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Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza


I due articoli che presento di seguito sono stati pubblicati con alcune modifiche sul quotidiano L’Unità del 15 e del 19 febbraio scorsi e sono legati da un filo rosso (sangue), la figura del controverso Ministro della Pubblica Sicurezza messicano (SSP=Secretaría de Seguridad Pública) ed ex direttore della Agencia Federal de Investigaciones o AFI (una specie di FBI messicana), Genaro García Luna. I due testi non hanno la pretesa di esaurire i casi e le storie cui sono stati dedicati interi libri e reportage estesi in tutto il mondo. Il primo tratta la fuga dal carcere del narco-boss del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán il più potente e ricco del pianeta, nel 2001 grazie alla connivenza delle autorità. Si danno alcuni spunti utili anche per capire meglio i tragici fatti di questi giorni: la fuga di 30 detenuti, probabilmente appartenenti al cartello di narcos degli Zetas, dalla prigione di Apodaca della città settentrionale di Monterrey resa possibile dalla corruzione dei secondini del reclusorio e dalla mattanza provocata da questi per coprire i fuggiaschi. Risultato: la morte di 44 prigionieri del cartello rivale, quello del Golfo. Per far scappare 30 Zetas, le autorità, i secondini corrotti, la polizia, i narcos provocano una mega rissa che fa morire altri 44 uomini. Donne, famiglie, bambini e amici fuori dal reclusorio chiedono oggi giustizia, informazioni, notizie ma forse non le otterranno mai. Torniamo a Garcia Luna. E’ uno degli artefici della strategia di Felipe Calderón, il presidente, che sostanzialmente consiste nella militarizzazione di mezzo paese e nellaguerra al narcotraffico che, secondo alcune fonti, ha ormai provocato 60mila morti dal 2007 ad oggi. Altri “artefici” della narcoguerra, i ministri degli interni Juan Camilo Mouriño e Francisco Blake Mora, sono deceduti in seguito a due misteriosi incidenti con i loro “elicotteri di Stato” nel 2008 e nel 2011 rispettivamente. Sopra potete vedere la promo-foto de “El Equipo” (La Squadra), una serie TV che è stata commissionata dal Ministero della Sicurezza alla compagnia TeleVisa nel 2010 per ripulire l’immagine della polizia e oliare i meccanismi della propaganda, ma dopo la terza puntata è stata sospesa. Spesso, ed è quanto successo con la francese Florence Cassez (nel secondo articolo), le storie di alcuni casi giudiziari sono così surreali da superare qualunque fiction televisiva.

IL CAPO DEI CAPI

Il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, 54 anni, noto come El Chapo, ha festeggiato in gennaio una ricorrenza speciale, forse più importante del suo compleanno: la fuga dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato settentrionale di Jalisco, avvenuta il 19 gennaio 2001.

In prigione Guzmán godeva di privilegi d’ogni tipo, poteva fare festini con prostitute, droga e bevande alcoliche e integrava generosamente la busta paga dei funzionari del penitenziario con migliaia di dollari. Non fu quindi difficile per lui nascondersi in un carrello della lavanderia ed evadere mentre i dirigenti dell’istituto chiudevano un occhio o due, accecati dalla corruzione e dal potere del boss.

Da quel momento il leader del Cartello di Sinaloa, operante nelle regioni bagnate dal Pacifico messicano, ha conosciuto una vera e propria rinascita e un’enorme espansione dei suoi affari. Sembrava spacciato, imprigionato dal 1993, ma in pochi anni è entrato nella lista delle persone più influenti del pianeta secondo la rivista Forbes che stima la sua fortuna in un miliardo di dollari. La sua organizzazione controlla il 65% del mercato statunitense di cocaina e droghe sintetiche.

Dopo la morte di Bin Laden la DEA, l’agenzia antidroga USA, lo considera il criminale più pericoloso al mondo, più potente del mitico colombiano Pablo Escobar negli anni ottanta, e ha fissato una taglia di 50 milioni di dollari.

In 8 anni di prigione il capo ha tessuto relazioni fondamentali che, una volta tornato in libertà, ha trasformato in alleanze strategiche. E’ riuscito a consolidare una federazione di cartelli della droga con ramificazioni in Colombia, Europa e USA grazie all’associazione con i boss Ismael “El Mayo” Zambada e Juan José Esparragoza, El Azul. La loro influenza s’è estesa nell’ultimo decennio da 5 a 17 stati del Messico e ha superato quella del cartello degli Zetas, formato da ex militari e particolarmente attivo dal Nord-Est del paese al Guatemala.

Il figlio de El Mayo, “Vicentillo”, in carcere in attesa di giudizio per narcotraffico negli Stati Uniti, ha rivelato attraverso i suoi avvocati difensori il patto segreto della DEA, il dipartimento antidroga americano, e il Chapo secondo cui dal 1998 il Cartello di Sinaloa avrebbe goduto di un buon grado d’immunità negli USA in cambio di informazioni sui cartelli rivali.

Dal 2006, ultimo anno di presidenza del conservatore Vicente Fox, l’organizzazione del Chapo s’è consolidata a scapito dei rivali del Cartello di Tijuana, del Golfo e di Ciudad Juárez che, pur non scomparendo, si sono dovuti piegare di fronte alla supremazia della federazione di Sinaloa e all’avanzata di oltre 20.000 soldati messi in campo dal successore e compagno di partito di Fox, l’attuale presidente Felipe Calderón.

Nel contesto attuale della “guerra al narcotraffico”, con l’esplosione della violenza, oltre 50.000 morti in 5 anni e 16.000 desaparecidos, la giornalista messicana Anabel Hernández ha rivelato nelle sue inchieste le complicità tra narcos e politici. Infatti, nonostante gli spot in radio e TV annuncino una “lotta senza distinzioni”, condotta dalle autorità contro i narcos, sono sempre più numerose le voci che, invece, denunciano la relativa “preferenza” governativa per il gruppo del Chapo.

Le reti di connivenza, impunità e corruzione vedrebbero coinvolti direttamente gli alti ranghi della polizia e persino il braccio destro del presidente, il controverso Ministro della Sicurezza Genaro García Luna, indicato come il massimo referente di Joaquín Guzmán e il “Mayo” Zambada nel cuore dello Stato.

In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del luglio prossimo, un’eventuale cattura di Guzmán potrebbe rappresentare l’ultima speranza d’invertire il calo nei consensi del partito di Calderón, Acción Nacional, e di puntellare al fotofinish la sua controversa strategia di sicurezza nazionale.

FLORENCE CASSEZ

Florence Cassez è una cittadina francese, reclusa in una prigione di Città del Messico dal dicembre 2005 e condannata a 60 anni per sequestro di persona. La sua storia è poco nota in Italia, ma da anni polarizza l’opinione pubblica in Francia e in Messico, due paesi che vivono un momento di fortissima tensione diplomatica e politica.

Da entrambe le sponde dell’Atlantico il “caso Cassez” è diventato emblematico per i mass media per cui anche personaggi in vista come Alain Delon e Carla Bruni, politici come il presidente Nicolas Sarkozy e attivisti come la franco-colombiana Ingrid Betancourt la sostengono.

Tutto inizia il 9 dicembre 2005 con un montaggio televisivo. Le due principali reti nazionali, Tv Azteca e TeleVisa, trasmettono in diretta la scena di una cattura: due presunti rapitori della banda “Los Zodiaco” di Città del Messico, sorpresi in una casupola del ranch “Las Chinitas”, sono arrestati da uomini dell’Agenzia Federale per le Indagini o AFI, una specie di FBI messicana, e tre ostaggi sono liberati in diretta.

Florence è ripresa mentre giace a terra, semicoperta da un lenzuolo, e risponde alle domande dei cronisti: “non ne sapevo nulla, non ho niente a che vedere”. Lei e il suo ex ragazzo, il locatario del ranch Israel Vallarta, diventano subito per milioni di telespettatori i responsabili di uno dei crimini più odiati e in crescita nella società messicana: il rapimento.

Sia i media che la polizia, con il suo capo García Luna, oggi Ministro della Sicurezza nel governo del conservatore Felipe Calderón, mettono a segno un colpo propagandistico diventando i “paladini della giustizia”.

Gli ostaggi, Cristina Ríos e suo figlio Christian, sono interrogati subito dopo la liberazione e non rivelano la presenza di una donna tra i criminali. Florence Cassez dichiara di essere stata fermata e rinchiusa in una jeep per quasi 24 ore prima di essere condotta con la forza sul luogo della messinscena. Invece Vallarta è torturato e obbligato a dichiararsi colpevole.

Il terzo ostaggio, Ezequiel Elizalde, rende una testimonianza in cui menziona alcuni tratti riconducibili alla francese, come i capelli o il tono della voce, ma senza riconoscerla. Nei mesi seguenti le incoerenze nelle sue dichiarazioni aumentano facendo pensare a una manipolazione esterna.

Nel febbraio 2006 Florence Cassez riesce a intervenire in un programma TV e dalla prigione grida la sua innocenza spiegando come la sua cattura e la liberazione degli ostaggi siano state parte di un montaggio. García Luna, ospite della trasmissione, è sbeffeggiato in diretta.

A pochi giorni dall’intervento pubblico di Cassez, gli ostaggi vengono richiamati varie volte negli uffici della polizia, poi si trasferiscono negli Stati Uniti e da lì cambiano le loro deposizioni incriminando direttamente la francese.

Solo in base a queste testimonianze nel 2008 Cassez è condannata a 96 anni di prigione e nel 2009 in appello ottiene “uno sconto” a 60. Per puntellare mediaticamente una sentenza discutibile, David Orozco, un altro presunto membro dei Los Zodiaco, accusa Cassez di esserne il capo, ma poi ritratta e si scopre che la polizia l’aveva torturato.

Dopo la sentenza in primo grado Sarkozy, chiamato in causa dalla famiglia Cassez e alcuni media francesi, ha fatto di questo caaso un cavallo di battaglia per conquistare consensi in patria, anche se in terra azteca i suoi interventi hanno provocato tensioni nazionalistiche e scontri diplomatici a ripetizione.

Il processo e le sentenze sono viziate da abusi, montaggi, torture, manipolazioni e falsi clamorosi, ma nulla è stato fatto per correggere la situazione. In quanto rappresentativo di una realtà vissuta da migliaia di messicani in carcere e nei tribunali, il caso Cassez mette in discussione l’intero sistema di giustizia e la strategia di “guerra al narcotraffico” del presidente Calderón che s’è affidato all’esercito e al controverso ministro Garcia Luna, collegato al Cartello di narcos di Sinaloa secondo molte indagini giornalistiche recenti.

Il 2011 doveva essere “l’anno del Messico in Francia”, un’iniziativa ricca di eventi culturali spalmati sui dodici mesi: Sarkozy aveva deciso di dedicarlo alla Cassez innestando la reazione feroce del governo messicano che in marzo ha cancellato tutte le attività previste da lì in avanti.

Cassez è ora in attesa di una sentenza della Corte Suprema che potrebbe liberarla, se si stabilisse la violazione del principio costituzionale del “giusto processo”, oppure confermare la pena detentiva. In questo caso resterebbero solo opzioni politiche o ricorsi internazionali alle Corte de L’Aia e alla Interamericana per i Diritti dell’Uomo.

Per una parte dell’opinione pubblica Florence resta una “spietata rapitrice”. Molti conoscitori del caso, giornalisti e giuristi, invece, la vedono oggi come una vittima della “fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica e politica che muove le trame della giustizia messicana, inefficiente ma sempre bisognosa di capri espiatori e risultati da mostrare in un contesto di insicurezza e impunità generalizzate. [Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Leggi la cronologia completa del caso su Carmilla: Parte I – Parte II

Messico: mattanza in un casinò di Monterrey

Sparatoria, lancio di granate, fuoco. Si contano più di 50 morti nel casinò Royale della città settentrionale di Monterrey, la capitale dell’imprenditoria nazionale che lche anno fa era nota per il suo livello di benessere e sicurezza e aveva ospitato il Forum internazionale delle culture del 2007.

Alle 15 e 50 di ieri un commando armato formato da sei individui è entrato indisturbato nel casinò sparando, appiccando il fuoco e scatenando il panico per poi fuggire a bordo di due auto. Quello che non hanno fatto le fiamme lo ha fatto la folla in preda al panico. Molte persone sono morte schiacciate dalla calca, calpestate dalla furia di scappare alla follia omicida dell’ennessimo gruppo armato che si accanisce contro la popolazione civile.

Non è ancora stata resa nota la natura dell’attentato che è stato semplicemente definito come “terrorista” anche se, appunto, non è confermato se si tratta di una mattanza attuate da bande di narcotrafficanti o di altro tipo. I cartelli di narcos in lotta sono tanti, le ipotesi sui colpevoli sono per ora poche. L’intervento dei pompieri, dell’esercito, della protezione civile, dei media, dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti è stato repentino e continua tuttora nella speranza di ritrovare persone vive tra fumi e macerie.

Cosa fanno però le autorità politiche locali? Le prime dichiarazioni del governatore dello stato del Nuevo Leon e del sindaco di Monterrey non riguardano nemmeno la strage, non spiegano né rassicurano, ma sviano sfacciatamente l’attenzione dei media e della gente parlando solo di burocrazia, di permessi e di regole in vigore per il funzionamento delle case da gioco. Trattano 50 o 60 morti, una sparatoria e un incendio come se si trattasse di un incidente.

Giustificazioni, scuse, responsabilità da scaricare, code di paglia. Intanto il Messico resta ancora una volta costernato e impotente di fronte alla violenza che dilaga nonostante il governo federale e il presidente Felipe Calderòn millantino risultati tangibili nellalotta contro la delinquenza organizzata. La cifra spaventosa di oltre 40mila morti in nemmeno 5 anni di “guerra al narcotraffico” e la crescita di una massiccia opposizione civile, fatta di milioni di cittadini indignati uniti nel Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, non li hanno ancora convinti che la strategia della militarizzazione e della violenza senza quartiere non sta funzionando… Mentre la società reagisce, chiede la pace e avanza proposte concrete di dialogo e uscita dalla crisi, il governo federale manda in onda degli spot sbrigativi e semplicistici in cui si lodano le gesta dell’esercito e la bontà di una strategia discutibile se non del tutto fallimentare contro i cartelli del narcotraffico.

Terre di confine: Monterrey, il Messico e il Forum Universale delle Culture verso Napoli 2013

Di Fabrizio Lorusso da ThinkThanks.It

Nel 2007 la città di Monterrey, situata nel nordest del Messico, sconfisse la concorrenza della giapponese Fukuoka e della sudafricana Durban ed ebbe il privilegio di ospitare la seconda edizione del Forum Universale delle Culture. Questa importante manifestazione internazionale nacque per iniziativa della città di Barcellona che organizzò la prima edizione nel 2004 in collaborazione con l’Unesco. L’idea era quella di poter affrontare mediante il dialogo, il confronto e il rispetto tra i popoli le problematiche generate o esasperate dalla globalizzazione come le ineguaglianze sociali ed economiche, le nuove forme di povertà e dipendenza, le migrazioni di massa e i rapidi cambiamenti culturali che ormai interessano sempre più territori simultaneamente. In questo senso non si poteva scegliere un continente migliore di quello americano e specialmente la sua componente “latina”, la zona più disuguale del pianeta.

I quasi 4 milioni d’abitanti di Monterrey, capitale dello stato del Nuevo Leòn, vengono chiamati regiomontanos o semplicemente los regios e tale aggettivo, motivo d’orgoglio e identità in quella regione, è diventato nel resto del Messico un sinonimo di tirchio, cioè codo in spagnolo. Comunque l’uso concreto del termine non è sempre dispregiativo, ma lascia intravvedere anche un fondo d’invidia e ammirazione per la relativa prosperità e l’immagine moderna e dinamica della città: insomma non solo avari, ma pure e soprattutto industriosi, innovativi e cultori del bel vivere. Monterrey è un simbolo e un riferimento dell’economia rampante, del profondo nord autonomo e danaroso, dei grandi gruppi industriali come Cemex, leader mondiale nella produzione del cemento, e Femsa, prima impresa messicana per le bibite e produttrice della birra Sol, l’eterna rivale della bionda Corona. Le università di Monterrey sono tra le più prestigiose del paese. Per citare i due casi più noti, l’Instituto Tecnològico de Monterrey è un’università privata e rappresenta la punta della formazione imprenditoriale e amministrativa in Latino America mentre la Universidad Autonoma de Nuevo Leon è il più grande e affermato ateneo pubblico del nord del Messico.

La città dà l’idea d’essere sempre in movimento, più vicina agli Stati Uniti (solo due ore di macchina!) che a Città del Messico anche se questa prossimità al “colosso del nord”, agli States, è anche culturale oltre che geografica dato che Monterrey è un nodo commerciale e industriale molto legato all’economia nordamericana e, al contrario del sud del Messico, s’è beneficiato dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994 grazie alla sua vocazione esportatrice di beni e servizi.

Nonostante la sua vitalità e la sua storia Monterrey non è esente dalle stesse drammatiche contraddizioni che affliggono in diverse proporzioni tutte le città dell’America Latina. Proprio per questa ragione è stata coraggiosa e azzeccata la scelta di realizzare il Forum in questa metropoli messicana “di confine” che è un vero e proprio ponte tra due mondi contrapposti, tanto in termini culturali, linguistici e storici come politici ed economici: a sud il caotico, contraddittorio, povero ma sorridente universo latino americano, mentre a nord il regno dello sviluppo, magari troppo idealizzato, e poi la chimera del successo, l’inseguimento dell’american way of life e le opportunità sognate da milioni di migranti centro e sudamericani che attraversano il Rìo Bravo quotidianamente.

Fu una decisione motivata da aspettative rischiose e affascinanti allo stesso tempo, adatta a lanciare un’iniziativa che da sempre si occupa di valorizzare l’esperienza della coesistenza tra i popoli e lo scambio interculturale e che proprio in quell’anno decise di focalizzarsi sulle tematiche della diversità culturale, lo sviluppo sostenibile, le condizioni per la pace e la conoscenza. Quattro assi tematici che in qualche modo stridevano con l’intorno e volevano reagire alle enormi disparità che anche una città prospera come Monterrey presentava e presenta tuttora. Infatti, anche lì, nessun trucco architettonico o televisivo potrà mai nascondere a lungo gli slums, i quartieri popolari al limite della sopravvivenza, lo sfruttamento delle donne nell’industria maquiladora, le battaglie campali tra bande di narcotrafficanti, la presenza inquietante di corpi paramilitari e di autodifesa per le strade, la disoccupazione endemica e la precarietà di un esercito di lavoratori inesistenti, los informales. Tutto questo ci mette di fronte all’altra faccia della frontiera, una linea immaginaria, vicina e permeabile per le merci e per chi ottiene la visa americana, il visto, ma una barriera impenetrabile per tutti gli altri, la maggioranza. Si tratta di una regione che da anni è tra le zone più mortifere dell’America Latina, primi tra tutti i drammatici casi di Ciudad Juarez, Mexicali e Tijuana che dalla fine degli anni novanta hanno declassato nelle cronache e nell’immaginario alcune realtà difficili come San Paolo, Caracas o Medellin.

Inoltre proprio il 2007 ha segnato la scesa in campo dell’esercito nella lotta senza quartiere dichiarata dal presidente del Messico, Felipe Calderòn, contro i cartelli del narcotraffico. In seguito a questa politica di “mano dura” gli scarsi risultati concreti in termini di controllo del territorio, di sequestri di carichi di droga e, in generale, di limitazione del potere dei “narcos” sono stati accompagnati da una serie di terribili “effetti collaterali” quali la militarizzazione di territori e comunità, la violazione sistematica dei diritti umani, l’aumento del consumo interno di doghe leggere e pesanti e, last but not least, l’escalation di violenza direttamente legata a questa guerra, concentrata in alcune regioni del paese soprattutto nel nord (Chihuahua, Sonora, Sinaloa, Durango, Nuevo Leon, Tamaulipas, frontiera con gli USA) e nel centro (Michoacàn, Estado de Mèxico, Morelos), con un saldo di oltre 20mila vittime in tre anni di governo. L’urgenza e la necessità di aprire spazi di discussione in favore di una cultura della pace e della coesistenza tra i popoli era quindi un’operazione auspicabile e fondamentale.

In realtà il Messico considerato nel suo complesso non è più violento (almeno in termini di omicidi e delitti gravi contro la persona) rispetto, per esempio, a 20 anni fa, ma sono in parte cambiate le cause della violenza, oggi più che mai legate ai narcos e al triangolo di complicità politica-polizia-mafie, in particolare lungo la frontiera statunitense. Sono cambiate anche le regioni più colpite dal fenomeno, quindi gli omicidi e le stragi di cui tanto sentiamo parlare in Italia o nello stesso Messico, a causa di una presenza mediatica insistente e sensazionalista, sono concentrati geograficamente in alcune aree e riguardano in maggioranza i membri dei cartelli di trafficanti a tutti i livelli gerarchici e, in misura molto minore, le forze dell’ordine e i militari. Ciò non toglie che la situazione sia sempre più preoccupante e aggravata dalla percezione che la costruzione di un Messico pienamente democratico e pacifico sia un obiettivo irraggiungibile.

Il Forum delle Culture di Monterrey nel 2007 fu un successo e si realizzò durante 50 giorni nel pieno rispetto dello spirito dell’iniziativa con attività artistiche di ogni tipo, esposizioni, conferenze e dibattiti, il tutto secondo un fil rouge che intendeva valorizzare non solo le espressioni culturali di “artisti riconosciuti” ma anche quelle della società civile, della strada e della gente riguardanti le problematiche sociali del villaggio globale. In quell’occasione si riqualificò una zona della periferia cittadina che venne sottratta all’abbandono post-industriale e restituita alla cittadinanza materialmente e simbolicamente con l’intenzione di tracciare un cammino da seguire a tutti i livelli della vita sociale e politica. Infine, come riporta la stessa pagina web del Forum, tanto a Monterrey, come a Valaparaiso in Cile e così anche a Napoli nel 2013 “per costruire la Pace sarà necessario il confronto tra le culture dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe, tra tutte le fedi religiose ed il pensiero laico, tra le molteplici visioni del vivere e dell’abitare”. La sfida è aperta.

DA: http://www.thinkthanks.it/