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L’etanol contro gli indigeni in Brasile: documentario

Il lato oscuro del verde o All’ombra di un delirio verde. [Il documentario, di 30 minuti, è del 2011 ma vale la pena, è in portoghese ma è chiarissimo…F.L.] Nella regione del Mato Grosso del Sud (stato del Brasile che confina con la Bolivia e il Paraguay, nel Sud-Ovest del paese), alla frontiera col Paraguay, l’etnia indigena più popolosa in Brasile lotta silenziosamente per il proprio territorio per cercare di contenere l’avanzata di grossi nemici.

Espulsi dal continuo processo di colonizzazione, oltre 40mila Guarani Kaiowá vivono oggi in meno dell’1% del loro territorio originale. Sulle loro terre si trovano migliaia di ettari di canna da zucchero piantati da multinazionali che, d’accordo con i governanti a livello nazionale, presentano al mondo l’etanolo come il combustibile “pulito” ed “ecologicamente corretto”.

Senza terra e senza foresta i  Guarani Kaiowá convivono da anni con un’epidemia di denutrizione che colpisce soprattutto i bambini. Senza alternative per la sussistenza, adulti e adolescenti sono sfruttati nelle piantagioni di canna in lunghissime giornate di lavoro.

Nella catena di produzione del combustibile “pulito” sono costanti le azioni di controllo fatte dal Ministero del Lavoro che attestano l’uso di lavoro minorile (infantile) e situazioni di schiavitù.  Nel pieno del delirio da febbre per l’oro verde (com’è chiamata la canna da zucchero), i gruppi dirigenti degli indigeni che affrontano il potere che s’impone su di loro trovano spesso la morte fazendeiros (proprietari terrieri).

Approfondimenti: da Vermelho 1.   Vermelho 2.     Vermelho 3.   http://www.thedarksideofgreen-themovie.com

Tempo: 29 min
Países: Argentina, Bélgica e Brasil
Narração: Fabiana Cozza
Direção: An Baccaert, Cristiano Navarro, Nicola Mu
thedarksideofgreen-themovie.com

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facebook.com/pages/THE-DARK-SIDE-OF-GREEN/132106013477766?ref=ts

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darksideNa região Sul do Mato Grosso do Sul, fronteira com Paraguai, o povo indígena com a maior população no Brasil trava, quase silenciosamente, uma luta desigual pela reconquista de seu território.
Expulsos pelo contínuo processo de colonização, mais de 40 mil Guarani Kaiowá vivem hoje em menos de 1% de seu território original. Sobre suas terras encontram-se milhares de hectares de cana-de-açúcar plantados por multinacionais que, juntamente com governantes, apresentam o etanol para o mundo como o combustível “limpo” e ecologicamente correto.
Sem terra e sem floresta, os Guarani Kaiowá convivem há anos com uma epidemia de desnutrição que atinge suas crianças. Sem alternativas de subsistência, adultos e adolescentes são explorados nos canaviais em exaustivas jornadas de trabalho. Na linha de produção do combustível limpo são constantes as autuações feitas pelo Ministério Público do Trabalho que encontram nas usinas trabalho infantil e trabalho escravo.
Em meio ao delírio da febre do ouro verde (como é chamada a cana-de-açúcar), as lideranças indígenas que enfrentam o poder que se impõe muitas vezes encontram como destino a morte encomendada por fazendeiros.

À Sombra de um Delírio Verde

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In the south region of Mato Grosso do Sul, in the border of Brazil and Paraguay, the most populous indigenous nation of the country silently struggle for its territory, trying to contain the advance of its powerful enemies.

Expelled from their lands because of the continuous process of colonization, more than 40,000 Guarani Kaiowá live nowadays in less than 1% of their original territory. Over their lands there are now thousands of hectares of sugarcane planted by multinational enterprises that, in agreement with the government, show ethanol to the world as an environment friendly and “clean” fuel.

Without the lands and the forests, the Guarani Kaiowá have been coexisting for years with a malnutrition epidemic that reach their children. With no alternative of subsistence, adults and kids are exploited in the cane fields in exhausting working days. In the production line of the “clean” fuel, the Federal Public Prosecutor constantly sues the owners of the plants because of the child labor and the slave labor found there.

Amid the delirium of the green gold fever (the way people call sugarcane), indigenous leadership that face the imposed power many times find as their fate the death ordered by the big farmers.

Ficha técnica:
Título Original: À Sombra de um Delírio Verde Documentário (The Dark Side of Green)
Gênero: Documentários
Produção: Argentina, Bélgica, Brasil
Tempo de Duração: 29 min
Ano de Lançamento: 2011
Direção, produção e roteiro: An Baccaert, Cristiano Navarro e Nicolas Muñoz
Narração em Português: Fabiana Cozza
Música composta por Thomas Leonhardt

DarkSideofGreen

Un piccolo popolo combatte il gigante minerario e il Messico si mobilita

Una compagnia canadese si aggiudica una concessione mineraria in una regione del Messico protetta dall’Onu dove vive un’antica popolazione coi suoi rituali e i suoi riti. Nonostante una legge imponga di consultare le popolazioni indigene prima di dare concessioni, in questo caso non è mai stato fatto. Così la lotta della piccola popolazione contro il gigante minerario sta guadagnando le simpatie di una parte crescente del Messico scrivendo un’altra pagina del conflitto fra sviluppo economico e tutela del territorio.

Leggi il resto dell’articolo: http://www.linkiesta.it/un-piccolo-popolo-combatte-il-gigante-minerario-e-il-messico-si-mobilita

Salvare Wirikuta, cuore sacro del Messico

Sulla manifestazione e gli eventi del Fronte per la Difesa di Wirikuta, cuore sacro del Messico nel centro del paese, zona del popolo huichol, minacciata dalle perforazioni in terra sacra di una compagnia mineraria canadese.

A la Sociedad Civil nacional e internacional.
A los Pueblos Originarios del mundo
Al Congreso Nacional Indígena
Al Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad
A los Gobiernos del mundo.

El Frente en Defensa de Wirikuta Tamatsima Waha’a encabezado por el Consejo Regional Wixárika, emitimos el siguiente comunicado a quienes con su solidaridad nos han mostrado su caminar y su lucha, a los hombres y mujeres honestos del mundo, a los pueblos, naciones y tribus indígenas, a los estudiantes solidarios y conscientes, a los que sufren el dolor producto de la guerra que enfrenta este país y que se expresa de tantas formas como injusticias en todo el territorio nacional, a los ecologistas, amas de casa, defensores y defensoras de derechos humanos, a los que cantan, rezan y danzan porque no se olvide que nuestra Madre Tierra está viva, a los que respetan la palabra empeñada, empezando por respetar la de nuestros antepasados que siguen dando lluvia, maíz, vida y nuevos amaneceres. Lee todo el comunicado: LINK  Aquí está la página web del frente en defensa de Wirikuta LINK.

Nessun essere umano è illegale

di Matteo Dean  (da Carmilla)

1mayo06USA6.jpg[Propongo la traduzione di un articolo di Matteo Dean, un amico di cui Carmilla ha ospitato numerosi contributi. Matteo è recentemente scomparso in un incidente stradale ma i suoi articoli e il ricordo restano e lottano con noi. Come giornalista italiano residente in Messico Matteo s’è sempre occupato dei problemi della migrazione nei due continenti che erano, ciascuno alla propria maniera, le sue due “case”, l’Europa e l’America. Questo pezzo è stato pubblicato in spagnolo sull’inserto domenicale Jornada Semanal del quotidiano messicano La Jornada il 10 luglio scorso. Fabrizio Lorusso]

Ancora oggi il titolo di questo articolo continua ad essere la frase più usata dai movimenti sociali in solidarietà coi migranti di tutto il pianeta. L’ovvietà di quello slogan è tanto immediata quanto incompiuta. Da quando la migrazione in quanto fenomeno economico e sociale venne inserita nell’agenda di sicurezza nazionale in differenti paesi, soprattutto del cosiddetto “nord” del mondo, la criminalizzazione dei migranti è stata una costante. E non si tratta solamente di articolate e certe volte assurde campagne mediatiche ma, superando qualsiasi considerazione di tipo etico, delle politiche pubbliche che cercano di affrontare il fenomeno. In questo senso il caso europeo è particolarmente interessante.

Oltre all’enorme quantità di norme nazionali e continentali che cercano di regolare il fenomeno migratorio – come sostengono i loro promotori – o meglio reprimerlo e controllarlo – come dicono gli oppositori – c’è un aspetto di queste politiche pubbliche che è necessario segnalare e denunciare non solo per la loro assoluta mancanza di rispetto delle leggi fondamentali su cui si poggia (o dovrebbe poggiare) lo stato di diritto ma anche per il loro manifesto carattere inumano. Mi riferisco ai Centri d’Identificazione ed Espulsione che possiamo anche chiamare Centri d’Internamento per Stranieri (i famosi CIE). Ad ogni modo questi centri non sono altro che centri di detenzione per migranti privi di documenti, del tutto simili a quelli che in altre parti del mondo sono chiamati Stazioni Migratorie. L’apparente disputa sul modo di chiamare questi spazi non è triviale, infatti dal loro nome passa la costruzione dell’immaginario collettivo riguardo l’opportunità di rinchiudere degli esseri umani la cui unica responsabilità è quella di non avere i documenti che giustifichino la loro permanenza su un determinato territorio.

La detenzione amministrativa. Il Observatori del Sistema Penal i els Drets Humans (OSPDH), della Universidad de Barcelona ha definito i CIE come “strutture pubbliche di carattere non penitenziario per la detenzione, la custodia e la messa a disposizione dell’autorità giudiziaria degli stranieri soggetti a una procedura di espulsione dal territorio nazionale”. Da parte loro le leggi nazionali di ogni paese membro dell’Unione Europea non si trovano d’accordo sulla definizione di che cosa siano esattamente questi spazi. Ciononostante tutte le legislazioni sono d’accordo sul fatto di rifiutare la penalizzazione della “mancanza di documenti” per la permanenza legale. D’altro canto, però, c’è una convergenza anche per quanto riguarda la prassi di “trattenere amministrativamente” chi non possiede questi documenti.
Il concetto di “detenzione amministrativa” è stato introdotto in sequenza in tutto il continente europeo a partire dagli anni ottanta attraverso le diverse legislazioni nazionali. Lo stato spagnolo per esempio ha introdotto tale norma – chiamata “internamento” – con la Legge Quadro 7/1985 sui diritti e le libertà degli stranieri. In Italia invece questa figura legale è stata introdotta solamente nel 1998 con la Legge 40/98 che andava a modificare la prima legge sulla migrazione del 1990.

In generale tutte le norme hanno in comune il fatto che la “detenzione amministrativa” ha la funzione di trattenere il migrante senza documenti “quando non è possibile rendere esecutiva l’espulsione accompagnando [lo straniero] alla frontiera o non è possibile espellerlo perché deve essere soccorso o sono necessarie ulteriori verifiche sull’identità o la nazionalità, oppure è necessario un tempo di attesa per ottenere i documenti per il viaggio [di ritorno], o per mancanza di un mezzo di trasporto adeguato”. Analizzando questo concetto, molti osservatori e analisti continuano a segnalare quantomeno come sorprendente il fatto che si possa privare una persona della libertà per assicurare un’eventuale sanzione amministrativa. E’ lì dove troviamo secondo i critici le maggiori contraddizioni. Considerando che, in pratica, la condizione del migrante senza documenti non è perseguibile penalmente, ci si chiede come sia possibile togliere la libertà per questioni amministrative, per un delitto che potrebbe anche assimilarsi a un’infrazione del codice della strada.
Brutale, fredda e orwelliana.

Ancora oggi sono poche le persone che sono potute entrare in un CIE che non fossero appartenenti alle forze dell’ordine, membri del governo e del parlamento o migranti detenuti. Anche se i CIE non sono formalmente delle carceri e i migranti sono trattenuti in qualità di “ospiti”, la verità è che questi non possono uscire dalle strutture dei CIE. Oltre a questo bisogna segnalare che, sebbene le strutture di detenzione in generale sono date in gestione a imprese private – in molti casi organizzazioni della stessa società civile europea più inclinate a gestire l’esistente anziché cercare di cambiarlo – sono i governi nazionali che s’occupano della sicurezza nei CIE. In altre parole anche se i migranti formalmente potrebbero uscire dai Centri, dato che secondo la legge sono passibili di sole sanzioni amministrative, esistono comunque muri, fili spinati videocamere e centinaia di poliziotti frapposti tra loro e la libertà.

Questi controlli, però, non solo impediscono ai migranti di esercitare il diritto alla libera circolazione ma precludono anche a noi che stiamo fuori, noi cittadini o migranti “regolari”, la possibilità di entrare e sapere che cosa succede veramente lì dentro. L’informazione è talmente scarsa da gridare allo scandalo. Infatti sono all’ordine del giorno le denunce di abusi contro i detenuti da parte della autorità, così come l’assenza di servizi, i tentativi di ribellione e di fuga – spesso riusciti – e anche i maltrattamenti, le molestie psicologiche e sessuali. La lista potrebbe continuare e rompere il muro del silenzio che circonda questi spazi che la società civile europea, nelle sue componenti solidarie con la causa dei migranti, non esita a definire come “campi di concentramento”.SANY0003.jpg
Non li chiamerei “campi di concentramento” in quanto i nazisti pensavano di annichilire la persona fino alla sua eliminazione fisica. “Nei CIE non si arriva a tanto”, dice Fabrizio Gatti, un giornalista italiano che nel 2005 riuscì a introdursi in un CIE facendo finta di essere un immigrato mediorientale e in seguito denunciò gli abusi cui sono soggetti i detenuti. “Mi piacerebbe che se domani si scrivesse una storia della migrazione, questi luoghi venissero chiamati con la loro brutale, fredda e orwelliana sigla: CIE. Questa sigla dice tutto”. Effettivamente sembra proprio così dato che i centri di detenzione per migranti rappresentano quasi un mondo a parte in cui nessuno sa che cosa succede e come. Dinnanzi a tutto ciò la rete euro africana delle organizzazioni civili per i diritti dei cittadini migranti, la Migreurop, ha organizzato quest’anno la seconda visita ai CIE della Germania, dell’Italia, della Francia e della Spagna come conseguenza della lunga campagna lanciata a livello continentale dal titolo piuttosto chiaro: per il diritto di ispezione nei luoghi di confino.

Nonostante le difficoltà di tipo amministrativo, alcuni rappresentanti della società civile europea, accompagnati da alcuni deputati di diversi paesi, hanno potuto visitare alcuni dei CIE esistenti nella UE. Le conclusioni della carovana che è stata in questo viaggio-missione per l’Europa dal 7 marzo all’uno aprile sono chiare e non lasciano adito a dubbi: “L’obiettivo di questa seconda campagna della rete Migraeurop, che ha chiesto nel 2010 la chiusura dei centri di internamento di cittadini stranieri dentro e fuori dall’Europa, era rendere note le condizioni di confino dei migranti e la violazione sistematica dei loro diritti. Le differenti visite realizzate hanno permesso di mettere in evidenza le loro difficoltà materiali e nell’accesso ai diritti così come la mancanza di trasparenza su quanto in realtà sta succedendo dentro i centri. Rendendo così manifesti gli effetti nefasti e repressivi dell’arresto dei migranti, la conclusione delle differenti visite non fa altro che confermare l’illegittimità dei fermi e la necessità di chiudere i centri di confino, proprio come hanno dichiarato senza giri di parole alcune delegazioni al termine della loro visita”.

Repressione Vs. Controllo. Malgrado la diffusione di retoriche anti-migrante sparate a voce alta dai leader politici europei a livello continentale e anche locale, i quali sperano in questo modo, e in parte ci riescono, di raccogliere voti e consensi, le politiche europee sul tema migratorio non hanno l’intenzione di reprimere tout court i flussi di immigrati che da molte zone del pianeta arrivano al territorio della UE. Al contrario i muri che si alzano e le leggi che si producono, così come i centri di detenzione che si costruiscono, hanno la funzione primaria di controllare i migranti. Diventano una specie di filtro darwiniano in cui tutti questi strumenti selezionano i migranti, li separano tra capaci e non, adatti o no, per svolgere il lavoro che – pur con gli indici di disoccupazione del vecchio continente – è abbondante per i cittadini di seconda categoria in cui si trasformano gli stranieri senza documenti della UE.

Un prova di questo è costituita dalle decine di CIE che la UE, tramite accordi bilaterali, ha fatto costruire in territorio africano. In Libia, a Tunisi, in Marocco, tanto per citare alcuni esempi, i CIE sono nati negli ultimi anni come strutture per contenere i flussi migratori diretti verso il vecchio continente. Con una chiara dinamica di esternalizzazione delle frontiere – tipica anche nell’emisfero americano, basti pensare al confine tra Messico e Stati Uniti – la UE non cerca solamente di frenare quello che la stampa presenta come “un’invasione” di “illegali, clandestini o senza documenti” ma prova altresì a riprodurre in terra straniera – e pertanto lontano dagli sguardi indiscreti delle società nazionali – gli spazi adatti al contenimento e alla selezione del nuovo “esercito di riserva”, di reminiscenze marxiane, che è sempre necessario per coprire posti abbandonati in produzione dai loro pari europei. .SANY0066.jpg Non si tratta quindi di reprimere l’immigrazione per reprimerla. Non si tratta nel modo più assoluto di impedire che milioni di esseri umani che scappano dalla povertà, dalle guerre, dalle repressioni o che semplicemente vogliono cambiare vita, riescano a stabilirsi nella UE. Si tratta semplicemente di formare progressivamente un contingente di persone che costituiscano una riserva di mano d’opera a basso costo. D’altra parte è gioco forza anche che quella forza lavoro a costo infimo possa pure divenire oggetto di ricatti e minacce capaci di trasformarsi, di conseguenza, in un gruppo di soggetti utilizzabili all’occorrenza secondo le necessità di padroni e governi.
Inoltre i CIE e la loro distribuzione territoriale svolgono un altro compito: quello di far sfumare il potenziale di coesione tra i migranti. Un esempio è la pratica costante dei trasferimenti di cui sono oggetto i migranti spostati da un CIE all’altro.

In questi ultimi mesi di presunta “emergenza migrazione” nella UE i flussi di tunisini – tanto per menzionare un gruppo nazionale vituperato dalla stampa europea quest’anno – sono stati separati, divisi e inviati in località differenti. Si tratta in effetti di spezzare vincoli, nessi possibili tra comunità di migranti che si riconoscono prima di tutto per la loro nazionalità ma anche per la destinazione imposta con la reclusione nei CIE. E’ forse possibile affermare che i CIE sono l’ultimo territorio europeo che un migrante calpesta sulla via dell’espulsione. Questa affermazione sarebbe vera fino a un certo punto. Infatti, malgrado la propaganda sulle espulsioni e le deportazioni di massa – per cui la famigerata Direttiva sui rimpatri del 2008 sarebbe il principale strumento di riferimento – la UE non possiede strumenti e mezzi (prima di tutto economici) concretamente per deportare le grandi masse di esseri umani stipati nei CIE. La soluzione, quindi, passa dal rilascio di “decreti di espulsione” che il cittadino migrante deve rispettare, cui deve adempiere “con mezzi propri”. Dunque che faranno questi cittadini? L’opzione unica diventa l’inserimento nel mercato del lavoro in nero della Unione Europea.

MASSACRO NELL’AMAZZONIA PERUVIANA

 Diffuso dalla Associazione Amicizia e Solidarietà Italia Nicaragua

Foto shock Perù:

 http://www.flickr.com/photos/fabriziolorussobis/sets/72157619607958839/

Giovedì 9 aprile 2009 i dirigenti di 1350 comunità amazzoniche dichiararono l’inizio di un blocco  indefinito in tutta l’Amazzonia peruviana, come forma di protesta contro la politica neoliberalista del governo e in particolare contro una serie di decreti legislativi emanati dal governo aprista di Alan Garcia Perez, volti a favorire l’investimento privato nella foresta amazzonica, in particolare quelli di imprese petrolifere e di biocombustibili.  Tali decreti legislativi attentano ai diritti riconosciuti ufficialmente ai popoli indigeni e si impongono sulla volontá di questi, senza minimamente consultarli.  Nel 2008 contro questi stessi decreti le popolazioni indigene dell’Amazzonia peruviana diedero vita a una protesta nazionale per  piú di un mese, bloccando le vie di accesso alla foresta amazzonica e i principali interessi economici della regione (pozzi e pompe petroliferi, gasdotti, centrali idroelettriche).  Tale protesta fu sospesa per l’im pegno  del governo di derogare i decreto.  Nonostante ció, i decreti non furono derogati e lo Stato continuó la sua politica di favorire l’ estrazione, concendendo diritti a multinazionali anche nelle terre titolate alle popolazioni indigene.  Cosí le differenti organizzazioni indigene dell’Amazzonia peruviana, riunite a livello nazionale nell’associazione AIDESEP (Asociación Iteretnica de Desarrollo de la Selva Peruana)  ricominciarono la loro protesta determinata e pacifica, con la stessa strategia: paralizzare le attivitá economiche delle imprese presenti nella regione, occupando punti strategici e bloccando le vie di comunicazione.  Il blocco è andato avanti in modo forte e compatto in quasi tutta l’Amazzonia peruviana, le differenti etnie hanno dimostrato una forte unione e solidarietá. Il governo ha reagito in varie occasioni con l’indifferenza, la repressione e la criminalizzazione, utilizzando da una parte i suoi apparati di morte (militari e polizia) e dall’altra  i suoi fedeli servi professionisti nel distorcere l’informazione e occultare la veritá (televisioni e giornali), tutto questo in difesa dei soliti interessi economici che si impongono in tutto il mondo sulla vita della gente. Cosí ogni possibilità di dialogo è stata vana e, dopo aver accusato il rappresentante di AIDESEP di sedizione e terrorismo, è scattata una sanguinaria repressione.  Il 5 giugno 2009, dopo due mesi di lotta e resistenza indigena, lo Stato decide il massacro: si bombardano i villaggi, si spara contro uomini, donne e bambini. La gente che si era dichiarata disposta a morire per difendere le sue terre, la sua cultura, la sua vita, resiste a testa alta. Il risultato dell’azione dello Stato è un bagno di sangue, solo il primo giorno si contano 30 vittime e oltre 100 feriti,  un numero che potrebbe essere molto maggiore se si considera che  i militari stanno bruciando i corpi delle vittime affinché non si possano contare i morti e che i mezzi di comunicazione  non hanno accesso alle zone di conflitto.  Le popolazioni indigene non cederanno all’offensiva assassina dello Stato.  La solidarietá e forte in tutta la regione  e si allarga ad altri settori della societá: contadini non indigeni, lavoratori delle cittá amazzoniche, organizzazioni locali, missionari.  

 Perché lottano i popoli indigeni?

I popoli indigeni  e i loro territori si appartengono reciprocamente, sono inseparabili. Per gli indigeni il territorio è l’embrione que diede inizio alla loro esistenza. La relazione dell’indigeno con il suo territorio è vitale, infatti questo gli fornisce alimentazione, casa e in quello gli si permette di riprodurre la sua cultura. Senza territorio non c’è vita.

Per  la  societá occidentale, la terra gli appartiene quando dispone di un titolo di proprietá , per gli indigeni il proprietario è “la madre della terra”. Gli andini la riconoscono come la Pachamama, gli Shuar come Nugkui, gli Ashanika come Kipatsi,  e cosí ogni popolo.

Per il mercato la terra acquisisce importanza monetaria ed è negoziabile, per gli indigeni ha importanza spirituale ed è sacra. Nella cosmovisione amazzonica non è esatto il termine “terra” ma quello di “territorio”,  con un concetto più ampio di intergrità come bene collettivo in iterdipendenza con la natura,

Molti popoli amazzonici hanno basato la loro alimentazione sulla raccolta e il nomadismo e non sull’accumulazione di ricchezze. La tendenza attuale a promuovere la monocoltivazione in aree estense genera una maggiore fragilità dei suoli, cosí come le attività estrattive di acque, petrolio e gas, con un catastrofico impatto ambientale.

Attualmente l’Amazzonia peruna ha 49 milioni di ettari di terra in concessione all’esplorazione e allo sfruttamaento di idrocarburi, corrispondenti al 72% di questo territorio. 

I decreti in questione

I decreti legislativi si impongono nell’ambito del Trattato di Libero Commercio firmato con gli Stati Uniti, trascurando le leggi internazionali che il Perú ha sottoscritto che stabiliscono il rispetto dei diritti indigeni e il loro diritto a essere interpellati per questioni che li riguardano, sanciti in particolare dall’Accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro firmato nel 1989 (Nazioni Unite).

Decreto 994: promuove investimenti privati in progetti di irrigazione per l’ampliamento della frontiera agricola. Considera di proprietá dello Stato tutte le terre irrigate di uso agricolo. Nell’Amazzonia le terre lungo i fiumi servono da fonte di sussistenza per le comunità, mentre lo Stato le considera terre improduttive da sfruttare.

Decreto 1020: Promuove i prodotti agrari e la consolidazione della proprietá rurale per il credito. Stabilisce un marco normativo per ampliare l’accesso al credito agrario e incentivare la competizione e la modernizzazione. Favorisce la formazione di proprietà individuale, la parcellizazione e la disintegrazione della proprietá comunale.

Decreto 1064: Stabilisce un regime giuridico per lo sfruttamento di terre di uso agrario. Elimina il diritto che stabilisce come necessaria la negoziazione con la comunità, affinché si realizzino attivita minerarie o idrocarburifere in territorio comunale senza il consenso della comunità.

Decreto 1081: Crea un sistema nazionale di gestione delle risorse idriche e rappresenta un passo avanti verso la privatizzazione dell’acqua, risorsa fondamentale per la vita dell’Amazzonia. Si impone contro i diritti ancestrali delle comunitá suil territorio e contro le convenzioni internazionali.

Decreto 1089: Cambia la normativa per la formalizzazione e la titolazione di terre rurali, favorendo la proprietà individuale rispetto a quella comunale, favorendo il loro inserimento nel mercato economico.

Decreto 1090: È forse il più grave fra tutti i decreti. Approva la Legge Forestale e della Fauna Silvestre. Pretende di modificare la legislazione forestale, privando della definizione di “patrimonio forestale” circa 45 milioni di ettari di terra, o sia il 60% delle terre dell’Amazzonia peruviana. In questo modo è possibile sfruttare terre che prima erano in un certo modo protette. Dietro a tale decreto ci sono gli accordi del governo con gli imprenditori che vogliono investire nella produzione di etanolo e biocombustibili vari.    Non sono solo i mezzi di vita dei popoli indigeni quelli che stanno in gioco. La produzione di agro-biocombustibili ha favorito una concentrazione di ricchezza e proprietà senza precedenti, affidando la terra alle mani di poche imprese multinazionali che controllano i semi, la coltivazione di viveri, gli agrochimici, il processamento, il commercio le esportazioni e la distribuzione. I piccoli produttori sono privati di terre di alimenti, di sussistenza e di mercato, mentre i suoli, i boschi, i corsi d’acqua e gli ecosistemi sono saccheggiati e devastati.

Decreto 1083: Promuove lo “sfruttamento efficente” e la “conservazione” delle risorse idriche da parte degli usuari che hanno maggiori risorse economiche emaggior accesso alle moderne tecnologie di uso dell’acqua, concedendo premi di diritto all’acque in base a un regime differenziato di redistribuzione economica.

june05-16 por ti.

RIPORTO ANCHE UNA MAIL-NOTIZIA IN SPAGNOLO: MATANZA EN LA AMAZONIA PERUANA

Bueno este mail nos llego de amigos que estan en Bagua.

Todo ha sido
asqueroso, brutal, indignante………..

                                       Malena

Estamos aquí en Bagua Chica.
Hay demasiada información no posible de confirmar
por el momento toda.

Lo cierto:

4 ciudadanos mestizos detenidos en
comisaria de Bagua Chica.

40 en Fortin Heroes del Cenepa en el
Milagro.
La fiscalia y DP han confirmado.
En el hospital hay una relación de heridos que enviaremos más tarde (MINSA)

Los que llegaron a ESSALUD y MINSA y estuvieron más graves fueron derivados a Jaen y la costa.
Los líderes indígenas están dispersos escondidos en diversos
lugares, hemos estado conversando con algunos, están esperando ver cómo avanzan las cosas.
Todos quieren ir a la zona del enfrentamiento a la
salida de Bagua Grande donde hay un contigente de los militares que no
dejan pasar a nadie (se presume que ellos están escondiendo los
cádaveres de los indígenas muertos)

Los policias retenidos han sido
liberados (22) otros 9 están muertos y otros
6 no habidos, los indígenas que los retenian se han dispersado, no hay más
datos por el momento.

Más de 100 indígenas estuvieron retenidos en el Milagro en un
mercadillo,
fueron liberados y trasladados en 3 camiones en dirección a
San Ignacio bajo la supervisión de la Defensoría del Pueblo. Esto con
apoyo del parroco y la fiscalia. Fue un momento tenso, se presumia que
tenían armas e iban a tomar el lugar por asalto pero, todo se calmo
posteriormente.

Estamos bajo toque de queda de 3 de la tarde a 6 a.m.
pero, hemos podido recorrer la ciudad para visitar a algunos líderes
awajun y verificar algunos datos como los que narramos.

Estamos vaciando mayor información que tenemos registrada, se las pasaremos
en la noche.
Saludos, Jorge

3598645641_9d09f05b42 por ti.