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Las venas abiertas del caso Cassez

(De revista variopinto al día) Sin duda, son muchas las venas abiertas del caso Cassez, es decir, las aristas de un escándalo judiciario, policiaco, político, mediático e internacional que todavía quedan irresueltas. Recientemente se ha vuelto a leer en la prensa acerca de Florence Cassez, detenida en México durante más de 7 años y condenada a 60 años de prisión por secuestro, porque el 30 de septiembre pasado la ciudadana francesa ha presentado ante la Fiscalía de París una denuncia contra “X”, o sea, en contra de alguien (o de más personas) que los investigadores van a identificar como responsable de su detención y su encarcelamiento ilegales en México.

Cassez siempre ha defendido su inocencia desde cuando, a finales del 2005, fue arrestada y, en 2009, condenada en vía definitiva por pertenecer a una banda de secuestradores. Sin embargo, en 2013, la SCJN (Suprema Corte de Justicia de la Nación) ordenó su puesta en libertad, ya que fueron violados sus derechos y el debido proceso.

Asimismo, fue confirmado a todas luces que el video en que la francesa aparecía, junto al presunto jefe de la banda, Israel Vallarta Cisneros, en el rancho “Las Chinitas” y era arrestada por uniformados de la extinta AFI (Agencia Federal de Investigaciones), en ese entonces dirigida por Genaro García Luna y el director de investigación policial Luis Cárdenas Palomino, era un falso, una simulación orquestada por la policía y TeleVisa para poder mostrar los éxitos de la lucha contra la delincuencia en el país y escalar en los ratings. La actuación de la televisora (el programa que transmitió el montaje era el de Carlos Loret de Mola y el reportero era Pablo Reinah) planteó durante años el problema de la ética periodística y la veracidad, entre desmentidas, versiones encontradas y acusaciones entre medios y periodistas.

El caso incluso perturbó las relaciones diplomáticas entre Francia y México, sobre todo bajo el mandato de Felipe Calderón y de su homólogo galo Nicolas Sarkozy, y en 2011 fue cancelado el año de México en Francia. Las cosas cambiaron con la salida de Calderón y de su Secretario de Seguridad Pública, Genaro García Luna, personaje profundamente involucrado en el caso que, probablemente, va a ser uno de los indiciados principales en las investigaciones que seguirán a la denuncia que se acaba de presentar en París. Pero, desde luego, el ex presidente, su delfín en la extinta SSP y los otros mandos policiacos no van a estar solos frente a la justicia francesa. Además de dos presuntos responsables directos, estaría Facundo Rosas Rosas, ex director de Análisis Táctico de la AFI también involucrado en lo de la simulación.

Otras “venas abiertas” son también la situación de Israel Vallarta, presunto jefe de la banda Los Zodiacos, quien, sin embargo, no ha sido condenado y sigue preso, y la de David Orozco, quien muy probablemente se va a morir en la cárcel por un cáncer provocado por las golpizas a las que fue sometido por la policía. Y todo ello para que confesara bajo tortura y declarara en contra de Florence Cassez en 2009: un montaje más.

En 2011 Orozco fue condenado a 68 años de prisión, pero en el febrero de 2014 el Tribunal Unitario del Vigésimo Cuarto Circuito ordenó la cancelación de esa sentencia y la reposición del juicio. ¿Por qué? Faltas al debido proceso, testimonios contradictorios de los policías federales, averiguación de la verdadera situación de su detención y las torturas recibidas: ¿No son estas condiciones las mismas (o parecidas) que afectaron al juicio de Israel Vallarta, quien también protagonizó, además, el famoso montaje del 2005?

Básicamente, las sentencias del Tribunal y de la SCJN abren las puertas a la liberación o a nuevos juicios para varias personas involucradas y detenidas, como pasó en el caso de Orozco y podría pasar en el de Vallarta. O bien, abren las puertas a nuevas investigaciones, que tal vez jamás van a realizarse, para dar con los responsables de manera certera. En este sentido, las venas abiertas son igualmente aquellas de las víctimas que se van a quedar sin una verdad judicial y sin justicia. Si los encarcelados no son culpables, o no se les supo o pudo fincar condena, ¿Qué sigue? ¿Dónde están los verdaderos secuestradores? ¿Dónde están Los Zodiacos y varios otros posibles delincuentes jamás investigados? Si los culpables no fueran los que creíamos, y, más bien, todos o algunos están libres, ¿Quién se hará responsable dentro del estado mexicano? ¿Servirá de algo una investigación abierta en otro país? Las preguntas se multiplican, las respuestas quedan pendientes. @FabrizioLorusso

I marò, l’India, la politica e i media italiani

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Sul cosiddetto ‘caso marò’, o meglio sul caso dei due pescatori indiani uccisi nelle acque del Kerala da spari provenienti da una petroliera italiana, da poche ore sul web e nei social network c’è una lettera dello scrittore Alberto Prunetti, uscita su CarmillaOnLine (link), che è diventata ‘virale’, cioè s’è diffusa in Italia e all’estero con sorprendente velocità. Perché? Perché in poche righe dice la verità, quella che continua a ‘sfuggire’ ai media, all’opinione pubblica italiana e al mondo politico.

Eppure i materiali per informarsi ci sarebbero, basta consultare, almeno qualche volta, il sito di China Files o leggersi il libro di Matteo Miavaldi, che è un redattore di quel portale, intitolato ‘I due marò. Tutto quello che non vi hanno detto’ (Ed. Alegre, Roma, 2013). Matteo non ha scritto un testo ideologico, non ha lanciato anatemi contro l’India o a favore dell’onore nazionale, così come non ha cercato di sparare sentenze contro o a favore dei marò a priori. Ha riportato dei fatti e li ha ordinati, come dovrebbe fare un buon giornalista o un osservatore attento di quelle vicende e di quell’area del globo.

Ha letto, esplorato, scavato e semplicemente è uscito dalle dinamiche tossiche dei mass media italiani che, in questo caso, hanno assecondato una destra becera e nazionalista, portatrice di opinioni stereotipate e razzismi mai sopiti, mentre la classe politica seguiva a ruota, trasognata e idiotizzata. Ma a volte basta una boccata d’aria fuori confine e la realtà emerge semplice e nitida: la politica estera italiana, la sua “diplomazia” e la relativa schizofrenia mediatica rasentano il ridicolo. Il libro vola che è un piacere, soprattutto per chi non c’aveva capito nulla (o quasi) della vicenda dei marò, come me, che vivo in Messico e spesso stento a trovare fonti attendibili e analisi decenti su quel che succede in Italia e est del ‘bel paese’.

Copio sotto l’incipit della “Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana”, il testo di Prunetti, e rimando al link originale per chi volesse leggerla tutta (cosa che consiglio vivamente). Un abrazo e… LINK.

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici  dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo  anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

_l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

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Entrevista con Alberto Patishtán, preso político en Chiapas

Ieri il portale messicano Desinformémonos ha pubblicato questa breve intervista al detenuto politico Alberto Patishtán, un professore indigeno d’etnia tzotzil rinchiuso da 13 anni in una prigione dello stato del Chiapas pur non avendo commesso alcun reato. Ingiustamente. La sua storia è ormai un caso internazionale ed è rappresentativa di una realtà giudiziaria molto preoccupante che in Messico è nota come “la fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica, politica e repressiva che per motivi politici, per incapacità o anche semplicemente per fare numero e mostrare risultati mette in carcere decine di innocenti. Patishtán è uno di questi e proprio in questi giorni, ormai è questione di ore, ci sarà la risoluzione del caso e sapremo se “el profe”, come viene chiamato, potrà uscire o se dovrà ricorrere alle corti internazionali come la Interamericana per i Diritti Umani. A questo link una breve spiegazione del caso del professore Patishtan. Il video è tratto da : Link  1 Desinf. e da Link  2 Vimeo. Sotto la foto e il testo dell’articolo di Desinformemonos.

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México. En un video desde la cárcel de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, en la que vive los que pueden ser sus últimos dos días tras las rejas, el preso tzotzil Alberto Patishtán declara que su lucha es porque “no puedo aceptar que me echen la bronca de un montón de delitos, cuando mi conciencia está limpia. No puedo aceptar ni dos días estar preso al no cometer algo”.

Patishtán relata en entrevista concedida en julio de 2013, que el problema político que lo llevó a ser acusado del homicidio de siete policías en el año 2000, inició con la petición de destitución del entonces presidente municipal de El Bosque, en el estado de Chiapas,  y por “reclamar las necesidades de la gente”. Afirma que se encuentra tranquilo ante la próxima decisión del Primer Tribunal Colegiado de Circuito con residencia en Tuxtla Gutiérrez, programada para el jueves 12 de septiembre.

El considerado por la comunidad nacional e internacional como preso político señala que, aunque “sufrió mucho” y perdió familia, “a veces tiene que pasar eso para que otra gente se dé cuenta de lo que vivimos nosotros”. Patishtán se define como “uno de los muchos que estamos presos injustamente en cualquier cárcel, muchas veces por no saber hablar el español, por no tener dinero, por no saber leer y escribir”.

Film sul caso Aldrovandi gratis on line: E’ stato morto un ragazzo

“E’ stato morto un ragazzo”  – Guarda il film gratis on line – Gli autori del film dedicato al caso di Federico Aldrovandi, Filippo Vendemmiati e Marino Cancellari, hanno deciso di renderlo disponibile gratis on line.

Articolo sui fatti di settimana scorsa e la provocazione del sindicato di polizia COISP contro la memoria a Ferrara.

In questi giorni, dopo la vicenda del presidio organizzato dal Coisp e la risposta degli amici di Federico Aldrovandi in una manifestazione di protesta e di solidarietà molti ci chiedono come poter vedere il film dedicato al caso di Federico “E’ stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati e Marino Cancellari, già vincitore del David di Donatello 2011. Gli autori hanno deciso di renderlo disponibile on line.

Al contempo l’associazione Articolo 21 rinnova la richiesta alle televisioni nazionali di ritrasmettere il film dedicando una serata ai casi oscurati e ancora irrisolti di abuso di potere. Ricordiamo che il film fu trasmesso da Rai3 nel maggio del 2011, ottenendo per altro alti indici di ascolto, nonostante un giorno e un orario poco favorevoli, sabato dopo la mezzanotte. L’anno scorso, all’indomani della sentenza definitiva della cassazione, “E’ stato morto un ragazzo” andò in onda su Rai News diviso in due parti.

Da alcuni giorni è disponibile su Internet anche la mostra fotografica di Claudia Guido ‘Licenza di Tortura’, patrocinata da Articolo 21 e presentata per la prima volta al Festival Internazionale di Ferrara nell’ottobre dell’anno scorso. La mostra ritrae i volti di sopravvissuti e dei famigliari delle vittime (20 ritratti, 11 casi) e ci ricorda che i reati di tortura hanno colpito persone normali e potrebbero accadere a chiunque.  Da sito Rai.

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