Archivi tag: esteri

Programa de análisis #TrotamundosPolítico todos los lunes en Web-Tv de @ZonaFrancaMx #Revistadela1

[Segnaliamo la collaborazione settimanale, live i lunedì alle ore 14 (fuso di Città del Messico) di F.L. con il programma #RevistaDeLa1 della web TV di Zona Franca, quotidiano on line di León, stato del Guanajuato, Messico. In studio Arnoldo Cuéllar e Fabrizio Lorusso. In questa trasmissione del 13 marzo parliamo di sparizioni forzate e la mostra Huellas de la memoria. Puntate precedenti a questo link. Per altri link utili vedi sotto!]

trotamundos politico zona franca[Señalamos la colaboración semanal, en vivo los lunes a las 14, hora del centro en este enalce o en FaceBook Streaming, de F. L. con el programa #RevistaDeLa1 y la sección “Los especialistas” de la web-TV de Zona Franca, medio digital de León, Guanajuato. En el estudio Arnoldo Cuéllar y Fabrizio Lorusso para el espacio llamado #TrotamundosPolítico (en twitter link). En esta transmisión del 13 de marzo hablamos de desaparición forzada y de la exposición Huellas de la memoria, a la luz de la reciente actualización de los datos del Registro Nacional de las Personas Desaparecidas-RNPED que arroja cifras cada vez más preocupantes, pues el número total de desaparecidos en México ascendía a 30942. 545 en el Estado de Guanajuato, en donde la mayoría son menores de edad, como lo reporta este artículo de Kennia V.]  Para ver las colaboraciones precedentes de Trotamundos Político ver aquí: link.   Zona Franca en Twitter y Canal de YouTube

Video-1 del 20 de febrero de 2017 (Globalización y oposiciones globales, Trump oportunidad para México?): link.    Video-2 del 27 febbraio. Trump y la relación México-EEUU tras la visita de Tillerson y Kelly: link    Video-3 del 6 de marzo. Modelos de desarrollo para México, modelos alternativos y emergentes frente a Trump: link

Istituti Italiani all’Estero e in Messico: Interrogazione Parlamentare

pompei_domus_del_moralista-c5655

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’interrogazione parlamentare, presentata da Emanuele Scagliusi (M5S), che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una lunga serie di irregolarità, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Mi pare si tratti di un passo avanti nella segnalazione di un problema enorme che ha per lo meno due teste mostruose e insidiose:una è il precariato, in particolare quello dei docenti di Lingua Straniera o Seconda che sono bistrattati e poco riconosciuti professionalmente sia in Italia che fuori, e l’altra è rappresentata dagli sprechi e gli abusi del MAE (Ministero Affari Esteri) nelle sedi degli Istituti Italiani all’Estero. Basta leggere il testo dell’interrogazione per rendersi conto di realtà così lontane geograficamente ma anche vicine per i vizi e gli abusi che lì si riproducono, più profondi che in Italia, visto il lassismo dei controlli e il potere quasi assoluto che esercitano i funzionari/burocrati italiani all’estero: clientelismi, mini-parentopoli, precariato docente, lavoro nero, guai contabili, mobbing, stipendi d’oro, poca meritocrazia. Insomma, la lista è lunga. Affinché non passi in sordina la segnalazione, perché in questo consiste un’interrogazione di un cittadino e di un parlamentare al governo, riporto anche qui la notizia. Il caso messicano, tra l’altro, è emblematico, come visto in alcuni post dei mesi scorsi: link 1 – link 2.Hasta pronto.

I marò, l’India, la politica e i media italiani

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Sul cosiddetto ‘caso marò’, o meglio sul caso dei due pescatori indiani uccisi nelle acque del Kerala da spari provenienti da una petroliera italiana, da poche ore sul web e nei social network c’è una lettera dello scrittore Alberto Prunetti, uscita su CarmillaOnLine (link), che è diventata ‘virale’, cioè s’è diffusa in Italia e all’estero con sorprendente velocità. Perché? Perché in poche righe dice la verità, quella che continua a ‘sfuggire’ ai media, all’opinione pubblica italiana e al mondo politico.

Eppure i materiali per informarsi ci sarebbero, basta consultare, almeno qualche volta, il sito di China Files o leggersi il libro di Matteo Miavaldi, che è un redattore di quel portale, intitolato ‘I due marò. Tutto quello che non vi hanno detto’ (Ed. Alegre, Roma, 2013). Matteo non ha scritto un testo ideologico, non ha lanciato anatemi contro l’India o a favore dell’onore nazionale, così come non ha cercato di sparare sentenze contro o a favore dei marò a priori. Ha riportato dei fatti e li ha ordinati, come dovrebbe fare un buon giornalista o un osservatore attento di quelle vicende e di quell’area del globo.

Ha letto, esplorato, scavato e semplicemente è uscito dalle dinamiche tossiche dei mass media italiani che, in questo caso, hanno assecondato una destra becera e nazionalista, portatrice di opinioni stereotipate e razzismi mai sopiti, mentre la classe politica seguiva a ruota, trasognata e idiotizzata. Ma a volte basta una boccata d’aria fuori confine e la realtà emerge semplice e nitida: la politica estera italiana, la sua “diplomazia” e la relativa schizofrenia mediatica rasentano il ridicolo. Il libro vola che è un piacere, soprattutto per chi non c’aveva capito nulla (o quasi) della vicenda dei marò, come me, che vivo in Messico e spesso stento a trovare fonti attendibili e analisi decenti su quel che succede in Italia e est del ‘bel paese’.

Copio sotto l’incipit della “Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana”, il testo di Prunetti, e rimando al link originale per chi volesse leggerla tutta (cosa che consiglio vivamente). Un abrazo e… LINK.

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici  dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo  anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

_l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

CONTINUA LINK

Note sulla cattura del capo degli Zetas in Messico

z-40 copertinaDopo il classico boom mediatico per l’ennesima cattura di un capo dei narcos messicani, il “sanguinario” e “terribile” Z-40 (Miguel Ángel Treviño), leader del cartello degli Zetas arrestato dalla marina lo scorso 15 luglio, il silenzio torna a regnare sulle sorti del paese latino-americano. E soprattutto ci si dimentica delle enormi responsabilità che USA ed Europa hanno in merito, essendo i principali mercati di sbocco (o consumatori) dei traffici di stupefacenti che provengono o passano dal Messico e dai paesi andini ed anche i promotori del proibizionismo e della repressione nei paesi produttori quali strategie per affrontare il “problema”. La droga si esporta a Nord e i morti restano a Sud. Treviño o Z-40 era succeduto al comando dell’organizzazione criminale, dominante nel Golfo del Messico (Veracruz, Tabasco e Tamaulipas) e nel Nord Est (Nuevo León, Monterrey, Nuevo Laredo) ma presente anche nel centro e nel sud del paese fino al Guatemala, all’altrettanto famigerato boss Heriberto Lazcano. El Lazca, questo il suo alias, fu abbattuto dall’esercito nell’ottobre 2012 e apparteneva agli Zetas “delle origini”, cioè al gruppo formato da ex militari dei corpi d’élite che alla fine degli anni novanta avevano disertato ed erano stati assoldati come braccio armato dalla banda egemonica in quella regione, il Cartello del Golfo del boss Osiel Cárdenas Guillén (oggi in prigione negli USA): da forze armate contro i narcos a corpi di sicurezza e sicari dei capi.

Una volta imparato il business e consolidate le reti criminali e le protezioni istituzionali sui territori d’influenza, nel 2010 gli Zetas si resero autonomi e diventarono i principali rivali dell’indebolito Cartel del Golfo. Questo si alleò con i propri antichi nemici, cioè con il Cartello di Sinaloa, l’organizzazione che domina le regioni occidentali del Messico, Tijuana, la California e il centro Nord, mentre disputa il controllo della zona orientale, del centro e di parte della frontiera con gli USA ad altre organizzazioni come la Familia Michoacana e gli stessi Zetas. I leader del Cártel de Sinaloa, il boss Joaquín “El Chapo” Guzmán e il suo secondo, Ismael “El Mayo” Zambada, sembrerebbero inoltre godere dei favori e delle protezioni da parte delle autorità politiche fino ai livelli più alti secondo le ricerche di giornalisti come Anabel Hernandez (autrice de Los señores del narco). Come spiegava l’opinionista Adela Navarro sulla testata on line SinEmbargo.Mx, il Cartello di Sinaloa sarebbe stato “preferito” rispetto agli altri e protetto già dai tempi del presidente Vicente Fox (2000-2006), quando il Chapo fu lasciato libero di operare e poi di fuggire di prigione, e in seguito dal governo di Calderón (2006-2012), con il ministero chiave della Pubblica Sicurezza controllato da Genaro García Luna, e ancora oggi con la presidenza di Peña Nieto (2012-2018) e la cattura del rivale più duro dei narcos di Sinaloa, ossia il capo degli Zetas. Denunce analoghe sono state lanciate dal generale che lo arrestò la prima volta nel 1993,Jorge Carrillo Olea. La situazione è in realtà molto più complessa e frammentata, ma mi limito qui a una descrizione a grandi linee e rimando a un paio di articoli sul Chapo Guzmán e sulla storia della narcoguerra (link 1 – link 2).

Gli Zetas hanno saputo diversificare le loro fonti di guadagno dal narcotraffico ai rapimenti, dalla spoliazione di proprietà al racket e il traffico di armi e persone. Per questo già dal 2005-2006 nello stato centrale del Michoacán, dove gli Zetas stavano penetrando inesorabilmente, cominciò un’ondata terribile di violenza che ha risvegliò le aspirazioni revansciste dei vecchi gruppi di narcos locali che in funzione anti-Zetas fondarono il cartello della Familia Michoacana. La guerra su grande scala scoppiò dopo il 6 settembre 2006 quando cinque teste umane furono lanciate dai membri della Familia in una discoteca della città di Uruapan  e diedero inizio alla pratica delle decapitazioni come macabri “messaggi” tra i bandi in lotta. C’è stata quindi un’escalation della violenza ipermediatizzata per cui a volte i narcos aspettano gli orari più propizi per apparire nei notiziari TV della sera prima di fare una strage o di presentare i cadaveri pubblicamente. Poche settimane dopo l’ex presidente Calderón, originario proprio di questa regione, lanciò la prima offensiva militare, chiamata Operazione Michoacán, per ripulire lo stato dai narcos, cosa che ovviamente non è accaduta. La seguente scissione dei Caballeros Templarios dalla Familia Michoacana rimescolò le alleanze dato che questa stabilì un patto con gli Zetas, ma i Caballeros siglarono un alleanza con il Cartello di Sinaloa.

Tornando al presente, è difficile trovare articoli sui quotidiani italiani che parlino degli effetti “collaterali” della guerra al narcotraffico, al di là delle solite drammatiche cifre (27miladesaparecidos in Messico in 6 anni, 100mila morti e oltre 200mila rifugiati/sfollati costretti a lasciare le proprie case) che potrebbero indurre qualche riflessione in più. Invece si enunciano a profusione gli effimeri successi dell’eterna battaglia contro “le droghe”. E spesso si tralascia il fatto che durante i primi sette mesi della presidenza di Enrique Peña Nieto la media di un migliaio di morti al mese (7110 in totale, cifra ufficiale) legati alla criminalità organizzata non è proprio un dato “normale”, anche se risulta inferiore (-18%) rispetto a quello dell’anno precedente, ancora nel pieno della narcoguerra di Calderón.

Alcune testate messicane “trionfaliste” (come Milenio) hanno celebrato la cattura e hanno già decretato la fine degli Zetas che, secondo certe previsioni, dovrebbero perdere la loro dimensione nazionale per trasformarsi in cellule sparse e isolate, magari ancora molto violente, pericolose e impazzite per un po’ ma comunque più locali e relativamente scoordinate. Per cui il cartello, un’organizzazione ad oggi complessa e sofisticata, sarebbe destinato all’estinzione. Anche se questo dovesse accadere, non sarà certo la fine del narcotraffico e della violenza in Messico. Inoltre pare che la successione del Z-40 sia già pronta con l’ascesa di suo fratello Alejandro o Z-42. Non si stanno attaccando le cause economiche, storiche e sociali, nazionali e internazionali, che lo generano. Si combatte la malattia partendo dai sintomi e da qualche colpo ad effetto per convincere l’opinione pubblica messicana e specialmente la statunitense della buona volontà e capacità del governo, ma poi, per esempio, il 98% degli omicidi commessi nel 2012 resta impunito, un dato tragico che spiega una lunga serie di abdicazioni e connivenze delle istituzioni e della politica.

z-40

Poco si parla della corruzione delle autorità, della polizia a vari livelli (locale, statale, federale, di frontiera: da entrambi i lati della frontiera nord…) e dei settori della classe politica collusi coi narcos. Bisogna, infatti, ricordare che il termine “desaparecido” si usa per quelle persone di cui s’è persa traccia e per la cui scomparsa quali esiste una responsabilità diretta o indiretta dello stato (connivenza con la delinquenza, incapacità nel garantire sicurezza e incolumità dei cittadini o coinvolgimento diretto in sequestri e uccisioni).

Dunque, non si racconta di uno stato che ha ormai perso controllo e prerogative in parti significative del territorio nazionale. Come durante la Revolución del 1910-17, diverse fazioni armate e combattive restano in lotta, in un instabile equilibrio. Quindi narcos, cellule e gruppi di comando, bandoleros, eserciti regolari e disertori (come gli Z), la marina, igobernadores e i vari corpi di polizia si contendono il potere economico e negoziano quello politico, svilendo la società messa a ferro e fuoco e ormai usa alla violenza imperante in molte città o regioni (vedi la decadenza di Monterrey, la degenerazione di Acapulco o l’eterna tragedia di Cd. Juárez). Il paragone “rivoluzionario” è piuttosto azzardato, ma l’impressione di fondo che si percepisce in Messico a volte è proprio questa.

Il gran mercato USA, il più importante del mondo, e la domanda mondiale sono i motori di questa economia che è illegale perché, banalmente, la marijuana, la cocaina e le altre droghe “leggere” e “pesanti” sono considerate e normate in questo senso (repressivo), spesso senza distinzioni riguardo la loro natura, potenziale dannosità e modalità d’uso. Ormai anche le riviste di stampo conservatore in Messico, di fronte alla realtà di un paese imbarbarito dalla guerra e di una forte emergenza sociale, hanno proposto la progressiva legalizzazione, parziale o totale, della produzione e del consumo (per diverse finalità, inclusa quella ricreativa) almeno a livello nazionale, se non continentale. Gli “esperimenti” di legalizzazione, depenalizzazione e controllo della cannabis negli stati del Colorado e di Washington potrebbero diventare degli utili apripista in questo senso.

I collegamenti tra i cartelli della droga e i business “collaterali” sono fondamentali dato che in molti casi, in particolare per gli Zetas, rappresentano il 50% del totale delle entrate: l’estorsione o racket ed il traffico di armi e persone (riduzione in schiavitù, prostituzione, traffico di bambini, commercio di organi, sequestro di persone a fini di estorsione, ecc…). Questi sono gli affari più grossi per i narcos dopo il traffico di droghe, ma la questione resta spesso in secondo piano specialmente sui media italiani. Eppure, quando le acque diventano burrascose, magari in seguito a un arresto “importante” o a una nuova operazione militare governativa annunciata in pompa magna oppure dopo l’ennesimo stanziamento di “aiuti” (fondi, armi, intelligence, consulenze, strumenti tecnici, vedi per es.Plan Merida) da parte della Casa Bianca, questi business possono trasformarsi in preziose ancore di salvezza per le cellule criminali operanti sul territorio statunitense e messicano.

In ogni città, anche piccola, e in ogni centro turistico ce n’è almeno uno, ma in genere sono tanti, la concorrenza impera. Mi riferisco ai Table Dance, (in uso anche la trascrizione spagnola “teibol”) i club notturni messicani in cui il confine tra intrattenimento e prostituzione, tra “lavoro” e schiavitù, è sempre più labile, anzi, direi che nella maggior parte dei casi sono dei bordelli legalizzati in cui regna lo sfruttamento senza altri aggettivi. Insieme ai casinò sono tra le attività favorite dai cartelli per riciclare narcodollari, dal tramonto all’alba. La lotta contro il riciclaggio del denaro sporco e la possibilità di bloccare i centri e le connessioni finanziarie che alimentano i narcos e che sostengono anche le loro imprese legali, come s’era fatto a livello internazionale, per esempio, dopo l’attacco alle Torri Gemelli del 2001 con i patrimoni e i flussi legati ad Al Qaeda, sono state opzioni molto poco esplorate dai vari governi americani e messicani. Anzi, il tema sembra proprio un tabù a livello mediatico e siccome il problema della violenza e gli aspetti visibili e duri di questa tragedia restano a Sud (almeno in apparenza), gli USA non hanno interesse a intervenire con decisione e tempestività o a creare un consenso globale anti-narcos che identifichi e blocchi le loro attività finanziarie internazionali.

L’arresto di un boss, com’è il caso del Z-40 in Messico, ha sicuramente un alto impatto mediatico e scardina, almeno in parte, il vertice dell’organizzazione, ma di certo non tutti i suoi meccanismi, i suoi interessi e le sue cellule che continuano ad operare sul territorio. Invece, l’effetto immediato è una recrudescenza della violenza, dunque la crescita dei morti tra i membri del cartello, ma anche di quelli “civili”, cioè esterni all’organizzazione (forze dell’ordine e cittadini comuni). Cito in proposito un paragrafo del giornalista messicano Genaro Villamil:

 “Nel marzo 2012 il Generale Jacoby del Commando Nord statunitense ammise che dopo la cattura di 22 dei 37 boss più ricercati la narcoviolenza non era diminuita. Al contrario, lo stratega nordamericano ammise che l’eliminazione di un capo ne rafforza sempre un altro e frammenta in varie cellule, fortemente armate e altamenti corruttrici, le reti di questa ‘testa dell’Idra’ che è la criminalità organizzata. Così è nato il potere degli Zetas. Da sicari del Cartello del Golfo si sono trasformati in una delle imprese criminali più complesse mai esistite, per la loro capacità di espansione territoriale, il loro carattere paramilitare, la loro espansione verso la ‘industria’ del sequestro, la contraffazione, il traffico di migranti e perfino il contrabbando di petrolio. La narcoviolenza è sistemica, non individuale. Il genio maligno di boss come ‘El Chapo’ o lo ‘Z-40′ o ‘La Barbie’ spiega alcuni metodi, ma questi sono stati creati sotto il manto di un sistema politico, sociale, agricolo, finanziario e perfino mediatico inondato dalla corruzione. E’ una cosa che non ha mai capito Felipe Calderón e il suo alter ego Genaro García Luna (ex Ministro della Sicurezza 2006-2012). Non gli conveniva. La lotta contro la criminalità organizzata è diventata una ragione di governo per cercare legittimità, non una ragion di stato per affrontare un male sistemico. La “narrativa” potrà cambiare e magari riusciranno a eliminare la percezione d’insicurezza e il rischio per gli ‘investitori’, ma i fatti indicano che oltre allo ‘Z-40′ o al ‘Chapo’ quello che c’è è un male sistemico che ci metterà anni a regredire”.

Un’importante cattura può anche provocare un innalzamento dei livelli di scontro intestino tra fazioni in lotta per la leadership, da una parte, e un aumento della violenza tra i diversi cartelli in conflitto per territori o plazas (una città o zona definita per la distribuzione) che cercano di approfittare dell’eventuale scompiglio generato dall’arresto del boss di turno, dall’altra.

In questa narcoguerra messicana la cattura di un capo, in effetti, non ha mai significato la fine di un’organizzazione criminale o di un cartello. In genere produce: un colpo mediatico efficace per qualche giorno, con eventuali “positive” ripercussioni nella stampa estera; qualche rimpasto all’interno dell’organizzazione; un declino relativo del cartello rispetto ai “competitors” a livello regionale o nazionale con conseguente rioccupazione delle plazasscoperte da parte di altre organizzazioni e incremento nella violenza. Il problema, dunque, resta come lo dimostrano gli altisonanti arresti pubblicizzati a livello globale dal governo di Felipe Calderón, l’ideatore della  strategia militare contro i narcos tra il 2006 e il 2012.

“La Barbie”, Heriberto Lazcano “El Lazca” (Zetas), Beltrán Leyva, “El Teo”, gli Arellano Félix, eccetera. Tutti mostrati come dei boss tremendissimi e potenti, con una capacità logistica e di fuoco da fare invidia a tutti i padrini nostrani messi assieme. In parte è vero, ma è anche vero che l’impatto degli arresti o delle uccisioni dei vari capi deve essere magnificato attraverso l’esagerazione di queste capacità strategiche e militari, oltre che con l’attribuzione di ogni male e violenza del paese a quell’unica persona, i cui capi d’accusa crescono a dismisura creando un curriculum criminale eccezionale (vedi articolo di Zepeda Patterson).

In realtà i narcos hanno esteso le loro reti, la loro presenza e influenza nel tessuto sociale e i loro guadagni come mai prima grazie all’impunità, alla povertà e all’iniquità della società, legata a motivi culturali e storici oltre che economici, al sistema di giustizia viziato, alla corruzione generalizzata e ad una polizia imbarazzante. Sono quindi queste condizioni e queste strutture, interne ed esterne al paese, che vanificano qualunque cattura del “capo dei capi” del momento.  Infatti, pare ci sia già un successore del Z-40, il suo fratello Alejandro Treviño, alias Omar o Z-42. I numeri, gli alias e i “panchinari” in attesa di entrare in campo sono infiniti, la narcoguerra è dura a morire.

Santa Muerte Patrona a Radio Popolare

Santa Muerte Patrona dell’Umanità (il libro) alla trasmissione “Esteri” di Radio Popolare. Sara Milanese intervista Fabrizio Lorusso – Da Milano a Mexico City.

Alcuni anni fa ho conosciuto la Morte, la santa scarnificata che oggi dispensa fede e speranza a milioni di devoti in America. Ogni giorno, da Nord a Sud, la falce dell’instancabile Santa Muerte s’innalza lucente dall’altopiano centrale di Città del Messico, mietendo a fasci migliaia di anime. Lo fa con giustizia e ispirazione profondamente democratiche. Ricchi e poveri, donne e uomini, giovani e vegliardi finiscono per accompagnarla senza discriminazioni né convenevoli. Una madre terribile coperta da una lunga tunica che lascia intravedere solo i piedi, il teschio e le ossa delle mani che reggono il mondo, una bilancia e una falce.  

Blog Santa Muerte Patrona: http://santamuertepatrona.wordpress.com/

Podcast programma completo:

http://podcast.radiopopolare.it/esteri_22_02_2013.mp3

finis-glorie-mundis

Finis Gloriae Mundis

Italiani in Messico: cultura e lavoro a rischio (interrogazione parlamentare)

italia_mexico

Cultura e lavoro in pericolo. Ecco il testo della nota relativa all’interrogazione parlamentare che l’On. Gino Bucchino, deputato PD eletto in Nord e Centro America, ha rivolto al Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi in seguito alle segnalazioni che da più parti sono arrivate per evidenziare la situazione di un’istituzione pubblica italiana all’estero, l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. La richiesta avanzata dal deputato al ministro entra nel merito delle attività lavorative e culturali dell’Istituto Italiano che attualmente é sotto la gestione della direttrice Melita Palestini e dell’addetto culturale Gianni Vinciguerra.

Gli Istituti Italiani di Cultura all’estero sono uno strumento molto importante per la diffusione della cultura e della lingua italiana nel mondo e dipendono dal Ministero degli Affari Esteri e costituiscono gli Uffici Culturali delle ambasciate o sedi diplomatiche corrispondenti. Impiegano personale in loco (con contratti del ministero o anche solo contratti locali) e personale diplomatico dello stesso ministero (inviati da Roma o da altra sede), pagato dall’erario. Potrebbe essere quindi lecito chiedersi, soprattutto in periodi di crisi, se l’istituzione (pubblica) e il personale (i docenti e tutti gli altri funzionari) adempiano le loro funzioni al meglio, nel rispetto della nostra cultura e legislazione del lavoro oltre che della loro missione fondamentale di diffusione e promozione culturale. Leggi anche la nota dell’agenzia AISE su questo tema LINK.

ROMA\ aise\ – Sollecitare “un rilancio dell’offerta culturale italiana in Messico attraverso una più incisiva attività del locale Istituto di cultura, perché essa diventi più adeguata alla domanda culturale e linguistica presente nel Paese e più attenta ai diritti del personale che a vario titolo concorrono a realizzarla” (leggi testo completo dell’interrogazione).

È quanto richiesto dal deputato Pd Gino Bucchino in una interrogazione al Ministro degli Esteri Terzi.

“Il Messico – scrive Bucchino nella premessa – rappresenta per l’Italia un Paese di notevole interesse sia sul piano delle relazioni bilaterali che su quello dell’interscambio economico, per la sua collocazione geopolitica e per il trend espansivo di cui gode da alcuni anni la sua economia; la comunità italiana assicura nel paese un ruolo di riferimento e di mediazione dell’immagine dell’Italia che va ben al di là della sua dimensione quantitativa; la promozione della cultura e della lingua italiana all’estero, come è stato confermato nei recenti lavori seminariali svolti presso il Ministero degli affari esteri, riveste una funzione strategica per la proiezione globale del Paese, non solo come strumento di affermazione del suo profilo culturale e politico, ma anche come supporto all’internazionalizzazione delle nostre imprese e dei nostri prodotti”.

Se “l’offerta culturale fatta negli anni passati dall’Istituto italiano di cultura ha risposto in modo adeguato alla domanda della nostra comunità e a quella abbastanza estesa dei messicani, interessati alla nostra cultura e all’apprendimento della nostra lingua” per Bucchino “l’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, – annota – è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico, come testimonia il fatto che i corsi nell’anno corrente sono diminuiti del 14 per cento rispetto a quelli dell’anno precedente e gli utenti di circa il 18 per cento; non si avvertono apprezzabili segni di rilancio promozionale dei corsi di lingua né di riorganizzazione per quanto attiene al rinnovamento dei programmi didattici e all’elaborazione del materiale didattico; sono altresì scomparse le attività di aggiornamento e specializzazione degli insegnanti”.

La stessa promozione dell’Istituto mediante le reti sociali – aggiunge il deputato eletto in Nord e Centro America – appare parziale, statica e poco attraente, con informazioni datate e saltuariamente aggiornate; il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione”.

Bucchino chiede, quindi, a Terzi “se non ritenga di dovere sollecitare, tramite un intervento diretto della nostra rappresentanza diplomatico-consolare, un rilancio dell’offerta culturale italiana in Messico attraverso una più incisiva attività del locale istituto di cultura, perché essa diventi più adeguata alla domanda culturale e linguistica presente nel Paese e più attenta ai diritti del personale che a vario titolo concorrono a realizzarla” e “se non ritenga opportuno fare in modo che le relazioni professionali del personale a contratto presso gli istituti di cultura si svolgano in un quadro di regole certe e rispettose dei fondamentali diritti di lavoro, con beneficio degli stessi istituti e della stabilità del rapporto con gli utenti”. (aise: link notizia originale).

L’Uruguay del Frente Amplio avanza: aborto, droghe, matrimoni gay

Presento questa intervista con Monica Xavier, dottoressa uruguaiana e senatrice del Partito Socialista che fa parte della coalizione delle sinistre Frente Amplio (Fronte Ampio). L’ho incontrata durante il convegno “Unità nella diversità” che ha riunito diverse realtà politiche dell’area progressista euro-latino-americana. L’incontro è stato organizzato dalla seconda forza politica messicana, il PRD (Partido Revolución Democrática), che aveva candidato per le elezioni presidenziali del primo luglio Andrés Manuel López Obrador. Obrador ha perso e ha denunciato, insieme al PRD, gli scandali della compravendita del voto e delle spese folli del principale rivale, cioè il “partito dinosauro” PRI (Partido Revolucionario Institucional), già al potere per 71 anni nel novecento.

Il PRI tornerà a governare il Messico il primo dicembre prossimo con il “presidente delle TV” Enrique Peña Nieto. Ma torniamo al Cono Sud. Monica Xavier è stata eletta quattro mesi e mezzo fa dai militanti del Fronte dell’Uruguay come quarta presidentessa nella storia della coalizione che governa il paese sudamericano dal 2005. Dopo la presidenza di Tabaré Vázquez, dal 2010 governa il paese l’ex guerrigliero José (Pepe) Mújica.

Ultimamente in Italia si parla, con un pizzico mediatico di tenerezza e folclore compiacente, solo della figura di Pepe Mújica perché è il “presidente più povero del mondo”, vista l’austerità e la semplicità della vita che conduce. Restano però in secondo piano i grossi progressi sociali ed economici che hanno portato l’Uruguay a riprendersi dalla peggiore crisi della sua storia e a rilanciare i temi socialicome il diritto di decisione delle donne sul proprio corpo, la legalizzazione delle droghe e il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Che significa oggi per te “unità nella diversità” parlando delle sinistre in Uruguay e America Latina?

Oggi e da quasi 42 anni significa Fronte Ampio in Uruguay. Questa è la nostra identità, l’unità nella diversità, e crediamo che sia un’esperienza che senza emettere ricette è buona per lo sviluppo di blocchi alternativi, popolari, con vocazione trasformatrice. Le destre hanno governato sempre nel nostro continente e, da alcuni anni a questa parte, ci sono opzioni progressiste di tipi diversi che sono arrivate al governo e hanno fatto governi di successo con percentuali molto importanti dei presidenti e delle presidentesse che li conducono, ma le strutture politiche non sono state all’altezza di queste sfide. Sono arrivate tardi e in certe occasioni s’è verificato il paradosso per cui con numeri straordinari di approvazione popolare ci sono presidenti che non finiscono il loro mandato o partiti che non hanno la capacità di essere riconfermati al governo.

Qual è il minimo comun denominatore tra le tante componenti del Fronte Amplio? I partiti e le anime politiche sono tante ed è difficile pensare a come mettersi d’accordo e questo è un problema in tutta l’America Latina.

L’unità è un principio, un principio così caro come lo è quello di essere coerenti con i valori della giustizia sociale, della libertà e dell’equità. Noi abbiamo un disegno organico in base a determinati compromessi fondazionali che hanno a che vedere con il rispetto delle singole componenti e una struttura comune normata da un regolamento che fu creata già nel 1971, quando il Fronte era in una fase di fondazione. Questo fa sì che l’unità d’azione sia la regola e per mantenere la libertà di azione esiste un meccanismo per consacrarla e non un’attitudine individuale che è considerata una indisciplina.

Qual è la chiave di questo? Non la pressione della disciplina di partito, ma la democrazia nel dibattito e nel processo decisionale ed è solo in questo modo che, a mio giudizio, chi è in minoranza sente che è stato parte di un dibattito e se forse alcuni dei suoi argomenti sono stati considerati nella decisione finale, può sentirsi parte della stessa in modo simile alle forze che congiunturalmente sono maggioritarie.

Quindi uno dei fondatori, il generale Liber Seregni che venne incarcerato durante la dittatura (1973-1984), era un uomo che fece della regola del consenso la regola fondamentale per prendere le decisioni. Poi nei periodi dei governi nazionali o regionali è successo che privilegiassimo un processo decisionale democratico d’accordo con le maggioranze qualificate che si formavano. Ma ora, anche se siamo al potere nel governo nazionale e in quattro regioni, stiamo tornando alla ricerca del consenso come formula quotidiana di funzionamento e, quando questo non si ottiene, si ricorre solo in quel caso alla maggioranza qualificata.

Ci sono frizioni con i settori cattolici? Come conciliate certe ispirazioni religiose con la filosofia del Fronte?

In primo luogo, dobbiamo chiarire nettamente che dal 1917 ad oggi lo stato uruguaiano è separato dalla religione, è uno stato laico. Senza dubbio la laicità di questi tempi acquisisce un significato maggiore rispetto all’allontanamento di ciò che è “religioso”. La laicità in questo momento credo che prenda il valore del riconoscimento della diversità delle società e dell’importanza di preservarla per avere società attive e feconde.

Allora abbiamo alcune tematiche che implicano questioni di coscienza. Per esempio, recentemente abbiamo fatto una leggesulla depenalizzazione dell’aborto che ha fatto sì che non sia punibile, che non si applichi il codice penale nelle prime 12 settimane di gestazione e si verificano determinate circostanze. E per esempio i settori che nel Fronte mantengono l’obiezione di coscienza su certi temi e sono magari vicini alla democrazia cristiana oppure un individuo che a livello personale dichiara un’obiezione di coscienza non vengono obbligati a votare, però sì a lasciare il loro spazio decisionale per rendere percorribile la scelta presa dall’insieme dell’organizzazione.

Possiamo dire che in qualche modo non s’è prevista una protezione attiva dello stato rispetto alla libertà di decisione delle donne, però almeno c’è stato un accordo per non continuare a penalizzare le donne che esercitano questa libertà.

Esattamente. Io avevo posto la questione, ho scritto il progetto originale che in realtà consacrava il diritto all’autonomia della donna sul proprio corpo, ma questo non è stato un criterio che suscitasse una maggioranza necessaria per far approvare la legge e, invece, s’è approvata una legge che dice che non si applicherà il codice penale. E’ un progresso, ma io senza dubbio preferisco l’altro aspetto, più in un’ottica di diritti, però ho difeso e votato questo progetto e continuerò a farlo affinché venga applicato perché è già comunque un progresso importante nella vita delle donne che affrontano una situazione difficile come questa.


E sulla liberalizzazione o, diciamo, la regolazione delle droghe leggere, in particolare della marijuana, come state procedendo?

Ne stiamo parlando, c’è un dibattito importante nella società. In origine si è posta la questione del riconoscimento del diritto della persona che consuma a non venire spinta verso il mercato della clandestinità. Quindi originariamente a livello parlamentare si è cominciato a discutere della separazione tra il denaro e la droga e, pertanto, della possibilità di possedere un numero determinato dalla legge di piante per la coltivazione e il consumo personale e dell’intorno. Bisogna precisare anche l’Uruguay ha depenalizzato il consumo molti anni fa, però non la vendita né altri procedimenti che rendono accessibile la droga e quindi è una situazione un po’ paradossale.

Parliamo solo della marijuana?

Sì, esattamente. Solo quella. Il governo ha sentito la preoccupazione per il tema della sicurezza e per la diffusione della “pasta base”. Questa è un residuo della cocaina mischiato con molte sostanze che sono molto nocive per l’organismo umano, hanno una rapidissimo effetto eccitante e causano una depressione molto brusca. Crea un’altissima dipendenza, quindi va consumato compulsivamente. E’ stato dunque proposto un progetto che, al posto di separare il denaro dalla marijuana, separa i mercati delle droghe e separa la marijuana dal resto delle droghe.

L’obiettivo qui è anche quello di far finire il circuito della clandestinità, ma è una logica differente e queste due logiche si stanno cercando di combinare per generare un’alternativa che in qualche modo riesca ad ottenere entrambi gli obiettivi. Indubbiamente io sono madre e sono medico e sono d’accordo sul fatto che la penalizzazione ristretta non ha dato risultati né in Uruguay né nel mondo. Perciò bisogna trovare un’alternativa e queste due logiche sono percorsi da fare per trovare una norma legale. Però la mia prima espressione su questo pubblicamente è sempre che non c’è nulla di meglio della vita sana, con sport, con opzioni culturali e lavori, se si è in età di lavorare, e una vita con un’alimentazione salutare.

Beh, son d’accordo anch’io, però siccome la marijuana c’è e le droghe ci sono e si usano, meglio vedere che facciamo… Ma questo tema è già legge o ancora no?

Sì, certo. Il provvedimento è in fase di discussione parlamentare e quindi stiamo pensando seriamente a questa legge.

Invece, sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto? Qui a Città del Messico esiste anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso mentre nel resto del paese non si sono fatti passi avanti in questo senso.

Abbiamo una legge sulla convivenza, una “ley concubinaria” che riconosce diritti per le unioni di più di 5 anni con coppie dello stesso sesso o eterosessuali. Sono sicura che prima della fine di questa legislatura, il 15 febbraio 2015, faremo una legge sul matrimonio perché sia ugualitario. Mi pare che dei tre temi questo è quello che ha più accettazione nel sistema politico perché c’è una grande differenza tra il sistema politico e la società. Infatti, questa pratica e pertanto riconosce la necessità della legalizzazione dell’aborto in certe circostanze secondo percentuali maggioritarie sempre.

Però il sistema politico ha più resistenze che derivano sicuramente da pressioni di una chiesa cattolica che pesa. E pesa molto nonostante siamo in uno stato laico. Inoltre la chiesa fa delle minacce nei confronti di quelli che, come me, hanno una posizione libertaria in tutte le tematiche.

Torniamo all’America Latina e al mondo. Unità nella diversità. Tra Latinoamerica e Europa come stabilire relazioni e di che tipo?

Mi pare interessante la proposta riguardante il lancio di un’agenda euro-latino-americana soprattutto nei paesi che hanno una forte influenza in Latinoamerica come l’Italia e la Spagna. Infatti nel mio paese diciamo che noi discendiamo dalle navi dei vostri migranti, ma siamo anche in una fase di riconoscimento delle nostre ascendenze africane e indigene anche se queste ultime sono più in ritardo in questo riconoscimento.

Credo che ci sia una serie di punti in comune su cui riflettere senza l’ossessione di trovare formule magiche ma di trasportare esperienze che ci possano aiutare a comprendere alcune chiavi su come uscire da queste situazioni. Credo che, per esempio, se l’Uruguay ha sofferto la crisi più violenta della sua storia nel 2002 e oggi a tutti i livelli possiede valori superiori a quelli che aveva prima della crisi, è perché ne siamo usciti in chiave politica, con un approfondimento democratica, rappresentativa e partecipativa, e con inclusione sociale.

E’ un suggerimento per la crisi europea?

Beh, ci sono differenze. Infatti in Europa avete un sistema di protezione sociale che non è mai stato raggiunto in America Latina e, pertanto, dobbiamo vedere che senza dubbio in molte cose partiamo da livelli differenti. Poi ecco mi pare che queste chiavi che sembrano astratte e universali, ma che poi nella realtà operano in modo molto concreto, possono essere leve gestibili a livello internazionale.

Autore: https://twitter.com/FabrizioLorusso

Infine due video sottotitolati all’italiano da Clara Ferri: INTERVISTA  “Essere di sinistra secondo il presidente José Mújica” (Apri Link video).

E il discorso del presidente al vertice Rio+20 (apri link video)

DA: www.carmillaonline.com/

Istituti Italiani di Cultura – Italiani all’estero (mini dossier)

Il mistero buffo che viene a galla. Ho raccolto qui, per conoscenza della comunità italiana all’estero, i più recenti Dossier de Il Fatto Quotidiano sugli Istituti Italiani di Cultura all’estero e sulla cosiddetta “casta diplomatica”. Dopo il mini dossier sulle attività dei docenti d’italiano all’estero nella storia recente della comunità in Messico, era doveroso anche condividere e sistematizzare una serie di informazioni di più ampio respiro e visione. Partirò dai più recenti, usciti qualche settimana fa, per arrivare ai reportage della fine del 2011. L’ennesima manovra correttiva di Mario Monti aveva toccato anche le spese, buffe e misteriose, legate al corpo diplomatico, ma pare che la falce del governo tecnico sia stata prontamente fermata.
🙂
– Spending Review: Risparmi per tutti? No, il governo risparmia la casta dei diplomatici.

 

Guadagnano più di Merkel e Hollande, ma per loro il taglio non c’è. I privilegi di ambasciatori, consoli e funzionari restano grazie a un emendamento ad hoc e il governo scarica le riduzioni di spesa sul personale a contratto. E così in India l’Italia finisce in tribunale per discriminazione etnica. D | 20 agosto 2012   LINK LEGGI QUI

😦
– Casta da esportazione e parentopoli. Il ministro Terzi congela le nomine. Dopo l’inchiesta del Fatto il titolare della Farnesina ha bloccato le nomine in via di registrazione dei direttori degli Istituti italiani di cultura (Iic) al cui vertice si trova di tutto: amici, ex coniugi e parenti dei potenti. Le nomine saranno “perfezionate” solo al termine di una verifica dei requisiti. Di  | 23 dicembre 2011  LINK LEGGI QUI
🙂
– E via dicendo… Istituti di cultura all’estero: la parentopoli legalizzata che premia la cricca del ministro

La legge 401 del 1990 permette al potente di turno di collocare ben dieci “personalità di chiara fama” nelle dieci più prestigiose capitali del pianeta. Le nomine sono biennali, rinnovabili per una volta. I politici ne approfittano per sistemare familiari, amici e collaboratori. E così a Madrid arriva la dirigente scolastica che non parla spagnolo. Di  | 11 dicembre 2011  LINK LEGGI QUI  (e la precisazione della Farnesina QUI)

😦
– Torniamo in Messico. Per chi volesse informarsi meglio sui fatti del 12 dicembre 2011, cioè sull’attentato contro l’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico rivendicato dagli anarchici informali della FAI, ecco l’articolo che mandai a l’Unità e che uscì anche in rassegna governativa:  LEGGI LINK QUI
🙂
– Sempre sul “contratto etico dei docenti d’italiano all’estero” (vedi qui link a “professori d’italiano in Messico (mini dossier), e in particolare sui lavori svolti nel caso dei prof italiani in Messico si può consultare questo link del giornale in italiano che esce in Messico, direttamente da Playa del Carmen, “Il Sole d’Italia”: 
🙂
– Sul 2 giugno 2012, Festa della Repubblica non aperta a tutti gli italiani ma su “invito” per la prima volta in 10 anni (link alla “descrizione ufficiale dell’evento”).
1) Una nota di Federico Mastrogiovanni – Il Fatto Quotidiano – 2 giugno. In Messico l’ambasciatore festeggia senza i cittadini: LEGGI LINK QUI
2) Un’amara lamentela di una cittadina italiana in Messico che riproduco completamente: LEGGI LINK QUI


Foto: Il patio di accesso al Museo Franz Mayer di Città del Messico,
dove lunedì 4 giugno l’Ambasciata italiana ha celebrato il 66° anniversario della Repubblica.

9 giugno 2012. – Gentili redattori di Punto d’incontro,

non so se sarà pubblicato questo mio messaggio, però lo scrivo con il desiderio di comunicare il mio stato di disagio dovuto alla separazione degli italiani in Messico.

Vivo in questo Paese da più di trent’anni ed è la prima volta che non mi è stato possibile sentirmi in territorio italiano, quel territorio che —in Ambasciata, alla residenza dell’ambasciatore o all’Istituto Italiano di Cultura, avevo sempre sentito come una piccola oasi che ogni anno mi permetteva di sentirmi vicina anche qui la mia cultura, alla mia lingua e, perché no, senza nessun affanno nostalgico, all’inno che ho imparato alle elementari.

Non so quali siano state le ragioni per cui sia stata presa questa decisione così poco solidaria con tutti i connazionali che facciamo del nostro meglio per rappresentare la nostra terra e la nostra cultura nella società messicana che ci ospita.

Sono insegnante in una Università pubblica messicana e giorno dopo giorno faccio del mio meglio per trasmettere tutto ciò che ho imparato nella mia università di origine, l’Università degli studi di Firenze.

Un’altra ragione per cui mi rammarico di non aver potuto partecipare insieme ai miei connazionali alla cerimonia della Festa della Repubblica è che la consideravo una delle poche occasioni che avevo per vedere amici e conoscenti di vecchia data: il dottor Capirossi, la signora Colotti, le professoresse della nostra lingua all’UNAM, il Dottor Cortesi, Marina Piazzi, Anna e Vittorio Sacchi…

Mi vengono in mente solo alcuni nomi, ma sicuramente avrei rivisto anche altre facce volentieri… per ricordare insieme gli amici che se ne sono andati: il Professor Peconi, il Dottor de Maria, il Dottor Pironti, Giuliana Cardinale… insomma per ricordare molti italiani che per circostanze della vita hanno trascorso anni in questa terra messicana.

Forse questa mia esigenza non corrisponde alle necessità dell’istituzione che rappresenta l’Italia in Messico, pero vorrei farvi pervenire la mia tristezza senza considerarmi italiana di seconda categoria perché non credo vi siano queste distinzioni, solo credo che vi siano italiani, funzionari , industriali, intellettuali o artisti sensibili ed altri meno.

Concludo con un sentito rammarico che si siano chiuse le porte degli spazi italiani, le porte di casa che una volta all’anno dimostravano un riconoscimento per chi mantiene con orgoglio la propria nazionalità.

Vi ringrazio – Dott.ssa Laura Rosseti Ricapito

Tel. 5672.6552 e 04455.1841.1150

Docente investigador
Comunicación y convergencias de medios
Universidad Autónoma Metropolitana

(laura rosseti / puntodincontro)