Articoli Matteo Dean per Il Manifesto

Ipocrisia ambientale in Messico

10 giugno 20112 commenti

Lottare contro il cambiamento climatico «tocca a tutti, in proporzione differente certo, ma tocca a tutti perché (noi paesi “poveri”) siamo i più colpiti». Con queste parole, il presidente messicano Felipe Calderón ha inaugurato la cerimonia di celebrazione della Giornata mondiale dell’ambiente dello scorso 5 giugno. E, incitando i presenti «ad accelerare il passo» in tale direzione, ha continuato: «Il Messico ha rotto il paradigma e il pregiudizio secondo i quali la lotta per frenare il cambiamento climatico è solo una questione dei paesi sviluppati». Calderón ha inoltre criticato coloro che «nell’ambito internazionale prendono decisione senza la consapevolezza del cambiamento climatico, nonostante le tragedie causate dall’aumento di inondazioni, uragani e tornado». Infine, orgoglioso, ha aggiunto: «Il governo (messicano) va nella giusta direzione nella difesa dell’ambiente: in dieci anni, dal 1990 al 2000, si perdevano 350 mila ettari di boschi all’anno; oggi se ne perdono solo (sic) 155 mila».
Belle parole: mentre il presidente parlava così però, il Messico di sotto, quello delle comunità indigene e della popolazione delle aree rurali messicane, continuava a vivere un’altra realtà. Il 2 giugno, per esempio, il Comitato «Salviamo Temacapulín, Acasico y Palmarejo», che si oppone ormai da diversi anni alla costruzione della diga El Zapotillo nello stato occidentale di Jalisco, ha ricevuto un colpo importante alla sua battaglia. La diga, prevista sul Rio Verde, allagherà circa 12mila ettari di terre nelle tre municipalità citate, costringendo a evacuare oltre mille abitanti permanenti e altri 3.000 stagionali. Dopo anni di scontro – anche fisico – tra le comunità colpite dal progetto e le autorità messicane dei diversi livelli di governo, era riuscito a istituire un tavolo di dialogo. Difficile per le continue pressioni, ma pur sempre un dialogo. E invece, inaspettatamente, il 2 giugno, tre giorni prima che Calderón rivendicasse la «giusta direzione» verso cui si muove la politica ambientale messicana, il ministero degli interni ha sospeso il dialogo. «Il progetto El Zapotillo si farà», non ci son santi. In barba non solo alle rimostranze delle comunità colpite, ma soprattutto dei danni ambientali previsti da numerosi studi realizzati in merito.
Allo stesso tempo, è scoppiata l’ennesima protesta contro l’industria mineraria, principalmente in mano delle imprese multinazionali canadesi. Le comunità indigene huicholes, del nord del paese, riunite nel Fronte di Difesa Wirikuta Taamatsima Waaha, esigono l’immediata cancellazione dei 22 permessi concessi dallo Stato messicano all’impresa First Majestic Silver Corp. I permessi, denunciano gli indigeni, permettono all’impresa canadese l’esplorazione e lo sfruttamento «a cielo aperto», pratica industriale mineraria che ha abbondantemente dimostrato la sua capacità distruttiva non solo di ampi territori ma anche delle risorse – soprattutto idriche – che vi si trovano.
Ed allora, vale la pena ricordare quanto si diceva in Messico qualche mese fa, giustamente prima della riunione di Cancún. Andrés Barreda, accademico dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e membro dell’Assemblea Nazionale Vittime Ambientali, diceva che «in Messico il vantaggio competitivo sul piano degli investimenti stranieri non è più il salario. Su questo, la Cina ci batte ampiamente. Piuttosto si tratta della deregulation ambientale». La possibilità di poter inquinare e distruggere l’ambiente senza limite alcuno, è una condizione che non ha prezzo. Dighe, miniere, ma anche industria chimica e agroindustria dilagano senza limite alcuno nel paese. È questa la «giusta direzione» di cui parla il governo messicano?

L’Enel e i maya del Quichè

26 maggio 2011Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 26 maggio 2011.
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Ne avevamo già parlato, ma forse vale la pena tornarci. Si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia.
La presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso). Forse è bene ricordare che questa regione è stata per oltre trent’anni teatro di scorribande dello stesso esercito, che ha seminato il terrore durante guerra civile che ha attraversato il paese. È evidente che la presenza armata di questi mesi ricorda troppo da vicino le «prassi» messe al bando dal Trattato di Pace firmato nel 1996. Tra l’altro, molta del’opposizione ruota attorno alla comunità maya ixil di San Felipe Chenla e alle terre che l’Enel ha acquisito da un proprietario terriero locale, Pedro Broll, che però aveva incamerato quelle terre proprio grazie alla guerra civile…
Sull’altro fronte, il ruolo giocato dall’attuale ambasciatore italiano nel paese, Mainardo Benardelli, è registrato almeno dal marzo scorso. In un comunicato diffuso dalle comunità maya si legge testualmente che il signor ambasciatore, assieme al signor Alain Wormser dell’Egp, «ha chiesto alle Autorità Ancestrali di presentarsi nei suoi uffici per far conoscere loro la situazione, tuttavia, mentre richiedevano questo dialogo, facevano pressione sul governo del Guatemala affinché il Presidente della Repubblica ordinasse la repressione» delle comunità. Altre testimonianze ci dicono inoltre di «visite personali» di Benardelli presso diversi protagonisti della protesta. In una di queste visite, l’ambasciatore avrebbe suggerito di non usare il termine «genocidio», ma piuttosto di sostenere l’esistenza di «difficoltà di comunicazione con le comunità o un disaccordo da parte di alcune persone».
In questo scenario, all’inizio di maggio le parti sembrano aver ripreso il dialogo, anche se gli indigeni denunciano di nuovo pressioni da parte dell’impresa e del governo. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato il furto dei timbri del «sindaco ausiliare indigeno» da apporre su presunti documenti di accettazione delle proposte dell’impresa, furto che diverse fonti attribuiscono a «lavoratori dell’Egp». Qualcuno continua dunque a giocare sporco, nonostante sia evidente che le comunità locali non stiano preparando la rivoluzione: vogliono solo essere consultate su un progetto che ha un impatto diretto sulla loro vita, secondo quanto disposto dall’articolo 6 Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e poter cogestire le risorse naturali del proprio territorio (articolo 15). Nulla di più. C’è da chiedersi se l’Enel – ed i governi guatemalteco e italiano dietro a lei – abbia intenzione di rispettare questo diritto. Le comunità locali un compromesso han dimostrato di volerlo accettare – chiedendo, per esempio, che il 20 per cento delle entrate del progetto sia gestito autonomamente dalla comunità stesse. Egp dice che la sua missione è produrre energia pulita. E anche se è discutibile il fatto che l’energia idroelettrica sia realmente «ecologica», il problema è un altro: è pulita un’energia la cui produzione si macchia di sangue indigeno?

Acqua “privata” in Messico

18 maggio 20111 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 18 maggio 2011.
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Inondazioni e siccità, questo il maggior contrasto ecologico di Città del Messico. Una metropoli con oltre venti milioni di abitanti – se comprendiamo tutta la macchia urbana – che vive questa alternanza fin troppo concreta. Certo, nonostante il cambiamento climatico che anche qui fa sentire tutti i suoi effetti, l’alternanza tra stagione delle piogge – prossima ad iniziare – e stagione «secca» continua ad esistere.
A complicare le cose, c’è il pessimo sistema di distribuzione delle acque nella valle che ospita la capitale messicana. Ma non solo: vi è pure la noncuranza o, meglio detto, l’interesse della classe politica. Solo poche settimane prima del vertice dell’Onu sul clima a Cancún (la sedicesima Conferenza delle parti sul Cambiamento Climatico, o COP16), il governo di Città del Messico, guidato da un centrosinistra ormai proiettato verso le elezioni presidenziali del 2012, aveva ospitato il Consiglio Mondiale dei Sindaci sul Cambiamento Climatico.
Dalla riunione era sorto il Patto di Città del Messico, in cui i rappresentanti politici s’impegnavano ad adottare misure autonome e «cittadine» per la riduzione dei gas serra. Tra queste misure vi è quella di «sviluppare strategie locali di adattamento per far fronte alle ripercussioni locali del cambiamento climatico, applicando misure per migliorare la qualità della vita dei poveri nelle aree urbane» (punto tre del Patto). Dev’essere per questa ragione che il sindaco-governatore di Città del Messico, il «presidenziabile» Marcelo Ebrad, ha recentemente promosso la possibilità di privatizzare l’acqua nella capitale da lui governata, incapace di comprendere il concetto di «beni comuni» pur premiato in passato con il Nobel.
Il 16 febbraio scorso dunque l’esecutivo locale ha inviato una proposta di legge con cui cerca di trasformare l’attuale ufficio amministrativo «Sistema delle Acque di Città del Messico» (SACM) in un’impresa parastatale con autonomia finanziaria e di gestione. L’idea, argomenta il governo, è quella di rendere più efficiente il servizio, ora soggetto ai capricci del Ministero delle Finanze e alla burocrazia locale.
Argomenti plausibili, ma che la cittadinanza conosce bene per averli ascoltati ogni volta che un’impresa o servizio pubblico sono passati a mano privata. Tra le facoltà che la nuova legge darebbe al Sacm vi è quella di vendere determinate quantità d’acqua ai privati perché questi, a loro volta, la rivendano all’utente finale; quella di permettere ai privati di partecipare nella costruzione di infrastrutture utili al servizio; quella, infine, di stabilire le tariffe del servizio svincolandosi dall’attuale controllo esercitato dal parlamento locale.
Le voci contrarie, denunciando l’imminente privatizzazione del servizio pubblico e dell’acqua, si sono immediatamente fatte sentire. E il governo ha dovuto frenare, suggerendo che la «patata bollente» è ora in mano del potere legislativo, già in preda alle pressioni dei settori privati – interessati al nuovo affare – e della società civile.
Ma mentre a Città del Messico il dibattito appena comincia e probabilmente riuscirà a limitare i danni di un’iniziativa legislativa dai chiari contorni elettorali, nel vicino Stato del Messico – che comprende buona parte della cosiddetta «area metropolitana» e dove governa l’altro possibile candidato presidenziale, Enrique Peña – la privatizzazione è già un fatto. Il 27 aprile il parlamento locale ha approvato la nuova Legge dell’Acqua che permette al governo di dare in concessione il servizio di distribuzione, raccolta e riciclaggio dell’acqua. Con buona pace del «patto di Città del Messico» e delle belle parole di Cancun.

Pace con Giustizia. Dopo i 40.000 morti di una guerra insensata e perduta

10 maggio 2011Lascia un commento

Facendo clic sull’immagine, puoi ampliarla e leggere gli articoli apparsi sull’edzione dell’10 maggio 2011 de Il Manifesto relativi alla Marcia per la Pace con Giustizia e Dignità dell’8 maggio precedente.

Messico atomico

4 maggio 20112 commenti

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 04 maggio 2011.
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Il disastro nucleare che sta avvenendo in Giappone ha risvegliato, anche in Messico, il dibattito circa l’opportunità o meno di insistere sulla generazione di energia attraverso l’uso della risorsa nucleare. Attualmente in Messico circa il quattro per cento della produzione elettrica nazionale si realizza attraverso la centrale nucleare di Laguna Verde, situata sulla costa del Golfo del Messico, nei pressi del rinomato porto di Veracruz. Costruita negli anni 80, la centrale messicana ha cominciato a far funzionare il suo primo reattore nel 1990 per poi aggiungervi un secondo reattore qualche anno dopo.
Sebbene poche ore dopo il disastro nipponico, il governo si sia impegnato a sostenere che una eventualità simile non potrebbe mai accadere nella sismica terra messicana, il dubbio si fa largo, e diversi settori della società hanno cominciato a storcere il naso davanti all’ipotesi presentata solo pochi mesi prima dallo stesso governo: quella di attingere al nucleare quale nuova e ricca fonte energetica. Nel mese di dicembre appena passato, il governo messicano, anfitrione della Conferenza sul Cambiamento Climatico di Cancun (la famigerata COP16), aveva molto vantato la decisione di ridurre unilateralmente le emissioni di gas a effetto serra ricorrendo all’uso di «energie pulite».
Poche settimane dopo, lontano dallo sguardo indiscreto degli osservatori internazionali e con la presenza del solo pubblico (esperto) locale, l’impresa parastatale Commissione Federale di Elettricità (Cfe) e il Ministero dell’Energia presentavano pomposamente la Strategia Nazionale Energetica 2011-2025 che consiste nell’aumentare la produzione “pulita” di energia sino a un 35 per centro del totale nella data limite stabilita. Peccato che Georgina Kessel, attuale ministra dell’energia, includa tra le energie pulite appunto il nucleare. Certo, il 16 marzo una folta schiera di attivisti ambientalisti, accompagnati da uno sparuto gruppo di «esperti» del settore, aveva immediatamente chiesto al governo una revisione dell’attuale impianto di Laguna Verde e la messa in discussione del ambiziosa Strategia Nazionale già presentata.
Ma mentre nel mondo l’energia nucleare subisce un freno importante, in Messico le cose vanno avanti. Segno ne è la conferma della Strategia Energetica Nazionale, che ha visto un primo passo nell’annunciata intenzione di «rafforzare» la produzione di Laguna Verde di un 20 per cento grazie a due contratti firmati dalla Cfe con le multinazionali Iberdrola (Spagna) e Alstom (Francia).
Non solo: un altro segnale è l’intervento di voci importanti in campo scientifico a sostenere la necessità di ridurre l’emissione dei «gas di serra» e della dipendenza da combustibili fossili utilizzando l’atomo. Tra questi il messicano Mario Molina, premio Nobel della Chimica nel 1995, che il 5 aprile scorso ha dichiarato che in fondo la tragedia giapponese, pur essendo «un incidente molto serio», è comunque una sciagura «abbastanza locale» e quindi i messicani non devono preoccuparsi. Anzi, sostiene il Nobel messicano, «l’energia nucleare deve continuare ad essere una delle nostre opzioni perché sappiamo che con le tecnologie moderne i rischi (di incidenti) possono essere ridotti enormemente».
Neanche l’anniversario della tragedia di Chernobyl ha aiutato la diffusione del messaggio lanciato dagli ecologisti. In Messico l’energia nucleare è un futuro possibile e senza referendum tra i piedi giacché nella legge messicana non esiste. Con quali soldi, non si sa. Con quali imprese coinvolte, neanche. L’importante è che il progetto vada avanti… a tutto atomo.

Messico in fiamme

22 aprile 2011Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 22 aprile 2011.
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Il Messico brucia in queste settimane. Non si tratta solo dell’incendio sociale provocato dall’insana e perversa «guerra al narco» che confronta governo e cartelli in un conflitto ogni giorno più cruento che sta metaforicamente bruciando gli ultimi legami sociali ancora esistenti nel paese. Si tratta invece di vero e proprio fuoco. Ormai da oltre un mese – dal 17 marzo scorso – lo stato settentrionale di Coahuila, confinante con gli Stati Uniti è in fiamme. Un enorme incendio, cominciato ufficialmente a causa di due fulmini improvvisi, che si starebbe alimentando grazie alle condizioni favorevoli causate da oltre sette mesi di aridità diffusa.

Al momento di scrivere queste linee, sarebbero ormai oltre duecentomila gli ettari andati in fumo solo in questa zona. Almeno mille – cifra «storica», dice il governo – tra uomini della protezione civile, dell’Esercito e volontari di diversa provenienza stanno provando a soffocare le fiamme. A soccorrerli, non solo elicotteri ed aerei del governo messicano, ma anche mezzi aerei – tra cui un Boeing 747 – provenienti dagli Stati Uniti. Eppure, le fiamme non si spengono. Il forte vento ma anche le elevate temperature – fino a 40 gradi centigradi – di queste settimane non aiutano. Recentemente, l’imprenditore statunitense Jerry Faubert, proprietario dell’impresa AirLInk specializzata nel soffocare incendi, ha dichiarato: «È il fuoco perfetto, c’è di tutto, combustibile, vento e caldo ed è impossibile spegnerlo». Ed ha aggiunto: «Possono – i messicani – sperare di controllarlo per minimizzare i danni che causa all’ambiente ed alle infrastrutture, però non lo spegneranno, solo Dio lo può spegnere, nessun altro». Esagerato? Forse, il tempo lo dirà. Quel che è certo è che degli incendi registrati quest’anno che, secondo dati ufficiali, avrebbero già bruciato il 58 per cento del totale di ettari bruciati nel 2010, solo l’un per cento si dovrebbe a «cause naturali». Il resto, a cause «umane»: attività agricole, attività agricole «illecite» (narcotraffico?), focolari di villeggianti, soprattutto.

Intanto, a dare il segno dei tempi vi è anche un’altra emergenza: le radiazioni ultraviolette, che non infiammano nulla, ma bruciano la pelle dei cittadini di Città del Messico. L’allarme è di poche settimane fa: il caldo straordinario di questi giorni sarebbe accompagnato dall’elevata intensità radiale dei raggi UV. Per diversi giorni, la capitale messicana ha raggiunto il livello 12 (di 15 massimi) di esposizione ai raggi UV che corrisponde ufficialmente al livello narrativo «estremamente alto». E quindi, nonostante i quasi trenta gradi all’ombra che registra la capitale messicana, è bene coprirsi con vestiti dalle maniche lunghe. O, meglio ancora, non esporsi in modo prolungato alla luce solare. Pena, non solo una repentina abbronzatura (o scottatura), ma il rischio serio di futuri tumori.

Pochi ci hanno fatto caso, ma mentre l’emergenza solare occupava le pagine dei giornali locali, a Vienna, la Organizzazione Metereologica Mondiale (Omm) dell’Onu ha emesso un comunicato lo scorso 5 aprile in cui avverte che «la diminuzione dello scudo d’ozono ha raggiunto livelli senza precedenti nell’Artico questa primavera a causa dei gas presenti nell’atmosfera e delle temperature estremamente basse dell’inverso appena trascorso». La Omm afferma che quest’inverno vi è stata una perdita di ozono vicina al 40 per cento, cifra che costituisce un record assoluto. Caldo e radiazioni dunque e il Messico brucia. Tutta una coincidenza?

La libertà sindacale in cerca di difesa

30 ottobre 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 30 ottobre 2009
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Gli ostacoli affrontati dai lavoratori per organizzarsi liberamente, la repressione e i licenziamenti che sono conseguenze quando provano a farlo; l’intromissione delle autorità del lavoro nell’autonomia sindacale, e la politica del governo messicano che punta a distruggere il sindacalismo democratico: tutto questo era al centro del Tribunale internazionale sulla libertà sindacale tenuto a Città del Messico questa settimana – nel bel mezzo delle proteste per il caso degli elettricisti messicani.
Lanciato da una vasta rete di organizzazioni sindacali messicane, la giuria internazionale del Tribunale esprimerà un verdetto sulla «salute» della libertà d’associazione e d’organizzazione sindacale in Messico. A pochi mesi dal 50º anniversario della Convenzione 87 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), quella che garantisce la libertà d’organizzazione per i lavoratori, il Tribunale apre i suoi lavori proprio in una fase di assoluta precarietà di questo fondamentale diritto dei lavoratori. Gli organizzatori, nel presentare le testimonianze dell’accusa, hanno sottolineato «l’ironia di questo paradosso»: il governo messicano, hanno spiegato, «ha firmato la Convenzione 87 dell’Oil e all’estero pontifica sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sulla libertà sindacale, ma qui, a casa sua, spazza via sindacati e impedisce con la legge o con la forza l’organizzazione dei lavoratori».
A questa prima sessione ne seguirà la prossima primavera una seconda, e definitiva, che emetterà il verdetto su almeno 15 casi presentati. Tra questi, attualissimo il caso del Sindacato Messicano degli Elettricisti, che non solo ha perso da un giorno all’altro la propria materia lavorativa per decreto presidenziale, ma a cui solo pochi giorni prima, il ministro del lavoro aveva rifiutato il riconoscimento ufficiale. Vi è poi il caso del Sindacato nazionale dei maestri, la cui Sezione 9 – i 60.000 maestri di Città del Messico – è vittima delle complicità tra dirigenza nazionale corrotta e autorità governative. Segue il caso dei minatori, da oltre due anni in sciopero per il mancato riconoscimento ufficiale del Segretario generale da loro democraticamente eletto. O quello dei tecnici e ingegneri della compagnia petrolifera di stato, Pemex, da oltre 15 anni in lotta perché gli si riconosca il sindacato autonomo. Vi è anche il caso dei lavoratori che producono le bottiglie della birra Corona: anche a loro le autorità, in accordo con l’impresa multinazionale Modelo, nega il riconoscimento del sindacato costituito democraticamente. Infine, i casi di alcune Università private, del servizio sanitario nazionale e alcuni lavoratori del settore pubblico.
Una lista lunga, ma che potrebbe allungarsi quasi all’infinito, tanti sono i casi di cui si potrebbe parlare. Un’assenza importante è quella dei lavoratori dell’industria maquiladora, ovvero l’industria d’assemblaggio alla frontiera con gli Usa. Dicono gli organizzatori che quello è un caso estremo: «se esci dalla fabbrica per fare attivismo sindacale, sei già licenziato». Ma non unico: anche ai lavoratori della Vaqueros Navarra, del centro del paese, che produce jeans per Levi’s e Gap, è negato il diritto d’associazione.
Il Tribunale Internazionale, una sorta di Tribunale dei Popoli con un taglio decisamente sindacale, ha ascoltato il collegio di «pubblici ministeri» che la mattina di lunedì ha consegnato alla giuria la documentazione su decine di casi. È poi toccato a ognuno dei pm presentare caso per caso con l’aiuto di numerosi lavoratori, per un giorno trasformati in testimoni della repressione sofferta sulla propria pelle.
A fine aprile del prossimo anno, in coincidenza con il primo maggio, la giuria dovrà emettere la sentenza contro i chiamati in causa: governo e diverse imprese, messicane e straniere. E nonostante fossero state convocate, la parti accusate non si sono presentate, in chiaro disprezzo della giuria che li aveva convocati.
Tra gli illustri membri della giuria, lo storico canadese James Cockroft, l’avvocato spagnolo Martha Olmo, il Segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani Luis Guillermo Perez, la cubana Lydia Guevara dell’Associazione Latinoamericana di Avvocati del Lavoro (Alal); e tra i messicani, la senatrice e attivista per i diritti umani Rosario Ibarra de Piedra, il riconosciuto sacerdote per i diritti umani, Miguel Concha, e il giornalista più premiato e prestigioso del paese, Miguel Angel Granados Chapa.

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