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Cielito Rebelde. Voci dal Messico resistente

di Redazione

[Un documentario di Massimiliano Lanza, Antonio Gori, Claudio Carbone e Leonardo Balestri] Come redazione de L’America Latina, ci teniamo a suggerire a tutte e tutti i frequentatori del blog la visione di questo bel documentario, Cielito Rebelde, realizzato dagli amici Massimiliano Lanza, Antonio Gori, Claudio Carbone e Leonardo Balestri durante un loro viaggio nel Messico del sud nell’estate del 2014, e finalmente disponibile online. Il Documentario Cielito Rebelde “Voci dal Messico resistente”, – ci dicono gli autori -, è disponibile completo gratuitamente su Distribuzioni dal Basso – OpenDDB. Per chi vuole le donazioni rimangono aperte. Tutti i soldi raccolti verranno inviati alle comunità in lotta in Chiapas, Mexico. Qui sotto proponiamo la breve presentazione realizzata dalle amiche e gli amici della rete editoriale autonoma Kairos, coproduttrice del documentario.

Buona visione!

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Paramilitari in Chiapas contro gli zapatisti: fatti, contesto e comunicato di Marcos

Chiapas Escuelas-zapatistas

Un morto, José Luis Solís López, e quindici feriti tra gli zapatisti nel Caracol numero Uno, La Realidad, nel territorio del Municipio de Las Margaritas: questo il saldo dell’attacco di natura paramilitare del 2 maggio scorso ai danni delle BAEZLN (Basi d’Appoggio dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas. S’è trattato di un’imboscata, non di uno “scontro tra fazioni armate”, come inizialmente avevano riportato i media nazionali e stranieri basandosi su informazioni ufficiali e tendenziose. Secondo il comunicato degli zapatisti del 5 maggio e il bollettino del centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas (Frayba) il 2 maggio, alle 18:30, 68 aderenti alle basi zapatiste, disarmati, sono stati attaccati da circa 140 persone armate, militanti della CIOAC-H (Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos-Histórica), del PAN (Partido Acción Nacional) e del Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM). Tanto il governo statale del Chiapas, presieduto da Manuel Velasco, come quello municipale di Las Margaritas sono attualmente in mano a quest’ultimo partito che a livello nazionale è alleato del PRI (Partido Revolucionario Institucional), tornato al potere, dopo 12 anni di governi del PAN, col presidente Enrique Peña Nieto nel dicembre 2012 (nella foto: Velasco e Peña).

Chiapas Manuel velasco peña nietoL’omicidio del votán, cioè del maestro della Escuelita zapatista José Luis Solís López, persona rispettata e in vista nella comunità, è un fatto gravissimo e infame. Il maestro è stato accerchiato e linciato da una ventina di soggetti armati, infine raggiunto da tre colpi, uno alla gamba, uno al torace e un colpo di grazia alla nuca, oltre che da bastonate e sferzate di machete. Poco prima dell’attacco, alcuni aggressori hanno tagliato i dotti che portano l’acqua alle comunità zapatiste del caracol e hanno distrutto la clinica comunitaria, la scuola, gli orti e alcuni veicoli di proprietà delle BAEZLN. L’informazione attendibile è arrivata col contagocce, alcuni giorni dopo l’aggressione. Alcuni media, come il quotidiano La Jornada e la rivista Proceso, hanno rettificato le versioni iniziali che, come spesso accade, parlavano di semplici conflitti tra indigeni o “intracomunitari” e di controversie legate ai trasporti e all’uso della ghiaia o della terra della comunità.

Nell’ultimo anno ci sono stati altri due agguati mortali contro gli zapatisti: Carlos Gómez Silvano, indigeno tzetzal, è stato freddato nel marzo 2014 con 23 colpi di pistola, e Juán Vázquez Gómez è stato assassinato a fine aprile 2013. Però, nel caso di Solís, conosciuto anche come “Galeano”, non s’è trattato di una “sortita”, ma di un’operazione più grande e pericolosa per la sopravvivenza della comunità, in quanto diretta e pianificata contro un maestro dell’Escuelita zapatista, proprio nel cuore del Caracol, e contro l’intero progetto autonomo, visto che sono state danneggiate le strutture della scuola, della clinica e i dotti dell’acqua. Ancor più grave è il fatto che, a pochi metri dalla zona dell’attentato, con la mediazione di due rappresentanti del centro Frayba per i diritti umani, si stessero concludendo degli accordi proprio tra la CIOAC e gli zapatisti.

L’8 maggio il Subcomandante Insurgente Marcos ha firmato un comunicato dell’EZLNintitolato “El dolor y la rabia” in cui si legge che Galeano

non è caduto nell’imboscata, è stato circondato da 15 o 20 paramilitari (sì, lo sono, le loro tattiche sono di tipo paramilitare); il compagno Galeano li ha sfidati a battersi a mani nude, senza armi da fuoco; lo hanno bastonato e lui saltava da una parte all’altra schivando i colpi e disarmando i suoi rivali”. E continua: “Vedendo che non ce l facevano contro di lui, gli hanno sparato un colpo alla gamba tirandolo giù. Dopo questo, la barbarie: gli sono piombati addosso, picchiandolo e colpendolo col machete. Un’altro proiettile nel petto l’ha  reso moribondo. Hanno continuato a colpirlo. Vedendo che ancora respirava, un codardo gli ha sparato alla testa”. Infine “il suo corpo è stato trascinato per 80 metri dai suoi assassini e l’hanno lasciato lì. E’ rimasto solo il compagno Galeano. Il suo corpo buttato in mezzo a quelle che prima fu la terra dell’accampata di uomini e donne provenienti da tutto il mondo che arrivavano al cosiddetto ‘accampamento di pace’ a La Realidad. E furono le compagne, le donne zapatiste de La Realidad quelle che hanno sfidato la paura e sono andate a ritirare il corpo”.

Qual è l’antefatto? Il 16 marzo alcuni appartenenti alla componente “Histórica” della CIOAC, una corrente dell’associazione rurale legata al PRD (Partido Revolución Democrática) e diversa dalla corrente “Democrática” o “Independiente”, risultata da una scissione e vincolata al Partido Verde, hanno bloccato e sequestrato presso il Municipio Autonomo General Emiliano Zapata un camioncino delle BAEZLN, pieno di medicine destinate alle comunità, che veniva utilizzato per le campagne per la salute degli zapatisti. La CIOAC è stata aiutata anche da membri del PAN e del Verde. Il pretesto per impossessarsi della camionetta e mantenerla sotto sequestro presso la casa ejidal, sede del potere di controllo sull’ejido, un territorio gestito come proprietà comune nel municipio de Las Margaritas, era piuttosto subdolo: secondo la Central “CIOAC” il furto del camioncino e del suo contenuto era la risposta a una presunta appropriazione indebita di ghiaia da parte degli zapatisti. In realtà il materiale da costruzione usato dagli zapatisti de La Realidad è adibito ad uso comune con gli altri gruppi della zona e non ha, quindi, un “proprietario”. Men che meno ne decidono le sorti le autorità municipali ufficiali o quelle dell’ejido, legate rispettivamente al PVEM e alla CIOAC-H(istórica).

Chiapas mural zapatistaDopo due tentativi frustrati da quest’ultima, finalmente il primo maggio comincia un dialogo per la risoluzione del problema tra i delegati della Central, Alfredo Cruz e Roberto Alfaro, e quelli delle BAEZLN, tra cui c’è anche “Galeano”, la vittima degli attentati del giorno seguente, e due garanti del Frayba. Il dialogo diventa una “riunione permanente” e, dopo alcune ore di stallo, il delegato Cruz propone l’intervento dell’ex deputato federale del PRD Luís Hernández, dirigente della CIOAC in Chiapas, e abbandona più volte l’incontro per contattare i suoi superiori. Il 2 maggio si presentano 15 militanti della Central davanti alla casa della Giunta del Buon Governo, sede del governo autonomo zapatista in cui si svolgevano le negoziazioni, per intimare agli zapatisti la “liberazione” di un presunto ostaggio, Roberto Alfaro. E’ una provocazione bella e buona. Alfaro, però, smentisce ai suoi d’essere stato rapito e integra i “15” nel dialogo. Ciononostante, verso le sei e mezza di sera circa 140 militanti di PVEM, PAN e CIOAC-H, armati di pistole, fucili, machete, bastoni e pietre, entrano nel municipio, intercettano e attaccano violentemente una settantina di zapatisti che, nel frattempo, erano arrivati da fuori alla Realidad per svolgere alcuni lavori comunitari. Vero le otto e mezza gli zapatisti del caracol e quelli che stavano dialogando presso la Giunta del Buon Governo accorrono per evitare la distruzione della scuola e della clinica e poi in difesa delle basi attaccate, ma sono aggrediti a loro volta.

Chiapas jbg-oventicViene ucciso brutalmente “Galeano” e ci sono 15 feriti. Appare chiaramente la volontà punitiva degli aggressori nell’ambito di un’operazione pianificata. E infatti, riporta il comunicato di Marcos che “una donna deicontras [gruppi anti-zapatisti] ha raccontato che è stato pianificato e che di per sé il piano era ‘fottere’ Galeano”. Il 5 maggio il governo del Chiapas sostiene di aver arrestato cinque persone, che sono state interrogate e rilasciate dopo alcune ore, ma di queste solamente una è stata riconosciuta come facente parte della CIOAC dalla Giunta del Buon Governo del Caracol Uno. Le basi zapatiste hanno deciso di lasciare alla Comandancia dell’EZ la responsabilità d’indagare e fare giustizia su questo caso. Spiega il Sub-Marcos:

La CIOAC-Histórica, la sua rivale CIOAC-Independiente e altre organizzazioni ‘contadine’ come la ORCAO, ORUGA, URPA a altre, vivono della provocazione di scontri. Sanno che provocare problemi nelle comunità dove abbiamo presenza piace ai governi. E che sono soliti premiare con progetti e grosse mazzette di banconote per i dirigenti i danni che ci causano. Secondo le parole di un funzionario del governo di Manuel Velasco: “ci conviene di più che gli zapatisti siano occupati da problemi creati artificialmente piuttosto che si mettano a fare attività a cui arrivano ‘güeros‘ [biondi, stranieri] da ogni dove”. Ha detto proprio così ‘güeros’. Sì, è comico che così s’esprima il servitore di un ‘güero’. Ogni volta che i leader di queste organizzazioni “contadine” vedono diminuire il proprio budget per colpa delle abbuffate che si fanno, organizzano un problema e vanno dal governo del Chiapas affinché li paghi per “calmarsi”. Questo “modus vivendi” di dirigenti che nemmeno sanno distinguere tra “sabbia” e “ghiaia” è iniziato con il priista e è stato ripreso dal lopezobradorista [seguace dell’ex candidato presidenziale López Obrador] Juan Sabines e si mantiene con l’auto-nominato verde ecologista Manuel “el güero” Velasco”.

Andando oltre i precedenti e i fatti dell’uno e due maggio, è importante menzionare alcuni elementi che aiutano a chiarire i motivi e il contesto di quest’aggressione:

  • Non si tratta di un conflitto intracomunitario o di una guerra che ogni tanto torna ad apparire, magari per “futili motivi”, come in un primo momento i mass media avevano riportato, facendo ampio uso di fonti ufficiali prive di contesto e di fonti della CIOAC, secondo una strategia mediatica ormai nota e oliata;
  • Non si tratta nemmeno di un “enfrentamiento”, di uno scontro, come si leggeva nei primi articoli pubblicati in Messico, ma di un attacco per cui solo da una parte si contano morti e feriti;
  • I mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti si sono attivati piuttosto tardi rispetto almainstream, il che ha dato adito a speculazioni che poi piano piano sono rientrate anche grazie alla nota emessa dal Frayba;
  • L’attacco è stato portato a termine nonostante la presenza dei difensori dei diritti umani del Frayba nella località, anzi proprio durante la fase finale delle negoziazioni per un caso, quello dell’uso comune della ghiaia e del furto/sequestro di un veicolo zapatista che era usato per altri fini, che appare anch’esso una provocazione, lanciata per suscitare una reazione, magari violenta, delle BAEZLN che, però, non c’è stata;
  • Tanto la CIOAC “histórica” come quella “democrática”, nonostante le loro origini popolari e contadine negli anni sessanta e alla loro immagine “progressista”, agiscono con metodi e strategie di tipo paramilitare, sono organiche ai partiti, vi si legano per ottenere favori, protezioni e quote di potere locale e nazionale, e compongono così gli ingranaggi di un meccanismo o di una strategia più ampia di controinsurrezione e repressione dell’esperienza dell’autonomia in Chiapas;
  • Come documentò il Frayba, organismo per la difesa dei diritti umani presieduto dal vescovo di Saltillo, Raúl Vera, fu proprio la CIOAC ad attaccare le BAEZLN poche settimane fa, lo scorso 30 gennaio, malgrado avessero sottoscritto un compromesso di “non belligeranza” nel novembre 2013: 300 persone della Central, armate di pietre e bastoni, aggredirono gli zapatisti del Caracol di Morelia, nel Municipio Autonomo XVII de Noviembre, e il saldo fu di sei feriti di cui due molto gravi;
  • Quello contro Solís López è il terzo agguato mortale in un anno, ma c’è stata un’escalation della tipologia delle azioni e degli obiettivi (il colpo di grazia, l’interruzione di un dialogo-negoziato, la penetrazione nel cuore della comunità, la numerosità dei gruppi, la visibilità della vittima), probabilmente (ma non solo) per via del “risveglio” zapatista in seguito alla marcia silenziosa dei 40.000, per ricordare la strage di Acteal nel dicembre 2012, alla serie di comunicati del Subcomandante Marcos o Delegado Cero e alla riattivazione delle reti di solidarietà internazionale e nazionale promossa dall’EZ nel 2013 con l’iniziativa delle “Escuelitas Zapatistas para la Libertad según los y la Zapatistas” che ha riportato in Chiapas migliaia di compagni, attivisti e simpatizzanti in un nuovo processo di avvicinamento e diffusione della filosofia e della prassi dell’autonomia zapatista;
  • Altre possibili spiegazioni dell’inasprimento repressivo: (a) boicottare l’evento organizzato da CIDECI-UNITIERRA-Chiapas e dai collettivi di alunni delle Escuelitas, con la partecipazione dell’EZ, che è previsto dal 2 all’8 giugno a San Cristobal de las Casas e che prevede un tributo a Luis Villoro Toranzo e un seminario con intellettuali e militanti invitati da tutto il mondo intitolato “Etica frente al despojo” (“Etica di fronte alla spoliazione”); (b) far fallire l’incontro degli zapatisti nel Cogresso Nazionale Indigena con i popoli originari del Messico e del mondo e le loro organizzazioni, previsto dal 26 al 31 maggio e ora sospeso, come spiega il comunicato dell’8 maggio; (c) spingere la Comandancia o le basi a una reazione che giustifichi nuovi attacchi; (d) il contesto nazionale delle “riforme strutturali”, specialmente della riforma energetica che, dopo l’approvazione delle modifiche costituzionali, sta per essere recepita con delle leggi ordinarie e aprirà fortemente il settore energetico, insieme ad altri, agli investimenti stranieri per cui, un territorio ricco di risorse energetiche, minerarie, turistiche e di biodiversità come il Chiapas sarà più ambito di quanto non lo sia già stato in passato;
  • l’EZLN è sotto attacco da sempre e non è mai stato in silenzio, ha sempre denunciato sul web, con comunicati, coi mezzi a propria disposizione e tramite le sue reti, la politica di persecuzione e repressione che, con diverse intensità a seconda del momento politico, economico e storico, ha colpito le sue basi, la Comandancia e gli aderenti alla Sexta Declaración de la Selva Lacadona, soprattutto in Messico.

Questi passaggi del comunicato del Sub Marcos aiutano a capire meglio la situazione e mostra alcuni risultati preliminari dell’indagine della Comandancia:

“I primi risultati delle indagini, così come le informazioni che ci giungono, non lasciano adito a dubbi: 1. S’è trattato d’una aggressione pianificata, organizzata militarmente e portata a termine in malafede, premeditazione e vantaggio. Ed è un’aggressione inserita in un clima creato e foraggiato dall’alto. 2. Sono implicate le direzioni della cosiddetta CIOAC-Histórica, del Partido Verde Ecologista (nome con cui il PRI governa nel Chiapas), il PAN e il PRI. 3. E’ implicato almeno il governo dello stato del Chiapas. E’ da determinare il grado di coinvolgimento del governo federale. Riassumendo: non s’è trattato di un problema della comunità, dove due bandi s’affrontano infuriati dalla situazione. E’ stata una cosa pianificata: primo, la provocazione con la distruzione della scuola e della clinica, sapendo che i nostri compagni non avevano armi da fuoco, e che sarebbero andati a difendere ciò che umilmente avevano costruito con il loro sforzo; poi, le posizioni che hanno preso gli aggressori, prevedendo la strada che avrebbero seguito dal caracol alla scuola; e alla fine il fuoco incrociato contro i nostri compagni”.

“Ora sono arrivate informazioni su una riunione dei dirigenti della CIOAC-Histórica. I dirigenti dicono letteralmente: “con l’EZLN non si può negoziare coi soldi. Ma, una volta arrestati tutti quelli compaiono sul giornale, che li rinchiudano 4 o 5 anni, dopo che s’è calmato il problema, si può negoziare col governo per la loro liberazione”. Un altro aggiunge: “o possiamo dire che c’è stato un morto tra i nostri e così c’è un pareggio di un morto per ciascuno de bandi, e che si calmino gli zapatisti. Ce lo inventiamo che è morto o lo ammazziamo noi stessi e così resta risolto il problema”.

Il comunicato conclude citando il modello della strage di Acteal del 1997 che “dall’alto comincia ad essere incoraggiato”, dato che i media hanno parlato di “un conflitto intracomunitario per un cumulo di sabbia”. E aggiunge: “Così continua la militarizzazione, il vociare isterico della stampa addomesticata, le simulazioni, le menzogne, la persecuzione. Non è gratuito che lì ci stia proprio il vecchio Chuayffet [attuale ministro dell’istruzione ed ex ministro degli interni 1995-1998], adesso con zelanti alunni nel governo del Chiapas e nelle organizzazioni ‘contadine’”. Infine l’EZ, per decisione del Subcomandante Insurgente Moisés, ha annunciato che “le attività pubbliche di maggio e giugno sono state sospese per un tempo indefinito, così come i corsi della libertà secondo gli/le zapatisti/e”, delle Escuelitas.

I Link
Messaggi di solidarietà con le comunità zapatiste da tutto il mondo: QUI
Andrea Spotti racconta i dettagli dell’aggressione su Radio Onda d’Urto: QUI
Comunicato dell’8 maggio Subcomandante Marcos/EZLN: QUI
Audio in spagnolo di Radio Zapatista e altri link utili: QUI
Comunicato originale della Giunta del Buon Governo La Realidad: QUI
Analisi sui media, la CIOAC e la strategia controinsurrezionale: QUI
Articolo sulla Escuelita in spagnolo, La Jornada: QUI
Comunicato eventi 26-31 maggio e 2-8 giugno e passi successivi dell’EZLN: QUI

Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

I sentieri dell’autonomia e la Comune di Oaxaca

Appo megamarcha[Partendo dall’esperienza della Escuelita Zapatista, un momento di apprendimento e scambio che ha riattivato la costruzione delle reti internazionali dell’EZLN a 10 anni dai caracoles e a 20 anni dall’insurrezione in Chiapas, quest’articolo di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi ripercorre la storia della “Comune di Oaxaca” e della APPO del 2006. Nella ricostruzione i due autori sono accompagnati dall’attivista messicano, fondatore della Universidad de la Tierra, Gustavo Esteva. I sentieri dell’autonomia, tra Oaxaca, Chiapas e Italia, ci portano al prossimo incontro internazionale convocato dagli zapatisti dal 31 maggio all’8 giugno, Fabrizio Lorusso]

Nel dicembre del 2013 abbiamo partecipato alla seconda edizione della Escuelita Zapatista. A vent’anni dal levantamiento del 1 gennaio 1994, giorno in cui veniva ratificato il Trattato di Libero Commercio tra Messico e Stati Uniti (NAFTA), il movimento zapatista ha convocato un secondo momento di incontro umano e politico, dopo quello dello scorso agosto, con attivisti di ogni età e provenienza. Insieme ad altri 2200 compagne e compagni siamo stati ospitati per una settimana dalle famiglie e dalle comunità in resistenza della Selva Lacandona e della zona de los Altos de Chiapas, cercando di cogliere il senso profondo della loro esperienza di autonomia attraverso la condivisione materiale e il lavoro quotidiano.

appo paris comuneLa nostra Escuelita, tuttavia, è iniziata ben prima dell’arrivo in Chiapas. Dalla rete dei medios libres al collettivo La Guillotina a Città del Messico fino alla casa editrice indipendente del Rebozo, abbiamo tentato di documentare la realtà del Messico contemporaneo, dei suoi movimenti e delle sue lotte recenti. Tra questi, un incontro molto significativo è stato quello con Gustavo Esteva, intellettuale e attivista, allievo del teorico della descolarizzazione Ivan Illich. Ci siamo visti a Oaxaca, nella sede della Universidad de la Tierra, il centro di ricerca autonomo da lui fondato. Se il Messico è sempre stato uno straordinario laboratorio politico, Oaxaca ha avuto una particolare importanza all’interno di tale laboratorio per la sua forte tradizione di lotte per l’autogoverno.

Insieme a Gustavo abbiamo deciso di ripercorrere una di queste in particolare: l’insurrezione che nel giugno 2006 occupò la città, dando vita alla Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO), e ne trasformò in maniera irreversibile il volto e la storia. Ci sembra che alcuni elementi di questa esperienza radicale possano fornire una chiave d’analisi utile a comprendere ciò che nel sud del Messico si sta muovendo ora, dall’escuelita zapatista all’imminente data del 31 maggio che vedrà intellettuali di rilevanza mondiale, tra cui per esempio Immanuel Wallerstein, Raul Zibechi, John Holloway, partecipare a un incontro internazionale in territorio zapatista. All’interno di questo quadro, crediamo che la storia della APPO sia utile per sbarazzarci del romanticismo che ha spesso avvolto lo sguardo occidentale, senza tuttavia perdere l’estrema ricchezza di questi movimenti. Come ci disse un piccolo artigiano incontrato vicino alla Iglesia de Santo Domingo, “a Oaxaca c’è un prima e un dopo la APPO”.

Il racconto di un’insurrezione

appo carro armato pemexLa “Comune di Oaxaca” sembrerebbe avere come riferimento più immediato l’insurrezione di Parigi del 1871. Questo riferimento, sollevato nel pieno degli eventi nell’autunno del 2006, fu però immediatamente rigettato dagli stessi comuneros che, racconta Esteva, commentarono con orgoglio: “la Comune di Parigi durò solo 50 giorni, la nostra sta durando più di cento”. Questo aneddoto dice forse più cose di quante ne direbbe una semplice battuta: ci dice infatti come l’esperienza insurrezionale che si consumò quell’anno a Oaxaca deve essere vista in primo luogo nella sua particolarità, senza doverla forzatamente collocare all’interno di un quadro, e di un copione, già scritto. L’elemento più interessante della Comune è forse la distanza tra i motivi della mobilitazione, specifici e circostanziati, e l’eccedenza politica sprigionata. Soggettività politiche nuove emersero attraverso pratiche spinte ben oltre ogni copione, mettendo in discussione lo Stato e il principio stesso della rappresentanza. Ripercorrere brevemente i motivi della mobilitazione e le sue eccedenze può fornire spunti di elaborazione politica decisamente interessanti, senza mai dimenticare che la APPO è stato un momento insurrezionale che ha le sue specificità storiche, che si intreccia con il Messico, le sue geografie e storie politiche.

Lo sciopero degli insegnanti della Sección 22 di Oaxaca e il malcontento generale verso il governatore della città, Ulises Ruiz, sono all’origine delle mobilitazioni che portarono il popolo oaxaqueño a combattere barricata per barricata la polizia federale. Cosi Esteva ci ha raccontato la dinamica che accese l’insurrezione: “Il 1 maggio 2006, come ogni anno in quella data, i maestri della Sección 22 si accamparono nello zocalo [piazza centrale] per portare avanti le loro rivendicazioni sindacali. Quella volta, tuttavia, l’accampata assunse un carattere permanente”.

La lotta dei maestri, per le specificità della storia del Messico, non è riconducibile a un conflitto corporativista, legato unicamente a questioni salariali, ma si è da sempre intrecciata con relazioni sociali più ampie. Ci spiega Esteva che la figura del maestro è sempre stata vista, in Messico, nei termini di “lottatore sociale”. Un primo momento costitutivo della centralità sociale del maestro va sicuramente rintracciato nel progetto cardenista, presto abortito, di socialismo messicano negli anni ’30. Durante il mandato del presidente Lázaro Cárdenas (1934-1940), i maestri parteciparono attivamente al processo di ripartizione delle terre, furono attivisti nelle comunità indigene e in un’epoca successiva emersero come forte componente sociale di opposizione in occasione del grande sciopero sindacale nazionale del 1958. A partire da questa importanza storica cerchiamo quindi di comprendere la solidarietà che gli insegnanti ricevettero quando, dopo un mese di aggressiva campagna del governatore contro lo sciopero, il 14 giugno 2006 questi decise di reprimere e sgomberare il presidio usando la forza e mandando la polizia. Il giorno seguente una grande manifestazione di piazza contro il governatore portò alla radicalizzazione del conflitto. Quando lo sciopero della Secciòn 22 fu represso, dunque, la gente scese in strada non solo per solidarizzare con gli insegnanti, ma soprattutto per manifestare un dissenso politico più ampio contro il governatore Ruiz, diventato il bersaglio principale della protesta.

Vista la grande partecipazione, i maestri e il sindacato convocarono una grande assemblea per reagire alla repressione nello zocalo ed allargare la protesta. “Il 20 giugno si fecero due cose: si propose un’assemblea popolare del popolo di Oaxaca, che corrispondeva più o meno all’idea tradizionale per questo tipo di mobilitazioni; poi, quando la sezione 22 dichiarò conclusa l’assemblea, la gente si rifiutò di tornare a casa. Così l’assemblea si converti in un meccanismo permanente.” Lo scarto che produsse la costituzione della APPO sta proprio nella coesistenza, durante tutto il periodo della mobilitazione, di due correnti: da un lato quella verticistica, seppur variegata al suo interno, del sindacato, che aveva “una tradizione di disciplina e organizzazione strutturata in funzione di autorità interne”, dall’altro un movimento molto ampio e antico che proveniva dalle comunità, indigene e rurali, dello stato di Oaxaca.

appo_shieldwall-1125Oaxaca è “forse il luogo nel Messico e nel mondo intero dove la tradizione di autogoverno è più forte. Tale autogoverno si basava sulle comunità e da lì tentò di proiettarsi su un piano ulteriore, per la prima volta si cercò di spostare queste pratiche a livello statale e questo non era mai avvenuto prima. La componente indigena portò le sue forme assembleari all’interno della APPO.” La storia della Comune di Oaxaca è dunque una storia di un’eccedenza non solo dalla semplice denuncia di una corruzione e di “malgoverno”, ma anche dalle forme stesse di direzione leninista sostenute dalle correnti del sindacato fortemente legate alla tradizione foquista e guevarista. Dall’ingovernabilità interna dei comuneros emerse un piano politico nuovo che ridefinì violentemente sia quello rappresentato dallo Stato e dalla politica rappresentativa, sia quello verticista che si proponeva di dirigere il movimento a partire dallo sciopero dei maestri. La posta in gioco era alta. Ridisegnare la città e la vita quotidiana durante la Comune di Oaxaca imponeva il prendere atto di una composizione del popolo oaxaqueño estremamente variegata, non riducibile ad una soggettività omogenea. La ricchezza di questa presa d’atto stava insomma nell’emergere congiunto di soggettività politiche la cui lunga storia era fino ad allora in un certo senso “sotterranea”: tra essi, in particolare, gli indigeni, da sempre esclusi dalle strutture del governo statale e portatori di pratiche difficilmente compatibili con questa; i lavoratori informali, che nelle piaghe del neo-liberismo e nella crisi delle vecchie tradizioni di lotta hanno via via trovato una loro centralità come oggetti dello sfruttamento capitalistico contemporaneo, ma anche come agenti sociali e politici autonomi; e le donne, e più che altro tutte le vittime dell’oppressione di genere, che per secoli hanno dovuto fare i conti con un patriarcato entrato in profondità nelle viscere della società messicana coloniale e post-coloniale.

Gli indigeni

appoLa Comune di Oaxaca nacque in un certo senso da un incontro tra un centro (l’economia informale, non salariata, urbana) e una periferia (le pratiche tradizionali indigene della campagna e le loro stesse economie). Ciò che ci sembra interessante è come queste soggettività, insieme al ruolo centrale delle donne nella Comune, abbiano ridefinito il lessico politico tradizionale. La componente indigena ebbe un ruolo decisivo nella APPO, in virtu’ delle forme di autogoverno che sedimentavano da secoli nelle loro comunità. Tuttavia, come Esteva ci dice, “la reazione dei popoli indigeni non fu immediata. Seguirono con interesse ciò che stava succedendo dopo il 20 giugno in città ma non si sentirono partecipi. Solo in un secondo momento iniziarono a coinvolgersi nella Appo”. La partecipazione indigena alla Comune di Oaxaca, e il modo in cui quest’ultima venne nutrita dalle secolari tradizioni di autonomia delle comunità indigene, non si può tuttavia capire se non facendo attenzione alle circostanze storiche di tale esperienza.

Esteva ci fornisce qui un quadro efficace: “Oaxaca, avendo meno del 5% della popolazione messicana, ha però un quinto dei municipi del paese. Questo avvenne per due ragioni: in primo luogo perché, a causa della resistenza indigena, lo stato dovette dividere i municipi per meglio controllare la popolazione; in seguito queste stesse popolazioni cominciarono a dividere tali municipi in modo che fossero coerenti per loro. Il municipio, dunque, nato come meccanismo di controllo dell’epoca coloniale e poi dello stato messicano, divenne uno strumento di autonomia dei villaggi, che lo riformularono come modo di esistenza e di governo, e come modo di relazionarsi con lo stato messicano. Mai però erano riusciti, nonostante molti tentativi, ad arrivare a un livello successivo, a organizzare cioè un gruppo di municipi in un’istanza superiore, in qualche modo equivalente alle giunte del buon governo zapatiste, dove si ha comunità, poi municipi autonomi e poi, appunto, le giunte”.

appo Oaxaca-rebellionQualcosa iniziò a cambiare nel 1992 quando la commemorazione dei 500 anni dall’invasione europea produsse, a Oaxaca come altrove in America latina, una situazione di grande tensione. Poco dopo, il 1 gennaio 1994, gli zapatisti si sollevavano in armi. L’allora governatore Diodoro Altamirano cercò di disinnescare un possibile allargamento della rivolta a Oaxaca provvedendo alla stipula di un “Nuovo Accordo” con le popolazioni indigene: l’esito fu una riforma elettorale che diede la possibilità ai villaggi di scegliere se organizzarsi politicamente in un sistema di partiti o secondo i cosiddetti “usos e costumbres”, antiche modalità assembleari di governo locale. Ad oggi, ci rivela Esteva, 412 municipi su 570 sono governati alla maniera indigena. Con la APPO, però si affermò per la prima volta, prepotentemente, il passaggio dal piano municipale a quello più ampio. Ciò non si verificò da un giorno all’altro, ma in un lungo processo che trovò compimento quando diverse APPO furono create nello stato di Oaxaca, dalla costa, all’istmo, alla sierra mixteca, organizzando per la prima volta in 500 anni assemblee a livello regionale in cui le comunità potessero darsi un autogoverno.

tradifas

Se la “periferia” della Appo emerse con il fondamentale apporto dei popoli indigeni delle campagne, il “centro” urbano della capitale, quello delle barricate e delle occupazioni massive dei centri di potere politico, mediatico e culturale ebbe come componente fondamentale la grande e complessa categoria del lavoro informale. Per capire il ruolo che questa ha avuto nel corso dell’insurrezione dobbiamo considerare la nozione, ideata dallo stesso Esteva, di tradifas, ossia “trabajadores directos de la fabrica social”. La centralità dei tradifas è strettamente legata alla ristrutturazione neoliberale degli anni ottanta, quando buona parte dei lavoratori salariati e dei contadini confluì nel settore informale urbano: venditori ambulanti, piccoli commercianti e artigiani di strada, venditori di “comida de calle”… L’obiettivo che si dà Esteva è ridare un carattere di classe a questa categoria che è stata a lungo considerata un’appendice precapitalista o subordinata al proletariato. Ci racconta infatti che nel 2006 la vita quotidiana della Comune di Oaxaca, dalle assemblee di barrio [quartiere] alle barricate, dalla raccolta rifiuti all’assistenza sanitaria, era mandata avanti in buona parte proprio dai tradifas. Tuttavia, fino a quando il presidio dello zocalo venne gestito dalla Secciòn 22, “non sempre riuscivano a proiettare la loro prospettiva nei momenti decisionali”. La loro partecipazione si impose quando il sindacato ordinò di smontare le barricate all’arrivo della polizia, e i quartieri si rifiutarono di obbedire. “Reti di mutualismo quotidiano che già esistevano in città, che avevano la loro base sociale nei tradifas, furono riattivate in un contesto  diverso dalla APPO”.

Le donne

appo 3 cocheSe dunque, secondo Esteva, la APPO, o meglio, le APPO non furono un semplice rifugiarsi nelle pratiche tradizionali degli “usos e costumbres”, bensì un passo ulteriore, ciò fu dovuto all’emergere di nuove soggettività che espressero un necessario superamento della difesa di autonomie tradizionali e che marcarono un nuovo livello nel modo di pensare e praticare l’autogoverno. I tradifas, figli diretti della ristrutturazione neo-liberale, ne sono un esempio. Un altro, importante esempio, è quello delle donne. Sulla traccia di questa conversazione con Esteva, e sull’attenzione che lui stesso ha avuto sul ruolo delle donne nella APPO, pensiamo si apra uno spazio teorico estremamente interessante.

Ci teniamo a precisare prima di tutto che nell’utilizzare categorie come quelle di indigeni, tradifas, donne, non intendiamo in alcun modo reificarle, considerarle come naturalmente date. Siamo consapevoli che esse da sole non riassumono assolutamente l’estrema complessità del multiforme sfruttamento capitalista contemporaneo. Il fatto che noi le chiamiamo in causa proprio col proposito di distaccarci da ogni idea di avanguardia, come quella che vedeva nei maestri una centralità politica già data, non deve farci cadere nell’errore di sostituire tali categorie sociali alla figura del “luchador social”. Cerchiamo quindi, nel considerarle nel loro apporto fondamentale a un’esperienza come la APPO, di vederle più nella loro funzione disarticolante di certe rigidità ideologiche che in una qualche nuova assolutizzazione transtorica. Teniamo inoltre a precisare che, sul piano concreto, tali categorie non sono mai totali e date una volta per tutte, ma che presentano invece interessantissime intersezioni, per cui non è raro che un soggetto possa ritrovarsi sfruttato, in un luogo come Oaxaca, allo stesso tempo in quanto donna, in quanto indigena e in quanto tradifas.

appo-oaxaca 2Ciò detto, la partecipazione attiva delle donne durante la Comune fu un fatto fondamentale. Dotandosi di mezzi specifici, come Radio Cacerola e la Coordinadora de las Organizaciones de las Mujeres, e portando al centro dell’agenda politica le questioni di genere, le donne di Oaxaca emersero come una soggettività nuova per rompere la marginalità cui erano relegate non solo dall’ideologia patriarcale del Messico post-coloniale, ma anche nelle stesse comunità tradizionali. Parlare di autonomia nella Comune di Oaxaca non significa dunque rivendicare una qualche purezza o “semplicità” di costumi che esisteva nelle comunità e che fu poi spazzata via dalla modernità capitalista. Sicuramente l’eredità coloniale pesa su quella che il Subcomandante Marcos ha chiamato “la lunga notte dei 500 anni”: lo sfruttamento e lo sterminio continuano a braccare ogni tentativo di autodeterminazione dei popoli in Messico. Ma non c’è alcun ritorno al “passato perduto”, quanto piuttosto una rottura irreversibile. Le forme di autogoverno delle tradizioni comunitarie sono state centrali durante l’autogestione della città di Oaxaca nel 2006, ma sono state completamente ridefinite dalla partecipazione delle donne che ha imposto il tema del genere come elemento centrale, e non semplicemente accessorio, della rivolta politica.

Cosa ci può dire, oggi, la APPO?

La APPO è stato un momento insurrezionale che va letto attraverso il prisma delle sue eccedenze, del suo sedimento. Le soggettività politiche, i corpi che hanno combattuto in ogni strada sono legati a una lunga storia messicana e, al tempo stesso, non sono contenibili nella tradizione politica che ha animato le lotte in Messico. Di fronte alla figura omogenea del “lavoratore salariato”, Oaxaca ha sancito l’irriducibilità del proletariato alla “classe operaia”. Indigeni, donne e tradifas sono soggetti politici che non possono essere ridotti né al “soggetto rivoluzionario” della tradizione marxista-leninista, né all’indigeno che ritorna alle sue origini perdute. E’ solo sbarazzandoci di questo eurocentrismo che riusciremo a cogliere la natura nuova e intrinsecamente conflittuale di tali soggettività, nate da uno scontro che ha radici storiche millenarie e che tuttavia sempre si ripropone in termini nuovi.

Appo 3 ulises ruizE non è un caso che la stessa Escuelita zapatista abbia dato una particolare attenzione proprio al ruolo delle donne e alla difficoltà del percorso verso la loro autodeterminazione dentro il movimento. Nella variegata geografia della modernità messicana, in cui la sudditanza al capitale finanziario e nuove violentissime forme di espropriazione dei terreni coesistono in un medesimo meccanismo, ogni tentativo di omogeneità è totalitario. E’ forse l’articolare in maniera non gerarchica le forme di lotta senza volerle riassumere in alcuna avanguardia o soggettività il senso profondo dell’utopia zapatista di “un mondo in cui coesistono tanti mondi”.

E, lo ripetiamo, in questo processo di articolazione non c’è nessuna “purezza” da difendere, nessuna “semplicità del vivere a contatto con la terra” da rivendicare: c’è piuttosto un intersecarsi di tensioni che attraversa soggettività che continuamente si reinventano all’interno di un conflitto che dura da secoli. Ci chiederemo dunque: che cosa significa la difesa della terra in termini di resistenza al capitalismo? Com’è cambiato questo rapporto con la ristrutturazione neoliberale degli anni ottanta? Ha davvero senso pensare all’autonomia come modello rigido esportabile ovunque? Crediamo sia questa la prospettiva, scevra da ogni pauperismo romantico, attraverso cui guardare con interesse e speranza ciò che si muove ora in territorio zapatista, in particolare all’incontro del 31 Maggio. E per volere ancora, ad ogni latitudine, “para todos la luz, para todos todo”.

Link: Riassunto/Cronologia APPO-Oaxaca 2006: Parte  I  –  II  –  III

Se in Messico piove sul bagnato: uragani e abbandono

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[Articolo di Caterina Morbiato da Carmilla] Al loro passaggio verso la metà di settembre la tempesta tropicale Manuel e l’uraganoIngrid hanno lasciato una preoccupante scia di devastazione su buona parte della repubblica messicana. Negli stati maggiormente colpiti si contano migliaia di sfollati e centinaia di morti. Sono inoltre decine i paesi rimasti isolati a causa dei danni provocati alle vie di comunicazione. Acqua, viveri, medicine e benzina hanno iniziato a scarseggiare a poche ore dai primi nubifragi, specialmente dove la carenza di beni di prima necessità e servizi è già di per sé strutturale. Con Manuel e Ingrid la natura è tornata a rivendicare ciò che le appartiene, detonando con un’energia vorace che ripaga con la stessa moneta anni di soprusi ambientali fondati sul profitto più bieco e nocivo. E sono soprusi che, si tratti della speculazione edilizia routinaria o dell’ennesima inutile mega opera, stanno sfregiando il pianeta e in Messico come in altri paesi costano la vita a centinaia di persone, vittime di disastri come quello causato dagli ultimi uragani o a causa del proprio impegno contro la distruzione impune del territorio.

Alla forza cieca della natura spesso e volentieri si somma la leggerezza delle autorità in materia di misure preventive. Il governo e la protezione civile messicani non sono stati da meno, travolti ora da numerose critiche per l’evidente indolenza con cui è stata gestita la minaccia meteorologica che gravava sul paese da diversi giorni. La mancata diffusione di un allarme generale, di piani d’evacuazione e d’informazioni su possibili luoghi dove trovare rifugio hanno caratterizzato l’operato dei funzionari pubblici nelle ore precedenti al disastro. Autorità governative scarsamente coordinate tra loro, dunque, e incapaci di rispondere con prontezza al momento di salvaguardare l’incolumità della popolazione, ma celeri nell’approfittare della passerella mediatica che si genera quasi automaticamente quando succedono cataclismi di questo tipo. Disgrazie costantemente “popolari” che, maneggiate a dovere, servono a rinforzare l’immaginario della necessità di un padre della patria pronto ad accogliere sotto la propria ala magnanima quanti lo necessitino, oltre che a distogliere l’attenzione da altri temi delicati che interessano il paese.???????????????????????????????

Non si può non notare con amarezza come gli uragani si siano abbattuti sul Messico con un tempismo perfetto per la classe dirigente, scalzando da telegiornali e principali testate i persistenti conflitti suscitati dal Pacto por México, le larghe intese alla messicana che stanno realizzando l’approvazione accelerata del pacchetto di riforme neoliberiste elaborato  all’inizio dell’anno dal governo di Enrique Peña Nieto, in congiunto con i partiti dell’opposizione. Tra queste lotte, passate mediaticamente in secondo piano per via “dell’emergenza climatica”, ci sono questioni spinose come la lotta dei maestri e delle maestre che in oltre 10mila hanno occupato per 5 mesi – fino al violento sgombero del 13 settembre scorso – lo zocalo, la piazza principale della capitale, in opposizione alla capillare demolizione dell’educazione pubblica e dei diritti lavorativi degli impiegati nel settore, prevista dalla riforma educativa. O l’acceso dissenso contro la riforma energetica e la privatizzazione dell’industria nazionale del petrolio (Pemex) che rischia di essere svenduta a imprese principalmente statunitensi, reiterando la prassi di un colonialismo che di neo ha purtroppo ben poco.

Il disastro causato dagli uragani ha quindi contribuito ad offuscare conflitti già deliberatamente discreditati, in particolare quello degli insegnanti che dall’inizio di settembre ha vissuto un’ulteriore demonizzazione, spinta dalla perversa retorica dei media e del governo che ribadisce acriticamente il “diritto inviolabile2 di ogni messicano a disporre di uno zocalo sgombro e ripulito per poter festeggiare il 15 settembre, giorno dell’independencia, come tradizione vuole. Lo sciacallaggio mediatico scatenato da Manuel e Ingrid, oltre a lucrare sul dolore e fare propaganda sulle forze armate, illustra in maniera limpida la costruzione di una geografia sociale fondata su razzializzazione ed il classismo.

???????????????????????????????Se in Italia le notizie riguardanti le tempeste tropicali si sono limitate alle informazioni sul porto turistico di Acapulco, nello stato di Guerrero, in Messico i maggiori media non hanno fatto troppo di più. Per giorni le informazioni diffuse hanno esclusivamente dato conto della nota località balneare e della capitale di quello stato, Chilpancingo, ritagliando la devastazione di un’intera regione a misura dei suoi principali centri economici. Il fatto che i media abbiano pressoché ignorato il resto delle zone guerrerensi disastrate non è spiegabile con l’isolamento quasi totale generato in seguito alle tormente. L’abbandono che caratterizza queste parti del paese, non a caso tra le più emarginate e indigene, è di tipo coatto e permanente. È di quelli storicamente granitici, esacerbati ma di sicuro non creati da catastrofi ambientali.

Più in là di Acapulco, dei turisti rimasti bloccati e dei gestori di hotel e ristoranti, ci sono zone che, anche in situazioni di emergenza estrema, vengono mantenute nell’oblio. È il caso di regioni come quelle de La Montaña e Costa Chica, dove la maggior parte della popolazione parla una lingua indigena – Naua, Na Savi, Me’phaa o Ñomndaa –  e in cui analfabetismo, mancanza di un sistema sanitario e infrastrutture decenti sono sintomo di una disuguaglianza sociale brutale. “Qui si dice: non piangere per chi muore ma per viene al mondo” spiega Florentino Estrada, maestro elementare della comunità montana di San Lucas, raccontando della sua terra.

Nella scuola dove lavora, buona parte delle bambine e dei bambini perde quasi la metà dell’anno scolastico per seguire i genitori che migrano ciclicamente. Sinaloa, Michoacán e Sonora sono alcuni degli stati verso cui i lavoratori stagionali migrano per trovare impiego nelle grandi aziende agroesportatrici. Nonostante l’enorme ricchezza fatta confluire nelle tasche degli stati ricettori, la popolazione migrante vede costantemente umiliati la propria dignità e i propri diritti. Situazione aggravata dalle condizioni di povertà estrema, dal monolinguismo e dall’appartenenza etnica.???????????????????????????????

Costa Chica e Montaña sono inoltre aree che presentano una grande varietà di risorse naturali associata, va da sé, a piani di espropriazione che, camuffati sotto la potente egida dell’ecologismo istituzionalizzato, calpestano i diritti collettivi delle comunità indigene originarie. Non è casuale che queste regioni siano tra le più interessate dalla Crociata Nazionale Contro la Fame che, secondo la presentazione ufficiale, sarebbe una “strategia d’inclusione e benessere sociale che vuole garantire la sicurezza alimentare di 7.4 milioni di messicani che vivono in condizione di povertà estrema e contribuire al pieno esercizio de loro diritto all’alimentazione”. Ma secondo le comunità coinvolte si tratta di un vero e proprio piano controinsurrezionale imbastito con l’intenzione di fomentare divisioni all’interno delle comunità e annichilirne le esperienze di resistenza e autonomia.

Pubblicizzata come la sfida sociale del governo di Enrique Peña Nieto, la Crociata si avvale dell’impiego di centinaia di elementi dell’esercito e della marina militare, rinomati per la loro efficacia nel “promuovere l’empowerment della cittadinanza e renderla partecipe delle politiche pubbliche”. I soldati, presenti in circa 500 comunità di Montaña e Costa Chica, si stanno stabilendo da diversi mesi con il presunto compito di nutrire la popolazione, costruire mense comunitarie, effettuare visite mediche, e – incredibile ma vero – insegnare alle donne a cucinare per la propria prole. Sfacciata rimilitarizzazione di uno dei territori indigeni che più hanno sofferto le angherie dell’esercito, la presenza castrense dispone inoltre di particolari doti camaleontiche.

???????????????????????????????Con i disastri degli uragani, nel momento in cui potevano effettivamente fare qualcosa di utile, le forze armate sono agilmente evaporate. Mentre la popolazione cercava di stabilire la portata effettiva del disastro e realizzava i soccorsi più urgenti, i militari correvano da una parte all’altra senza fermarsi per fare concretamente qualcosa. In piena sintonia con le autorità governative dei tre livelli (municipale, statale, federale) che, come segnala un comunicato diffuso dal Centro di Diritti Umani della Montaña, Tlachinollan, hanno trattato con discriminazione e indifferenza le autorità comunitarie tradizionali venute ad esigere aiuti, nonostante siano coloro che meglio conoscono il territorio e i danni subiti.

Nelle regioni di Montaña e Costa Chica i danni sono innumerabili. Tantissime comunità continuano ad essere isolate e raggiungibili solo dopo 8 o 9 ore di cammino. Manca l’elettricità, l’accesso ad acqua potabile è difficile e decine di bambini e bambine stanno accusando malattie gastrointestinali, mentre si temono epidemie di colera e interi raccolti sono andati perduti compromettendo la già debole economia della zona. Bisogna inoltre tenere conto di quanto non è stato immediatamente distrutto. Le conseguenze dei cicloni presentano scenari ancora più critici se si pensa che le perdite delle coltivazioni comporteranno nei prossimi mesi scarsità di materie prime e aumento vertiginoso dei prezzi non solo localmente, ma anche negli stati ricettori dei flussi migratori, dove migliaia di ettari sono andati persi.

Montaña e Costa Chica sono però anche zone che da sempre danno filo da torcere al governo, siccome resistono all’avida violenza istituzionale con un inarrestabile fiorire di movimenti sociali, politici e di lotta armata. Per far fronte all’onnipresente divide et imperadel governo, le autorità comunitarie tradizionali delle due regioni hanno deciso di creare ilConsejo de Comunidades Damnificadas de la Montaña de Guerrero dopo essersi riunite in assemblea nella comunità de La Cienega.???????????????????????????????

Il Consejo, che intende funzionare come unica e diretta istanza di dialogo con il governo federale, ha presentato le proprie richieste, insieme a una mappatura minuziosa delle zone colpite, alla ministra dello Sviluppo Sociale (SEDESOL), Rosario Robles, il passato 23 settembre. Tra le priorità segnalate c’è stata la distribuzione di viveri e medicine alle comunità isolate e agli accampamenti degli sfollati e la ricostruzione delle vie di comunicazione, delle abitazioni e degli acquedotti distrutti. Robles ha risposto elogiando il diagnostico elaborato dal Consejo e ha assicurato che gli aiuti verranno mandati al più presto, impegnandosi a riconoscere il nuovo fronte come interlocutore con cui relazionarsi.

 Ad oggi la situazione rimane comunque critica e mentre le denunce di aiuti istituzionali simulati o spettacolarizzati si fanno sempre più vive, in tutto il paese la gente si sta dando da fare per organizzare autonomamente centri di raccolta e spedizione di viveri e materiale utile. Come nel settembre dell’85, quando un terremoto di 8 gradi Richter devastò Città del Messico e per giorni i soccorsi provennero esclusivamente dalla società civile, mentre il governo di Miguel de la Madrid si crogiolava nell’assenteismo più totale. [Foto di Caterina Morbiato]

Sherwood Festival 2013: Santa Muerte e Haiti

Evento casetta rossa

Giovedi 27 giugno 2013, a Sherwood Festival, non abbiamo smesso di stupirvi. A partire dall’ intervista a Fabrizio Lorusso, autore dei diari-reportage Santa Muerte Patrona dell’Umanità (ed. Stampa Alternativa, 2013) e e di Le macerie di Haiti (di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, L’erudita, 2012), viaggiamo fra culture diverse, alla scoperta di nuovi mondi, dal Messico ai Caraibi andata e ritorno. (Qui Link al post originale con foto e video).

Sherwood Ivan Fabrizio WEB TV

Ci siamo trasferiti in second stage, ad ascoltare i Sycamore Age, un progetto giovanissimo che nasce all’inizio del 2010 dall’incontro tra Stefano Santoni(produttore artistico) e Francesco Chimenti. La musica dei Sycamore Age è in cerca di spiriti liberi da corrompere. Connetti su www.globalproject.info

Sherwood Santa Rossa WEB TV

Bologna SantaHaitiLatinoAmerica Bartleby

Polizia vs Studenti @Statale_di_Milano

Sgomberi, polizia, spazi sociali, autonomie e studenti: ecco un breve video dello sgombero dell’Ex-Cuem alla Statale di Milano per renderci conto (se non lo visualizzi, clicca qui). Segui qui su twitter. Iniziative da stasera in poi. Mentre anche in Messico, dove la polizia e le autorità in genere non sono certo note per benevolenza e capacità (o volontà) di dialogare, due grossi conflitti, che hanno coinvolto l’università, gli studenti e le autorità della capitale e quelle federali, sono rientrati in maniera abbastanza civile, in Italia il dialogo muore e gli spazi di libertà spariscono. Il conflitto della Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM), che ha coinvolto la rettrice, i docenti, gli studenti e il sindaco di Città del Messico a più riprese, e quello recente degli studenti superiori che avevano occupato la rettoria dell’ateneo più grande dell’America Latina (la UNAM) hanno avuto soluzioni soddisfacenti per le parti coinvolte (non al 100%, chiaro, ma gli accordi politicamente stanno reggendo o hanno favorito uno sbocco ragionevole). Altri conflitti nazionali sono invece di più difficile risoluzione (per esempio quello sulla riforma educativa e i docenti degli stati più poveri) e non dubito (e non lo auspico chiaramente) che, prima o poi, l’anima dura degli apparati statali si rifarà sentire. Gli esempi qui sopra (e non entro nei dettagli) servono solo a capire che con repressione e testardaggine, a mio modesto parere, non si risolve nulla (e sembra pure una gran banalità, ma credo sia meglio ripeterlo, soprattutto ai detentori di forza, potere, rettorati e ufficialità varie).

Ma torniamo in Italia, a Milano, dove presto tornerò per passare l’estate e dove troverò un’aria, come dire, repressa, e anche un po’ depressa. E se poi troverò anche la polizia in università e, stiamo a posto. Intanto lo spazio della libreria è stato rioccupato dagli studenti (link).

Infine qualche fatto. Riporto da GlobalLa libreria Ex-Cuem esiste da diverso tempo in Università Statale. Uno spazio occupato, lasciato vuoto per tanto tempo e tornato a vivere grazie all’impegno di diversi gruppi di studenti universitari che l’hanno riaperto e reso vivo. L’Ex-Cuem è già stata sgomberata a più riprese e ogni volta il progetto ha ripreso vita nuovamente, a testimonianza di una forza e di un radicamento che evidentemente nessuno può derubricare come marginali. Nel corso del fine settimana nuovamente questo spazio è stato chiuso, ma non solo: ogni struttura presente all’interno è stata divelta, smantellata, distrutta. Lo spazio che era usato e vivo grazie ai collettivi che l’occupavano è stato reso inagibile e vuoto dal Rettore. 

Ex cuem Sgombero

Hacer Comunidad

patos en comunidad[Hacer Comunidad es un texto de Matteo Dean, lo reproduzco aquí para que nunca se pierda en la blogosfera y en la memoria. En italiano está aquí]

Cuando el frío llega a la tierra de los patos, de repente, sin que nadie diga nada, sin que se dé una asamblea que lo decida, un pato, uno cualquiera, se levanta en vuelo. El pico dirigido hacia el sur y las alas batiendo con la fuerza de las ganas de estar mejor. Este primer pato se levanta en vuelo y sin que se voltee a decirlo, los demás se levantan en vuelo y lo siguen. Nunca preguntarán porque saben la razón del vuelo. Cuando el primer pato se cansa, se hace a un lado y aquél que sigue, lo sustituye en frente. Y así hasta llegar a la meta.

Al final del viaje, todos habrán guiado al grupo y nadie podrá decir que hay un jefe, un dirigente.
Todos habrán participado, todos habrán dirigido en común acuerdo.

Decir comunidad hoy en día puede significar muchas cosas. Si por un lado nos cuentan que comunidad es la sociedad en la cual vivimos, que respetar leyes y preceptos es hacer el bien de la comunidad, si nos dicen que el servidor público trabaja para la comunidad, por otro lado podemos empezar a pensar (porque tenemos los instrumentos) en otro concepto de comunidad. Ésta ya no es algo que desde arriba nos dicen que es, sino que puede ser algo que desde abajo -desde aquí mismo en donde nos encontramos-, podemos imaginar y construir.

La palabra comunidad y el concepto que en ella se esconde, tienen un origen tan sencillo como complejo para interpretarse. La palabra común da origen a ese concepto. Común es todo lo que nos une, todo lo que nos hace compartir tiempo y sueños. Común son los deseos. Común es la idea de que algo está mal, común son las ganas de romper con todo ello para transformarlo.

¿Dijimos romper? ¿Dijimos transformar? ¿Y cómo se hace?

El pato que se levanta en vuelo no tiene la respuesta. Nadie la tiene. Es mucho instinto todo esto. Es ese instinto que los hace volar hacia el sur. Es ese instinto que los hace volar hacia el lugar cálido donde puedan estar bien.

Dijimos ROMPER. La ruptura con este orden de cosas que nos dicen llamarse sociedad, se da todos los días. Se da empezando desde las ganas de soñar hasta la práctica cotidiana. La ruptura reside precisamente en el sueño de construir algo mejor, porque el mundo en el que vivimos quiere que dejemos de soñar, quiere que nos conformemos con lo poco que nos conceden, que nos quedemos quietos bajo los ritmos de la música que nos venden, que nos narcoticemos con las drogas que nos venden, que nos adecuemos a la vida que nos permiten. La ruptura reside entonces en el sueño de algo diferente. La ruptura hoy, es hacernos incompatibles con ese sistema, la ruptura es escaparnos de sus reglas demasiado estrechas para nuestros deseos. Incompatibles eso somos.

Dijimos TRANSFORMAR. La transformación al contrario no se sueña, sino que se practica. La práctica de la transformación es la práctica de lo común que nos une.

Desde aquí abajo la bandada de patos dibuja un hermoso diseño en el cielo. Si te fijas bien, te enteras de que dibuja una red. Una red en la cual cada pato representa un nudo de un hilo invisible que los une a todos.

Somos una red, una red de individuos, de personas, de seres humanos. Somos una red de sueños antes que todo. Somos una red de prácticas, formas y actitudes. Finalmente, somos una red de conocimientos. Lo que nos hace red es la voluntad de estar en común, de compartir nuestros conocimientos para el bien común. Esa es la actitud que tenemos que tener. La voluntad de compartir, de cooperar entre nosotros y de encontrar la forma de compartir con otra gente.

Si durante el vuelo un pato se cansa, si alguno de ellos se debilita, súbitamente otros dos lo flanquean, y lo ayudan a volar, a sostenerse, porque aquí no se trata de llegar primero, sino que todos lleguen a su destino. El destino que nos hace comunes. El destino es la meta que todos queremos: estar mejor.

La cooperación entre nosotros, no es otra cosa que la cooperación social, la riqueza de la cual disponemos para realizar nuestros sueños. Aquí no se trata de quién tiene las ideas, o de quién tenga los medios para realizarlas, o de quién tenga el conocimiento para llevarlas a cabo. La cuestión es más bien que ese conocimiento, esa forma y esas ideas salgan de la cooperación. Todos tenemos ideas, todos somos capaces. Miramos a las instituciones educativas como el plus ultra del conocimiento, cuando al contrario, el valor alto del conocimiento se da de la experimentación, del encuentro y de las soluciones que entre todos podemos descubrir. Ese conocimiento producido por la cooperación social es la verdadera riqueza. ¿Queremos escucharlo con otras palabras? Pues, nadie sabe cómo levantar una barda, nadie sabe cómo se hace una revista, nadie sabe cómo se lleva a cabo un ciclo de películas callejeras, nadie sabe cómo se organiza una cena, nadie sabe cómo se suma el dinero para todas esas actividades, nadie sabe cómo se hace una encuesta, nadie sabe cómo se cambia al mundo. Pero tal vez entre todos, probando una y otra vez, encontremos la manera. Y ese conocimiento nadie te lo regala. Te lo sudas pero mañana ahí lo tendrás, listo para reproducirlo en cualquier parte. Y todo esto no hará más que hacer grande nuestro común y hará de nuestras ideas una riqueza inestimable.

En la red que somos, la única forma de sobrevivencia es la solidaridad. La solidaridad que tiende la mano a quien ahora no puede, que comprende el esfuerzo de todos y lo respeta. La solidaridad sincera, que critica para ayudar, que ayuda para superar, que coopera para crecer, que crece para cambiar, que cambia para mejorar, que mejora para poder, finalmente, ser felices. Pero esta solidaridad debe ser sincera y digna. Sincera cuando dice las cosas, cuando expresa dudas y certezas, cuando opina y cuando escucha. Y digna todas las veces que afirma y defiende su afirmación. Sin miedo porque nadie es estúpido. Sin temores porque ninguna idea es vacía, al contrario, todo puede enriquecer, absolutamente todo. Es necesario creerlo, nada más.

En la Biblia, maravilloso libro de historia y de filosofía, espectacular novela, increíble metáfora de la vida del ser humano, se cuenta cuando Moisés un día decide rebelarse a los egipcios. La tiranía del faraón pide demasiado al pueblo. Y es así que se decide desobedecer a las reglas del tirano. El pueblo judío decide sustraerse al dominio. Existe el momento de la guerra, del conflicto, pero también existe el momento de la desobediencia, de la detracción. El pueblo judío, cuenta la Biblia, decide irse a otra tierra, la tierra prometida. Empieza así el éxodo. Cada quien recoge sus cosas, carga las cosas que quiere llevarse, que son para construir un nuevo país en otra tierra.

El éxodo a otra nueva tierra. El nuestro es un éxodo a otro mundo. Lo que estamos haciendo es irnos, sustraernos de este mundo hacia otro más cálido, en el cual podamos construir y realizar nuestros deseos.

Empecemos a caminar, pues, empecemos a caminar hacia otro mundo. Carguemos con nuestros sueños, recojamos nuestras ideas que son las de todos nosotr@s. Es una gran responsabilidad la de empezar a caminar juntos. Implica tender la mano a quien este cansado. Implica apretar los dientes. Implica defendernos del ejército egipcio que nos persigue, porque significa confiar en el otro y hacer que el otro confíe en ti.

Genova G8 2001: non è finita…

Mentre l’ex capo della polizia ai tempi del G8 del luglio 2001, Giovanni De Gennaro, viene promosso da Monti e diventa uno dei massimi responsabili dei nostri servizi segreti, il processo per i fatti della scuola Diaz continua e l’11 luglio è attesa la sentenza in Cassazione che, però, rischia di essere “esemplare” per 10 manifestanti (che rischiano fino a 100 anni totali di prigione per il reato di “devastazione e saccheggio”) e un po’ meno “esemplare” certamente per i 25 poliziotti imputati per i quali è quasi certa la prescrizione del delitto di “lesioni”, non è previsto il reato di “tortura”(mai inserito nel nostro ordinamento nonostante sia contemplato nella Convenzione europea per i diritti dell’uomo) e quindi resta solamente una possibile condanna per “falso in atto pubblico”, una beffa. Così come lo è il repentino cambiamento del presidente del collegio di Cassazione (è appena arrivata Giuliana Ferrua) che avrà poco tempo per studiare le carte. Bene, sta circolando un appello che riprendo, già firmato da molti cittadini, intellettuali, giornalisti. Ricordo a questo link un post-documentario che ho inserito qualche tempo fa, da vedere. Così come questo documentario “Genova Senza Risposte” (sotto si può vedere in video la prima parte).

GENOVA NON È FINITA.
DIECI, NESSUNO, TRECENTOMILA…

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”,  il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In  questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

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