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“Adonis, il pugile fantasma” – [video]

Questo 23 maggio 2017, in Repubblica Dominicana, ricorreva il terzo anniversario dall’entrata in vigore della controversa Ley 169-14, meglio nota come Ley de Naturalización. Con questo provvedimento, il Governo dominicano intendeva porre rimedio alla riforma costituzionale del 2013 che, applicando retroattivamente nuovi criteri per l’acquisizione della nazionalità, di fatto, aveva prodotto oltre 200.000 apolidi. Tuttavia, ancora oggi, a tre anni di distanza, sono pochissime le persone che hanno potuto regolarizzare il loro status, mentre la maggior parte degli afectados resta sospesa in un limbo giuridico nel quale sono negati tutti i diritti civili. Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale delle Migrazioni (IOM), inoltre, tra il 2015 e il 2016, circa 100.000 persone ritenute irregolari, quasi tutte di origine haitiana, sono state rimpatriate ad Haiti, in un clima di crescente tensione e violenza.

Questa è la storia di Adonis, un giovane pugile di talento nato e cresciuto in Repubblica Dominicana, il cui sogno di riscatto si è infranto contro il muro della burocrazia e del razzismo. Il corto, realizzato da Raúl Zecca Castel, è stato adottato e diffuso da Amnesty International all’interno della campagna di sensibilizzazione contro l’apatridia.

Per visualizzare la versione inglese clicca qui, mentre per quella in francese clicca qui.

Di seguito riproponiamo la lettura del reportage “Da schiavi a zombi”, sempre a firma di Raúl Zecca Castel, originariamente pubblicato sull’edizione online del Corriere della Sera il 12 gennaio 2017.

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Nuova Rivista Letteraria: Nuovi #Nazionalismi #Populismi #Razzismi #Destra @edizionialegre

Simone Scaffidi L. su Carmilla ON Line ha recensito il secondo numero del nuovo corso di Rivista Letteraria (n. 2) sulla “rinazionalizzazione delle masse” (leggi qui l’editoriale che così s’intitola) e i nuovi (e vecchi) “nazionalismi, populismi e razzismi”. Ecco la recencione e qui-link trovate la rivista (oltre che in vari punti vendita). 

lega-nord-che-guevara«Sono un fascista e morirò fascista»
Licio Gelli
(21 aprile 1919 – 15 dicembre 2015)

Il n° 2 di Nuova Rivista Letteraria continua il percorso di risemantizzazione del verbo informativo e decostruzione di stereotipi, cominciato in maggio con la prima uscita della nuova serie, dedicata alle Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte. Questa volta la critica, più che mai necessaria e di dirompente attualità, si concentra sull’avanzata di un immaginario autoritario, identitario e razzista, e si propone – attraverso il fortunato connubio tra letteratura e azione sociale – di stimolare pratiche culturali volte ad arginare l’ondata nazionalfascista che va riversandosi nelle nostre vite. Depurata da retoriche e parole d’ordine di dubbia efficacia, quest’opera collettiva e trasversale, tifa per un’evasione performativa che agisca su una realtà complessa e sfaccettata di nero. Di seguito un commento ai singoli articoli che compongono il volume.

La rinazionalizzazione delle masse – Wu Ming 1
Il numero si apre con l’editoriale di Wu Ming 1, che nel titolo riprende la celebre opera di Mosse e nel testo il Pasolini di Petrolio, quello che i troppo occupati a blaterare di Valle Giulia hanno nascosto in cantina. Il fascismo che abbiamo di fronte è un fascismo fagocitato dalla globalizzazione e dal neoliberismo, interiorizzato dalla sinistra istituzionale europea, è una realtà conclamata che finge di combattere la tecnocrazia UE. «Non è detto – si domanda l’autore – che la falsa soluzione, a furia di aggravare il problema, non diventi essa stessa il problema principale».

La serialità del male – Silvia Albertazzi e Fausto Capitanio
Da Auschwitz-Birkenau alla risiera di San Sabba, dalle carceri cambogiane a quelle sudafricane di Robben Island. Banalità e serialità del male sono elementi della stessa prigione: acciaio, cemento ma anche assenza ed ombre. Fausto Capitanio con le sue istantanee in bianco e nero – che percorrono l’intera rivista fungendo da testo nel testo – coglie la violenza dell’assenza, dando voce al silenzio dei “colpevoli”. Silvia Albertazzi ribadisce l’esigenza di questa fotografia, una fotografia sociale che non faccia da corredo alle vittime ma aspiri a gettare nuovi sguardi sul presente.

Perché i bambini non sono razzisti? – Franco Foschi
Ci hanno insegnato che dai bambini non s’impara, ai bambini s’insegna. E ce l’hanno insegnato che eravamo bambini. Che i genitori, la scuola, la chiesa, lo Stato, educano; e i bambini devono stare in silenzio e seduti ad ascoltare, per imparare, per il loro bene. Be’ è arrivato il momento di ribaltare il paradigma. Quale bambino lamenta l’oscurità della pelle della propria compagna? Quanti genitori invece lo fanno quotidianamente? Sediamoci ad ascoltarli, e se all’inizio faremo fatica a capirli, sarà solo colpa nostra e delle costruzioni sociali identitarie che ci portiamo dentro.

Il nemico della città – Maysa Moroni, Andrea Natella, Giuliano Santoro
Si può fascistizzare lo spazio urbano? Certo che sì, e lo si può fare cominciando dal linguaggio, magari militarizzandolo. «Gli spazi pubblici sono soldati che hanno perso dei gradi (il degrado) e che devono riconquistarli con nuove decorazioni al valore (il decoro)». Reprimere la socialità e la vivacità dei quartieri popolari, con criminali operazioni di gentrificazione, è una delle armi dei fascisti dello spazio. Astronauti del pianerottolo, fautori di una guerra fredda che pretende espellere il conflitto dalla galassia urbana.

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Da «Prima gli italiani» a «Prima i poveri» – Fulvio Masserelli
«Prima i francesi!», «Prima gli italiani!». Bisogna ammetterlo, ci siamo sbagliati. Il fascismo, checché ne dicano i grandi esperti, non ha patria. Chiacchiera di Nazione, Dio, Sangue ma in fondo è troppo concentrato sul proprio ombelico e sui pronomi possessivi per essere davvero interessato al bene di una fantomatica comunità nazionale. Eppure la “priorità nazionale” è un concetto che piace alle vecchie-nuove-destre, e guarda caso viene fuori ogniqualvolta si tratti di difendere i propri interessi specifici. Con ogni mezzo: «la strumentalizzazione – ad esempio – di un caso particolarmente eclatante di “italiano povero” può divenire l’occasione per attivare il discorso e orientare l’iniziativa di gruppi o comitati verso la rivendicazione anche pratica della “priorità nazionale”»

Figli di Annibale – Agostino Giordano
«Respingere» è il motto degli italianissimi. Respingere dalle frontiere e respingere dalle città, dalle scuole, dalla società “per bene”. Osama, un ragazzo tunisino di quindici anni esprime così le pressioni di quel dito puntato come un manganello nelle costole: «È come trovarsi ogni volta su un palco sotto i riflettori, sapendo che ogni cosa uno possa dire, il pubblico comunque “ti insulterà, ti fischierà, ti sputerà addosso. Tu vorresti salirci su quel palco?». Akin, ragazzo nigeriano di quindici anni, invita gli italianissimi a non mettere gli stranieri su un palco ma ad aprire le orecchie e ascoltare una canzone: Figli di Annibaledegli Almanegretta. Amhed sedicenne algerino ci consiglia di guardare film come Welcomedi Lioret. È una guerriglia culturale, e loro lo sanno.

Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano – Wu Ming 1
La chiamano ancora “Letteratura d’evasione”, per riferirsi a qualcosa di leggero, in fondo trascurabile. Eppure la buona fantascienza apre brecce temporali che ci costringono a riflettere sul presente, reinterpretarlo, plasmarlo. È questo il caso. Dal titolo ci si aspetta un saggio/reportage, dall’incipit un ingresso narrativo al saggio e invece no, è proprio un racconto di fantascienza. Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano è il titolo della tesi del dottorando Tonio, studioso di storia italiana all’Università di Harvard 28 sul pianeta Terra 10, in anni in cui «la parola “Italia”, come molte altre, rimanda a immagini e vicende che la Specie si è lasciata alle spalle da 50mila anni». Questo racconto è una scheggia di meteorite depositata nei polmoni dei fascisti dei millenni a venire. E un omaggio a Luca Rastello.

Il mito di Venezia nell’immaginario nazionalista italiano – Piero Purini
«Venezia Giulia», quest’associazione di lemmi forzata e fortunata nasce per legittimare e dare una direzione al nazionalismo italico, ma è anche utile, come si esplicita nel testo, all’indipendentismo veneto e croato. In un’espressione ritroviamo la sintesi di due potenze politico-economiche che nei secoli hanno governato parte della penisola italiana: la Serenissima Venezia, baluardo a difesa delle invasioni d’oriente, e l’imperiale Roma di Giulio Cesare. La scelta non è chiaramente casuale e «il mito di Venezia – condito con qualche gladiatore – si dimostra comodo per tutti i nazionalismi a caccia di giustificazioni».

Venezia, o il racconto assente della violenza imperialista – Alberto Sebastiani
Venezia è una iena, non un leone. Si ciba di carcasse politiche ed economiche, succhia il sangue dell’impero bizantino per diventare grande e autoproclamarsi difensora dell’occidente dalle popolazioni d’oriente. Anche qui siamo di fronte a un pezzo ibrido che si serve della letteratura – storica e di fantascienza – per addomesticare il Leone di San Marco, farlo scendere dal piedistallo e riportarlo in piazza tra i piccioni. L’analisi di Sebastiani de Le catene di Eymerich e La luce di Orione di Valerio Evangelisti ci accompagnano alla scoperta di un imperialismo veneziano legato alle Crociate e alla repressione degli “eretici”, lo stesso imperialismo che verrà esaltato durante le Guerre d’Indipendenza e il periodo fascista per giustificare l’accaparramento delle terre di quella “Venezia Giulia” di cui ci parla il Purini.

Fascists love Putin – Valerio Renzi
salvini-putin-670x274Per chi a sinistra non se ne fosse ancora reso conto è arrivato il tempo di farsi una spietata autoanalisi o di indossare la camicia rossobruna. Il corpo e la immagine di Putin generano orgasmi negli italianissimi. Tuttavia Putin più che essere considerato un vero e proprio camerata, rappresenta la possibilità di una svolta autoritaria, un alleato per contrastare il mondialismo dai palazzi che contano, un generoso finanziatore per imporre il nazionalismo in ogni paese.

L’Epopea del Nazionalismo Rivoluzionario Messicano – Fabrizio Lorusso
Francesco Vanzetti, aspirate docente di Studi Latinoamericani dell’Università Autonoma di Città del Messico, sostiene un colloquio per un posto da “professore-ricercatore non definitivo a tempo pieno”. L’ordinario, jefe de jefes, lo lascia parlare per un po’ di nazionalismi e populismi latinoamericani, poi s’irrigidisce: «Insomma, va be’, corporativismo, populismo, ma lei lo saprà, qui in Messico, ecco, noi abbiamo il “Nazionalismo Rivoluzionario”…». Istituzionalizzare la Rivoluzione di Zapata, Villa e i Magon si può? No, non si può. Quello che si può è cambiare le parole, trasformare la Controrivoluzione in Rivoluzione e costruire con la reazione un partito ambiguo ma solido: il Partido Revolucionario Institucional per l’appunto, rimasto al potere per più di 71 anni.

Bombay/Mumbai, il destino nel nome – Alberto Prunetti
È solo una sillaba ma contiene in seno l’affermazione politico-culturale dello Shiv Sena, partito xenofobo di estrema destra che nel 1995, approfittando della sua posizione di governo nello stato di Maharashtra, decise di cambiar nome alla città, per ragioni di purezza e rivendicazione delle origini marathi. L’autore, da un punto di vista d’osservazione privilegiato, ci racconta del «fuoco che ha devastato Mumbai. Un fuoco che è stato innescato dal gioco di specchi tra identità in opposizione, dalle finzioni delle etnie, delle identità, dei credi assoluti e incompatibili».

Libro e moschetto 2.0 – Giuseppe Ciarallo
Ma chi sono i gramsciani di destra? Esistono davvero? E ai neofascisti piacciono sul serio Che Guevara e Corto Maltese? Ma soprattutto, quali sono i punti di riferimento letterari degli acuti fascisti del terzo millennio? Ad alcune di queste domande Ciarallo prova a dare una risposta fornendoci una piccola enciclopedia di personalità letterarie care all’estrema destra italiana.

PegidaNon finirà mai! – Wolf Bukowski
Transitando dalla letteratura alla società, da Il passo del gambero di Gunter Grass, ai Mondiali di calcio del 2006, l’autore ci racconta una Germania vogliosa di un patriottismo sano che si lasci definitivamente alle spalle i fantasmi del nazionalsocialismo. Si tratta ovviamente di una menzogna, utile solo a ripassare i confini di nero e giustificare l’intransigenza economica dei potenti. Le destre, ben lungi dal stare a guardare, sventolano bandiere rosso-nero-dorate, tentando giochi di prestigio come quelli del Pegida, movimento ambiguo solo agli occhi di chi non ha il coraggio di riconoscere un’aquila travestita da passerotto. «Non finirà mai, dunque? No di certo, se neppure riconosciamo quando ricomincia».

Closelandia. Cosa importa che una terra sia vicina, se mi è preclusa? – Massimo Viaggi
Con l’aiuto del romanzo La figlia della catalana Uson, che narra la storia della secondogenita di Ratko Mladic – generale serbo accusato del massacro di Sebrenica – Viaggi mette a nudo le difficoltà di comprensione, anche interiori, generate dai nazionalismi e dall’esaltazione delle identità, nonché di decifrazione dei codici linguistici da essi adoperati. Nel momento in cui i significati delle parole saltano e s’impregnano di ambiguità, la confusione semantica può uccidere. «Ciò che rende devastante l’impatto di una parola è da un lato l’uso mediatico e di propaganda che se ne fa, e dall’altro il contesto storico-politico entro il quale viene usata». Per questo l’autore può permettersi di essere d’accordo con Borghezio che nel 2011 definì Mladic un patriota («anche se Mladic non rubava, Garibaldi bisogna vedere»): perché quella parola non ha più nulla a che vedere con gli ideali risorgimentali.

L’ignoranza è forza! – Paolo Vachino
Parole, parole e ancora parole. Comprimerle, nasconderle, dimenticarle, sostituirle con inglesismi, spettacolarizzarle al fine di somministrarle al pubblico, meglio se pigro, sfruttato, massificato. Che cos’è un Talk Show? Uno “spettacolo di parole”. Ci avevate mai pensato? In questo show, per fare un esempio, quanto costano le parole e a chi appartengono?

Quei temerari sulle patrie volanti – Milena Magnani
Identità locali e lingue minoritarie non sono naturalmente associabili a chiusura e nazionalismo, anzi. Un esempio di processo singolare e performativo è la rivista Usmis, sorta agli inizi degli anni ’90 e interamente redatta in friulano.«Usmis fu un laboratorio animato da sogjets zingars, da poeti e liberi pensatori anarchici e anticonformisti, un laboratorio che diede vita a psicogeografie e scioperi creativi»

Omo lava più bianco – Silvia Albertazzi
L’autrice ripercorre le immagini di My Beautiful Laundrette, film del 1985 diretto da Stephen Frears e sceneggiato da Hanif Kureishi correndo sul filo delle relazioni tra cultura di appartenenza, genere e classe. La comunità pakistana nell’Inghilterra della Tatcher viene descritta come un universo complesso, in cui lo sfruttamento economico non è solo subito ma anche agito contro gli strati più deboli della società. Immaginatevi poi uno skinhead razzista che irrompe sulla scena innamorandosi di un ragazzo pakistano “di successo”. Una miccia che aspetta solo di essere accesa in una società che è già una bomba ad orologeria. Un film da rivedere oggi in Italia – consiglia l’autrice – con una maggiore consapevolezza rispetto al 1985.

Muri (im)portanti – Cristina Muccioli
NRL2coverIl muro è pagina resistente, è arte e strumento di guerriglia culturale. A dipingere si è iniziato proprio dai muri e non si è più smesso. Artisti come Bansky e Blu, per citare i più noti, hanno ereditato una lunga tradizione di scritture resistenti murali. Obiettivo principale della loro opera è gettare uno sguardo altro e oltre, disintegrare muri per abbattere quella rettitudine che è barriera, frontiera, confine.

Ci sono sempre delle frontiere – Sergio Rotino
Analizzando il ciclo de Le città oscure dei due fumettisti belgi François Schuiten e Benoit Peeters, Rotino s’interroga sul peso che urbanistica e architettura giocano nelle nostre esistenze. Su come i modelli urbani influiscano sulle vite delle persone. Nei fumetti del duo belga è presente una forte critica a un’urbanistica che diventa scienza, senza tener conto del fattore umano e naturale. L’autore sposa la critica e ci invita a perderci nelle città di Schuiten e Peeters per comprendere attraverso il linguaggio e la ricerca delle immagini quanto lo spazio e il tempo urbano possano essere strumenti di costrizione e d’imposizione d’ordine.

«Più della metà delle cose che esistono / non esistono*
Le razze non esistono, ma il razzismo uccide»

* verso del poeta friulano Federico Tavan

El #Haití preelectoral y los derechos humanos @JornadaSemanal #Mexico

(Artículo publicado en La Jornada Semanal del 13/09/2015) Foto: Personas acampadas delante de los escombros del Palacio de Gobierno de Haití, destruido por el terremoto. Fuente: commons.wikimedia.org/ CC BY 3.0 BR

Evel Fanfan es un abogado de cuarenta años, director de Aumohd (Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de Derechos), defensor de los derechos humanos y laborales. Por su labor, Evel vive bajo amenaza y está protegido por las autoridades; su esposa tuvo que refugiarse en Estados Unidos. Colaboramos con él desde 2010, año del terremoto que arrojó 250 mil víctimas. Para nuestro libro La fame di Haiti (END, Aosta, 2015), lo entrevistamos sobre la situación actual, en vísperas de las elecciones presidenciales de octubre. En 2015 la coyuntura del país más pobre de las Américas fue marcada por tres hechos importantes. El jaque parlamentario, que se arrastraba desde 2014, por lo que el presidente Michel Martelly ha estado gobernando por decreto debido a la imposibilidad de celebrar comicios y renovar el Congreso, se destrabó en agosto pues se votó en primera vuelta para 119 diputados y veinte senadores. Segundo, en 2014 se frenó la expansión del cólera, imparable desde 2010, y que hasta el 25 de julio de este año muestra un recrudecimiento con 171 muertes y 20 mil 43 infecciones. Finalmente, el conflicto con República Dominicana, determinado por una decisión de la Suprema Corte de ese país que quita retroactivamente la ciudadanía a miles de descendientes de extranjeros, y ha provocado la deportación forzada de cientos de haitianos, con repetidas violaciones a derechos humanos, y una crisis diplomática entre Puerto Príncipe y Santo Domingo, además de condenas de la comunidad internacional y fundadas acusaciones de racismo.
Evel Fanfan dirige la Asociación de Unidades Motivadas por un Haití de Derechos.
El próximo mes de octubre se celebran elecciones presidenciales en el país caribeño.

Entrevista con Evel Fanfan

Fabrizio Lorusso y Romina Vinci

–¿Cuál es la situación actual de Haití?

–El terremoto del 12 de enero de 2010 destruyó buena parte del territorio. Diría que la situación no ha cambiado realmente. Es como si para algunos el sismo acabara de pasar, como si hubiese ocurrido sólo hace un año. En el país, pese a la generosidad de los ciudadanos y las organizaciones de todo el mundo, el cambio no es apreciable. Dependemos todavía de las ayudas humanitarias, aún hay escombros a la vista y hospitales, escuelas, instituciones públicas que esperan ser reconstruidas. Miles de personas siguen viviendo en pésimas condiciones sanitarias, ambientales y de seguridad. La nueva ciudad-miseria de Canaan es un ejemplo concreto de lo que digo.

–¿Qué pasó con la reconstrucción y el dinero internacional?

–Lo que pasa es que el dinero para las víctimas, reunido por personas solidarias y la comunidad internacional, ha sido orientado en beneficio de los mismos gerentes de la comunidad internacional. El 13 de octubre de 2014, al expresidente de EU, Bill Clinton, y al exprimer ministro haitiano, Jean Max Bellerive, copresidente de la Comisión Interina para la Reconstrucción de Haití (CIRH), se les pidió que publicaran los informes de su gestión de los fondos recolectados y ejercidos por la Comisión durante dieciocho meses de administración, pero todavía en 2015 la gente sigue esperando una rendición de cuentas.

–¿Continúa la emergencia del cólera?

–El cólera fue introducido en Haití por la misión Minustah de la ONU, a través del batallón nepalés, cuyas heces contaminaron por negligencia las aguas del río más largo del país. La epidemia ha ocasionado más de 8 mil 500 víctimas y 700 mil contagios, y las Naciones Unidas siempre han rechazado reconocer oficialmente su responsabilidad.

–A raíz de la “suspensión” del Parlamento en enero y por ser año electoral, hubo muchas marchas, protestas y presos políticos. ¿Qué ha hecho Aumohd?


Solidaridad de dominicanos en recuerdo del terremoto que afectó al país caribeño el 12 de enero de 2010. Foto: sotojose2004. Fuente: www.flickr.com/ CC BY 2.0

–Durante el mandato de Martelly, muchos ciudadanos han sido detenidos por sus convicciones políticas. Por ejemplo, está el caso de los hermanos Josué y Eneld Florestal, emblemático de las violaciones a los derechos humanos. El 1 de mayo de 2014 fueron arrestados doce activistas políticos y echados a la cárcel. Aumohd y su equipo de abogados intervinieron para defender a los presos ante el fiscal. El 20 de mayo seis de ellos fueron liberados, los demás salieron el 6 de junio por falta de pruebas. El 18 de octubre, dieciocho activistas que participaban en una manifestación pacífica fueron atacados, humillados y apresados por un grupo de individuos con el uniforme de la policía nacional, sin ninguna orden de aprehensión ni evidencia de flagrancia, sólo por ser militantes. El 26 de octubre dos líderes políticos, Rony Thimoté y Biron Spiritually, fueron detenidos, igualmente sin flagrancia de algún crimen, durante una protesta que habían organizado para pedir respeto a la Constitución y el regreso de la vida democrática en Haití. Desde el encarcelamiento de los dieciocho, hemos trabajado por ellos de distintas maneras, actuando en todas las instancias judiciales y logrando su liberación en noviembre de 2014, aunque aún estamos siguiendo el caso de Thimoté y Spiritually.

–¿El expresidente, expulsado dos veces por golpes de Estado y ahora de nuevo en el país, Jean Bertrand Aristide, juega todavía un papel en el partido que fundó, el Lavalas, y en las protestas?

–Sí, el partido del expresidente tiene un papel importante dentro de los movimientos de protesta y en las calles. Hay cuatro grupos que están reactivando la protesta popular: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD y MONOP Platfom.

–¿Cuáles son las perspectivas para Haití en los próximos meses?

–En este “estado de emergencia haitiano”, en la segunda parte de 2015 tienen que realizarse elecciones. Mi esperanza es que sean libres y democráticas, para renovar a la clase política y hacer que el país vuelva a una situación normal, según la Constitución. Ojalá que esto se dé sin interferencias ni imposiciones por parte de la comunidad internacional, como fue el caso de la elección del actual mandatario. Aumohd debe seguir desarrollando una gran labor de promoción de los derechos y la dignidad de las personas. Mientras contesto estas preguntas, encaramos desafíos económicos para seguir adelante, por lo que, agradeciendo de antemano, debo lanzar una petición de ayuda para continuar nuestras actividades.

(Contacto: presidentaumohd@yahoo.fr)

Il volto nero della Repubblica Dominicana

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[Il seguente articolo è stato pubblicato sulla rivista cartacea In Dialogo del dicembre 2013, numero 102] di Raúl Zecca Castel da Carmilla

Repubblica Dominicana: dove il mare è sempre vicino e le montagne non sono mai lontane. Così recita uno dei tanti slogan pubblicitari del paese rivolto al turismo internazionale, sempre più avido di bellezze esotiche a patto che queste non implichino troppa fatica. Ma oltre le immagini da cartolina che ricoprono i pieghevoli delle agenzie di viaggio di tutto il mondo, quelle immagini così seducenti e incantevoli che ritraggono la prima città del Mondo Nuovo, Santo Domingo, del suo antico centro coloniale, così come delle innumerevoli spiagge di sabbia bianca e finissima che si stendono per chilometri a baciar le acque cristalline e sempre tiepide del mar dei Caraibi, al di là del volto più attraente e conciliante della sua natura selvaggia e incontaminata, al di là di tutto ciò, esiste una realtà ben diversa, tanto ignota quanto drammatica. È il volto scuro dell’entroterra, delle sterminate piantagioni di canna da zucchero che si perdono a vista d’occhio, dei bateyes, piccoli agglomerati di baracche dispersi tra i campi, creati per ospitare i lavoratori durante la stagione del raccolto e diventati, con il passare del tempo, vere e proprie comunità invisibili, baluardi della povertà e dell’emarginazione; è il volto scuro, anzi nero, dei braccianti haitiani; perché a vivere in queste terre di nessuno e a svolgere questo lavoro incredibilmente duro e pericoloso sono loro, i migranti haitiani, scappati a migliaia dalla miseria del paese più povero e sventurato del continente americano con la speranza di trovare oltre frontiera un modo per sopravvivere e mantenere famiglie spesso troppo numerose.

Tragedia umana che ogni anno si rinnova, mietendo con altrettanta regolarità i sogni di riscatto di quanti si trovano presto a fare i conti con una vita di stenti, fatica e tanta solitudine. Senza documenti e con un salario che a malapena permette loro di procurarsi un pasto giornaliero, la maggior parte dei lavoratori finisce per trascorrere la propria vita qui, lontano dall’affetto di cari che non rivedranno mai più.

In seguito al picco di produzione degli anni ’70 e ’80 il mercato internazionale dello zucchero subì un vero e proprio collasso economico. La Repubblica Dominicana, che assieme a Cuba ne rappresentava il principale paese esportatore, da una media annuale che superava il milione di tonnellate si ridusse a produrne meno di 300 mila. La grave crisi cui dovette far fronte il Consejo Estatal del Azùcar (CEA) si risolse in pochi anni con la decisione affittare la quasi totalità delle piantagioni e i rispettivi zuccherifici statali a diversi investitori privati, perlopiù a capitale straniero.

2Tra questi si distinse in modo particolare la compagnia guatemalteca Campollo, che dopo essersi aggiudicata il maggior numero di terre, strinse un proficuo accordo commerciale con il gruppo Vicini, famiglia di origini italiane tra le più ricche e potenti del Paese, con interessi economici in svariati settori, dal turismo alla finanza, dal mercato immobiliare ai media, oltre che nell’industria dello zucchero, di cui possiede la più grande e antica fabbrica di raffinamento, l’Ingenio Cristobal Colòn,  attivo sin dal 1921. Ciò che ne risultò fu a tutti gli effetti una situazione di monopolio oligarchico e, a pagarne letteralmente il prezzo, come prevedibile, furono i braccianti haitiani.

Molti di questi, dato il calo di lavoro – e di salario -, abbandonarono le piantagioni di canna per stabilirsi nei vicini centri urbani, cercando di che vivere nel lavoro informale, vendendo prodotti d’artigianato o frutta di stagione da loro stessi raccolta, e approfittando del crescente turismo. Molti altri, invece, rimasero neibateyes, perché, nonostante tutto, un po’ di lavoro c’era, o perché lì avevano messo su famiglia, o ancora perché non disponevano nemmeno del denaro sufficiente per pagarsi il viaggio per andarsene, o perché la speranza di trovare una vita migliore era già stata tradita una volta e non avevano più la forza per crederci di nuovo, o, molto spesso, per tutti questi motivi insieme. Così sono migliaia gli haitiani che ancora popolano i tantibateyes dispersi tra le immense piantagioni di zucchero, dove lavorano più di dieci ore al giorno, tagliando anche 3-4 tonnellate di canna per l’equivalente di pochi dollari, appena sufficienti per una ciotola di riso e una manciata di fagioli, quanto basta per tirare avanti un altro giorno.

Senza più sogni, le notti scorrono veloci dentro i barracones, vere e proprie baracche in legno, lamiera o cemento, composte da una serie di stanze singole, spesso prive di finestre, il cui unico arredamento consiste di quanti più letti a castello possono starci. Ma non di rado ci si accontenta anche di un semplice materasso in gommapiuma steso sul pavimento. Dormono fino a 7-8 braccianti in un ambiente che spesso non raggiunge i 10 metri quadrati, senza luce elettrica, acqua corrente e gabinetto, in condizioni igienico-sanitarie indescrivibili. Qui le giornate iniziano presto, ben prima del canto del gallo.

“Ci svegliamo alle 4 del mattino”, mi spiegano, “alle 5 passa il pullman della compagnia a prenderci e alle 6 stiamo già tagliando la canna”. Il lavoro si protrae anche per 12 ore, sotto il sole cocente così come sotto i frequenti temporali che abbondano con l’inizio della stagione delle piogge. Sono passati solo pochi giorni da quando un fulmine ha carbonizzato un lavoratore haitiano di 54 anni, colpito in pieno mentre stava tagliando canna con il suo machete. Tutti continuano a ripetermi che è un lavoro duro, sfiancante e pericoloso”.

4“Ci vedi partire belli dritti la mattina e quando si fanno le 9 o le 10 siamo già tutti tremolanti…perché partiamo digiuni, senza far colazione e senza dietro niente da mangiare…è il diavolo stesso che ci ha portati qui!”, si sfoga Pedro, che incalza: “tutto questo è una schifezza! Quando finirà la schiavitù in questo paese? Qui c’è la schiavitù ancora…con una parvenza democratica…ma quale maledetta democrazia soffrendo la fame della storia?…Democrazia con fame? Democrazia con miseria? Democrazia con tutti i problemi del mondo? Se non cambia niente qui succederà qualcosa…non lo voglio io, non lo vogliono loro, non lo vuole nessuno…ma qui stanno provocando…perché non si sopporta più! Bisogna pagare il lavoratore, perché per il milionario e per l’alto funzionario qui c’è denaro! È per noi che non c’è! Siamo noi che facciamo il lavoro duro nei campi, nella canna! Siamo noi! Non sono loro a sudare! Siamo noi che alle 4 del mattino siamo già in piedi…e che non possiamo vedere nemmeno il rendimento del nostro lavoro?! Che altri vengano a beneficiarsi del sudore della nostra fronte?! È una vergogna!”. “Stanno abusando di noi lavoratori”, aggiunge un ragazzo. E come dargli torto? Stremati dalla fatica, dal caldo e dalla fame, quando la sera i braccianti rientrano al batey, tutto quel che hanno guadagnato finisce direttamente al negozio degli alimentari, dove alcuni addirittura si indebitano.

Il sistema di retribuzione del consorzio Campollo-Vicini infatti è alquanto curioso. Ufficialmente i lavoratori vengono pagati per tonnellata di canna tagliata, ma il prezzo non è chiaro a nessuno. Alcuni dicono che per quella quantità ricevono 135 pesos (2,35 euro), eppure altri sostengono che ne ricevono 125, ed altri ancora solo 110. Infine, qualcuno assicura che sono 100 i pesos pagati per tonnellata. La verità, come confessano rassegnati tanti altri, è che non si sa: “Nessuno lo sa…nessuno…quando arriva il sabato…andiamo al Centro Paga e quello che ci danno prendiamo…”.

Centro Paga, Batey Nuevo, Quisqueya. A intervalli regolari di circa 20-30 minuti decine di braccianti haitiani vengono fatti scendere dagli autobus dell’impresa all’interno dell’area recintata in cui si trova la piccola costruzione in cemento adibita ai pagamenti, ben protetta da alcuni agenti di polizia e sicurezza privata. Grazie alle conoscenze del mio accompagnatore, un colonnello di guardia mi concede il permesso di entrare, così senza perdere altro tempo comincio a scattare qualche fotografia. Intanto, i lavoratori che si apprestano a ricevere il frutto delle ultime due settimane di lavoro, consegnano le loro tessere identificative a un addetto della compagnia che a sua volta si incarica di spartirle fra i 3 impiegati seduti dietro al vetro di protezione dei rispettivi sportelli.

1In men che non si dica ha inizio il tanto atteso appello. Uno ad uno i lavoratori vengono chiamati a ritirare laquincena, e altrettanto velocemente il malcontento si diffonde tra i braccianti. Occhi increduli fissano la ricevuta per minuti interi in cerca di qualche spiegazione che chiarisca l’equivoco, ma la realtà è ben scritta su quel piccolo foglio rosa. Tuttavia ci vuole poco per rendersi conto di come questa realtà sia molto diversa da quella ufficiale. Di tonnellate infatti nemmeno l’ombra. Ciò che viene riportato sulla ricevuta invece è il numero dei bocados, letteralmente ‘bocconi’.

Così, un giovane lavoratore mi spiega che quando tagliano la canna, questa va raggruppata in mucchi di medie dimensioni comunemente chiamati bocadosaffinché la gru della compagnia possa poi raccoglierla con maggiore facilità e dunque caricarla sui camion che la trasportano alla fabbrica. In teoria, tre bocados equivalgono ad una tonnellata. Questa almeno era l’equazione stabilita dai Campollo prima che iniziasse la stagione del raccolto. A distanza di poche settimane, tuttavia, l’impresa sembra averci ripensato. Adducendo come giustificazione la difficoltà di stabilire l’esatta dimensione del mucchio di canna, ora ci vogliono anche anche 6 o 7 bocados per fare una tonnellata. Per questo, anche se Edoardo dice di averne accatastati 50 di bocados, sulla ricevuta ne sono riportati solo 36. Eppure non sembra meravigliarsene più di tanto, così gli chiedo se è la prima volta che capita. “No! Sempre succede! Sempre…non mi danno mai quello che mi spetta…”. Accanto a lui altri due ragazzi contrariati sostengono di aver tagliato rispettivamente 110 e 146 bocados, ma la ricevuta che agitano con rabbia ne attesta appena 99 in un caso e 126 nell’altro. “Questa gente sono dei ladri”, urla qualcuno prima di confidarmi che “c’è un ragazzo, là, che sulla ricevuta c’è scritto 2000 e passa pesos, e quando ha aperto la busta ne ha trovati 1500…”. Anche questo sembra essere all’ordine del giorno. Alcuni infuriati continuano a ripetere che non hanno intenzione di accettare la busta, che intendono reclamare, ma qui al centro paga nessuno è autorizzato a dare spiegazioni. Per le contestazioni è necessario recarsi all’apposito ufficio di Quisqueya, il lunedì; cosa che non solo implica perdere un giorno di lavoro, ma anche sostenere le spese del viaggio, per poi sentirsi rispondere, nel migliore dei casi, che la ricevuta parla chiaro e restare dunque letteralmente a bocca asciutta.

“Se tu dici una cosa, loro dicono il contrario. È la tua parola contro la loro. Ma la loro vale di più. Allora è meglio stare muti, come i pesci, non dire niente. Ma non è che io sono stupido! Capisci? Non è che uno le cose non le vede. Gli occhi vedono, ma la bocca ben chiusa…ci sono tante cose che non vanno bene qui”.

5È Benito a parlare. Che poi aggiunge: “non si può dire niente perché la canna è loro, le terre sono loro, noi lavoriamo per loro, e dobbiamo accettare quello che dicono loro…”. Mentre intervisto altri lavoratori avverto alcuni movimenti tra gli addetti ai pagamenti. Intuisco che la mia presenza comincia a risultare poco gradita, e in effetti trascorrono pochi minuti quando un agente di sicurezza mi afferra per un braccio e in tono sommesso mi assicura  – ma sembra più un’intimidazione – che “va bene così”, dunque, molto cortesemente, mi invita ad uscire.

Forse è vero. Forse va davvero bene così. Anzi, va proprio bene così. Certo, non per le migliaia di migranti haitiani che sopravvivono giorno dopo giorno in condizioni di neoschiavismo, soffrendo la fame, gli abusi sul lavoro e le violazioni dei più elementari diritti umani. Non per i loro figli, cresciuti alla scuola della miseria, vittime facili di malnutrizione e malattie, destinati a ricevere come unica eredità un conto in debito al negozio degli alimentari e un machete con cui illudersi di poterlo saldare. Non per le loro mogli, diventate madri quando ancora bambine, invecchiate in fretta mentre risvegliavano dal sogno di una vita migliore oltrefrontiera e ormai rassegnate ad un’esistenza infame.

Non per loro, certo, che sono gli ultimi tra gli ultimi. E nemmeno per il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che proprio questo venerdì 27 settembre, ha pubblicato un dossier nel quale sostiene come la Repubblica Dominicana abbia violato gli accordi del Trattato di Libero Commercio CAFTA-DR sottoscritto nel 2007, poiché non rispetta il capitolo relativo alle direttive sul lavoro (salari minimi, ore di lavoro, sicurezza e salute; età minima per l’impiego di bambini; forme di lavoro forzato o obbligatorio). Ma in fondo che importa, se va così bene per gli affari della famiglia Campollo e della famiglia Vicini? Che importa, se va così bene per i vari governi che si sono succeduti alla guida del paese nell’ultimo secolo, dal momento che non hanno mai avuto la preoccupazione di pagare un solo centesimo né di assicurazione medica, nonostante i continui incidenti sul lavoro, né di pensione di vecchiaia? Che importa, se va così bene per il mercato internazionale, che acquista zucchero dominicano a buon prezzo senza curarsi dell’immenso costo umano che questo implica per i lavoratori?

Repubblica Dominicana: 200mila persone private della nazionalità da legge retroattiva

[Riporto il comunicato che riguarda la discriminazione in corso nella Repubblica Dominicana contro i discendenti da stranieri e, in particolare, contro gli haitiani, diffuso da Soleterre ONLUS nell’ambito del 18 dicembre: III Giornata d’Azione Globale per i Diritti delle e dei Migranti, Rifugiati e Sfollati]

18-DICEMBRE-2013

La Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha concluso nei primi di dicembre la sua visita in Repubblica Dominicana con un amaro comunicato stampa che descrive le pesanti discriminazioni a cui sono sottoposti i dominicani di origine haitiana che vivono nel Paese. Soleterre, che lavora in RD al fianco delle associazioni dei difensori dei diritti umani dei migranti, in questa giornata d’azione globale si unisce alla denuncia del Servizio Gesuita per i Rifugiati e delle numerose associazioni e organizzazioni che chiedono di fermare il genocidio civile.

L’87% della migrazione internazionale in Repubblica Dominicana (RD) è costituito da haitiani. Per questo la popolazione haitiana e dominicana di ascendenza haitiana è molto numerosa, più di 700.000 persone su un totale di circa 9 milioni di abitanti (dati 2013 UNPFA, United Nations Population Fund).

Nonostante l’economia agricola ed edilizia si basi sulla manodopera haitiana, nel Paese la xenofobia e le discriminazioni a cui vengono sottoposti gli haitiani e i dominicani di ascendenza haitiana è fortissima e in costante aumento. Ne sono prova le recenti modifiche legislative e amministrative fortemente criticate dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani.

Fino al 2010 era infatti garantito lo ius soli che – almeno formalmente – garantiva ai minori la tutela dei loro diritti fondamentali. La situazione è peggiorata dopo la sentenza di ottobre (Tribunale Costituzionale, n.168/13) che rende la modifica retroattiva, privando arbitrariamente della nazionalità circa 200 mila dominicani di origine haitiana (dati UNPFA).

Contestualmente peggiora la situazione dei nuovi migranti. Il governo ha reso più complessa e costosa la procedura per la migrazione regolare: il costo per un visto varia tra i 70 e i 200 dollari US ed è richiesto un conto corrente bancario, requisito improbabile per la maggior parte degli haitiani (76%) che vive sotto la soglia di povertà.

Così i migranti attraversano il confine illegalmente, spesso con l’aiuto di trafficanti di persone (i buscones) o piegandosi alle estorsioni degli agenti di frontiera. Sono vittime di soprusi e discriminazione, e spesso vengono inseriti nella tratta di persone, obbligati alla prostituzione e al lavoro forzato.

La maggior parte dei lavoratori haitiani vive nei bateyes, campi di lavoro dove mancano i servizi essenziali (acqua potabile, servizi igienici, smaltimento di rifiuti, elettricità) e vi sono altissimi tassi di infezione da HIV/AIDS, mortalità materna e violenza sessuale su donne e bambine.

Diverse associazioni si adoperano ogni giorno per difendere i diritti di uomini, donne e bambini haitiani o di ascendenza haitiana. Questi difensori dei diritti umani sono considerati e trattati come “traditori della patria”, vengono sistematicamente minacciati, hanno problemi con i propri documenti e con le conseguenti limitazioni della propria libertà.

Soleterre lavora in Repubblica Dominicana a fianco di queste associazioni e, per sensibilizzare e informare sulle gravi violazioni che avvengono nel Paese, ha lanciato la campagna Sin Nombre, a tutela dei diritti dei migranti e dei loro difensori in Centroamerica, Messico e Repubblica Dominicana.

«La xenofobia crescente nei confronti dei migranti haitiani e dei dominicani di ascendenza haitiana in RD ha ormai raggiunto proporzioni insopportabili – afferma Valentina Valfrè, Responsabile del Programma Diritti e Partecipazione di Soleterre. In questa Giornata d’azione Globale, istituita per affermare e difendere i diritti umani dei migranti, sfollati e rifugiati, Soleterre rilancia la denuncia del Servizio Gesuita per i Rifugiati sulle conseguenze della nuova legge sui diritti umani e si unisce alle numerose organizzazioni e associazioni che chiedono di fermare il genocidio civile nel Paese».

Per saperne di più:  www.soleterre.org; www.sinnombre.org, dominicanosxderecho.wordpress.com

Ufficio Stampa Soleterre: Cinzia Peschechera, cell. 342.1580041, cinzia.peschechera@soleterre.org

Soleterre è un’organizzazione umanitaria laica e indipendente che opera per garantire i diritti inviolabili degli individui nelle “terre sole”. Realizza progetti e attività a favore di soggetti in condizione di vulnerabilità in ambito sanitario, psico-sociale, educativo e del lavoro. Interviene con strategie di pace per favorire la risoluzione non violenta delle conflittualità e per l’affermazione di una cultura di solidarietà. Adotta metodologie di partenariato e di co-sviluppo per promuovere la partecipazione attiva dei beneficiari degli interventi sia nei Paesi di origine che in terra di migrazione per garantire la loro efficacia e sostenibilità nel tempo.

I negri di Rio de Janeiro: meticciato vs multiculturalismo

Catadores (vik-muniz)[AVVERTENZA dell’AUTORE: nel testo che segue sono stati volutamente usati i termini “negro” e “negri”, senza virgolette né corsivo. Si è tentato così di tradurre  l’ordinarietà del razzismo nostrano e brasiliano nella sua forma più semplice e spietata, senza smorzature semantiche e politically correct da cena di gala]  DSimone Scaffidi Lallaro da Osservatorio America Latina – Carmilla.

Per l’ennesima mattina calpesto le pietrose discese di Santa Teresa, respiro la polvere dei lavori in corso di Lapa e osservo il vuoto lasciato dall’esplosione di una bombola di gas in praça Tiradentes. Supero il trafficante di figurine e all’improvviso un negro scalzo dai pantaloncini a brandelli mi taglia la strada. Il sudore gli scorre lento sulla schiena frenato dalla polvere, i nervi in tensione dal collo al tallone ne arginano la discesa. Il negro sta trainando un carretto di legno carico di grosse sacche di plastica trasparente da cui fuoriesce un liquido incolore. Sudore e liquido si mescolano sull’asfalto ardente e si dissolvono in pochi secondi senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio, nulla possono le ombre mastodontiche dei grattacieli del quartiere Centro contro il sole cocente dei tropici.

Il negro trasporta ghiaccio. Il contrasto tra lo scintillante candore del suo carico e l’oscurità della sua ombra potrebbe giustificare da solo il settimo posto occupato dal Brasile nella speciale classifica redatta da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale dei paesi con il PIL più elevato del globo. Penso a Fitzcarraldo, nel capolavoro omonimo di Herzog, e alla sua follia colonialista di impiantare una fabbrica di ghiaccio in Amazzonia. Dove lui ha fallito, altri hanno vinto. Dove lui ha ucciso per esaudire i suoi sogni di gloria e potenza altri hanno continuato ad uccidere. Negri o indios che siano vengono travolti dalla rovinosa bramosità di potere occidentale. Sia essa una nave che scavalca una montagna, sia essa una fabbrica di ghiaccio, le braccia e le morti che rendono possibile la criminale impresa rimangono le stesse.

Le ho proprio davanti a me quelle braccia. Le stesse che consentiranno al Brasile di Lula e Dilma di sfilare sulle passerelle dell’economia mondiale con capi da top-model-neoliberista: Mondiale 2014 e Olimpiadi 2016 saranno i pezzi forti della collezione estiva. Aspettando i grandi eventi sportivi, il negro e il ghiaccio si sciolgono insieme, l’uno rinchiuso in un involucro trasparente che ne accelera la liquefazione, l’altro intrappolato in un meccanismo tanto globale quanto locale che gli consuma le piante dei piedi giorno dopo giorno.

Meu nome è revolta

Largo de São Francisco de Paula è ormai vicino. La piazza e l’alto cancello mi separano dall’Istituto di Storia. A protezione dell’accademia si erge un esercito negro di mendigos. Sono sdraiati davanti alle sbarre. Venti paia di piedi nudi, sporchi e callosi, legati a quaranta fantasmi giovani e negri. Tre bambini si alzano d’improvviso e con uno sguardo complice fracassano due vecchie videocassette, sanno cosa stanno facendo. Con sicurezza ne estraggono le pellicole. La prima la legano a un sacchetto bianco della spesa targatoMundial (nota catena di supermercati carioca da non confondersi con l’evento che sta già contribuendo a cambiare radicalmente il volto della città), la seconda a un sacchetto nero della spazzatura. Gli aquiloni sono pronti al volo. La corsa forsennata dei bambini per la piazza non si fa attendere, il nastro nero stretto fra le dita si tende e i sacchetti si alzano nell’aria. Le donne sono poche, seminude come gli uomini, alcune allattano neonati tra le braccia, altre cercano riposo tra cartoni e lattine, altre ancora provano a varcare la soglia dell’Istituto di Storia per riempire bottiglie d’acqua potabile. Basterebbe accucciarsi e scattare una rapida istantanea per vedere nitide alle loro spalle le sbarre della prigione, il cancello dell’accademia, strumento supremo di segregazione razziale.

Dentro i bianchi, fuori i negri è la legge non scritta dell’università e della società brasiliana. L’università è pubblica e gratuita per tutti, un po’ come l’esistenza, verrebbe da dire, ma le possibilità di accedere a un’istruzione di livello e a un’esistenza dignitosa comporta comunque dei costi che, oltre a non essere equamente distribuiti, vanno al di là del valore nominale del PIL pro capite. Le università pubbliche in Brasile, come in altri paesi dell’America Latina, sono a numero chiuso e per accedervi è necessario avere una buona preparazione che non viene però garantita dalle scuole superiori pubbliche. Succede quindi che chi non può permettersi di frequentare una scuola superiore privata ha molte meno possibilità di passare il test per accedere all’università. Risultato: i poveri non possono frequentare la scuola superiore privata, i poveri sono in prevalenza negri e indios, i negri e gli indios rimarranno in gran parte esclusi dalla società.

Largo Sao Francisco de PaulaGli uomini e le donne che vivono davanti all’Istituto di Storia hanno tre principali occupazioni: schiavi nel grande mercato all’aperto che è il Centro di Rio de Janeiro durante il giorno, assaltatori di studenti egringos, nel deserto far west che è il Centro di Rio de Janeiro durante la notte, e icatadores de lata ovvero i raccoglitori di lattine. Questi ultimi sono l’orgoglio della nazione, coloro che la consacrano primatista mondiale nel riciclaggio dell’alluminio. Ad ogni ora si aggirano per le vie di Rio de Janeiro in cerca di lattine vuote. Ogni chilo di alluminio raccolto, corrispondente a circa 67 lattine, si traduce in 3,00 reais (più o meno 1,00 €), una volta consegnato all’autorità competente. Il primato ha il peso sociale dei sacchi neri ricolmi di latta che gravano sulle spalle dei negri senza fissa dimora.

Viralata è una delle mie parole preferite in portoghese brasilianoletteralmente significa:gira latta. Si usa per indicare i cani senza padrone, i randagi che vivono nella strada e spesso per sopravvivere sono costretti a girare le lattine vuote in cerca di qualche liquido da ingerire. Ma ha anche un altro significato, si usa per identificare un cane la cui razza non si riesce più a definire a causa dei molteplici incroci che si sono succeduti per generazioni e generazioni: un bastardo dunque.

Di viralata randagi abbandonati dalla società in Brasile ce ne sono a milioni. Molti meno sono i viralata bastardi a causa del consolidato e indissolubile connubio tra diseguaglianze sociali, distribuzione della ricchezza e discriminazioni razziali su cui si fonda il tanto osannato multiculturalismo brasiliano. La razza sfruttata ha un colore ben preciso, così come lo ha la classe dirigente brasiliana che si ostina ad abbracciare le logiche del più becero capitalismo mondiale, il quale ribadisce sempre con più forza la necessità di innalzare un solido muro sulla linea del colore per mantenere lo stato delle cose esistente. Ad ogni colore il suo ruolo sociale. Multiculturalismo appunto, non meticciato.

 Ghost Track

A. Mohamed e Wu Ming 2, Timira. Romanzo meticcio, Einaudi, 2012

A. Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012

A. Staid, Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, Agenzia X, 2011

República Dominicana y Haití: vientos de racismo

racismo haiti

Entre Haití y la vecina República Dominicana no corren buenas relaciones. El 23 de septiembre pasado la Corte Constitucional Dominicana emitió una sentencia que parece una broma, pero no lo es. La Corte ha ordenado retirar la nacionalidad dominicana a todos los ciudadanos, nacidos después de 1929, que desciendan de personas nacidas en el extranjero. Éstas podrían llegar a ser deportadas y a quedarse apátridas, con base en el hecho de que sus padres o abuelos se consideran, ahora, como si hubieran estado simplemente “de paso” en el país en su época. Esta decisión podría afectar a más de 210,000 descendientes de haitianos en la República Dominicana.

El lunes, hubo una manifestación frente a la Embajada dominicana en Puerto Príncipe, capital de Haití. Ese mismo día el presidente dominicano, Danilo Medina, encontró a las asociaciones de descendientes de haitianos y prometió consultarse con los otros poderes del Estado para verificar los caminos posibles, pero por ahora la cuestión queda abierta.

Para el día 8, se prevén otras iniciativas de protesta para presionar al gobierno del país vecino con el fin de emendar la absurda decisión de la Corte o evitar su aplicación. De cumplirse, en efecto, esta “desnacionalización” impuesta contra millares de personas violaría la Declaración Universal de los Derecho Humanos, que establece el derecho de todos a tener nacionalidad y a no verse privado de ella arbitrariamente.

El viernes pasado, algunos congresistas haitianos se encontraron con sus pares dominicanos para formar una comisión especial encargada de analizar la decisión de la Corte y tratar de destrabar la situación. El 4 de octubre, una delegación de la ONU se reunió con Medina para platicar del asunto, pero éste hizo hincapié en las leyes dominicanas que otorgan a otros órganos del Estado la competencia al respecto.

El gobierno Haitiano del mandatario-cantante Michel Martelly ha expresado un desacuerdo profundo en una carta dirigida a la Embajada dominicana, subrayando cómo sería “preocupante” la aplicación de una medida retroactiva contra miles de ciudadanos de ascendencia haitiana. Por tanto, se invita al gobierno del país vecino a considerar de manera “objetiva y equitativa” el asunto de los dominicanos descendientes de haitianos dentro de la sociedad de que son parte.

A pesar de que hubo algunos momentos de solidaridad recíproca en la larga historia de convivencia entre estas dos naciones, las cuales comparten la isla caribeña de La Española, muchos más fueron los episodios de discriminación e incomprensión que han protagonizado estos dos países.

En especial, con referencia al problema del racismo, en la hispanófona, mestiza y relativamente más próspera República Dominicana, cíclicamente se vuelven a presentar brotes de intolerancia contra la “pobre, negra y francófona” República Haitiana. Los gobernantes y magistrados dominicanos podrían recordarse, en cambio, de la solidaridad que en 1929 mostraron los haitianos que prestaron una ayuda determinante a sus vecinos, tras la larga serie de huracanes que devastó la parte dominicana de la isla.

Además, justo esta semana, es el 76 aniversario de la trágica “Masacre del perejil”. En el mes de octubre de 1937, el dictador dominicano Rafael Trujillo mandó a matar a cerca de 30.000 haitianos que vivían en el país para tratar de “blanquear la raza”, a través de una limpieza étnica sin precedentes en la región. Los que no eran capaces de pronunciar correctamente la palabra “perejil” eran ejecutados. Con su decisión, violatoria del derecho internacional y del sentido común, la Corte parece haber despertado recuerdos nefastos y racismos latentes que son tan anacrónicos como peligrosos. De: Revista Variopinto al día – México

Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso

Esercito fa strage di indigeni in Guatemala

totofuneral.jpegIl Guatemala dell’ex generale e attuale presidenteOtto Pérez Molina rivive l’incubo della violenza e della repressione. Come ai tempi della guerra civile, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1996 con gli accordi di pace tra la guerriglia e il governo, il 4 ottobre scorso membri dell’esercito, che coadiuvavano la polizia nel controllo di una manifestazione popolare pacifica, hanno sparato sulla folla. I manifestanti appartenevano alla comunità centromeridionale di Totonicapan, situata 170 km a nord-ovest dalla capitale Ciudad de Guatemala e formata in prevalenza da indigeni di etnia Maya-Quiché. La notizia è preoccupante e gravissima, ma è passata quasi inosservata in Italia (segnalo un buon pezzo, forse l’unico, suPeaceLink), soprattutto tra i mass media tradizionali. 8 morti e 35 feriti da arma da fuoco: questo il saldo della strage che è avvenuta in una zona trafficatissima e molto conosciuta, l’incrocio di “4 caminos” tra le località turistiche di Hehuetenango, Chichicastenango, il Lago Atitlán e Quetzaltenenago.

Che cosa stavano mai facendo i “sediziosi” manifestanti? Incendiavano e occupavano prigioni, caserme o palazzi del governo? Improvvisavano un colpo di stato con milizie popolari inferocite e sanguinare al seguito? Gridavano alla rivoluzione armata e alla decapitazione dei caudillos o dei loro governanti? No. Stavano manifestando pacificamente contro l’aumento delle tariffe elettriche, una vera piaga sociale in un paese semi-colonizzato da compagnie straniere in particolare nel settore energetico e in quello minerario, e contro alcune politiche governative. Alle mobilitazioni avevano aderito anche altri settori della popolazione, oltre a indigeni e contadini: c’erano commercianti, impiegati e docenti, tra gli altri. Come succede in qualunque altra società, una comunità di abitanti della regione mostrava il proprio dissenso mentre alcuni loro delegati, rappresentanti dei 48 cantoni in cui si divide il Comune, si trovavano proprio seduti a un tavolo di negoziazione con il governo, rappresentato dal delegato Miguel Ángel Balcárcel, nella capitale.

Dall’anno 2000 l’esercito del paese centroamericano è autorizzato ad affiancare la Polizia Nazionale nelle operazioni di sicurezza interna, una misura che oggi più che mai dovrebbe essere messa in discussione. E’ un approccio seguito anche dal vicino Messico in cui negli ultimi 6 anni la guerra o “offensiva militare” dichiarata dal presidente Felipe Calderón ai cartelli del narcotraffico ha provocato oltre 60mila morti e la dissoluzione del tessuto sociale in numerose regioni del paese. Il numero totale di morti nel sessennio è di 103mila per diversi motivi, tra cui la perdita di controllo in intere macrozone, soprattutto nel Nord-Est, nel Golfo del Messico e lungo la frontiera con gli USA.

Il 14 ottobre migliaia di manifestanti, in solidarietà con la comunità di Totonicapán e con le famiglie delle vittime, sono scesi in piazza e hanno marciato verso la Corte di Giustizia e del Palazzo Nazionale, sede della presidenza della Repubblica, per chiedere “giustizia” e dire “no all’impunità”. Hanno anche protestato per chiedere la fine della violenza contro i popoli originari e dei progetti minerari e idroelettrici imposti sui loro territori.

Il Guatemala ha uno dei tassi di violenza, misurato dal numero di morti violente ogni centomila abitanti più alti del pianeta: siamo su cifre di 40-50 omicidi ogni 100mila abitanti (a seconda delle fonti), il doppio del Messico e del Brasile, circa cinque volte la media mondiale, per capirci. Il dipartimento di Chiquimula, a est, ed Escuintla, a sud, sono i più violenti con 97 e 96 assassinii ogni 100mila abitanti. Sono tassi simili a quelli del vicino Honduras, il paese più mortifero del mondo.

Inizialmente il presidente Pérez aveva dichiarato che i soldati non avevano utilizzato le armi, ma poi è passato alla versione secondo cui s’è trattato di “spari in aria e legittima difesa” per poi infine capitolare, ammettere la responsabilità dei militari e promettere il rispetto delle decisioni della magistratura e le sue scuse ufficiali ai familiari delle vittime.

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Il 12 ottobre, infatti, un colonnello dell’esercito e otto soldati sono finiti sotto processo e resteranno nella prigione della brigata Mariscal Zavala a Guatemala City finché il giudice non si sarà espresso sul prolungamento della reclusione preventiva. HRW (la ONG Human Rights Watch) ha apprezzato l’intervento rapido della giustizia “come il modo più efficace di evitare la ripetizione di gravi crimini di questo tipo” e i magistrati stanno investigando su questo caso che è il più grave dalla fine del conflitto armato sedici anni fa. Sarà anche la prima volta dal 1996 che si apre un processo simile. L’opposizione parlamentare aveva chiesto la sospensione dell’immunità per il presidente e il ministro della difesa, Ulises Anzueto, ma il 18 ottobre la Corte Suprema s’è espressa in senso contrario.

C’è chi sostiene (vedi link a PlazaPublica), a ragione, che il movente razzista e classista dell’attacco e della mattanza di Totonicapán possa far pensare a un ritorno delle pratiche genocide della dittatura: si esclude ogni responsabilità governativa, si crea il mito dei “due bandi” in lotta (indigeni e guerriglieri contro lo Stato o le “forze del bene), si difende la militarizzazione della società e della sicurezza, si promuove uno Stato razzista, in balia di pochi gruppi d’interesse (i vecchi “latifondisti” del Guatemala contadino e le multinazionali), e infine si continua sulla linea repressiva di altri casi, meno noti, come quello del Valle del Polochic contro le popolazioni q’eqchi’; quello di Barillas, Huehuetenango e le persecuzioni che tacciano di terroriste le genti kaqchikeles di San Juan Sacatepéquez.

Il rappresentante della Commissione ONU contro l’Impunità in Guatemala, Francisco Dall’Anese, ha raccomandato formalmente e pubblicamente al presidente di allontanare l’esercito dalle strade, impedendogli di ricoprire funzioni di polizia. Otto Pérez ha annunciato una riforma legale in tal senso, ma senza precisare. Inoltre, come segnala la pagina Facebook del Consejo de Juventudes Indígenas (una fonte d’informazione importante sul caso Totonicapán) riportando una notizia delquotidiano La Hora, pare abbia di nuovo cambiato idea. “L’esercito del Guatemala continuerà con i compiti di sicurezza interna. Dobbiamo prendere misure di fatto per risolvere i nostri problemi, se andiamo avanti sulla linea del confronto, entriamo in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire”, ha dichiarato il presidente.

David Lifodi su PeaceLink denuncia giustamente che “in realtà, i militari spesso sono inviati fino alle più remote comunità maya per stroncare qualsiasi forma di ribellione contro la costruzione delle centrali idroelettriche e l’estrazione mineraria a cielo aperto”. Infatti, continua l’articolo “l’ennesimo aumento delle tariffe per compiacere la multinazionale dell’energia Energuate (a capitale inglese), si somma alle nefandezze della spagnola Unión Fenosa che, tramite le sue partecipate locali, tra cui Deocsa, da anni ha messo in atto un durissimo braccio di ferro con le comunità indigene, spesso lasciate senza luce negli anni scorsi durante le feste natalizie”. Questo è il video più completo con le testimonianze delle vittime della repressione a Totonicapán:

Anche la “nostra” Enel, impresa italiana a partecipazione pubblica, opera in territori, in comunità e con progetti non esenti da una serie di conflitti in Guatemala, nella regione del Quiché, come segnalava Matteo Dean sul Manifesto in questi termini: “si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia”. E continua, “la presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso)”. @FabrizioLorusso http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004494.html#004494

Infine riproduco dal sito di A SUD(che lo ha tradotto in italiano) l’appello di numerose organizzazioni sociali e invito alla sua diffusione:

Diffondiamo qui si seguito l’appello inviatoci da numerose organizzazioni sociali e indigene del Guatemala che denunciano la brutale repressione sofferta nei giorni scorsi da organizzazioni indigene guatemalteche. Ci uniamo alla denuncia e alla richiesta di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle comunità e dei popoli tradizionali e di indagare sull’accaduto garantendo giustizia alle vittime.

APPELLO
Di fronte ai fatti violenti accaduti giovedí 4 ottobre, le organizzazioni social dei diritti umani sotto firmanti, denunciamo:

1. Nel pomeriggio del 4 ottobre, il Comitato dei 48 Cantoni di Totonicapan, struttura ancestrale di rappresentazione indígena del suo popolo, è stato violentemente represso da parte di forze dell’Esercito presenti nel kilometro 170 della strada Interamericana, in risposta alla manifestazione organizzata per dimostrare la loro contrarietà alle riforme alla costituzione, alla riforma del piano di studi delle magistrali e all’alto costo dell’energia elettrica. Come risultato dell’intervento armato da parte del governo, quattro persone sono morte, circa diciotto sono i feriti e varie le persone intossicate.
2. L’azione violenta delle autoritá é avvenuta proprio mentre i rappresentanti dei 48 cantoni stavano partecipando a una riunione con il responsabile del Sistema Nazionale di Dialogo, Miguel Angel Balcárcel, dato che il presidente della Repubblica, Otto Perez Molina, non ha assistito all’incontro. I lider dei 48 Cantones sono stati nella casa Presidenziale aspettando il presidente, mentre l’Esercito agiva contro la popolazione nel kilometro 170 della strada Interamericana.
3. L’utilizzo di forze combinate con la presenza di militari muniti di armi da fuoco, per controllare un’azione civica di protesta e di rivendicazione realizzata nel pieno esercizio dei diritti universalmente riconosciuti e garantiti dalle leggi nazionali, è una dimostrazione di violenza da parte dello Stato, che si dimostra incapace di agire in maniera coerente con la cultura democratica e nel rispetto dello stato di diritto.
4. L’utilizzo di personale militare e di armi da fuoco in azioni di sgombro o di intervento in manifestazioni o riunioni pubbliche, in base alle deliberazioni del Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, costituisce tortura, situazione per la quale lo stato del Guatemala è stato sanzionato in varie occasioni da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
5. L’azione autoritaria e il fatto di negarsi a sostenere un dialogo efficace finalizzato a risolvere i problemi reali della popolazione, l’abbandono storico e il discorso demagogico, violentano i diritti fondamentali che hanno come obiettivo riconoscere la dignità della popolazione e delle persone.

Di fronte a questa situazione, domandiamo:

1. Alla Procura dei Diritti Umani (PDH), l’investigazione profonda dei fatti e il rilascio immediato di una risoluzione che permetta identificare i responsabili delle violazioni.
2. Al Pubblico Ministero (MP), di iniziare un processo penale contro i funzionari che risultino responsabili di questi fatti sanguinosi, e delle violazioni ai diritti dei diritti umani da parte di membri delle forze di sicurezza, civili e militari.
3. Al Governo del guate,ala, di consegnare alle autoritá della Procura dei diritti Umani e al Pubblico Ministero tutta l’informazione relativa ai nomi dei funzionari che comandano le unitá coinvolte, il piano d’azione, il dettaglio elle istruzioni trasmesse dalla citta Capitale da parte del Ministero dell’Interno e della difesa, verso i l posto in cui accadevano questi fatti. Inoltre, ritirare temporaneamente dalle loro posizioni i funzionari coinvolti i quali, per azione o per omissione, risultano coinvolti nei fatti che sono accaduti.
4. Al presidente della Repubblica Otto Perez Molina, l’immediata smilitarizzazione delle forze di sicurezza, cosí come di non utilizzare unitá militari.
5. Al Parlamento del Guatemala, di derogare il decreto 40-2000 che permette la realizzazione in meaniera congiunta (Polizia ed Esercito) e che si prenda atto del carattere di Legge che hanno gli Accordi di Pace e in particolare l’Accordo sul Rafforzamento del potere civile e la funzione dell’-esercito in una società democratica.
6. Chiediamo alle autorità politiche, legislative e al settore privato che vengano abbandonati questi modi di agire autoritari e che si assumano norme di convivenza democratica reale e non demagogica.
7. Alle comunità e ai dirigenti dei 48 cantoni di Totonicapan, alle famiglie delle persone uccise, ferite e vittime di questi fatti, manifestiamo la nostra solidarietà profonda e il nostro impegno ad accompagnarli nella ricerca di giustizia per questi fatti dolorosi.

Guatemala, 4 de octubre de 2012

Firmatari:

Convergencia por los Derechos Humanos
Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos -CALDH-
Centro Internacional para Investigaciones en Derechos Humanos -CIIDH-
Fundación Sobrevivientes
Instituto de Estudios Comparados en Ciencias Penales de Guatemala -ICCPG-
Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado de Guatemala -ODHAG-
Seguridad en Democracia -SEDEM-
Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos-Guatemala -UDEFEGUA-
Asociación Familiares de Desaparecidos de Guatemala -FAMDEGUA-
Centro de Estudios de Guatemala -CEG-
Equipo Comunitario de Apoyo Psicosocial -ECAP-
Educa Guatemala
Sector Mujeres de Sociedad Civil
Unión Nacional de Mujeres de Guatemala -UNAMG-