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Il popolo in armi contro i narcos in Messico

Questo video del giugno 2013, ora sottotitolato in italiano da Clara Ferri e intitolato “Polizia comunitaria in Messico”, contiene un’intervista completa a José Manuel Mireles Valverde, medico della comunità di Tepaltepec, un comune di 24mila abitanti che si trova nello stato centrosettentrionale di Michoacán, a 560km da Città del Messico. E’ una testimonianza preziosa e completa che ci racconta direttamente un fenomeno preoccupante, in crescita, difficile da controllare e dagli sviluppi futuri imprevedibili: nell’ultimo anno ha interessato almeno 4 stati diversi (Guerrero, Oaxaca, Michoacán e Morelos) ed evidenzia chiaramente la perdita totale di affidabilità e credibilità da parte delle autorità locali, ormai non più in grado di garantire la sicurezza ed anzi sempre più spesso colluse, o quanto meno accondiscendenti, con la criminalità organizzata.

policia-comunitaria

Mireles è il Consejero General del Consejo Ciudadano de Autodefensas, cioè il consigliere generale e portavoce della polizia comunitaria che è nata nel febbraio 2013 con lo scopo di difendere i cittadini vessati dai narcos e abbandonati dalle forze dell’ordine, incapaci di proteggere la popolazione per ammissione dello stesso sindaco di Tepaltepec, Guillermo Valencia, che, spiega, può contare solo su 30 poliziotti non tutti armati. Un po’ poco per difendere il comune dal narco-cartello dei Caballeros Templarios. La presenza e le angherie di questo gruppo viene denunciata dall’intervista di Mireles che è una richiesta di aiuto rivolta verso il governo messicano e anche di altri paesi, ma allo stesso tempo rappresenta una presa di posizione forte della comunità, ormai allo stremo, in favore della gestione autonoma della protezione cittadina.

Infatti, il titolo originale del documento era “Caballeros Templarios nel Michoacàn: Testimonianza dell’Autodifesa Cittadina”. Basta visitare il loro sito (link) per chiarirsi ulteriormente le idee sul perché della loro nascita. Dice il sottotitolo della pagina web: “Il popolo che s’è alzato contro il crimine organizzato”. Nella sezione video il loro motto è una citazione del filosofo spagnolo José Ferrater Mora: “Per me solo è giustificabile la violenza contro il tiranno, poiché il tiranno è l’incarnazione della violenza, e usarla contro di lui è un modo di distruggerla”.

Tierra Caliente mapa-michoacan

Lo stato del Michoacán fu il primo ad essere letteralmente invaso dall’esercito nell’ambito delle operazioni anti-narcos che all’inizio del 2007 diedero inizio alla narcoguerra contro i cartelli della droga voluta dall’ex presidente Felipe Calderón. Dopo quasi 7 anni di operazioni di polizia e militari nella regione, la violenza del narcotraffico non è cessata e sono aumentati i cartelli in lotta (Sinaloa, Zetas, Familia Michoacana, Caballeros Templarios, Jalisco Nueva Generación) per il controllo del territorio, visto che lo stato ha praticamente abdicato. Gli abitanti della terra caliente, la zona più abbandonata dalle istituzioni e più colpita dalla violenza, dalle angherie e dagli affari illeciti dei narcos, si sono organizzati seguendo l’esempio di altre comunità in condizioni simili nel vicino stato di Guerrero. Hanno creato quindi una polizia comunitaria (o gruppi di autodifesa) con la capacità di “convocare 3000 uomini armati in un’ora”, come riferisce Mireles.

E’ uno dei “nuovi” effetti collaterali della narcoguerra che viene a sommarsi ai 27mila desaparecidos, agli oltre 250mila “desplazados” (persone costrette a lasciare le proprie case e le proprie terre per la violenza), al logoramento del tessuto sociale, alla riproduzione del trauma, alla normalizzazione della violenza e agli oltre 100mila morti degli ultimi 7 anni. Il rischio che i gruppi di autodifesa degenerino in bande paramilitari o in sistemi paralleli e sommari di controllo del territorio, dell’economia e della giustizia esiste, ma è più forte la necessità degli abitanti di recuperare la tranquillità perduta e, per ora, come spiega Mireles, la polizia comunitaria ha funzionato e ha evitato che i sicari dei Caballeros Templarios continuassero a terrorizzare la popolazione con le loro scorribande stile far west.

La natura delle polizie comunitarie messicane è dunque differente rispetto a quella dei paramilitari controinsurrezionali delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che oggi non esistono più, almeno ufficialmente, ma che negli anni novanta e primi anni 2000 s’erano trasformate in vero e proprio esercito privato, ossia dei mercenari in buona parte finanziati da attività di narcotraffico al soldo di latifondisti e impresari colombiani.

Non solo le classi popolari, ma anche gli imprenditori locali sostengono le autodefensas perché appunto le vittime di estorsioni, racket, stupri, omicidi e ricatti erano anche (e soprattutto) loro. La figura del “poliziotto comunitario” non armato è prevista dalla legislazione dello stato di Guerrero ed esistono dei meccanismi per integrare questi elementi tra i quadri della polizia regolare. Invece i gruppi di autodifesa armati sono illegali.

Ci sono proposte per la creazione di nuove leggi che permettano la difesa delle comunità a livello nazionale, ma per ora il parlamento non s’è espresso in proposito. Indipendentemente dalla legislazione in vigore in ogni stato e a livello federale, di fronte alle reiterate assenze e indifferenze ufficiali ed alla presenza stabile di narcos e sequestratori, il popolo ha impugnato le armi rompendo di fatto il monopolio dell’uso della forza che definisce una delle funzioni dello stato. Vero è che quel monopolio era già stato rotto da decenni di abbandono istituzionale e di crescita paramilitare delle mafie locali e nazionali, quindi nulla di nuovo.

Ad ogni modo c’è un precedente importante, i gruppi di autodifesa esistono nel Michoacàn già dal 2011, cioè da quando nel municipio di Cheràn gli abitanti hanno deciso di unirsi e armarsi per la difesa dei loro boschi minacciati dall’alleanza nefasta tra i taglialegna e i narcos che danno loro protezione. Cheràn, comunità di 13mila abitanti, s’è dichiarata municipio autonomo e, in seguito, il gruppo autonomo di difesa è stato riconosciuto dalle autorità del Michoacàn e continua a occuparsi della vigilanza notturna e degli accessi al territorio comunale contro la criminalità organizzata. Le ripetute minacce dei narcos e i loro video di spiegazione che intimano le comunità di restituirgli il controllo dei “loro” territori o la stipula di patti di sangue tra autodifese e cartelli non hanno sortito effetti e l’esperimento continua. Ecco per esempio un video postato da MundoNarcoTv in cui El Tio, esponente di spicco dei Caballeros Templarios, chiede un patto alla polizia comunitaria di Tepaltepec (una specie di tregua per il recupero e forse la spartizione degli “affari”), la accusa di ricevere finanziamenti da un cartello rivale, quello di Jalisco Nueva Generación, e infine sfida a duello mortale uno dei suoi leader, Hipolito Mora.

Segnalo a questo link un altro video di presentazione e di richiesta di sostegno delle autodefensas.

di Fabrizio Lorusso (CarmillaOnLine)

 

El vuelo de la mariposa – TEASER – Il volo della farfalla

Un viaggio, anzi infiniti. E la politica, l’America centrale, l’Honduras, la sua gente in un sol volo, come quello della farfalla, sempre in trasformazione insieme alle persone, alla vita, alle forme di resistenza. Documentario di America Latina Cooperativa – Il viaggio della farfalla per l’America centrale (link sito – link facebook), un progetto che ha esplorato 6 paesi e 30 organizzazioni in Centroamerica. Leggi anche il reportage dall’Honduras

No importa la fuerza de la opresión, la lucha y la resistencia siempre vuelven a surgir. El vuelo de la mariposa es un documental sobre la realidad mesoamericana, lugar de explotación y violencia, lugar de esperanzas y utopías.

La película relata los procesos de transformación que se viven en esta región.
Las organizaciones populares, a partir de un momento de inmanencia, de auto transformación y de organización interna, trascienden su palabra y su esfuerzo en aras de posibilitar la articulación en redes y vínculos con otros pueblos y otras luchas.

En 2012, dando seguimiento al trabajo de fortalecimiento de las redes de cooperación en América Latina, el colectivo realizó “El vuelo de la mariposa por Mesoamérica”. Recorrimos 6 países de la región mesoamericana y visitamos cerca de 30 organizaciones, ahora con un equipo de 9 personas, desde educadores, cineastas, hasta artistas de teatro-circo.

Del Blog El mundo de manhana una nota sobre el doc:

“La mariposa nace como oruga, un animalito que no tiene casi importancia, insignificante, chiquitín, que cualquiera lo puede pisar, que no es nada, y, esta oruga, se mete en su capullo, que ella misma construye. Un símbolo muy representativo de lo que una persona debería de poder hacer con su vida: Elegir.” Con estas palabras, cargadas de fábula y de reivindicación, mi amiga Silvia Heredia describe los procesos de organización y resistencia que desde hace años se viven en los distintos países de América Central.

A Silvia la conocí, por primera vez, hace cinco años en mi primera visita a Honduras. Más tarde, a lo largo de 2010, la reconocí y compartí con ella y con la increíble gente de ‘Paso a Paso’ esfuerzos, luchas, procesos e injusticias a la par que confidencias, risas, rones clandestinos y esperanzas. Como digo es mi amiga, y además una de esas de las que uno está orgulloso de hablar allá por donde va. Lleva ya más de diez años viviendo en la intensa Rivera Hernández de San Pedro Sula trabajando y acompañando a un pueblo que ya es el suyo. Ahora, también, es un testimonios con rostro de los muchos que aparecen en el retrato coral de ‘El Vuelo de la Mariposa’, el vídeo que encabeza esta entrada y del que hoy me apetece hablaros.

En palabras de sus autores, este ‘Vuelo de la Mariposa’, “es un documental sobre la realidad mesoamericana, lugar de explotación y violencia, lugar de esperanzas y utopías”. Este trabajo busca reflejar, a través de distintos testimonios de varios países, los procesos de transformación que desde hace años se están viviendo en esta zona tan peculiar del mundo. En sus palabras, “las organizaciones populares, a partir de un momento de inmanencia, de auto transformación y de organización interna, trascienden su palabra y su esfuerzo en aras de posibilitar la articulación en redes y vínculos con otros pueblos y otras luchas”. Un servidor, que tuvo el orgullo de vivir en su propio pellejo la consolidación de la Resistencia (pacífica) hondureña, tiene muy claro que estas luchas nos marcan el camino y que tal vez debiéramos prestarles mucha más atención de lo que habitualmente hacemos. Nos van un paso por delante en este recorrido de lucha por otro mundo posible que, entre todas, recorremos.

Ahora buscan financiación para terminar su trabajo y exhibirlo. Habrá que ponerse manos a la obra y ver cómo podemos colaborar con ellos para que la verdad se sepa y se multiplique ya que, al igual que el vuelo de una mariposa, “no importa la fuerza de la opresión, la lucha y la resistencia siempre vuelven a surgir”.

Santa muerte, nel Messico dei narcos la morte diventa santa

Reportage. Fabrizio Lorusso. «Oggi sei tra le braccia della vita, domani sarai nelle mie. Vivi la tua vita, ti aspetto. Saluti, La Morte». Cosa spinge milioni di persone in Messico a venerare la “Santa Muerte”? A Città del Messico ci sono 1.500 altari con un’immagine inquietante: lo scheletro, coperto da un saio francescano, impugna una falce in una mano e, nell’altra, sostiene il globo terracqueo. Ed è venerata da tutti quelli che fanno una vita pericolosa come i poliziotti o violenta come i narcos. L’anno scorso l’Arcivescovo di Città del Messico, Norberto Rivera, annunciò l’arrivo di un gruppo di esorcisti per combattere “l’idolatria pagana”. Ciononostante nella notte del 31 ottobre erano migliaia le persone riunite intorno all’altare per celebrarla. Leggi il resto qui sotto oppure: http://www.linkiesta.it/santa-muerte#ixzz1l6mrFMFv

Santa Muerte (Foto f.l.)
Santa Muerte (Foto f.l.) – 29 gennaio 2012 – 13:20

CITTA’ DEL MESSICO – In Messico c’è un culto che sembra inarrestabile, il culto alla Santa Muerte. La sua figura è l’immagine medievale della morte scarnificata. Lo scheletro, coperto da un saio francescano, impugna a mo’ di scettro una falce in una mano e, nell’altra, sostiene il globo terracqueo su cui regna incontrastata la sua legge democratica e spietata. In tutti i mercati messicani si vendono statue, poster e amuleti che la rappresentano e troneggiano sugli altari, sui cruscotti delle auto e sulla pelle dei devoti che se la tatuano con orgoglio. La Santa Muerte è vestita con tutti i colori: dorata per chiedere favori economici, nera per la protezione totale o rossa per l’amore.

La Chiesa non la riconosce, quindi la gente la venera in casa, per le strade, in cappelle improvvisate, nei cortili o negli altari pubblici costruiti in suo onore lontano da occhi indiscreti, nelle periferie cittadine o lungo le autostrade. La Santa Muerte non ha cardinali né cattedrali e i tentativi di imporre liturgie e gerarchie sono risultati vani fino ad ora. Gli altari della capitale sono 1500 secondo la stampa locale che riporta un numero stimato di fedeli tra i 5 e i 10 milioni. Il culto è arrivato in Argentina, in tutto il Centro America, negli Stati Uniti e persino in Giappone, Spagna, Danimarca e in Italia. La devozione alla Santa cresce perché è libera, spontanea, destrutturata. Basta la fede di ciascuno e qualche offerta: sigarette, frutta, incenso, candele, birra, tequila. Negli eventi pubblici e privati a lei dedicati non si fanno discriminazioni, si accettano tutti, anche quelli che la Chiesa non riesce più a trattenere o, di fatto, rifiuta: travestiti, transessuali, ex galeotti, prostitute, drogati, alcolisti e tutti quelli che si sentono ai margini della società e della religione “ufficiale”.

Anche le persone “a rischio”, coloro che svolgono attività pericolose come i poliziotti, i tassisti, i commercianti e – possono rientrare nella categoria – i delinquenti della gran metropoli, si sentono accolti da questa devozione e chiedono protezione, lavoro, salute e, in certi casi, semplicemente una fine degna e non violenta. Quando la morte si fa presente nella società, ecco che la sua versione santificata riemerge dalla clandestinità in cui era stata relegata per decenni, forse per secoli. Proprio questo sta accadendo in Messico negli ultimi anni con la “guerra al narcotraffico” che ha provocato oltre 50mila morti e 16mila desaparecidos dal 2006. Il culto messicano alla Morte Santa risale al 1600 ed è stato tramandato dalle famiglie indigene e rurali del Messico profondo. Queste riciclavano le figure degli scheletri, importate dai conquistatori e dalle confraternite della “buona morte”, trasformandole in divinità.

In Italia la Parca domina le volte e gli ingressi di moltissimi ossari e di templi come la Chiesa della Morte a Molfetta e Sta Maria dell’Orazione e Morte a Roma, ma nessuno s’era mai sognato di farla santa. L’Inquisizione castigò severamente queste pratiche e bandì tutte le raffigurazioni della morte che la Chiesa stessa aveva portato in America sperando di evangelizzare gli indios. «La morte è democratica, perché in fin dei conti biondi, scuri, ricchi e poveri, tutti finiamo per diventare scheletri». È una frase di José Guadalupe Posada, l’incisore messicano che cent’anni fa plasmò l’iconografia della morte nelle sue figurine scheletriche, le famose Catrinas, che ritraggono sarcasticamente le dame della borghesia d’inizio novecento, l’epoca del dittatore Porfirio Díaz.

Dopo la sua cacciata e la Revolución nacque uno strano sincretismo religioso tra la Commemorazione dei defunti cattolica e alcune tradizioni indigene: il Día de muertos, tra l’uno e il due novembre, è oggi un “patrimonio immateriale dell’umanità” dell’Unesco e un’attrazione turistica. Le Catrinas di ceramica e i teschi di cioccolato s’usano come offerte per adornare gli altari e i cimiteri. Però questa è “una morte addomesticata dallo Stato e dalla Chiesa, le due grandi istituzioni che hanno retto le nostre vite dai tempi del conquistador Hernán Cortés, quando la spada arrivò con la croce”, commenta Alfonso Hernández, presidente dell’associazione dei cronisti messicani.

Alfonso gestisce da anni un centro di ricerca che valorizza le meraviglie del famigerato quartiere di Tepito, nel centro storico di Città del Messico. I luoghi comuni su Tepito sono spesso negativi: un ghetto, covo di delinquenti e contraffattori, si dice. Ma le sue espressioni culturali, l’artigianato, i balli afrocaraibici, i famosi pugili e gli artisti del barrio sono ormai parte integrante della cultura messicana. Il quartiere ha una patrona indiscussa: la chiamano con affetto Niña Blanca, Bambina Bianca, ma è sempre la Santa Muerte. «In náhuatl, lingua parlata dagli aztechi e, ancora oggi, da quasi 3 milioni di messicani, Tepito significa luogo in cui cominciò la schiavitù, dato che proprio qui fu catturato l’ultimo tlatoani, Cuauhtemoc, che era il sovrano azteco nel centro dell’attuale territorio messicano», racconta Hernández.

Durante i rosari succede spesso che i devoti contrattino i concheros, dei ballerini abbigliati come gli antichi aztechi che danzano al suono dei tamburi, o magari una banda di mariachi, tipici suonatori di chitarra e trombe, per ripagare alla Santa un favore ricevuto. Per compiacerla si fa questo ed altro. C’è chi percorre in ginocchio, pregando, con la sua statua tra le mani e il volto contrito, di isolati per arrivare sanguinando a toccare la sua immagine.

L’anno scorso l’Arcivescovo di Città del Messico, Norberto Rivera, annunciò l’arrivo di un gruppo di esorcisti per combattere “l’idolatria pagana” del nuovo millennio e riconquistare anime al cattolicesimo. Ciononostante nella notte del 31 ottobre erano migliaia le persone riunite intorno all’altare più importante del Messico, nel cuore di Tepito, per celebrarne il decennale: la Santa di un metro e 80 che lo domina è custodita da Donna Enriqueta, la guardiana che ha iniziato la pratica dei rosari di massa per la strada.

L’Ufficio Studi Esteri dell’esercito statunitense ha pubblicato una ricerca sulla Santa Muerte, Il culto alla morte dei boss mafiosi messicani, la Santa Patrona dei criminali e i reietti, che la considera la “Madonna dei narcos”, quindi un tassello importante per capire le logiche mafiose e per la sicurezza nazionale. Lo studio si basa su versioni giornalistiche del culto alla Niña Blanca secondo cui questa, dalla fine degli anni ‘90, è vista come la protettrice dei criminali in seguito al ritrovamento di alcune sue statue nelle abitazioni di noti sequestratori e trafficanti del Cartello del Golfo. Dunque la Santa è parte dell’immaginario legato al narcotraffico, insieme ai fucili cuerno de chivo AK-47 e ai corridos, un genere musicale simile alla mazurka con canzoni che celebrano le gesta dei narcos. D’altro canto è vero che la dama con la falce resta comunque seconda alla Madonna di Guadalupe, icona nazionale messicana, e a San Giuda Taddeo, santo delle cause disperate, tanto nelle preferenze dei narcos come in quelle della popolazione in generale. «Gli attacchi mediatici etichettano i devoti della Santa Muerte come delinquenti, mentre sono solo poveri o vulnerabili e – spiega Hernández – ormai anche la classe media e i politici la venerano».

In Messico il cattolicesimo ha perso terreno rispetto al protestantesimo e ai gruppi neopentecostali: i cattolici sono passati dal 98% della popolazione negli anni ‘50 all’83,9% nel 2010. È logico che a Roma qualcosa si cominci a muovere. Nel gennaio 2011 una nota di Radio Vaticana citava l’invito del portavoce dell’arcidiocesi di Città del Messico, Hugo Valdemar, «a distruggere tutte le immagini di Santa Muerte e a non temere nessuna vendetta perché il potere di Dio è più grande del male». Aggiungeva che il culto va abbandonato perché «ha radici superstiziose e soprattutto una connotazione diabolica» e i devoti «sono convinti che si tratti di un santo come tutti gli altri, quando invece non esiste neppure».

I seguaci della Santa non la pensano così. «Non odio il clero e credo in Dio, ma dopo tutti gli scandali che sono usciti, con che coraggio ci vengono a dire che siamo noi i diabolici?», inveisce Donna Enriqueta. Forse i cartelli affissi su case e negozi di Tepito ci mostrano la verità. «Oggi sei tra le braccia della vita, domani sarai nelle mie. Vivi la tua vita, ti aspetto. Saluti, La Morte». In effetti la morte è così sicura di sé che ci lascia tutta una vita di vantaggio. E in America è già Santa.

La sua pagina in italiano: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

Radio Reportage sulla Santa Muerte

Chi è la Santa Muerte? O dovremmo forse chiederci, che cos’è?
Ce lo comincia a spiegare in questo bel reportage radiofonico, il primo dedicato alla Santísima Muertein Italia, la giornalista Sara Milanese che ha svolto un lavoro sul campo a Città del Messico e in particolare nel più famoso e famigerato quartiere popolare del centro storico, el barrio bravo de Tepito. Anche il numero della rivista Loop di novembre si occupa della Santissima Muerte con un reportage mio e del fotografo Giuseppe Spina.
E’ difficile riassumere in pochi minuti l’essenza di un culto che è allo stesso tempo devozione popolare e dell’elite, mediatico e tradizionale, antichissimo ma rielaborato di continuo su Internet, demonizzato dalla Chiesa e adottato da sempre più gente, religioso e superstizioso. Per anni la stampa e i settori conservatori l’hanno satanizzata identificandola con Lucifero o, nel migliore dei casi, come la Madonna dei narcos, ispiratrice di crimini efferati. Ma in realtà le cose e la storia non stanno proprio così… Infatti, la Santa Muerte o Niña Blanca (Bimba Bianca, come la chiamano i suoi devoti) è un fenomeno sociale molto più complicato e radicato nella socità messicana. Non va confuso con le celebrazioni del Giorno dei morti dell-1 e 2 novembre né con la figura del teschio e della Catrina, gli scheletri vestiti da borghesi francesizzati che il disegnatore José Guadalupe Posadas rese popolari all’inizio del secolo scorso.
Quella è la morte addomesticata dallo Stato e dalla Chiesa, le due grandi istituzioni che hanno retto i destini della Nuova Spagna, prima, e del Messico indipendente, poi. La Santa Muerte è un culto della ribellione, la voce dei diseredati e degli esclusi che invocano la potenza più micidiale, ma anche democratica e giusta, che dal passato e dalla clandestinità della repressione inquisitrice ha saputo emergere fino a noi e nell’epoca digitale ha già affascinato milioni di devoti. Protezione dà la falce, giustizia la sua bilancia, speranza il suo mito.  Ho aggiunto delle foto per condire il reportage. Buon ascolto e buon viaggio. [Fabrizio Lorusso, CarmillaOnLine].  Fonte audio: Link.

La Muerte è così sicura di se stessa che ci dà tutta una vita di vantaggio…

 

 

La Santa Muerte IV – Documenti e link

Un video realizzato da una “compagna di scuola”, studentessa del master in studi latino americani della Unam in Messico, sul Santo laico di Sinaloa Jesùs Malverde. BY STEPHANIE CORTES et YOLOXOCHITL MANCILLAS, ORIGINARIAS DE CULIACAN SINALOA…

Alcune risorse e articoli scaricabili e anche consigliabili…

0) La Santa Muerte e la stampa italiana  –  I Parte QUI –  II Parte QUI

1) Transformismos y transculturación de un culto novomestizo: la Santa Muerte mexicana di Juan Antonio Flores Martos   QUI

2) La Santa Muerte, articolo pro-cattolico del Church Forum; sulla stessa linea e molto dettagliato anche questi segnalati da Biblia y Tradición (chiaramente sono tutti contro il culto alla Niña Blanca di cui “tralasciano” molti elementi)  QUI

3) Crónicas de la Buena Muerte a la Santa Muerte di Elsa Malvido     QUI

4) La Santa muerte y la cultura de los derechos humanos di Pilar Castells  QUI

5) Santa entre los malditos, Felipe Gaytán Alcalá  QUI

6) Santa Muerte y Niño de las Suertes, Katia Perdigón   QUI

7) The Meaning of Death. Semiotica della Santa Muerte by Michalik  QUI

8) Primo capitolo in Pdf del libro La Santa Muerte di José Gil Olmos  QUI

9) Univ. di Londra, Santa Muerte un culto descrittivo, in spagnolo  QUI

10) In inglese un articolo con la visione mistificata dagli Stati Uniti: The Death cult of drug lords Mexico   QUI

11) Recensione del libro di Katia Perdigón, La Santa Muerte, protectora de los hombres  QUI

12) Reportage “Troubled Spirits” del National Geographic QUIfoto QUI

13) Fotogalleria del Times  QUI

14) Il culto raccontato da una ricerca web di un blogger QUI

15) Fotogalleria de La Stampa  QUI

A seguire, per spezzare un attimo la serie interminabile di link, due video trailer del film “El último refugio” sul santo popolare argentino, Gauchito Gil, che ha alcune analogie con il messicano Jesús Malverde e la stessa Santa Muerte. Quest’ultima ha un cugino argentino di primo grado, molto simile a lei, che si chiama San La Muerte, molto popolare nella provincia di Corrientes, proprio come il Gaucho Antonio Gil.

Continuo coi link…

16) Reportage di Opificio Ciclope, Bologna   QUI e   QUI

17) La Madonna che ama la Morte sulla Rivista InStoria     QUI

18) WikiPedia in Italiano Santa Morte    QUI

19) Chiesa Santa Maria dell’Orazione e Morte a Roma (QUI) e confraternita(QUI)

20) Foto galleria con oltre 5000 immagini della Santa Muerte e relativi accessori, tatuaggi, oggetti vari, eccetera a Los Angeles e in Messico    QUI

21) Un articolo in italiano con riflessioni antropologiche di Andrea Bocchi Modrone   QUI

21) La Stampa, quotidiano italiano: foto con didascalie (un po’ datate)    QUI

22) Contro il culto: Libro “Condenación Eterna”  QUI

23) Indice di una tesi esemplificativo sulla Santa Muerte nella capitale dello stato messicano di San Luís Potosí        QUI

24) Harta Calaca, articolo di Guillermo Sheridan sulla rivista messicana Letras Libres del maggio 2005          QUI

…chiudo (per ora) con il trailer del documentario di opificio Ciclope sottotitolato in italiano…


Prossimamente altri aggiornamenti su questo blog se Lei non ci porta via prima…Amen.

LISTA LINK AGGIORNATA:

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La Santa Muerte III – Storia

Origini e sincretismi del culto alla Niña Blanca (Bambina Bianca)

Per farla breve. Non esiste un accordo  circa le origini del culto alla Santa Morte ma solo alcune possibili piste che confluiscono nella versione attuale di questo fenomeno culturale e religioso.

Uno. Culto precolombiano ai padroni del regno dei morti Mictlàn che possiamo assimilare all’Ade (chiaramente è una semplificazione leggermente etnocentrica ma è per capirci). I popoli mesoamericani, tra cui i Mexicas o Aztechi, adoravano Miclantecuhtli e Mictecacihuatl, signore e signora della morte.

Due. Iconografia medievale e barocca europea, soprattutto italiana, caldea e spagnola, della morte come figura femminile con falce, bilancia e clessidra. Presente in alcuni cimiteri, chiese e ossari costruiti dei secoli XVII e XVIII, viene anche associata alle immagini della Buona Morte o Morte Santa e della Danza Macabra. Sulle origini dell’immagine della Santa Muerte in Italia con una nota speciale su Teglio, piccolo paese della Valtellina e il suo ossario: Link all’articolo specifico… e anche al suo seguito versione 2011

Tre. Culto del giorno dei morti cattolico rivisitato in Messico in base a un mix di tradizioni indigene preesistenti ed elementi del nazionalismo messicano post-rivoluzionario (soprattutto a partire dalla presidenza di Lazaro Cardenas dal 1934 al 1940). Un processo di assimilazione e addomesticamento della morte basato anche sull’opera grafica dell’illustratore Josè Guadalupe Posada. Dai teschi e dalle figure collocati sugli altari delle offerte (ofrendas) per l’1-2 novembre all’immagine odierna della Santa Muerte il passo è breve, anche se non vanno confuse le due tradizioni.

Tipiche ofrendas del dìa de muertos

Quattro. Elementi della Santeria, del Palo Mayombe e della religione Yoruba di origine africana importate a Cuba e nei Caraibi dagli schiavi di colore strappati all’Africa dalle potenze coloniali dell’epoca (Gran Bretagna, Francia, Spagna, Olanda, Portogallo, ecc…). Sotto: una statua di Yemayà in Brasile.

Cinque. Culti popolari ai Santi cattolici e non, a personaggi carismatici come Pancho Villa, Jesùs Malverde, il Niño Fidencio, Diego Duende e altri. Tra questi si potrebbe annoverare la figura della Santa Muerte ripresa dalla tradizione barocca imposta dagli spagnoli durante la conquista e nell’epoca coloniale e sopravvissuta alle successive persecuzioni dell’Inquisizione. Sebbene la Chiesa utilizzò la morte per creare cofradìas o confraternite per garantire una buona morte ai fedeli facoltosi, poi perseguitò la sua immagine e il culto “deviato” che le rendevano gli indigeni, accusati di idolatria e paganesimo. Le immagini e le devozioni legate alla morte sono quindi sopravvissute nella clandestinità fino a pochi anni fa, anche grazie al ruolo delle guardiane e delle famiglie dei settori rurali e marginali delle metropoli che le hanno sapute conservare e mantenere in vita come figure Sante. Solo un esempio tra i tanti: immagine del Niño de las Suertes, venerata a Tacubaya, Città del Messico; rappresenta per molti devoti la Santa Muerte sotto mentite spoglie (probabilmente per la presenza del teschio su cui dorme Gesù bambino).

Sei. Postmodernismo e Internet. La versione attuale del culto alla Santa Morte è venuta alla luce negli ultimi 15 anni ed è stata ripetutamente strumentalizzata e mistificata dai mass media e da tutte le Chiese, quella cattolica in primis. Si nutre oggi di un postmodernismo iconografico e culturale per cui ognuno aggrega elementi fantasiosi all’immagine e alle pratiche del culto ricreandolo continuamente. I precetti “da seguire” non esistono ma vi sono delle tendenze comuni che stanno conformando una “convergenza liturgica” e iconografica notevoli. Il popolo, la gente, crea e ricrea la fede e le sue forme e le diffonde per la strada ma anche e soprattutto su Internet rendendole mediatiche, globali e digitali. Anche il marketing di massa, gli apporti della cinematografia e la contaminazione con l’iconografia heavy metal, gotica e death stanno modificando alcuni aspetti del culto. Ecco una Santa Muerte di nome Ruby dipinta su una maglietta.

Sette. Carcere. Narcotraffico. Mercati. Barrios: Merced e Tepito. Alcuni attribuiscono al mondo delle prigioni e della delinquenza, soprattutto il mondo del narcotraffico, l’origine del culto alla Santa Morte. Sebbene sia assodato che nella popolazione carceraria attualmente la Santa abbia molto successo, non vi sono studi seri circa la sua nascita effettiva nei reclusori. Stesso discorso per il Mercado de Sonora, un grande mercato coperto, vicino alla zona popolare della Merced nel centro di Città del Messico, che è il punto di riferimento per la vendita di prodotti e immagini varie legate al culto e dove lavorano alcuni tra i più longevi e ferventi devoti. Invece nei quartieri della Merced, nella colonia Morelos, a Tepito e dintorni, cioè nella zona centro nord e centro est della capitale, s’identifica la possibile origine del culto nella sua versione moderna (intendo a partire dalla metà del XX secolo). Su Tepito ci sono testimonianze chiare e univoche in opere letterarie come Los Hijos de Sànchez de Oscar Lewisin cui si parla della Santa morte nel 1961.

Sul calcio della pistola un’immagine di San Judas Tadeo, Santo delle cause disperate.

Mercato…

Come ulteriore testimonianza inserisco un video che riprende i devoti e le offerte di strada proprio a Tepito.

Esistono anche altri punti di riferimento importanti fuori da Città del Messico per determinare le origini del culto che non espongo qui ora…e allora lascio giù un video notturno dei cori e della pratica del pureo (cioè la purificazione della statua con un sigaro cubano o puro) girato a Tepito.

Propongo di seguito una descrizione deliziosa e forse inquietante di un’antica confraternita italiana e cattolica che si occupava della Buona Morte (vedi punti Cinque e Due di cui sopra).

La Confraternita della Buona Morte
Uomini “onesti” di ogni ceto, religiosi ma anche laici: ecco il requisito essenziale per essere ammessi nella Confraternita della Buona Morte, fondata dal sacerdote durantino Giulio Timotei. Una delle otto confraternite che contribuivano al buon governo di Urbania, come la Compagnia della Misericordia e la Confraternita del Buon Gesù.
11 giugno 1567: prima riunione dei confratelli, dodici come gli apostoli. San Giovanni decollato è il loro patrono. Lo stesso giorno è anche occasione per promulgare lo statuto, che il cardinale Giulio Feltrio Della Rovere (fratello del duca Guidobaldo II) sanziona l’11 aprile 1571.
Così comincia la vita della Confraternita. I fratelli trasportano gratuitamente i cadaveri, assistono moribondi e condannati a morte, visitano ogni settimana ammalati e carcerati e distribuiscono elemosine ai poveri. Un’opera sociale importante, non menzionata negli statuti ma documentata da atti ufficiali d’archivio, è la distribuzione del seme di grano ai contadini rimasti senza riserve. Ma è l’organizzazione dei funerali l’attività che li consacra alla storia. Funerali carichi di suggestione per noi che ne leggiamo i dettagli oggi, dopo più di due secoli, su documenti dell’epoca. Immaginiamo la folla riunita in chiesa per dare l’ultimo saluto a un concittadino. Il corpo arriva in una sorta di processione, trasportato dai confratelli. Lo adagiavano su una “scaletta”, una tavola di legno. E il corpo, avvolto in un sudario, arriva coperto da teli neri con simboli della morte.
I confratelli indossavano il rocchetto, la veste ecclesiastica di lino bianco, sormontato da un mantello nero su cui spiccava una placca di rame argentato sbalzata con il teschio e le tibie incrociate. Prima di uscire si calavano il cappuccio sul volto. Un modo di vestire che valse loro l’appellativo di “guercini”: per non cadere erano costretti a guardare in tralice, attraverso i fori del cappuccio. Il priore portava una mazza lignea scolpita ed era preceduto da uno stendardo di raso nero. In filo d’argento era damascata la, che il popolo chiamava “La Lucia”. La morte porta una corona, “perché è la vera regina dell’umanità”. Accanto a lei una serie di simboli: la falce che taglia la vita, la clessidra che ricorda quanto scorre veloce il tempo e le fiaccole della vita, rovesciate perché la vita si è spenta.
Il manoscritto degli statuti originali del 1567 è conservato nell’archivio della Curia Vescovile di Urbania. È rilegato in cuoio e consta di 19 carte recto-verso con filigrana (stemma della famiglie senese Piccolomini, croce caricata da cinque lune), di dimensione 27,5 x 20,5 cm. Alla carta 9 si legge l’approvazione autentica di Giulio Feltrio Della Rovere con il sigillo personale. Dalla carta 10 ci sono i “Nomi delli Fratelli della Morte”. Articolo Originale Link.

Chiesa della Morte a Molfetta Link a Wikipedia Molfetta e foto chiesa.

Tornando in Messico…video…


Se ve, se siente, la Santa está presente. Si vede, si sente, la Santa è presente.

Momenti di culto dopo una lunga attesa. Ricaricare le batterie dell’anima (vedi foto sopra anche…).

Tutto sta qui: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

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La Santa Muerte II – Video

Altare da strada con simpatizzanti. Lo scambio di piccoli doni, dolci, fiori, figurine, tequila, birra, sigarette e qualunque altro oggetto la gente voglia e senta di poter condividere costituisce uno degli elementi che creano nessi di solidarietà e formano un’identità peculiare tra chi partecipa al rosario della Santissima Morte.

Presentazione Power point musicata e editata della conferenza tenuta alla Universidad Autonoma Metropolitana sede Xochimilco, Uam-X, il giorno 24 febbraio 2011 nel seminario Jueves de Sociologia sulla Santa Muerte e altri culti metropolitani.

Fotos de las diapositivas / Foto di ogni singola slide

https://picasaweb.google.com/UAMX Presentacion

La Santita, Niña blanca, Niña bonita, La Patrona, La Jefa (=capo, madre), La Comadre, La Hermosa, Hermana blanca, La Señora. Sono solo alcuni soprannomi e vezzeggiativi con cui viene chiamata la Santissima Morte.

C’è chi percorre centinaia di metri in ginocchio e ha la precedenza nella lunga fila di devoti che si dirigono quotidianamente all’altare principale di Città del Messico, a Tepito. Per saperne di più sul quartiere visita questo LINK. Sotto un video dei mariachi, musicisti tradizionali messicani, che vengono inviati presso l’altare della Santa per ripagarla di qualche favore ricevuto.

Fino a qui hai visto le splendide foto di Giuseppe Spina. Seguono le “un po’ meno meravigliose” riprese di Fabrizio Lorusso…

Ritratto della bellissima Yemayà multicolore o dei sette poteri con scapolario della Santa Morte al collo e cero bianco propiziatorio. Yemayà è una orisha, divinità cubana della santeria o “regla de Osha Ifà” e della tradizione africana Yoruba, e in alcuni casi viene a sostituire l’immagine della Santa Muerte. Yemayà è la padrona del mare e della luna e rappresenta la dea della maternità universale e delle acque salubri. Il sincretismo con la religione cattolica l’ha identificata come la Madonna della Regla o Virgen de la Regla.

Album fotografici di Fabrizio Lorusso nel macabro barrio de Tepito. A questi link.

(1) Anniversario / compleanno della Santissima Morte di Alfarerìa 12 (30 novembre 2010)

(2) Selezione di foto 2009-2010 con intrusi (cioè alcuni teschi ocalaveras del Dìa de Muertos, il giorno dei morti “cattolico” e turistico).

Ora un video con l’inizio del rosario alla Santa Muerte recitato da Jesùs Romero in Calle Alfarerìa 12 alle 5 del pomeriggio. Il rosario è un gran momento di convivenza e catarsi collettiva che, senza negare la tradizione cattolica di preghiera alla Madonna, a Dio e a Gesù Cristo, include la Santa Muerte come intercessore di fronte a Dio (con un rango pari a quello di Gesù) e la rende oggetto di venerazione come succede con altri Santi riconosciuti, per esempio San Giuda Taddeo.

Invece adesso aggiungo anche queste due letture d’obbligo intitolate “La Morte al Tuo Fianco 1″ e “La Morte al Tuo Fianco 2″:

UNA lettura bella LINK ————- DUE lettura molto bella LINK

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La Santa Muerte I – Foto

Oggi sei tra le braccia della vita, ma domani sarai nelle mie. Quindi, vivi la tua vita. Ti aspetto. Distinti saluti, La Morte (cartello anonimo)

Nasce la Sua pagina in italiano. Comincia e come tutto finirà…

Per ora basterà cominciare a leggere questo articolo: LINK Articolo

Dorata. Per i soldi e la prosperità. Ma l’importante è crederci, il colore viene dopo la fede.

Nera con Pit Bull di cartone rigido al seguito, doppia protezione.

Un devoto ricarica la batteria dello spirito toccando il vetro dell’altare principale di Tepito, Città del Messico.

Un devoto con tre tatuaggi (che sintetizzano molto bene l’iconografia più comune!) della Santisima Muerte che le sta chiedendo qualcosa con affetto minaccioso…

Video con diapositive presentazione presso l’università L’Orientale – Napoli

Per chi volesse prendere visione delle slide con calma, a questo LINK

E poi…Tutto sta qui: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

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