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La desunión europea

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[de Fabrizio Lorusso – Publicado en: http://desinformemonos.org/ y ZonaFranca.Mx] La Unión Europea no es un país, pero tampoco una organización internacional propiamente dicha. La UE, como lo dice su nombre, es una Unión comercial, monetaria y, en parte, política, o sea un modelo de integración regional que se ha llamado “federalismo intergubernamental”. En otras palabras, no es un Estado-nación autónomo y tampoco es un simple acuerdo entre gobiernos, sino que es un híbrido y se puede definir como una entidad supranacional con cierta soberanía, bastante amplia, sobre todos sus integrantes en ciertos asuntos (política monetaria, comercial, arancelaria, circulación de mercancía y personas, etc…) y con soberanía limitada o inexistente, como conjunto, en otros campos (política militar, política exterior y de seguridad, entre otras).  Continua a leggere

Appello #MéxicoNosUrge per la Difesa dei Giornalisti e dei Diritti Umani in Messico

In seguito all’ennesima mattanza di giornalisti, reporter e attivisti in Messico sta circolando in italiano l’appello #MexicoNosUrge che riproduco qui e si trova nella nota Facebook a questo link – Per aderire vedi in fondo al testo:

“Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo.”

Art. 1 trattato di libero commercio tra il Messico e l’UnioneEuropea                   

Gli omicidi del foto giornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera, della studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e di altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, avvenuti a Città del Messico, venerdì 31 luglio scorso, ci impongono di non rimanere in silenzio.Dinanzi alla condizione che vive chi vuole denunciare la situazione che subiscono milioni di persone in un paese, il Messico, che l’Italia e l’UnioneEuropea riconoscono soltanto come importante socio commerciale, rimanere in silenzio sarebbe una forma di complicità.

Rubén Espinosa è l’ultimo giornalista ucciso in Messico in un massacro che sembra non avere fine. Sono più di cento i giornalisti assassinati dal 2000 ad oggi. Nello stato del Veracruz, dove Rubén lavorava raccontando gli abusi del governo statale e le violente repressioni contro gli oppositori politici, sono 14 i giornalisti uccisi durante il governo di Javier Duarte de Ochoa, soprannominato anche il mataperiodistas, l’ammazza giornalisti.

Rubén Espinosa e Nadia Vera erano fuggiti dallo stato del Veracruz proprio per le minacce ricevute da funzionari del governo di Javier Duarte, indicato mesi fa come responsabile di qualsiasi gesto di aggressione nei loro confronti. Non è stato sufficiente fuggire a Città del Messico,considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte.Tutti i giornalisti critici devono avere paura perché possono essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati.

La libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente. Fare il giornalista in Messico è una delle professioni più a rischio e i dati delle più importanti organizzazioni di difesa dei giornalisti e della libertà di stampa (come Article19 o RSF) indicano chiaramente come la maggior parte delle minacce, aggressioni, intimidazioni, sparizioni e uccisioni di giornalisti, fotografi e comunicatori si debbano imputare alle istituzioni dello Stato.

Il Messico e l’Unione Europea sono vincolati dalTrattato di Libero Commercio che si basa su una clausola democratica, e i nostri paesi, i nostri Parlamenti – sia nazionali che quello europeo – non possono rimanere in silenzio di fronte a questa situazione.

Nel maggio del 2016 si compiranno dieci anni dal massacro diSan Salvador Atenco. Una Commissione Civile di Osservazione dei Diritti Umani –i cui componenti erano cittadini europei – nel giugno del 2006 ha presentato alParlamento Europeo un rapporto sui fatti e sulle gravi violazioni dei diritti umani in relazione allo sgombero forzato di una comunità per costruire il nuovo aeroporto di Città del Messico in una zona ejidal (cioè di proprietà collettiva) dello Stato del Messico.

Negli ultimi dieci anni la situazione si è fatta se possibile ancora più grave, con decine di migliaia di sparizioni forzate, violenza sistematica contro chi vuole difendere e promuovere i diritti umani, contro attivisti dei movimenti sociali e contro i giornalisti e fotografi che documentano la condizione di violenza strutturale scelta come forma di“politica attiva” dai governi di Felipe Calderón, prima, e di Enrique Peña Nieto (che nel 2006 era governatore dello Stato del Messico durante i fatti di Atenco), ora.

Tra gli attivisti e giornalisti minacciati e perseguitati ci sono anche cittadini italiani ed europei; tra le vittime ci sono anche cittadini italiani ed europei (come il finlandese Jyri Antero Jaakkola,assassinato dai paramilitari nello stato del Oaxaca nel 2010).

In questo panorama di violenza diffusa e repressione contro i civili ricordiamo la sparizione forzata dei 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa,avvenuta la notte del 26 settembre del 2014 nella città di Iguala, stato del Guerrero, in cui sono coinvolti la polizia municipale di Iguala ed elementi dell’esercito messicano. Da dieci mesi i 43 giovani studenti sono vittime di sparizione forzata di persone.

Il 30 giugno 2014 l’esercito messicano, con un ordine scritto dall’Alto Comando Militare, fucilava 22 ragazzi in un’esecuzione extragiudiziale, una delle tante esecuzioni extragiudiziali portate a termine dall’esercito che ha l’ordine di “abbattere” civili considerati delinquenti senza alcun diritto ad avere un processo.

L’ONU ha recentemente spiegato come in Messico la tortura sia un metodo utilizzato in maniera sistematica negli interrogatori da tutte le forze di sicurezza.

Tutto questo accade nel silenzio della cosiddetta “comunità internazionale” e l’Unione Europea di fatto si disinteressa dei crimini dello stato messicano, continuando a mantenere relazioni commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani.

Tra il 2007 e il 2014 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi di civili. Negli stessi anni in Afghanistan e in Iraq si sono contate circa 104mila vittime. Il numero di persone sparite dal 2006 ad oggi, basandosi su dati conservativi del governo messicano, supera le 30mila persone. È indefinito il numero delle persone sfollate forzatamente all’interno del paese,ma molte organizzazioni di difesa dei diritti umani parlano di più di due milioni e mezzo di persone.

A fronte di tutto questo l’indifferenza dei grandi mezzi di comunicazione internazionali è impressionante e complice.

Per tutto questo, #MexicoNosUrge e non possiamo rimanere in silenzio.

Chiediamo che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico, in particolare per le costanti aggressioni ai giornalisti e difensori dei diritti umani.

Chiediamo all’Italia e all’Unione Europea che si sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone. I paesi dell’Unione Europea devono applicare l’embargo agli investimenti in Messico e chiudere le loro Ambasciate, così come si è fatto nel caso di altri paesi che non osservano l’obbligo del rispetto dei diritti umani e del diritto alla vita dei propri cittadini.

Italia, Agosto 2015

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Firmano:

·       Dario Fo (attore, regista,scrittore. Premio Nobel per la letteratura)

·       Erri De Luca (scrittore)

·       Paco Ignacio Taibo II (scrittore)

·       Fr. Raúl Vera López, O.P. (Vescovodi Saltillo, Coahuila, Messico)

·       Roberto Saviano (scrittore)

·       Don Luigi Ciotti (Presidentedell’Associazione Libera e Fondatore dell’Associazione Gruppo Abele)

·       Collettivo di scrittori Wu Ming

·       Nando Dalla Chiesa (docente universitario,scrittore e politico)

·       Tonio dell’Olio (responsabile del settore internazionale di Libera)

·       Paloma Saiz (organizzatrice della Brigada Para Leer en Libertad)

·       Fondazione Antonino Caponnetto

·       Salvatore Calleri (presidenteFondazione Antonino Caponnetto e membro Fondazione Sandro Pertini)

·       Renato Scalia (Comitato FondazioneAntonino Caponnetto)

·       Centrode Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez A.C. (centro diritti umani gesuita, Messico)

·       Servicio Jesuita a Migrantes –México

·       Centrode Investigación y Promoción Social (CIPROSOC)

·       Valerio Evangelisti (scrittore)

·       Valerio Massimo Manfredi (scrittore)

·       Franco Berardi “Bifo” (scrittore,professore universitario)

·       Giacomo Costa, SI (gesuita,direttore di Aggiornamenti Sociali)

·       Alessandro Mannarino (cantautore)

·       Juan Villoro (scrittore, giornalista, drammaturgo)

·       Francesca Nava (giornalista)

·       Aldo Nove (scrittore)

·       Jessica Borroni (scenografa)

·       Loredana Lipperini (scrittrice e giornalista)

·       Alberto Prunetti (scrittore)

·       Fabrizio Lorusso (professore e giornalista freelance)

·       Lucia Capuzzi (giornalista)

·       Roberta Zunini (giornalista)

·       Cecilia Narducci (giornalista)

·       Girolamo de Michele (scrittore)

·       Sandro Mezzadra (Università diBologna)

·       Mauro Biani (disegnatore satirico de il manifesto)

·       Salvatore Palidda (sociologo,scrittore e docente Università di Genova)

·       Domenico Guarino (Consiglio Ordinedei Giornalisti Regione Toscana e Direttore Radio Cora)

·       Marilù Oliva (scrittrice)

·       Graziano Graziani (giornalista)

·       Thomas Aureliani (giornalista)

·       Fabio Cuttica (fotografo agenziaContrasto)

·       Francesca Volpi (fotografa)

·       Silvia Federici (scrittrice)

·       Andrea Bigalli (Libera RegioneToscana)

·       Federico Mastrogiovanni (giornalista)

·       Lorenzo Declich (giornalista e scrittore)

·       Alessandro Braga (Giornalista RadioPopolare)

·       Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia)

·      Amaranta Cornejo Hernandez (Ricercatrice feminista e docente universitaria)

·       RubyE. Villarreal (Arquitecto, Cultural/Museum Broker)

·       La Spezia Oggi (http://www.laspeziaoggi.it/news )

·       Comitato Bolivariano La Madrugada

·       Associazione SUR (www.surnet.it)

·       Carovane Migranti (http://carovanemigranti.org )

·       Cynthia Rodríguez (giornalista dellarivista Proceso)

·       Cristina Morini (giornalista escrittrice)

·       Andrea Cegna (collaboratore di RadioOnda d’Urto e Radio Popolare)

·       Annamaria Pontoglio (Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

·       Christian Marazzi (ScuolaUniversitaria Professionale della Svizzera Italiana)

·       Riccardo Staglianò (giornalista)

·       Alessandra Coppola (giornalista)

·       Mario Portanova (giornalista)

·       Leo Reitano (giornalista)

·       Noura Tafeche (giornalista)

·       Emilia Lacroce (giornalista)

·       Yesenia de la Rosa (giornalista)

·       Federico Chicchi (Università diBologna)

·       Aldo Zanchetta (Fondazione Neno Zanchetta per l’America Latina)

·       Valentina Petrini (giornalista)

·       AssociazioneItalia-Cuba circolo di Firenze

·       Heriberto Paredes (fotografo e giornalista)

·       Valentina Valle Baroz (giornalista)

·       Gabriele Zagni (giornalista Piazza Pulita La7)

·       Marina Taibo (fotografa)

·        José Calvo (architetto)

·        Fabio Bianchi (attivista)

Nessun essere umano è illegale

di Matteo Dean  (da Carmilla)

1mayo06USA6.jpg[Propongo la traduzione di un articolo di Matteo Dean, un amico di cui Carmilla ha ospitato numerosi contributi. Matteo è recentemente scomparso in un incidente stradale ma i suoi articoli e il ricordo restano e lottano con noi. Come giornalista italiano residente in Messico Matteo s’è sempre occupato dei problemi della migrazione nei due continenti che erano, ciascuno alla propria maniera, le sue due “case”, l’Europa e l’America. Questo pezzo è stato pubblicato in spagnolo sull’inserto domenicale Jornada Semanal del quotidiano messicano La Jornada il 10 luglio scorso. Fabrizio Lorusso]

Ancora oggi il titolo di questo articolo continua ad essere la frase più usata dai movimenti sociali in solidarietà coi migranti di tutto il pianeta. L’ovvietà di quello slogan è tanto immediata quanto incompiuta. Da quando la migrazione in quanto fenomeno economico e sociale venne inserita nell’agenda di sicurezza nazionale in differenti paesi, soprattutto del cosiddetto “nord” del mondo, la criminalizzazione dei migranti è stata una costante. E non si tratta solamente di articolate e certe volte assurde campagne mediatiche ma, superando qualsiasi considerazione di tipo etico, delle politiche pubbliche che cercano di affrontare il fenomeno. In questo senso il caso europeo è particolarmente interessante.

Oltre all’enorme quantità di norme nazionali e continentali che cercano di regolare il fenomeno migratorio – come sostengono i loro promotori – o meglio reprimerlo e controllarlo – come dicono gli oppositori – c’è un aspetto di queste politiche pubbliche che è necessario segnalare e denunciare non solo per la loro assoluta mancanza di rispetto delle leggi fondamentali su cui si poggia (o dovrebbe poggiare) lo stato di diritto ma anche per il loro manifesto carattere inumano. Mi riferisco ai Centri d’Identificazione ed Espulsione che possiamo anche chiamare Centri d’Internamento per Stranieri (i famosi CIE). Ad ogni modo questi centri non sono altro che centri di detenzione per migranti privi di documenti, del tutto simili a quelli che in altre parti del mondo sono chiamati Stazioni Migratorie. L’apparente disputa sul modo di chiamare questi spazi non è triviale, infatti dal loro nome passa la costruzione dell’immaginario collettivo riguardo l’opportunità di rinchiudere degli esseri umani la cui unica responsabilità è quella di non avere i documenti che giustifichino la loro permanenza su un determinato territorio.

La detenzione amministrativa. Il Observatori del Sistema Penal i els Drets Humans (OSPDH), della Universidad de Barcelona ha definito i CIE come “strutture pubbliche di carattere non penitenziario per la detenzione, la custodia e la messa a disposizione dell’autorità giudiziaria degli stranieri soggetti a una procedura di espulsione dal territorio nazionale”. Da parte loro le leggi nazionali di ogni paese membro dell’Unione Europea non si trovano d’accordo sulla definizione di che cosa siano esattamente questi spazi. Ciononostante tutte le legislazioni sono d’accordo sul fatto di rifiutare la penalizzazione della “mancanza di documenti” per la permanenza legale. D’altro canto, però, c’è una convergenza anche per quanto riguarda la prassi di “trattenere amministrativamente” chi non possiede questi documenti.
Il concetto di “detenzione amministrativa” è stato introdotto in sequenza in tutto il continente europeo a partire dagli anni ottanta attraverso le diverse legislazioni nazionali. Lo stato spagnolo per esempio ha introdotto tale norma – chiamata “internamento” – con la Legge Quadro 7/1985 sui diritti e le libertà degli stranieri. In Italia invece questa figura legale è stata introdotta solamente nel 1998 con la Legge 40/98 che andava a modificare la prima legge sulla migrazione del 1990.

In generale tutte le norme hanno in comune il fatto che la “detenzione amministrativa” ha la funzione di trattenere il migrante senza documenti “quando non è possibile rendere esecutiva l’espulsione accompagnando [lo straniero] alla frontiera o non è possibile espellerlo perché deve essere soccorso o sono necessarie ulteriori verifiche sull’identità o la nazionalità, oppure è necessario un tempo di attesa per ottenere i documenti per il viaggio [di ritorno], o per mancanza di un mezzo di trasporto adeguato”. Analizzando questo concetto, molti osservatori e analisti continuano a segnalare quantomeno come sorprendente il fatto che si possa privare una persona della libertà per assicurare un’eventuale sanzione amministrativa. E’ lì dove troviamo secondo i critici le maggiori contraddizioni. Considerando che, in pratica, la condizione del migrante senza documenti non è perseguibile penalmente, ci si chiede come sia possibile togliere la libertà per questioni amministrative, per un delitto che potrebbe anche assimilarsi a un’infrazione del codice della strada.
Brutale, fredda e orwelliana.

Ancora oggi sono poche le persone che sono potute entrare in un CIE che non fossero appartenenti alle forze dell’ordine, membri del governo e del parlamento o migranti detenuti. Anche se i CIE non sono formalmente delle carceri e i migranti sono trattenuti in qualità di “ospiti”, la verità è che questi non possono uscire dalle strutture dei CIE. Oltre a questo bisogna segnalare che, sebbene le strutture di detenzione in generale sono date in gestione a imprese private – in molti casi organizzazioni della stessa società civile europea più inclinate a gestire l’esistente anziché cercare di cambiarlo – sono i governi nazionali che s’occupano della sicurezza nei CIE. In altre parole anche se i migranti formalmente potrebbero uscire dai Centri, dato che secondo la legge sono passibili di sole sanzioni amministrative, esistono comunque muri, fili spinati videocamere e centinaia di poliziotti frapposti tra loro e la libertà.

Questi controlli, però, non solo impediscono ai migranti di esercitare il diritto alla libera circolazione ma precludono anche a noi che stiamo fuori, noi cittadini o migranti “regolari”, la possibilità di entrare e sapere che cosa succede veramente lì dentro. L’informazione è talmente scarsa da gridare allo scandalo. Infatti sono all’ordine del giorno le denunce di abusi contro i detenuti da parte della autorità, così come l’assenza di servizi, i tentativi di ribellione e di fuga – spesso riusciti – e anche i maltrattamenti, le molestie psicologiche e sessuali. La lista potrebbe continuare e rompere il muro del silenzio che circonda questi spazi che la società civile europea, nelle sue componenti solidarie con la causa dei migranti, non esita a definire come “campi di concentramento”.SANY0003.jpg
Non li chiamerei “campi di concentramento” in quanto i nazisti pensavano di annichilire la persona fino alla sua eliminazione fisica. “Nei CIE non si arriva a tanto”, dice Fabrizio Gatti, un giornalista italiano che nel 2005 riuscì a introdursi in un CIE facendo finta di essere un immigrato mediorientale e in seguito denunciò gli abusi cui sono soggetti i detenuti. “Mi piacerebbe che se domani si scrivesse una storia della migrazione, questi luoghi venissero chiamati con la loro brutale, fredda e orwelliana sigla: CIE. Questa sigla dice tutto”. Effettivamente sembra proprio così dato che i centri di detenzione per migranti rappresentano quasi un mondo a parte in cui nessuno sa che cosa succede e come. Dinnanzi a tutto ciò la rete euro africana delle organizzazioni civili per i diritti dei cittadini migranti, la Migreurop, ha organizzato quest’anno la seconda visita ai CIE della Germania, dell’Italia, della Francia e della Spagna come conseguenza della lunga campagna lanciata a livello continentale dal titolo piuttosto chiaro: per il diritto di ispezione nei luoghi di confino.

Nonostante le difficoltà di tipo amministrativo, alcuni rappresentanti della società civile europea, accompagnati da alcuni deputati di diversi paesi, hanno potuto visitare alcuni dei CIE esistenti nella UE. Le conclusioni della carovana che è stata in questo viaggio-missione per l’Europa dal 7 marzo all’uno aprile sono chiare e non lasciano adito a dubbi: “L’obiettivo di questa seconda campagna della rete Migraeurop, che ha chiesto nel 2010 la chiusura dei centri di internamento di cittadini stranieri dentro e fuori dall’Europa, era rendere note le condizioni di confino dei migranti e la violazione sistematica dei loro diritti. Le differenti visite realizzate hanno permesso di mettere in evidenza le loro difficoltà materiali e nell’accesso ai diritti così come la mancanza di trasparenza su quanto in realtà sta succedendo dentro i centri. Rendendo così manifesti gli effetti nefasti e repressivi dell’arresto dei migranti, la conclusione delle differenti visite non fa altro che confermare l’illegittimità dei fermi e la necessità di chiudere i centri di confino, proprio come hanno dichiarato senza giri di parole alcune delegazioni al termine della loro visita”.

Repressione Vs. Controllo. Malgrado la diffusione di retoriche anti-migrante sparate a voce alta dai leader politici europei a livello continentale e anche locale, i quali sperano in questo modo, e in parte ci riescono, di raccogliere voti e consensi, le politiche europee sul tema migratorio non hanno l’intenzione di reprimere tout court i flussi di immigrati che da molte zone del pianeta arrivano al territorio della UE. Al contrario i muri che si alzano e le leggi che si producono, così come i centri di detenzione che si costruiscono, hanno la funzione primaria di controllare i migranti. Diventano una specie di filtro darwiniano in cui tutti questi strumenti selezionano i migranti, li separano tra capaci e non, adatti o no, per svolgere il lavoro che – pur con gli indici di disoccupazione del vecchio continente – è abbondante per i cittadini di seconda categoria in cui si trasformano gli stranieri senza documenti della UE.

Un prova di questo è costituita dalle decine di CIE che la UE, tramite accordi bilaterali, ha fatto costruire in territorio africano. In Libia, a Tunisi, in Marocco, tanto per citare alcuni esempi, i CIE sono nati negli ultimi anni come strutture per contenere i flussi migratori diretti verso il vecchio continente. Con una chiara dinamica di esternalizzazione delle frontiere – tipica anche nell’emisfero americano, basti pensare al confine tra Messico e Stati Uniti – la UE non cerca solamente di frenare quello che la stampa presenta come “un’invasione” di “illegali, clandestini o senza documenti” ma prova altresì a riprodurre in terra straniera – e pertanto lontano dagli sguardi indiscreti delle società nazionali – gli spazi adatti al contenimento e alla selezione del nuovo “esercito di riserva”, di reminiscenze marxiane, che è sempre necessario per coprire posti abbandonati in produzione dai loro pari europei. .SANY0066.jpg Non si tratta quindi di reprimere l’immigrazione per reprimerla. Non si tratta nel modo più assoluto di impedire che milioni di esseri umani che scappano dalla povertà, dalle guerre, dalle repressioni o che semplicemente vogliono cambiare vita, riescano a stabilirsi nella UE. Si tratta semplicemente di formare progressivamente un contingente di persone che costituiscano una riserva di mano d’opera a basso costo. D’altra parte è gioco forza anche che quella forza lavoro a costo infimo possa pure divenire oggetto di ricatti e minacce capaci di trasformarsi, di conseguenza, in un gruppo di soggetti utilizzabili all’occorrenza secondo le necessità di padroni e governi.
Inoltre i CIE e la loro distribuzione territoriale svolgono un altro compito: quello di far sfumare il potenziale di coesione tra i migranti. Un esempio è la pratica costante dei trasferimenti di cui sono oggetto i migranti spostati da un CIE all’altro.

In questi ultimi mesi di presunta “emergenza migrazione” nella UE i flussi di tunisini – tanto per menzionare un gruppo nazionale vituperato dalla stampa europea quest’anno – sono stati separati, divisi e inviati in località differenti. Si tratta in effetti di spezzare vincoli, nessi possibili tra comunità di migranti che si riconoscono prima di tutto per la loro nazionalità ma anche per la destinazione imposta con la reclusione nei CIE. E’ forse possibile affermare che i CIE sono l’ultimo territorio europeo che un migrante calpesta sulla via dell’espulsione. Questa affermazione sarebbe vera fino a un certo punto. Infatti, malgrado la propaganda sulle espulsioni e le deportazioni di massa – per cui la famigerata Direttiva sui rimpatri del 2008 sarebbe il principale strumento di riferimento – la UE non possiede strumenti e mezzi (prima di tutto economici) concretamente per deportare le grandi masse di esseri umani stipati nei CIE. La soluzione, quindi, passa dal rilascio di “decreti di espulsione” che il cittadino migrante deve rispettare, cui deve adempiere “con mezzi propri”. Dunque che faranno questi cittadini? L’opzione unica diventa l’inserimento nel mercato del lavoro in nero della Unione Europea.