Archivi tag: Antifascismo

SOLIDARIETÀ CON LAVINIA DAL MESSICO! ¡SOLIDARIDAD CON LAVINIA DESDE MÉXICO!

foto LaviniaSOLIDARIETÀ CON LAVINIA DAL MESSICO

Gli studenti del dottorato in Studi Latinoamericani della Universidad Nacional Autónoma de México si solidarizzano con la “Cattiva Maestra”, Lavinia, che ha dimostrato che lottando si insegna alle nuove generazioni il valore dell’antifascismo, fondamentale oggi più che mai, in Europa come in America Latina. Con tutta la complicità e solidarietà abbracciamo la compagna e la incoraggiamo a continuare nella sua (e nostra) lotta.

No al licenziamento.

Anche lottando, la maestra sta insegnando!

Città del Messico, 8/3/18

SOLIDARIDAD CON LAVINIA DESDE MÉXICO

El grave clima fascista que se está propagando en Europa y en Italia ya está dejando sus víctimas. Los primeros días de febrero, en la ciudad de Macerata, Luca Traini, militante del partido xenofobo Lega Nord (18% en las elecciones del pasado domingo) disparó a 11 migrantes, hiriendo a 6, y antes de ser detenido hizo el saludo fascista.

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#AvenidaMiranda Puntata 29. Nasce Potere al Popolo Messico

pap foto1 mar. – A pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo, L’America Latina, attraverso i suoi redattori Pérez Gallo, Fabrizio Lorusso e Nino Buenaventura intervista il nuovo nucleo di Potere al Popolo Messico, gruppo variegato di persone residenti in Messico da tempi diversi ma accomunate dal sostegno, anche se a distanza, all’esperienza di Potere al Popolo. Ci raccontano come é nata questa nuova esperienza, che è stata la scusa per molti per conoscersi, dibattere i temi più spinosi del programma di Pap (dalla questione lavoro-reddito, al 41 bis, al rapporto con l’Europa e i trattati), e proporre iniziative in futuro che vadano oltre l’adesione a una proposta elettorale, come per esempio l’idea di organizzare eventi pubblici per raccontare ai messicani cosa fu il fascismo, la situazione di crescita di un nuovo neo-fascismo in Europa e le pratiche di antifascismo militante per contrastarlo.

Qui la pagina facebook di Potere al Popolo Messico

Qui il PODCAST!

 

La extrema derecha avanza en Europa y apunta a Genova, símbolo del antifascismo. Artículo y fotogallery

Bricco 5

Testo e foto di Tano

Genova 24 abril 1945 el General Guenther Meinhold, jefe del ejercito nazi-fascista firmó el armisticio con los representantes del Comitato di Liberazione Nazionale (CNL), único caso en la historia de la Resistencia italiana.

Genova 30 junio 1960, decenas de miles de obreros, trabajadores, estudiantes y ciudadanos bajaron en las calles de Genova para impedir un mitin del partido neo-fascista Movimento Sociale Italiano (MSI), apoyado por el Gobierno. La conferencia no tuvo lugar y se prendió la mecha que dio lugar a numerosas marchas en todo el país, que costaron la vida a cinco manifestantes y obligaron el Gobierno a presentar sus dimisiones el 19 de julio.

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Nuova Rivista Letteraria: Nuovi #Nazionalismi #Populismi #Razzismi #Destra @edizionialegre

Simone Scaffidi L. su Carmilla ON Line ha recensito il secondo numero del nuovo corso di Rivista Letteraria (n. 2) sulla “rinazionalizzazione delle masse” (leggi qui l’editoriale che così s’intitola) e i nuovi (e vecchi) “nazionalismi, populismi e razzismi”. Ecco la recencione e qui-link trovate la rivista (oltre che in vari punti vendita). 

lega-nord-che-guevara«Sono un fascista e morirò fascista»
Licio Gelli
(21 aprile 1919 – 15 dicembre 2015)

Il n° 2 di Nuova Rivista Letteraria continua il percorso di risemantizzazione del verbo informativo e decostruzione di stereotipi, cominciato in maggio con la prima uscita della nuova serie, dedicata alle Grandi Opere Dannose Inutili e Imposte. Questa volta la critica, più che mai necessaria e di dirompente attualità, si concentra sull’avanzata di un immaginario autoritario, identitario e razzista, e si propone – attraverso il fortunato connubio tra letteratura e azione sociale – di stimolare pratiche culturali volte ad arginare l’ondata nazionalfascista che va riversandosi nelle nostre vite. Depurata da retoriche e parole d’ordine di dubbia efficacia, quest’opera collettiva e trasversale, tifa per un’evasione performativa che agisca su una realtà complessa e sfaccettata di nero. Di seguito un commento ai singoli articoli che compongono il volume.

La rinazionalizzazione delle masse – Wu Ming 1
Il numero si apre con l’editoriale di Wu Ming 1, che nel titolo riprende la celebre opera di Mosse e nel testo il Pasolini di Petrolio, quello che i troppo occupati a blaterare di Valle Giulia hanno nascosto in cantina. Il fascismo che abbiamo di fronte è un fascismo fagocitato dalla globalizzazione e dal neoliberismo, interiorizzato dalla sinistra istituzionale europea, è una realtà conclamata che finge di combattere la tecnocrazia UE. «Non è detto – si domanda l’autore – che la falsa soluzione, a furia di aggravare il problema, non diventi essa stessa il problema principale».

La serialità del male – Silvia Albertazzi e Fausto Capitanio
Da Auschwitz-Birkenau alla risiera di San Sabba, dalle carceri cambogiane a quelle sudafricane di Robben Island. Banalità e serialità del male sono elementi della stessa prigione: acciaio, cemento ma anche assenza ed ombre. Fausto Capitanio con le sue istantanee in bianco e nero – che percorrono l’intera rivista fungendo da testo nel testo – coglie la violenza dell’assenza, dando voce al silenzio dei “colpevoli”. Silvia Albertazzi ribadisce l’esigenza di questa fotografia, una fotografia sociale che non faccia da corredo alle vittime ma aspiri a gettare nuovi sguardi sul presente.

Perché i bambini non sono razzisti? – Franco Foschi
Ci hanno insegnato che dai bambini non s’impara, ai bambini s’insegna. E ce l’hanno insegnato che eravamo bambini. Che i genitori, la scuola, la chiesa, lo Stato, educano; e i bambini devono stare in silenzio e seduti ad ascoltare, per imparare, per il loro bene. Be’ è arrivato il momento di ribaltare il paradigma. Quale bambino lamenta l’oscurità della pelle della propria compagna? Quanti genitori invece lo fanno quotidianamente? Sediamoci ad ascoltarli, e se all’inizio faremo fatica a capirli, sarà solo colpa nostra e delle costruzioni sociali identitarie che ci portiamo dentro.

Il nemico della città – Maysa Moroni, Andrea Natella, Giuliano Santoro
Si può fascistizzare lo spazio urbano? Certo che sì, e lo si può fare cominciando dal linguaggio, magari militarizzandolo. «Gli spazi pubblici sono soldati che hanno perso dei gradi (il degrado) e che devono riconquistarli con nuove decorazioni al valore (il decoro)». Reprimere la socialità e la vivacità dei quartieri popolari, con criminali operazioni di gentrificazione, è una delle armi dei fascisti dello spazio. Astronauti del pianerottolo, fautori di una guerra fredda che pretende espellere il conflitto dalla galassia urbana.

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Da «Prima gli italiani» a «Prima i poveri» – Fulvio Masserelli
«Prima i francesi!», «Prima gli italiani!». Bisogna ammetterlo, ci siamo sbagliati. Il fascismo, checché ne dicano i grandi esperti, non ha patria. Chiacchiera di Nazione, Dio, Sangue ma in fondo è troppo concentrato sul proprio ombelico e sui pronomi possessivi per essere davvero interessato al bene di una fantomatica comunità nazionale. Eppure la “priorità nazionale” è un concetto che piace alle vecchie-nuove-destre, e guarda caso viene fuori ogniqualvolta si tratti di difendere i propri interessi specifici. Con ogni mezzo: «la strumentalizzazione – ad esempio – di un caso particolarmente eclatante di “italiano povero” può divenire l’occasione per attivare il discorso e orientare l’iniziativa di gruppi o comitati verso la rivendicazione anche pratica della “priorità nazionale”»

Figli di Annibale – Agostino Giordano
«Respingere» è il motto degli italianissimi. Respingere dalle frontiere e respingere dalle città, dalle scuole, dalla società “per bene”. Osama, un ragazzo tunisino di quindici anni esprime così le pressioni di quel dito puntato come un manganello nelle costole: «È come trovarsi ogni volta su un palco sotto i riflettori, sapendo che ogni cosa uno possa dire, il pubblico comunque “ti insulterà, ti fischierà, ti sputerà addosso. Tu vorresti salirci su quel palco?». Akin, ragazzo nigeriano di quindici anni, invita gli italianissimi a non mettere gli stranieri su un palco ma ad aprire le orecchie e ascoltare una canzone: Figli di Annibaledegli Almanegretta. Amhed sedicenne algerino ci consiglia di guardare film come Welcomedi Lioret. È una guerriglia culturale, e loro lo sanno.

Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano – Wu Ming 1
La chiamano ancora “Letteratura d’evasione”, per riferirsi a qualcosa di leggero, in fondo trascurabile. Eppure la buona fantascienza apre brecce temporali che ci costringono a riflettere sul presente, reinterpretarlo, plasmarlo. È questo il caso. Dal titolo ci si aspetta un saggio/reportage, dall’incipit un ingresso narrativo al saggio e invece no, è proprio un racconto di fantascienza. Il mito di Roma nell’immaginario vittimista italiano è il titolo della tesi del dottorando Tonio, studioso di storia italiana all’Università di Harvard 28 sul pianeta Terra 10, in anni in cui «la parola “Italia”, come molte altre, rimanda a immagini e vicende che la Specie si è lasciata alle spalle da 50mila anni». Questo racconto è una scheggia di meteorite depositata nei polmoni dei fascisti dei millenni a venire. E un omaggio a Luca Rastello.

Il mito di Venezia nell’immaginario nazionalista italiano – Piero Purini
«Venezia Giulia», quest’associazione di lemmi forzata e fortunata nasce per legittimare e dare una direzione al nazionalismo italico, ma è anche utile, come si esplicita nel testo, all’indipendentismo veneto e croato. In un’espressione ritroviamo la sintesi di due potenze politico-economiche che nei secoli hanno governato parte della penisola italiana: la Serenissima Venezia, baluardo a difesa delle invasioni d’oriente, e l’imperiale Roma di Giulio Cesare. La scelta non è chiaramente casuale e «il mito di Venezia – condito con qualche gladiatore – si dimostra comodo per tutti i nazionalismi a caccia di giustificazioni».

Venezia, o il racconto assente della violenza imperialista – Alberto Sebastiani
Venezia è una iena, non un leone. Si ciba di carcasse politiche ed economiche, succhia il sangue dell’impero bizantino per diventare grande e autoproclamarsi difensora dell’occidente dalle popolazioni d’oriente. Anche qui siamo di fronte a un pezzo ibrido che si serve della letteratura – storica e di fantascienza – per addomesticare il Leone di San Marco, farlo scendere dal piedistallo e riportarlo in piazza tra i piccioni. L’analisi di Sebastiani de Le catene di Eymerich e La luce di Orione di Valerio Evangelisti ci accompagnano alla scoperta di un imperialismo veneziano legato alle Crociate e alla repressione degli “eretici”, lo stesso imperialismo che verrà esaltato durante le Guerre d’Indipendenza e il periodo fascista per giustificare l’accaparramento delle terre di quella “Venezia Giulia” di cui ci parla il Purini.

Fascists love Putin – Valerio Renzi
salvini-putin-670x274Per chi a sinistra non se ne fosse ancora reso conto è arrivato il tempo di farsi una spietata autoanalisi o di indossare la camicia rossobruna. Il corpo e la immagine di Putin generano orgasmi negli italianissimi. Tuttavia Putin più che essere considerato un vero e proprio camerata, rappresenta la possibilità di una svolta autoritaria, un alleato per contrastare il mondialismo dai palazzi che contano, un generoso finanziatore per imporre il nazionalismo in ogni paese.

L’Epopea del Nazionalismo Rivoluzionario Messicano – Fabrizio Lorusso
Francesco Vanzetti, aspirate docente di Studi Latinoamericani dell’Università Autonoma di Città del Messico, sostiene un colloquio per un posto da “professore-ricercatore non definitivo a tempo pieno”. L’ordinario, jefe de jefes, lo lascia parlare per un po’ di nazionalismi e populismi latinoamericani, poi s’irrigidisce: «Insomma, va be’, corporativismo, populismo, ma lei lo saprà, qui in Messico, ecco, noi abbiamo il “Nazionalismo Rivoluzionario”…». Istituzionalizzare la Rivoluzione di Zapata, Villa e i Magon si può? No, non si può. Quello che si può è cambiare le parole, trasformare la Controrivoluzione in Rivoluzione e costruire con la reazione un partito ambiguo ma solido: il Partido Revolucionario Institucional per l’appunto, rimasto al potere per più di 71 anni.

Bombay/Mumbai, il destino nel nome – Alberto Prunetti
È solo una sillaba ma contiene in seno l’affermazione politico-culturale dello Shiv Sena, partito xenofobo di estrema destra che nel 1995, approfittando della sua posizione di governo nello stato di Maharashtra, decise di cambiar nome alla città, per ragioni di purezza e rivendicazione delle origini marathi. L’autore, da un punto di vista d’osservazione privilegiato, ci racconta del «fuoco che ha devastato Mumbai. Un fuoco che è stato innescato dal gioco di specchi tra identità in opposizione, dalle finzioni delle etnie, delle identità, dei credi assoluti e incompatibili».

Libro e moschetto 2.0 – Giuseppe Ciarallo
Ma chi sono i gramsciani di destra? Esistono davvero? E ai neofascisti piacciono sul serio Che Guevara e Corto Maltese? Ma soprattutto, quali sono i punti di riferimento letterari degli acuti fascisti del terzo millennio? Ad alcune di queste domande Ciarallo prova a dare una risposta fornendoci una piccola enciclopedia di personalità letterarie care all’estrema destra italiana.

PegidaNon finirà mai! – Wolf Bukowski
Transitando dalla letteratura alla società, da Il passo del gambero di Gunter Grass, ai Mondiali di calcio del 2006, l’autore ci racconta una Germania vogliosa di un patriottismo sano che si lasci definitivamente alle spalle i fantasmi del nazionalsocialismo. Si tratta ovviamente di una menzogna, utile solo a ripassare i confini di nero e giustificare l’intransigenza economica dei potenti. Le destre, ben lungi dal stare a guardare, sventolano bandiere rosso-nero-dorate, tentando giochi di prestigio come quelli del Pegida, movimento ambiguo solo agli occhi di chi non ha il coraggio di riconoscere un’aquila travestita da passerotto. «Non finirà mai, dunque? No di certo, se neppure riconosciamo quando ricomincia».

Closelandia. Cosa importa che una terra sia vicina, se mi è preclusa? – Massimo Viaggi
Con l’aiuto del romanzo La figlia della catalana Uson, che narra la storia della secondogenita di Ratko Mladic – generale serbo accusato del massacro di Sebrenica – Viaggi mette a nudo le difficoltà di comprensione, anche interiori, generate dai nazionalismi e dall’esaltazione delle identità, nonché di decifrazione dei codici linguistici da essi adoperati. Nel momento in cui i significati delle parole saltano e s’impregnano di ambiguità, la confusione semantica può uccidere. «Ciò che rende devastante l’impatto di una parola è da un lato l’uso mediatico e di propaganda che se ne fa, e dall’altro il contesto storico-politico entro il quale viene usata». Per questo l’autore può permettersi di essere d’accordo con Borghezio che nel 2011 definì Mladic un patriota («anche se Mladic non rubava, Garibaldi bisogna vedere»): perché quella parola non ha più nulla a che vedere con gli ideali risorgimentali.

L’ignoranza è forza! – Paolo Vachino
Parole, parole e ancora parole. Comprimerle, nasconderle, dimenticarle, sostituirle con inglesismi, spettacolarizzarle al fine di somministrarle al pubblico, meglio se pigro, sfruttato, massificato. Che cos’è un Talk Show? Uno “spettacolo di parole”. Ci avevate mai pensato? In questo show, per fare un esempio, quanto costano le parole e a chi appartengono?

Quei temerari sulle patrie volanti – Milena Magnani
Identità locali e lingue minoritarie non sono naturalmente associabili a chiusura e nazionalismo, anzi. Un esempio di processo singolare e performativo è la rivista Usmis, sorta agli inizi degli anni ’90 e interamente redatta in friulano.«Usmis fu un laboratorio animato da sogjets zingars, da poeti e liberi pensatori anarchici e anticonformisti, un laboratorio che diede vita a psicogeografie e scioperi creativi»

Omo lava più bianco – Silvia Albertazzi
L’autrice ripercorre le immagini di My Beautiful Laundrette, film del 1985 diretto da Stephen Frears e sceneggiato da Hanif Kureishi correndo sul filo delle relazioni tra cultura di appartenenza, genere e classe. La comunità pakistana nell’Inghilterra della Tatcher viene descritta come un universo complesso, in cui lo sfruttamento economico non è solo subito ma anche agito contro gli strati più deboli della società. Immaginatevi poi uno skinhead razzista che irrompe sulla scena innamorandosi di un ragazzo pakistano “di successo”. Una miccia che aspetta solo di essere accesa in una società che è già una bomba ad orologeria. Un film da rivedere oggi in Italia – consiglia l’autrice – con una maggiore consapevolezza rispetto al 1985.

Muri (im)portanti – Cristina Muccioli
NRL2coverIl muro è pagina resistente, è arte e strumento di guerriglia culturale. A dipingere si è iniziato proprio dai muri e non si è più smesso. Artisti come Bansky e Blu, per citare i più noti, hanno ereditato una lunga tradizione di scritture resistenti murali. Obiettivo principale della loro opera è gettare uno sguardo altro e oltre, disintegrare muri per abbattere quella rettitudine che è barriera, frontiera, confine.

Ci sono sempre delle frontiere – Sergio Rotino
Analizzando il ciclo de Le città oscure dei due fumettisti belgi François Schuiten e Benoit Peeters, Rotino s’interroga sul peso che urbanistica e architettura giocano nelle nostre esistenze. Su come i modelli urbani influiscano sulle vite delle persone. Nei fumetti del duo belga è presente una forte critica a un’urbanistica che diventa scienza, senza tener conto del fattore umano e naturale. L’autore sposa la critica e ci invita a perderci nelle città di Schuiten e Peeters per comprendere attraverso il linguaggio e la ricerca delle immagini quanto lo spazio e il tempo urbano possano essere strumenti di costrizione e d’imposizione d’ordine.

«Più della metà delle cose che esistono / non esistono*
Le razze non esistono, ma il razzismo uccide»

* verso del poeta friulano Federico Tavan

Nuovi #Nazionalismi, #Razzismi e #Fascismi: In Uscita Nuova Rivista Letteraria n. 2 @ilmegafono

Nuova Rivista Letteraria n.2 nuova serie

[Riporto da Giap la presentazione e l’indice coi riassunti degli articoli del Numero 2 in uscita di Nuova Rivista Letteraria] Uscirà ai primi di dicembre il nuovo numero di NRL, interamente dedicato ai “nuovi” nazionalismi, razzismi e fascismi che brulicano in Europa (e non solo).

Al solito, la cadenza semestrale esenta dall’inseguire la cronaca, fa risparmiare ossigeno, permette di coltivare un “frattempo” e poi, quando il numero è pronto, ci si ritrova pienamente nello zeitgeist. Proprio in questi giorni l’Unione Europea ripristina le proprie frontiere interne, misura di dubbia utilità contro il terrorismo ma utilissima alle destre scioviniste del continente. Quelle destre che, prendendosela coi migranti e seminando odio per chiunque sia musulmano o abbia un aspetto “straniero”, sono le migliori alleate di Daesh. Perché la dialettica malata che descriviamo nell’editoriale, quella tra globalizzazione liberista e nazionalismi, tra il problema e la sua falsa soluzione,  è la stessa dialettica che rende complementari gli Al-Baghdadi e i Salvini, gli attentati e i riflessi condizionati, il pericolo reale e i falsi allarmi, il nocciolo della questione e i diversivi.

Di seguito, l’indice del numero con abstract degli articoli. Abbonarsi a NRL costa solo 15 euro all’anno (due numeri), 20 se si vuole ricevere i numeri via corriere anziché per posta  normale.
In fondo all’indice, tutte le indicazioni.

EDITORIALE. LA RINAZIONALIZZAZIONE DELLE MASSE
di Wu Ming 1
«Può darsi che Pasolini, dando per irreversibile l’obsolescenza del fascismo di fronte al più subdolo e “molecolare” potere neocapitalistico, sia stato troppo tranchant. Le deterritorializzazioni non durano all’infinito, e questo continente ha una lunga storia di terra-e-sangue. Oggi la Nazione intona uno stridulo canto di sirene, e il ceto medio impoverito l’ascolta affascinato.
Non basta spiegare che quel canto è ingannevole, che quelle identità sono fittizie. “Più della metà delle cose che esistono / non esistono”, scrisse il poeta friulano Federico Tavan, ben sapendo che quella metà agisce. Le razze non esistono, ma il razzismo uccide.»

EDITORIALE 2. LA SERIALITÀ DEL MALE
di Silvia Albertazzi
«Le immagini di Fausto Capitanio, che contrappuntano i testi, rappresentano tutte luoghi famigerati in cui hanno trovato espressione le più efferate manifestazioni, le conseguenze ultime di razzismi, nazionalismi e totalitarismi: i campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau, la risiera di San Sabba, le prigioni di Robben Island in Sudafrica e le carceri cambogiane. Allievo a Brescia dell’Accademia Internazionale di fotografia di Ken Damy, Capitanio propone qui una serie di immagini che sembrano enfatizzare, in primo luogo, non tanto la banalità, quanto la serialità del male… Ma a ben guardare, in ogni luogo il fotografo ha saputo trovare un elemento che lo rende tragicamente unico…»

PERCHÉ I BAMBINI NON SONO RAZZISTI?
di Franco Foschi
Dagli studi di Jean Piaget al sogno di Martin Luther King, passando per le neuroscienze, gli scritti di Tahar Ben Jelloun, Giuseppe Caliceti, William Golding e le performance teatrali di Claudio Bisio e Alessandro Ghebreigziabiher, per affermare che il razzismo non è congenito nell’essere umano.

IL NEMICO DELLA CITTÀ
di Maysa Moroni, Andrea Natella e Giuliano Santoro
Degrado – decoro, antinomia intorno alla quale ruotano spesso logiche speculative che ben poco hanno a che fare col benessere di chi abita e vive la città.

DA «PRIMA GLI ITALIANI!» A «PRIMA I POVERI»
di Fulvio Massarelli
Esperienze di solidarietà e di lotta per il diritto all’abitare, antidoti contro il veleno della “priorità nazionale”, tentativo delle destre di disinnescare lo scontro di classe favorendo conflitti interetnici.

FIGLI DI ANNIBALE
di Agostino Giordano
«Gli italiani ci vogliono buttare tutti a mare! Basta farsi un giro in centro a Bologna per capire quanto siamo odiati, ci guardano male tutti, soprattutto se siamo in gruppo. Molti hanno paura! Ma perché?»
La “società respingente” vista con gli occhi di Osama, Omar, Akin, Amhed e Giorgio, raccontata al loro insegnante di «cultura generale» presso un ente di formazione professionale bolognese.

IL MITO DI ROMA NELL’IMMAGINARIO VITTIMISTA ITALIANO
di Wu Ming 1
Conversazione da un altrove nello spazio e nel tempo. Scorribanda dal Risorgimento al futuro remoto, passando per il fascismo e un celebre (anzi, infame) discorso di Giovanni Pascoli.

IL MITO DI VENEZIA NELL’IMMAGINARIO NAZIONALISTA ITALIANO
di Piero Purini
Di come il mito della Serenissima, opportunamente manipolato, sia diventato un riferimento per tutti quei nazionalismi (italiano, indipendentista veneto, ma anche croato) a caccia di certificazioni storiche… e di commozione a buon mercato, come nello spettacolo Magazzino 18 di Simone Cristicchi.

VENEZIA, O IL RACCONTO ASSENTE DELLA VIOLENZA IMPERIALISTA
di Alberto Sebastiani
La vocazione imperialista e colonialista della Serenissima, la violenza delle sue conquiste: una storia che la letteratura non ha raccontato che in sporadiche occasioni. Tra i pochi autori che se ne sono occupati senza veli c’è Valerio Evangelisti.

FASCISTS LOVE PUTIN
di Valerio Renzi
Difesa della “famiglia naturale”, ostilità verso i diritti degli omosessuali, costruzione di una narrazione politica che mette al centro l’identità e il ruolo storico del popolo, rapporto con la Chiesa, tutti elementi alla base della fascinazione della nuova destra europea per l’uomo forte del Cremlino.

L’EPOPEA DEL NAZIONALISMO RIVOLUZIONARIO MESSICANO
di Fabrizio Lorusso
Il nazionalismo, legato al patriottismo antiamericano e al patrimonio mitico della Revolución, quale elemento fondante dei partiti messicani. «Seppur in modi e intensità diversi, hanno sfruttato o interiorizzato questo “patrimonio politico” sia correnti di destra che di sinistra, militari e imprenditori, liberali e conservatori, guerriglieri e crumiri, movimenti e universitari, partiti cattolici e organizzazioni di base.»

BOMBAY/MUMBAI, IL DESTINO NEL NOME
di Alberto Prunetti
Una metropoli indiana tra cosmopolitismo, logiche securitarie e nuove destre.

LIBRO E MOSCHETTO 2.0
di Giuseppe Ciarallo
Il Pantheon letterario del neofascismo italiano tra confusione e forzature.

NON FINIRÀ MAI!
di Wolf Bukowski
L’ascesa di Pegida (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes), ultima nata tra le formazioni della destra nazionalista tedesca, ambigua, camaleontica, e per questo infinitamente pericolosa.

CLOSELANDIA. COSA IMPORTA CHE UNA TERRA SIA VICINA SE MI E’ PRECLUSA?
(Ovvero: se Mladic fosse un patriota, chi sarebbero i patrioti?)
di Massimo Vaggi
Le parole dei patrioti, definizione che ha perduto da tempo ogni significato di eco
risorgimentale. Grida e imperativi della propaganda e della paranoia nella costruzione di un immaginario nazionalista.

L’IGNORANZA È FORZA!
di Paolo Vachino
Come il capolavoro di George Orwell, 1984, insegna, l’esercizio e l’affermazione del potere passano inesorabilmente anche attraverso la manipolazione delle parole, la compressione del vocabolario e la destrutturazione della lingua.

QUEI TEMERARI SULLE PATRIE VOLANTI
Rievocando Usmis: riviste par culturis rivoluzionariis furlanis e planetariis
di Milena Magnani
La straordinaria esperienza di Usmis, rivista anni ’90 in lingua friulana capace di tradurre il concetto di “appartenenza” in apertura al mondo e alle culture altre.

OMO LAVA PIÙ BIANCO
di Silvia Albertazzi
Nel film My Beautiful Laundrette, l’obiettivo è orientato su un mondo, quello della comunità pakistana, che la cultura inglese tendeva a snobbare o al massimo a ritrarre con paternalismo buonista, mentre l’opinione pubblica spesso lo faceva oggetto di malcelato razzismo.

MURI (IM)PORTANTI
di Cristina Muccioli
Dai disegni del Lager di Terezin alla Camera Picta di Mantegna, dalla Guerrilla Art di Banksy a quella nostrana di Blu, dalle pareti rocciose di Chauvet, Altamira e Lascaux, ai muri diruti e salvati in effigie della campagna contadina Novecentesca.

CI SONO SEMPRE DELLE FRONTIERE
di Sergio Rotino
Baru, Maximiliem Le Roy, Guy Delisle, Kim, Jean-Claude Forest e Jacques Tardi: fumetto e graphic novel, picconi per abbattere i muri.

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Due numeri 15 euro. Abbonamento express (spedizione con corriere e non via posta): 20 euro.
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La #Patagonia Rebelde (La Patagonia Ribelle) #Argentina #Film

Rebellion in Patagonia (Spanish: La Patagonia rebelde) is a 1974 Argentine dramahistorical film directed by Héctor Olivera and starring Héctor Alterio, Luis Brandoni, José Soriano and Federico Luppi. It was written by Olivera with Osvaldo Bayer and Fernando Ayala, based on Osvaldo Bayer’s renowned novel Los Vengadores de la Patagonia Trágica (“The Avengers of Tragic Patagonia”), which was based upon the military suppression ofanarchist union movements in Santa Cruz Province in the early 1920s.

It was entered into the 24th Berlin International Film Festival, where it won the Silver Bear.[1]

La Patagonia rebelde es una película argentina dramáticahistórica de acción de 1974 dirigida por Héctor Olivera y protagonizada por Héctor Alterio, Luis Brandoni, Federico Luppi y Pepe Soriano. Fue escrita por Olivera, Fernando Ayala yOsvaldo Bayer, basada en el libro de Bayer Los vengadores de la Patagonia trágica, que relata los hechos de la denominadaPatagonia rebelde del año 1921.

Si bien al comienzo fue censurada por el entonces presidente, Juan Domingo Perón, más tarde, el 12 de junio de ese año, fue aprobada por decisión del mismo Perón.1 Después de la muerte del presidente, fue censurada nuevamente el 12 de octubre por el gobierno de Isabel Perón.2 Poco después, la mayoría del elenco y realizadores debieron marchar al exilio.3 Sólo pudo ser exhibida en 1984, con el regreso de la democracia.4 5 El film ganó el Oso de Plata en el Festival Internacional de Cine de Berlínde 1974.6

La-patagonia-rebelde

Estado de Sitio: #Film Completo sul Movimento Armato dei #Tupamaros #Uruguay #PepeMujica

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

Estado de sitio (État de siège), una película de Costa-Gavras inspirada en los tupamaros.

NOTA WIKIpedia: El Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros (MLN-T) o simplemente Tupamaros es un movimiento político de Uruguayque tuvo una etapa de actuación como guerrilla urbana de izquierda radical durante los años 1960 y principios de los 70, y que se integró a la coalición política Frente Amplio en 1989.2 

Estado de sitio pelicula

E il Chapo Guzmán scappò di nuovo

chapo guzman mexico

[Da NarcoMafie e Huffington Post] Negli ultimi anni il Messico ci ha abituato a funesti e surreali colpi di scena. Se non si trattasse del Paese della NarcoGuerra, il conflitto militare con i cartelli della droga che dura da quasi 9 anni, e dei desaparecidos, con 30.000 casi di sparizione forzata e la vicenda dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, la fuga di prigione del capo dei capi, il narcotrafficante Joaquín “El Chapo” (“Il Tarchiato”) Guzmán Loera, potrebbe sembrare un episodio isolato, una svista, una fatalità.

Invece uno dei boss più ricercati al mondo, che aveva una taglia di 5 milioni di dollari ed era stato catturato dalla Marina il 22 febbraio 2014 nel suo stato natale, il Sinaloa, è riuscito per la seconda volta a prendersi gioco degli apparati di sicurezza messicani e a scappare da un carcere inespugnabile come quello dell’Altiplano, sito ad Almoloya de Juárez nell’Estado de México, regione che si trova tutt’intorno alla capitale e ai centri del potere nazionale.

Alle 20:00 della sera dell’11 luglio il jefe del cartello di Sinaloa, un’organizzazione criminale presente in oltre 50 paesi con attività legali e illegali, ha assunto la sua dose consueta di medicine. 52 minuti dopo s’è recato nella zona della doccia della sua cella ed è stato ripreso dalle telecamere come di consueto. Ci ha messo più del solito, però, il Chapo, a farsi la doccia. Alcuni funzionari hanno segnalato l’anomalia e i secondini sono andati a controllare la sua cella, la numero 20, che era vuota. Il narcotrafficante, che nella storia criminale mondiale viene paragonato ad Al Capone e al colombiano Pablo Escobar e nel 2009 è entrato nella classifica di Forbes tra i 100 uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di un miliardo di dollari, è riuscito a burlare le autorità e probabilmente andrà a far compagnia a vari altri introvabili latitanti nella sierra di Badiraguato, la Corleone messicana dello stato del Sinaloa.

Secondo la CNS (Commissione Nazionale per la Sicurezza) Guzmán sarebbe scappato da un tunnel lungo un chilometro e mezzo che parte da sotto il pavimento della sua cella. Il cunicolo, della cui presenza nessuno s’era accorto, sarebbe stato scavato dai suoi scagnozzi durante l’anno e mezzo in cui il capo è rimasto dietro le sbarre. Nella sua cella, affianco alla zona della doccia, è stato trovato un buco rettangolare di 50 centimetri per 50. Da lì si accede prima a un tunnel verticale di 10 metri, con tanto di scaletta per la discesa, e poi a un altro, alto un metro e settanta e largo 70-80 cm, ventilato e illuminato grazie a un sistema di tubi di PVC. Insomma, un vero e proprio narco-tunnel, di quelli utilizzati per trafficare armi e persone lungo la frontiera con gli Stati Uniti, dunque una specialità dei “muratori e scavatori” del cartello di Sinaloa. Una moto collocata su dei binari serviva probabilmente per il trasporto di terra e detriti degli scavi e dei materiali da lavoro. Lo sbocco finale del passaggio si trova in un edificio in costruzione della circostante zona San Juanita.

Una volta confermata la notizia della fuga, l’aeroporto della vicina città Toluca è stato chiuso, sono partite le ricerche nelle regioni circostanti, 18 funzionari del penitenziario sono stati convocati dalla procura a Città del Messico e l’Interpol ha emesso un nuovo ordine di cattura internazionale, ma il Chapo, per ora, ha vinto.

La sua prima evasione, dentro a un carrello della lavanderia del penitenziario di Puente Grande, nel settentrionale stato del Jalisco, avvenne durante la notte del 19 gennaio 2001, quando al governo c’era Vicente Fox, del conservatore Partido Acción Nacional. El Chapo, che era in prigione dal 1993, condannato per l’omicidio del cardinale Posadas Ocampo, riuscì a scappare grazie alla connivenza e alla corruzione dei funzionari carcerari. In pochi anni costruì un impero criminale insieme ai suoi vecchi soci che, intanto, avevano mantenuto il controllo dei principali traffici dell’organizzazione: “El Mayo” Zambada, oggi a capo del cartello, José Esparragoza “El Azul” e Ignacio “Nacho” Coronel affiancarono il Chapo con le loro reti di produttori, intermediari e distributori e passarono a dominare i mercati delle droghe sintetiche, della marijuana, degli oppiacei e della cocaina nei vicini Stati Uniti e in seguito nel resto del mondo.

Ora che al governo è tornato il PRI (Partido Revolucionario Institucional), il partito di Stato che restò al potere per ben 71 anni nel Novecento prima di cedere il testimone al PAN tra il 2000 e il 2012, il presidente Enrique Peña Nieto ha rilanciato la strategia militare di mano dura contro i narcos, anche se ha cercato di divulgare l’immagine di un Messico sulla via della pacificazione, delle riforme strutturali e dello sviluppo in cui i grandi capi mafiosi vengono arrestati o eliminati uno dopo l’altro: Servando Gómez alias “La Tuta”, boss dei Caballeros Templarios, lo Z-40 e lo Z-42, principali leader degli Zetas, Esparragoza “El Azul” e il Chapo Guzmán del cartello di Sinaloa sono stati arrestati o uccisi durante l’attuale governo, ma le loro organizzazioni e i business collegati non sono stati neutralizzati. Oltre al fatto che il Chapo è scappato di nuovo, i narcopatrimoni non vengono sequestrati e attaccati adeguatamente, fioriscono il riciclaggio, il racket e i traffici di armi e persone, non si combattono la corruzione politica e l’impunità, e infine immensi territori, come il Michoacán, il Guerrero o il Tamaulipas, stanno sfuggendo progressivamente al controllo statale e sono sconvolti da continue faide, scontri a fuoco e traffici illeciti di droghe, armi e persone.

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Il caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa e della strage della notte del 26 settembre scorso a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, ha ridestato il Messico e il mondo intero dalla letargica “luna di miele” che il presidente messicano aveva cercato d’imporre nei primi due anni di mandato. La corruzione delle polizie locali, resa evidente dalle indagini sul caso, e la connivenza delle forze armate e della polizia federale, oltreché di politici a vari livelli, ha scoperchiato una cloaca e i riflettori sono stati puntati sui problemi endemici del Messico, sulle gravi e ripetute violazioni ai diritti dell’uomo commesse dalle autorità, sui vuoti di potere e sulle collusioni che permettono la riproduzione delle dinamiche criminali.

Nuovamente la fuga di un capo, dello stesso capo, mette in luce le deficienze del sistema penitenziario e, come già successe nel 2001, crescono i dubbi sull’operato e sulla rettitudine delle autorità carcerarie messicane. Il potere d’infiltrazione delle narcomafie appare illimitato, anche nelle prigioni oltre che nella politica e nei corpi di polizia. Forti dubbi furono sollevati anche nell’agosto 2013, quando l’ex boss del cartello di Guadalajara negli anni ’80, Rafael Caro Quintero, fu rilasciato per motivi “tecnici” da un giudice locale e si persero le sue tracce. I giudici federali rettificarono quasi subito la decisione di scarcerare Caro Quintero, ma era troppo tardi, il “leone” di Sinaloa era già latitante e introvabile.

“In un paese in cui non migliora la giustizia né il sistema penitenziario, non migliorano i controlli patrimoniali né il consolidamento politico queste cose possono succedere e ora tocca al governo assumere il costo politico di questa nuova fuga del Chapo”, ha dichiarato l’esperto di sicurezza e narcotraffico Edgardo Buscaglia. L’accademico sostiene anche che il boss sarebbe potuto fuggire in qualunque momento e ha deciso di farlo ora perché ormai le condizioni del “patto” che aveva stretto con le autorità non reggevano più. In particolare, riferisce Buscaglia, lo stato avrebbe permesso l’ascesa di bande criminali rivali del cartello di Sinaloa, come il cartello Jalisco Nueva Generación, e avrebbe tolto potere a funzionari che lo proteggevano.

Mentre Guzmán evadeva dal narco-tunnel dell’Altiplano, Peña Nieto riceveva la notizia a Parigi, dove era appena sceso dall’aereo per partecipare, insieme a rappresentanti delle forze armate messicane, a una serie di incontri e alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia. Una visita ufficiale, su invito d’onore del presidente francese Hollande, che è stata aspramente contestata da centinaia di organizzazioni, collettivi, intellettuali e politici di diversi paesi. Vari rappresentanti della società civile e della comunità messicana in Francia hanno consegnato una lettera di protesta al capo di stato francese e hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulle gravi violazioni ai diritti umani in Messico che fanno di Peña una “persona non grata” in quel paese. L’anno scorso, dopo l’arresto di Joaquín Guzmán, il presidente aveva dichiarato: “Sarebbe imperdonabile se il Chapo riuscisse a scappare di nuovo”. Chi tra i messicani perdonerà e scorderà l’ennesima burla del Chapo Guzmán e i tentativi di spiegazione del governo?

@FabrizioLorusso