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Appello Verità e Giustizia per Ibrahim @ExOpgJeSoPazzo

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Ibrahim Manneh aveva 24 anni, era nato in Costa d’Avorio, era cresciuto in Gambia e da anni viveva qui a Napoli. Ibrahim è morto nella notte tra il 9 e il 10 Luglio di malasanità e di razzismo. I suoi amici, i suoi familiari, i suoi compagni, non sanno ancora come sia stato possibile morire così. Eppure, ciò che ha ucciso Ibrahim non è frutto del caso: il semplice racconto delle sue ultime 24 ore di vita è esemplare dello stato attuale di questo Paese, del clima di odio e di indifferenza all’interno del quale vogliono gettarci,  di un sistema ingiusto e spietato dove i diritti più elementari vengono negati.

Scriviamo questo appello per mandare un messaggio chiaro: non possiamo far finta di niente, riteniamo sia doveroso far emergere tutta la verità sulle ultime ore di vita di Ibrahim e che venga fatta giustizia perché quanto successo non accada più.  Continua a leggere

Presentazione Libro #MessicoInvisibile a #Napoli #NarcoGuerra @ExOpgJesopazzo @Ed_Arcoiris

Evento Messico Invisibile e Narcoguerra Je So Pazzo Napoli

Giovedì 7 Luglio | ore 19:30
Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

STRAGI SILENZIOSE DELLA NARCOGUERRA
Hispánitart Associazione Culturale & Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo
presentano

“MESSICO INVISIBILE”
Voci e pensieri dall’Ombelico della luna
con
Fabrizio Lorusso (autore)
Alessandra Riccio(relatrice)

—LINK EVENTO FACEBOOK

MESSICO INVISIBILE

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.
Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta.
Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico. Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.


BIO

FABRIZIO LORUSSO
Fabrizio Lorusso è giornalista freelance e prof/ricercatore all’Università Iberoamericana di León, in Messico. Collabora con media italiani (Il Reportage, Huffington, Radio Popolare, RSI, Global Project), messicani (La Jornada, Desinformémonos, Variopinto) e sudamericani (Noticias Aliadas) ed è blogger dell’Huffington Post. È redattore della web-zine CarmillaOnLine e autore dei libri Santa Muerte Patrona dell’Umanità (Stampa Alternativa, 2013), Narcoguerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga (Odoya, 2015), La fame di Haiti (con Romina Vinci, End, 2015), e Messico Invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna (Arcoiris, 2016). Cura il blog personale https://lamericalatina.net/

ALESSANDRA RICCIO
Alessandra Riccio ha insegnato letterature spagnole e ispanoamericane all’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. È autrice di saggi di critica letteraria su autori come Cortázar, Victoria Ocampo, Carpentier, Lezama Lima, María Zambrano. Ha tradotto numerosi autori fra i quali Ernesto Guevara, Senel Paz, Lisandro Otero. È stata corrispondente a Cuba per l’Unità dal 1989 al 1992. Collabora con numerosi giornali e riviste italiane e stranieri e dirige insieme a Gianni Minà la rivista “Latinoamerica”. È tra le fondatrici della Società Italiana delle Letterate.


Hispánitart, è un’associazione culturale che si propone di gettare un ponte tra la cultura ispanica e quella italiana, che vuole riscoprire il ruolo di Napoli come spugna culturale, una città nella quale le diversità non si scontrano ma si affiancano e si mescolano da secoli. La collaborazione con enti e con altre associazioni, l’idea di incontri itineranti per riscoprire luoghi e per rimettere al centro la cultura sono l’anima e l’identità di questa associazione. www.hispanitart.com

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Je so’ pazzo è un ex-opg (ospedale psichiatrico giudiziario) occupato nel marzo 2015 da un gruppo di studenti, lavoratori, disoccupati, per sottrarlo all’abbandono e per restituirlo alla città, per ricostruire la memoria di questo luogo terribile di esclusione e tortura, e lanciare percorsi di mobilitazione a partire dalle nostre concrete esigenze: dal lavoro al territorio, dalle scuole alle università, dalla casa alla sanità.

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Come arrivarci?
– Metro Linea 1: Fermata Materdei
(5 minuti a piedi verso Salita San Raffaele)
– Dal centro storico (15 minuti a piedi):
arrivare al museo nazionale e salire via Salvator Rosa,
all’incrocio con via Imbriani ci trovate sulla destra.

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Ex Opg Occupato – Je so’ pazzo
pagina facebook: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo
sito web: http://jesopazzo.org/
twitter: https://twitter.com/ExOpgJesopazzo

 

 

 

Città del Messico: meno inquinata di Milano e Torino?

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità possiamo dare per sfatato il mito che Città del Messico si portava dietro dagli anni ottanta: non è la più inquinata del mondo, anzi. La quantità, misurata in microgrammi, di particelle solide e liquide ultrasottili, note come PM2,5 (cioè di diametro inferiore ai 2,5 micrometri), mostra un valore migliore di quello che registrano Torino (34,7 microgrammi di particelle per metro cubo) e Milano (31,7), per esempio. Mexico City registra, infatti, “solo” 24,5 particelle per metro cubo. In questa stessa categoria le due città più inquinate d’Italia hanno un’aria comparabile a quella di Lima (34,4) in Perù e di Santiago del Cile (31,7); sono peggiori della brasiliana San Paolo (15) e di Quito (19,4), capitale dell’Ecuador. Le particelle più grandi, le PM 10 (inferiori ai 10 micrometri), sono invece piuttosto elevate nella capitale messicana, 52 microgrammi per metro cubo, ma non superano più le altre megalopoli latino americane come le colombiane Bogotà (77 parti per metro cubo) e Medellín (68), Santiago (69) o Lima (78). Fa un po’ meglio Buenos Aires con un PM10 di 38 che si avvicina alle medie elevate e pericolose di Milano (44), Napoli (44) e Torino (47). Considerando che Città del Messico, coi suoi 25 milioni di abitanti e 6 milioni di autoveicoli, resta l’agglomerato urbano più grande del mondo per estensione e il secondo più popoloso dopo Tokio (che ha circa 30 milioni di abitanti) il risultato non è così disdicevole! A questo link un po’ di pagine utili della OMS coi dati e le mappe sull’inquinamento per ogni paese e città.

Emozioni Primarie a Napoli

Il Partito Democratico aveva risvegliato la voglia di partecipazione di oltre 45mila persone, cioè i votanti alle primarie napoletane che avrebbero dovuto scegliere il candidato sindaco del partito. Che cosa è successo in quelle votazioni la scorsa primavera? Poco prima dell’estate è uscito un libro intitolato Emozioni primarie, edito da Guida e scritto da Lucio Iaccarino e Massimo Cerulo, che prova a spiegarcelo e pone l’accento su questioni fondamentali per il nostro sistema politico partendo da quell’esperienza fallita che s’è cercato di seppellire nel silenzio. E’ una raccolta dei loro “appunti di viaggio” nei meandri della politica locale e delle sue occasioni perdute che possono servire da stimolo per le nuove generazioni di militanti e decisori. Credo sia importante la loro riflessione in Italia e anche nel lontano Messico, paese in cui vivo, dato che recentemente in diverse occasioni il partito di sinistra, il PRD (Partido de la Revolución Democrática), ha dovuto affrontare le divisioni interne e i danni alla reputazione a livello locale e nazionale derivanti da processi interni di preselezione dei candidati poco trasparenti malgrado le intenzioni e i regolamenti di garanzia. L’autocritica su questi fatti ha polarizzato le posizioni all’interno dell’organizzazione ma ha anche iniziato a rafforzare le proposte concrete di rinnovamento sia nelle forme che nei contenuti da presentare di fronte a tutti i cittadini. Questo è il blog del libro che funge da memorandum e aggiornamento sulle iniziative, le proposte e le analisi suscitate dalle primarie napoletane e i suoi risvolti imprevisti: Link QUI

Scripta manent (su Emozioni Primarie)

S. Iacchetta, su Articolo21. Qual è stato il vero esito delle primarie napoletane? Se sul vincitore aleggia l’incertezza, sul perdente ci sono pochissimi dubbi: il PD ne esce distrutto. Prima non riconosce il vincitore di quelle primarie (l’europarlamentare Andrea Cozzolino, accusato di vari brogli elettorali), preferendo ripiegare su un candidato ex novo come l’ex-prefetto Mario Morcone per le amministrative di maggio, poi fa il possibile per far precipitare nel dimenticatoio i cinque mesi di campagna elettorale che hanno caratterizzato il tourbillon primarie.

Ma qualcuno, che ha partecipato da protagonista in quell’avventura, ha pensato bene di prendere appunti, stilare analisi, procedere alla riflessione per raccontarci quanto accaduto. Lucio Iaccarino e Massimo Cerulo, curatori della campagna elettorale di Nicola Oddati (uno dei candidati Sindaco del PD alle primarie), hanno messo su carta tutto quello che hanno visto, ascoltato e registrato nel corso di cinque lunghissimi mesi. Il libro che racchiude le loro memorie – “Emozioni primarie”, edito da Guida e in tutte le librerie dal 9 maggio. Articolo completo QUI

Lucio Iaccarino, Repubblica Napoli. C’È VOGLIA di cambiamento tra i giovani del Partito democratico, voglia di nuove classi dirigenti, voglia di partecipazione e di ricambio generazionale, voglia di equilibri più sani tra il centro e le periferie del Pd. Con Massimo Cerulo autore con me di “Emozioni primarie” (Guida, 2011), sono appena rientrato da un lungo giro di presentazioni del libro che ci ha fatto viaggiare dal Mezzogiorno fino a Roma. E’ stato un tour impegnativo e ricco di spunti politici.

Eletti, quadri, militanti e simpatizzanti del centrosinistra meridionale sembrano soffrire della sindrome del partito organizzativo di massa. Da un lato si avverte una grande nostalgia verso il tempo e la politica della prima Repubblica, per la centralità e la forza che il partito sembra aver posseduto, dall’altro s’invoca autonomia dal centro, maggiore rispetto delle volontà locali, specie se frutto di partecipazione e consultazioni popolari indette nello spirito costitutivo del Partito democratico. Continua QUI.

Claudio Pappaianni su L’Espresso. “Emozioni primarie” (Guida editore). Una cronaca spietata che seziona clientele, faide, intrallazzi e ogni diavoleria pur di conquistare la corsa a sindaco della metropoli più sgarrupata d’Europa. Alimentando un caos che alla fine ha convinto i vertici del Pd a cancellare tutto, annullando anche la voglia di democrazia di molti di quei 45 mila napoletani che si sono presentati ai seggi. L’articolo completo QUI.  Video della trasmissione “L’Emigrante” con intervista a Iaccarino. QUI.

In questo video che riporto in chiusura del post c’è la risposta degli autori all’articolo de L’Espresso con alcune puntualizzazioni importanti per la comprensione della vicenda e delle polemiche che si sono generate.

Cos’è l’America Latina?

pugnolatino.jpg[Propongo un estratto dal libro di Maria Rossi Napoli, barrio latino che ho recensito per Carmilla qui link nel mese di agosto. Questo paragrafo tratta il concetto di America Latina e il tema dell’identità della comunità latino americana a Napoli ma anche, più in generale, nelle Americhe. Mi sembra un contributo importante, alla luce di un fenomeno migratorio che ci riguarda da vicino, all’interno di un secolare (!) dibattito che è una costante (forse più croce che delizia…) in tutte le sedi in cui si studiano la storia e la cultura di questa regione. Può intendersi anche come una replica all’articolo del 2010L’invenzione dell’America Latina e del latino-americanismo . Fabrizio Lorusso]

La complessa articolazione relativa alla presenza dei latinoamericani in Italia traspare anche nel momento in cui è necessario stabilirne i tratti distintivi come gruppo d’indagine. Alain Rouquié ha scritto che è il concetto stesso di America latina che crea problemi e lo fa perché è espressione complessa, che rimanda a molteplici significati e punti di vista, mostrando, di volta in volta, nuove sfumature. Eppure l’eterogeneità a cui si fa accenno è caratterizzante di questo continente, il quale racchiude in sé forti similitudini e altrettanto significative contraddizioni, rompendo l’immagine di l’America Latina come un unico spazio geo-storico-culturale, all’interno del quale si è tentato spesso di racchiudere il continente, sottovalutando o eludendo le singolarità nazionali e le peculiarità di ogni paese.

A similitudini storiche (il passato coloniale, la conseguente fase di guerre per l’indipendenza, l’avvicendamento di influenza economica e politica inglese prima e statunitense poi) si affiancano contraddizioni politiche (la diversa amministrazione coloniale da parte di spagnoli e portoghesi, le esperienze minori di inglesi, olandesi e francesi, sviluppi singoli a livello nazionale delle giovani repubbliche dopo l’indipendenza, l’attuale fragilità delle democrazie); similitudini linguistiche e religiose (lo spagnolo si è imposto come lingua nazionale in tutti i paesi dal passato coloniale spagnolo e il portoghese in Brasile, eppure entrambe sono lingue nettamente segnate dai localismi e dagli indigenismi che coesistono con lingue amerindie ancora vive; mentre il cattolicesimo, altra grande eredità dei colonizzatori, si è andato fondendo con le realtà religiose preesistenti sfociando in sincretismi di varia natura) si mescolano con profonde contraddizioni economiche (la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, le sacche di povertà ancora irrisolte a fronte di un ristrettissimo numero di possidenti che gestisce il potere economico e politico).

D’altra parte anche lo spazio geografico latinoamericano sembra cambiare i propri confini a seconda che lo si consideri come spazio linguistico (paesi di lingua spagnola, portoghese, francese, olandese ecc.); economico (area del Mercosur, area del Patto Andino o aree organizzate in base ad accordi bilaterali o multilaterali tra paesi); territoriale (area carabica, regione andina, cono sud, centramerica ecc.) o come spazio demografico (aree marcate da popolazione di origine india, europea, africana, meticcia).
Insomma un continente che continua a presentare notevoli differenze e disparità tra un paese e l’altro.

E allora il quesito resta. Il termine “latinaomericano” è valido? Esiste un’America Latina unitaria o piuttosto molte Americhe latine? Il fatto è che nel senso comune, nell’opinione comune, “America Latina” è un concetto culturale che rimanda ad uno spazio geografico che ha avuto origine con l’arrivo degli spagnoli i quali, seguendo chiare strategie imperialistiche, l’hanno colonizzato non solo territorialmente e politicamente, ma anche culturalmente, marcandone in modo indelebile i tratti.
Quindi America Latina è “invenzione” europea perché rappresentazione di progetti imperiali, rispondente alla visione che gli stessi europei avevano del mondo e proiezione di mire espansionistiche economico-politiche del Cinquecento che hanno messo a tacere la realtà preesistente, rafforzata in seguito dal concetto di “latinità” che rimanda ancora a mire espansionistiche ma della Francia di fine XIX secolo, quando intellettuali e funzionari utilizzarono questa idea per “rivendicare” una naturale continuazione di dominio sui territori oltreoceano contesi da più parti. All’ingerenza storico-politica europea, e quindi al predominante carattere europeo che le società latinaomericane hanno acquisito, si affianca infine il contributo dato dalle massicce ondate migratorie provenienti proprio dal Vecchio Continente che, in alcuni paesi (come Argentina e Uruguay), sono state fondamentali anche per lo sviluppo economico e politico.
Ma allora “latinoamericano” sarebbe solo un concetto ideato e imposto dall’esterno, dall’Europa in particolare, da quei paesi che sembrano non accorgersi dell’esistenza di specificità nazionali, mentre gli stessi “latinoamericani” (termine ora utilizzato come categoria mentale europea imposta ad una eterogeneità di genti) rivendicano le loro appartenenze identitarie su base nazionale?

La conclusione più adeguata pare ancora quella proposta da Rouquié quando dice che, se l’America Latina esiste, la sua esistenza è verificabile solo per opposizione e dal di fuori (Rouquié).
Oltre i nazionalismi, i particolarismi, le singolarità si sarebbe creata nel tempo una sovra-struttura identitaria che ormai non è più esclusivamente quella imposta dal cosiddetto Primo Mondo per identificare le persone provenienti da una specifica area geografica, ma avrebbe acquisito altre sfaccettature, costruendosi come identità all’interno della quale i latinoamericani stessi si riconoscono. Il nuovo valore dato al termine sembrerebbe concretizzarsi in modo più evidente nell’esperienza migratoria. napolilibro.jpgDurante il percorso di migrazione che accomuna milioni di latinoamericani provenienti da diversi paesi del continente, si verifica il passaggio e la fusione tra il nazionale e il “latinoamericano”; si indeboliscono le identità nazionali, che pure non vengono cancellate, e i migranti si trasformano tutti in “latinoamericani”, secondo un percorso che può essere di identificazione o di categorizzazione. Se la categorizzazione è il processo di imposizione identitaria stabilita “dall’esterno”, per cui riguarda la capacità di un gruppo maggioritario di imporre dei criteri di appartenenza e di identità a un altro, che in tal maniera viene “costruito” dal primo, l’identificazione è il processo di definizione del “noi”, ovvero un movimento interno che si traduce in costituzione identitaria che, in alcuni casi, può erigersi come risposta ad un processo di categorizzazione, una sorta di “difesa” messa in atto dal gruppo “categorizzato”. Applicando tale spiegazione alla situazione latinoamericana, la costruzione identitaria sembrerebbe il risultato dell’incrocio dei due processi: “categorizzata” dalla storia e attualmente dalle istituzioni dei paesi d’arrivo dei migranti e “identificata” dagli stessi protagonisti, in risposta a tale categorizzazione.
Sifuentes-Jáuregui, a proposito del concetto di identificazione latinoamericana, scrive:
Podemos fácilmente argüir que la identidad latina es multifacética y compleja, y también que la idea y el ideal de ser «latino» son puestos en marcha de manera diferente por cada uno. En otras palabras, la manera en que cada uno se identifica (o no) con la, en apariencia, estable identidad de latino o latina necesariamente va a variar. Esta variación o fluidez corresponde exactamente al trabajo de la identificación. (1)

Sottolineando che l’identità non è mai stabile e che l’identificazione potrebbe non avere mai fine, dovremmo, quindi, definire l’identità latina la meta politica del migrante (inteso come individuo che abbandona il proprio spazio nazionale), mentre l’identificazione il processo di relazioni necessario per raggiungere tale meta che, nel suo svolgimento, contribuisce a creare nuove coalizioni sociali e politiche e che si sostanzia maggiormente proprio in fase migratoria.

Calando questo discorso sulla realtà campana e napoletana in particolare, spazio all’interno del quale vive un piccolo (confrontato coi valori di distribuzione nazionale degli immigrati e regionali rispetto a gruppi di altra provenienza) gruppo di immigrati provenienti dall’America latina, ci si chiede dunque se è possibile, anche in questo contesto, parlare di immigrati “latinoamericani”; se esistono le condizioni che permettono a questi stessi immigrati di identificarsi e riconoscersi in un modello identitario comune; e se la riformulazione identitaria, inevitabile per i gruppi deterritorializzati e privati del loro ancoraggio territoriale, avvenga solo in funzione della comune esperienza migratoria e delle difficoltà che essa comporta o, piuttosto, riesca a ritrovare e riproporre valori originari trasportati nel percorso migratorio; se ci sono, e quali sono, le strategie adottate per rivendicare la propria identità come base di un gruppo compatto e come strumento di valorizzazione del soggetto (dell’io-migrante) nei confronti di se stesso, degli altri immigrati e della popolazione locale; ovvero, infine, appurare l’esistenza di una sovra-struttura identitaria che superi le eterogeneità nazionali, facendo di un gruppo tanto disomogeneo una “comunità”.
Per rispondere a queste e altre domande, il saggio Napoli, barrio latino si muove innanzi tutto sul campo, in un necessario lavoro di raccolta dati attraverso un’analisi della presenza latinoamericana a Napoli di tipo qualitativo.

Nota.
(1) Nel suo articolo ¿Unas o varias identidades?, Yúdice, descrivendo il percorso migratorio dei salvadoregni negli Stati Uniti che, dal punto di vista identitario, vengono lentamente inglobati nella macro-categoria dei latinos, riferisce che un grande contributo a questo processo è stato dato dalle stesse istituzioni perché “a partir de la ley de 1965 que estableció cuotas de 20.000 personas por país de origen, los demás inmigrantes latinoamericanos fueron conformando, para las instituciones estatales y sociales, una sola gran panetnicidad”.

Napoli, barrio latino

[Recensione di Fabrizio Lorusso del libro: Napoli, barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli di Maria Rossi, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2011, Qui] Anni di ricerca e di studio sul campo si condensano in Napoli, barrio latino, un testo che apre uno scorcio doveroso, ormai urgente, sulla migrazione latinoamericana in Italia e, in particolare, nel napoletano. Sebbene le regioni maggiormente interessate dal fenomeno migratorio, dall’America Latina e dagli altri paesi, restino la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto, anche la Campania, le Marche e la Sicilia mostrano, in termini assoluti e relativi, cioè in percentuale rispetto alla loro popolazione, un’importanza notevole e crescente della popolazione migrante. Questa non assume solo un significato a livello meramente numerico ma anche e soprattutto in termini economici, sociali e culturali. Maria Rossi ci offre una panoramica completa sulla migrazione e sui migranti, intesi come protagonisti dell’alterità e soggetti identitari e culturali in continua evoluzione che si devono destreggiare tra l’etnocentrismo discriminatorio della comunità ricevente e le spinte all’integrazione e all’appartenenza ad essa, oltre che a quella d’origine. La riformulazione costante dell’identità mista e della loro comunità di riferimento passa dal dialogo con la terra d’origine e con il nuovo insediamento, quindi l’Italia, quindi Napoli e il barrio latino.

A partire dai primi anni settanta, precisamente dal 1973, l’Italia ha sperimentato l’inversione dei flussi migratori diventando un paese che comincia a espellere meno persone di quante non ne riceva: tecnicamente si chiama “saldo migratorio positivo”. La portata di questa rivoluzione, che forse a molti oggi appare come un fatto in qualche modo scontato, si sarebbe compresa solo decenni dopo e rappresenta tuttora una “questione” decifrata muovendo da prospettive sghembe e parziali.

In Latino America le tradizionali mete dell’emigrazione italiana come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e il Venezuela sono diventate espulsori di persone le quali, spesso facilitate dalla vicinanza culturale o dalle origini italiane, tentano il ritorno in Europa via Italia o via Spagna in attesa di una scelta definitiva. D’altro canto non sono questi i flussi che più hanno inciso sull’immigrazione latinoamericana in Italia e in Campania: le comunità più grandi sono, infatti, quelle provenienti dal Perù, dall’Ecuador, dal Brasile, dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia.

Dopo aver definito il quadro teorico e storico dei movimenti migratori e aver definito con precisione i termini della ricerca, quali il gruppo d’indagine e i suoi limiti geografici e temporali, il saggio di Maria Rossi si addentra nel cuore della Napoli delle mille identità. Esplora le interazioni dinamiche tra etnie e nazionalità diverse con l’analisi di tutti gli elementi necessari alla comprensione di quella parte d’umanità che dall’America Latina giunge fino ai nostri quartieri: le strategie d’identificazione, il sistema delle motivazioni, l’ambito della famiglia migrante che evolve al modello transnazionale, il mondo del lavoro con la prevalenza delle donne impiegate e degli “uomini che si arrangiano”, le aspirazioni e il futuro, l’idea del ritorno e il fascino dei progetti di vita nella nuova realtà abitata e vissuta in Italia.

Si aprono anche delle parentesi importanti sulle forme dell’associazionismo latinoamericano a Napoli, sul dislocamento e le forme di vita nei singoli quartieri “latini”, sulla religione e sui fenomeni linguistici. I processi di gerarchizzazione, creazione di status e “italianizzazione” del migrante si legano alla cambiante proporzione e contestualizzazione nell’uso dell’italiano e dello spagnolo (tra i migranti de habla hispana, di lingua materna spagnola) in un gioco dinamico di esclusioni e inclusioni dei membri della comunità più “integrati” rispetto agli altri. E’ più o meno quello che succedeva agli “italiani d’America”. NapoliLibro.JPGTendevano a non usare più la loro lingua materna in pubblico, distorcevano i loro cognomi (o se li vedevano cambiare dalla gente o da qualche burocrate) e, se volevano vantare un buon livello d’integrazione (reale o presunto) nella società locale, dovevano sfoggiare un inglese accettabile, anche di fronte ai propri connazionali. Non importava se questi potevano percepirlo come una forzatura o un atteggiamento un po’ snob. Avrebbero poi compreso perché risultava a volte proficuo nella società d’accoglienza bistrattare l’italiano alla stregua di un dialetto in disuso, un vecchio arnese da dimenticare dinnanzi all’idioma dominante.
Nel barrio latino si raccontano storie, testimonianze di vita e speranza, si raccolgono la fede e le tradizioni, il sincretismo e l’associazionismo vitale dei migranti latini che, come ci racconta una delle voci raccolte e riportate da Maria, “dal punto di vista culturale” non sono tanto diversi. “Il napoletano possiede un po’ della nostra cultura ed è questo che mi spinge a rimanere qui”. Una delle ricchezze del testo è l’aver integrato testimonianze che avvalorano passo a passo l’esperienza e la teoria, il vissuto e la scrittura in esso contenuti. Dagli spaccati di vita in emersione allo stesso linguaggio, con quello spagnolo (o portoghese nel caso dei brasiliani) intercalato nell’italiano che non è la lingua predominante della quotidianità, i racconti degli informanti ci proiettano nel cuore dei problemi.

“Un problema perché acá i documenti…stanno un sacco di ragazzi e ragazze senza documenti che ya son persona che tienen 10, 15 años acá. Hanno perso il documento per motivo che hanno perso il lavoro e la persona che le ha dato il lavoro molte volte le retira il lavoro e il documento non lo fanno più…però son personas che si arrangiano, vendono ropa, fanno pranzi, insomma guadagnano qualcosa. Io suppongo che debieran darle documenti…Perché pagano un affitto e non le possono dare il documento?”.

Un altro elemento d’interesse riguarda il trasferimento delle pratiche religiose del migrante e la sua integrazione nella città di accoglienza che, nel caso delle comunità latinoamericane a Napoli, è favorita dall’associazionismo e dalla relativa compatibilità con le espressioni della religiosità locale. Per esempio il culto al Señor de los milagros, una devozione popolare verso un Cristo particolarmente miracoloso e guaritore molto diffusa in Perù, ha trovato un luogo privilegiato nella Chiesa dei Sette Dolori a Napoli.

La spinta verso l’interculturalità, intesa come fase successiva al multiculturalismo, è una via per l’integrazione e il riconoscimento dei gruppi latinoamericani (e in generale di ogni comunità migrante) e costituisce una delle proposte concrete del saggio. Si auspica il superamento della perniciosa cappa d’indifferenza e frammentazione che, nella maggior parte dei casi, caratterizza la convivenza di etnie e culture diverse, soprattutto in un territorio già carico di criticità e tensioni pregresse. Vincere la paura dell’altro, apprezzare la diversità come patrimonio e non come minaccia, riuscire a “far parte di più culture senza tradire la propria” sono le sfide da raccogliere dentro e fuori dalle ristrette comunità di stranieri, dentro e fuori dai sistemi educativi e dalle istituzioni.

Maria Rossi è dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane e docente a contratto di Letterature Ispanoamericane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Courtesy of www.carmillaonline.com

Berlusconi, anche basta. W il Referendum

La Corte di Cassazione ha deciso di permetterci di votare su tutti i quesiti del Referendum del 12-13 giugno. Benissimo. Nucleare, Acqua e Legittimo Impedimento. All’estero già SI sono cominciate a mandare le schede per posta da qualche giorno e SI spera che la volontà di chi ha già votato non venga vanificata se ci saranno cambiamenti. In teoria non ci dovrebbero essere problemi ma aspettiamo notizia chiare… Ad ogni modo questa mattina ci siamo svegliati in una Città del Messico uggiosa con un sorriso a 32 (e più!) denti per la decisione della Corte e abbiamo tirato un sospiro di sollievo perchétemevamo un altro scippo della democrazia. Invece SI voterà. Il Comitato per il SI in Messico è in festa e così anche l’Italia. Adesso riparte la sfida del Quorum che anche da qui stiamo portando avanti e vi invitiamo a partecipare all’iniziativa Io Voto Si dappertuttomandando una foto, ecco il blog LINK QUI.

Finalmente tra napoletani e milanesi anche all’estero s’è formato un nuovo sodalizio per provare a cambiare. Mentre uscivano i risultati degli spogli elettorali (lunedì mattina, pomeriggio in Italia) c’era aria d’attesa e sono girati tanti Sms tra amici e colleghi fino al momento liberatorio: Pisapia sindaco. De Magistris al 65%.

Dopo gli importanti risultati dei ballottaggi alle amministrative che hanno messo in disparte la paura e il razzismo di partiti come la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania (Sì, Si chiama ancora Così, “roba de mat”), hanno bocciato le amministrazioni targate Pdl e hanno valorizzato il ruolo attivo della gente per aprire nuove opzioni, adesso tocca al referendum, altro passo fondamentale per il cambiamento e per dire a Berlusconi (e non solo a lui, chiaro, ma anche alle sue cricche e alla sua “cultura” populistica-mediatica-modaiola-maschilista che tanto danno sta facendo al paese) “anche basta!”. Diffondiamo e votiamo.

Da: http://latinoamericaexpress.blog.unita.it/berlusconi-anche-basta-w-il-referendum-1.299525

Terre di confine: Monterrey, il Messico e il Forum Universale delle Culture verso Napoli 2013

Di Fabrizio Lorusso da ThinkThanks.It

Nel 2007 la città di Monterrey, situata nel nordest del Messico, sconfisse la concorrenza della giapponese Fukuoka e della sudafricana Durban ed ebbe il privilegio di ospitare la seconda edizione del Forum Universale delle Culture. Questa importante manifestazione internazionale nacque per iniziativa della città di Barcellona che organizzò la prima edizione nel 2004 in collaborazione con l’Unesco. L’idea era quella di poter affrontare mediante il dialogo, il confronto e il rispetto tra i popoli le problematiche generate o esasperate dalla globalizzazione come le ineguaglianze sociali ed economiche, le nuove forme di povertà e dipendenza, le migrazioni di massa e i rapidi cambiamenti culturali che ormai interessano sempre più territori simultaneamente. In questo senso non si poteva scegliere un continente migliore di quello americano e specialmente la sua componente “latina”, la zona più disuguale del pianeta.

I quasi 4 milioni d’abitanti di Monterrey, capitale dello stato del Nuevo Leòn, vengono chiamati regiomontanos o semplicemente los regios e tale aggettivo, motivo d’orgoglio e identità in quella regione, è diventato nel resto del Messico un sinonimo di tirchio, cioè codo in spagnolo. Comunque l’uso concreto del termine non è sempre dispregiativo, ma lascia intravvedere anche un fondo d’invidia e ammirazione per la relativa prosperità e l’immagine moderna e dinamica della città: insomma non solo avari, ma pure e soprattutto industriosi, innovativi e cultori del bel vivere. Monterrey è un simbolo e un riferimento dell’economia rampante, del profondo nord autonomo e danaroso, dei grandi gruppi industriali come Cemex, leader mondiale nella produzione del cemento, e Femsa, prima impresa messicana per le bibite e produttrice della birra Sol, l’eterna rivale della bionda Corona. Le università di Monterrey sono tra le più prestigiose del paese. Per citare i due casi più noti, l’Instituto Tecnològico de Monterrey è un’università privata e rappresenta la punta della formazione imprenditoriale e amministrativa in Latino America mentre la Universidad Autonoma de Nuevo Leon è il più grande e affermato ateneo pubblico del nord del Messico.

La città dà l’idea d’essere sempre in movimento, più vicina agli Stati Uniti (solo due ore di macchina!) che a Città del Messico anche se questa prossimità al “colosso del nord”, agli States, è anche culturale oltre che geografica dato che Monterrey è un nodo commerciale e industriale molto legato all’economia nordamericana e, al contrario del sud del Messico, s’è beneficiato dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994 grazie alla sua vocazione esportatrice di beni e servizi.

Nonostante la sua vitalità e la sua storia Monterrey non è esente dalle stesse drammatiche contraddizioni che affliggono in diverse proporzioni tutte le città dell’America Latina. Proprio per questa ragione è stata coraggiosa e azzeccata la scelta di realizzare il Forum in questa metropoli messicana “di confine” che è un vero e proprio ponte tra due mondi contrapposti, tanto in termini culturali, linguistici e storici come politici ed economici: a sud il caotico, contraddittorio, povero ma sorridente universo latino americano, mentre a nord il regno dello sviluppo, magari troppo idealizzato, e poi la chimera del successo, l’inseguimento dell’american way of life e le opportunità sognate da milioni di migranti centro e sudamericani che attraversano il Rìo Bravo quotidianamente.

Fu una decisione motivata da aspettative rischiose e affascinanti allo stesso tempo, adatta a lanciare un’iniziativa che da sempre si occupa di valorizzare l’esperienza della coesistenza tra i popoli e lo scambio interculturale e che proprio in quell’anno decise di focalizzarsi sulle tematiche della diversità culturale, lo sviluppo sostenibile, le condizioni per la pace e la conoscenza. Quattro assi tematici che in qualche modo stridevano con l’intorno e volevano reagire alle enormi disparità che anche una città prospera come Monterrey presentava e presenta tuttora. Infatti, anche lì, nessun trucco architettonico o televisivo potrà mai nascondere a lungo gli slums, i quartieri popolari al limite della sopravvivenza, lo sfruttamento delle donne nell’industria maquiladora, le battaglie campali tra bande di narcotrafficanti, la presenza inquietante di corpi paramilitari e di autodifesa per le strade, la disoccupazione endemica e la precarietà di un esercito di lavoratori inesistenti, los informales. Tutto questo ci mette di fronte all’altra faccia della frontiera, una linea immaginaria, vicina e permeabile per le merci e per chi ottiene la visa americana, il visto, ma una barriera impenetrabile per tutti gli altri, la maggioranza. Si tratta di una regione che da anni è tra le zone più mortifere dell’America Latina, primi tra tutti i drammatici casi di Ciudad Juarez, Mexicali e Tijuana che dalla fine degli anni novanta hanno declassato nelle cronache e nell’immaginario alcune realtà difficili come San Paolo, Caracas o Medellin.

Inoltre proprio il 2007 ha segnato la scesa in campo dell’esercito nella lotta senza quartiere dichiarata dal presidente del Messico, Felipe Calderòn, contro i cartelli del narcotraffico. In seguito a questa politica di “mano dura” gli scarsi risultati concreti in termini di controllo del territorio, di sequestri di carichi di droga e, in generale, di limitazione del potere dei “narcos” sono stati accompagnati da una serie di terribili “effetti collaterali” quali la militarizzazione di territori e comunità, la violazione sistematica dei diritti umani, l’aumento del consumo interno di doghe leggere e pesanti e, last but not least, l’escalation di violenza direttamente legata a questa guerra, concentrata in alcune regioni del paese soprattutto nel nord (Chihuahua, Sonora, Sinaloa, Durango, Nuevo Leon, Tamaulipas, frontiera con gli USA) e nel centro (Michoacàn, Estado de Mèxico, Morelos), con un saldo di oltre 20mila vittime in tre anni di governo. L’urgenza e la necessità di aprire spazi di discussione in favore di una cultura della pace e della coesistenza tra i popoli era quindi un’operazione auspicabile e fondamentale.

In realtà il Messico considerato nel suo complesso non è più violento (almeno in termini di omicidi e delitti gravi contro la persona) rispetto, per esempio, a 20 anni fa, ma sono in parte cambiate le cause della violenza, oggi più che mai legate ai narcos e al triangolo di complicità politica-polizia-mafie, in particolare lungo la frontiera statunitense. Sono cambiate anche le regioni più colpite dal fenomeno, quindi gli omicidi e le stragi di cui tanto sentiamo parlare in Italia o nello stesso Messico, a causa di una presenza mediatica insistente e sensazionalista, sono concentrati geograficamente in alcune aree e riguardano in maggioranza i membri dei cartelli di trafficanti a tutti i livelli gerarchici e, in misura molto minore, le forze dell’ordine e i militari. Ciò non toglie che la situazione sia sempre più preoccupante e aggravata dalla percezione che la costruzione di un Messico pienamente democratico e pacifico sia un obiettivo irraggiungibile.

Il Forum delle Culture di Monterrey nel 2007 fu un successo e si realizzò durante 50 giorni nel pieno rispetto dello spirito dell’iniziativa con attività artistiche di ogni tipo, esposizioni, conferenze e dibattiti, il tutto secondo un fil rouge che intendeva valorizzare non solo le espressioni culturali di “artisti riconosciuti” ma anche quelle della società civile, della strada e della gente riguardanti le problematiche sociali del villaggio globale. In quell’occasione si riqualificò una zona della periferia cittadina che venne sottratta all’abbandono post-industriale e restituita alla cittadinanza materialmente e simbolicamente con l’intenzione di tracciare un cammino da seguire a tutti i livelli della vita sociale e politica. Infine, come riporta la stessa pagina web del Forum, tanto a Monterrey, come a Valaparaiso in Cile e così anche a Napoli nel 2013 “per costruire la Pace sarà necessario il confronto tra le culture dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe, tra tutte le fedi religiose ed il pensiero laico, tra le molteplici visioni del vivere e dell’abitare”. La sfida è aperta.

DA: http://www.thinkthanks.it/