Archivi tag: il manifesto

Zelaya: «In Honduras la dittatura piace agli Usa» – Intervista con l’ex presidente @ilmanifesto

honduras-proteste[Fabrizio Lorusso, dal quotidiano Il Manifesto del 7 dicembre 2017 – Ascolta qui l’intervista a Giorgio Trucchi nel nostro programma (Avenida Miranda) su RCDC Bologna, corrispondente dall’America centrale che si trova ora in Honduras e spiega tutti i dettagli della situazione] Manuel Zelaya, ex presidente dell’Honduras (2006-2010), venne estromesso dal potere da un colpo di stato nel 2009. Ora coordina «l’Alleanza d’opposizione contro la dittatura», coalizione elettorale di centrosinistra che sostiene il candidato Salvador Nasralla contro José Orlando Hernández, attuale presidente che cerca un secondo mandato col Partito nazionale. Il conteggio finale dei voti espressi il 26 novembre, realizzato dal Tribunale supremo elettorale (Tse), ha dato la vittoria a Hernández col 42,98%, contro il 41.39% del suo rivale, ma dopo una «caduta del sistema informatico» e denunce di brogli, Nasralla, sostenuto dai suoi simpatizzanti nelle piazze, non ha riconosciuto i risultati e ha chiesto di ricontare le schede.

Come interpreta quanto è successo in Honduras dopo il voto del 26 novembre, le falle del sistema, i presunti brogli, le proteste e l’imposizione dello stato di emergenza e del coprifuoco?

Si tratta di un assalto al potere da parte di quelli che già lo hanno assaltato nel 2009, cioè c’è una continuità col golpe.   Continua a leggere

Messico: 3 anni dopo #Ayotzinapa e la notte di #Iguala da @ilmanifesto

ayotzinapa 3 años 3

Alla scuola “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nello stato messicano del Guerrero, si vivono giornate concitate. I due terremoti dell’8 e 19 settembre che hanno sconvolto il centro e il sud del Messico, facendo in totale 450 vittime, hanno obbligato i genitori dei 43 studenti desaparecidos a rivedere i piani e le attività previste a tre anni dalla sparizione forzata dei loro figli.

“Capiamo il vostro dolore perché da tre anni non sappiamo nulla dei nostri 43 figli e sappiamo che i nostri fratelli a Città del Messico ci hanno teso la mano e aperto le porte della città per la nostra battaglia per cui abbiamo deciso di ristrutturare il nostro piano d’azione e sospendere alcune attività che erano state programmate”, recita il comunicato inviato in solidarietà coi terremotati dal Comitato dei genitori di Ayotzinapa. Da un mese a questa parte in tutto il paese i solidali del movimento realizzano attività culturali e di protesta in vista della fatidica data del 26 settembre in cui è prevista la XXXVI Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa, ma l’intensità delle iniziative è diminuita in seguito al sisma che ha paralizzato centri importanti come Puebla, Cuernavaca e Città del Messico e ha catalizzato gli sforzi della gente sulla solidarietà e gli aiuti per le vittime.  Continua a leggere

Terremoto in Messico giorno 2: disperazione, speranza e il caso della bimba Frida @ilmanifesto

frida sofia[Di Fabrizio Lorusso – Quest’articolo è uscito su Il Manifesto del 22 settembre 2017 – Che non sia fermata la organizzazione e la collaborazione popolare. Che non siano usate ancora macchine pesante perché nelle macerie c’è ancora gente (viva e morta).Arrivano intanto i primi aiuti internazionali e le squadre di soccorritori da fuori…. – Mentre questo testo era in fase di chiusura per l’uscita sul quotidiano, veniva confermata dalla Marina e dai mass media messicani l’inesistenza della bambina intrappolata nelle mecerie della scuola “Rébsamen”, Frida Sofia: una vera fake news o un cinico reality show montato probabilmente dalle forze armate e/o dal governo, probabilmente in collusione con la catena Tv Televisa, come già è avvenuto in vari altri casi in passato e come alla fine dell’articolo si suggerisce. Il numero delle vittime è stato aggiornato a 300. Aumentano le voci di denuncia dell’operato del governo e dei militari alla luce di quanto era già successo nel 1985: si cercava di fermare l’organizzazione del popolo per le strade per non far circolare le informazioni e per non far mobilitare i cittadini, eterno incubo dei governi deboli e corrotti che temono la protesta e la denuncia] Dopo il terremoto del 19 settembre in tutto il Messico continua la mobilitazione, specie nella capitale e negli altri stati castigati duramente come il Morelos e Puebla. “Non posso restare a casa, dal terremoto del 1985 c’è qualcosa che non mi fa allontanare e, anche se ho paura come tutti qui, è più forte di me”, dichiara Eddie Arrellano, alias Il Gabbiano, che è un “pensionato” de Los Topos, il mitico gruppo di soccorritori nato dopo l’85.

Continua a leggere

#NarcoGuerra recensito su Le Monde Diplomatique – Il Manifesto

Recensione NarcoGuerra Il Manifesto Le monde diplomatique Geraldina Colotti (Large)Recensione di Geraldina Colotti a NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga su Le Monde Diplomatique, numero di luglio (in edicola con il quotidiano Il Manifesto dal 15 luglio 2015)

Espulso dal Messico il giornalista Gianni Proiettis

16 aprile 2011. Città del Messico. Ci avevano già provato esattamente quattro mesi fa e ora ci sono riusciti. Il giornalista italiano residente nella città meridionale di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, è stato espulso e ieri è dovuto partire per Roma con un volo da Città del Messico alle 7 pm. In base all’articolo 33 della Costituzione messicana il governo, attraverso gli uffici decentrati e i funzionari dell’Istituto Nazionale della Migrazione (INM), ha la facoltà di deportare a suo piacimento (la chiamano “discrezionalità”) le persone indesiderate. E’ una norma che fu pensata all’epoca in cui gli stranieri intervenivano pesantemente nella politica nazionale e in più occasioni (vedi invasioni statunitensi e francesi in Messico) minacciarono concretamente la sovranità e l’indipendenza del paese. Da molti anni ormai viene utilizzato come spauracchio contro i giornalisti, gli attivisti e gli stranieri in generale anche se a volte purtroppo la minaccia si concretizza più facilmente e rapidamente di quanto ci si possa immaginare.

Ieri Giovanni Proiettis, Gianni per gli amici, si è recato agli uffici della Migrazione per rinnovare il suo permesso di soggiorno (FM=Forma Migratoria) così come ha fatto negli ultimi sedici anni in cui ha risieduto legalmente in Messico svolgendo le sue attività di professore universitario, giornalista e cooperante in progetti di sviluppo comunitario in Chiapas, una delle regioni più povere e sfruttate del paese. Non è più uscito da quegli uffici se non per essere deportato nella capitale della regione, Tuxtla Gutiérrez, e poi a Città del Messico qualche ora dopo. Come sempre in questi casi sono molte le violazioni ai diritti dell’uomo perpetrate dai vari funzionari, armati e non, che intervengono nel processo di deportazione fast track. Gianni Proiettis non ha avuto la possibilità di comunicare con parenti, amici e nemmeno con l’ambasciata, ha subito vessazioni e trattamento “inumano e degradante” durante una detenzione illegale ed è stato poi rinchiuso in una cella nella zona periferica di Iztapalapa.

Nonostante un giudice di Tuxtla avesse emesso un’ordinanza (scaricabile qui) che impediva l’espulsione del giornalista e criticava le modalità in cui è stato applicato e interpretato l’articolo 33 costituzionale, non c’è stato nulla da fare perché il documento è arrivato in ritardo alle autorità che in aeroporto avevano già imbarcato Proiettis. Sua moglie ha dichiarato ai giornalisti di NarcoNews che non c’era stato nulla di anomalo negli ultimi 4 mesi, nessun segnale che preannunciasse questa decisione arbitraria e ingiustificata come sostiene anche lo stesso atto giudiziario emesso a Tuxtla in difesa dell’italiano. Già il dicembre scorso Proiettis era stato oggetto di un tentativo d’espulsione – inizialmente si disse che fu a causa della sua partecipazione al summit sul cambio climatico di Cancun – che fu sventato anche grazie alla pronta reazione della stampa e all’intervento dei media indipendenti in difesa della libertà di pensiero ed espressione.

Da anni le attività del giornalista italiano, impegnato in un progetto di eco-turismo nella cittadina di Venustiano Carranza, non sono gradite all’autorità e al governatore del PRD (Partido Revolución Democrática), Juán Sabines. Stesso discorso per i suoi articoli di denuncia sull’operato delle imprese multinazionali minerarie nella regione: in particolare, un’intervista del 23 gennaio 2010 con il padre del leader sindacale Mariano Abarca, assassinato nel novembre 2009, risultò particolarmente scomoda per la compagnia mineraria canadese Blackfire Exploration Ltd e i funzionari statali che ne difendono gli affari. A dicembre il governo del Chiapas e l’INM dovettero ripiegare in modo rocambolesco e, dopo aver cambiato più volte i capi d’imputazione contro Proiettis, arrivando perfino a inventare accuse per spaccio di droga, porsero ufficialmente le proprie scuse per quanto era accaduto. Evidentemente si trattava di un bluff e di una tregua momentanea in attesa di una nuova rappresaglia che è arrivata puntuale allo scoccare del quarto mese. Altri dettagli interessanti sul caso dalla rivista Proceso QUI.

Di Fabrizio Lorusso

Articoli Matteo Dean per Il Manifesto

Ipocrisia ambientale in Messico

10 giugno 20112 commenti

Lottare contro il cambiamento climatico «tocca a tutti, in proporzione differente certo, ma tocca a tutti perché (noi paesi “poveri”) siamo i più colpiti». Con queste parole, il presidente messicano Felipe Calderón ha inaugurato la cerimonia di celebrazione della Giornata mondiale dell’ambiente dello scorso 5 giugno. E, incitando i presenti «ad accelerare il passo» in tale direzione, ha continuato: «Il Messico ha rotto il paradigma e il pregiudizio secondo i quali la lotta per frenare il cambiamento climatico è solo una questione dei paesi sviluppati». Calderón ha inoltre criticato coloro che «nell’ambito internazionale prendono decisione senza la consapevolezza del cambiamento climatico, nonostante le tragedie causate dall’aumento di inondazioni, uragani e tornado». Infine, orgoglioso, ha aggiunto: «Il governo (messicano) va nella giusta direzione nella difesa dell’ambiente: in dieci anni, dal 1990 al 2000, si perdevano 350 mila ettari di boschi all’anno; oggi se ne perdono solo (sic) 155 mila».
Belle parole: mentre il presidente parlava così però, il Messico di sotto, quello delle comunità indigene e della popolazione delle aree rurali messicane, continuava a vivere un’altra realtà. Il 2 giugno, per esempio, il Comitato «Salviamo Temacapulín, Acasico y Palmarejo», che si oppone ormai da diversi anni alla costruzione della diga El Zapotillo nello stato occidentale di Jalisco, ha ricevuto un colpo importante alla sua battaglia. La diga, prevista sul Rio Verde, allagherà circa 12mila ettari di terre nelle tre municipalità citate, costringendo a evacuare oltre mille abitanti permanenti e altri 3.000 stagionali. Dopo anni di scontro – anche fisico – tra le comunità colpite dal progetto e le autorità messicane dei diversi livelli di governo, era riuscito a istituire un tavolo di dialogo. Difficile per le continue pressioni, ma pur sempre un dialogo. E invece, inaspettatamente, il 2 giugno, tre giorni prima che Calderón rivendicasse la «giusta direzione» verso cui si muove la politica ambientale messicana, il ministero degli interni ha sospeso il dialogo. «Il progetto El Zapotillo si farà», non ci son santi. In barba non solo alle rimostranze delle comunità colpite, ma soprattutto dei danni ambientali previsti da numerosi studi realizzati in merito.
Allo stesso tempo, è scoppiata l’ennesima protesta contro l’industria mineraria, principalmente in mano delle imprese multinazionali canadesi. Le comunità indigene huicholes, del nord del paese, riunite nel Fronte di Difesa Wirikuta Taamatsima Waaha, esigono l’immediata cancellazione dei 22 permessi concessi dallo Stato messicano all’impresa First Majestic Silver Corp. I permessi, denunciano gli indigeni, permettono all’impresa canadese l’esplorazione e lo sfruttamento «a cielo aperto», pratica industriale mineraria che ha abbondantemente dimostrato la sua capacità distruttiva non solo di ampi territori ma anche delle risorse – soprattutto idriche – che vi si trovano.
Ed allora, vale la pena ricordare quanto si diceva in Messico qualche mese fa, giustamente prima della riunione di Cancún. Andrés Barreda, accademico dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e membro dell’Assemblea Nazionale Vittime Ambientali, diceva che «in Messico il vantaggio competitivo sul piano degli investimenti stranieri non è più il salario. Su questo, la Cina ci batte ampiamente. Piuttosto si tratta della deregulation ambientale». La possibilità di poter inquinare e distruggere l’ambiente senza limite alcuno, è una condizione che non ha prezzo. Dighe, miniere, ma anche industria chimica e agroindustria dilagano senza limite alcuno nel paese. È questa la «giusta direzione» di cui parla il governo messicano?

L’Enel e i maya del Quichè

26 maggio 2011Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 26 maggio 2011.
___________

Ne avevamo già parlato, ma forse vale la pena tornarci. Si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia.
La presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso). Forse è bene ricordare che questa regione è stata per oltre trent’anni teatro di scorribande dello stesso esercito, che ha seminato il terrore durante guerra civile che ha attraversato il paese. È evidente che la presenza armata di questi mesi ricorda troppo da vicino le «prassi» messe al bando dal Trattato di Pace firmato nel 1996. Tra l’altro, molta del’opposizione ruota attorno alla comunità maya ixil di San Felipe Chenla e alle terre che l’Enel ha acquisito da un proprietario terriero locale, Pedro Broll, che però aveva incamerato quelle terre proprio grazie alla guerra civile…
Sull’altro fronte, il ruolo giocato dall’attuale ambasciatore italiano nel paese, Mainardo Benardelli, è registrato almeno dal marzo scorso. In un comunicato diffuso dalle comunità maya si legge testualmente che il signor ambasciatore, assieme al signor Alain Wormser dell’Egp, «ha chiesto alle Autorità Ancestrali di presentarsi nei suoi uffici per far conoscere loro la situazione, tuttavia, mentre richiedevano questo dialogo, facevano pressione sul governo del Guatemala affinché il Presidente della Repubblica ordinasse la repressione» delle comunità. Altre testimonianze ci dicono inoltre di «visite personali» di Benardelli presso diversi protagonisti della protesta. In una di queste visite, l’ambasciatore avrebbe suggerito di non usare il termine «genocidio», ma piuttosto di sostenere l’esistenza di «difficoltà di comunicazione con le comunità o un disaccordo da parte di alcune persone».
In questo scenario, all’inizio di maggio le parti sembrano aver ripreso il dialogo, anche se gli indigeni denunciano di nuovo pressioni da parte dell’impresa e del governo. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato il furto dei timbri del «sindaco ausiliare indigeno» da apporre su presunti documenti di accettazione delle proposte dell’impresa, furto che diverse fonti attribuiscono a «lavoratori dell’Egp». Qualcuno continua dunque a giocare sporco, nonostante sia evidente che le comunità locali non stiano preparando la rivoluzione: vogliono solo essere consultate su un progetto che ha un impatto diretto sulla loro vita, secondo quanto disposto dall’articolo 6 Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e poter cogestire le risorse naturali del proprio territorio (articolo 15). Nulla di più. C’è da chiedersi se l’Enel – ed i governi guatemalteco e italiano dietro a lei – abbia intenzione di rispettare questo diritto. Le comunità locali un compromesso han dimostrato di volerlo accettare – chiedendo, per esempio, che il 20 per cento delle entrate del progetto sia gestito autonomamente dalla comunità stesse. Egp dice che la sua missione è produrre energia pulita. E anche se è discutibile il fatto che l’energia idroelettrica sia realmente «ecologica», il problema è un altro: è pulita un’energia la cui produzione si macchia di sangue indigeno?

Acqua “privata” in Messico

18 maggio 20111 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 18 maggio 2011.
___________

Inondazioni e siccità, questo il maggior contrasto ecologico di Città del Messico. Una metropoli con oltre venti milioni di abitanti – se comprendiamo tutta la macchia urbana – che vive questa alternanza fin troppo concreta. Certo, nonostante il cambiamento climatico che anche qui fa sentire tutti i suoi effetti, l’alternanza tra stagione delle piogge – prossima ad iniziare – e stagione «secca» continua ad esistere.
A complicare le cose, c’è il pessimo sistema di distribuzione delle acque nella valle che ospita la capitale messicana. Ma non solo: vi è pure la noncuranza o, meglio detto, l’interesse della classe politica. Solo poche settimane prima del vertice dell’Onu sul clima a Cancún (la sedicesima Conferenza delle parti sul Cambiamento Climatico, o COP16), il governo di Città del Messico, guidato da un centrosinistra ormai proiettato verso le elezioni presidenziali del 2012, aveva ospitato il Consiglio Mondiale dei Sindaci sul Cambiamento Climatico.
Dalla riunione era sorto il Patto di Città del Messico, in cui i rappresentanti politici s’impegnavano ad adottare misure autonome e «cittadine» per la riduzione dei gas serra. Tra queste misure vi è quella di «sviluppare strategie locali di adattamento per far fronte alle ripercussioni locali del cambiamento climatico, applicando misure per migliorare la qualità della vita dei poveri nelle aree urbane» (punto tre del Patto). Dev’essere per questa ragione che il sindaco-governatore di Città del Messico, il «presidenziabile» Marcelo Ebrad, ha recentemente promosso la possibilità di privatizzare l’acqua nella capitale da lui governata, incapace di comprendere il concetto di «beni comuni» pur premiato in passato con il Nobel.
Il 16 febbraio scorso dunque l’esecutivo locale ha inviato una proposta di legge con cui cerca di trasformare l’attuale ufficio amministrativo «Sistema delle Acque di Città del Messico» (SACM) in un’impresa parastatale con autonomia finanziaria e di gestione. L’idea, argomenta il governo, è quella di rendere più efficiente il servizio, ora soggetto ai capricci del Ministero delle Finanze e alla burocrazia locale.
Argomenti plausibili, ma che la cittadinanza conosce bene per averli ascoltati ogni volta che un’impresa o servizio pubblico sono passati a mano privata. Tra le facoltà che la nuova legge darebbe al Sacm vi è quella di vendere determinate quantità d’acqua ai privati perché questi, a loro volta, la rivendano all’utente finale; quella di permettere ai privati di partecipare nella costruzione di infrastrutture utili al servizio; quella, infine, di stabilire le tariffe del servizio svincolandosi dall’attuale controllo esercitato dal parlamento locale.
Le voci contrarie, denunciando l’imminente privatizzazione del servizio pubblico e dell’acqua, si sono immediatamente fatte sentire. E il governo ha dovuto frenare, suggerendo che la «patata bollente» è ora in mano del potere legislativo, già in preda alle pressioni dei settori privati – interessati al nuovo affare – e della società civile.
Ma mentre a Città del Messico il dibattito appena comincia e probabilmente riuscirà a limitare i danni di un’iniziativa legislativa dai chiari contorni elettorali, nel vicino Stato del Messico – che comprende buona parte della cosiddetta «area metropolitana» e dove governa l’altro possibile candidato presidenziale, Enrique Peña – la privatizzazione è già un fatto. Il 27 aprile il parlamento locale ha approvato la nuova Legge dell’Acqua che permette al governo di dare in concessione il servizio di distribuzione, raccolta e riciclaggio dell’acqua. Con buona pace del «patto di Città del Messico» e delle belle parole di Cancun.

Pace con Giustizia. Dopo i 40.000 morti di una guerra insensata e perduta

10 maggio 2011Lascia un commento

Facendo clic sull’immagine, puoi ampliarla e leggere gli articoli apparsi sull’edzione dell’10 maggio 2011 de Il Manifesto relativi alla Marcia per la Pace con Giustizia e Dignità dell’8 maggio precedente.

Messico atomico

4 maggio 20112 commenti

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 04 maggio 2011.
___________
Il disastro nucleare che sta avvenendo in Giappone ha risvegliato, anche in Messico, il dibattito circa l’opportunità o meno di insistere sulla generazione di energia attraverso l’uso della risorsa nucleare. Attualmente in Messico circa il quattro per cento della produzione elettrica nazionale si realizza attraverso la centrale nucleare di Laguna Verde, situata sulla costa del Golfo del Messico, nei pressi del rinomato porto di Veracruz. Costruita negli anni 80, la centrale messicana ha cominciato a far funzionare il suo primo reattore nel 1990 per poi aggiungervi un secondo reattore qualche anno dopo.
Sebbene poche ore dopo il disastro nipponico, il governo si sia impegnato a sostenere che una eventualità simile non potrebbe mai accadere nella sismica terra messicana, il dubbio si fa largo, e diversi settori della società hanno cominciato a storcere il naso davanti all’ipotesi presentata solo pochi mesi prima dallo stesso governo: quella di attingere al nucleare quale nuova e ricca fonte energetica. Nel mese di dicembre appena passato, il governo messicano, anfitrione della Conferenza sul Cambiamento Climatico di Cancun (la famigerata COP16), aveva molto vantato la decisione di ridurre unilateralmente le emissioni di gas a effetto serra ricorrendo all’uso di «energie pulite».
Poche settimane dopo, lontano dallo sguardo indiscreto degli osservatori internazionali e con la presenza del solo pubblico (esperto) locale, l’impresa parastatale Commissione Federale di Elettricità (Cfe) e il Ministero dell’Energia presentavano pomposamente la Strategia Nazionale Energetica 2011-2025 che consiste nell’aumentare la produzione “pulita” di energia sino a un 35 per centro del totale nella data limite stabilita. Peccato che Georgina Kessel, attuale ministra dell’energia, includa tra le energie pulite appunto il nucleare. Certo, il 16 marzo una folta schiera di attivisti ambientalisti, accompagnati da uno sparuto gruppo di «esperti» del settore, aveva immediatamente chiesto al governo una revisione dell’attuale impianto di Laguna Verde e la messa in discussione del ambiziosa Strategia Nazionale già presentata.
Ma mentre nel mondo l’energia nucleare subisce un freno importante, in Messico le cose vanno avanti. Segno ne è la conferma della Strategia Energetica Nazionale, che ha visto un primo passo nell’annunciata intenzione di «rafforzare» la produzione di Laguna Verde di un 20 per cento grazie a due contratti firmati dalla Cfe con le multinazionali Iberdrola (Spagna) e Alstom (Francia).
Non solo: un altro segnale è l’intervento di voci importanti in campo scientifico a sostenere la necessità di ridurre l’emissione dei «gas di serra» e della dipendenza da combustibili fossili utilizzando l’atomo. Tra questi il messicano Mario Molina, premio Nobel della Chimica nel 1995, che il 5 aprile scorso ha dichiarato che in fondo la tragedia giapponese, pur essendo «un incidente molto serio», è comunque una sciagura «abbastanza locale» e quindi i messicani non devono preoccuparsi. Anzi, sostiene il Nobel messicano, «l’energia nucleare deve continuare ad essere una delle nostre opzioni perché sappiamo che con le tecnologie moderne i rischi (di incidenti) possono essere ridotti enormemente».
Neanche l’anniversario della tragedia di Chernobyl ha aiutato la diffusione del messaggio lanciato dagli ecologisti. In Messico l’energia nucleare è un futuro possibile e senza referendum tra i piedi giacché nella legge messicana non esiste. Con quali soldi, non si sa. Con quali imprese coinvolte, neanche. L’importante è che il progetto vada avanti… a tutto atomo.

Messico in fiamme

22 aprile 2011Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 22 aprile 2011.
___________

Il Messico brucia in queste settimane. Non si tratta solo dell’incendio sociale provocato dall’insana e perversa «guerra al narco» che confronta governo e cartelli in un conflitto ogni giorno più cruento che sta metaforicamente bruciando gli ultimi legami sociali ancora esistenti nel paese. Si tratta invece di vero e proprio fuoco. Ormai da oltre un mese – dal 17 marzo scorso – lo stato settentrionale di Coahuila, confinante con gli Stati Uniti è in fiamme. Un enorme incendio, cominciato ufficialmente a causa di due fulmini improvvisi, che si starebbe alimentando grazie alle condizioni favorevoli causate da oltre sette mesi di aridità diffusa.

Al momento di scrivere queste linee, sarebbero ormai oltre duecentomila gli ettari andati in fumo solo in questa zona. Almeno mille – cifra «storica», dice il governo – tra uomini della protezione civile, dell’Esercito e volontari di diversa provenienza stanno provando a soffocare le fiamme. A soccorrerli, non solo elicotteri ed aerei del governo messicano, ma anche mezzi aerei – tra cui un Boeing 747 – provenienti dagli Stati Uniti. Eppure, le fiamme non si spengono. Il forte vento ma anche le elevate temperature – fino a 40 gradi centigradi – di queste settimane non aiutano. Recentemente, l’imprenditore statunitense Jerry Faubert, proprietario dell’impresa AirLInk specializzata nel soffocare incendi, ha dichiarato: «È il fuoco perfetto, c’è di tutto, combustibile, vento e caldo ed è impossibile spegnerlo». Ed ha aggiunto: «Possono – i messicani – sperare di controllarlo per minimizzare i danni che causa all’ambiente ed alle infrastrutture, però non lo spegneranno, solo Dio lo può spegnere, nessun altro». Esagerato? Forse, il tempo lo dirà. Quel che è certo è che degli incendi registrati quest’anno che, secondo dati ufficiali, avrebbero già bruciato il 58 per cento del totale di ettari bruciati nel 2010, solo l’un per cento si dovrebbe a «cause naturali». Il resto, a cause «umane»: attività agricole, attività agricole «illecite» (narcotraffico?), focolari di villeggianti, soprattutto.

Intanto, a dare il segno dei tempi vi è anche un’altra emergenza: le radiazioni ultraviolette, che non infiammano nulla, ma bruciano la pelle dei cittadini di Città del Messico. L’allarme è di poche settimane fa: il caldo straordinario di questi giorni sarebbe accompagnato dall’elevata intensità radiale dei raggi UV. Per diversi giorni, la capitale messicana ha raggiunto il livello 12 (di 15 massimi) di esposizione ai raggi UV che corrisponde ufficialmente al livello narrativo «estremamente alto». E quindi, nonostante i quasi trenta gradi all’ombra che registra la capitale messicana, è bene coprirsi con vestiti dalle maniche lunghe. O, meglio ancora, non esporsi in modo prolungato alla luce solare. Pena, non solo una repentina abbronzatura (o scottatura), ma il rischio serio di futuri tumori.

Pochi ci hanno fatto caso, ma mentre l’emergenza solare occupava le pagine dei giornali locali, a Vienna, la Organizzazione Metereologica Mondiale (Omm) dell’Onu ha emesso un comunicato lo scorso 5 aprile in cui avverte che «la diminuzione dello scudo d’ozono ha raggiunto livelli senza precedenti nell’Artico questa primavera a causa dei gas presenti nell’atmosfera e delle temperature estremamente basse dell’inverso appena trascorso». La Omm afferma che quest’inverno vi è stata una perdita di ozono vicina al 40 per cento, cifra che costituisce un record assoluto. Caldo e radiazioni dunque e il Messico brucia. Tutta una coincidenza?

La libertà sindacale in cerca di difesa

30 ottobre 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 30 ottobre 2009
___________
Gli ostacoli affrontati dai lavoratori per organizzarsi liberamente, la repressione e i licenziamenti che sono conseguenze quando provano a farlo; l’intromissione delle autorità del lavoro nell’autonomia sindacale, e la politica del governo messicano che punta a distruggere il sindacalismo democratico: tutto questo era al centro del Tribunale internazionale sulla libertà sindacale tenuto a Città del Messico questa settimana – nel bel mezzo delle proteste per il caso degli elettricisti messicani.
Lanciato da una vasta rete di organizzazioni sindacali messicane, la giuria internazionale del Tribunale esprimerà un verdetto sulla «salute» della libertà d’associazione e d’organizzazione sindacale in Messico. A pochi mesi dal 50º anniversario della Convenzione 87 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), quella che garantisce la libertà d’organizzazione per i lavoratori, il Tribunale apre i suoi lavori proprio in una fase di assoluta precarietà di questo fondamentale diritto dei lavoratori. Gli organizzatori, nel presentare le testimonianze dell’accusa, hanno sottolineato «l’ironia di questo paradosso»: il governo messicano, hanno spiegato, «ha firmato la Convenzione 87 dell’Oil e all’estero pontifica sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sulla libertà sindacale, ma qui, a casa sua, spazza via sindacati e impedisce con la legge o con la forza l’organizzazione dei lavoratori».
A questa prima sessione ne seguirà la prossima primavera una seconda, e definitiva, che emetterà il verdetto su almeno 15 casi presentati. Tra questi, attualissimo il caso del Sindacato Messicano degli Elettricisti, che non solo ha perso da un giorno all’altro la propria materia lavorativa per decreto presidenziale, ma a cui solo pochi giorni prima, il ministro del lavoro aveva rifiutato il riconoscimento ufficiale. Vi è poi il caso del Sindacato nazionale dei maestri, la cui Sezione 9 – i 60.000 maestri di Città del Messico – è vittima delle complicità tra dirigenza nazionale corrotta e autorità governative. Segue il caso dei minatori, da oltre due anni in sciopero per il mancato riconoscimento ufficiale del Segretario generale da loro democraticamente eletto. O quello dei tecnici e ingegneri della compagnia petrolifera di stato, Pemex, da oltre 15 anni in lotta perché gli si riconosca il sindacato autonomo. Vi è anche il caso dei lavoratori che producono le bottiglie della birra Corona: anche a loro le autorità, in accordo con l’impresa multinazionale Modelo, nega il riconoscimento del sindacato costituito democraticamente. Infine, i casi di alcune Università private, del servizio sanitario nazionale e alcuni lavoratori del settore pubblico.
Una lista lunga, ma che potrebbe allungarsi quasi all’infinito, tanti sono i casi di cui si potrebbe parlare. Un’assenza importante è quella dei lavoratori dell’industria maquiladora, ovvero l’industria d’assemblaggio alla frontiera con gli Usa. Dicono gli organizzatori che quello è un caso estremo: «se esci dalla fabbrica per fare attivismo sindacale, sei già licenziato». Ma non unico: anche ai lavoratori della Vaqueros Navarra, del centro del paese, che produce jeans per Levi’s e Gap, è negato il diritto d’associazione.
Il Tribunale Internazionale, una sorta di Tribunale dei Popoli con un taglio decisamente sindacale, ha ascoltato il collegio di «pubblici ministeri» che la mattina di lunedì ha consegnato alla giuria la documentazione su decine di casi. È poi toccato a ognuno dei pm presentare caso per caso con l’aiuto di numerosi lavoratori, per un giorno trasformati in testimoni della repressione sofferta sulla propria pelle.
A fine aprile del prossimo anno, in coincidenza con il primo maggio, la giuria dovrà emettere la sentenza contro i chiamati in causa: governo e diverse imprese, messicane e straniere. E nonostante fossero state convocate, la parti accusate non si sono presentate, in chiaro disprezzo della giuria che li aveva convocati.
Tra gli illustri membri della giuria, lo storico canadese James Cockroft, l’avvocato spagnolo Martha Olmo, il Segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani Luis Guillermo Perez, la cubana Lydia Guevara dell’Associazione Latinoamericana di Avvocati del Lavoro (Alal); e tra i messicani, la senatrice e attivista per i diritti umani Rosario Ibarra de Piedra, il riconosciuto sacerdote per i diritti umani, Miguel Concha, e il giornalista più premiato e prestigioso del paese, Miguel Angel Granados Chapa.

Messico: Gianni Proiettis arrestato in Chiapas, ora rilasciato

Leggi la cronaca della nottata di ieri…

da La Jornada – Venerdì 17 Dicembre 2010

Gianni Proiettis denuncia che il suo fermo è un “attentato contro la libertà di stampa”

Fermato in Chiapas per “confusione” un giornalista di origine italiana, già rilasciato

La Polizia statale aveva accusato il docente universitario anche di possesso di marijuana

Elio Henríquez. San Cristóbal de Las Casas, Chis., 16 dicembre. Gianni Proiettis, collaboratore del quotidiano italiano Il Manifesto e professore universitario dell’Università Autonoma del Chiapas (Unach), la mattina di oggi è stato fermato da poliziotti statali con l’accusa di possesso di marijuana, ma nove ore dopo è stato liberato dicendo che si è trattato di “confusione”.

Il giornalista di origine italiana ha dichiarato che il suo fermo rappresenta un “attentato contro la libertà”, perché è sicuro di essere stato fermato per aver scritto alcuni articoli critici contro le autorità federali.

Intervistato per telefono dopo essere stato liberato, poco prima delle ore 22, Proiettis ha raccontato che intorno alle 11.30 era uscito di casa nel quartiere di Cuxtitali “per comprare delle sigarette e mi hanno afferrato tre civili con le pistole; mi hanno caricato su un’auto senza dirmi che erano poliziotti statali; l’ho saputo dopo”.

Ha aggiunto che i poliziotti non l’hanno nemmeno informato di cosa fosse accusato e l’hanno portato nella sezione antidroga con sede a Tuxtla Gutiérrez, dove è rimasto isolate per diverse ore.

Ha raccontato che un’ora prima di essere liberato gli hanno detto che era accusato “di avere uno spinello (sic) di marijuana, cosa non vera. Mi hanno fatto questa accusa falsa. E’ stato solo in Procura che ho saputo di cosa mi accusavano di avere una piccola bustina, che se anche fosse stata mia era assurdo, ma non era neppure mia”.

Dal 1993 Proiettis insegna antropologia alla Facoltà di Scienze Sociali della Unach, con sede in questa città, e dal 1994 quando insorse pubblicamente l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, collabora con Il Manifesto.

“Vedo la mia detenzione come un attentato alla libertà di stampa. Sicuramente quello che ho scritto non è piaciuto a qualche politico. Credo che sia questa la ragione di fondo del mio fermo, non vedo altra ragione”, ha aggiunto.

Ricorda che nei suoi recenti articoli ha trattato il tema del narcotraffico in Messico, cosa che irrita “particolarmente il governo federale”, e recentemente ha coperto il forum sui cambiamenti climatici di Cancun, Quintana Roo.

Sostiene che i poliziotti non lo hanno picchiato né maltrattato, “ma al momento di entrare nel veicolo mi hanno minacciato con una pistola e mi hanno infilato un cappuccio in testa, ma nient’altro di particolare”.

E’ stato liberato intorno alle 21.30, dopo che Mónica Mendoza Domínguez, segretaria particolare del vice-procuratore generale di Giustizia dello stato, Jorge Culebro Damas, gli ha detto che si era trattato di una “confusione” e gli ha offerto le proprie scuse.

A Città del Messico, l’Istituto Nazionale di Migrazione ha confermato che “non ha citato né ha fermato” Gianni Proiettis.

Ha detto di non avere informazioni e che, eventualmente, questa responsabilità sarebbe delle procure statale e Generale della Repubblica, perché fino alla notte di questo giovedì la Migrazione non aveva partecipato a nessun operativo.

Con informazioni di Fabiola Martínez

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)


 

Arrestato in Chiapas, Messico, il giornalista italiano Gianni Proiettis

Città del Messico, 16 dicembre 2010. Il giornalista e professore universitario italiano Gianni Proiettis, collaboratore de Il Manifesto e Liberation e residente da 17 anni a San Cristobal de las Casas (Chiapas), è stato incarcerato e sarebbe sotto minaccia d’espulsione dal Messico per aver partecipato alla COP16, la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambio climatico da poco conclusasi a Cancun. La notizia del suo arresto, riportata da NarcoNews e da fonti locali, è arrivata questo pomeriggio.

Il giornalista è stato arrestato alle ore 13 a pochi metri dalla sua abitazione da tre uomini in divisa della polizia statale del Chiapas ed è stato immediatamente deportato a Tuxla Gutierrez, il capoluogo. Secondo alcuni testimoni l’arresto sarebbe stato effettuato da uomini senza divisa e con un auto priva di targa con le modalità del sequestro di persona. Proiettis sarebbe ora in attesa di nuovi capi d’imputazione dopo che, in un primo momento, gli sarebbe stata paventata l’applicazione dell’articolo 33 costituzionale per il suo impegno a Cancun che era, però, di tipo professionale come inviato per media italiani.

La possibilità d’espulsione per direttissima esiste in Messico in base all’articolo 33 della Costituzione e funziona come una decisione esecutiva e inappellabile che procede ad espellere qualunque straniero ritenuto persona indesiderata: è un articolo che si presta evidentemente a un uso altamente discrezionale e motivato prevalentemente da ragioni politici.

Gianni Proiettis si  dedica da anni a un progetto di eco-turismo nella cittadina di Venustiano Carranza, in Chiapas, dove esistono gravi conflitti tra il governo regionale, attualmente retto da Jaime Sabines del PRD (Partido Revolucion Democratica) e la popolazione locale. Inoltre Proiettis è autore di vari reportage di denuncia sull’operato delle imprese multinazionali del settore minerario in Chiapas: in particolare, un’intervista del 23 gennaio 2010 con il padre del leader sindacale Mariano Abarca, assassinato nel novembre 2009, risultò particolarmente sgradita alla compagnia mineraria canadese Blackfire Exploration Ltd e ai funzionari statali che ne defendono gli affari.

Dato che i poliziotti che hanno trattenuto Proiettis erano del Chiapas e non federali e, inoltre, i giornalisti presenti alla COP16 di Cancun erano centinaia, sia messicani che stranieri, sembra improbabile che il vero motivo dell’incarceramento sia quello presentato inizialmente. Infatti in serata il capo d’imputazione sarebbe stato cambiato (o piuttosto, definito) in “narcomenudeo”, cioè spaccio di droga. Secondo le testimonianza di alcuni vicini di casa (che hanno già sporto denuncia a un’associazione per la difesa dei diritti umani) un furgone ha atteso che Proiettis uscisse durante tutta la mattinata e, quando il giornalista si trovava fuori casa, un bambino con una busta piena di cocaina l’ha lasciata tra le sue mani per permettere alla polizia di arrestarlo. Non sarebbe il primo caso in Messico.

Gli attacchi alla libertà di stampa e ai giornalisti in Messico, soprattutto nei territori “in tensione” come il Chiapas, Oaxaca e la frontiera con gli Usa, sono il pane quotidiano e quindi potremmo trovarci di fronte a un altro caso di violazione delle garanzie individuali ai danni di Gianni Proiettis. Secondo gli ultimi aggiornamenti, pare che siano in corso gli accertamenti per permettere la liberazione del giornalista italiano tra questa sera e domani mattina.

Ultima.

Ore 22.30. Gianni è libero e sulla via del ritorno da Tuxla a San Cristobal !

Questo blog è in attesa di nuove notizie da San Cristobal per avere il quadro completo della situazione e capire che cosa sia successo nei dettagli in questa convulsa vicenda.