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IIRSA, L’infrastruttura della devastazione (SUB ITALIANO)

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(di Coordinadora Antiirsa, traduzione di Perez Gallo)

Vi proponiamo qui il documentario realizzato da Coordinadora Antiirsa e da noi tradotto.

IIRSA (Iniciativa para la Infraestructura Regional de Sur América) é un gigantesco piano di interconnessione logistica del continente, che conta con circa 600 mega-progetti, che colpisce o espropria più di 1300 tra comunità indigene, comunità contadine, comunità afrodiscendenti, comunità di pescatori e raccoglitori, organizzazioni sociali e organizzazioni ambientaliste, e che punta a connettere le enclaves estrattive, minerarie e di soia della regione con i mercati globali [Perez Gallo].

Per accedere ai sottotitoli cliccare su “sottotitoli” in basso a destra nel video di youtube.

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NO, I Giorni dell’Arcobaleno: #Film #PabloLarrain #Cile #Pinochet #Dittatura #AmericaLatina #GaelGarcia

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

1988. Augusto Pinochet, da quindici annidittatore del Cile, di fronte alle pressioni internazionali è costretto a chiedere unreferendum sulla sua presidenza. I leader dell’opposizione convincono un giovane e sfacciato pubblicitario, René Saavedra, a guidare la loro campagna. Con poche risorse e un controllo costante da parte del ministero della comunicazione, Saavedra e il suo team elaborano un piano audace con lo spot Chile, la alegría ya viene per vincere le elezioni e liberare il loro paese dall’oppressione. (Wikipedia)

“No” es una película chilena de 2012 dirigida por Pablo Larraín y escrita por Pedro Peirano, a partir de la obra de teatro inédita “El plebiscito” de Antonio Skármeta.

Lista de películas para el despertar de la conciencia política: LINK

NO pablo larrain youtube

El Clavel Negro (Black Pimentel) Film sull’Ambasciatore Svedese Harald Edelstam #Cile #Golpe #Pinochet #1973

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

El clavel negro (en sueco: Svarta nejlikan) es una película dramática sueca dirigida por Ulf Hultberg y protagonizada por Michael Nyqvist, Kate del Castillo y Lisa Werlinder.

Wikipedia in spagnolo: El clavel negro (en sueco: Svarta nejlikan) es una película dramática sueca dirigida por Ulf Hultberg y protagonizada por Michael Nyqvist, Kate del Castillo y Lisa Werlinder. La película está basada en hechos reales. Narra la historia de Harald Edelstam, embajador de Suecia en Chile, quien después del golpe militar de Augusto Pinochet el 11 de septiembre de 1973 salvó la vida de 1 300 personas acogiéndolas en la embajada para luego enviarlas a Suecia. Edelstam se había ganado el apodo que da nombre a la película, “El clavel negro”, por su labor humanitaria antifascista en la Noruega ocupada por los nazis, en referencia al héroe ficticio La pimpinela (clavel) escarlata, quien salvó muchas vidas durante la revolución francesa. La película fue rodada en Chile en la primavera de 2006 y estrenada el 14 de marzo de 2007. IN INGLESE LINK

El clavel negro

Sinistre euro-latinoamericane: intervista a Donato Di Santo

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Intervista a Donato di Santo (nella foto a sinistra), ex sottosegretario agli Esteri con delega per l’America Latina nel secondo governo Prodi 2006-2008 ed ex responsabile America Latina del PCI, Congresso Izquierda Democrática (“Sinistra democratica”), Città del Messico, 29 aprile 2014. Di Fabrizio Lorusso

Che insegnamenti possiamo trarre dalle esperienze politiche latinoamericane dell’ultimo decennio?

Secondo me dovremmo sviluppare ad ampliare le nostre relazioni sia politiche che istituzionali con l’America latina perché la presenza storica italiana in America Latina, se non si nutre di un approfondimento e soprattutto di un aggiornamento rispetto a quello che sta succedendo, il rischio poi è di limitarsi soltanto ai luoghi comuni e alle notizie, diciamo così, più appetibili, magari per ragioni di cronaca più o meno nera, o non si di quale colore. Quindi di solito non si vede quello che effettivamente, nel bene e nel male, sta succedendo nella realtà e si è presi alla sprovvista quando si viene a sapere, per esempio, che il PIL della Bolivia cresce al 6% in media e allora qualcuno dice: “Ma che succede?”. Oppure si viene a sapere che in Messico ci sono più di 1500 imprese italiane e tanti altri esempi che si potrebbero fare. Questa è una prima base per ipotizzare una risposta.

Poi, nel merito, questo serve non soltanto per conoscere, ma anche per farci conoscere. L’Italia sarebbe un ottimo partner per moltissimi di questi paesi che cercano un accompagnamento economico non più, come dire, di carattere subalterno, come avveniva fino a qualche decennio fa, e non solo per vendere le materie prime. Anche perché a un certo punto la Cina non comprerà più solo, per esempio, la soia oppure altre materie prime e loro si rendono sempre più conto che se non si costruisce anche una struttura produttiva nazionale, mentre vendono materie prime e fanno PIL sulla base di questo, a un certo punto cascherà l’asino. E quale partner migliore per costruire una struttura produttiva soprattutto legata al mondo della piccola e media impresa se non un paese che ha tutta l’esperienza di questa tipo d’impresa e che ha quella tecnologia intermedia e che non ne è geloso, che può fornire anche un apporto e conoscenza tecnologica. Quindi questo sicuramente è il massimo per queste realtà. Tutti questi contatti, compresi quelli più politici, potrebbero andare nella direzione di sviluppare quel famoso sistema paese che, se funzionasse come nel caso di altri paesi europei, potremmo dire di essere molto più “ben messi”.

Parlando delle delle sinistre latinoamericane, divise tra quelle di governo e di opposizione e presenti qui in quest’incontro internazionale, che spunti possono arrivare per la realtà italiana?

Sicuramente ci sono spunti perché, per esempio, se noi avessimo studiato una ventina d’anni fa meglio il Brasile e non ci fossimo limitati al Carnevale e poco più, avremmo potuto, in qualche modo, essere più attrezzati. Perché quello che è successo in Italia con Berlusconi è successo prima con Marihno, il padrone della rete TV Globo. Solo che lui era così potente che non s’è dovuto presentare in prima persona e ha presentato, piuttosto, il presidente Collor de Mello. Poi con Collor è andata com’è andata e s’è sviluppata un’altra dinamica. In molti di questi paesi stanno succedendo delle cose che parlano anche alla sinistra italiana. Cioè, la Nueva Concertacion cilena è un’esperienza interessantissima che dice cose anche all’Italia. Il Frente Ampliouruguaiano, un’aggregazione di forze diversissime che vanno dal centro all’estrema sinistra che da 40 anni stanno tutte sotto lo stesso ombrello. Parlano, dialogano, litigano, ma l’ombrello sta sempre aperto e copre tutti quanti. Diciamo poco? Non sarebbe questa un’esperienza interessante almeno da conoscere per una realtà italiana in cui ogni volta che cerchiamo di costruire qualcosa ne combiniamo più di Bertoldo? E così via, gli esempi sarebbero tanti…

Un’altra cosa che politicamente è un veicolo sicuramente d’intercambio proprio di esperienza politica sono i poteri locali. Come in Italia la forza della sinistra nasce nei poteri locali, quindi le grandi città, le regioni, eccetera, e poi pian pianino si trasferisce anche a livello nazionale, c’è stato un periodo in America Latina, tra venti e dieci anni fa, in cui non c’erano ancora tutti questi governi, alcuni definibili di sinistra, di centro-sinistra o altri che personalmente definisco “populisti”. Comunque non c’era tutta questa variopinta realtà dei governi latinoamericani. Prima erano tutti governi di destra e centro-destra, pur essendo già finita la stagione delle dittature militari, però in quel periodo successe che le sinistre latinoamericane, mentre cominciavano a rinnovarsi, iniziarono a capire che il potere locale era un luogo dove sviluppare le proprie capacità. Perciò si creò questa situazione: la maggior parte della popolazione era governata dalle forze di sinistra nei poteri locali e in nessun paese, o forse solo uno, queste erano al governo. Città come Buenos Aires, Rosario, Porto Alegre, San Paolo, Santos, Bogotà, Caracas, Asunción, che cominciò per prima, Città del Messico, Managua, San Salvador, e altri dipartimenti, regioni e comuni minori erano governati dalle sinistre. Quindi queste esperienze sono certamente momenti di forte dialogo. A quest’incontro c’era, ieri, il sindaco di Città del Messico e oggi c’è Antonio Navarro Wolff che, prima, è stato un capo guerrigliero, ma fino a pochi mesi fa è stato governatore di uno stato colombiano, quello di Nariño. E così via, cioè si potrebbe fare un elenco infinito della capacità che ha avuto la sinistra latinoamericana di partire dal potere locale per poi costruire, nelle forme più diverse, livelli di governo nazionale.

Che ne pensi di quest’incontro sulle sinistre democratiche in America Latina e nel mondo qui a Città del Messico?

Mi ha colpito molto quest’esperienza, quest’incontro, perché pensavo a una cosa più tradizionale in cui gli esponenti di sinistra si parlano fra loro e ok, va anche bene, ma appunto pensavo a qualcosa di più scontato. Mi devo ricredere e personalmente penso che i centri di ricerca, alcuni legati al PRD [Partido Revolución Democrática, messicano] che hanno organizzato l’evento hanno centrato nel segno. Poi ci sono sempre piccole smagliature o cose che si possono discutere e vale sempre per tutti. Però, è importante il fatto di avere aperto un dialogo con alcune delle più importanti personalità intellettuali del Messico come Henrique Krauze, che apertamente si definisce liberale, e come altri che non so come si definiscono, ma di certo non sono organicamente legati alla sinistra e ancora meno alla destra. Ormai sono 25-30 anni che bazzico questi paesi e posso dire che è la prima volta, per quel che mi risulta, che in sede politica e non in un salotto o in una conferenza intellettuale c’è questo confronto, questo dialogo molto rispettoso, aperto, vero e autentico. Per me è stata questa la cifra di tutto l’evento.

S’è parlato oggi di almeno due politiche “sensibili”, quasi dei tabù in Italia: legalizzazione o regolazione delle droghe, coppie di fatto e matrimoni gay. C’è qualcosa da imparare?

Beh, di Americhe Latine ce ne sono tante, però possiamo dire che in generale loro erano più “economicisti” di noi e ora stanno riuscendo ad affrontare anche cose che, tra l’altro in società in parte ancora maschiliste, parlano al futuro e a quelle che sono le contraddizioni, i diritti, le esigenze e le problematiche verso la costruzione di un futuro, non guardando il passato. Quindi c’è questa capacità di guardare al tema della povertà e dell’ingiustizia e di trattarlo non più solo in termini “economicisti” ma anche in termini di diritti civili. La mia reazione da cittadino, visto che non si tratta qui di essere “esperti” di qualcosa, è auspicare che anche da noi possa succedere lo stesso.

Partendo dall’America Latina e dal tentativo di costruire diritti e stato sociale, che sfide vedi in Italia e in Europa per le sinistre?

Da semplice elettore o militante penso che debba ricominciare a prevalere la politica, quindi dobbiamo uscire da questa “tenaglia” europea per cui parlare di Europa sembra essere come parlare di un funerale o di qualche “costrizione fisica”. Dunque bisogna riprendere a costruire l’idea di un’Europa federale. Dobbiamo andare nella direzione di un’Europa che inizia ad avere una struttura federale e degli organismi di governo europei, quindi non solo la moneta, ma proprio una vera Federal Reserve europea, dei sindacati più integrati o un esercito, eccetera. Non possono più essere solo obiettivi nazionali perché ok, tagliamo gli F35 e va benissimo, ma poi? Cosa succede nel resto d’Europa? Sto dicendo delle banalità, ma è solo per fare degli esempi di massima sulla direzione da prendere e su temi fondamentali, come quelli dell’Europa sociale e dell’unità continentale.

Vedi anche: intervista a Francesca d’Ulisse (Dipartimento esteri PD-Responsabile per l’America Latina), Congresso Izquierda Democrática (“Sinistra democratica”), Città del Messico, 29 aprile 2014.  [Link all’intervista]

Ética, RSE y Governance (Columna en América Economía)

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La búsqueda de lo que es bueno para los hombres, de lo que es o no es justo hacer. Distinguir entre lo malo y lo bueno. El estudio sobre la acción humana y de las normas a las que se apega o debería apegarse. Son algunas definiciones muy sencillas de “ética”. En economía y administración hay varias aplicaciones del concepto que podrían entrar en la categoría de las “éticas especiales” que yo entiendo y simplifico como “sectoriales” (como la bioética, la ética del medio ambiente o la de género, etc…).

En un nivel más teórico, están la ética de la economía, que tiene que ver con la aplicación de la ética al discurso de la economía como disciplina; y simétricamente tenemos la ética de la administración, que representa la aplicación de la ética y de la discusión filosófica a la teoría general de la administración.

En un nivel más práctico, están la business ethics o ética de los negocios, que define todos los deberes éticos (lo bueno y lo malo) de las personas que actúan en el mundo de los negocios y en el mercado, o sea, en la sociedad; y finalmente, la ética de empresa o empresarial, como una derivación, una subcategoría aplicable de la anterior (la business ethics) para el ámbito interno de la firma y de las decisiones de los gerentes o managers de ese complejo productivo y social que es la empresa.

De la ética, o sea, de lo que es bueno o malo en la teoría y en la práctica de las organizaciones y de las personas que las integran, se desprenden los contenidos de las “responsabilidades sociales de la empresa” (RSE) que se han propuesto en su conjunto como un nuevo modelo de gobernanza y organización.

Simplificando un poco, los modelos de gobernanza  de la empresa que se manejan en la teoría son el clásico del shareholder value o el del stakeholder value, en el que la organización interioriza prácticas e ideologías dirigidas a la creación de valor no sólo para los accionistas, sino para todos los portadores de intereses del entorno.

La progresiva ampliación de esta categoría, la de los actores “interesados” en el resultado y en el buen funcionamiento de la empresa, se realiza en un sentido horizontal (más actores involucrados, más stakeholders) y en un sentido vertical (más expectativas y nivel de los compromisos, o bien, profundización de la relación empresa-entorno). Esta ampliación ha forjado en los últimos 20 años el concepto de RSE que, sin embargo, puede ir más allá del enfoque multi-stakeholders y de las recomendaciones de la business ethics.

¿Cómo? Con la integración de prácticas y estudios orientados por la propuesta de una gestión estratégica global basada en la RSE que es importante por su relevancia social y económica, y por su creciente difusión académica dentro de las teorías económicas (y administrativas). Éstas van reconociendo cada vez más las fallas de un mercado ya no tan “perfecto”.

Hay una buena definición para la RSE, que le otorga el valor de una misión y representa una verdadera visión estratégica, que ha dado un paso más allá con respecto a la visión clásica y a la simple consideración de que hay “muchos” portadores de intereses. También va más allá de la búsqueda de un sello o de una etiqueta de “socialmente responsable” para la firma y, citando a Sacconi (Guida critica alla responsabilità sociale a al governo dell’impresa, Bancaria Ed., Roma, 2005), la RSE significa “un modelo de governance (gobierno de empresa) ampliado en el que quien maneja la empresa tiene responsabilidades que se extienden de la observancia de los deberes fiduciarios hacia la propiedad a los análogos deberes hacia todos los stakeholders o portadores de intereses”, entendiendo a éstos últimos como “cualquier individuo o grupo cuyos intereses sean tocados de manera esencial (en calidad de participantes a transacciones, o bien, a través de los efectos externos de dichos intercambios) por la conducción de las actividades de la empresa”.

La naturaleza de esta definición es más compleja y completa de lo que parece en un primer momento, ya que involucra dimensiones distintas y relacionadas:

La económica: ampliación de los deberes hacia los portadores de intereses que no son simplemente los accionistas y el reconocimiento de la imperfección de los contratos que rigen las transacciones intra y extra firma y, por ende, la necesidad de un modelo estratégico consecuente;

La jurídica, al hacer hincapié en un tipo de “contrato ideal” entre portadores de intereses contrapuesto al “contrato real y de papel” firmado entre los socios, los dos incluidos en la fórmula de los “deberes fiduciarios”;

La ético– filosófica, como justificación, motivación y norma, no escrita, para las acciones en un modelo de “gobierno o governance ampliado”;

La empresarial – administrativa, por el uso del concepto de stakeholder, típico de los estudios sobre la gestión estratégica de la empresa, aunque aquí adquiere un sentido ulterior de índole normativa y práctica acerca del papel y de la autoridad del empresario o administrador.

La cuestión de la dimensión social y de la ética en la gestión de empresa está todavía en debate: si bien está aceptado que la primera responsabilidad y condición de sobrevivencia de cada empresa es de tipo estrictamente económico, también es difícil negar su dimensión profundamente social y relacional, la que hace presuponer una ampliación del sistema de derechos y deberes de la institución con respecto al entorno.

[Articolo di Fabrizio Lorusso dalla sezione MBA-Educación Ejecutiva della rivista cilena América Economía – Originale qui]

L’acqua alla fine del mondo: ecco il progetto!

Natura produzioni dal basso

Sostieni il reportage “L’Acqua alla fine del mondo” e riceverai l’e-book in esclusiva e in anticipo rispetto alla pubblicazione del libro/reportage cartaceo. Da link produzioni dal basso.

IL PROGETTO

Reportage in Cile, dall’Aysen all’Atacama a raccogliere le storie delle persone che dovrebbero rinunciare alle loro case, terre, fiumi ea quel paradiso naturale che è la Patagonia, per fare spazio alle dighe che la società HidroAysen (con la partecipazione di Enel) vuole costruire. Scopo dichiarato per la costruzione delle dighe è quello di fornire più energia elettrica al paese, ma sono in molti a dire che l’energia in realtà non è necessaria all’uso civile ma verrà destinata principalmente alle miniere del nord del Cile di proprietà delle multinazionali, dove lavorano anche minatori sfruttati, che ogni giorno mettono a rischio la loro vita per guadagnarsi da vivere. La zona che beneficerebbe maggiormente dell’energia elettrica prodotta è proprio quella del nord, attraversata dal deserto di Atacama. In questa zone si trova la miniera dove rimasero intrappolati i 33 minatori nell’agosto del 2010. Da quando questo megaprogetto è stato reso pubblico, la società civile si è mobilitata per cercare di bloccarlo e a tutt’oggi, in mezzo a una selva di provvedimenti, concessioni, e dubbi coinvolgimenti delle istituzioni i lavori non sono ancora partiti.

IL CONTESTO

Il Cile negli ultimi anni sta attraversando un periodo di forti rivendicazioni dei beni comuni: non solo l’acqua e la difesa dell’ambiente ma anche le manifestazioni degli studenti che chiedono un’istruzione pubblica di qualità lo confermano. Il reportage vuole essere uno strumento per conoscere le persone che si oppongono alla costruzione delle dighe al sud, ascoltarne e documentarne le ragioni, per poi risalire i circa 2000 km verso il nord, percorrendo lo stesso tragitto che percorrerebbero i tralicci dell’energia elettrica generata dalle dighe, fino al deserto di Atacama, dove invece si documenteranno le storie dei minatori e delle comunità che vivono grazie alle miniere.

PERCHE’ SOSTENERE IL PROGETTO

La difesa dei beni comuni, come ambiente, acqua e le relative battaglie per mantenerli tali è di strettissima attualità anche per il nostro paese. Nonostante gli italiani si siano espressi con un referendum per dire no alla privatizzazione dell’acqua ancora non si mette in pratica la volontà popolare e si cercano escamotage per affidarne la gestione ai privati. La realtà cilena potrebbe offrire spunti di riflessione anche ai vari movimenti di cittadini che si oppongono alle grandi opere, e che mettono al primo posto la condivisione dei beni comuni in opposizione a un modello di società individualista che sembra essere ormai superato.

Nonostante il riscontro positivo del reportage argentino “Lavorare senza padroni” continua ad essere difficile lavorare come giornalista free lance e occuparsi di tematiche sociali. Per questo serve il sostegno di chi crede che l’informazione indipendente sia oggi più che mai un buon “investimento”.

COME FARE

Chi sceglierà di sostenere questo progetto con un contributo di 10 euro, avrà diritto esclusivo e in anteprima al reportage in formato e-book. Il progetto potrà partire non appena verrà raggiunta la soglia dei 3 mila euro che serviranno per viaggio in classe economica, per gli spostamenti con i mezzi pubblici in Cile e per il soggiorno di circa un mese negli ostelli del paese. I nomi dei sostenitori del progetto saranno elencati anche sul libro cartaceo.

Fin da ora, GRAZIE a tutti.

Elvira Corona

SU DI ME

Sono nata a Cagliari, dove mi sono laureata in Scienze politiche prima di conseguire un master in Economia non-profit e Cooperazione allo sviluppo a Ferrara. Ho lavorato a Milano per alcune realtà del no profit ma da un po’ di anni cerco di fare la giornalista free lance occupandomi sopratutto di America Latina. Ho avuto occasione di lavorare e vivere per lunghi periodi in Ecuador, Argentina e Brasile. Ho scritto per testate online italiane e latinoamericane come Unimondo.org e Alainet.org. Sono autrice del libro/reportage Lavorare senza padroni” viaggio nelle imprese recuperadas d’Argentina – Emi edizioni.

Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.

E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.

Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.

In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.

Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.

“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.

Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto.    Twitter @FabrizioLorusso

Cile, Messico, Italia: Camila Vallejo, #YoSoy132, il declino

Parlerò di Italia e di Messico, ma comincio dal Cile. Camila Vallejo, la studentessa militante della Gioventù Comunista del Cile che dal 2010 ha rappresentato la Federazione degli Studenti dell’Università del Cile (FECH), organizzazione in prima linea nei movimenti studenteschi che hanno scosso il governo di destra di Sebastián Piñera nell’ultimo anno e mezzo, è stata in Messico per qualche giorno con un’agenda fittissima di appuntamenti: università, scuole, piazze, strade, conferenze stampa, aule e mass media. Oggi Piñera è in caduta libera negli indici di gradimento e nella legittimità politica, mentre il movimento studentesco è vivo, trasmette il suo esempio e si diffonde internazionalmente, dalle Ande al Rio Bravo e alla vecchia e stanca Europa. C’era stato un precedente importante del movimento attuale nel 2006-2007, quando gli studenti secondari protestarono contro il governo della “sinistra” di Michelle Bachelet che rispose con accenni di negoziazione e tanti carabineros pronti a manganellare i giovanissimi e accaniti contestatari. Oggi molti di loro sono all’università o ci entreranno a breve, e si sono risvegliati, anzi, non si sono mai lasciati cullare dall’apatia e hanno continuato a lottare.

L’attenzione risvegliata nelle Americhe e nel resto del mondo dal movimento degli universitari cileni, supportato ormai da tanti altri settori della società, e i primi risultati che questi hanno ottenuto, in termini di popolarità, agenda politica e riforme, è stata straordinaria e ha cominciato ad aprire una breccia importante nelle strutture autoritarie dello stato cileno post-Pinochet/post-dittatura che non era stato intaccato dai governi del centro-sinistra, la Concertación, e tanto meno dalla destra di Piñera.

In Messico Camila ha incontrato i militanti del movimento studentesco sorto a metà maggionella capitale e diramatosi in tutti gli angoli della repubblica messicana, il #YoSoy132, come l’hashtag di Twitter che lo rilancia in rete da 6 settimane. Mentre molti giornali occidentali continuano a guardare all’America Latina in modo, direi, accondiscendente, paternalista e quasi folclorico, ecco che proprio lì cominciano a generarsi alcune alternative interessanti, che non dipendono dalla bellezza di una portavoce attivista (quando si parla di Camila Vallejo gli aggettivi bella, carina, affascinante, seducente e tanti altri abbondano senza pietà, sminuendo la portata di quel che dichiara e del suo portato politico e sociale) o dai colori nei vestiti di qualche famigeratajefa d’etnia indigena o dalle pittoresche rivoluzioni di popoli sconosciuti che entrano nelle cronache solo se sono strani, esotici e fanno notizia.

Il movimento YoSoy132 nasce come reazione alla visita del candidato presidenziale messicano per il PRI (Partito Revolucionario Institucional, ex “partito di regime”, egemonico e autoritario per 71 anni) da mesi in testa nei sondaggi preelettorali, Enrique Peña Nieto, all’università privata IberoAmericana di Mexico City. Dopo la conferenza i membri del suo partito hanno accusato gli studenti che lo avevano contestato di essere degli estremisti, dei cooptati appartenenti ad altri partiti e hanno minacciato di denunciarli, fedeli al loro pedigree di dinosauri autoritari della vecchia politica repressiva del PRI. L’idea che i cittadini si organizzino spontaneamente senza un comando dall’alto o senza i partiti deve ancora sdoganarsi in Messico e gli studenti stanno riuscendo laddove molti altri gruppi avevano fallito. 131 studenti indignati hanno quindi girato un video visto un milione di volte in pochi giorni su YouTube mostrando la loro tessera di universitari. Da allora migliaia di studenti e di persone in generale hanno girato altri video e inviato fotografie per diventare idealmente lo “studente 132”, gridando Io Sono 132.

Decine di migliaia di YoSoy132 si ritrovano nelle piazze praticamente ogni settimana, quasi ogni giorno, con iniziative diverse (concerti, flash mob, sit in, manifestazioni, dibattiti, picchetti culturali, volantinaggio e tante camminate presso le sedi delle due TV che monopolizzano l’informazione: tv azteca e televisa) per esigere la democratizzazione dei media e della vita politica, la rottura del duopolio TV, per rifiutare le candidature imposte dalla videocrazia e proporre un rinnovamento dal basso che trascenda questo periodo elettorale per andare oltre e ottenere un cambiamento di fondo. Una parte sostanziosa del movimento s’è unita alle manifestazioni contro Peña Nieto, anch’esse convocate dai social media, Facebook e Twitter in testa, e contro il ritorno al governo del PRI (inserisco un video alla fine dell’articolo) in maggio e in giugno hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre grandi città, anche se un’altra parte, forse minoritaria, del 132 preferisce mantenere un carattere totalmente apartitico. Queste due anime del movimento potrebbero condurre in futuro a una spaccatura, ma ritengo che, dopo il momento elettorale, in realtà ci potrà essere una convergenza sugli obiettivi validissimi dell’agenda democratizzatrice e antiautoritaria indipendentemente da chi sarà il vincitore il primo luglio alle presidenziali.CamilaVallejoEscNacMusicaUnam010(Small).JPGNe avevo parlato in dettaglio qui spiegando come lo slogan in voga, forse un po’ consumato ma efficace, della “Primavera Messicana” sia solo un modo d’esprimere entusiasmo, al di fuori delle analogie con le eterogenee “Primavere Arabe”, per una delle grandi novità e spinte sociali creative nel panorama americano dei movimenti studenteschi nati dalla rete che, quasi da subito, hanno interagito e si sono riconosciuti nei predecessori del 15-M spagnolo, gli Indignados e anche Occupy Wall Street. E quasi da subito hanno lanciato la sfida verso l’alto, verso il potere politico e mediatico, allargando la portata delle azioni e delle rivendicazioni, uscendo dalla logica prettamente elettorale di questi mesi (in Messico si vota il primo luglio per le presidenziali, ma anche per il parlamento e molte amministrazioni locali) per invitare alla partecipazione tutta la società che risponde dichiarando “YoSoy132”, frase di adesione alla causa dei giovani messicani che ha fatto il giro del mondo.

Esiste un 132 per tutte le età, anche se non si è più studenti, perché la causa che si porta avanti ha saputo trascendere questi limiti iniziali. La fase è ancora creativa, pioneristica, i ruoli sono poco chiari ma le prassi stabilite in queste settimane e l’interazione sul web promettono buoni sviluppi e consentono di mettere ordine, per quel che si può: ricordiamo che il movimento è dinamico, l’istituzione può attendere ancora un po’. Recentemente ci sono state delle accuse contro i 132, alcuni studenti dissidenti ritengono sia uno strumento nelle mani dei partiti di sinistra, specialmente il più importante, il Partido Revolución Democratica o PRD, ma la reazione e la smentita del movimento sono state categoriche e immediate. E’ stata anche ribaltata l’accusa verso coloro i quali hanno cercato di danneggiare la reputazione del YoSoy132: pare, infatti, ci sia un interesse esplicito del PRI nel creare correnti e personaggi dissidenti già da queste primissime fasi di viluppo per debilitarne la legittimità.

Era successa la stessa cosa anche al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD)del poeta militante Javier Sicilia, l’altra grande novità creata dal basso, ma non attraverso le reti sociali come il 132, ch’era esplosa nel 2011 con manifestazioni enormi e l’apertura dei dialoghi con la classe politica che ha portato all’approvazione delle prime misure in favore delle vittime della narcoguerra intrapresa dal presidente Calderón nel 2007 (60mila morti, 16mila desaparecidos, 230mila persone trasferite forzosamente e distruzione del tessuto sociale e del controllo statale in ampie regioni del paese). Malgrado tutto l’MPJD s’è mantenuto vivo e vegeto e ha celebrato la rinascita universitaria e civile di queste ultime settimane.

Il 17 maggio scorso ho potuto seguire una conferenza di Camilla presso la scuola di musica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) nel quartiere coloniale di Coyoacán. Al centro del discorso di Camila Vellejo, rappresentativo del pensiero degli studenti medi inferiori e superiori e degli universitari del Cile, ma affine sicuramente a quello di tanti altri coetanei in America Latina e in parte anche in Europa, c’è l’attacco alla privatizzazione selvaggia dell’educazione a tutti i livelli che, malgrado sia visto come un modello da molti settori dell’élite, ha portato inevitabilmente (nel senso che forse il piano era proprio quello) alla ghettizzazione dei settori marginali della popolazione e al consolidamento della struttura classista ed esclusivista dell’istituzione universitaria e quindi dell’intera società, bloccata e diseguale all’estremo.

Il “miracolo neoliberista” cileno che starebbe portando il paese alle soglie o già dentro l’agognato “primo mondo” si basa in realtà su una superstruttura depurata della critica, del pensiero discordante (ed ecco l’opposizione all’apertura dell’educazione libera alle masse) e della mobilità sociale, e su di una struttura di sfruttamento ancestrale-coloniale, poi repubblicana, poi dittatoriale e infine protodemocratica, affermatasi dopo l’uscita di scena di Pinochet nel 1990. Questa propizia lo sfruttamento selvaggio ed eterodiretto delle risorse naturali come il rame e l’acqua, l’espropriazione costante dei territori indigeni dei Mapuche e l’aumento delle disparità economico-sociali in favore di una crescita assai poco “redistribuita”. Si lucra con i diritti e le risorse, non si creano spazi alternativi per la vita sociale, ridotta all’osso e riflessa dallo stesso sistema universitario, asettico e acritico.

Come si distribuisce la ricchezza al meglio in un sistema iniquo come quello in cui viviamo? Almeno un po’, almeno fino ad oggi, qualcosa di questo sappiamo. Per esempio: salute, educazione e pensione universali, accessibili e in espansione; servizi e programmi sociali mirati, infrastruttura, etica pubblica. Si chiamava welfare, quella parola forse inglese forse chissà di dove che ci raccontava di un futuro indefinito e felice, senza stress né problemi di sorta. Ebbene è indubbio che lo smantellamento dello stato sociale in Europa stia sacrificando proprio tutti questi elementi, collanti essenziali della convivenza civile, intergenerazionale e umana, pilastri che rendevano l’accettazione del sistema un’opzione, direi, percorribile o sopportabile come parte di un discorso egemonico coerente.

In America Latina la maggior parte di tutti questi “pilastri” è stata subordinata storicamente alla volontà di un padre-Stato saltimbanco, di partiti politici corrotti (che ricordano i nostri…), del cacicco di turno, locale o nazionale, oppure delle convenienze di potenze esterne e di gruppi dominanti interni, del corporativismo statico e del capitalismo frammentato, ed è per questo che l’universalità, almeno teorica, di certi diritti è sempre stata limitata, negoziata, svenduta e mai ottenuta. E’ stata dunque parziale e inefficace, salvo rare eccezioni, salvo per alcune categorie, epoche o regioni specifiche.
CamilaVallejoEscNacMusicaUnam013(Small).JPGIn Europa e in Italia si stanno perdendo inesorabilmente la memoria e l’identità del nostro “sogno di benessere”, accarezzato per qualche anno fino al declino attuale, e così ci stiamo ispirando profondamente ad alcuni controversi esempi latino americani di precarietà, di liberalizzazione selvaggia e selvatica di ogni campo della vita sociale ed economica, di privatismo inefficiente e ideologico, di ipersfruttamento delle risorse, fuori da ogni spirito lungimirante ma dentro a una logica strumentale e coerente dettata dalla bibbia economica monoteorica e monolitica. Ma, paradossalmente, questo avviene proprio quando lo stesso continente latino americano, o almeno molti settori, territori e governi importanti nella regione, sta ormai invertendo la rotta per cercare di costruire politiche di sviluppo più compatibili con la sostenibilità sociale e ambientale, oltre che con la propria diversità storica e culturale seppur inserita in un contesto globalizzato.

Dovremo toccare il fondo della narcoguerra messicana o della repressione cilena o della neocolonizzazione internazionale ad Haiti o della disgregazione colombiana per muovere umanità e pensiero verso la sovversione della decadenza? O forse già ci siamo? Cosa sono stati Genova 2001, il G8, la Diaz e Bolzaneto (vedi video dell’appello Genova10x100) se non una serie di giornate e notti “cilene”, anzi tristemente italiane e terribili? E sappiamo che non sono finite. Guardiamo bene cosa succede nei non luoghi ripudiati e rifugiati, nelle prigioni, nei lager CIE ex CPT, nelle piazze d’autunno, nella FIAT che esclude la Fiom, nelle caste e negli apparati burocratico-istituzionali. Sovvertire significa agire, non lasciarsi morire. Agire negli spazi aperti e in quelli che potrebbero aprirsi, non in astratto, ma sperimentando e inventando uscite. In Messico, ma anche in Cile, forse è in gestazione un’uscita, un risveglio democratico dal basso che prova a non scendere a patti, ma continua a promuovere iniziative e cambiamento, forte della convinzione, dell’interazione di massa e della pluralità che aggiustano il tiro quando la strategia non funziona, elaborano la tattica che va a comporre quella strategia e la spostano in avanti, un po’ alla volta.

Una nota finale che era poi il fatto che mi aveva spinto a scrivere di getto quest’articolo. Poi si sa, le strade della scrittura spesso ti riportano a Roma, passando dalle Ande e dal vulcano Popocatepetl: capita ed è meglio così. Bene, dopo un paio di conferenze e all’ultimo giorno della sua permanenza in Messico, Camila Vallejo ha ricevuto delle minacce. Da parte di chi? Dei narcos? Da apparati deviati o ufficiali del governo? Dagli studenti crumiri? Dai partiti? No. Da un’associazione registrata per la difesa dei diritti dell’uomo, la associazione civile Comisión Mexicana de Derechos Humanos, che ha chiesto per Vallejo l’applicazione del famigerato articolo 33 della Costituzione che prevede l’espulsione immediata degli stranieri “non grati” dal paese, senza processo, senza appelli, senza consultazioni, senza farti nemmeno prendere le tue cose.

Vieni sbattuto in una guardiola nel quartiere slum di Iztapalapa @MexicoCity e se non interviene immediatamente qualche “potente” giudice santo con un ricorso ad hoc, nel giro di qualche ora sei fuori, accompagnato da un poliziotto a Roma, a Santiago, a Madrid, in Cina o a Bamako. Il procedimento è una violazione palese (e legale secondo la Costituzione messicana del 1917) dei diritti umani in un paese che aspira a stare negli alti ranghi dell’ordine economico internazionale, dove il discorso sui diritti umani è uno specchio per le allodole. Per questo la legislazione messicana è paradossalmente coerente con questo deprecabile stato di cose a livello globale e, sebbene in origine fosse stata pensata per sfuggire alle ingerenze nordamericane e straniere in genere negli affari politici di uno stato in costruzione, oggi risulta uno strumento utile e immediato per rivendicare una falsa sovranità nazionalista e discriminatoria.MarchaAntiEPNy132jun12260(Small).JPG L’associazione “pro-diritti umani” chiedeva ridicolamente l’espulsione di Camila per “essersi immischiata negli affari politici interni del paese”, un’espressione spesso utilizzata per giustificare questi abusi contro persone ritenute scomode da qualche capetto o funzionario o magari contro qualcuno che semplicemente partecipa a una manifestazione. E’ una via rapida per sbarazzarsi di persone indesiderate. Secondo l’associazione messicana Camila avrebbe influito sul processo elettorale interno per le presidenziali avendo lei espresso solidarietà al movimento degli studenti YoSoy132 che, sempre secondo l’associazione, sarebbe favorevole al candidato delle sinistre Andrés Manuel López Obrador, il quale secondo alcuni sondaggi pare stia rimontando rispetto a Peña Nieto e potrebbe contendere seriamente per la presidenza. Speculazioni elettorali a parte, da questo sillogismo non verificato studenti=sinistre=Obrador=#YoSoy132=Camila Vallejo (si possono invertire i fattori) deriva la richiesta ufficiale dell’associazione, non da atti espliciti della cittadina cilena che, se fosse stata espulsa, avrebbe messo in ridicolo e in problemi seri tutto il Messico di fronte al mondo intero e alla comunità internazionale che, tra l’altro, ha gli occhi puntati sul paese per la riunione del G20 che s’è tenuta dal 18 al 20 di giugno. Era una provocazione, stupida e inconcludente.

E’ vero, Camila ha stretto la mano a un importante e storico leader contadino attivista, già più volte incarcerato ingiustamente (poi liberato grazie a decisioni della Corte Suprema) nello stato che governava proprio il signor Peña Nieto per gli scontri di Atenco nel 2006 e per aver vinto una battaglia contro la costruzione di un aeroporto, Ignacio del Valle. E’ vero, Camila durante delle conferenza stampa e accademiche ha criticato il modello neoliberista e ha offerto il sostegno dei cileni e la sua adesione al Mov 132. E quindi? Lo fanno tutti, stranieri e messicani. Sono queste provocazioni che poi giustificano la discriminazione e gli abusi in altri casi, forse meno noti ma altrettanto beceri e assurdi (ricordiamo per esempio il caso del giornalista e accademico Gianni Proiettis, emblematico delle numerose espulsioni che avvengono contro chi da anni lavora a progetti sociali in Chiapas, e pure quello degli stranieri espulsi durante le operazioni di vera “macelleria messicana” – 2 morti e centinaia di feriti, violazioni ai diritti umani, violenze sessuali e psicologiche tra le altre – condotte dalla polizia, su ordine dell’attuale candidato del PRI Peña Nieto,contro la gente ad Atenco nel 2006).

Proprio dai fatti di Atenco nasce il gran ripudio che questo candidato suscita in buona parte del movimento studentesco messicano e nella popolazione memore. Il timore per il ritorno della repressione del dissenso e per un nuovo periodo di regime del PRI stanno scuotendo le coscienze. Il movimento YoSoy132 ha convocato a un dibattito speciale i candidati alla presidenza il 19 giugno (Andrés Manuel López Obrador per le sinistre-PRD, Josefina Vázquez Mota del conservatore Partido Acción Nacional e Gabriel Quadri di Nueva Alianza). Sarà il primo dibattito in cui i candidati non riceveranno prima le domande, sorpresa totale. Solo Peña Nieto ha declinato l’invito sostenendo che parte del movimento è esplicitamente contro la sua persona e quindi non ha niente da dire. Questa è l’attitudine che dovremo aspettarci in futuro da parte dell’ex partito dominante, oggi lanciatissimo alla reconquista del potere, e ancor di più se Peña vince le elezioni il primo luglio.

Di seguito, il video con le foto della manifestazione del 10 giugno 2012 anti Peña Nieto + #YoSoy132 + 10 de junio no se olvida (10 giugno non si dimenticata, in ricordo degli studenti caduti il 10 giugno 1971 nella repressione ordinata dal PRI dell’ex presidente Luis Echeverría). SoundTrack: Resiste de Akil Ammar y Mentira de Manu Chao. Fabrizio Lorusso (Carmilla)

Album foto marcia anti Peña: LINK

Camila Vallejo en México: LINK