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El No del referéndum en #Italia: ¿Otro #Brexit?

Referendum: Centri sociali in piazza per No a Napoli

(Fabrizio Lorusso – Desinformémonos) En Italia ganó el No en el referéndum constitucional. ¿Pero qué significa? ¿Es la señal de una especie de Brexit a la italiana? ¿Habrá un nuevo gobierno derechista tipo Trump en el corazón del Mediterráneo? ¿Se van a desplomar el Euro y las bolsas? Tras el voto popular del 4 de diciembre sobre las reformas a la Constitución propuestas por el gobierno de Matteo Renzi, sostenido en el Parlamento por una coalición entre el Partido Democrático (centro-izquierda) y el partido NCD (Nuevo Centro Derecha), la población reprobó los cambios que, de ganar el Sí, habrían modificado 47 artículos sobre un total de 139. El Primer Ministro y los miembros de su gabinete se dedicaron a una despiadada campaña electoral por el Sí en los últimos meses y Renzi insistió en relacionar el destino de su gobierno (incluso del país entero) con el resultado del voto del pasado domingo que, entonces, se transformó en lo que no debía: en un referéndum sobre la aprobación del ejecutivo entre la población, más que un ejercicio de cuestionamiento del eventual nuevo orden Constitucional.

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Nuova Rivista Letteraria: Nuovi #Nazionalismi #Populismi #Razzismi #Destra @edizionialegre

Simone Scaffidi L. su Carmilla ON Line ha recensito il secondo numero del nuovo corso di Rivista Letteraria (n. 2) sulla “rinazionalizzazione delle masse” (leggi qui l’editoriale che così s’intitola) e i nuovi (e vecchi) “nazionalismi, populismi e razzismi”. Ecco la recencione e qui-link trovate la rivista (oltre che in vari punti vendita). 

lega-nord-che-guevara«Sono un fascista e morirò fascista»
Licio Gelli
(21 aprile 1919 – 15 dicembre 2015)

Il n° 2 di Nuova Rivista Letteraria continua il percorso di risemantizzazione del verbo informativo e decostruzione di stereotipi, cominciato in maggio con la prima uscita della nuova serie, dedicata alle Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte. Questa volta la critica, più che mai necessaria e di dirompente attualità, si concentra sull’avanzata di un immaginario autoritario, identitario e razzista, e si propone – attraverso il fortunato connubio tra letteratura e azione sociale – di stimolare pratiche culturali volte ad arginare l’ondata nazionalfascista che va riversandosi nelle nostre vite. Depurata da retoriche e parole d’ordine di dubbia efficacia, quest’opera collettiva e trasversale, tifa per un’evasione performativa che agisca su una realtà complessa e sfaccettata di nero. Di seguito un commento ai singoli articoli che compongono il volume.

La rinazionalizzazione delle masse – Wu Ming 1
Il numero si apre con l’editoriale di Wu Ming 1, che nel titolo riprende la celebre opera di Mosse e nel testo il Pasolini di Petrolio, quello che i troppo occupati a blaterare di Valle Giulia hanno nascosto in cantina. Il fascismo che abbiamo di fronte è un fascismo fagocitato dalla globalizzazione e dal neoliberismo, interiorizzato dalla sinistra istituzionale europea, è una realtà conclamata che finge di combattere la tecnocrazia UE. «Non è detto – si domanda l’autore – che la falsa soluzione, a furia di aggravare il problema, non diventi essa stessa il problema principale».

La serialità del male – Silvia Albertazzi e Fausto Capitanio
Da Auschwitz-Birkenau alla risiera di San Sabba, dalle carceri cambogiane a quelle sudafricane di Robben Island. Banalità e serialità del male sono elementi della stessa prigione: acciaio, cemento ma anche assenza ed ombre. Fausto Capitanio con le sue istantanee in bianco e nero – che percorrono l’intera rivista fungendo da testo nel testo – coglie la violenza dell’assenza, dando voce al silenzio dei “colpevoli”. Silvia Albertazzi ribadisce l’esigenza di questa fotografia, una fotografia sociale che non faccia da corredo alle vittime ma aspiri a gettare nuovi sguardi sul presente.

Perché i bambini non sono razzisti? – Franco Foschi
Ci hanno insegnato che dai bambini non s’impara, ai bambini s’insegna. E ce l’hanno insegnato che eravamo bambini. Che i genitori, la scuola, la chiesa, lo Stato, educano; e i bambini devono stare in silenzio e seduti ad ascoltare, per imparare, per il loro bene. Be’ è arrivato il momento di ribaltare il paradigma. Quale bambino lamenta l’oscurità della pelle della propria compagna? Quanti genitori invece lo fanno quotidianamente? Sediamoci ad ascoltarli, e se all’inizio faremo fatica a capirli, sarà solo colpa nostra e delle costruzioni sociali identitarie che ci portiamo dentro.

Il nemico della città – Maysa Moroni, Andrea Natella, Giuliano Santoro
Si può fascistizzare lo spazio urbano? Certo che sì, e lo si può fare cominciando dal linguaggio, magari militarizzandolo. «Gli spazi pubblici sono soldati che hanno perso dei gradi (il degrado) e che devono riconquistarli con nuove decorazioni al valore (il decoro)». Reprimere la socialità e la vivacità dei quartieri popolari, con criminali operazioni di gentrificazione, è una delle armi dei fascisti dello spazio. Astronauti del pianerottolo, fautori di una guerra fredda che pretende espellere il conflitto dalla galassia urbana.

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Da «Prima gli italiani» a «Prima i poveri» – Fulvio Masserelli
«Prima i francesi!», «Prima gli italiani!». Bisogna ammetterlo, ci siamo sbagliati. Il fascismo, checché ne dicano i grandi esperti, non ha patria. Chiacchiera di Nazione, Dio, Sangue ma in fondo è troppo concentrato sul proprio ombelico e sui pronomi possessivi per essere davvero interessato al bene di una fantomatica comunità nazionale. Eppure la “priorità nazionale” è un concetto che piace alle vecchie-nuove-destre, e guarda caso viene fuori ogniqualvolta si tratti di difendere i propri interessi specifici. Con ogni mezzo: «la strumentalizzazione – ad esempio – di un caso particolarmente eclatante di “italiano povero” può divenire l’occasione per attivare il discorso e orientare l’iniziativa di gruppi o comitati verso la rivendicazione anche pratica della “priorità nazionale”»

Figli di Annibale – Agostino Giordano
«Respingere» è il motto degli italianissimi. Respingere dalle frontiere e respingere dalle città, dalle scuole, dalla società “per bene”. Osama, un ragazzo tunisino di quindici anni esprime così le pressioni di quel dito puntato come un manganello nelle costole: «È come trovarsi ogni volta su un palco sotto i riflettori, sapendo che ogni cosa uno possa dire, il pubblico comunque “ti insulterà, ti fischierà, ti sputerà addosso. Tu vorresti salirci su quel palco?». Akin, ragazzo nigeriano di quindici anni, invita gli italianissimi a non mettere gli stranieri su un palco ma ad aprire le orecchie e ascoltare una canzone: Figli di Annibaledegli Almanegretta. Amhed sedicenne algerino ci consiglia di guardare film come Welcomedi Lioret. È una guerriglia culturale, e loro lo sanno.

Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano – Wu Ming 1
La chiamano ancora “Letteratura d’evasione”, per riferirsi a qualcosa di leggero, in fondo trascurabile. Eppure la buona fantascienza apre brecce temporali che ci costringono a riflettere sul presente, reinterpretarlo, plasmarlo. È questo il caso. Dal titolo ci si aspetta un saggio/reportage, dall’incipit un ingresso narrativo al saggio e invece no, è proprio un racconto di fantascienza. Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano è il titolo della tesi del dottorando Tonio, studioso di storia italiana all’Università di Harvard 28 sul pianeta Terra 10, in anni in cui «la parola “Italia”, come molte altre, rimanda a immagini e vicende che la Specie si è lasciata alle spalle da 50mila anni». Questo racconto è una scheggia di meteorite depositata nei polmoni dei fascisti dei millenni a venire. E un omaggio a Luca Rastello.

Il mito di Venezia nell’immaginario nazionalista italiano – Piero Purini
«Venezia Giulia», quest’associazione di lemmi forzata e fortunata nasce per legittimare e dare una direzione al nazionalismo italico, ma è anche utile, come si esplicita nel testo, all’indipendentismo veneto e croato. In un’espressione ritroviamo la sintesi di due potenze politico-economiche che nei secoli hanno governato parte della penisola italiana: la Serenissima Venezia, baluardo a difesa delle invasioni d’oriente, e l’imperiale Roma di Giulio Cesare. La scelta non è chiaramente casuale e «il mito di Venezia – condito con qualche gladiatore – si dimostra comodo per tutti i nazionalismi a caccia di giustificazioni».

Venezia, o il racconto assente della violenza imperialista – Alberto Sebastiani
Venezia è una iena, non un leone. Si ciba di carcasse politiche ed economiche, succhia il sangue dell’impero bizantino per diventare grande e autoproclamarsi difensora dell’occidente dalle popolazioni d’oriente. Anche qui siamo di fronte a un pezzo ibrido che si serve della letteratura – storica e di fantascienza – per addomesticare il Leone di San Marco, farlo scendere dal piedistallo e riportarlo in piazza tra i piccioni. L’analisi di Sebastiani de Le catene di Eymerich e La luce di Orione di Valerio Evangelisti ci accompagnano alla scoperta di un imperialismo veneziano legato alle Crociate e alla repressione degli “eretici”, lo stesso imperialismo che verrà esaltato durante le Guerre d’Indipendenza e il periodo fascista per giustificare l’accaparramento delle terre di quella “Venezia Giulia” di cui ci parla il Purini.

Fascists love Putin – Valerio Renzi
salvini-putin-670x274Per chi a sinistra non se ne fosse ancora reso conto è arrivato il tempo di farsi una spietata autoanalisi o di indossare la camicia rossobruna. Il corpo e la immagine di Putin generano orgasmi negli italianissimi. Tuttavia Putin più che essere considerato un vero e proprio camerata, rappresenta la possibilità di una svolta autoritaria, un alleato per contrastare il mondialismo dai palazzi che contano, un generoso finanziatore per imporre il nazionalismo in ogni paese.

L’Epopea del Nazionalismo Rivoluzionario Messicano – Fabrizio Lorusso
Francesco Vanzetti, aspirate docente di Studi Latinoamericani dell’Università Autonoma di Città del Messico, sostiene un colloquio per un posto da “professore-ricercatore non definitivo a tempo pieno”. L’ordinario, jefe de jefes, lo lascia parlare per un po’ di nazionalismi e populismi latinoamericani, poi s’irrigidisce: «Insomma, va be’, corporativismo, populismo, ma lei lo saprà, qui in Messico, ecco, noi abbiamo il “Nazionalismo Rivoluzionario”…». Istituzionalizzare la Rivoluzione di Zapata, Villa e i Magon si può? No, non si può. Quello che si può è cambiare le parole, trasformare la Controrivoluzione in Rivoluzione e costruire con la reazione un partito ambiguo ma solido: il Partido Revolucionario Institucional per l’appunto, rimasto al potere per più di 71 anni.

Bombay/Mumbai, il destino nel nome – Alberto Prunetti
È solo una sillaba ma contiene in seno l’affermazione politico-culturale dello Shiv Sena, partito xenofobo di estrema destra che nel 1995, approfittando della sua posizione di governo nello stato di Maharashtra, decise di cambiar nome alla città, per ragioni di purezza e rivendicazione delle origini marathi. L’autore, da un punto di vista d’osservazione privilegiato, ci racconta del «fuoco che ha devastato Mumbai. Un fuoco che è stato innescato dal gioco di specchi tra identità in opposizione, dalle finzioni delle etnie, delle identità, dei credi assoluti e incompatibili».

Libro e moschetto 2.0 – Giuseppe Ciarallo
Ma chi sono i gramsciani di destra? Esistono davvero? E ai neofascisti piacciono sul serio Che Guevara e Corto Maltese? Ma soprattutto, quali sono i punti di riferimento letterari degli acuti fascisti del terzo millennio? Ad alcune di queste domande Ciarallo prova a dare una risposta fornendoci una piccola enciclopedia di personalità letterarie care all’estrema destra italiana.

PegidaNon finirà mai! – Wolf Bukowski
Transitando dalla letteratura alla società, da Il passo del gambero di Gunter Grass, ai Mondiali di calcio del 2006, l’autore ci racconta una Germania vogliosa di un patriottismo sano che si lasci definitivamente alle spalle i fantasmi del nazionalsocialismo. Si tratta ovviamente di una menzogna, utile solo a ripassare i confini di nero e giustificare l’intransigenza economica dei potenti. Le destre, ben lungi dal stare a guardare, sventolano bandiere rosso-nero-dorate, tentando giochi di prestigio come quelli del Pegida, movimento ambiguo solo agli occhi di chi non ha il coraggio di riconoscere un’aquila travestita da passerotto. «Non finirà mai, dunque? No di certo, se neppure riconosciamo quando ricomincia».

Closelandia. Cosa importa che una terra sia vicina, se mi è preclusa? – Massimo Viaggi
Con l’aiuto del romanzo La figlia della catalana Uson, che narra la storia della secondogenita di Ratko Mladic – generale serbo accusato del massacro di Sebrenica – Viaggi mette a nudo le difficoltà di comprensione, anche interiori, generate dai nazionalismi e dall’esaltazione delle identità, nonché di decifrazione dei codici linguistici da essi adoperati. Nel momento in cui i significati delle parole saltano e s’impregnano di ambiguità, la confusione semantica può uccidere. «Ciò che rende devastante l’impatto di una parola è da un lato l’uso mediatico e di propaganda che se ne fa, e dall’altro il contesto storico-politico entro il quale viene usata». Per questo l’autore può permettersi di essere d’accordo con Borghezio che nel 2011 definì Mladic un patriota («anche se Mladic non rubava, Garibaldi bisogna vedere»): perché quella parola non ha più nulla a che vedere con gli ideali risorgimentali.

L’ignoranza è forza! – Paolo Vachino
Parole, parole e ancora parole. Comprimerle, nasconderle, dimenticarle, sostituirle con inglesismi, spettacolarizzarle al fine di somministrarle al pubblico, meglio se pigro, sfruttato, massificato. Che cos’è un Talk Show? Uno “spettacolo di parole”. Ci avevate mai pensato? In questo show, per fare un esempio, quanto costano le parole e a chi appartengono?

Quei temerari sulle patrie volanti – Milena Magnani
Identità locali e lingue minoritarie non sono naturalmente associabili a chiusura e nazionalismo, anzi. Un esempio di processo singolare e performativo è la rivista Usmis, sorta agli inizi degli anni ’90 e interamente redatta in friulano.«Usmis fu un laboratorio animato da sogjets zingars, da poeti e liberi pensatori anarchici e anticonformisti, un laboratorio che diede vita a psicogeografie e scioperi creativi»

Omo lava più bianco – Silvia Albertazzi
L’autrice ripercorre le immagini di My Beautiful Laundrette, film del 1985 diretto da Stephen Frears e sceneggiato da Hanif Kureishi correndo sul filo delle relazioni tra cultura di appartenenza, genere e classe. La comunità pakistana nell’Inghilterra della Tatcher viene descritta come un universo complesso, in cui lo sfruttamento economico non è solo subito ma anche agito contro gli strati più deboli della società. Immaginatevi poi uno skinhead razzista che irrompe sulla scena innamorandosi di un ragazzo pakistano “di successo”. Una miccia che aspetta solo di essere accesa in una società che è già una bomba ad orologeria. Un film da rivedere oggi in Italia – consiglia l’autrice – con una maggiore consapevolezza rispetto al 1985.

Muri (im)portanti – Cristina Muccioli
NRL2coverIl muro è pagina resistente, è arte e strumento di guerriglia culturale. A dipingere si è iniziato proprio dai muri e non si è più smesso. Artisti come Bansky e Blu, per citare i più noti, hanno ereditato una lunga tradizione di scritture resistenti murali. Obiettivo principale della loro opera è gettare uno sguardo altro e oltre, disintegrare muri per abbattere quella rettitudine che è barriera, frontiera, confine.

Ci sono sempre delle frontiere – Sergio Rotino
Analizzando il ciclo de Le città oscure dei due fumettisti belgi François Schuiten e Benoit Peeters, Rotino s’interroga sul peso che urbanistica e architettura giocano nelle nostre esistenze. Su come i modelli urbani influiscano sulle vite delle persone. Nei fumetti del duo belga è presente una forte critica a un’urbanistica che diventa scienza, senza tener conto del fattore umano e naturale. L’autore sposa la critica e ci invita a perderci nelle città di Schuiten e Peeters per comprendere attraverso il linguaggio e la ricerca delle immagini quanto lo spazio e il tempo urbano possano essere strumenti di costrizione e d’imposizione d’ordine.

«Più della metà delle cose che esistono / non esistono*
Le razze non esistono, ma il razzismo uccide»

* verso del poeta friulano Federico Tavan

Destra, sinistra, populismo, economia

Breve post work in progress. Semplificando un po’ (tanto anche, ma per capirci rapidamente). La destra, si dice con un’astrazione, di solito taglia (o promette di farlo) la spesa (sociale e/o pubblica) e le tasse;

la sinistra, si dice, alza la spesa (sociale e/o pubblica) e le tasse;

il “populista” taglia le tasse e alza la spesa (non necessariamente per o in favore di tutti), ma come fa?

Debito, oppure spremitura estrema e “nazionalizzata” di una risorsa naturale o di una grande industria statale; raramente lo fa con imprese statali efficienti o con una crescita sostenuta dell’economia in generale che generi più risorse (anche se in realtà potrebbe farlo, ma è difficile).

Il “populista” appare di destra o di sinistra a seconda del discorso e la retorica che adotta per motivare le sue politiche (ideologia) e dei gruppi che lo sostengono, non molto per la sostanza e i contenuti reali. Può funzionare? Dipende. A volte. Dura molto? Dipende.

Gli economisti non danno risposte sempre chiare né possono prevedere alcunché (salvo margini di errore, probabilità precondizioni, supposizioni reali e non, ipotesi, controipotesi…….). Rispondono di preferenza a ogni domanda: “dipende” e le sue varianti linguistiche o con sinonimi (tecnica da me appresa, ma poi usata solo con criterio e moderazione, al corso di microeconomia in Bocconi al primo anno).

Esempio/domanda.

a) E’ populista l’azione di nazionalizzare (statalizzare), come in Argentina, il 51% della compagnia petrolifera YPF che apparteneva in maggioranza alla spagnola Repsol?

b) O è populista solo il discorso che afferma che lo si fa “per nazionalismo e per argentinizzare l’economia” e per porla al servizio dell’interesse nazionale?

c) O entrambe le opzioni?

Rispondo: dipende. E’ l’eterno dilemma di chi si occupa di America Latina e della sua storia, di Venezuela, di Cuba, di Argentina, di Bolivia in questi ultimi anni. Ma perché no, anche d’Italia in questi ultimi anni…

E’ una categoria, l’economista, che spesso serve per speculare la mattina e ricredersi la sera :) La cosa vera è che, dal canto loro, tacciano di populista qualunque cosa che non risponda fedelmente ai dettami della dottrina economica in voga (anzi, quasi sempre di quella neoclassica) e anche questo, a volte, è fare del populismo “all’inversa”.

Direi che anche il sacro Monti ne fa, almeno un po’, sottilmente. Ma anziché basare la credibilità delle sue affermazioni sull’espressione della volontà popolare, sui bagni di folla e i comizi, sul nazionalismo, sull’eccesso mediatico o sull’immagine di leader forte, lo fa con il discorso o la retorica più potente e credibile e legittima affermatasi negli ultimi 60 anni: l’economia, dea immateriale e materiale, onnipresente, anzi ubiqua, e surrealisticamente “razionale”, quindi giusta, corretta.

Intervista. Bolivia, Oscar Olivera: l’opposizione ai tempi di Evo

evopresidente.jpgIl noto leader sociale boliviano Oscar Olivera – che preferisce essere definito “ex dirigente sindacale ed attivista sociale” – in questa intervista spiega la sua posizione critica verso il governo di Evo Morales, le contraddizioni e i pericoli che scorge attualmente in Bolivia e le prospettive del sindacalismo e del movimento autonomo.
Oscar Olivera fu uno dei principali attivisti durante la guerra dell’acqua di Cochabamba contro le privatizzazioni nel settore idrico e in seguito è stato un personaggio fondamentale nelle battaglie per la difesa del gas boliviano in seguito alle quali i movimenti sociali e il partito MAS (Movimiento al Socialismo) hanno aumentato i loro consensi, in buona parte dirottati in favore del candidato Evo Morales. Evo è stato eletto per la prima volta presidente della Bolivia il 18 dicembre 2005 ed è stato votato per portare a termine un secondo mandato anche nel dicembre 2009. In entrambi i casi l’ex leader sindacale cocalero s’è imposto con maggioranze importanti (45% nel 2005 e 63% nel 2009) convogliando su di sè il voto delle classi disagiate e delle popolazioni indigene. Che ne è stato delle sue origini e del concetto di autonomia dei movimenti? Quali aspettative sono state tradite dal “presidente Aymara”?

La frammentazione del movimento: “Con noi o contro di noi”

Nel governo della Bolivia esistono un discorso ed una pratica completamente divergenti. Si fomenta l’individualismo e si penalizza la presa di decisione comunitaria. I movimenti sociali sono nella quasi totalità subordinati al governo. È vigente la consegna “con noi o contro di noi”. Inoltre, non è solo il fatto che ti ignorano o che non esisti come era fino a poco tempo fa. No, adesso, dopo le ultime elezioni, il governo sembra dire: “sì, esisti, e ti distruggo perché tu non esista più”. E allora c’è una forte campagna di disprezzo, di calunnie, molto bassa, molto dannosa, contro alcuni referenti sindacali o sociali che hanno una posizione fortemente autonoma.

Credo che ci siano fattori distinti. Da un lato c’è una attitudine generale e dall’altro la presenza di quadri medi nel governo che operano questo tipo di politica. Quando Evo Morales arrivò al governo, io ero preoccupato per come lui è. Nel profondo, è una persona con i propri legittimi obbiettivi. Ad esempio, ha sempre voluto fare il presidente. Evo fu tra i promotori del referendum del gas nel 2004. Molti eravamo contrari perché ritenevamo che la consulta fosse una trappola. Lui no, trattò con il governo di allora tutto per poter accedere allo stesso governo.

Credo che in quella occasione, Evo usò la gente. Non mi sembra molto onesto, molto leale, avere sempre utilizzato quella capacità di seduzione, tipica sua, per attrarre la gente, usarla e poi scartarla, anche in malo modo. È un caudillo e qui non c’è alcuna orizzontalità del potere, non c’è la minima intenzione di offrire il potere alla gente. Qui il potere è concentrato in una sola persona, e quella è Evo Morales. Lui decide tutto, dà persino il beneplacito ai candidati sindaco in questo paese.

Inoltre, si è circondato di gente che è molto accondiscendente con lui, cosa che gli piace molto. Ho visto attitudini persino servili verso il presidente. Non importa quale passato abbia suddetta persona, se asseconda quello che dice il presidente va bene. In cambio, un compagno che non si è mai venduto, che mai s’è sottomesso, o un settore che è stato ribelle, che è sempre stato autonomo, quello non è tollerato. Credo che sia un misto di carattere personale insieme ad una rete di personaggi per niente qualificati che sono lì, nel governo.

Ad esempio, io non posso più comunicare con lui. L’ultima volta fu due anni fa, adesso neanche mi parlano. Sembra che per il governo io sia vietato. E sembra che l’unica forma per dirgli che siamo qui, che qui insistiamo, qui continuiamo, non sono le lettere pubbliche che gli abbiamo inviato o i messaggi che gli abbiamo fatto arrivare da altre persone, ma la mobilitazione. Ad esempio, il governo ha organizzato un evento per ricordare i dieci anni della “guerra dell’acqua” (nell’aprile del 2010). Un evento di parte dove sono arrivate cinquecento persone e nel quale si è fatto capire che le conquiste di dieci anni fa sono state il risultato di un gruppo, di un settore.

Invece, alcuni giorni dopo abbiamo organizzato una manifestazione a cui hanno partecipato più di diecimila persone e abbiamo rivendicato che non è stata una parte a vincere, ma che è stato il risultato della costruzione collettiva, di un tessuto sociale molto forte, molto generoso, molto trasparente e senza alcuna discriminazione. Tutto questo non esiste più. C’è stata molta frammentazione e cooptazione da parte del governo attuale. Dall’altro lato, sono stati disprezzati tutti quelli che non hanno voluto far parte di quel gioco.

Credo che la gente che si trova negli apparati abbia paura del potere che sta in basso. È successo che quando ci siamo mobilitati, si sono spaventati perché hanno visto che è stata la base sociale quella che ha manifestato, la base sociale di tutto il processo che portò Morales alla presidenza, quella stessa base che per prima si mobilitò nella “guerra dell’acqua”. Il cancelliere David Choquehuanca, che non ho mai visto in alcuna battaglia, da nessuna parte, s’è preso il lusso di denigrare la manifestazione dicendo che era una manifestazione dell’estrema destra.
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È una mancanza di rispetto e mi indigna che un funzionario che non ha mai avuto il coraggio di mostrarci la faccia si permetta di infamarci. Inoltre, se si considera che il MAS [Movimento al Socialismo, partito di Evo Morales, ndt] nelle ultime elezioni ha perso nelle zone urbane, dovrebbero cercare di avvicinarsi a quella gente, a questa base sociale che fu la stessa che votò per loro ma che ha manifestato con noi. C’è una cecità assoluta, superbia, disprezzo della propria gente.

La politica del lavoro in Bolivia

Il progetto di riforma del codice del lavoro in Bolivia – presentato il primo di maggio del 2009 – ha due grandi svantaggi per i lavoratori. Il primo ha a che vedere con la criminalizzazione dello sciopero, della protesta. Si stanno introducendo nuove regole, come per esempio il fatto che qualsiasi decisione presa dal sindacato deve avere una maggioranza di due terzi, quando ancora adesso è sufficiente il 50 per cento più uno; inoltre si propone che in caso di sciopero, i lavoratori che non sono d’accordo e che vogliono lavorare lo possano fare.

Nel caso che un dirigente sindacale o un altro lavoratore cerchi di impedire che si interrompa lo sciopero, aggredendo fisicamente o anche solo verbalmente, questa persona può essere perseguita penalmente. Inoltre, la proposta esclude i lavoratori del settore pubblico dal diritto allo sciopero, cioè, tutti i lavoratori dell’acqua, luce, telefonia, comunicazioni, sanità e tutto l’apparato amministrativo non potranno scioperare. In questo modo, si attacca direttamente l’unità sindacale e la possibilità di azione unitaria.

Queste proposte manifestano una visione individualista del soggetto lavoratore. Noi vogliamo che venga mantenuta la visione collettiva, che siano i sindacati quelli che in modo organizzato rappresentino i lavoratori. Abbiamo qui un’ideologia precisa che si sta infilando dentro il governo attraverso i tecnocrati. Ad esempio, la nuova legge anticorruzione che è stata approvata poco fa introduce la delazione come metodo. Voglio dire, si continua a fomentare l’individualismo, la sfiducia nell’altro a scapito della collettività, della comunità.

Non c’è un discorso ufficiale per la promozione di queste proposte. Io credo che ci sia gente che si sia infilata, che si sia intrufolata nel governo. Ad essi interessa ottenere soldi, risorse finanziarie, perché ci sia stabilità macroeconomica. Il mondo del lavoro, come l’acqua, non rientrano nei loro interessi. Allo stesso modo, non sono interessati alla vita quotidiana della gente. Per molti settori sociali, dopo cinque anni di gestione di questo governo, non solo le cose non sono cambiate ma sono peggiorate.

Noi abbiamo due cose in questo momento. La prima è la lotta ideologica contro il governo, contro l’individualismo, la delazione, la criminalizzazione della protesta, poiché quello che neanche i governi militari seppero fare, questo governo lo sta facendo. C’è gente che s’è messa nel governo e, in maniera molto sotterranea, sta negoziando con i poteri economici, con gli imprenditori. Il progetto sulla politica del lavoro deve essere stato concordato con la parte padronale, non c’è altra spiegazione. Però siccome Evo Morales ha un’immagine molto forte, uno pensa che tutto quello che fa va bene.

La seconda è cercare di resistere e conservare il poco che è rimasto di quella legge generale del lavoro che ha più di 60 anni, che sì, è diventata qualcosa di contraddittorio, disordinato, però non per questo devono imporci qualcosa di involutivo come è il nuovo progetto. Ad esempio: questa legge (la proposta del governo) legalizza il lavoro esternalizzato. Nelle catene di montaggio, i lavoratori stabili e quelli in subappalto lavorano gomito a gomito senza nemmeno conoscersi. Esiste il lavoratore con tutti i diritti e poi “l’esternalizzato”. Non lo chiamano neanche compagno. Perfino il linguaggio ti separa, ti divide, ti frammenta, ti discrimina.

La comunità e il sindacato

Ora, noi abbiamo radici ancestrali che si richiamano al concetto di comunità. Questo sentire e agire della comunità sta andando perso e noi vogliamo recuperarlo. Dal nostro punto di vista, il sindacato può essere una replica urbana della comunità, dove nessuno possa frammentarci né dividerci, dove le decisioni vengano prese collettivamente e attraverso il consenso, dove ci sia una rotazione delle responsabilità e la revoca dell’incarico, alla fine tale e quale funziona nelle comunità andine.

Urbanizzazione accelerata, corruzione e narcotraffico a Cochabamba

A Cochabamba ci sono tre problemi. Il primo è un processo di urbanizzazione molto accelerato. Lo Stato ha stabilito che la terra e il suolo sono un affare. In questo modo sono state favorite attività criminali di urbanizzazione: aree agricole, parchi di sviluppo forestale, ecc. Tutto questo è in relazione con il tema dell’acqua. Nella città esistono circa diecimila pozzi che vengono alimentati dai corsi d’acqua che scendono dalle montagne. Ora, questi pozzi stanno seccando, hanno livelli molto bassi, cosa che obbliga a ulteriori perforazioni. Di fronte a questa situazione, non c’è chi possa fermarla poiché tutto è promosso tanto dal governo nazionale quanto da quello locale.

Il secondo problema è il tema della corruzione. Poiché questa “istituzionalità” corrotta non è stata cambiata, molti compagni che andarono a “cambiare lo stato”, a “rendere orizzontale” il potere, a creare una “istituzionalità partecipativa e aperta alla gente”, si sono lasciati trasformare dallo stato e sono diventati corrotti. Un esempio è il caso di chi doveva essere il successore di Evo Morales e che oggi si trova in carcere: Santos Ramírez Valverde.
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E il terzo tema è il narcotraffico che qui a Cochabamba sta perseguitando le comunità. Ed è paradossale, perché quando c’era la DEA (l’agenzia antinarcotici degli Stati Uniti) il problema era maggiormente sotto controllo. Questo è un problema molto grave che bisognerà affrontare poiché ci sono settori degli stessi produttori di foglia di coca che stanno entrando nel business del narcotraffico. E continuando così può essere che la foglia di coca che portò Morales al governo potrebbe essere la stessa che ce lo tolga. (Nella foto: Oscar Olivera)

Discorso anticapitalista e pratica incoerente

Esistono molte contraddizioni tra il discorso anticapitalista e anti-imperialista e le forme di sviluppo promosse che hanno un alto contenuto capitalista. Il caso della miniera San Cristóbal è esemplare, come il piano dell’IIRSA [Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana, ndt]. Ovvero, quello che non hanno potuto fare quelli di destra lo sta facendo questo governo insieme a Lula (presidente del Brasile). Queste contraddizioni tra il discorso e l’azione concreta non permettono al governo di nascondere le cose che stanno accadendo qui. Il governo dice che tutto questo è per mettere assieme le risorse finanziarie per le necessità della gente e per stabilire un grado di equilibrio con la natura.

Però, nelle comunità, dove la gente si oppone, il governo discredita immediatamente chi protesta o, nel suo caso, lo sostituisce con altri leader inviati dal governo. In altri casi, lo Stato è completamente assente, cosa che provoca che la gente voglia risolvere i problemi da sola. È anche per questo che in questi cinque anni ci sono stati più di 60 morti. È il caso, ad esempio, di Huanuni dove c’è stato uno scontro tra le comunità che lavoravano le miniere con le cooperative e i lavoratori sindacalizzati: per la disputa di un giacimento, nell’ottobre del 2006, 4 mila abitanti delle comunità, gente molto giovane, si scontrarono con i sindacalizzati con il risultato di 17 morti.

Il movimento autonomo
È un momento molto difficile per il movimento in Bolivia. Per cominciare non ci sono spazi per l’autonomia. Né indigena, né municipale, né niente. C’è una forte immagine di Evo Morales che non permette l’esistenza di una voce autonoma. Ma la gente non è stupida e si rende conto che non va bene, sebbene non si azzardi ad alzare la voce, poiché ci sono certe condizioni repressive.

Con questo governo vedo molto difficile qualsiasi spazio di autonomia. È paradossale, poiché questo processo fu avviato dalle autonomie, nessuno ci diceva cosa dovevamo fare, era una decisione collettiva tra noi ed eseguivamo le cose. Adesso non accade più. Dall’autonomia siamo passati alla subordinazione assoluta.

Rispetto a questo governo c’è molta speranza sia qui che in molte parti del mondo. Il governo utilizza un linguaggio guevarista, marxista, antimperialista che porta a relazioni che ci preoccupano. Ad esempio, la relazione tra Hugo Chávez del Venezuela, il presidente iraniano Ahmadineyad e il governo della Bolivia. Prima di stringere amicizie, si dovrebbe vedere cosa succede in quei paesi. Ad esempio, in Iran c’è una forte repressione contro il movimento operaio e contro le autonomie dei movimenti sociali.

Sono così pessimista che non credo che l’attuale governo di Morales riuscirà a sopravvivere per i cinque anni (del suo mandato). Ci sarà una specie di disillusione tra la gente. Mi diceva un vecchio combattente contadino di qui, del barrio 1° maggio, una zona molto impoverita: “Queste vittorie elettorali del MAS (Movimento al Socialismo), questa immagine ottimista del governo, sono il frutto del nostro sforzo; però tutto questo si sta trasformando in una festa per i ricchi di sempre”.

Nonostante comincino ad esserci scontento e delusione tra la gente, lo stesso che si registra anche nei risultati elettorali che tanto interessano al governo, quello che è certo è che la gente si sente in qualche modo ricattata, perché se questo viene rovesciato, la domanda è: “Cosa viene dopo?”. Se questo cade, sarà una festa per la destra, che potrà dire alla gente: “Avete avuto il marxista, il guevarista, l’indigenista… e cosa avete fatto?”. E se tutto cade a pezzi, come sempre pagheremo noi che stiamo in basso.

Prospettive personali e collettive

Essere indigeno non è una questione di volto, di tratti, di colore della pelle, di vocabolario, ma è un problema di attitudine. L’indigeno è generoso e rispettoso della gente, è trasparente. E questo governo, sebbene dica di essere indigeno, fa esattamente il contrario: autoritario e sprezzante verso chi non la pensa come lui. Per questo non ho voluto assumere nessun incarico statale, perché credo che quello che vivi nella tua esperienza quotidiana ti fa cambiare la tua visione delle cose e le tue inclinazioni.

Ho pensato cosa fare in questo contesto. Ho parlato con i miei compagni e abbiamo discusso cosa doveva fare adesso Oscar Olivera, questa figura che ha ancora un’ampia base sociale. E abbiamo deciso che sarei andato nel più profondo. Ho scelto di andare verso la profondità di questa base sociale e cercare e stabilire lì una nuova trincea di lotta che mi permetta di sommergermi un’altra volta nella vita quotidiana della gente, nelle sue preoccupazioni e da lì ricostruire un tessuto sociale di fronte al possibile crollo.

Ho abbandonato gli spazi pubblici (riferimento al Tavolo 18 che venne organizzato in “alternativa” al Vertice sul Cambiamento Climatico organizzato dal governo boliviano nell’aprile di questo anno). Ho pensato “meglio che me ne vada alla base e che lavori lì facendo quello che più mi piace: parlare con la gente, capire le preoccupazioni della gente, andare nelle fabbriche ad informare i lavoratori”. Forse la mia ultima attività pubblica è stata la Fiera dell’Acqua, visto che l’esposizione pubblica mi sottopone agli attacchi di disprezzo del governo e questo comincia ad esaurirmi.

Volevo tornare in fabbrica, ma l’azienda non ha più voluto. Allora mi sono fermato qui, organizzando la scuola sindacale e popolare. Abbiamo trasformato questo luogo (l’intervista si svolge nel Complesso Produttivo di Cochabamba) in un centro sociale di formazione, informazione, organizzazione e scambio di saperi aperto a tutta la gente, a tutti i lavoratori, i nuovi e i vecchi, gli uomini, le donne. È quello che cerchiamo di costruire qui: uno spazio molto autonomo e molto critico e che abbia la capacità di preparare la gente perché vada nelle comunità, nei quartieri, a costruire questa autonomia.

Tutto questo con la prospettiva di pensare che la soluzione (ai problemi) si trova nella gente, non passa più nella politica per come è concepita e praticata oggi. Mettere la nostra gente negli apparati statali non serve a niente. È definitivamente un inganno. Al contrario, la soluzione passa per l’autogestione. Qui in città, ad esempio, abbiamo alcune fabbriche che vogliamo occupare e autogestire. Vedremo.

Da www.carmillaonline.com (traduzione a cura di paolo@28maggio.org)

di Matteo Dean

Matteo Dean é un giornalista italiano residente in Messico e collabora con il quotidiano messicano La Jornada, la rivista settimanale Proceso, Desinformémonos, L’Espresso, RaiNews24, Il Manifesto e GlobalProject, tra le altre. L’Intervista a Oscar Olivera “L’opposizione ai tempi di Evo” (in castigliano) è stata pubblicata sul sito messicano Desinformémonos il giorno 1 agosto 2010 – http://desinformemonos.org/2010/08/oscar-olivera-la-oposicion-en-tiempos-de-evo/

Articolo “L’America Latina davanti allo specchio…” su Refundación Revista Latinoamericana !

https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2010/08/espejo.gif?w=253

De México a Chile, América Latina se luce frente al espejo: una historia de lentes sucios

Dal Messico al Cile, l’America Latina davanti allo specchio: una storia di lenti sporche

Abstract
El ensayo propone una visión crítica de algunas posturas y planteamientos sobre la manera en que la región latinoamericana se ha mirado y se ha analizado a si misma a lo largo del siglo XX y, en especial, durante el florecimiento de la teoría social y crítica latinoamericana.

Desde la teoría estructuralista de la CEPAL hasta el enfoque de la dependencia y las propuestas socialistas, se discuten las formas más notas históricamente de interpretar el vínculo externo y la inserción internacional de América Latina, caracterizadas, entre otras cosas, por la presencia de caracteres populistas y retóricas anti-imperialistas. Se profundiza en algunos ejemplos traídos de la historia chilena y mexicana, con un enfoque que trata de enmarcar el debate para toda América Latina.

El caso del experimento cibernético de Salvador Allende en Chile, los sistemas de gestión integrada de las empresas, la teoría del mercado perfecto, el populismo del sexenio de Echeverría y las visiones neoclásicas del desarrollo son ejemplos que evidencian los límites que unos lentes sucios plantean al análisis social y a las interpretaciones que proponen soluciones abarcadoras y totalizadoras a los problemas de control social y político.

Asimismo, los conceptos de “occidentalismo” y populismo se utilizan como ejemplos para destacar la recurrencia de ciertos procesos y fenómenos políticos y sociales, así como de las maneras para interpretarlos: se establece, entonces, una comparación entre distintos “mundos” como son el Oriente medio actual, la Europa de la década de los treinta y América Latina en distintas etapas de su historia.

Introducción
El artículo analiza las formas en que desde América Latina se han planteado e interpretado la relación externa, la colocación de la región en el mundo y el problema/reto del desarrollo, pasando por unas evidencias significativas en los casos chileno y el mexicano.

Centro-periferia, dependencia, estructuralismo, populismo y occidentalismo constituyen los términos de referencia que ejemplifican posturas e interpretaciones recurrentes. Se plantea un desafío para las ciencias sociales latinoamericanas con el fin de que pueda mejorarse y abrirse cada vez más el sistema de “lentes” con que se forjan las visiones y los enfoques sobre la realidad social, política y económica

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