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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

Precari docenti[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia, CarmillaOnLine e La poesia e lo spirito/Viva la scuola. Di Fabrizio Lorusso].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

 Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014 – Due 2011 – Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

Hacer Comunidad

patos en comunidad[Hacer Comunidad es un texto de Matteo Dean, lo reproduzco aquí para que nunca se pierda en la blogosfera y en la memoria. En italiano está aquí]

Cuando el frío llega a la tierra de los patos, de repente, sin que nadie diga nada, sin que se dé una asamblea que lo decida, un pato, uno cualquiera, se levanta en vuelo. El pico dirigido hacia el sur y las alas batiendo con la fuerza de las ganas de estar mejor. Este primer pato se levanta en vuelo y sin que se voltee a decirlo, los demás se levantan en vuelo y lo siguen. Nunca preguntarán porque saben la razón del vuelo. Cuando el primer pato se cansa, se hace a un lado y aquél que sigue, lo sustituye en frente. Y así hasta llegar a la meta.

Al final del viaje, todos habrán guiado al grupo y nadie podrá decir que hay un jefe, un dirigente.
Todos habrán participado, todos habrán dirigido en común acuerdo.

Decir comunidad hoy en día puede significar muchas cosas. Si por un lado nos cuentan que comunidad es la sociedad en la cual vivimos, que respetar leyes y preceptos es hacer el bien de la comunidad, si nos dicen que el servidor público trabaja para la comunidad, por otro lado podemos empezar a pensar (porque tenemos los instrumentos) en otro concepto de comunidad. Ésta ya no es algo que desde arriba nos dicen que es, sino que puede ser algo que desde abajo -desde aquí mismo en donde nos encontramos-, podemos imaginar y construir.

La palabra comunidad y el concepto que en ella se esconde, tienen un origen tan sencillo como complejo para interpretarse. La palabra común da origen a ese concepto. Común es todo lo que nos une, todo lo que nos hace compartir tiempo y sueños. Común son los deseos. Común es la idea de que algo está mal, común son las ganas de romper con todo ello para transformarlo.

¿Dijimos romper? ¿Dijimos transformar? ¿Y cómo se hace?

El pato que se levanta en vuelo no tiene la respuesta. Nadie la tiene. Es mucho instinto todo esto. Es ese instinto que los hace volar hacia el sur. Es ese instinto que los hace volar hacia el lugar cálido donde puedan estar bien.

Dijimos ROMPER. La ruptura con este orden de cosas que nos dicen llamarse sociedad, se da todos los días. Se da empezando desde las ganas de soñar hasta la práctica cotidiana. La ruptura reside precisamente en el sueño de construir algo mejor, porque el mundo en el que vivimos quiere que dejemos de soñar, quiere que nos conformemos con lo poco que nos conceden, que nos quedemos quietos bajo los ritmos de la música que nos venden, que nos narcoticemos con las drogas que nos venden, que nos adecuemos a la vida que nos permiten. La ruptura reside entonces en el sueño de algo diferente. La ruptura hoy, es hacernos incompatibles con ese sistema, la ruptura es escaparnos de sus reglas demasiado estrechas para nuestros deseos. Incompatibles eso somos.

Dijimos TRANSFORMAR. La transformación al contrario no se sueña, sino que se practica. La práctica de la transformación es la práctica de lo común que nos une.

Desde aquí abajo la bandada de patos dibuja un hermoso diseño en el cielo. Si te fijas bien, te enteras de que dibuja una red. Una red en la cual cada pato representa un nudo de un hilo invisible que los une a todos.

Somos una red, una red de individuos, de personas, de seres humanos. Somos una red de sueños antes que todo. Somos una red de prácticas, formas y actitudes. Finalmente, somos una red de conocimientos. Lo que nos hace red es la voluntad de estar en común, de compartir nuestros conocimientos para el bien común. Esa es la actitud que tenemos que tener. La voluntad de compartir, de cooperar entre nosotros y de encontrar la forma de compartir con otra gente.

Si durante el vuelo un pato se cansa, si alguno de ellos se debilita, súbitamente otros dos lo flanquean, y lo ayudan a volar, a sostenerse, porque aquí no se trata de llegar primero, sino que todos lleguen a su destino. El destino que nos hace comunes. El destino es la meta que todos queremos: estar mejor.

La cooperación entre nosotros, no es otra cosa que la cooperación social, la riqueza de la cual disponemos para realizar nuestros sueños. Aquí no se trata de quién tiene las ideas, o de quién tenga los medios para realizarlas, o de quién tenga el conocimiento para llevarlas a cabo. La cuestión es más bien que ese conocimiento, esa forma y esas ideas salgan de la cooperación. Todos tenemos ideas, todos somos capaces. Miramos a las instituciones educativas como el plus ultra del conocimiento, cuando al contrario, el valor alto del conocimiento se da de la experimentación, del encuentro y de las soluciones que entre todos podemos descubrir. Ese conocimiento producido por la cooperación social es la verdadera riqueza. ¿Queremos escucharlo con otras palabras? Pues, nadie sabe cómo levantar una barda, nadie sabe cómo se hace una revista, nadie sabe cómo se lleva a cabo un ciclo de películas callejeras, nadie sabe cómo se organiza una cena, nadie sabe cómo se suma el dinero para todas esas actividades, nadie sabe cómo se hace una encuesta, nadie sabe cómo se cambia al mundo. Pero tal vez entre todos, probando una y otra vez, encontremos la manera. Y ese conocimiento nadie te lo regala. Te lo sudas pero mañana ahí lo tendrás, listo para reproducirlo en cualquier parte. Y todo esto no hará más que hacer grande nuestro común y hará de nuestras ideas una riqueza inestimable.

En la red que somos, la única forma de sobrevivencia es la solidaridad. La solidaridad que tiende la mano a quien ahora no puede, que comprende el esfuerzo de todos y lo respeta. La solidaridad sincera, que critica para ayudar, que ayuda para superar, que coopera para crecer, que crece para cambiar, que cambia para mejorar, que mejora para poder, finalmente, ser felices. Pero esta solidaridad debe ser sincera y digna. Sincera cuando dice las cosas, cuando expresa dudas y certezas, cuando opina y cuando escucha. Y digna todas las veces que afirma y defiende su afirmación. Sin miedo porque nadie es estúpido. Sin temores porque ninguna idea es vacía, al contrario, todo puede enriquecer, absolutamente todo. Es necesario creerlo, nada más.

En la Biblia, maravilloso libro de historia y de filosofía, espectacular novela, increíble metáfora de la vida del ser humano, se cuenta cuando Moisés un día decide rebelarse a los egipcios. La tiranía del faraón pide demasiado al pueblo. Y es así que se decide desobedecer a las reglas del tirano. El pueblo judío decide sustraerse al dominio. Existe el momento de la guerra, del conflicto, pero también existe el momento de la desobediencia, de la detracción. El pueblo judío, cuenta la Biblia, decide irse a otra tierra, la tierra prometida. Empieza así el éxodo. Cada quien recoge sus cosas, carga las cosas que quiere llevarse, que son para construir un nuevo país en otra tierra.

El éxodo a otra nueva tierra. El nuestro es un éxodo a otro mundo. Lo que estamos haciendo es irnos, sustraernos de este mundo hacia otro más cálido, en el cual podamos construir y realizar nuestros deseos.

Empecemos a caminar, pues, empecemos a caminar hacia otro mundo. Carguemos con nuestros sueños, recojamos nuestras ideas que son las de todos nosotr@s. Es una gran responsabilidad la de empezar a caminar juntos. Implica tender la mano a quien este cansado. Implica apretar los dientes. Implica defendernos del ejército egipcio que nos persigue, porque significa confiar en el otro y hacer que el otro confíe en ti.

Istituti Italiani di Cultura – Italiani all’estero (mini dossier)

Il mistero buffo che viene a galla. Ho raccolto qui, per conoscenza della comunità italiana all’estero, i più recenti Dossier de Il Fatto Quotidiano sugli Istituti Italiani di Cultura all’estero e sulla cosiddetta “casta diplomatica”. Dopo il mini dossier sulle attività dei docenti d’italiano all’estero nella storia recente della comunità in Messico, era doveroso anche condividere e sistematizzare una serie di informazioni di più ampio respiro e visione. Partirò dai più recenti, usciti qualche settimana fa, per arrivare ai reportage della fine del 2011. L’ennesima manovra correttiva di Mario Monti aveva toccato anche le spese, buffe e misteriose, legate al corpo diplomatico, ma pare che la falce del governo tecnico sia stata prontamente fermata.
🙂
– Spending Review: Risparmi per tutti? No, il governo risparmia la casta dei diplomatici.

 

Guadagnano più di Merkel e Hollande, ma per loro il taglio non c’è. I privilegi di ambasciatori, consoli e funzionari restano grazie a un emendamento ad hoc e il governo scarica le riduzioni di spesa sul personale a contratto. E così in India l’Italia finisce in tribunale per discriminazione etnica. D | 20 agosto 2012   LINK LEGGI QUI

😦
– Casta da esportazione e parentopoli. Il ministro Terzi congela le nomine. Dopo l’inchiesta del Fatto il titolare della Farnesina ha bloccato le nomine in via di registrazione dei direttori degli Istituti italiani di cultura (Iic) al cui vertice si trova di tutto: amici, ex coniugi e parenti dei potenti. Le nomine saranno “perfezionate” solo al termine di una verifica dei requisiti. Di  | 23 dicembre 2011  LINK LEGGI QUI
🙂
– E via dicendo… Istituti di cultura all’estero: la parentopoli legalizzata che premia la cricca del ministro

La legge 401 del 1990 permette al potente di turno di collocare ben dieci “personalità di chiara fama” nelle dieci più prestigiose capitali del pianeta. Le nomine sono biennali, rinnovabili per una volta. I politici ne approfittano per sistemare familiari, amici e collaboratori. E così a Madrid arriva la dirigente scolastica che non parla spagnolo. Di  | 11 dicembre 2011  LINK LEGGI QUI  (e la precisazione della Farnesina QUI)

😦
– Torniamo in Messico. Per chi volesse informarsi meglio sui fatti del 12 dicembre 2011, cioè sull’attentato contro l’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico rivendicato dagli anarchici informali della FAI, ecco l’articolo che mandai a l’Unità e che uscì anche in rassegna governativa:  LEGGI LINK QUI
🙂
– Sempre sul “contratto etico dei docenti d’italiano all’estero” (vedi qui link a “professori d’italiano in Messico (mini dossier), e in particolare sui lavori svolti nel caso dei prof italiani in Messico si può consultare questo link del giornale in italiano che esce in Messico, direttamente da Playa del Carmen, “Il Sole d’Italia”: 
🙂
– Sul 2 giugno 2012, Festa della Repubblica non aperta a tutti gli italiani ma su “invito” per la prima volta in 10 anni (link alla “descrizione ufficiale dell’evento”).
1) Una nota di Federico Mastrogiovanni – Il Fatto Quotidiano – 2 giugno. In Messico l’ambasciatore festeggia senza i cittadini: LEGGI LINK QUI
2) Un’amara lamentela di una cittadina italiana in Messico che riproduco completamente: LEGGI LINK QUI


Foto: Il patio di accesso al Museo Franz Mayer di Città del Messico,
dove lunedì 4 giugno l’Ambasciata italiana ha celebrato il 66° anniversario della Repubblica.

9 giugno 2012. – Gentili redattori di Punto d’incontro,

non so se sarà pubblicato questo mio messaggio, però lo scrivo con il desiderio di comunicare il mio stato di disagio dovuto alla separazione degli italiani in Messico.

Vivo in questo Paese da più di trent’anni ed è la prima volta che non mi è stato possibile sentirmi in territorio italiano, quel territorio che —in Ambasciata, alla residenza dell’ambasciatore o all’Istituto Italiano di Cultura, avevo sempre sentito come una piccola oasi che ogni anno mi permetteva di sentirmi vicina anche qui la mia cultura, alla mia lingua e, perché no, senza nessun affanno nostalgico, all’inno che ho imparato alle elementari.

Non so quali siano state le ragioni per cui sia stata presa questa decisione così poco solidaria con tutti i connazionali che facciamo del nostro meglio per rappresentare la nostra terra e la nostra cultura nella società messicana che ci ospita.

Sono insegnante in una Università pubblica messicana e giorno dopo giorno faccio del mio meglio per trasmettere tutto ciò che ho imparato nella mia università di origine, l’Università degli studi di Firenze.

Un’altra ragione per cui mi rammarico di non aver potuto partecipare insieme ai miei connazionali alla cerimonia della Festa della Repubblica è che la consideravo una delle poche occasioni che avevo per vedere amici e conoscenti di vecchia data: il dottor Capirossi, la signora Colotti, le professoresse della nostra lingua all’UNAM, il Dottor Cortesi, Marina Piazzi, Anna e Vittorio Sacchi…

Mi vengono in mente solo alcuni nomi, ma sicuramente avrei rivisto anche altre facce volentieri… per ricordare insieme gli amici che se ne sono andati: il Professor Peconi, il Dottor de Maria, il Dottor Pironti, Giuliana Cardinale… insomma per ricordare molti italiani che per circostanze della vita hanno trascorso anni in questa terra messicana.

Forse questa mia esigenza non corrisponde alle necessità dell’istituzione che rappresenta l’Italia in Messico, pero vorrei farvi pervenire la mia tristezza senza considerarmi italiana di seconda categoria perché non credo vi siano queste distinzioni, solo credo che vi siano italiani, funzionari , industriali, intellettuali o artisti sensibili ed altri meno.

Concludo con un sentito rammarico che si siano chiuse le porte degli spazi italiani, le porte di casa che una volta all’anno dimostravano un riconoscimento per chi mantiene con orgoglio la propria nazionalità.

Vi ringrazio – Dott.ssa Laura Rosseti Ricapito

Tel. 5672.6552 e 04455.1841.1150

Docente investigador
Comunicación y convergencias de medios
Universidad Autónoma Metropolitana

(laura rosseti / puntodincontro)

Bartleby deve morire. Battaglia per la libera cultura

[A Bologna, gran parte della cultura nasce dal basso. Dai centri sociali, dalle osterie, dalle realtà autogestite. Tra queste si colloca Bartleby, un polo culturale indipendente che in tre anni ha prodotto una massa impressionante di eventi di alto livello, gestiti a titolo gratuito da un gruppo di giovani. Forse è a causa di questa autonomia dalle istituzioni che Comune e Università vogliono, in perfetto accordo, che Bartleby smetta di esistere. Pubblichiamo volentieri, e condividiamo, la loro protesta (original link)]. 

In questi ultimi giorni si è riaperto il dibattito sull’assegnazione di una sede per il progetto Bartleby. Lo ribadiamo ancora una volta: Bartleby non sono quattro mura in via San Petronio Vecchio, ma un progetto politico e culturale, che nasce all’interno delle lotte contro la dequalificazione dei saperi e vive all’interno di una composizione sociale fatta di studenti e precari, musicisti e lavoratori della cultura.
Tre anni fa occupammo con la scommessa che a Bologna ci fosse un potenziale inespresso. Che gli studenti della città non fossero solo spugne a cui spremere soldi, di cui farsi vanto nelle statistiche d’Ateneo, ma che, nella crisi dell’università, potessero spingere per creare un modo nuovo di immaginare l’università al di fuori dei vincoli e delle gerarchie che la prendono in ostaggio. Abbiamo visto moltiplicarsi gli esperimenti, abbiamo favorito il nascere di nuove collaborazioni che abbattessero le barriere fra le discipline.

La scommessa di Bartleby non riguarda solo l’università, ma la produzione di arte, cultura e saperi nello spazio cittadino: musicisti di diversa estrazione e formazione si sono incontrati nei nostri spazi e hanno cominciato a lavorare insieme. Scrittori, attori e studiosi hanno trovato nel nostro progetto una possibilità di sperimentazione. Esattamente quella capacità propulsiva di cui le istituzioni Bolognesi si fanno vanto (“Bologna città della cultura”, “Bologna patrimonio dell’Unesco per la musica”, “Bologna polo universitario”), salvo poi tarpare le ali a questi esperimenti. Tutto questo ci sembra assurdo.

Ancora più assurdo perchè, dal momento che la nostra volontà di dialogo non è mai venuta meno, una soluzione era stata trovata, nei locali di via San Felice 11. Soluzione che però è sfumata per volontà dell’amministrazione comunale. Forse perchè dietro al “caso Bartleby” si celano tensioni di una maggioranza che deve operare scelte in tempi di crisi e scopre le divisioni al proprio interno? Forse perchè l’università vede in Bartleby una minaccia piuttosto che una ricchezza? Forse perchè le idiozie securitarie dei comitati “antidegrado”, che considerano la socialità di studenti e precari una mera questione di ordine pubblico, stanno prendendo in ostaggio il dibattito cittadino?

Adesso l’amministrazione universitaria minaccia lo sgombero estivo con la città vuota: una mossa da cuor di leoni. L’amministrazione comunale sembra tentennare. Una soluzione per Bartleby era stata trovata e su questa si stava costruendo un accordo, qualcuno si è messo di traverso. A questo punto è il caso di chiederci: perché parte di chi governa questa città, tanto in comune come in università, vuole soffocare questa esperienza? Chi si oppone al fatto che studenti, artisti e precari si organizzino in autonomia e facciano liberamente (e gratuitamente!) circolare saperi, cultura, socialità? Invitiamo tutte le forze politiche, sociali, sindacali e culturali di Bologna ad esprimersi e a prendere posizione in merito. Bene che tutti prendano parola e dicano chiaramente a quale progetto di città stanno lavorando.

Noi le nostre scelte le abbiamo fatte e le portiamo avanti ogni giorno a viso aperto, senza nasconderci dietro paraventi. Centinaia di persone insieme a noi hanno sostenuto e sostengono ogni giorno quest’esperienza.

Bartleby sin dalla sua nascita lavora perchè si dispieghi quella forza trasformativa data dalla scommessa dell’incontro fra i tanti e diversi che Bologna la vivono e la rendono un luogo ancora capace di attrarre intelligenze e creatività. Bartleby è parte di una Bologna che vive il presente come possibilità, l’autogestione come ricchezza, la contaminazione come forza collettiva.

La Bamba vs Fuera Peña Pa’l Baile (Fraud Rmx) @MegaMarcha 7-7-12 México

Guitarras, Teclados, Otones, Coros: la canción “La bamba” se vuelve “Fuera Peña” en la MegaMarcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012, buena pa’bailar. Twitter https://twitter.com/FabrizioLorusso

Fotos: https://picasaweb.google.com/103604583336585754337/MegaMarcha7Julio2012AntiPenaMexicoDF

Otro video relacionado:

1) Foto Resumen Marcha http://youtu.be/Wx-QK20uemA

GOYA y Coros de los estudiantes Unam en la Marcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012

POST CompraVenta https://lamericalatina.net/2012/07/08/video-messico-compravendita-voti-megamarcia-anti-frode-7-7-2012/

Le scuse di Almohadazo a Matteo e Federico Dean

In seguito alle proteste (Link sulla vicenda) su Facebook, sui blog, per mail e sui media italiani e messicani contro il programma Almohadazo, trasmesso in Messico dal canale 52 di Mvs Tv, la conduttrice Fernanda Tapia ha mandato in onda una nota di scuse pubbliche alla famiglia (in particolare ai genitori dei fratelli Dean, Andrea ed Elisabetta), agli amici e alla memoria di Matteo Dean e suo fratello Federico, denigrati in un paio di puntate precedenti del programma. Ho incluso sopra il video (disponibile solo in spagnolo ma abbastanza comprensibile) in cui si dà spazio a un servizio sulle attività che realizzava Matteo e sulla disgrazia accaduta a Federico. E’ dedicato alla moglie di Matteo, Sol Patricia Rojo Borrego, e a Federica, la moglie di Federico Dean.

C’è però un’imprecisione importante che va segnalata. Nel video si dice che Matteo trattava tematiche scomode e che “por eso”, cioè per quelle tematiche, s’è aperta un’indagine contro il conducente del tir per omicidio colposo. Diciamo pure, per precisare, che l’indagine s’è aperta e basta in quanto il fatto è avvenuto e ci sono responsabilità di questa persona, bisogna solo capirne l’entità e il tipo. Allo stesso modo ancora non sono chiarissime le dinamiche dell’incidente che possono condurre a speculazioni di ogni tipo. Tutto è possibile, come si dice in Messico, e i dubbi ci sono sempre quando una morte è inspiegabile, improvvisa e durissima da accettare ma arriverei fino a questo punto e stop, soprattutto con le ipotesi di complotto. Per rispetto è giusto attendere il lavoro degli inquirenti.

Canzone e poesia per Matteo Dean

Per chi era presente e per chi non è potuto venire ma c’era col cuore. Video della canzone Ci rivedremo un giorno, Matteo (la trovi qui) di Fabrizio Lorusso, supervisione tecnica e morale di Fulvio Filipponi e Diego Lucifreddi, girato (a sorpresa!) dall’amica Julia all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico durante la serata di commemorazione e tributo al giornalista e amico Matteo Dean. Matteo è scomparso in un incidente avvenuto nei pressi del casello autostradale tra Toluca e Città del Messico nel pomeriggio di sabato 11 giugno 2011. Nella serata del 16 giugno per cercare di ricordarlo con allegria (nei limiti del possibile) si è cantato (hanno partecipato anche la cantante messicana Cecilia Toussaint e l’amico Paolo Pagliai) si sono lette poesie in italiano e in spagnolo, si sono letti testi di amici e dello stesso Matteo, è stato proiettato un documentario su Città del Messico a cui Matteo aveva partecipato e si sono affissi gli ultimi articoli suoi apparsi su vari media. https://lamericalatina.net/2011/06/14/matteo-dean-esta-presente/

L’amica Annalisa Melandri mi hainviato un testo poetico in spagnolo di Adrian Ramirez della Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani che pubblico volentieri di seguito:
….
Matteo Dean jinete que escribe vida
Tu moto tu pluma y tus notas
Dos banderas verde blanco y rojo
La de México, perdió su escudo
Y nos queda la unidad de los dos pueblos
Matteo, meteoro, firme zagas
Noticia urgente de un pueblo en lucha
Matteo, nota que lucha por ver la luz
Meteoro defensor de lo humano.
Matteo expulsado de México
Matteo retorno y fuerza
Acción y análisis que mueve conciencias
Matteo en tu moto escribiendo verdad
Salimos a buscar verdad
A dar voz al pueblo
A viajar por sus territorios
A vivir y a ser en la natura.
Matteo quedas en México
Con tu juventud, de 36, tus notas
Y tu vida para la vida
Tomaré tu moto y tu pluma
Para cabalgar y escribir la vida.
Al necio incansable que como siempre
Se salió con la suya
Ya nadie te puede expulsar
Eres mexicano, eres italiano
Eres verde, blanco y rojo.


Dr. Adrián Ramírez López
Presidente

Liga Mexicana por la Defensa de los Derechos Humanos A.C.

Una llama encendida para los derechos de los pueblos!

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Infine il testo della canzone:

Ci rivedremo un giorno, Matteo- F. L.

Io non posso credere /  alle cose che mi dici

quando sei così lontano da noi / vicino solamente a Lui

Perché sai ancora non ho capito /  nulla di ciò che conta

ma grazie a te io so di esistere /  e l’abbraccio di un amico importa

Situazioni strane / il tuo nome ricamato in cielo

che vedi anche tu ed è sparito subito lasciando le ferite in me

mi chiedo perché   non può esistere    una vita di fragilità

Ci rivedremo un giorno e sentiremo ancora quel sapore      malinconia / Ci rivedremo un giorno son curioso di sapere se

Forse non hai niente da perdere    con nessuno con nessuno   nessuno     nessuno

E la tua ombra lotterà con me

Certe volte il poeta muore         e riscopre    un’altra passione

Rinascerà più forte di prima      e il destino  gli chiederà scusa

Ora che fai?          Sognavi quel mondo nuovo e lo faremo noi per te

E se te ne vai         Non smetti di esistere      in viaggio per la libertà

Ci rivedremo un giorno e sentiremo ancora quel sapore      malinconia / Ci rivedremo un giorno son curioso di sapere se

Forse non hai niente da perdere    con nessuno con nessuno   nessuno     nessuno / E la tua ombra lotterà con me

Rit.                  E la mia ombra lotterà con te

 

Matteo Dean, está presente

Matteo(Small).JPGNel pomeriggio dell’11 giugno abbiamo perso un amico vero. Penso che qualunque cosa possa scrivere oggi non sia adeguata né completa ma ci provo senza troppe pretese. Matteo Dean, Migrante. Giornalista. Professore di Linguacultura Italiana. Què màs? Luchador Social. Attivista. Le liste sono comunque inutili, insufficienti. Per molti di noi il Messico è qualcosa di strano, surreale, improbabile, piacevolmente pericoloso, un posto in cui perdersi e riscoprirsi. Ma è anche violenza e morte, è rottura dell’incanto e caduta libera nel vuoto quando meno te l’aspetti. Le lezioni d’italiano, il lavoro, il sole forte, una mattina, i pettegolezzi, gli sguardi, le donne, gli uomini, il caffè, l’accento di Trieste, il milanese, il romano, cose semplici. Ma anche il caso e l’inspiegabile.
Come un pranzo alle 4 o alle 5 del pomeriggio, sempre tardi visto che qui l’orario non importa. Matteo stava arrivando da lontano, con la moto, per essere dei nostri. Una pasta un po’ scotta e un mezcal per buttarla giù. Meglio di niente.
I corsi del sabato all’Istituto Italiano di Cultura sono di 5 ore filate e lasciano studenti e professori affamatissimi e stanchi. Questo semestre io non faccio corsi il sabato ma l’11 ho sostituito Matteo che era impegnato all’incontro degli italianisti a Toluca. Se dalla zona di Coyoacan vai a nord e poi a ovest, scali due montagne e superi decine di asettici grattacieli, dopo 25 chilometri arrivi al casello dell’autostrada per Toluca, nella zona di Cuajimalpa, ma sei comunque ancora dentro a Città del Messico. Non finisce mai. Matteo stava là, aspettava in fila di poter scendere dalla montagna e tornare nel cuore della città. Freni rotti, un camion maledetto, distrazione di un autista 24enne, non si sa, e poi la corsa.
Tutti a correre verso il cielo di smog, chiamare all’impazzata, sembra uno scherzo, come il Messico a volte. Un brutto scherzo. Acceleriamo, in gruppo, scalando il monte disumano verso un ufficio, la questura, il tribunale, o come si chiama? Ci siamo ma ancora coi dubbi, le speranze. Spesso tutto è come il Messico, poco vero, strano, ambiguo. Invece sta volta non si scherza, non si beve, non si ride, gli sbirri zitti anche loro, arriva la certezza.
L’eterno migrante, il tema di chi se ne va e delle terre di frontiera. Anche se poi il Messico era l’epicentro di ogni scossa, la base. Lo è per molti di noi. Credo lo fosse anche per Matteo. Come la comunità. L’autonomia. Dallo zapatismo del Chiapas a quello metropolitano e nella vita. Ne parlavamo spesso.
Lui è quello che gli altri ammirano e che aiuta, ma per davvero. Quello che le fa le cose. Quello che s’incazza sul serio ma poi sa chiedere scusa. Quello che l’han buttato fuori dal Messico ma che ha dato uno schiaffo al funzionario ingellato dell’ufficio migrazione e, una volta scesi dall’aereo a Roma, gli ha promesso che sarebbe tornato indietro per restare e raccontare al mondo che cosa succede nei suoi mille anfratti dimenticati. Il biondo. Bruciato dal sole tropicale alla Marcha por la Paz y la Dignidad (scarica Mp3 della sua intervista in merito) dell’8 maggio, quando ci siamo incontrati all’ultima manifestazione contro la militarizzazione e la guerra al narcotraffico e la violenza. E’ andato tutto benissimo quel giorno. La marcia continua ancora, oggi sono tutti a Ciudad Juarez per la pace. Ma in altre annate, in altri luoghi, i problemi non erano di certo il sole o la calura. Come in Italia, in Germania, a Genova, a Cancun, ai G7, G8 e G20, in Chiapas, in Colombia e a Guadalajara, dove invece la gente si doveva difendere da ben altre minacce. E nel Messico della violenza servono voci attive per cui Matteo ci ha raccontato tutto questo anche sulle pagine della Jornada, del Manifesto e tanti atri.In tanti abbiamo imparato da lui a cambiare e a lottare, a essere sicuri di poter fare qualcosa concretamente per gli altri. Per questo c’è, presente. Fuori dalla retorica. Ha tradotto all’italiano per Carta-Ya Basta il libro Senso Contrario del giornalista messicano Luis Hernandez Navarro de La Jornada. Insieme all’editorialista c’era Matteo alla presentazione della versione italiana del libro realizzata durante uno degli splendidi “mercoledì in biblioteca” di Dianora, la nostra “consigliera culturale” all’istituto italiano. E’ una collezione di storie di ribelli contemporanei, personaggi noti e meno noti che sono esemplari e “la loro sopravvivenza quotidiana è un gesto eroico contro l’assurdità”. Sono vite che trasmettono ispirazione.
Ieri abbiamo salutato il nostro amico, tutto il giorno.

E’ arrivata molta gente. Poi la sera, soli, ciascuno a casa sua gli avrà detto qualcosa. Allora scrivo, è una soluzione molto personale. Mentre lo portavano via s’è intonata Bella Ciao, la conoscono tutti, italiani e messicani, perciò non muore mai. Con gli amici, con la “famiglia” di compagni e migranti – termini che Matteo utilizzava spesso – con alcuni colleghi docenti dell’istituto l’avevamo difesa dagli attacchi della Coca Cola Company che la stava usando per i suoi spot in mezza America Latina. Firmarono in tanti. Tante fatiche e discussioni ma ne era valsa la pena. Era così anche quando si andava in moto al “reclusorio oriente” di Santa Martha Acatitla a dare lezioni d’italiano (anche se era sicuramente di più quello che s’imparava di quello che s’insegnava) ogni venerdì pomeriggio: venti chilometri di delirio stradale dal sud della capitale al quartiere infinito di Iztapalapa. Sei professori che si alternavano a due a due. La catarsi e il lavoro di squadra: noi saremo tutto. Ci sarebbero tante altre pagine da scrivere per ricordare Matteo ma mi fermo. Per ora questo è il mio saluto. Libero.