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Terre di confine: Monterrey, il Messico e il Forum Universale delle Culture verso Napoli 2013

Di Fabrizio Lorusso da ThinkThanks.It

Nel 2007 la città di Monterrey, situata nel nordest del Messico, sconfisse la concorrenza della giapponese Fukuoka e della sudafricana Durban ed ebbe il privilegio di ospitare la seconda edizione del Forum Universale delle Culture. Questa importante manifestazione internazionale nacque per iniziativa della città di Barcellona che organizzò la prima edizione nel 2004 in collaborazione con l’Unesco. L’idea era quella di poter affrontare mediante il dialogo, il confronto e il rispetto tra i popoli le problematiche generate o esasperate dalla globalizzazione come le ineguaglianze sociali ed economiche, le nuove forme di povertà e dipendenza, le migrazioni di massa e i rapidi cambiamenti culturali che ormai interessano sempre più territori simultaneamente. In questo senso non si poteva scegliere un continente migliore di quello americano e specialmente la sua componente “latina”, la zona più disuguale del pianeta.

I quasi 4 milioni d’abitanti di Monterrey, capitale dello stato del Nuevo Leòn, vengono chiamati regiomontanos o semplicemente los regios e tale aggettivo, motivo d’orgoglio e identità in quella regione, è diventato nel resto del Messico un sinonimo di tirchio, cioè codo in spagnolo. Comunque l’uso concreto del termine non è sempre dispregiativo, ma lascia intravvedere anche un fondo d’invidia e ammirazione per la relativa prosperità e l’immagine moderna e dinamica della città: insomma non solo avari, ma pure e soprattutto industriosi, innovativi e cultori del bel vivere. Monterrey è un simbolo e un riferimento dell’economia rampante, del profondo nord autonomo e danaroso, dei grandi gruppi industriali come Cemex, leader mondiale nella produzione del cemento, e Femsa, prima impresa messicana per le bibite e produttrice della birra Sol, l’eterna rivale della bionda Corona. Le università di Monterrey sono tra le più prestigiose del paese. Per citare i due casi più noti, l’Instituto Tecnològico de Monterrey è un’università privata e rappresenta la punta della formazione imprenditoriale e amministrativa in Latino America mentre la Universidad Autonoma de Nuevo Leon è il più grande e affermato ateneo pubblico del nord del Messico.

La città dà l’idea d’essere sempre in movimento, più vicina agli Stati Uniti (solo due ore di macchina!) che a Città del Messico anche se questa prossimità al “colosso del nord”, agli States, è anche culturale oltre che geografica dato che Monterrey è un nodo commerciale e industriale molto legato all’economia nordamericana e, al contrario del sud del Messico, s’è beneficiato dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994 grazie alla sua vocazione esportatrice di beni e servizi.

Nonostante la sua vitalità e la sua storia Monterrey non è esente dalle stesse drammatiche contraddizioni che affliggono in diverse proporzioni tutte le città dell’America Latina. Proprio per questa ragione è stata coraggiosa e azzeccata la scelta di realizzare il Forum in questa metropoli messicana “di confine” che è un vero e proprio ponte tra due mondi contrapposti, tanto in termini culturali, linguistici e storici come politici ed economici: a sud il caotico, contraddittorio, povero ma sorridente universo latino americano, mentre a nord il regno dello sviluppo, magari troppo idealizzato, e poi la chimera del successo, l’inseguimento dell’american way of life e le opportunità sognate da milioni di migranti centro e sudamericani che attraversano il Rìo Bravo quotidianamente.

Fu una decisione motivata da aspettative rischiose e affascinanti allo stesso tempo, adatta a lanciare un’iniziativa che da sempre si occupa di valorizzare l’esperienza della coesistenza tra i popoli e lo scambio interculturale e che proprio in quell’anno decise di focalizzarsi sulle tematiche della diversità culturale, lo sviluppo sostenibile, le condizioni per la pace e la conoscenza. Quattro assi tematici che in qualche modo stridevano con l’intorno e volevano reagire alle enormi disparità che anche una città prospera come Monterrey presentava e presenta tuttora. Infatti, anche lì, nessun trucco architettonico o televisivo potrà mai nascondere a lungo gli slums, i quartieri popolari al limite della sopravvivenza, lo sfruttamento delle donne nell’industria maquiladora, le battaglie campali tra bande di narcotrafficanti, la presenza inquietante di corpi paramilitari e di autodifesa per le strade, la disoccupazione endemica e la precarietà di un esercito di lavoratori inesistenti, los informales. Tutto questo ci mette di fronte all’altra faccia della frontiera, una linea immaginaria, vicina e permeabile per le merci e per chi ottiene la visa americana, il visto, ma una barriera impenetrabile per tutti gli altri, la maggioranza. Si tratta di una regione che da anni è tra le zone più mortifere dell’America Latina, primi tra tutti i drammatici casi di Ciudad Juarez, Mexicali e Tijuana che dalla fine degli anni novanta hanno declassato nelle cronache e nell’immaginario alcune realtà difficili come San Paolo, Caracas o Medellin.

Inoltre proprio il 2007 ha segnato la scesa in campo dell’esercito nella lotta senza quartiere dichiarata dal presidente del Messico, Felipe Calderòn, contro i cartelli del narcotraffico. In seguito a questa politica di “mano dura” gli scarsi risultati concreti in termini di controllo del territorio, di sequestri di carichi di droga e, in generale, di limitazione del potere dei “narcos” sono stati accompagnati da una serie di terribili “effetti collaterali” quali la militarizzazione di territori e comunità, la violazione sistematica dei diritti umani, l’aumento del consumo interno di doghe leggere e pesanti e, last but not least, l’escalation di violenza direttamente legata a questa guerra, concentrata in alcune regioni del paese soprattutto nel nord (Chihuahua, Sonora, Sinaloa, Durango, Nuevo Leon, Tamaulipas, frontiera con gli USA) e nel centro (Michoacàn, Estado de Mèxico, Morelos), con un saldo di oltre 20mila vittime in tre anni di governo. L’urgenza e la necessità di aprire spazi di discussione in favore di una cultura della pace e della coesistenza tra i popoli era quindi un’operazione auspicabile e fondamentale.

In realtà il Messico considerato nel suo complesso non è più violento (almeno in termini di omicidi e delitti gravi contro la persona) rispetto, per esempio, a 20 anni fa, ma sono in parte cambiate le cause della violenza, oggi più che mai legate ai narcos e al triangolo di complicità politica-polizia-mafie, in particolare lungo la frontiera statunitense. Sono cambiate anche le regioni più colpite dal fenomeno, quindi gli omicidi e le stragi di cui tanto sentiamo parlare in Italia o nello stesso Messico, a causa di una presenza mediatica insistente e sensazionalista, sono concentrati geograficamente in alcune aree e riguardano in maggioranza i membri dei cartelli di trafficanti a tutti i livelli gerarchici e, in misura molto minore, le forze dell’ordine e i militari. Ciò non toglie che la situazione sia sempre più preoccupante e aggravata dalla percezione che la costruzione di un Messico pienamente democratico e pacifico sia un obiettivo irraggiungibile.

Il Forum delle Culture di Monterrey nel 2007 fu un successo e si realizzò durante 50 giorni nel pieno rispetto dello spirito dell’iniziativa con attività artistiche di ogni tipo, esposizioni, conferenze e dibattiti, il tutto secondo un fil rouge che intendeva valorizzare non solo le espressioni culturali di “artisti riconosciuti” ma anche quelle della società civile, della strada e della gente riguardanti le problematiche sociali del villaggio globale. In quell’occasione si riqualificò una zona della periferia cittadina che venne sottratta all’abbandono post-industriale e restituita alla cittadinanza materialmente e simbolicamente con l’intenzione di tracciare un cammino da seguire a tutti i livelli della vita sociale e politica. Infine, come riporta la stessa pagina web del Forum, tanto a Monterrey, come a Valaparaiso in Cile e così anche a Napoli nel 2013 “per costruire la Pace sarà necessario il confronto tra le culture dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe, tra tutte le fedi religiose ed il pensiero laico, tra le molteplici visioni del vivere e dell’abitare”. La sfida è aperta.

DA: http://www.thinkthanks.it/