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Chi è Tomás Yarrington, politico messicano arrestato a Firenze per narcotraffico? Intervista su @radiondadurto

[Intervista di Andrea Cegna a Fabrizio Lorusso e testo a seguire ripresi da Radio Onda d’Urto] Era latitante da 5 anni l’ex governatore dello stato Tamaulipas, Tomas Yarrington. Ricercato da Messico e Usa per delinquenza organizzata e narcotraffico. La sua fuga si è fermata a Firenze domenica 9 aprile. Dal 2012 era uno dei ricercati internazionali più inseguiti. E’ stato arrestato in piazza Beccaria dalla polizia italiana, le accuse sul suo conto sono quelle di traffico internazionale di stupefacenti tra il Messico e gli Stati Uniti, riciclaggio, nonché frode bancaria.  ASCOLTA il Podcast dell’intervista – LINK Continua a leggere

Esce il libro Messico Invisibile. Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna @Ed_Arcoiris

09 F.Lorusso - Messico InvisibileFabrizio Lorusso, Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, Ed. Arcoiris, Salerno, collana l’acuto, pp. 356, 2016, € 15.

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

Su @fattoquotidiano #Narcotraffico pop, da #BreakingBad a #ElChapo: i nuovi #goodfellas arrivano dal #Sudamerica #NarcoGuerra

(Di Eleonora Bianchini, da Il Fatto Quotidiano Magazine del 22 maggio 2016, un reportage sul mondo della narco-cultura a cui ho partecipato con un’intervista su Santa Muerte, NarcoGuerra e Messico).

Dalla stretta di mano di Guzman con Sean Penn al successo di Narcos, serie tv sulla vita di Pablo Escobar. I signori della droga affascinano Stati Uniti ed Europa, almeno sul piccolo schermo. Ma la loro popolarità va oltre: dalla musica dei narcocorridos fino a ‘narcotacos’ in California

Una stretta di mano col boss del narcotraffico, eterno fuggitivo e latitante. Tutto immortalato su Rolling Stones. Uno scatto che per una casa di moda di Los Angeles ha pagato più di una campagna pubblicitaria. I protagonisti della foto sono Sean Penn e il re messicano della droga Joaquín Guzmán, meglio noto come El Chapo. Indossava una camicia azzurra, modello Fantasy-X Button Down Shirt. Andata a ruba in California, “quasi finita” sugli scaffali dei distributori di Los Angeles insieme al modello Crazy Paisley, scriveva Tmz. Anche quello indossato dal Chapo.  Continua a leggere

L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Continua a leggere

El Chapo se equivocó en todo: #Saviano #Entrevista @LaJornada @lajornadaonline

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El Chapo se equivocó en todo: Saviano
Peña, presidente inadecuado, explota la detención del capo, pero solapa desde hace tiempo los dramas que vive México, afirma

La Terza del Chapo Guzmán: Radio-Intervista a #Modem @RSIonline #NarcoGuerra

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A questo link potete ascoltare la puntata integrale di Modem programma di Radio Svizzera Italiana RSI – Rete Uno – andato in onda il 12 gennaio 2015.  Scarica/Ascolta QUI l’MP3. Parliamo della cattura del Chapo Guzmán e la NarcoGuerra o guerra alle droghe in Messico, in studio l’antropologa Chiara Calzolaio e l’esperto di narcotraffico Piero Ferrante, conduce il giornalista Nicola Lueoend.

E’ considerato il più ricco e potente narcotrafficante al mondo, Joaquin “El Chapo” Guzman è stato riacchiappato lo scorso venerdì. “Missione compiuta, ha annunciato con un tweet il premier messicano Enrique Pena Nieto che, in un breve intervento televisivo, ha parlato di un trionfo per lo stato di diritto. Una cattura che ora fa discutere anche perché forse agevolata da un’intervista concessa dal boss del cartello di Sinaloa al noto attore, regista ed attivista americano Sean Penn, anche lui sotto inchiesta. Ma quale significato dare a questo arresto?

E’ la terza volta che “El Chapo” finisce in carcere. Ma nei casi precedenti, la prigionia si è sempre trasformata in fuga. Gli Stati Uniti hanno chiesto la sua estradizione e lo scenario qui potrebbe essere diverso. Ma anche se così fosse, cambierà qualcosa per le mafie messicane del narcotraffico, organizzazioni criminali tanto potenti quanto spietate, e vero e proprio stato nello stato?

A Modem ne discutiamo con l’esperto di narcotraffico Piero Innocenti e con l’antropologa Chiara Calzolaio, autrice di studi sulla violenza in Messico.

In registrato, l’intervista al giornalista e docente universitario Fabrizio Lorusso, residente in Messico; e la testimonianza della madre di quattro figli uccisi dai narcos.

Nuova Mappa del Narcotraffico in Messico e Stati Uniti

di Fabrizio Lorusso

Movimiento alterado Revolución NarcoCultura NarcocorridosPeriodicamente l’agenzia antidroga americana DEA (Drug Enforcement Administration) traccia la mappa del narcotraffico negli Stati Uniti e in Messico e, in base al lavoro d’intelligence dei suoi uffici distaccati sul territorio, pubblica una relazione sull’evoluzione dei cartelli messicani in America del Nord. Colori e macchie, città conquistate e perse, confini e nomi ormai noti della criminalità organizzata locale e globale non hanno nemmeno bisogno di una legenda per essere compresi. L’impatto visivo è immediato e così l’idea della narcoguerra che insanguina il continente si lega alla geopolitica. I frammenti si ricompongono sullo schermo e, restringendo lo zoom, i pixel scompaiono e la visione globale si fa nitida. La lotta militarizzata alle organizzazioni criminali, che in Messico ha mietuto oltre 130mila vittime in 8 anni e mezzo e ha provocato un aumento drammatico delle violazioni ai diritti umani, viene analizzata dalla DEA in una dimensione internazionale e geografica che, pur offrendo un quadro cognitivo generale, mette in secondo piano le vite quotidiane di milioni di persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze della war on drugs e dell’ipocrisia di fondo che la alimenta. Sono i milioni di pixel concentrati nei vari sud del mondo: dal Latinoamerica, o “NarcoAmerica”, secondo il titolo di un interessantissimo libro di giornalismo narrativo “sulle tracce della cocaina” pubblicato da Tusquets (2015), a Gioia Tauro, dall’Afghanistan a Ciudad Juárez o i Balcani.

Mexican Cartels in Mexico DEA Map 2015 (Large)

Dal cartello alla mafia

In riferimento ad alcuni gruppi della delinquenza organizzata messicana non si parla più, o non solo ormai, di gangster, cartelli e delinquenti, di tagliagole e sicari, di gang, bande epandillas, ma di vere e proprie mafie. Si tratta di uno stadio superiore di sviluppo dell’organizzazione criminale che acquisisce e consolida codici e strutture, regole e lealtà, discipline e logiche imprenditoriali e da clan. Una mafia sa riprodursi, organizzarsi, darsi regole. Sa anche essere anche discreta e rafforzare i suoi legami con la politica e lo stato, specialmente in Messico. E a questo modello, rinsaldato da legami tra compari e di sangue, risponde sicuramente il cartello di Sinaloa, al cui vertice restano Ismael “El Mayo” Zambada e il fuggitivo Joaquín Archibaldo Guzmán Loera, alias “El Chapo”. Ma Sinaloa, come evidenzia l’analisi della DEA, è tacchinato da altri gruppi emergenti e da vecchi rivali.

narcotraffico eroinaIl report identifica otto grandi cartelli messicani: Sinaloa, Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), Beltrán-Leyva Organization (BLO), Los Zetas, Cartello del Golfo (CDG), Cartello di Juárez/La Línea (CDJ), La Familia Michoacana (LFM) e Los Caballeros Templarios (LCT). Questi ultimi due hanno perso nettamente influenza, capacità operative e coesione a livello di organizzazione, mentre il CJNG, nato da una scissione del cartello di Sinoloa nel 2010, si presenta come il gruppo in maggior crescita. Dal suo stato d’origine, il Jalisco con la sua bella capitale Guadalajara, l’organizzazione s’è espansa ai vicini Nayarit, Colima, Guerrero, Michoacán e al Veracruz. Ma non solo. Sfruttando abilmente le debolezze dei rivali e le sue alleanze ha fatto ingresso anche nel Guanajuato e nel San Luis Potosí, così come nei meridionali Oaxaca e Chiapas.

L’ascesa del Cartello Jalisco Nueva Generación e il dominio di Sinaloa

In particolare la quasi totale disintegrazione della Familia Michoacana e dei Cabelleros Templarios nel Michoacán, territorio strategico sulla costa pacifica grazie allo scalo portuario di Lázaro Cárdenas, porta d’ingresso di precursori chimici per la produzione di metanfetamine e di cocaina dalla Colombia, ha portato all’ascesa del Jalisco Nueva Generacion i cui membri sono riusciti anche a infiltrarsi nella Nuova Polizia Rurale. Questa forza di polizia è stata creata dal governo per “risolvere” il conflitto coi gruppi armati di autodifesa e incorporarli in una struttura statale. Insieme ad essi, però, anche operatori del cartello CJNG sono entrati nella polizia oltre che nei territori prima controllati dalla Familia e da LCB.

Per questo il cartello di Jalisco viene identificato come il prossimo “nemico numero uno” della DEA. Negli USA nessun gruppo criminale straniero è così ben posizionato e potente come i cartelli messicani, specialmente Sinaloa, che tramite network distributivi e tracciati consolidati, soprattutto lungo il confine sudoccidentale, gestiscono traffici policromatici: marijuana verde e bianca coca, cristalli chiari e celesti di metanfetamine e infine eroina. Proprio queste due sostanze rappresentano i business in aumento, anche grazie alla “spinta dell’offerta” in tal senso.

Mexican Cartels in USA DEA Map1 2015 (Large)

La mappe disegnate dalla DEA evidenziano la presenza delle mafie messicane in territorio statunitense nella prima metà del 2015: il predominio di Sinaloa è schiacciante ma non totale. Infatti, il cartello di Juárez, quello del mitico boss degli anni ’90 Amado Carrillo Fuentes (El señor de los cielos) mantiene la sua influenza tradizionale nel New Mexico e nel Texas sud-occidentale, mentre gli Zetas e il cartello del golfo lottano per il controllo diplazas, punti di passaggio e territori tanto in Messico, soprattutto nelle regioni del Tamaulipas e del Veracruz, come negli USA, nel Texas sudorientale e centrale. Allontanandosi dal confine messicano-statunitense solcato dal Rio Bravo, la loro capacità operativa va scemando.

Come in genere accade nell’economia legale, anche nel settore del traffico degli stupefacenti la gran fetta della torta, i guadagni più sostanziosi, finiscono nelle mani della grande, media e piccola distribuzione nel mercato USA: lo smercio città per città, quartiere per quartiere, effettuato da dealer e pusher formano il grosso delle entrate, per cui è strategico controllare i punti di transito in Messico, ma ancor di più lo sono la gestione degli snodi di frontiera e dei trasporti e la distribuzione al consumatore finale.

Sebbene abbiano perso potere e mercato, non sono assenti da numerose città americane le organizzazioni criminali messicane decadenti (come i Templarios, il cartello di Tijuana della famiglia Arellano Félix o i Beltrán Leyva, presenti a Denver e lungo la costa orientale) e quelle emergenti come il Jalisco Nueva Generación. Il cartello, sebbene non sia ancora molto presente nel mercato americano, sta guadagnando rapidamente posizioni in Messico, ottima base di partenza per la conquista degli States, per cui è visto con crescente preoccupazione dalle autorità di quel paese.

Mexican Cartels in USA DEA Map2 2015 (Large)

Narco-Storia del Cartello Jalisco Nueva Generación

Proprio riguardo a questo gruppo, alla ribalta dei media nel maggio scorso in Messico per una serie di attentati e scontri a fuoco con la polizia alla vigilia delle elezioni parlamentari, cito un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga per cercare di capirne le dinamiche e la storia:

Abigail González Valencia, alias “El Cuini”, era un boss discreto, vecchio stile. Poco presente sui media, non figurava nemmeno nella lista dei 122 obiettivi prioritari del governo, elaborata in base a fattori quali il numero di indagini aperte su un individuo, le sue reti nazionali ed estere e il suo giro d’affari. Il narcos è stato arrestato il 28 febbraio 2015 ed è stato rimpiazzato da quello che secondo la stampa, il governo messicano e il Dipartimento del Tesoro statunitense sarebbe uno dei nuovi “uomini forti” della malavita in Messico, suo cognato Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. González Valencia operava con il “El Mencho” in qualità di capo del gruppo armato, alleato del CJNG, noto come “Los Cuinis” e attivo dagli anni Novanta all’interno del cártel del Milenio. El Cuini appartiene alla famiglia dei fratelli Valencia, vecchie glorie della narco-storia messicana che da coltivatori di avocado divennero negli anni Settanta piantatori di papaveri e marijuana.

narcotraffico messicoUno di loro fu addirittura sindaco di Aguililla, cittadina d’origine dell’intera stirpe dei Valencia. L’incipiente organizzazione divenne un potente cartello, il Milenio, sotto la guida di Armando Valencia e grazie all’alleanza coi colombiani di Medellín, all’estero, e a quelle con i fratelli Amezcua di Colima, pionieri nel commercio di droghe su disegno o sintetiche, e con Sinaloa, in patria.

Nel 2003 stabiliscono una rete per l’importazione da Hong Kong dell’efedrina, precursore chimico delle metanfetamine, in virtù dell’accordo con l’impresario sino-messicano Zhenli Ye Gong, e si legano più strettamente al Chapo Guzmán, responsabile della “divisione droghe sintetiche” del cartello del Pacifico o Federación de Sinaloa. In seguito si associano allo storico capo sinaloense Ignacio Nacho Coronel, boss indiscusso della zona del Jalisco. La mafia del Milenio si trasforma in Jalisco Nueva Generación nel 2010, dopo la morte di Coronel, e stabilisce un patto con gli scissionisti Beltrán Leyva, ormai nemici di Sinaloa. Dal 2013 ingaggia una guerra contro i Templarios del Michoacán per il controllo dello snodo portuale di Lázaro Cárdenas e conduce un’infiltrazione graduale nei gruppi armati di difesa, le autodefensas, che sorgono proprio in quell’anno e che sono confluiti nella Nueva Fuerza Rural patrocinata dal governo.

 Nel 2011 il CJNG si proietta al centro delle cronache per una serie di video in cui si presenta come una banda di “Ammazza-Zetas”, i Mata-Zetas, in lotta per ripulire Veracruz e il golfo dagli odiati Zetas. In molti hanno pensato che fosse un espediente mediatico dei narcos di Sinaloa e del loro boss, il Chapo Guzmán, per fiondarsi alla conquista dell’Oriente messicano, presentandosi come dei salvatori, ma in realtà si trattava di un gruppo autonomo, di fatto scisso da Sinaloa. Nel 2015 il Jalisco Nueva Generación ha condotto una guerra su più fronti e ha espanso la rete delle sue operazioni a sette stati del Paese. Nel sud del Michoacán ha spodestato i Templarios, mentre nella zona a nord di Guadalajara gli Zetas hanno dovuto ripiegare. Il cartello sta battagliando ancora con Sinaloa per il mercato delle metanfetamine e secondo alcuni esperti in futuro potrebbe scavalcare gli Zetas e contendere il primo posto nella classifica criminale proprio a Sinaloa e al “Mayo” Zambada.

narcotraffico mexico juarezSecondo molti osservatori l’accanimento mediatico contro il CJNG ha fatto concentrare l’attenzione su un gruppo lasciando operare più tranquillamente gli altri, specialmente il cartello di Sinaloa. Inoltre viene data poca rilevanza al gruppo dei “Los Cuinis”, presumibilmente alleati del Jalisco Nueva Generación, che la DEA non ha citato tra gli otto cartelli messicani principali, nonostante il Dipartimento del Tesoro abbia incluso affaristi e imprese ad esso legati nella sua lista nera e lo abbia etichettato come “uno dei cartelli più pericoli e violenti del paese”. Probabilmente l’Agenzia non considera Los Cuinis come un cartello indipendente: i legami di parentela dei fratelli José, attuale capo, e Abigail Gonzalez Valencia con il boss del CJNG, Nemesio Oceguera, loro cognato, e il fatto che i due gruppi abbiano sempre collaborato strettamente può avere influito sulla scelta della DEA. Prima dell’arresto Abigail era l’operatore finanziario del Jalisco Nueva Generación a Guadalajara.  Comunque nemmeno la quarantennale organizzazione cartello dei Diaz Parada o cartello di Oaxaca non è menzionata nel rapporto dell’agenzia USA.

Dopo la cattura del fratello maggiore dei Los Cuinis, secondo la Procura Generale della Repubblica messicana è il minore, José González Valencia, alias La Chepa, che ha assunto il comando e sarebbe responsabile della sicurezza di Nemesio Oceguera, El Mencho, e degli attacchi militari contro le forze della polizia del Jalisco nei mesi scorsi. I narcos avrebbero perso l’appoggio della polizia statale per cui si sarebbero rivolti contro di loro con una serie di attentati, approfittando anche della congiuntura preelettorale durante la quale ci sono sempre possibilità di nuovi accomodamenti tra criminalità organizzata e apparati statali.La Chepa González ha il sostegno di un medico di Aguililla, nel Michoacán, che è anche luogotenente del CJNG: si chiama Rogelio Guízar Camorlinga, El Doctor, e avrebbe organizzato gli scontri con le forze federali e della polizia statale del Jalisco il 9 marzo 2015, quando morirono cinque elementi della gendarmeria nazionale, due presunti delinquenti e quattro civili, e il 6 aprile, quando a San Sebastián del Oeste sono stati fatti fuori 15 poliziotti che si dirgevano a Guadalajara.

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Michoacán, Los Zetas e l’invasione dell’eroina negli USA

La Familia Michoacana, dopo la scissione dei Caballeros Templarios nel marzo 2011 ed in seguito ad altre faide, ha dato origine a gruppi criminali come “La Empresa Nueva”, “Los Moicas” (presenti in California) e il “Cartello Indipendente del Michoacán” che oggi sono rimasugli locali di quella mafia messianica e unitaria che, per alcuni anni, ha dettato legge nel Michoacán e nelle zone limitrofe. Anche gli Zetas si sono spezzettati in cellule locali che, non potendo più gestire il business della droga a livello internazionale, si sono riconvertite ad altre tipologie criminali: sequestro di persona, estorsione, tratta di bianche, traffico di organi, prostituzione, traffico di migranti, vendita di “protezione”, riciclaggio egiros negros come l’apertura di club, casinò, discoteche e bische legali e clandestine. La figura 2 mostra quali sono le mafie predominanti in ciascun stato USA e la scurezza del colore riflette la densità della popolazione e, quindi, del mercato potenziale per gli stupefacenti, non il livello d’influenza attuale del cartello criminale.

narcotraffico amapolaNegli ultimi tre o quattro anni c’è stato un cambiamento dell’offerta, con la spinta maggiore dell’eroina, data la stasi della cocaina e del traffico illecito di marijuana come conseguenza della legalizzazione del consumo ricreativo e della produzione di questa pianta e delle sostanze derivate in Alaska, Colorado e Washington. E quindi la mappa numero 3 rappresenta graficamente i dati relativi alle morti per overdose di eroina nel 2013 del National Center for Health Statistics/Centers for Disease Control (NCHS / CDC) e la stessa DEA segnala l’invasione di questo psicotropico che ha fatto 8.257 vittime nel 2013, circa il triplo di quelle del 2010. Il consumo aumento per la spinta dell’offerta, la maggiore disponibilità a basso costo propiziata dalla politica dei cartelli messicani, specialmente di Sinaloa, e poi si registra un uso più sostenuto di numerosi pazienti che possono averla su prescrizione.

L’espansione della frontiera dell’eroina viaggia ora verso i mercati della East Coast. Storicamente, riporta il testo della DEA, “il mercato dell’eroina negli Stati Uniti è stato diviso in due lungo il fiume Mississippi, con i mercati occidentali che usavano l’eroina messicana nera (black tar) o in polvere marrone, e quelli dell’Est che usavano eroina bianca in polvere (precedentemente del Sudest e del Sudovest asiatico, poi negli ultimi vent’anni quasi solo sudamericana)”. Dunque il ruolo di intermediari dei messicani, così com’era successo per la cocaina, è diventato strategico e questi hanno altresì incrementato la produzione di eroina bianca in Messico, per cui i cartelli sono entrati con successo nel redditizio mercato degli stati medio-occidentali e del Nordest: Chicago, il New Jersey, Philadelphia e Washington e molte zone di New York sono ormai terra azteca.

Nota Finale. Sebbene i rapporti e le mappe emessi dalla DEA siano attendibili e delineino le tendenze generali, in particolare per quanto riguarda il territorio statunitense, spesso non coincidono con quelli di altre fonti come, per esempio, la PGR (Procura Generale della Repubblica) messicana. Per esempio nel giugno scorso Tomás Zerón, direttore dell’Agenzia d’Investigazione Criminale della PGR, ha dichiarato con tono trionfalista che, dopo la cattura di numerosi boss storici, le organizzazioni criminali sono così frammentate e disperse che si può affermare l’esistenza oggi di soli due cartelli veri e propri: Sinaloa e il CJNG.  Per questo molti gruppi criminali sono descritti più come “franchigie” o “cellule” che come “grandi imprese” o “reti”, etichette valide invece per le organizzazioni più grandi, solide e strutturate. Nel settembre 2014 la Procura aveva parlato, invece, di 9 cartelli (quelli segnalati dalla DEA più il “cartello del Pacifico” nella zona di Acapulco) e 43 gang o fazioni derivate o legate ad essi. Sono informazioni, nomi e mappe criminali che cambiano con frequenza, tanto nella realtà come nelle narrazioni e indagini della stessa Procura per cui van prese con le pinze. Per i funzionari pubblici e la PGR è comunque gioco forza presentare progressi nella narcoguerra intrapresa dal governo e quindi la tendenza è quella di mostrare la frammentazione di alcuni cartelli come un passo avanti nella lotta al narcotraffico anche se la violenza non diminuisce ed anzi aumentano delitti gravissimi, in cui apparati dello stato sono complici, come le desapariciones (sparizioni) forzate e i sequestri di persone. Da CarmillaOnLine

E il Chapo Guzmán scappò di nuovo

chapo guzman mexico

[Da NarcoMafie e Huffington Post] Negli ultimi anni il Messico ci ha abituato a funesti e surreali colpi di scena. Se non si trattasse del Paese della NarcoGuerra, il conflitto militare con i cartelli della droga che dura da quasi 9 anni, e dei desaparecidos, con 30.000 casi di sparizione forzata e la vicenda dei 43 studenti scomparsi di Ayotzinapa, la fuga di prigione del capo dei capi, il narcotrafficante Joaquín “El Chapo” (“Il Tarchiato”) Guzmán Loera, potrebbe sembrare un episodio isolato, una svista, una fatalità.

Invece uno dei boss più ricercati al mondo, che aveva una taglia di 5 milioni di dollari ed era stato catturato dalla Marina il 22 febbraio 2014 nel suo stato natale, il Sinaloa, è riuscito per la seconda volta a prendersi gioco degli apparati di sicurezza messicani e a scappare da un carcere inespugnabile come quello dell’Altiplano, sito ad Almoloya de Juárez nell’Estado de México, regione che si trova tutt’intorno alla capitale e ai centri del potere nazionale.

Alle 20:00 della sera dell’11 luglio il jefe del cartello di Sinaloa, un’organizzazione criminale presente in oltre 50 paesi con attività legali e illegali, ha assunto la sua dose consueta di medicine. 52 minuti dopo s’è recato nella zona della doccia della sua cella ed è stato ripreso dalle telecamere come di consueto. Ci ha messo più del solito, però, il Chapo, a farsi la doccia. Alcuni funzionari hanno segnalato l’anomalia e i secondini sono andati a controllare la sua cella, la numero 20, che era vuota. Il narcotrafficante, che nella storia criminale mondiale viene paragonato ad Al Capone e al colombiano Pablo Escobar e nel 2009 è entrato nella classifica di Forbes tra i 100 uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di un miliardo di dollari, è riuscito a burlare le autorità e probabilmente andrà a far compagnia a vari altri introvabili latitanti nella sierra di Badiraguato, la Corleone messicana dello stato del Sinaloa.

Secondo la CNS (Commissione Nazionale per la Sicurezza) Guzmán sarebbe scappato da un tunnel lungo un chilometro e mezzo che parte da sotto il pavimento della sua cella. Il cunicolo, della cui presenza nessuno s’era accorto, sarebbe stato scavato dai suoi scagnozzi durante l’anno e mezzo in cui il capo è rimasto dietro le sbarre. Nella sua cella, affianco alla zona della doccia, è stato trovato un buco rettangolare di 50 centimetri per 50. Da lì si accede prima a un tunnel verticale di 10 metri, con tanto di scaletta per la discesa, e poi a un altro, alto un metro e settanta e largo 70-80 cm, ventilato e illuminato grazie a un sistema di tubi di PVC. Insomma, un vero e proprio narco-tunnel, di quelli utilizzati per trafficare armi e persone lungo la frontiera con gli Stati Uniti, dunque una specialità dei “muratori e scavatori” del cartello di Sinaloa. Una moto collocata su dei binari serviva probabilmente per il trasporto di terra e detriti degli scavi e dei materiali da lavoro. Lo sbocco finale del passaggio si trova in un edificio in costruzione della circostante zona San Juanita.

Una volta confermata la notizia della fuga, l’aeroporto della vicina città Toluca è stato chiuso, sono partite le ricerche nelle regioni circostanti, 18 funzionari del penitenziario sono stati convocati dalla procura a Città del Messico e l’Interpol ha emesso un nuovo ordine di cattura internazionale, ma il Chapo, per ora, ha vinto.

La sua prima evasione, dentro a un carrello della lavanderia del penitenziario di Puente Grande, nel settentrionale stato del Jalisco, avvenne durante la notte del 19 gennaio 2001, quando al governo c’era Vicente Fox, del conservatore Partido Acción Nacional. El Chapo, che era in prigione dal 1993, condannato per l’omicidio del cardinale Posadas Ocampo, riuscì a scappare grazie alla connivenza e alla corruzione dei funzionari carcerari. In pochi anni costruì un impero criminale insieme ai suoi vecchi soci che, intanto, avevano mantenuto il controllo dei principali traffici dell’organizzazione: “El Mayo” Zambada, oggi a capo del cartello, José Esparragoza “El Azul” e Ignacio “Nacho” Coronel affiancarono il Chapo con le loro reti di produttori, intermediari e distributori e passarono a dominare i mercati delle droghe sintetiche, della marijuana, degli oppiacei e della cocaina nei vicini Stati Uniti e in seguito nel resto del mondo.

Ora che al governo è tornato il PRI (Partido Revolucionario Institucional), il partito di Stato che restò al potere per ben 71 anni nel Novecento prima di cedere il testimone al PAN tra il 2000 e il 2012, il presidente Enrique Peña Nieto ha rilanciato la strategia militare di mano dura contro i narcos, anche se ha cercato di divulgare l’immagine di un Messico sulla via della pacificazione, delle riforme strutturali e dello sviluppo in cui i grandi capi mafiosi vengono arrestati o eliminati uno dopo l’altro: Servando Gómez alias “La Tuta”, boss dei Caballeros Templarios, lo Z-40 e lo Z-42, principali leader degli Zetas, Esparragoza “El Azul” e il Chapo Guzmán del cartello di Sinaloa sono stati arrestati o uccisi durante l’attuale governo, ma le loro organizzazioni e i business collegati non sono stati neutralizzati. Oltre al fatto che il Chapo è scappato di nuovo, i narcopatrimoni non vengono sequestrati e attaccati adeguatamente, fioriscono il riciclaggio, il racket e i traffici di armi e persone, non si combattono la corruzione politica e l’impunità, e infine immensi territori, come il Michoacán, il Guerrero o il Tamaulipas, stanno sfuggendo progressivamente al controllo statale e sono sconvolti da continue faide, scontri a fuoco e traffici illeciti di droghe, armi e persone.

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Il caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa e della strage della notte del 26 settembre scorso a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, ha ridestato il Messico e il mondo intero dalla letargica “luna di miele” che il presidente messicano aveva cercato d’imporre nei primi due anni di mandato. La corruzione delle polizie locali, resa evidente dalle indagini sul caso, e la connivenza delle forze armate e della polizia federale, oltreché di politici a vari livelli, ha scoperchiato una cloaca e i riflettori sono stati puntati sui problemi endemici del Messico, sulle gravi e ripetute violazioni ai diritti dell’uomo commesse dalle autorità, sui vuoti di potere e sulle collusioni che permettono la riproduzione delle dinamiche criminali.

Nuovamente la fuga di un capo, dello stesso capo, mette in luce le deficienze del sistema penitenziario e, come già successe nel 2001, crescono i dubbi sull’operato e sulla rettitudine delle autorità carcerarie messicane. Il potere d’infiltrazione delle narcomafie appare illimitato, anche nelle prigioni oltre che nella politica e nei corpi di polizia. Forti dubbi furono sollevati anche nell’agosto 2013, quando l’ex boss del cartello di Guadalajara negli anni ’80, Rafael Caro Quintero, fu rilasciato per motivi “tecnici” da un giudice locale e si persero le sue tracce. I giudici federali rettificarono quasi subito la decisione di scarcerare Caro Quintero, ma era troppo tardi, il “leone” di Sinaloa era già latitante e introvabile.

“In un paese in cui non migliora la giustizia né il sistema penitenziario, non migliorano i controlli patrimoniali né il consolidamento politico queste cose possono succedere e ora tocca al governo assumere il costo politico di questa nuova fuga del Chapo”, ha dichiarato l’esperto di sicurezza e narcotraffico Edgardo Buscaglia. L’accademico sostiene anche che il boss sarebbe potuto fuggire in qualunque momento e ha deciso di farlo ora perché ormai le condizioni del “patto” che aveva stretto con le autorità non reggevano più. In particolare, riferisce Buscaglia, lo stato avrebbe permesso l’ascesa di bande criminali rivali del cartello di Sinaloa, come il cartello Jalisco Nueva Generación, e avrebbe tolto potere a funzionari che lo proteggevano.

Mentre Guzmán evadeva dal narco-tunnel dell’Altiplano, Peña Nieto riceveva la notizia a Parigi, dove era appena sceso dall’aereo per partecipare, insieme a rappresentanti delle forze armate messicane, a una serie di incontri e alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia. Una visita ufficiale, su invito d’onore del presidente francese Hollande, che è stata aspramente contestata da centinaia di organizzazioni, collettivi, intellettuali e politici di diversi paesi. Vari rappresentanti della società civile e della comunità messicana in Francia hanno consegnato una lettera di protesta al capo di stato francese e hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sulle gravi violazioni ai diritti umani in Messico che fanno di Peña una “persona non grata” in quel paese. L’anno scorso, dopo l’arresto di Joaquín Guzmán, il presidente aveva dichiarato: “Sarebbe imperdonabile se il Chapo riuscisse a scappare di nuovo”. Chi tra i messicani perdonerà e scorderà l’ennesima burla del Chapo Guzmán e i tentativi di spiegazione del governo?

@FabrizioLorusso