droga), possa reggere quel tanto che basta da permettere al PRI di continuare a vincere le elezioni.

NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

9. Tierra caliente de Michoacan Federali e  Autodefensasdi Fabrizio Lorusso (Estratto dal libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga”, Ed. Odoya, 2015)  (Da NARCOMAFIE)

“La guerra alle droghe” nasce negli USA nel 1971 durante la presidenza di Richard Nixon, quando s’inasprisce la politica di criminalizzazione e mano dura applicata internamente e all’estero. Le Americhe si tingono di rosso, gli omicidi s’impennano, il continente diventa il più violento del mondo, soprattutto a sud. Quando, dopo il 1989, cadono l’Unione Sovietica e gli altri regimi a economia pianificata, gli Stati Uniti modificano il loro discorso. La guerra contro le droghe ritorna in auge, il pericolo non sono più i “comunisti” ma i “terroristi” o i “narco-terroristi”, a seconda dei casi, e trionfa la retorica anti-droghe e anti-terrorismo come asse di legittimazione degli interventi militari e delle ingerenze politiche internazionali americane.

Nel nuovo millennio, a sud del Rio Bravo, la narcoguerra che l’ex presidente Calderón (2006-2012) ha lasciato in eredità al suo successore, Peña Nieto, ha creato in pochi anni una nuova mappa del crimine in Messico, con un quadro più frammentato in cui, però, predominano due grandi gruppi delinquenziali: il cartello di Sinaloa, che pare addirittura essersi rafforzato e che comunque ha uno dei suoi leader storici, El Mayo Zambada, in libertà, e gli Zetas, egemonici nel corridoio che collega il Guatemala al Tamaulipas e al Texas orientale passando per gli stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas.

Gli Zetas sopravvivono, nonostante il presunto abbattimento del loro capo storico, Heriberto Lazcano, e l’arresto del suo vice e rivale Miguel Treviño Morales, alias “Z-40”, nel 2013. Il 4 marzo 2015 l’esercito e la polizia federale hanno arrestato anche il boss “Z-42”, Oscar Omar Treviño Morales, che era rimasto a capo dell’organizzazione. Su di lui gli USA avevano messo una taglia di 5 miliardi di dollari. L’ennesima cattura di uno dei leader degli Zetas è arrivata proprio durante la visita di stato del presidente Enrique Peña Nieto in Gran Bretagna all’inizio di marzo di quest’anno. Un tempismo efficace. A volte basterebbe studiare l’agenda politica internazionale del presidente per riuscire a prevedere la cattura di un trafficante importante.

Anche “La Tuta”, nome di battaglia del capo del cartello dei Caballeros Templarios, Servando Gómez, è caduto nelle mani della polizia giustamente alla vigilia del viaggio di Peña, il 27 febbraio 2014. Il vecchio cártel de Tijuana dei fratelli Arellano Félix e i Caballeros Templarios nel Michoacán sono ancora operativi, nonostante la cattura dei loro principali leader storici, mentre il gruppo dei Beltrán Leyva ha perso influenza, pur mantenendosi in affari nella zona del Pacifico, o s’è frammentato, soprattutto nel Guerrero, dove sono nate nove bande diverse dalla scissione del cartello originario.

L’aumento della domanda internazionale di stupefacenti negli ultimi sette o otto anni, malgrado la discesa della popolarità della cocaina nel mercato americano, ha aperto spazi per la nascita e, in alcuni casi, per la rapida estinzione di nuovi gruppi criminali. Le sanguinose diatribe tra i cartelli e la spettacolarizzazione inusitata della violenza non sono stati dei deterrenti per gruppi come il Jalisco Nueva Generación, di cui fanno parte i Mata-Zetas (“Ammazza-Zetas”) e che oggi sperimenta una crescita senza precedenti, l’Independiente de Acapulco, la Familia Michoacana, i Los Rojos, i Guerreros Unidos, i Caballeros Templarios (“Cavalieri Templari”), la Mano con Ojos (“Mano con gli occhi”), la Resistencia e quello del Pacífico Sur. Quest’ultimo rappresenta una scissione in seno al dominante cartello di Sinaloa per la guerra scatenata oltre sette anni fa al suo interno tra il clan dei fratelli Beltrán Leyva e i fedeli del “Chapo” Guzmán e compagni. Una situazione esplosiva e complicata cui alcuni gruppi di cittadini fanno fronte imbracciando le armi.

Messi di fronte alle assenze e connivenze statali, alcune comunità, in particolare nelle regioni più arretrate e in balia della violenza come il Guerrero, l’Oaxaca, il Chiapas e il Michoacán, si sono sollevate in armi. Hanno impugnato i fucili, o meglio i mitragliatori ak-47 e le bombe a mano, per formare gruppi di autodifesa e polizie comunitarie che lottano per quel poco che gli resta da difendere, cioè la vita e la sicurezza delle loro famiglie, e per proteggersi dalle angherie dei narcos. In alcuni casi, però, gli stessi membri della criminalità organizzata si confondono tra gli autodenfensas.

autodefensasAd esempio, il gruppo criminale dei Caballeros Templarios, nel Michoacán, è nato nel 2010 da una scissione della Familia Michoacana e, dopo essersi guadagnato un relativo consenso nella popolazione locale per aver cacciato gli Zetas dalla regione, ha cominciato a esercitare un potere più spietato e sanguinario dei suoi predecessori. La situazione è complessa e instabile. I gruppi di autodifesa, nati in gran parte dopo il febbraio 2013, sono numerosi ed eterogenei: ci sono organizzazioni popolari più genuine e preesistenti, vicine alla tradizione dell’autonomia indigena e delle polizie comunitarie previste dalla Costituzione, come quella di Cherán nel Michoacán, e organizzazioni più recenti, come le autodefensas di Tepalcatepec sorte il 24 febbraio 2013 e smobilizzate un anno dopo, che provano a riempire i vuoti lasciati dal governo. Ma ci sono anche gruppi che rischiano di avvicinarsi sempre più al modello paramilitare colombiano, finanziati almeno in parte da imprenditori locali e tollerati dallo stato, e poi altri che sono stati accusati di avere vincoli e infiltrazioni con narcotrafficanti di regioni limitrofe.

Centomila morti legati alla narcoguerra, ventiseimila desaparecidos e duecentottantamila rifugiati, ossia persone obbligate ad abbandonare la loro casa per via del conflitto, hanno fatto raggiungere al capitolo messicano della guerra mondiale contro le droghe, lanciata dagli Usa oltre quarant’anni or sono e riproposta ciclicamente, le proporzioni di una tragedia umanitaria senza precedenti. Ciononostante, non ci sono segnali di cambiamento nella strategia. Buona parte della stampa messicana, che segue a ruota la propaganda ufficiale, si dedica a creare distrazioni di massa per occultare la realtà.

Nei primi mesi del ritorno al potere del PRI, nel 2013, i messaggi confusi e contraddittori sulla creazione di una gendarmeria nazionale e l’avvio dell’Agenzia per le Indagini criminali (Agencia Federal de Investigación) all’interno della Procura generale della Repubblica (PGR) non lasciavano intravedere nessuna novità. Nel 2014 la gendarmeria è stata finalmente creata, ma di fatto non c’è stato un impatto sostanziale nella narcoguerra. Per affrontare la sfida rivolta allo stato dai gruppi di autodifesa, invece, è stato nominato un commissario per la sicurezza del Michoacán, Alfredo Castillo. Nei primi mesi del 2014 Castillo ha provato a controllare la situazione, senza troppo successo.

Di fatto le autodefensas spuntavano come funghi e prendevano il controllo di un comune dopo l’altro per “ripulire” l’intera zona dai narcos. Nel marzo 2014 Manuel Mondragón, responsabile della sicurezza nazionale dipendente dal ministero degli Interni, è stato sostituito da Monte Alejandro Rubido, vecchio lupo di mare gradito a tutti i partiti. Il progetto della gendarmeria è stato ridimensionato e non si parla più di centomila uomini ben addestrati, ma solo di un corpo d’élite di cinquemila unità. Le priorità, come sempre, sono dettate dalla congiuntura, dalla successione e ripetizione di crisi di sicurezza e governabilità come l’impennata dei sequestri di persona e delle estorsioni negli ultimi mesi o la perdita di controllo in territori del Centro-Nord.

A livello ufficiale prevale una strategia fatta di silenzi e disinformazione mentre le forze armate continuano a svolgere le loro operazioni sul territorio come prima. La copertura dei media s’è allontanata progressivamente dalle tematiche vincolate alla (in)sicurezza. Il gigantismo burocratico e il caos amministrativo interessano da dentro il ministero degli Interni, la Secretaría de Gobernación, da quando alle dipendenze del ministro a essa preposto, Miguel Ángel Osorio Chong, s’è aggiunto anche il vecchio ministero della Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública, SSP). Dopo cinque mesi di governo, nell’aprile 2013, il ministro Osorio Chong dipingeva nelle sue dichiarazioni un Paese presumibilmente più sicuro, con una discesa del 17% degli omicidi associati alla criminalità organizzata e un 25% in meno di denunce per sequestro di persona. Ma la realtà era un’altra. I dati sui sequestri di persona e sulle estorsioni erano in aumento, un 27,5% in più dopo 8 mesi di governo.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

Il Consiglio cittadino per la Sicurezza pubblica e la giustizia penale, associazione della società civile, ha denunciato l’aumento dei rapimenti nel 2013, anche senza considerare tutti quei delitti che non vengono denunciati, e i sequestri di migranti che arrivano alla cifra di 23.000 all’anno. L’allarme lanciato dalla ONG è preoccupante ed è in linea anche con le analisi del settimanale di Tijuana Zeta che, incrociando i dati di varie fonti ufficiali per contrastare la propaganda governativa, ha calcolato 13.775 assassinii riconducibili alla criminalità organizzata nei primi otto mesi di governo. In dicembre la cifra superava quota 17.000 e a febbraio 2014 il conteggio arrivava a 23.640 morti. In ottobre, dopo i primi ventitré mesi d’amministrazione Peña, la cifra superava le 42.000 unità. Quindi, nel 2011, penultimo anno del presidente Felipe Calderón, gli omicidi furono 24.068, nel 2012 furono 20.571 e nel 2013 20.156, secondo la ricerca di Zeta. Il tasso ogni centomila abitanti è passato da 8 a 24 in quattro anni, dal 2007 al 2011. Il 13% di questi omicidi si concentra nello stato più violento del Messico, l’Estado de México, il distretto amministrativo che circonda la capitale. I dati del maggio 2015 parlano anche di una cifra accumulata di 26mila desaparecidos e 281mila rifugiati interni per il conflitto.

Nell’ottobre di due anni fa la direttrice per la Sicurezza dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), Paulina Duarte, ha sottolineato il potenziale di «minaccia per la stabilità e la qualità delle democrazie in questa regione» che è rappresentato dal crimine organizzato in America Latina, e infatti «si nota quanto siano vulnerabili le istituzioni e l’incapacità dello stato di mitigarlo». Duarte ha evidenziato come non si tratti di un semplice problema di presenza armata, quanto di natura politica ed economica, visto che ci sono cartelli che dominano interi territori e svolgono le funzioni dell’autorità fiscale e di polizia, sviluppando poteri alternativi a quelli statali e un’economia illecita integrata. Il caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa ha inoltre evidenziato la collusione o completa sovrapposizione di alcune strutture dello stato messicano e della polizia con la criminalità organizzata.

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Autodefensas e polizie comunitarie in Messico

Autodefensas armas-del-grupo-de-autodefensaDal 10 maggio le autodefensas messicane dello stato centro-settentrionale del Michoacán, nate all’inizio dell’anno scorso come unmovimento armato contro i narcos, si trovano in una fase d’incorporazione e legalizzazione all’interno della Nuova Forza Rurale patrocinata dal governo federale. Questi gruppi armati di autodifesa controllano una trentina di città e hanno obbligato il governo a rimettere al primo posto dell’agenda politica nazionale il tema della sicurezza, un problema che è in cima alla lista delle preoccupazioni dei cittadini, ma che viene deliberatamente glissato dalla strategia comunicativa ufficiale. A fine gennaio 2014 il presidente Peña Nieto ha commissariato, di fatto, il governo locale e, con una decisione giudicata incostituzionale da molti osservatori, l’ha affidato a un Commissario straordinario plenipotenziario, Alfredo Castillo Cervantes. Il Commissario di fatto ha desautorato il governatore Fausto Vallejo Figueroa, eletto nel 2011 nelle file del partito del presidente, il PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemone e al governo per 71 anni nel novecento e di nuovo dal 2012).

Le prime foto dei militanti di questi gruppi armati, creati per combattere il cartello dei Caballeros Templarios e usciti allo scoperto il 24 febbraio 2013, hanno destato curiosità e preoccupazione. In effetti, i soggetti apparivano, almeno in una prima fase, incappucciati e armati fino ai denti, a bordo di pick up enormi e in uniforme, con indosso una maglietta con la scritta “Per una Tepalcatepec Libera”. Si presentavano come disposti ad attaccare, ad allargare la loro zona d’influenza “liberata” dai criminali. C’è chi li ha visti come degli eroi, necessari e opportuni, difensori delle proprie famiglie e proprietà, oppure chi li voleva identificare con i criminali che dicono di combattere, come fossero un altro narco-cartello, o con i paramilitari dell’esperienza colombiana.

autodefensas carroPolizie comunitarie e autodefensas.Certamente erano diversi dalle polizie comunitarie che nei mesi precedenti avevano fatto notizia nello stato del Guerrero e che erano composte da contadini e indigeni, persone umili con pochissimi mezzi e armi a disposizione. Infatti, il termine “polizia comunitaria” in genere fa riferimento alle milizie di cittadini all’interno delle comunità indigene o rurali che possono funzionare secondo il sistema di “usi e costumi”, girano a volto scoperto e usano armi di basso calibro e uniformi riconosciute. In realtà i sistemi di difesa e vigilanza delle comunità indigene risalgono all’epoca della dominazione spagnola e negli ultimi vent’anni, per la precisione dal 1995, s’è consolidato il modello della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias), che è formata da volontari identificati da uniformi verdi e dotati di fucili da caccia.

Negli anni della narcoguerra (2006-2014), viste le necessità di controllo locale dinnanzi all’inerzia dello stato, i comuni  coinvolti nel Guerrero sono aumentati e ora la loro presenza s’estende a tredici cittadine, difese da circa 1500 poliziotti comunitari. La base giuridica per la loro esistenza si ritrova nella dichiarazione dell’ONU sui popoli indigeni, alla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e ad alcune norme dello stato del Guerrero che ne giustificherebbero le attività. All’inizio del 2013 furono decine le polizie comunitarie che, armate di machete e fucili, s’alzarono nella zona della Costa Chica, a sud di Acapulco, e nella sierra centrale dello stato del Guerrero. Anche la polizia comunitaria di Cherán, nel Michoacán, sorta nel 2011, prende esempio dalla CRAC e il suo fondamento giuridico si trova in alcune leggi sull’autodeterminazione dei popoli indigeni risalenti al 2007.

Dalla pax mafiosa alle autodefensas. Nel Michoacán il supporto di imprenditori e coltivatori danarosi e la presenza di narcos agguerriti, messianici ed egemonici, invisi alla maggior parte della popolazione, come i Caballeros Templarios (Cavalieri Templari), spiegano la reazione così decisa, unitaria e ben organizzata dei gruppi di autodifesa. Non è sempre stato così, perché fino al 2010 regnava una “pace narca” o “pax mafiosa” che, dopo la cacciata degli Zetas dalla regione attuata dal cartello della Familia Michoacana, aveva offerto una relativa stabilità. Quando la Familia, nel marzo 2011, si scinde, nascono i Templarios. Questi ottengono l’egemonia, ma nel frattempo peggiorano le condizioni del traffico internazionale di metanfetamine e altre droghe e aumenta la repressione militare dello stato, per cui le organizzazioni criminali diversificano le loro “aree d’affari”. Passano a terrorizzare sempre più la gente comune e le imprese, a stuprare le mogli e le figlie dei piccoli proprietari terrieri che espropriano o minacciano. Si dedicano ai sequestri e al racket, s’introducono nel business agricolo, controllando le “commissioni” per l’esportazione di frutti come il limone e l’avocado, e nelle redditizie attività minerarie.

autodefensas-custodia-Aquila-MichoacanQuindi, già da mesi, segretamente, leautodefensas stavano pianificando la loro entrata in scena. I loro leader o portavoce sono abili nella comunicazione e carismatici con i mass media e con la gente in generale. Estanislao Beltrán, noto come “Papá Pitufo” (grande puffo) per la sua lunga barba bianca, è allevatore e proprietario di un ranch. José Mireles, chiamato semplicemente “il Dottor Mireles”, è un medico baffuto dallo sguardo di ghiaccio. Hipólito Mora, allevatore, coltivatore e padre di undici figli da cinque mogli, è il fondatore delle autodefensas del Michoacán e leader del gruppo della sua comunità, La Ruana. Il “Comandante 5” o “El 5” è il leader a Parácuaro, si chiama Alberto Gutiérrez, e prima faceva il coltivatore di limoni. Il coordinamento tra i circa trenta leader locali avviene grazie a un Consiglio Generale delle autodefensas che elegge i propri portavoce.

Per tutto il 2013 la Polizia Federale ha trovato un modus vivendi con i vigilantes organizzati, i cui membri erano lasciati liberi di circolare armati nelle rispettive comunità e nelle loro trincere difensive, ma non potevano farlo nelle autostrade e strade statali. Quest’accordo tacito è vacillato in alcuni momenti e ci sono stati incidenti, tensioni e scontri, senza vittime, tra le forze comunitarie e quelle governative. Non ci sono conteggi precisi sulle vittime dello scontro tra Templarios e autodefensas, anche se alcune testimonianze dal campo di battaglia parlano di duecento morti per ognuno dei due bandi in un anno di combattimenti.

Il ripiegamento dei Caballero Templarios. Il dato certo è che i Templari hanno dovuto ripiegare, hanno perso plazas e combattenti. Le autofensas sono armate con mitragliatori e fucili automatici, introdotti illegalmente dagli USA o sottratti ai rivali, e addestrate da chi, nelle diverse comunità, era stato nell’esercito o nella polizia. Questi gruppi hanno “riconquistato” località e territori per tutto il 2013, in qualche modo hanno riempito i “vuoti di potere” lasciati dallo stato. Hanno frammentato e isolato i territori del “baronato templario”, bloccando le principali vie di comunicazione. La presa di alcune città comporta, però, l’inclusione di nuovi “soldati” alla causa dei comunitarios e una parte di questi provengono dalle file del nemico. Sono quindi narcotrafficanti e delinquenti riconvertiti alla causa dei vigilantes, in costante espansione nonostante gli “stop and go” del governo. Intanto il governatore del Michoacán, Fausto Vallejo, si diceva “contrariato” e il Procuratore Generale, Jesús Murillo Karam, dichiarava alla stampa che non “si sarebbero più tollerate le avanzate delle autodefensas”.

autodefensas templarios michoacanNei primi giorni del 2014 la situazione è tesa. Il “Papá Pitufo”, Estanislao Beltrán, succede a Mireles come portavoce delle autodefensas in seguito al grave incidente d’elicottero che questo soffre il 4 gennaio. Il Dottore viene portato in un’ospedale di Città del Messico e rimane per qualche settimana “sotto la custodia” della polizia. Una parte del paese si chiede come mai Mireles non venga arrestato, anziché essere protetto. Dal canto suo, il Ministro degli Interni, Miguel Ángel Osorio Chong, in alcune dichiarazioni attribuisce il debilitamento dello stato di diritto ai vigilantese li esorta a ritirarsi e lasciare il campo alle forze federali e statali. Il 13 gennaio, alcuni militari cercano di disarmare un gruppo di autodifesa, un soldato spara, la gente accorre e reagisce. Il saldo finale è di tre morti. Il governo ritira “l’ultimatum” sul disarmo e il 15 gennaio nomina Alfredo Castillo commissario per Michoacán col compito di “ricostruire lee relazioni tra la società e il governo”. Il 27 gennaio i governi federale e statale firmano con le autodefensas un accordo per il loro reinserimento nel quadro istituzionale e legale.

Ambiguità del governo. Il dibattito s’accende e le opinioni si polarizzano tra chi pensa che i vigilantes siano un gruppo puro, slegato dalla criminalità organizzata, e chi tema la deriva paramilitare o esige il loro disarmo immediato. Il governo e la polizia tollerano e collaborano, ma allo stesso tempo puntano il dito contro le violazioni alla legge e ordinano arresti, circa una novantina fino ai primi tre mesi del 2014. Oppure cominciano a denunciare collusioni di questi gruppi col cartello Jalisco Nueva Generación o infiltrazioni mafiose nel movimento. Se da una parte è vero che vari informatori e basi dei Templarios si sono progressivamente uniti alleautodefensas, dall’altra non è corretto né realistico identificare attualmente queste ultime come organizzazioni criminali, nonostante le infiltrazioni. Il confine è sottile ma i vigilantes, per ora, l’hanno rispettato.

policia_comunitaria_de_la_cracNon sono stati documentati atti da parte loro che li qualifichino come bande criminali o narco-cartelli. La loro relazione confusa con le autorità ha fatto pensare altresì alla possibilità che le loro origini siano politiche, cioè che siano state create dal governo o da suoi apparati, ma l’unico dato certo su questo punto è che c’è stata una collaborazione iniziale, ancor prima del febbraio 2013, di alcuni militari di stanza nella regione. Vale lo stesso discorso per la Polizia Federale che in alcuni casi, dopo l’inizio della sollevazione, ha supportato alcuni gruppi, ma in altri ha sbarrato loro la strada, letteralmente.

A febbraio il governo invia 10mila soldati. In collaborazione con le autodefensas recupera la città di Apatzingán senza colpo ferire e costringe i Templarios a una ritirata strategica sulle montagne verso la costa del Pacifico. L’ex boss del cartello della Familia e capo dei Templarios, Nazario Moreno, alias “El más loco” (il più matto), viene ucciso dai marines messicani il giorno dopo aver compiuto 44 anni, il 9 marzo 2014, ma resta latitante il principale leader dei Templari, il mediatico e profetico Servando Gómez, alias “La Tuta”. La ritirata e probabile sconfitta, o riconversione ad altre “attività”, del narco-cartello templario implicherà probabilmente l’apertura di vuoti di potere e la concentrazione dell’attenzione sul destino dei gruppi di autodifesa e su un’eventuale legge di amnistia per il conflitto del Michoacán, sempre che la situazione prima o poi si “normalizzi”.

Il bastone e la carota. Il timore è che si trasformino in paramilitari al soldo di impresari o di cartelli del narcotraffico come il Jalisco Nueva Generación che, secondo le segnalazioni della Procura Generale della Repubblica, già avrebbero finanziato e armato alcuni di questi gruppi. Altri finanziamenti, nell’ordine dei 250mila dollari secondo fonti giornalistiche USA, sono arrivati dalle comunità di messicani residenti negli Stati Uniti che, compatibilmente con l’ideologia statunitense della “protezione della frontiera” e del “diritto a portare armi”, simpatizzano con la causa di questi “farmers” che difendono le loro “proprietà” e famiglie. Come visto, il governo ha provato a disarmarli e legalizzarli una prima volta nel mese di gennaio, proponendo la loro integrazione alle “guardie rurali” regolate da una norma del 1964, ma molti di loro non avevano i requisiti minimi e nemmeno la volontà di abbandonare a metà una lotta che ancora non aveva eliminato il problema per cui era cominciata. L’idea di una nuova “pax mafiosa” dopo la tempesta, magari sotto la supervisione dell’autorità centrale e non solo di quella locale, non era gradita alla maggior parte degli insorti delle autodifese e non costituiva una soluzione. Il 14 aprile il governo ha firmato un accordo di undici punti per legalizzare, coordinare e disarmare le autodefensas entro il 10 e 11 maggio e a cambio s’è compromesso a combattere i sequestri e gli altri delitti del crimine organizzato e a fondare il corpo della Fuerza Rural Estatal.

Autodefensas mexico mapaL’imprigionamento per un presunto duplice omicidio, tra l’11 marzo e il 16 maggio, del portavoce Hipólito Mora, è emblematico delle ambiguità del governo, intento a pacificare e cooptare, da una parte, ma anche a reprimere e controllare, dall’altra. Mora è, infatti, vicino al Dott. Mireles e alle frange più critiche dell’operato del governo, determinate a cacciare completamente e definitivamente i narcos prima di accettare qualunque ipotesi di disarmo o d’integrazione dei gruppi armati nella polizia rurale. L’arresto di un rappresentante carismatico di questo movimento risponde più a logiche politiche che giudiziarie. Infatti, potenzialmente a tutti i militanti delle autodifensas sono imputabili delitti come il porto d’armi d’uso esclusivo dell’esercito, la costituzione di bande armate, il terrorismo o altri capi d’accusa, ma lo stato ha deciso di collaborare con gli insorti e quindi non ha imposto il rispetto immediato della legge nella regione. O meglio, l’ha fatto in maniera selettiva e utilizzando un discorso ambiguo e confuso: s’è passati dall’indifferenza all’arresto di un leader, dalla collaborazione militare alla cattura di alcuni membri di questi gruppi, dall’appoggio logistico al movimento d’autodifesa alla minaccia di mano dura e la fissazione di vari ultimatum per il loro disarmo. Forse è azzardato parlare di vere e proprie “correnti interne” al movimento, come se si trattasse di un partito, ma la posizione di Mireles e Mora è di certo contrapposta a quella di “El 5” e di Beltrán “Grande Puffo”, il quale ha acconsentito al disarmo, che è avvenuto l’11 maggio, ed è diventato l’interlocutore privilegiato del governo, mentre Gutiérrez “El 5” rimane il portavoce del Consiglio Generale.

Divisioni nelle autodefensas. Dai primi di maggio la “scissione” in seno alle autodifensasdiventa un dato di fatto. Mireles non accetta il disarmo senza avere forti garanzie per la sicurezza nel Michoacán e il ristabilimento dello stato di diritto. Contemporaneamente le foto di Beltrán con un fucile a ripetizione in mano e l’uniforme della nuova Polizia Rurale indosso, affianco al commissario Alfredo Castillo, hanno conquistato le prime pagine dei giornali ed è servita al governo per mostrare i progressi della “pacificazione” nel Michoacán. Intanto il Dott. Mireles, sempre più in polemica col governo nelle sue interviste alla radio e per le riviste, è stato espulso dal Consiglio Generale delle autodefensas il 7 maggio. Il giorno prima aveva inviato un videomessaggio, dicendosi “temeroso per la propria vita” e chiedendo al presidente e al ministro degli intenri, Osorio Chong, un dialogo diretto.

Nel video riferisce anche del progetto, promosso con l’hashtag di twitter #YoSoyAutoefensa (#IoSonoAutodefensa), per la creazione di un Consiglio o Fronte Nazionale, non più solo del Michoacán, delle Autodefensas, in seguito al primo incontro tra lo stesso Mireles e a Città del Messico e un gruppo “trasversale” di attivisti, politici e giornalisti come Javier Sicilia, il Padre Alejandro Solalinde, Isabel Miranda de Wallace, il senatore del PAN Ernesto Rufo Appel, l’ex sindaco di García (nel Nuevo León) Jaime Rodríguez, gli opinionisti John Ackerman e Denisse  Dresser, il regista del film “Presunto Culpable” Roberto Hernández, il generale francisco Gallardo e la deputata del PRD nel Michoacán Selene Vázquez. Ma il piano del governo, osteggiato da Mireles che ha annunciato future riunioni pubbliche di questo speciale coordinamento di autodefensas, prosegue.

autodefensas_michoacanNasce la Nueva Fuerza Rural. A metà maggio sono quasi 8.000 le armi ritirate o registrate dal governo e almeno 3.300 i nuovi membri, ex vigilantes, della nuova Forza Rurale Statale che, nelle parole del commissario Castillo, andranno a rimpiazzare progressivamente le polizie municipali “che, in fin dei conti, era finita al servizio del crimine organizzato”. Non chiarisce, però, come s’eviterà che accada la stessa cosa in futuro con la Fuerza Rural. Secondo gli accordi del 14 aprile e le affermazioni di Castillo, d’ora in poi i civili armati saranno fermati e incarcerati. Il Dott. Mireles accusa le autorità federali di volerlo distruggere come leader comunitario, favorendo le frange più “acondiscendenti” delle autodefensas.

Infatti, il 9 maggio il Commissario Castillo annunciato che sono aperte delle indagini sul dottore, implicato, secondo gli inquirenti e alcuni ex compagni come Beltrán “Papá Pitufo”, nella morte di cinque ragazzi che il 27 aprile difendevano una barricata in un villaggio della costa. L’accusa arriva puntuale, in concomitanza con il processo di riconversione dei vigilantes, realizzato in fretta e furia dal governo, e con le riunioni di Mireles nella capitale, volte a creare un’alleanza e delle proposte più condivise e strutturali per il problema della delinquenza e dei gruppi di autodifesa. Anche se, pochi giorni dopo l’avviso di garanzia, Mireles ha ricevuto un salvacondotto di un giudice federale che lo esenta da possibili arresti per delitti non gravi, il dottore resta sotto tiro, minacciato dai Templarios, snobbato da una parte dei suoi ex compagni e controllato da governo e potere giudiziario. Dal canto suo Mireles ha accusato il “Comandante 5” e altri vigilantes di essere collusi con la banda dei Viagras, un gruppo delinquenziale fuoriuscito dai Templarios e legato al cartello Jalisco Nueva Generación, per cui la trama si complica. Pochi giorni dopo l’uscita di prigione, Hipólito Mora e il suo gruppo si sono dichiarati disposti a integrarsi alla polizia rurale e anche Mireles s’è orientato verso questa scelta. Il “papà puffo”, portavoce della Nuova Forza Rurale, si dice fiducioso e sostiene che in questa fase di “riconversione” delle autodefensas ci sarà una depurazione degli infiltrati della delinquenza organizzata nel movimento che potrà operare alla luce del sole, armi in pugno, per “recuperare la pace nella zona”. La nuova forza rurale è già entrata in funzione a Tepalcatepec, Coalcoman e Buenavista, i comuni in cui erano nate e s’erano consolidate le primeautodefensas, ma le incertezze sono molte.


marcha-apoyo-autodefensas-MichoacánNuova Pax Mafiosa?
 Il boss templario “La Tuta” resta in libertà e la violenza non accenna a diminuire. Inoltre il quotidiano Excelsior, con informazioni tratte da rapporti della polizia, segnala la nascita di un nuovo cartello chiamato tercera Hermandad o H-3 (Terza Fratellanza), formato da ex Caballeros Templarios, ex autodefensas ed espatriati dell’organizzazione Jalisco Nueva Generación. Dopo la Familia e i Templarios, la storia si potrebbe ripetere con la Tercera Hermandad se i vuoti di stato e le questioni aperte non vengono risolte alla radice.

E la storia del Michoacán potrebbe ripetersi facilmente anche in altri stati che, nei primi mesi del 2014, stanno vivendo ondate di violenza, omicidi, estorsioni e sequestri molto più intensa come il Morelos, il Guerrero e il Tamaulipas. Insomma si tappa la falla, male, da una parte, e il problema riemerge da un’altra. Il 13 maggio il governo ha presentato una “nuova” strategia di sicurezza per il Tamaulipas che aspira a “disarticolare la composizione e le operazioni delle organizzazioni criminali, chiudere le vie del traffico illecito di persone, sostanze, armi e denaro, e garantire istituzioni locali di sicurezza sufficienti, efficienti e affidabili. Lo stato sarà diviso in quattro zone con “alti funzionari della marina e del Ministero della Difesa al comando di ciascuna” e si prevede il rafforzamento “delle risorse umane, tecniche e d’intelligence” impiegate. In pratica si tratta della stessa strategia di sempre, quella della narcoguerra (2006-2012) dell’epoca del presidente Felipe Calderón. Da CarmillaOnLine

*Questo testo fa parte del progetto “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” e riprende il tema dei gruppi di autodifesa in Messico di cui abbiamo parlato su Carmilla nell’articolo “Il popolo in armi contro i narcos in Messico”, pubblicato il 24 agosto 2013

Un año de autodefensas en México: el video

[Fabrizio Lorusso Variopinto al Día] El 24 de febrero de 2013 nacieron las autodefensas de Tepalcatepec, unas milicias populares auto-organizadas que, el 24 de enero pasado, difundieron un video de 34 minutos, una suerte de “homenaje” titulado: 24 de febrero, Día de las Autodefensas. La película. Es un documental sobre sus acciones, motivos, historia y desarrollos del último año. “Qué harías si violaran a tu hija”, es uno de los comentarios, preguntas y textos explicativos que se leen después de cada secuencia de imágenes que describen acciones militares, entrevistas, escenas de combate, fotos de gente asesinada, testimonios y extractos de noticieros.

Hay mucho que contar de esta lucha en contra de los narcos, en particular del cártel de los Caballeros Templarios, emprendida por los pobladores de distintas comunidades michoacanas, especialmente de Tierra Caliente, por lo cual el video representa un documento de interés, sobre todo después del reconocimiento gubernamental que se les dio a las autodefensas, del operativo de seguridad que se implementó y tras la reciente aprobación de un paquete millonario de inversiones para Michoacán.

“El problema empezó cuando venían a tu casa y te decían: ‘Me gusta tu mujer, ahorita te la traigo. Pero me bañas a tu niña, que ella sí se queda conmigo varios días'”, explica el doctor José Manuel Mireles, líder y fundador de las autodefensas del estado de Michoacán, quien también declara: “Escogimos la forma en que queríamos morir. Si nos iban a matar amarrados, mejor que nos maten defendiendo”. Y así se organizó la defensa en contra de los abusos para llenar un enorme e histórico hueco institucional dejado por años de desgobierno, o bien, de ausencia y connivencia oficial.

Los Templarios, liderados por Servando Gómez, alias “La Tuta”, son el grupo dominante en el Estado cuya tierra caliente y sierras son territorios con importantes sembradíos de marihuana y adormidera y con laboratorios para la fabricación de drogas sintéticas. Asimismo, el puerto de Lázaro Cárdenas es un punto estratégico de trasiego. El video difundido por las autodefensas incluye justificaciones, pero igualmente incorpora una filosofía de fondo que se resume en el lema: “Michoacán ya despertó. México ya despertó. Por la Libertad”. Twitter @FabrizioLorusso

mireles y autodefensas

Video: un anno di Autodefensas in Messico

Questo video, pubblicato il 24 gennaio 2014, ha per titolo “24 febbraio. Giorno delle Autodefensas. Il Film”. Sottotitolo: Omaggio al primo anniversario della creazione delle autodefensas. Lo stato di Michoacán s’è svegliato. Il Messico s’è svegliato.

Sul tema delle polizie comunitarie e della autodefensas in Messico (in italiano): link: il popolo in armi contro i narcos in Messico.

Articolo in spagnolo: link.

autodefensas

 

Guerra alla droga. Sta cambiando il vento? Radio @CittàDelCapo

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Radio Città del Capoin particolare la trasmissione Angolo B, ha dedicato una puntata alla cosiddetta “guerra alle droghe” e abbiamo parlato del mercato mondiale della coca e della marijuana, vista la decisione dell’Uruguay di legalizzarne uso e produzione, e anche della situazione del Messico, instabile per via dell’entrata in scena dei gruppi di autodifesa (cittadini in armi) che vengono ad aggiungersi ad altri attori armati come i narcos e le forze statali (polizia, esercito, marina).

Bologna, 16 gen. – Come sta cambiando il mercato mondiale della droga? E quali sono le risposte politiche a livello globale? Ne abbiamo parlato con Giorgio Tinelli, ricercatore e docente all’Università di Bologna e con Francesco Strazzariprofessore di scienze politiche e ricercatore all’Istituto norvegese di affari internazionali a Oslo. Con Fabrizio Lorusso, giornalista scrittore, autore del libro Santa Muerte Patrona dell’Umanità, abbiamo invece affrontato la questione dei cartelli messicani e delle milizie di autodifesa che stanno nascendo in alcune zone del paese. Twitter Radio città del capo https://twitter.com/cittadelcapo

Ascolta la trasmissione qui – link o clicca su play qui in basso:

Il popolo in armi contro i narcos in Messico

Questo video del giugno 2013, ora sottotitolato in italiano da Clara Ferri e intitolato “Polizia comunitaria in Messico”, contiene un’intervista completa a José Manuel Mireles Valverde, medico della comunità di Tepaltepec, un comune di 24mila abitanti che si trova nello stato centrosettentrionale di Michoacán, a 560km da Città del Messico. E’ una testimonianza preziosa e completa che ci racconta direttamente un fenomeno preoccupante, in crescita, difficile da controllare e dagli sviluppi futuri imprevedibili: nell’ultimo anno ha interessato almeno 4 stati diversi (Guerrero, Oaxaca, Michoacán e Morelos) ed evidenzia chiaramente la perdita totale di affidabilità e credibilità da parte delle autorità locali, ormai non più in grado di garantire la sicurezza ed anzi sempre più spesso colluse, o quanto meno accondiscendenti, con la criminalità organizzata.

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Mireles è il Consejero General del Consejo Ciudadano de Autodefensas, cioè il consigliere generale e portavoce della polizia comunitaria che è nata nel febbraio 2013 con lo scopo di difendere i cittadini vessati dai narcos e abbandonati dalle forze dell’ordine, incapaci di proteggere la popolazione per ammissione dello stesso sindaco di Tepaltepec, Guillermo Valencia, che, spiega, può contare solo su 30 poliziotti non tutti armati. Un po’ poco per difendere il comune dal narco-cartello dei Caballeros Templarios. La presenza e le angherie di questo gruppo viene denunciata dall’intervista di Mireles che è una richiesta di aiuto rivolta verso il governo messicano e anche di altri paesi, ma allo stesso tempo rappresenta una presa di posizione forte della comunità, ormai allo stremo, in favore della gestione autonoma della protezione cittadina.

Infatti, il titolo originale del documento era “Caballeros Templarios nel Michoacàn: Testimonianza dell’Autodifesa Cittadina”. Basta visitare il loro sito (link) per chiarirsi ulteriormente le idee sul perché della loro nascita. Dice il sottotitolo della pagina web: “Il popolo che s’è alzato contro il crimine organizzato”. Nella sezione video il loro motto è una citazione del filosofo spagnolo José Ferrater Mora: “Per me solo è giustificabile la violenza contro il tiranno, poiché il tiranno è l’incarnazione della violenza, e usarla contro di lui è un modo di distruggerla”.

Tierra Caliente mapa-michoacan

Lo stato del Michoacán fu il primo ad essere letteralmente invaso dall’esercito nell’ambito delle operazioni anti-narcos che all’inizio del 2007 diedero inizio alla narcoguerra contro i cartelli della droga voluta dall’ex presidente Felipe Calderón. Dopo quasi 7 anni di operazioni di polizia e militari nella regione, la violenza del narcotraffico non è cessata e sono aumentati i cartelli in lotta (Sinaloa, Zetas, Familia Michoacana, Caballeros Templarios, Jalisco Nueva Generación) per il controllo del territorio, visto che lo stato ha praticamente abdicato. Gli abitanti della terra caliente, la zona più abbandonata dalle istituzioni e più colpita dalla violenza, dalle angherie e dagli affari illeciti dei narcos, si sono organizzati seguendo l’esempio di altre comunità in condizioni simili nel vicino stato di Guerrero. Hanno creato quindi una polizia comunitaria (o gruppi di autodifesa) con la capacità di “convocare 3000 uomini armati in un’ora”, come riferisce Mireles.

E’ uno dei “nuovi” effetti collaterali della narcoguerra che viene a sommarsi ai 27mila desaparecidos, agli oltre 250mila “desplazados” (persone costrette a lasciare le proprie case e le proprie terre per la violenza), al logoramento del tessuto sociale, alla riproduzione del trauma, alla normalizzazione della violenza e agli oltre 100mila morti degli ultimi 7 anni. Il rischio che i gruppi di autodifesa degenerino in bande paramilitari o in sistemi paralleli e sommari di controllo del territorio, dell’economia e della giustizia esiste, ma è più forte la necessità degli abitanti di recuperare la tranquillità perduta e, per ora, come spiega Mireles, la polizia comunitaria ha funzionato e ha evitato che i sicari dei Caballeros Templarios continuassero a terrorizzare la popolazione con le loro scorribande stile far west.

La natura delle polizie comunitarie messicane è dunque differente rispetto a quella dei paramilitari controinsurrezionali delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che oggi non esistono più, almeno ufficialmente, ma che negli anni novanta e primi anni 2000 s’erano trasformate in vero e proprio esercito privato, ossia dei mercenari in buona parte finanziati da attività di narcotraffico al soldo di latifondisti e impresari colombiani.

Non solo le classi popolari, ma anche gli imprenditori locali sostengono le autodefensas perché appunto le vittime di estorsioni, racket, stupri, omicidi e ricatti erano anche (e soprattutto) loro. La figura del “poliziotto comunitario” non armato è prevista dalla legislazione dello stato di Guerrero ed esistono dei meccanismi per integrare questi elementi tra i quadri della polizia regolare. Invece i gruppi di autodifesa armati sono illegali.

Ci sono proposte per la creazione di nuove leggi che permettano la difesa delle comunità a livello nazionale, ma per ora il parlamento non s’è espresso in proposito. Indipendentemente dalla legislazione in vigore in ogni stato e a livello federale, di fronte alle reiterate assenze e indifferenze ufficiali ed alla presenza stabile di narcos e sequestratori, il popolo ha impugnato le armi rompendo di fatto il monopolio dell’uso della forza che definisce una delle funzioni dello stato. Vero è che quel monopolio era già stato rotto da decenni di abbandono istituzionale e di crescita paramilitare delle mafie locali e nazionali, quindi nulla di nuovo.

Ad ogni modo c’è un precedente importante, i gruppi di autodifesa esistono nel Michoacàn già dal 2011, cioè da quando nel municipio di Cheràn gli abitanti hanno deciso di unirsi e armarsi per la difesa dei loro boschi minacciati dall’alleanza nefasta tra i taglialegna e i narcos che danno loro protezione. Cheràn, comunità di 13mila abitanti, s’è dichiarata municipio autonomo e, in seguito, il gruppo autonomo di difesa è stato riconosciuto dalle autorità del Michoacàn e continua a occuparsi della vigilanza notturna e degli accessi al territorio comunale contro la criminalità organizzata. Le ripetute minacce dei narcos e i loro video di spiegazione che intimano le comunità di restituirgli il controllo dei “loro” territori o la stipula di patti di sangue tra autodifese e cartelli non hanno sortito effetti e l’esperimento continua. Ecco per esempio un video postato da MundoNarcoTv in cui El Tio, esponente di spicco dei Caballeros Templarios, chiede un patto alla polizia comunitaria di Tepaltepec (una specie di tregua per il recupero e forse la spartizione degli “affari”), la accusa di ricevere finanziamenti da un cartello rivale, quello di Jalisco Nueva Generación, e infine sfida a duello mortale uno dei suoi leader, Hipolito Mora.

Segnalo a questo link un altro video di presentazione e di richiesta di sostegno delle autodefensas.

di Fabrizio Lorusso (CarmillaOnLine)