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Strage di #PlayadelCarmen: tragica quotidianità in #Messico

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[Da Huffington post] Il 16 mattina, pomeriggio in Italia, ci siamo svegliati in Messico con l’ennesima notizia di una strage, questa volta in un importante centro turistico dei Caraibi messicani, Playa del Carmen: una sparatoria all’entrata di una discoteca tra diversi soggetti armati, 5 assassinati (una messicana e quattro stranieri, di cui uno italiano, Daniel Pessina), 15 feriti e la notizia che rimbalza immediatamente su internet e sui media tradizionali.

All’inizio le autorità hanno escluso il movente terrorista e ipotizzato il (solito) regolamento di conti o l’estorsione, quindi la pista “narcos” che, va detto, viene spesso utilizzata come pass-partout, valido per qualsiasi situazione e adatto, in molte occasioni, a criminalizzare le vittime o a far passare l’idea che “si ammazzano tra di loro”. Non è il caso perché qui ci sono vittime straniere e pare che non ci siano poliziotti coinvolti da “giustificare”. Oggi il governatore del Quintana Roo ha parlato di un litigio tra due persone, cercando di liomitare ancor di più le possibilità di analisi e interpretazioni che possano spiegare meglio il contesto.  Continua a leggere

Lampedusa, 3 0ttobre 2013: Un Documentario sui Giorni della Tragedia

Il 3 ottobre del 2013 a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa vicinissimo al porto, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea, provocando 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti. Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue con uso di droni. In pochi mesi veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale avrebbero fatto seguito le missioni Triton e Mos Maiorum.

Da quella data, le istituzioni ed i media con la RAI in testa, stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori. Inoltre, come ogni anno, il 3 Otobbre 2015 Lampedusa sarà teatro di una nuova commemorazione finanziata da istituzioni italiane ed europee e dalle forze militari italiane.

Come ogni anno saremo in piazza, per opporci all’ennesima passerella istituzionale che ha lo scopo di occultare i crimini europei in materia di migrazione, per denunciare la progressiva militarizzazione di Lampedusa e del Mediterraneo e per aprire le indagini per mancato soccorso per la strage del 3 ottobre 2013.

PROPONIAMO che il 03/10/2015 si organizzino delle proiezioni del film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 e che il film (on line dal giorno 03/10/2015 con sottotitoli in inglese) venga diffuso il più possibile: per chiedere di aprire un’indagine per mancato soccorso sulla strage del 03/10/2013 e aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione.

SCARICA IL COMUNICATO IN PDF >> 3 Ottobre Volantino per proiezione (1) – EVENTO SU FB >> https://www.facebook.com/events/579546615517008/

Per avere il film con sottotitoli in inglese e organizzare una proiezione scrivete a askavusa@gmail.com. La lista delle proiezioni sarà resa nota sul blog di Askavusa https://askavusa.wordpress.com e di PortoM https://portommaremediterraneomigrazionimilitarizzazione.wordpress.com

Titolo: Lampedusa 3 ottobre 2013 i giorni della tragedia – Autore: Antonino Maggiore – Produzione: Libera Espressione – Anno: 2013 – Durata: 55 min – Musica: Achref Chargui / Giacomo Sferlazzo

LampedusaIl Comunicato (link): Il 3 ottobre del 2013, a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea. L’affondamento provocò 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, i superstiti furono 155. I sopravvissuti dicono che tra le 3.00 e le 3.30 due imbarcazioni, di cui una con un faro molto potente e simile ad una vedetta militare, si avvicinarono alla loro barca puntandogli i fari addosso. Dopo questa operazione le due barche si allontanarono lasciando nel panico le 540 persone.

Una di loro, per fare dei segnali di aiuto, diede fuoco ad alcune coperte che, cadendo a terra, provocarono un incendio. Le persone, impaurite, si mossero bruscamente e la barca si ribaltò. Verso le 6.30 un gruppo di persone che si trovava in barca nella zona della Tabaccara per una battuta di pesca notò i naufraghi e diede l’allarme, mentre altre barche civili e pescherecci si portarono sul posto caricando a bordo la maggior parte dei superstiti.

Secondo le testimonianze dei soccorritori la Guardia Costiera arrivò in ritardo di un’ora circa sul luogo del naufragio, a meno di un miglio dal porto. La Guardia Costiera non ha mai rilasciato comunicazioni sul 3 ottobre del 2013. Non e’ stata aperta un’indagine per mancato soccorso e il 36enne tunisino Khaled Bensalem è stato condannato a diciotto anni di reclusione e una multa di dieci milioni di euro per naufragio colposo e “morte provocata come conseguenza di un altro reato”, ma egli si è sempre dichiarato un semplice passeggero.

Inoltre il comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile nel processo e i soccorritori, unici testimoni oculari, sono stati da subito estromessi dalle indagini. Da quella data le istituzioni ed i media stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori.

Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue. In pochi giorni veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale ha fatto seguito Triton. Quindi, ancora una volta, le migrazioni fornivano un pretesto per aumentare il livello di militarizzazione del Mediterraneo e di Lampedusa.

Il 3 ottobre 2015 si ripeterà la vergognosa farsa organizzata dal Comitato 3 Ottobre in collaborazione con diverse associazioni “umanitarie”, il comune di Lampedusa e Linosa, e forze militari. Tra i partecipanti si trova anche la cooperativa Auxilium, che da anni gestisce centri di detenzione per migranti facendo profitto e malaffare sulle persone già in fuga da guerre e carestie.

Se l’anno scorso tra i finanziatori c’era Soros e la sua Open Society, quest’anno a farsi promotori del 3 ottobre a Lampedusa ci sono tutte quelle ONG, associazioni umanitarie e culturali che attraverso la retorica dei diritti umani, della bontà e dell’accoglienza fanno da apripista e spesso giustificano gli attacchi imperialisti (NATO, USA, UE), come quello in Libia del 2011 o quello in Siria di oggi.

Lampedusa diviene sempre di più un palcoscenico e la sua “vocazione” turistica si trasforma, sotto la pesante influenza esterna, in “vocazione” all’emergenza e alla militarizzazione. Ogni giorno di più si vedono lampedusani in divisa (Croce Rossa, Misericordie), aumentando la dipendenza economica dell’isola rispetto alla gestione dei flussi migratori. Lampedusa e il mediterraneo diventano quindi il terreno di prova per gli apparati militari, come ci dimostra l’imminente esercitazione Trident Juncture (la più imponente dopo la caduta del muro di Berlino) che partirà proprio il 3 ottobre da Italia, Spagna e Portogallo.

Uno dei temi scelti dal comitato 3 ottobre per questi giorni è la memoria. La memoria è però un atto politico: si sceglie cosa ricordare e spesso i ricordi vengono creati per finalità politiche. Quello che sta accadendo attorno al 3 ottobre è proprio questo: la creazione di una memoria completamente slegata dalla realtà e funzionale ai piani imperialisti di NATO, USA ed UE; una memoria creata insieme ai governi che sfruttano queste persone, chiamate “migranti”, nei loro paesi di origine; memoria creata insieme a chi provoca le migrazioni (Apparati militari – fondazioni – banche – multinazionali); memoria creata insieme a chi gestisce i centri di detenzione per migranti come le Misericordie.

Noi lampedusani dobbiamo chiederci cosa vogliamo fare, se riprenderci in mano le sorti di questa comunità o se vogliamo abbandonare l’isola a questo manipolo di personaggi arroganti, viscidi e menzogneri che la stanno rendendo una base militare, un carcere e un palcoscenico sul quale creare immagini e narrazioni. A cosa aspiriamo? A divenire carcerieri? A cucinare per le forze armate? A fare le comparse sui film di propaganda dello Stato?

Chiediamo a tutti i lampedusani di essere in piazza Brignone il giorno 3 ottobre 2015 alle 21.30 per guardare insieme il film inchiesta di Antonino Maggiore “Lampedusa 3 Ottobre, i giorni della tragedia” e dare un segnale di dissenso contro tutto quello che stanno facendo alla nostra isola.

Chiediamo a tutti coloro che condividono la nostra analisi e le nostre proposte di condividere il film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 (in onda dal 3 ottobre 2015 > https://www.youtube.com/watch?v=IvYCa-hEqYM) e partecipare alle proiezioni che abbiamo organizzato in diverse città (qui troverete la lista https://askavusa.wordpress.com/3-ottobre-2013- 3-ottobre-2015/)

• Contro la militarizzazione di Lampedusa e di tutti i territori; • Per lo smantellamento dei radar (8 a Lampedusa) e delle antenne ad uso militare e la regolamentazione delle antenne ad uso civile; • Per lo smantellamento del centro di detenzione per migranti e la creazione di un ospedale attrezzato sull’isola; • Per aprire un’inchiesta per mancato soccorso sulla strage del 3 ottobre 2013; • Per mettere al centro della discussione pubblica le connessioni tra migrazioni, militarizzazione dei territori e sistema economico; • Per i diritti negati dei Lampedusani e dei Linosani. Collettivo Askavusa Senza Paura! _______________________________________________________Blog Askavusa > https://askavusa.wordpress.com/ Mail Askavusa > askavusa@gmail.com Canale You Tube di Libera Espressione-Lampedusa on line > https://www.youtube.com/user/lampedusaonline Per contattare Antonino Maggiore > liberaespressionelampedusa@gmail.com Campagna raccolta fondi per Askavusa > https://www.produzionidalbasso.com/project/portom-spazio-di-lottamemoria-e-storie-di-mare/ Evento FB Proiezione simultanea 3 ottobre 2015 > https://www.facebook.com/events/579546615517008

Trailer del documentario:

Video sul #Messico canzone di Calle13 #AccionGlobalporAyotzinapa #20N

ayotzinapa fue el estadoUn video, con la canzone Multiviral del gruppo portoricano Calle 13 e altri spezzoni interessanti, per far conoscere al mondo cosa sta succedendo in Messico dopo la strage degli studenti della scuola normale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, stato del Guerrero, pianificata e realizzata a Iguala dal blocco narco-poliziesco la sera del 26 settembre scorso: un crimine di stato, viste le omissioni e le azioni delle forze dell’ordine federali, statali e dell’esercito che il 26-27 settembre, nella notte della mattanza, hanno mostrato chiaramente il disfacimento dello stato di diritto, il ritardo (calcolato?) del governo nel reagire e il connubbio indissolubile delle istituzioni a vari livelli coi narcos, esecutori finali di una repressione sociale incessante. Sono arrivate in Italia notizie contraddittorie e poco chiare sul destino dei 43 studenti scomparsi. Restano ufficialmente desaparecidos, nessuna prova scientifica ha potuto per ora provare la loro morte per cui i movimenti sociali organizzati e la società civile, tanto in Messico come nel resto del mondo, chiedono il loro ritrovamento “in vita”. La protesta ha raggiunto il G20 in Australia e non c’è un giorno di tregua: le azioni globali per Ayotzinapa non si fermano, i familiari hanno iniziato una carovana per il Messico (ieri l’incontro con gli zapatisti e decine di manifestazioni da Città del Messico al Chiapas) che si concluderà con la IV Giornata di #AccionGlobalAyotzinapa il 20 novembre, data in cui si ricorda l’inizio della rivoluzione messicana (1910-17) e in cui ci saranno manifestazioni in decine di città #AyotzinapaSomosTodos

Lascio i link ad alcuni articoli per capire cosa sta succedendo in Messico senza mistificazioni. In Italia i “reportage” e le opinioni si moltiplicano e questo può un bene. D’altro canto nel marasma di superficialità e riduzionismi, il rischio di perdersi è molto alto: Narco-Stato, Stato Fallito, Desaparecidos, Repressione Sociale, Interessi Multinazionali, Lotta per le Risorse, Guerriglia, Crimine di Stato sono etichette e concetti che troverete, usati coi loro pieni significati, in pochi articoli. Vale la pena segnalarne alcuni qui (Fabrizio Lorusso da Carmilla)

Radio Onda d’urto (Audio): Andrea Spotti UnoDue – Tre – Contropiano: Andrea Spotti Uno –  Pagina 99: Federico Mastrogiovanni Uno GlobalProject: Luis Hernandez Navarro Uno – Caterina Morbiato Due – Camilla Fratini Tre – Dinamo Press: Riccardo Carraro UnoDue – Carmilla: F.L. UnoDue Tre

La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Marcha Ayotzinapa 8 oct 179 (Small)Il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune. Dal dicembre 2012, mese d’inizio del periodo presidenziale di Enrique Peña Nieto, a oggi ne sono state trovate 246, a cui pochi giorni fa se ne sono aggiunte altre sei. Sono le fosse clandestine della città di Iguala, nello stato meridionale del Guerrero. Tra sabato 4 ottobre e domenica 5 l’esercito, che ha cordonato la zona, ne ha estratto 28 cadaveri: irriconoscibili, bruciati, calcinati, abbandonati. E’ probabile che si tratti dei corpi interrati di decine di studenti della scuola normale di Ayotzinapa, comune che si trova a circa 120 km da Iguala. Infatti, dal fine settimana precedente, 43 normalisti risultano ufficialmente desaparecidos. “Desaparecido” non significa semplicemente scomparso o irreperibile, significa che c’è di mezzo lo stato.

Vuol dire che l’autorità, connivente con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, è coinvolta nel sequestro di persone e nella loro eliminazione. Niente più tracce, i desaparecidos non possono essere dichiarati ufficialmente morti, ma, di fatto, non esistono più. I familiari li cercano, chiedono giustizia alle stesse autorità che li hanno fatti sparire. Oppure si rivolgono ai mass media e a istituzioni che in Messico sono sempre più spesso una farsa, una facciata che nasconde altri interessi e altre logiche, occulte e delinquenziali. E nelle conferenze stampa, senza paura, dicono: “Non è stata la criminalità organizzata, ma lo stato messicano”.

La strage di #Iguala #Ayotzinapa

Marcha Ayotzinapa 8 oct 149 (Small)La sera di venerdì 26 settembre un gruppo di giovani alunni della scuola normale di Ayotzinapa si dirige a Iguala per botear, cioè racimolare soldi. Hanno tutti tra i 17 e i 20 anni. Vogliono raccogliere fondi per partecipare al tradizionale corteo del 2 ottobre a Città del Messico in ricordo della strage  di stato del 1968, quando l’esercito uccise oltre 300 studenti e manifestanti in Plaza Tlatelolco. I normalisti decidono di occupare tre autobus. I conducenti li lasciano fare, ci sono abituati. Sono le sette e mezza, fa buio. Fuori dall’autostazione, però, ad attenderli c’è un commando armato di poliziotti. Fanno fuoco senza preavviso. Sparano per uccidere, non solo per intimidire. Hanno l’uniforme della polizia del comune di Iguala e sono gli uomini del sindaco José Luis Abarca Velázquez e del direttore della polizia locale Felipe Flores, entrambi latitanti da più di una settimana. Ma i pistoleri poliziotti non restano soli a lungo, presto sono raggiunti da un manipolo di altri energumeni in tenuta antisommossa. Il fuoco delle armi cessa per un po’, ma l’attacco è stato brutale, indignante e irrazionale.

La persecuzione continua. Partono altri spari. Muoiono tre studenti, altri 25 restano feriti, uno in stato di morte cerebrale. Per salvarsi bisogna nascondersi, buttarsi sotto gli autobus. Non muoverti, se no gli sbirri ti seccano. Alcuni cercano di scappare, scendono dai bus, il formicaio esplode nell’oscurità. Gli uomini in divisa caricano decine di studenti sulle loro camionette e li portano via. Pare che l’esercito, la polizia federale e quella statale abbiano scelto di non intervenire. Lasciar stare.

Intanto sopraggiungono altri soggetti con armi di alto calibro, narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, una delle tante sigle che descrivono il terrore della narcoguerra e la decomposizione del corpo sociale in molte regioni del paese. Non contenti, i poliziotti, in combutta con i narcos, si spostano fuori città, pattugliano la strada statale che collega Ayotzinapa a Iguala e fermano un pullman di una squadra di calcio locale, los avispones. Assaltano anche quello, pensando che sia il mezzo su cui gli studenti stanno facendo ritorno a casa. Bisogna sparare, bersagliare senza tregua. E ora sono in tanti, narcos e narco-poliziotti, insieme, probabilmente per ordine de “El Chucky”, un boss locale, e del sindaco Abarca.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 234 (Small)Ammazzano un calciatore degli avispones, un ragazzo di quattordici anni che si chiamava David Josué García Evangelista. I proiettili volano ovunque, sono schegge di follia e forano la carrozzeria di un taxi che, sventurato, stava passando di lì. Perdono la vita sia il conducente dell’auto sia una passeggera, la signora Blanca Montiel. Il caso, la mala suerte si fa muerte. Poche ore dopo in città compare il cadavere dello studente Julio Cesar Mondragón, martoriato. Gli hanno scorticato completamente la faccia e gli hanno tolto gli occhi, secondo l’usanza dei narcos. La macabra immagine, anche se repulsiva, diventa virale nelle reti sociali. E si diffondono globalmente anche le testimonianze dirette dell’orrore che stanno rendendo i sopravvissuti.

Le reazioni alla mattanza

Dopo il week end del massacro a Iguala i compagni della normale di Ayotzinapa e i familiari delle vittime e dei desaparecidos si organizzano, reclamano, tornano sul luogo della strage e indicono una manifestazione nazionale per l’8 ottobre a Città del Messico per chiedere le dimissioni del governatore statale, Ángel Aguirre, la “restituzione con vita” dei desaparecidos e giustizia per le vittime della mattanza.

Cresce la pressione mediatica e popolare per ottenere giustizia. Arrivano i primi arresti. 22 poliziotti al soldo delle mafie locali e 8 narcotrafficanti sono imprigionati e la Procura Generale della Repubblica comincia a occuparsi del caso. Alcuni degli arrestati confessano i crimini commessi e parlano di almeno 17 studenti rapiti e giustiziati. Indicano la posizione esatta di tre fosse clandestine in cui sarebbero stati interrati. L’esercito e la gendarmeria commissariano l’intera regione e blindano le fosse comuni che non sono tre, sono sei. La morte si moltiplica. I corpi recuperati sono 28, non 17. I desaparecidos, però, sono 43.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 020 (Small)I numeri non tornano. I familiari non si fidano, chiedono l’invio di medici forensi argentini, specialisti imparziali e qualificati. Ci vorrà tempo per avere certezze, se mai ce ne saranno. I risultati dell’esame dell’ADN tarderanno ad arrivare almeno due settimane. Nel frattempo, il 7 ottobre, seicento agenti delle polizie comunitarie della regione della Costa Chica, appartenenti alla UPOEG (Unione dei Popoli Organizzati dello Stato del Guerrero), hanno fatto il loro ingresso a Iguala per cercare “vivi o morti” e “casa per casa” i 43 studenti scomparsi. Altri gruppi della polizia comunitaria di Tixla, autonoma rispetto alle autorità statali, hanno scritto su twitter: “Con la nostra attività di sicurezza stiamo proteggendo la Normale di #Ayotzinapa“.

Dov’è finito il sindaco del PRD (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra) José Luis Abarca? E sua moglie, anche lei irreperibile? E cosa fa il governatore dello stato, il “progressista”, anche lui del PRD, Ángel Aguirre? Pare che lui conoscesse molto bene la situazione già da tempo. Il loro partito ha scelto di espellere il sindaco e sostenere il governatore per non perdere quote di potere in quella regione. Abarca ha chiesto 30 giorni di permesso e poi è sparito. Ora è ricercato dalla giustizia e vituperato dall’opinione pubblica nazionale. Aguirre, che non ha potuto impedire la strage né ha bloccato la concessione permesso richiesto dal sindaco prima di scappare, cerca di difendere l’indifendibile e, per ora, non presenta le sue dimissioni. Anzi, scambia abbracci e si fa la foto con Carlos Navarrete, nuovo segretario generale del PRD eletto domenica 5 ottobre.

Narco-Politica

La gravità della situazione è palese, anche perché è nota da anni e non s’è fatto nulla per denunciarla ed evitare la sua degenerazione violenta. José Luis Abarca, sindaco di Iguala al soldo dei narco-cartelli, ha un passato inquietante alle spalle, ma è riuscito comunque a diventare primo cittadino e a piazzare sua moglie, María Pineda, come capo delle politiche sociali municipali, cioè dell’ufficio del DIF (Desarrollo Integral de la Familia), e prossima candidata sindaco. Il giorno della strage la signora Pineda doveva presentare la relazione dei lavori svolti come funzionaria pubblica e, temendo un’eventuale incursione dei normalisti nell’evento, avrebbe richiesto al marito di “mettere in sicurezza” la zona.

Abarca avrebbe quindi lanciato l’operazione contro gli studenti con la collaborazione piena del capo della polizia municipale, suo cugino Felipe Flores. Costui era già noto per aver “clonato” pattuglie della polizia col fine di realizzare “lavoretti speciali” e per i suoi abusi d’autorità. La moglie del sindaco è sorella di Jorge Alberto e Mario Pineda Villa, noti anche come “El borrado” e “El MP”, due operatori del cartello dei Beltrán Leyva morti assassinati. Salomón Pineda, un altro fratello, sta con i Guerreros Unidos dal giugno 2013. In uno degli stati più poveri del Messico, Abarca e consorte prendono, tra stipendi e compensazioni, 20mila euro al mese che pesano direttamente sulle casse comunali.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 175 (Small)“Mi concederò il piacere di ammazzarti”, avrebbe detto nel 2013 il sindaco Abarca ad Arturo Hernández Cardona, della Unidad Popular di Guerrero, prima di ucciderlo, secondo quanto racconta un testimone di questo delitto per cui Abarca non è stato condannato, ma che è depositato in un fascicolo giudiziale.

Il 30 maggio 2013 otto persone scomparvero a Iguala. Erano attivisti, membri della Unidad Popular, un gruppo politico vicino al PRD. Tre di loro sono stati ritrovati, morti, in fosse comuni. La camionetta su cui viaggiavano venne rinvenuta nel deposito comunale degli autoveicoli di Iguala. Human Rights Watch, Amnisty Internacional e l’Ufficio a Washington per gli Affari Latinoamericani chiesero invano alle autorità federali di chiarire il caso, essendoci il fondato sospetto di un’implicazione delle autorità locali. Cinque attivisti sono tuttora desaparecidos.

I sicari con l’uniforme della polizia e quelli in borghese lavorano per lo stesso cartello, quello dei Guerreros Unidos che è in lotta con Los Rojos per il controllo degli accessi allatierra caliente, la zona calda tra lo costa e la sierra in cui prosperano le coltivazioni di marijuana e fioriscono i papaveri da oppio, che qui si chiamano amapola o adormidera. Le bande rivali sono nate dalla scissione organizzazione dei fratelli Beltrán Leyva, ormai agonizzante. Il 2 ottobre, mentre 50mila persone sfilavano per le strade della capitale per non far sbiadire la memoria di una strage, a Queretaro veniva arrestato l’ultimo dei fratelli latitanti, Hector Beltrán Leyva, alias “El H”, un altro figlio delle montagne dello stato del Sinaloa. “El H” era diventato un imprenditore rispettato. Originario della Corleone messicana, la famigerata Badiraguato, e antico alleato dell’ex jefe de jefes, Joaquín “El Chapo” Guzmán, che sta in prigione dal febbraio scorso, s’era costruito una reputazione rispettabile, onorata. Ma già da tempo il gruppo dei Beltrán s’era diviso in cellule cancerogene e impazzite secondo il cosiddetto effetto cucaracha: scarafaggi in fuga, un esodo di massa per non essere calpestati.

Ed eccoli qui che giustiziano studenti insieme ai poliziotti che, a loro volta, aspirano a posizioni migliori all’interno dell’organizzazione criminale, sempre più confusa con quella statale, e s’occupano della compravendita di protezione e di droga. L’eroina tira di più in questo periodo e Iguala è una porta d’accesso importante, una plaza di snodo. L’eroina bianca del Guerrero è un prodotto che non ha niente da invidiare, per qualità e purezza, a quella proveniente dall’Afghanistan. Anche per questo la regione è la più violenta del Messico da un anno e mezzo a questa parte e ha spodestato in testa alla classifica della morte altri stati in disfacimento come il Michoacan, il Tamaulipas, Sonora, il Sinaloa, Chihuahua, l’Estado de México e Veracruz.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 292 (Small)I responsabili del massacro di Iguala

I poliziotti detenuti accusano Francisco Salgado, uno dei loro capi, finito anche lui in manette, di avere ordinato loro di intercettare gli studenti fuori dalla stazione degli autobus. Invece l’ordine di sequestrarli e assassinarli sarebbe arrivato dal boss mafioso El Chucky. Chucky, come il personaggio del film horror “La bambola assassina” di Tom Holland. Il procuratore di Guerrero, Iñaki Blanco, ritiene che il principale responsabile della mattanza e della desaparición dei 43 normalisti sia il sindaco Abarca che “è venuto meno al suo dovere, oltre ad aver commesso vari illeciti”. Il procuratore parla solo di “omissioni”, promuoverà accuse per “violazioni alle garanzie della popolazione” e la revocazione della sua immunità, ma dal suo discorso non si capisce chi sarebbero tutti i responsabili né come saranno identificati e processati.

Chi ha ordinato ai (narco)poliziotti di fermare i normalisti e di sparare? Com’è possibile che il sindaco e il capo della polizia e delle forze di sicurezza locali, Felipe Flores, siano riusciti a fuggire? Perché i due, ma anche l’esercito e le forze federali, hanno lasciato gli studenti alla mercé della violenza? Perché la polizia prende ordini dai narcos e, anzi, fa parte del cartello dei Guerreros Unidos? Com’è possibile che tutto questo sia tragicamente così normale in Messico? Come mai nessuno l’ha impedito, se già da anni si era a conoscenza della situazione?

Infatti, ci sono prove del fatto che, almeno dal 2013, il governo federale e il PRD hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte all’evidenza: José Luis Abarca e sua moglie María Pineda avevano chiari vincoli col narcotraffico e con la morte di un militante come Arturo Hernández Cardona. Ma già dal 2009, quando il presidente era Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), la Procura Generale della Repubblica aveva reso pubbliche la relazioni della signora Pineda e dei suoi fratelli con il cartello dei Beltrán Leyva. La polizia di Iguala era in mano ai narcos e sono tantissime le realtà locali in Messico ove predomina questa situazione.

L’esperto internazionale di sicurezza e narcotraffico, il prof. Edgardo Buscaglia, ha parlato di Peña Nieto e di Calderón come figure simili tra loro, come coordinatori del patto d’impunità e della perdita di controllo politico nazionale: “Sono cambiate le facce, ma hanno lo stesso ruolo”.  Perciò, ha segnalato l’accademico, bisogna cominciare dal presidente per trovare i responsabili. Mentre la comunità internazionale “fa come se non stesse accadendo nulla”, nel paese “il denaro zittisce le coscienze collettive” e, secondo Buscaglia, “il sistema giungerà a una crisi e ci sarà una sollevazione sociale in cui si fermerà il paese e soprattutto il sistema economico”.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 129 (Small)Le scuole normali messicane

Resta il fato che sparuti gruppi di studenti, seppur combattivi, di un’istituzione rurale non sono pericolosi trafficanti né rappresentano minacce sistemiche. Perché annichilarli? Forse la storia ci aiuta a ipotizzare delle risposte. Le scuole normali messicane, nate negli anni ’20 e impulsate dal presidente Lázaro Cárdenas negli anni ’30 come baluardi del progetto di educación socialista per il popolo e le zone rurali del paese, sono considerate oggi dalla classe politica tecnocratica come un pericoloso e anacronistico retaggio del passato. Un’appendice inutile da estirpare per entrare appieno nella globalizzazione.

Di fatto i governi neoliberali, dai presidenti Miguel de la Madrid (1982-1988) e Carlos Salinas (1988-1994) in poi, hanno costantemente attaccato e minacciato la sopravvivenza del sistema scolastico delle normali che, ciononostante, ha saputo resistere. La funzione sociale di questi centri educativi è sempre stata fondamentale perché è consistita nell’istruire le classi sociali più deboli e sfruttate, specialmente i contadini e gli abitanti delle campagne, affinché potessero difendersi dai soprusi dei latifondisti e dei politici locali, secondo un chiaro progetto politico-educativo di emancipazione e ribellione allo status quo. L’alfabetizzazione della popolazione rurale e la formazione di maestri coscienti socialmente sembra essersi trasformata in un’anomalia per tanti settori benpensanti, politici e metropolitani.

Anche per questo gli studenti delle normali, in quanto portatori di modelli di lotta e di formazione antitetici rispetto a quelli delle élite locali e nazionali e dei cacicchi della narco-agricoltura e della narco-politica, sono già stati vittime in passato della barbarie e della repressione. Nel dicembre 2011 la polizia ne uccise due proprio di Ayotzinapa durante lo sgombero di un blocco stradale e di una manifestazione. Una violenza smisurata venne impiegata dalla Polizia Federale nel 2007 per reprimere gli alunni di quella stessa cittadina che avevano bloccato il passaggio in un casello della turistica Autostrada del Sole tra Acapulco e Città del Messico. Nel 2008 i loro compagni della normale di Tiripetío, nel Michoacán, furono trattati come membri di pericolose gang e, in seguito a una giornata di proteste e scontri con la polizia, 133 di loro finirono in manette.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 008 (Small)Tradizione stragista

La criminalizzazione dei normalisti va inquadrata anche nel più esteso processo di criminalizzazione della protesta sociale che incalza con l’approvazione di misure repressive, come la “Ley Bala”, che prevede l’uso delle armi in alcuni casi nei cortei da parte della polizia, con l’inasprimento delle pene per delitti contro la proprietà privata e l’ampliamento surreale delle fattispecie legate ai reati di terrorismo e di attacco alla pace pubblica. Tutti contenitori pronti per fabbricare colpevoli e delitti fast track. Il caso di Mario González, studente attivista arrestato ingiustamente il 2 ottobre 2013 e condannato, senza prove e con un processo ridicolo, a 5 anni e 9 mesi di reclusione, sta lì a ricordarcelo.

Ma la “tradizione stragista” e di omissioni dello stato messicano è purtroppo molto più lunga e persistente. Basti ricordare alcuni nomi e alcune date, solo pochi esempi tra centinaia che si potrebbero menzionare: 2 ottobre 1968, Tlatelolco; 11 giugno 1971, “Los halcones”; anni ’70 e ‘80, guerra sucia; 1995, Aguas Blancas, Guerrero; 1997, Acteal, Chiapas; 2006, Atenco y Oaxaca; 2008 y 2014, Tlatlaya; 2010 e 2011, i due massacri di migranti a San Fernando, Tamaulipas; 2014, caracol zapatista de La Realidad, Chiapas; 2014, Iguala; 2006-2014, NarcoGuerra, 100mila morti, 27mila desaparecidos…

La OAS (Organization of American States), Human Rights Watch, la ONU, la CIDH (Corte Interamericana dei Diritti Umani) si sono unite al coro internazionale di voci critiche contro il governo messicano. La notizia delle fosse comuni e della mattanza di Iguala sta cominciando a circolare nei media di tutto il mondo e si erge a simbolo dell’inettitudine, dell’impunità e della corruzione. In pochi giorni è crollata la propaganda ufficiale che presentava un paese pacificato e sulla via dello sviluppo indefinito.

“Estamos moviendo a México”

Marcha Ayotzinapa 8 oct 225 (Small)Gli spot governativi presentano un Messico che si muove, che sta sconfiggendo i narcos e che, grazie alla panacea delle “riforme strutturali”, in primis quella energetica, ma anche quelle della scuola, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, si starebbe avviando a entrare nel club delle nazioni che contano: una retorica, quella delle riforme necessarie e provvidenziali, che suona molto familiare anche in Europa e in Italia e che, in terra azteca, copia pedantemente quella dei presidenti degli anni ottanta e novanta, in particolare di Carlos Salinas de Gortari. Dopo la firma del NAFTA (Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord) con USA e Canada, Salinas preconizzava l’ingresso del Messico nel cosiddetto primo mondo. Invece alla fine del suo mandato nel 1994 l’insurrezione dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas, l’effetto Tequila, la svalutazione, indici di povertà insultanti e la fine dell’egemonia politica del PRI (Partido Revolucionario Institucional, al potere durante 71 anni nel Novecento) attendevano al bivio il nuovo presidente, Ernesto Zedillo (1994-2000).

Oggi Peña Nieto, anche lui del PRI, dopo aver approvato le riforme costituzionali e della legislazione secondaria in fretta e furia, cerca di vendere il paese agli investitori stranieri, mostrando al mondo come pregi gli aspetti più laceranti del sottosviluppo: precarietà e flessibilità del lavoro; salari da fame per una manodopera mediamente qualificata, non sindacalizzata e ricattabile; movimenti sociali anestetizzati; un welfare non universale, discriminante e carente; riforme educative dequalificanti per professori e alunni ma “efficientiste”; stato di diritto “flessibile”, cioè accondiscendente con i forti e spietato coi deboli.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 276 (Small)Il presidente annuncia lo sforzo del Messico per consolidare l’Alleanza del Pacifico, un’area commerciale sul modello del NAFTA per i paesi americani affacciati sull’Oceano Pacifico, e la prossima partecipazione di personale militare e civile alle “missioni di pace dell’ONU”come quella ad Haiti, la missione dei caschi blu chiamata MINUSTAH, che pochi onori e tante grane ha portato al paese caraibico e agli eserciti latinoamericani, per esempio il brasiliano, l’uruguaiano e il venezuelano, che vi partecipano attivamente.

Questa politica da “potenza regionale”, però, deve fare i conti con la cruda realtà. L’inserto Semanal del quotidiano La Jornada del 5 ottobre ha pubblicato un box con un piccolo promemoria: dal dicembre 2012 al gennaio 2014 ci sono stati 23.640 morti legati al narco-conflitto interno, 1700 esecuzioni al mese, con Guerrero che registra, da solo, un saldo di 2.457 assassinii, secondo quanto  riferisce la rivista Zeta in base all’analisi dei dati ufficiali. Nel 2011 Fidel López García, consulente dell’ONU intervistato dalla rivista Proceso (28/XI/2011), aveva parlato di un milione e seicentomila persone obbligate a lasciare la loro regione d’origine per via della guerra. Anche per questo il Messico rischia di trasformarsi in un’immensa fossa comune (e impune).

Ayo foto corteo lungoPost Scriptum. Il corteo.

“¿Por qué, por qué, por qué nos asesinan? ¡26 de septiembre, no se olvida!” (“Perché, perché, perché ci assassinano? Il 26 settembre non si dimentica”).  E’ stato il grido di oltre 60 piazze del Messico e decine in tutto il mondo nel pomeriggio dell’8 ottobre 2014.

“Gli studenti sono vittime di omicidi extragiudiziari, si sequestrano e si fanno sparire non solo studenti ma anche attivisti sociali e quelli che vanno contro il governo […] è una presa in giro verso il nostro dolore, non sappiamo perché fanno questo teatrino politico”. Così ha espresso la sua rabbia Omar García, compagno degli studenti uccisi, in conferenza stampa. L’esercito, che nei tartassanti spot governativi viene ritratto come un’istituzione integra, fatta di salvatori della patria e protettori dei più deboli, ha vessato gli studenti di Ayotzinapa che portavano con loro un compagno ferito:

“Ci hanno accusato di essere entrati in case private, gli abbiamo chiesto di aiutare uno dei nostri compagni e i militari han detto che ce l’eravamo cercata. Lo abbiamo portato noi all’ospedale generale ed è stato lì a dissanguarsi per due ore. L’esercito stava a guardare e non ci hanno aiutato”, continua Omar. “Il governo statale sapeva quello che stavamo facendo, non eravamo in attività di protesta ma accademiche ed è dagli anni ’50 che occupiamo gli autobus e la polizia se li viene riprendere, ma non deve aggredirci a mitragliate”.

Il normalista ha infine parlato del governatore Aguirre: “Il nostro governatore ha ammazzato 13 dirigenti di Guerrero e due compagni nostri nel 2011 e per nostra disgrazia questi sono rimasti nell’oblio. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani, cha aveva emesso un monito, non ha più seguito la cosa e il caso è rimasto impune, chi ha ucciso è rimasto libero”.

Perseo Quiroz, direttore di Amnisty in Messico, ha spiegato che non serve a nulla che il presidente Peña si rammarichi pubblicamente dei fatti di Iguala perché “questi incubavano tutte le condizioni perché succedessero, non sono fatti isolati […] lo stato messicano colloca la tematica dei diritti umani in terza o quarta posizione e per questa mancanza di azioni accadono come a Iguala”.

Ayo Polizia comunitaria a AyotzinapaAnche il Dottor Mireles, leader del movimento degli autodefensas del Michoacán e incarcerato dal luglio 2014, ha mandato unmessaggio dal carcere solidarizzando con i normalisti di Iguala. Il suo comunicato è importante perché sottolinea il doppio discorso e le ambiguità del governo: da una parte la connivenza narcos-autorità-polizia è la chiave di un massacro di studenti nel Guerrero, per cui i vari livelli del governo sono immischiati e responsabili; dall’altra si mostra una falsa disponibilità al dialogo con gli studenti del politecnico (Istituto Politecnico Nazionale, IPN) che hanno occupato l’università due settimane fa per chiedere la deroga del regolamento, da poco approvato alla chetichella dalle autorità dell’ateneo, che attenta contro i principi dell’educazione pubblica e dell’università. Nonostante le dimissioni della rettrice dell’IPN e l’intimidazione derivata dal caso Ayotzinapa, la protesta studentesca continua, chiede la concessione dell’autonomia all’ateneo (cosa già acquisita da tantissime università del paese) e mette in evidenza la scarsa volontà di dialogo dell’esecutivo.

A San Cristobal de las Casas, nel Chiapas, gli zapatisti hanno proclamato la loro adesione alle iniziative di protesta di questa giornata e in migliaia hanno realizzato con una marcia silenziosa alle cinque del pomeriggio.

L’EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario) ha emesso un comunicato in cui ha definito il massacro come un “atto di repressione e di politica criminale di uno stato militare di polizia”.

Il sindacato dissidente degli insegnanti, la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), era presente alle manifestazioni che sono state convocate in decine di città messicane e presso i consolati messicani in oltre dieci paesi d’Europa e delle Americhe. La Coordinadora ha anche dichiarato lo sciopero indefinito nello stato del Guerrero. Nella capitale dello stato, Chilpancingo, hanno marciato oltre 10mila dimostranti.

A Città del Messico abbiamo assistito a una manifestazione imponente, non solo per il numero dei manifestanti, comunque alto per un giorno lavorativo e stimato tra le 70mila e le 100mila persone, quanto soprattutto per la diversità e il forte coinvolgimento delle persone nel corteo. Hanno risposto alla convocazione dei familiari delle vittime e degli studenti scomparsi centinaia di organizzazioni della società civile, tra cui il Movimento per la Pace e l’FPDT (Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco), che sono scese in piazza con lo slogan “Ayotzinapa, Tod@s a las calles” mentre su Twitter e Facebook gli hashtag di riferimento erano  #AyotzinapaSomosTodos e #CompartimosElDolor, condividiamo il dolore.

Ayotzinapa resiste cartelloNel Messico della narcoguerra le mattanze si ripetono ogni settimana, da anni, e così pure si riproducono le dinamiche criminali che distruggono il tessuto sociale e la convivenza civile. Solo che ultimamente non se ne parla quasi più. I mass media internazionali e buona parte di quelli messicani hanno semplicemente smesso d’interessarsi della questione, seguendo le indicazioni dell’Esecutivo.

La strage di Iguala e il caso Ayotzinapa stanno facendo breccia nella cortina di fumo e silenzio alzata dal nuovo governo e dai mezzi di comunicazione perché mostrano in modo contundente, crudele e diretto la collusione della polizia, dei militari e delle autorità politiche a tutti i livelli con la delinquenza organizzata. Sono i sintomi della graduale metamorfosi dello stato in “stato fallito” e “narco-stato”. Disseppelliscono il marciume nascosto nella terra, nelle sue fosse e nelle coscienze, nei palazzi e nelle procure. Smascherano la violenza istituzionale contro il dissenso politico e sociale, aprono le vene della narco-politica ed evidenziano omertà e complicità del potere locale, regionale e nazionale. Per questo Iguala e le sue vittime fanno ancora più male.

[Questo testo fa parte del progetto NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga]

P.S. Mentre stavo per pubblicare quest’articolo, il governo messicano, attaccato da tutti fronti per la strage di Iguala e i desaparecidos di Ayotzinapa, ha annunciato la cattura di Vicente Carrillo, capo del cartello di Juárez. Un altro colpo a effetto al momento giusto per distrarre l’opinione pubblica, ricevere i complimenti della DEA (Drug Enforcement Administration) e provare a smorzare gli effetti dell’indignazione mondiale. A che serve catturare un boss importante se continuano comunque le mattanze come a Iguala e tutto resta come prima?

Galleria fotografica della manifestazione a Città del Messico: LINK

Video Cori e Sequenze del Corteo: LINK

Esercito fa strage di indigeni in Guatemala

totofuneral.jpegIl Guatemala dell’ex generale e attuale presidenteOtto Pérez Molina rivive l’incubo della violenza e della repressione. Come ai tempi della guerra civile, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1996 con gli accordi di pace tra la guerriglia e il governo, il 4 ottobre scorso membri dell’esercito, che coadiuvavano la polizia nel controllo di una manifestazione popolare pacifica, hanno sparato sulla folla. I manifestanti appartenevano alla comunità centromeridionale di Totonicapan, situata 170 km a nord-ovest dalla capitale Ciudad de Guatemala e formata in prevalenza da indigeni di etnia Maya-Quiché. La notizia è preoccupante e gravissima, ma è passata quasi inosservata in Italia (segnalo un buon pezzo, forse l’unico, suPeaceLink), soprattutto tra i mass media tradizionali. 8 morti e 35 feriti da arma da fuoco: questo il saldo della strage che è avvenuta in una zona trafficatissima e molto conosciuta, l’incrocio di “4 caminos” tra le località turistiche di Hehuetenango, Chichicastenango, il Lago Atitlán e Quetzaltenenago.

Che cosa stavano mai facendo i “sediziosi” manifestanti? Incendiavano e occupavano prigioni, caserme o palazzi del governo? Improvvisavano un colpo di stato con milizie popolari inferocite e sanguinare al seguito? Gridavano alla rivoluzione armata e alla decapitazione dei caudillos o dei loro governanti? No. Stavano manifestando pacificamente contro l’aumento delle tariffe elettriche, una vera piaga sociale in un paese semi-colonizzato da compagnie straniere in particolare nel settore energetico e in quello minerario, e contro alcune politiche governative. Alle mobilitazioni avevano aderito anche altri settori della popolazione, oltre a indigeni e contadini: c’erano commercianti, impiegati e docenti, tra gli altri. Come succede in qualunque altra società, una comunità di abitanti della regione mostrava il proprio dissenso mentre alcuni loro delegati, rappresentanti dei 48 cantoni in cui si divide il Comune, si trovavano proprio seduti a un tavolo di negoziazione con il governo, rappresentato dal delegato Miguel Ángel Balcárcel, nella capitale.

Dall’anno 2000 l’esercito del paese centroamericano è autorizzato ad affiancare la Polizia Nazionale nelle operazioni di sicurezza interna, una misura che oggi più che mai dovrebbe essere messa in discussione. E’ un approccio seguito anche dal vicino Messico in cui negli ultimi 6 anni la guerra o “offensiva militare” dichiarata dal presidente Felipe Calderón ai cartelli del narcotraffico ha provocato oltre 60mila morti e la dissoluzione del tessuto sociale in numerose regioni del paese. Il numero totale di morti nel sessennio è di 103mila per diversi motivi, tra cui la perdita di controllo in intere macrozone, soprattutto nel Nord-Est, nel Golfo del Messico e lungo la frontiera con gli USA.

Il 14 ottobre migliaia di manifestanti, in solidarietà con la comunità di Totonicapán e con le famiglie delle vittime, sono scesi in piazza e hanno marciato verso la Corte di Giustizia e del Palazzo Nazionale, sede della presidenza della Repubblica, per chiedere “giustizia” e dire “no all’impunità”. Hanno anche protestato per chiedere la fine della violenza contro i popoli originari e dei progetti minerari e idroelettrici imposti sui loro territori.

Il Guatemala ha uno dei tassi di violenza, misurato dal numero di morti violente ogni centomila abitanti più alti del pianeta: siamo su cifre di 40-50 omicidi ogni 100mila abitanti (a seconda delle fonti), il doppio del Messico e del Brasile, circa cinque volte la media mondiale, per capirci. Il dipartimento di Chiquimula, a est, ed Escuintla, a sud, sono i più violenti con 97 e 96 assassinii ogni 100mila abitanti. Sono tassi simili a quelli del vicino Honduras, il paese più mortifero del mondo.

Inizialmente il presidente Pérez aveva dichiarato che i soldati non avevano utilizzato le armi, ma poi è passato alla versione secondo cui s’è trattato di “spari in aria e legittima difesa” per poi infine capitolare, ammettere la responsabilità dei militari e promettere il rispetto delle decisioni della magistratura e le sue scuse ufficiali ai familiari delle vittime.

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Il 12 ottobre, infatti, un colonnello dell’esercito e otto soldati sono finiti sotto processo e resteranno nella prigione della brigata Mariscal Zavala a Guatemala City finché il giudice non si sarà espresso sul prolungamento della reclusione preventiva. HRW (la ONG Human Rights Watch) ha apprezzato l’intervento rapido della giustizia “come il modo più efficace di evitare la ripetizione di gravi crimini di questo tipo” e i magistrati stanno investigando su questo caso che è il più grave dalla fine del conflitto armato sedici anni fa. Sarà anche la prima volta dal 1996 che si apre un processo simile. L’opposizione parlamentare aveva chiesto la sospensione dell’immunità per il presidente e il ministro della difesa, Ulises Anzueto, ma il 18 ottobre la Corte Suprema s’è espressa in senso contrario.

C’è chi sostiene (vedi link a PlazaPublica), a ragione, che il movente razzista e classista dell’attacco e della mattanza di Totonicapán possa far pensare a un ritorno delle pratiche genocide della dittatura: si esclude ogni responsabilità governativa, si crea il mito dei “due bandi” in lotta (indigeni e guerriglieri contro lo Stato o le “forze del bene), si difende la militarizzazione della società e della sicurezza, si promuove uno Stato razzista, in balia di pochi gruppi d’interesse (i vecchi “latifondisti” del Guatemala contadino e le multinazionali), e infine si continua sulla linea repressiva di altri casi, meno noti, come quello del Valle del Polochic contro le popolazioni q’eqchi’; quello di Barillas, Huehuetenango e le persecuzioni che tacciano di terroriste le genti kaqchikeles di San Juan Sacatepéquez.

Il rappresentante della Commissione ONU contro l’Impunità in Guatemala, Francisco Dall’Anese, ha raccomandato formalmente e pubblicamente al presidente di allontanare l’esercito dalle strade, impedendogli di ricoprire funzioni di polizia. Otto Pérez ha annunciato una riforma legale in tal senso, ma senza precisare. Inoltre, come segnala la pagina Facebook del Consejo de Juventudes Indígenas (una fonte d’informazione importante sul caso Totonicapán) riportando una notizia delquotidiano La Hora, pare abbia di nuovo cambiato idea. “L’esercito del Guatemala continuerà con i compiti di sicurezza interna. Dobbiamo prendere misure di fatto per risolvere i nostri problemi, se andiamo avanti sulla linea del confronto, entriamo in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire”, ha dichiarato il presidente.

David Lifodi su PeaceLink denuncia giustamente che “in realtà, i militari spesso sono inviati fino alle più remote comunità maya per stroncare qualsiasi forma di ribellione contro la costruzione delle centrali idroelettriche e l’estrazione mineraria a cielo aperto”. Infatti, continua l’articolo “l’ennesimo aumento delle tariffe per compiacere la multinazionale dell’energia Energuate (a capitale inglese), si somma alle nefandezze della spagnola Unión Fenosa che, tramite le sue partecipate locali, tra cui Deocsa, da anni ha messo in atto un durissimo braccio di ferro con le comunità indigene, spesso lasciate senza luce negli anni scorsi durante le feste natalizie”. Questo è il video più completo con le testimonianze delle vittime della repressione a Totonicapán:

Anche la “nostra” Enel, impresa italiana a partecipazione pubblica, opera in territori, in comunità e con progetti non esenti da una serie di conflitti in Guatemala, nella regione del Quiché, come segnalava Matteo Dean sul Manifesto in questi termini: “si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia”. E continua, “la presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso)”. @FabrizioLorusso http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004494.html#004494

Infine riproduco dal sito di A SUD(che lo ha tradotto in italiano) l’appello di numerose organizzazioni sociali e invito alla sua diffusione:

Diffondiamo qui si seguito l’appello inviatoci da numerose organizzazioni sociali e indigene del Guatemala che denunciano la brutale repressione sofferta nei giorni scorsi da organizzazioni indigene guatemalteche. Ci uniamo alla denuncia e alla richiesta di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle comunità e dei popoli tradizionali e di indagare sull’accaduto garantendo giustizia alle vittime.

APPELLO
Di fronte ai fatti violenti accaduti giovedí 4 ottobre, le organizzazioni social dei diritti umani sotto firmanti, denunciamo:

1. Nel pomeriggio del 4 ottobre, il Comitato dei 48 Cantoni di Totonicapan, struttura ancestrale di rappresentazione indígena del suo popolo, è stato violentemente represso da parte di forze dell’Esercito presenti nel kilometro 170 della strada Interamericana, in risposta alla manifestazione organizzata per dimostrare la loro contrarietà alle riforme alla costituzione, alla riforma del piano di studi delle magistrali e all’alto costo dell’energia elettrica. Come risultato dell’intervento armato da parte del governo, quattro persone sono morte, circa diciotto sono i feriti e varie le persone intossicate.
2. L’azione violenta delle autoritá é avvenuta proprio mentre i rappresentanti dei 48 cantoni stavano partecipando a una riunione con il responsabile del Sistema Nazionale di Dialogo, Miguel Angel Balcárcel, dato che il presidente della Repubblica, Otto Perez Molina, non ha assistito all’incontro. I lider dei 48 Cantones sono stati nella casa Presidenziale aspettando il presidente, mentre l’Esercito agiva contro la popolazione nel kilometro 170 della strada Interamericana.
3. L’utilizzo di forze combinate con la presenza di militari muniti di armi da fuoco, per controllare un’azione civica di protesta e di rivendicazione realizzata nel pieno esercizio dei diritti universalmente riconosciuti e garantiti dalle leggi nazionali, è una dimostrazione di violenza da parte dello Stato, che si dimostra incapace di agire in maniera coerente con la cultura democratica e nel rispetto dello stato di diritto.
4. L’utilizzo di personale militare e di armi da fuoco in azioni di sgombro o di intervento in manifestazioni o riunioni pubbliche, in base alle deliberazioni del Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, costituisce tortura, situazione per la quale lo stato del Guatemala è stato sanzionato in varie occasioni da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
5. L’azione autoritaria e il fatto di negarsi a sostenere un dialogo efficace finalizzato a risolvere i problemi reali della popolazione, l’abbandono storico e il discorso demagogico, violentano i diritti fondamentali che hanno come obiettivo riconoscere la dignità della popolazione e delle persone.

Di fronte a questa situazione, domandiamo:

1. Alla Procura dei Diritti Umani (PDH), l’investigazione profonda dei fatti e il rilascio immediato di una risoluzione che permetta identificare i responsabili delle violazioni.
2. Al Pubblico Ministero (MP), di iniziare un processo penale contro i funzionari che risultino responsabili di questi fatti sanguinosi, e delle violazioni ai diritti dei diritti umani da parte di membri delle forze di sicurezza, civili e militari.
3. Al Governo del guate,ala, di consegnare alle autoritá della Procura dei diritti Umani e al Pubblico Ministero tutta l’informazione relativa ai nomi dei funzionari che comandano le unitá coinvolte, il piano d’azione, il dettaglio elle istruzioni trasmesse dalla citta Capitale da parte del Ministero dell’Interno e della difesa, verso i l posto in cui accadevano questi fatti. Inoltre, ritirare temporaneamente dalle loro posizioni i funzionari coinvolti i quali, per azione o per omissione, risultano coinvolti nei fatti che sono accaduti.
4. Al presidente della Repubblica Otto Perez Molina, l’immediata smilitarizzazione delle forze di sicurezza, cosí come di non utilizzare unitá militari.
5. Al Parlamento del Guatemala, di derogare il decreto 40-2000 che permette la realizzazione in meaniera congiunta (Polizia ed Esercito) e che si prenda atto del carattere di Legge che hanno gli Accordi di Pace e in particolare l’Accordo sul Rafforzamento del potere civile e la funzione dell’-esercito in una società democratica.
6. Chiediamo alle autorità politiche, legislative e al settore privato che vengano abbandonati questi modi di agire autoritari e che si assumano norme di convivenza democratica reale e non demagogica.
7. Alle comunità e ai dirigenti dei 48 cantoni di Totonicapan, alle famiglie delle persone uccise, ferite e vittime di questi fatti, manifestiamo la nostra solidarietà profonda e il nostro impegno ad accompagnarli nella ricerca di giustizia per questi fatti dolorosi.

Guatemala, 4 de octubre de 2012

Firmatari:

Convergencia por los Derechos Humanos
Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos -CALDH-
Centro Internacional para Investigaciones en Derechos Humanos -CIIDH-
Fundación Sobrevivientes
Instituto de Estudios Comparados en Ciencias Penales de Guatemala -ICCPG-
Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado de Guatemala -ODHAG-
Seguridad en Democracia -SEDEM-
Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos-Guatemala -UDEFEGUA-
Asociación Familiares de Desaparecidos de Guatemala -FAMDEGUA-
Centro de Estudios de Guatemala -CEG-
Equipo Comunitario de Apoyo Psicosocial -ECAP-
Educa Guatemala
Sector Mujeres de Sociedad Civil
Unión Nacional de Mujeres de Guatemala -UNAMG-

Aggiornamento Honduras, le notizie nascoste della repressione e il golpe

The Mountains Of Olancho da littlewoodenman.
RIPORTO TRE E-MAIL ALLARMANTI SU QUANTO STA SUCCEDENDO IN HONDURAS COME AGGIORNAMENTO RIASSUNTO SUL GOLPE E LA REPRESSIONE DELLA GIUNTA PRESIDEUTA DA ROBERTO MICHELETTI NEGLI ULTIMI GIORNI. SITUAZIONE TESA A TEGUCIGALPA E ANCHE NEI PAESINI DI PROVINCIA CON PRESENZA MILITARE.
UNO: REPRESSIONE CONTRO LE ORGANIZZAZIONI POPOLARI IN HONDURAS, OLANCHO
Querido poeta: en Olancho están sobrevolando jets militares para amedrentar a las organizaciones populares. Se están acrecentando las medidas represivas, sí.
 
Sucede que los olanchanos que vinieron a las marchas en Tegucigalpa se regresaron muy molestos declarando que nunca más iban a protestar desarmados. Esto fue por los hechos del aeropuerto donde nos disparararon. Obed, el compañero muerto era de Catacamas.
 
la dirigencia popular de Olancho les ha mandado un reto a los militares: ¡atrévanse a venir a jodernos aquí y ya verán! Los olanchanos siempre han tenido fama de bravos, ese es el asunto.
 
Igual reto salió de los pueblos de occidente, los aguerridos santabarbarenses y copanecos. Como ve, esto está más tenso de lo calculado.
 
Sacaron a casi todos los soldados de Tegucigalpa y los han reagrupado para maniobras contrainsurgente. La artillería está en prácticas de tiro igual que los tanques.
 
Ya le cuento más. Divúlguelo.

 

 
M. me escribió que nuevamente hay estado de sitio y algo de acción en Olancho
 CHE STA’ SUCCEDENDO?
¿Qué está ocurriendo?
 
 DUE: PACE IN GUERRA?
De:
Asunto: Pacem in bellis?? la paz sin manoseo
A: contacto@rds.org.hn
Fecha: viernes, 17 julio, 2009, 10:54 am
La paz es una construcción social que, obviamente, necesita de una estructura ciudadana conciente de los valores que la forman, valores que la clase política hondureña ha sabido instrumentar y pervertir a través de la ley, “las buenas costumbres”, “el sentido común” y el poder estatal; no obstante, en la mentalidad del ciudadano común, estos valores aparecen desvinculados de su realidad personal y por eso no se apropian de ellos como medios para frenar la corrupción, la injusticia, la irresponsabilidad política y el irrespeto interpersonal, verdaderos causales de la violencia y de la inestabilidad social.

Nos ayuda, para puntualizar en estas apreciaciones, la Encíclica Vaticana inspirada por Juan XXIII, PACEM IN TERRIS, de 1963, en la cual se identificaban cuatro importantes requisitos para que reine la paz: la verdad, la justicia, el amor y la libertad.

“Para que una sociedad se ordene de acuerdo a la dignidad humana, «debe basarse en la verdad» -afirmaba Juan XXIII, Citando Efesios 4, 25, escribía que toda persona debería hablar de la verdad con su prójimo.- Esta práctica implica el reconocimiento no sólo de los derechos de cada individuo, sino también de los deberes que se debe cumplir de cara a los demás.

Tras fundarse sobre la verdad, la sociedad «debe llevarse a efecto por la justicia». Esto se alcanza cuando respetamos los derechos de los demás y satisfacemos nuestros deberes hacia ellos. Sólo entonces las personas se guiarán por la justicia en sus relaciones sociales. Pero esta vida social también necesita, indicaba la encíclica «estar animada por un amor tal que sientan las necesidades de los demás como propias, induciéndoles a compartir sus bienes con los demás, y a esforzarse en el mundo para lograr que todos los hombres sean iguales herederos de los más nobles valores intelectuales y espirituales».

El último de los cuatro conceptos, la libertad, entra en juego cuando los miembros de la sociedad eligen como medios para realizar sus acciones aquellos que son «coincidentes con la dignidad de sus miembros individuales, quienes, estando dotados de razón, asumen la responsabilidad de sus propias acciones».

Descrito lo anterior, es obvio que la paz pregonada por los golpistas en Honduras, es tan solo un souvenir o una contraseña, un salvoconducto para cruzar en caballo blanco la historia brutal de lo que entienden por democracia.

E.F.

Sabanagrande, F.M.
17 de julio, 2009


Tierras de sol y no poder ver de frente el sol… tierra de hombres y no poder ver de frente al hombre” (Seferis)

Asunto: Fiscalía contra la Hemeroteca!!!!

TRE: LA PROCURA SI SCAGLIA CONTRO L’EMEROTECA. FRONTE NAZIONALE CONTRO IL COLPO DI STATO
La Golpista y usurpadora del Ministerio de Cultura, Artes y Deportes, Mirna Castro, ha acusado formalmente ante el Ministerio Público, a la Directora de la Hemeroteca, Nathalie Roque bajo el absurdo de “Divulgar sin autorización material secreto del Ministerio de Cultura”
 
Nathalie ha sido clave para desentrañar -por medio de archivos periodísticos- toda la trama histórica donde han intervenido los actuales golpistas. Entre los documentos significativos que ha ayudado a divulgar para la resistencia se encuentra la orden del ex-presidente Carlos Flores Facussé para acordar darle 100,000 lempiras mensuales al Cardenal oscar Andrés Rodríguez para su sustento.
 
De igual forma ha sacado a luz el juicio por robacarros que se le hizo al General golpista Romeo Vásquez junto a otros militares a principios de los 90.
 
También, logró encontrar los archivos que demuestran que Micheletti apoyó la moción para crear una Constituyente en 1985, con fotografía y adhesión incluída.
 
El Frente nacional Contra el Golpe de Estado ya tiene conocimiento del hecho, y junto al CODEH (Comité para los Derecho Humanos de Honduras) se está movilizando para apoyar contra los fiscales enviados a la joven y valiente compañera Nathalie Roque.
 
Esta acción se suma a los despidos indiscriminados de las valiosas artistas y profesionales  Isadora Paz (reconocida balletista) y Rebeca Becerra lanza (reconocida poeta).
 
RESISTENCIA

Fotogalleria della Sexta Marcha por la Justicia, Hermosillo, Sonora, Mexico

Foto della Sesta Marcia per la giustizia a Hermosillo (allego il link a un video), Sonora, Messico, in ricordo dei 48 bambini morti nell’incendio dell’asilo ABC di Hermosillo, nel nord del Messico, lo scorso 5 giugno e per chiedere giustizia per le vittime e castigo per i responsabili.

Ecco il sito ufficiale del movimento che sta cercando di ottenere giustizia a Hermosillo, e’ possibile aiutare ecoomicamente e moralmente le vittime, la diffusione e’ raccomandata cosi’ come qualunque forma di aiuto: http://www.angelesenespera.org/ (angeli in attesa). Le foto sono del giornalista messicano Benjamín Alonso Rascón.

11 luglio 2009

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INIZIATIVA DI SOLIDARIETA’ BAMBINI DI HERMOSILLO – SOLIDARIDAD NIÑOS DE HERMOSILLO

Hermosillo (web_IMG_1661) da El Pino.

Foto da: http://www.flickr.com/photos/provinciano/3637575934/

RICEVO E DIFFONDO QUESTO INVITO DI MUJERES SIN MIEDO (DONNE SENZA PAURA) A CREARE UN FONDO PER COPRIRE LE SPESE LEGALI DELLE FAMIGLIE DEI BAMBINI MORTI AD HERMOSILLO, SONORA, MESSICO DURANTE L’INCENDIO DELL’ASILO “ABC”.


Recibimos y difundimos esta invitación de nuestr@s herman@s de Mujeres sin Miedo a crear un fondo para cubrir los gastos legales de las familias de l@s niñ@s muert@s en la Guardería ABC de Hermosillo, Son.

¡Una vez más, QUE SE HAGA JUSTICIA!

Difúndanla entre sus contactos

Nosotr@s en Red
www.nosotrasenred.org


MENSAJE ORIGINAL – MESSAGGIO ORIGINALE

Con respeto y compasión por la pena que sufren las familias y amigos de los niñ@s y fallecid@s en el incendio acaecido en la Guardería ABC de Hermosillo Sonora, el día 5 de junio, así como con indignación por los daños a niñ@s y adultos, a consecuencia de esa tragedia:

Anunciamos a ustedes la apertura de la cuenta 0621312438 a nombre de: María del Carmen Huete Lira y/o Ofelia Medina, en BANORTE, CLABE 072180006213124382 para que los familiares de las víctimas, puedan hacer la denuncia penal contra los presuntos culpables de las muertes de niñ@s y daños a niñ@s y adultos, en dicho incendio.

Invitamos a quienes sin otro afán que se haga justicia y sin ninguna implicación partidista, quieran contribuir a que las familias denuncien y en su momento demanden castigo ejemplar y reparación del daño a quienes  resulten culpables del homicidio de 47 infantes y los daños a los demás afectados en estos terribles hechos, a que hagan sus aportaciones a la cuenta y se mantengan informados a través del blog y el correo electrónico que para este efecto hemos creado.

Entre otros quienes ya hemos aportado a esta cuenta estamos: Ofelia Medina, Carmen Huete, Humberto Robles, Begoña Lecumberri, Alberto Estrella, Víctor Carpinteiro, Ursula Pruneda, Patricia Díaz, Cecilia Suárez, Pedro Armendáriz, Fernando Becerril, Joaquín Cossío, Roberto Sosa, Teresa Ruiz, Francesca Guillén, Lucy Orozco, Miguel Rodarte, Sergio Arau, Gerardo Tort, Cassandra Ciangerotti.

Por favor avisar de sus depósitos a: justiciaguarderiabc@gmail.com y/o de lunes a viernes de 10:00 a 15:00 a los teléfonos del Fideicomiso para la Salud de los Niños Indígenas de México A.C.: (55) 56 65 91 90 y (55) 51 71 37 05.

Hacemos de su conocimiento el blog: www.quevivalainfancia.blogspot.com donde encontrarán una recopilación de las noticias de este lamentable suceso, así como actualidades y avances de nuestras aportaciones.

Por “Mujeres Sin Miedo”:

Ofelia Medina, Carmen Huete, Humberto Robles y Begoña Lecumberri


* MUJERES SIN MIEDO http://mujeressinmiedo.blogspot.com