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Articoli Matteo Dean su Global Project

Verso l’unità latinoamericana?

25 febbraio 2010Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 25 febbraio 2010
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Il 22 e 23 febbraio scorsi si è realizzato il XXI Vertice del Gruppo di Río, ovvero l’organizzazione latinoamericana fondata nell’ormai lontano 1986 dagli allora firmatari Argentina, Brasile, Colombia, Messico, Panama, Perú, Uruguay e Venezuela. Convocato dal presidente messicano Felipe Calderón (che inoltre fungeva la parte di Presidente uscente dell’organismo internazionale), il vertice ha destato sin da subito certa aspettativa ed illusione, almeno nel seno della comunità degli stati latinoamericani impegnati sul fronte dell’opposizione statalista all’intervenzionismo statunitense.

E dunque, allo slogan lanciato proprio da Calderón di “Vertice dell’Unità dell’America Latina e i Caraibi” rispondevano entusiasti i soliti noti del consesso latinoamericano opposto agli Stati Uniti: Hugo Chávez ed Evo Morales intesta, seguiti (e poi preceduti) da Ignacio Lula da Silva e da un Calderón con un forte bisogno di visibilità (e riconoscimento) internazionale da far pesare poi a casa, ovvero entro i confini nazionali del Messico. Gli altri presidenti, invece, con un profilo basso, fatte salvo alcune eccezioni.

Il risultato ufficiale del Vertice è stato eccellente, secondo gli analisti più entusiasti dell’emancipazione latinoamericana nei confronti degli USA. Pur con alcuni nei rappresentati soprattutto dalla lentezza operativa di alcune decisioni, il risultato vero e concreto è uno: la decisione di creare (tra il 2011 e il 2012; di qui la lentezza) la Comunità di Stati Latinoamericani e Caraibici (CELC, l’acronimo in spagnolo). Una scelta definita storica, non tanto per la creazione dell’ennesima sigla volta a riunire i presidenti i turno di diversi paesi; ma piuttosto perché è il primo spazio formale d’incontro internazionale che comprende tutti i paesi del continente americano, eccetto i due cugini scomodi del nord: Stati Uniti e Canada. Ovvero, 33 paesi riuniti e senza l’ingerenza diretta – politica ed economica; militare è un’altra questione – dei governi statunitense e canadese. Non male, in effetti.

Il sogno di Bolivar

Se Bill Clinton aveva osato scomodare Simón Bolivar mentre provava a gestire la creazione dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), affermando che si stava finalmente compiendo il sogno bolivariano d’unità panamericana, fallendo non solo nel suo progetto di creazione d’un mercato unico continentale ma anche nell’accostamento un po’ troppo audace, questa volta ci ha pensato Hugo Chávez a riproporre l’analogia.

Eppure, nonostante il presidente venezuelano goda di maggior autorevolezza per tirare in causa il caudillo sudamericano, anche questa volta l’analogia rischia di stridere con la realtà.

Da un lato, infatti, è necessario registrare lo scontro verbale – mediaticamente molto rilevante – proprio tra Chávez e il colombiano Alvaro Uribe, presente al vertice più in veste di perturbatore che altro. Uno diverbio, nulla di più, dicono; ma agli effetti pratici, un tentativo, mal riuscito sinora, di porre i bastoni tra le ruote al processo d’unità politica continentale.

Unità politica, dunque, per nulla scontata. Perché dall’altro lato vi sono i tempi di detto processo. Qui in Messico s’è decisa la costituzione della CELC; ma la sua formulazione avverrà solamente nel luglio 2011 a Caracas, Venezuela; e nascerà definitivamente appena nel 2012 a Santiago del Cile. Ovvero, l’idea nasce ora, ma sarà costruita tra un anno a Caracas – e vedremo come andranno le elezioni venezuelane del prossimo settembre – e ratificata tra due anni in Cile, dove ormai sarà più che stabile il governo di Piñeira – in carica dal prossimo 11 marzo -, segnalato da più parti come il Berlusconi cileno.

Nuovi equilibri, vecchie posizioni

Forse è un po’ ambizioso il sottotitolo. Perché è verissimo che la retorica latinoamericana circa l’indipendenza dall’ingerenza statunitense esercitata per la via del potere statale è stata uno dei leit motiv di questo vertice; ma è anche vero che i nuovi equilibri, in realtà, forse son solo l’affermarsi di tendenze già sorte. Ciononostante, vale la pena osservare come lo scacchiere latinoamericano si riconfigura.

In un primo momento poteva sorprendere ascoltare e vedere lo stesso Felipe Calderón impegnato a promuovere l’unità latinoamericana. Ma come, ci si chiedeva, proprio colui che rappresenta coloro che han sinora disprezzato lo sguardo verso sud in favore di un rapporto (per nulla privilegiato) con gli USA. Eppure la ragione c’è. Da un alto la necessità, come detto, di trovare quella legittimità politica nell’ambito internazionale per provare a farla pesare ora in casa, dove ormai nessuno crede più all’azione di governo; dall’altro lato, la costruzione di un rapporto diretto con il Brasile di Lula, ma soprattutto con l’economia brasiliana, ormai indipendente ed autonoma anche dalla volontà dell’uscente presidente brasiliano.

Ed è proprio Lula che ha giocato, per l’ennesima volta, il ruolo di potente. Potente sì, ma buono; almeno nell’apparenza. Ecco i nuovi equilibri. L’influenza brasiliana è ormai assoluta a sud del Rio Bravo. In Sud America, certo, con l’appoggio assoluto di presidenti come Chávez che forse vede nel Brasile l’unica difesa possibile (per ora) al ritorno della destra in corso (Cile, Panama, Honduras; oltre a Colombia e Perù). Ma da oggi, comincia anche la scalata verso nord.

Egemonia brasiliana

In Messico, suo unico competitore (o ex, a questo punto) oltre USA e Canada, suo rivale nell’egemonia subcontinentale, Lula l’ha fatta da padrone: prima scongiurando le dichiarazioni più accese di Chávez e Morales, affermando che la CELC non sarebbe antiamericana, ma piuttosto è come un figlio che, raggiunta la maggiore età, si emancipa; poi però, stigmatizzando il grave caso dell’Honduras (unico paese assente al vertice); attaccando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, colpevole di favorire gli atteggiamenti prepotenti del Regno Unito, in questi giorni in conflitto diplomatico con l’Argentina; criticando l’atteggiamento paternalistico dei ‘potenti’ a Copenhagen verso il sud del mondo; infine, tranquillizzando gli industriali messicani dicendo loro: “Il Brasile non è più pericoloso degli altri soci che già avete (USA e Canada)”.

Certo a volerla leggere tutta, si potrebbe riscrivere il paragrafo precedente così, per esempio: Lula è venuto in Messico dopo anni che non lo faceva ad affermare la propria egemonia anche qui e a togliere qualsiasi illusione al Messico; ha calmato gli animi antimperialisti – e sinceramente inutili – lanciando un segnale chiaro a Obama: ora te la vedi con noi (e con me, in particolare), ma non sul piano ideologico, piuttosto sul piano materiale di un’economia in forte crescita e della consapevolezza di questo dato; parte di questo segnale, però, è stato anche ricordare agli USA (ed alla comunità internazionale) che comunque questi ultimi di errori ne han fatti e la gente, da queste parti, non lo dimentica; Lula ha colto l’occasione per ricordare al mondo che il Brasile vuole un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, perché senno continuerà a delegittimarlo finché questo sarà completamente inutile; ha riaffermato il proprio ruolo di portavoce di quel ‘sud global’ che s’è visto a Copenhagen e lo ha fatto proprio in Messico, a cento chilometri dalla sede del prossimo COP16 (dicembre 2010); infine, ha parlato chiaro: non siamo peggio degli USA. Forse poteva dire che sono meglio, visto che ‘meno peggio’, ancora non è sufficiente. Ed infatti, nonostante tutto, la Confindustria messicana, per ora, ha detto: ancora no, grazie (all’Accordo Commerciale promosso da Lula e Calderón).

La formalità e la realtà

Oltre alla creazione della CELC – ripetiamo: per nulla scontata; vedremo la reazione USA -, il Vertice ha prodotto anche una lunga serie di comunicati ‘speciali’ diretti a segnalare alcuni casi specifici seppure sempre nei termini delle dichiarazioni.

Innanzitutto, lo stanziamento di un fondo speciale di aiuti per Haití – presente, si dice in lacrime, il presidente Prevál. Uno stanziamento in favore delle istituzioni, giacché il governo haitiano avrebbe denunciato che oggi Haití è terra di conquista da parte di paesi esteri ed ONG di ogni tipo e genere.

E poi, l’ennesima condanna del decennale blocco economico esercitato dagli USA nei confronti di Cuba. Nonostante il basso profilo che Raul Castro ha mantenuto durante la due giorni messicana, la dichiarazione non poteva mancare.

Segue una dichiarazione di sostengo all’iniziativa dell’Ecuador di mantenere il petrolio nel suolo, in specifico l’iniziativa Yasuní. E a proposito di petrolio, il vertice ha anche sostenuto la posizione dell’Argentina nei confronti del Regno Unito impegnato proprio in queste settimane nella realizzazione di esplorazioni alla ricerca di idrocarburi presso le isole Malvinas (Falklands).

Infine, un messaggio contro il traffico di persone e l’impegno a combatterlo. Nulla in favore dei migranti, ma solo la condanna e la battaglia contro i trafficanti.

Finito il vertice, se ne tornano tutti a casa. I presidenti son felici e, nonostante alcune differenze anche importanti, han condiviso, anche questa volta, i lussi degli hotel della Riviera Maya messicana. Ed anche se Chávez ci ha provato, il sogno bolivariano è ancora lungi dall’essere realizzato. Non solo perché i conflitti nel continente sono più che aperti; non solo perché anche a sud vi sono i ‘potenti del mondo’ che fanno male a questo pianeta ed alla sua popolazione; non solo perché l’agenda che ci si è dati è forse troppo ottimista.

Il sogno di Bolivar – e tanti altri come lui – non si realizza ancora perché, come sempre, chi sta in alto ha perso l’abitudine a guardare in basso, ad ascoltare la voce e il silenzio di chi sta in basso, costruendo autonomia ed autogoverno.

Da Ciudad Juarez con amore

5 febbraio 2010Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 5 febbraio 2010
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Domenica scorsa, 31 gennaio, all’alba in una strada di Ciudad Juarez, un gruppo di una ventina di persone, pesantemente armato, ha fatto irruzione in una casa privata dove si stava svolgendo una festa tra adolescenti. Un compleanno, il pretesto della riunione. Il gruppo armato, giunto sul posto a bordo di una decina di Suv neri, ha immediatamente separato uomini e donne, ovvero ragazzi e ragazzine. Le donne son state cacciate – “Via da qui!”, han gridato loro. I ragazzi e un paio di adulti son stati fatti mettere in fila contro il muro nel cortile. E di lì, una mitragliata e la fine: 16 morti e diversi feriti, quasi tutti adolescenti. La strage.
E lo scandalo. Com’è possibile, ci si domanda, che in una delle città più militarizzate del paese, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove è appena conclusa l’operazione che ha visto migliaia di soldati schierati contro il narco; dove solo qualche settimana fa il governo ha dichiarato il cambiamento di strategia ed ha schierato nuovamente la Polizia Federale (PF); dove vi è il fiore all’occhiello dell’industria maquiladora che, crisi a parte, continua ad attirare investimenti stranieri; insomma: com’è possibile che in un posto così vi possa essere da una parte tanta disponibilità di violenza; dall’altra, tanta agibilità per i gruppi armati – tutti o quasi inevitabilmente al servizio del temuto Cartello di Juarez? Non vi sono risposte a questa domanda, eccetto quelle ovvie. Vi sono però alcuni commenti da fare, così, in ordine sparso. Perché un ordine diverso, in Messico, è comunque difficile da descrivere.

Sparsa, caotica, così è la ormai famigerata ‘guerra al narco’ di Felipe Calderon. La strage di adolescenti accaduta domenica scorsa è solo l’ennesima dimostrazione di forza, capacità di fuoco ed impunità di cui godono sicari e gruppi armati al servizio dei diversi cartelli della droga in Messico. Non è né più grave – perché son adolescenti – né più crudele. È solo una mattanza in più, dopo tante altre, ed altre ancora, che ad inizio febbraio han portato il conto totale delle vittime – quelle che sarebbero vincolate al narco – ad oltre 18mila in poco più di tre anni di governo.
Dicevamo, la strage di giovani non è più grave di altre. Gli adolescenti e i giovani, in Messico, son stati coinvolti dal narco ben prima di domenica scorsa. Non solo perché da qualche tempo, il narco effettivamente ha cominciato a prenderli di mira – a farne un obiettivo militare – in un modo tale da far credere ai più acuti osservatori che vi sarebbe in corso un sorta di ‘pulizia sociale’ in Messico; ma anche perché son i giovani oggi le vecchie e le nuove leve del narco: vuoi in qualità di spacciatori al dettaglio, o di giovani – e minorenni – trasportatori di droga, o giovani ed esaltati sicari, o fervidi consumatori, o semplicemente perché, a questo punto, un lavoro vale l’altro. E così, nonostante tutto, anche questa strage risulta nella normalità di una vita tutta violenza e zero prospettive. Altro che generazione no future da periferia urbana europea. Qui il no future deriva dalla realtà di un gioco in cui un giorno ci sei, e magari sei un leone, e il giorno dopo sei una macchia di sangue sull’asfalto e litri di lacrime attorno a te.
Perché l’altro risultato di tanta violenza a Juarez è effettivamente il fatto che oggi si crede che vi siano almeno 10mila – non cento, diecimila! – minorenni abbandonati a se stessi perché han perso i genitori in questa guerra o perché son stati abbandonati. I più fortunati, invece, han potuto emigrare con la loro famiglia: 60mila famiglie avrebbero, nel corso degli ultimi tre anni, cambiato la propria residenza oltre confine, a El Paso. Fortunati loro, si potrebbe dire.

La guerra contro il narco è fallimentare. Questa l’idea generalizzata che oggi più che mai è condivisa da tutti, compresi molti settori vicini al presidente. E dunque? Non si sa. L’impressione che lo stesso presidente sia ad un vicolo cieco diventa credibile. Dagli Stati Uniti giungono sostegni, tanto in termini dichiarativi come in termini sostanziali – il pacifista Obama, come parte del pacchetto di spesa recentemente presentato al Congresso, ha chiesto diversi milioni di dollari in più per quello che molti chiamano già Plan Merida 2. Ma la realtà di un paese in ginocchio è ormai evidente a tutti. Che vi fossero o meno accordi tra governo e cartelli, ormai poco importa. Le forze in campo sono troppo diseguali, troppo favorevoli ai cartelli. Ed allora?

Non si sa. Recentemente, molti think thank statunitensi ed alcuni messicani esprimono elogi verso il modello colombiano: militarizzazione, scontro diretto, nessuno sconto, nuovo negoziato ed intervento diretto degli Stati Uniti. Ecco, ed allora se così fosse, ci sarebbero due problemi: uno, l’intervento diretto sarebbe molto, ma molto complicato, date le condizioni sociali e la tradizione messicana – anche di governo – ostile all’intervento straniero diretto; l’altro, la necessità di un uomo forte, un nome, una personalità che riesca a resistere agli accordi congiunturali, che riesca ad imporre la propria linea (ed i propri interessi) ed ad assumerne le conseguenze. Felipe Calderon non è Alvaro Uribe.
Sia come sia, dal punto di vista nostro, entrambe le possibilità – ovvero che la situazione rimanga quel che è o che si passi definitivamente al modello colombiano – sarebbero a dir poco nefaste. In entrambi i casi, movimenti sociali, realtà autorganizzate, esperienze di autonomia dal basso sarebbero comunque stritolate non tanto dalla forza politica degli schieramenti in campo, ma dalla forza militare che si sta dispiegando nel paese.
Per ora, vie d’uscita è difficile vederne. Non tanto perché non vi siano le condizioni perché scoppi una ribellione generalizzata, definitiva, che metta per una volta all’angolo questa classe politica e ponga le basi di qualcosa di diverso; non perché non vi sia la disponibilità umana, persone, esseri umani, donne e uomini oggi disposti a sognare, costruire e quindi porre le basi di quel qualcosa di diverso. Ma forse, solo perché il fattore narco pochi lo prendono in considerazione. In seno ai movimenti, almeno nel dibattito più o meno pubblico, si parla pochissimo dei cartelli della droga. Solo si pensa – con certa logica – che stanno più di là che di qua; che son amici comunque del governo e/o del capitale; che fanno del male alla società. Nessuno, sinora, pone il problema di come gestire, confrontarsi e risolvere il problema del narco dal basso.

Gara di resistenza degli elettricisti

12 novembre 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 12 novembre 2009
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Gli elettricisti messicani son nuovamente scesi in piazza ieri 11 novembre riuscendo sostanzialmente a bloccare la capitale messicana e realizzando mobilitazioni in diverse altre regioni del paese. Dalle 7 di mattina, tutti gli ingressi stradali a Città del Messico sono stati bloccati per diverse ore con tanto di scontri e, si dice, qualche sparo. In città almeno 35 manifestazioni e blocchi stradali sparsi un po’ ovunque, soprattutto presso le sedi del governo federale e dell’ex-impresa, Luz y Fuerza del Centro (LyFC), liquidata improvvisamente per decreto del presidente Felipe Calderón il 10 ottobre scorso. Nel resto del paese, la solidarietà per le migliaia di lavoratori rimasti senza lavoro da un giorno all’altro s’è espressa anche in diversi punti del paese in diverse manifestazioni. Le più numerose e partecipate, quelli solidali di Oaxaca grazie alla dissidenza sindacale dei maestri della Sección 22; e del nord del paese promosso dai minatori.

È una gara a chi più resiste. Da una parte il governo che prova a logorare la resistenza sindacale prendendo per disperazione e letteralmente per fame gli oltre 44mila elettricisti licenziati il 10 ottobre. Dall’altra gli stessi lavoratori, appartenenti tutti al Sindacato Messicano degli Elettricisti (SME), che resistono grazie alla sempre maggior solidarietà sociale che stanno ricevendo.

La mobilitazione era stata convocata lo scorso 26 ottobre in occasione dell’assemblea generale di solidarietà durante la quale si era convocata la manifestazione dell’11, il cosiddetto Paro Cívico Nacional, l’alternativa ‘civile e pacifica’ allo sciopero che molti acclamavano. D’altra parte, la dirigenza sindacale – sostenuta da una minima parte della classe politica messicana e dagli altri grandi sindacati ‘democratici’ – lo aveva detto sin da subito ed ha impostato la resistenza sulla cosiddetta ‘via legale e politica’, la stessa che promuove l’ex candidato presidenziale Andrés Manuel López Obrador: quindi enorme collegio di avvocati e pressione sul Congresso federale. E tante manifestazioni ‘pacifiche’ di piazza.

Ed infatti, la mobilitazione di ieri è stata generalmente tranquilla sotto il profilo dell’ordine pubblico, fatta eccezione di alcuni incidenti da verificare e lo sgombero violento di alcuni blocchi stradali. E se in questi ultimi è stata la Polizia Federale che ha attaccato i manifestanti, nel primo caso si parla nello specifico di dieci spari esplosi contro la polizia. Il fatto – che ha comunque prodotto 10 arresti – è da confermare e potrebbe in realtà trovare origine tra persone estranee alla mobilitazione. Nelle strade la dirigenza sindacale dunque. Ma soprattutto la base lavoratrice che, seppur ‘pacifica’, ha dimostrato grande determinazione, dignità e, per certi versi, entusiasmo.

Gli elettricisti han compiuto ieri un mese in resistenza privati del reddito della scomparsa Luz y Fuerza del Centro. Per fortuna, la solidarietà continua a mantenere i lavoratori e relative famiglie: una vasta rete di organizzazioni che raccolgono cibo e soldi in diversi punti della città e del paese.

Lo sforzo è enorme. In queste settimane non solo vi è stata la repressione e il disprezzo che il governo organizza e trasmette nei confronti soprattutto dei lavoratori più attivi. Vi è anche l’appetitosa offerta del governo che ha fissato per il 14 novembre prossimo (tra 2 giorni!) il limite massimo per accettare la ‘favorevole’ liquidazione proposta dal governo. Il ministro del lavoro, Javier Lozáno Alarcón, ha infatti offerto condizioni estremamente favorevoli più un premio economico. E poi, la promessa del reinserimento lavorativo, vuoi via riassunzione nella nuova impresa che gestisce il sistema – la CFE – o grazie al finanziamento per la formazione per ‘micro e piccole imprenditori’. Peccato che i soldi della liquidazione sono per ora solo una cambiale con scadenza ‘aprile 2010’ con la firma del governo messicano; la riassunzione sarà solo per poco meno di 5mila lavoratori; e i corsi di formazione sono per i futuri ‘padroncini’ dell’elettricità messicana, ovvero una miriade non protetta di lavoratori autonomi.

Ma la tentazione è comunque forte. Sinora meno della metà dei 44mila rimasti a piedi avrebbe accettato l’offerta. Non troppi a pensarci bene. Ma comunque una cifra che non ci aspettava. Poco importa, forse alcuni se ne pentono oggi, dopo che è giunta la prima vittoria legale (certo, anche l’unica): la sentenza di sospensione del procedimento di liquidazione dell’impresa. La sentenza è importante certo, soprattutto se si dovesse ‘vincere’, ovvero tornare alla situazione precedente il 10 ottobre, perché rappresenterebbe un’enorme vantaggio economico per il SME e i lavoratori.

A questo punto però, è urgente chiedersi: sarebbe quella la vittoria? Il Paro Nacional non ha dato molte risposte in questo senso. Certo, per gli elettricisti sarebbe un bel colpo far fare un passo indietro di questa portata al governo. Ma il movimento sceso nelle strade oggi sembra voler anche dell’altro. Cosa? Pochi lo dicono e forse pochissimi lo sanno.

Il vero dato che non permette di essere ottimisti rispetto ad un ritorno al passato, ma piuttosto obbliga ad uno sguardo verso il futuro che preveda altri scenari, altri orizzonti o, almeno, altre soluzioni, è il fatto che il governo – ed in generale il paese, quindi anche i messicani – si stanno giocando una partita che va oltre il pur grave licenziamento in tronco di oltre 44mila persone e la precarizzazione per 44mila famiglie.

La partita sull’elettricità è vastissima. Comprende i giochi economici di medie e piccole dimensioni (alcuni davvero miserrimi) di funzionari di diverso grado – tra cui il presidente Calderón – che presto lasceranno il posto e lo vogliono fare con la tasche piene; altrettanto discreti giochi di personaggi politici di varie provenienze che cercano di rifarsi una verginità politica o di inventare una carriera; e grandi partite – ma a geometria variabile – di imprese multinazionali impegnate a spartirsi la torta dell’energia messicana e continentale, nel contesto dei grandi piani energetici pubblico-privati che attraversano l’America Latina.

Ed infine, la grande partita che forse vale definire una sfida, non ultima né definitiva, ma pur sempre una scommessa per una popolazione sempre più messa all’angolo dalla politica economica e di sicurezza del governo. Proprio in queste settimane, infatti, dopo un noioso e francamente penoso rimpallo di responsabilità tra senatori e deputati, i due rami del parlamento messicano hanno finalmente approvato la legge finanziaria per il 2010 proposta dal governo federale, giunto ormai a metà del suo mandato. E la voce forte degli ingressi previsti per l’erario pubblico è rappresentata da un generale aumento delle tasse. Al di là delle considerazioni di merito sull’opportunità o meno di questa misura economica nel contesto della ‘crisi’, il risultato reale, concreto e tangibile e pressoché immediato – cioè nel corso del prossimo anno – che ci si può aspettare è un ulteriore e generale impoverimento della popolazione.

È decisamente sempre più difficile comprendere non solo il grado di controllo e previsione – anche solo nel corto periodo – che chi governa esercita sulle azioni che promuove e sulle conseguenze delle stesse, ma anche quali sono i limiti del proverbiale – o semplicemente presunto – livello di tolleranza della moltitudine in movimento in Messico.

Moltitudine messicana

16 ottobre 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 16 ottobre 2009
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Trecentomila o forse qualcosa di più. Questi i numeri della prova di forza realizzata ieri, 15 ottobre, dagli elettricisti del centro della Repubblica messicana. La capitale del paese, la zona di maggior intervento della liquidata compagnia parastatale Luz y Fuerza del Centro, è stata letteralmente invasa da una moltitudine di manifestanti. Certo, tra loro i 42.000 lavoratori, licenziati da un giorno all’altro per decreto presidenziale la notte di sabato scorso. E con loro le rispettive famiglie, rimaste senza uno stipendio. Ma assieme a loro, decine di migliaia di altri manifestanti: moltissimi sindacati – stessi che da tempo non si vedevano per le strade messicane -, ma anche studenti, gente comune, organizzazioni sociali dedicate alla lotta per la sovranità alimentare, per i diritti umani, per i diritti di genere, ecc.. La protesta sociale in Messico è al limite dello scontro. La manifestazione di ieri era fondamentale non tanto per trovare una soluzione, ma per dare un segnale. Il decreto presidenziale che la notte tra sabato e domenica scorsi ha sciolto d’autorità la compagnia elettrica parastatale che forniva energia alla capitale messicana e a alcune decine di municipi circostanti – un totale di circa 30 milioni di utenti – e ha licenziato, in tronco e senza appello, 42.000 lavoratori appartenenti, tutte e tutti, al Sindacato Messicano di Elettricisti (SME), uno dei sindacati più importanti del Messico, doveva ricevere una risposta adeguata. Il rischio, secondo alcuni analisti, era infatti quello di mostrare ulteriore debolezza, il che avrebbe dato ragione al governo. Questi infatti sostiene – nel decretare la chiusura della compagnia – che la stessa è cara, troppo cara. E la colpa, in buona parte, ricadrebbe sui lavoratori, privilegiati nel loro contratto collettivo che concederebbe loro troppi diritti. La realtà è diversa, si sa: gli elettricisti messicani godono semplicemente dei minimi diritti garantiti dalla Legge Federale del Lavoro. Il che, in un paese in cui la metà della popolazione economicamente attiva lavora nel “settore informale” sarebbe certamente un privilegio, ma la spinta al ribasso che il governo vorrebbe imporre appare come una franca esagerazione: gli elettricisti messicani, infatti, la maggior parte di loro, ricevono uno stipendio medio di 6.000 pesos, meno di 400 euro, al mese. Una miseria, anche da questa parte del mondo. Per fortuna, dunque, il segnale c’è stato. Ed il governo in serata è stato costretto ad accogliere la richiesta giunta da più parti di stabilire un tavolo di dialogo tra le parti. Certo, un dialogo strano: il SME, infatti, richiede il ritiro del decreto e la restituzione dei posti di lavoro; dal canto suo, il governo sarebbe disposto a discutere solamente i meccanismi di reinserzione dei 42.00 nel mondo del lavoro. Nulla più. Ma la partita è cominciata e dipenderanno più dal movimento che dal governo gli esisti positivi del negoziato. Il governo messicano, infatti, ha impostato l’operazione contro Luz y Fuerza con grande attenzione. Si dice che già due settimane prima il governo fosse pronto al gole contro gli elettricisti. Da due settimane la polizia federale e l’esercito era dislocato nei pressi delle istallazioni elettriche, pronti ad occuparle appena l’ordine fosse giunto. Si dice anche che il governo tutto avrebbe previsto, compresa la mega manifestazione di ieri e che, quindi, sarebbe ora necessario aumentare la pressione sociale perché davvero gli equilibri cambino di segno. Dall’altro canto, anche la intensa campagna mediatica contro gli elettricisti è evidentemente orchestrata dall’alto: l’idea sembra essere quella classica, ovvero contrapporre la cosiddetta “classe media” – in rapida via d’estinzione, causa crisi economica – agli operai messicani. Allo stesso tempo, il governo comincia il dialogo partendo da due dati di fatto: il primo, l’occupazione militare delle istallazioni elettriche continua, con l’uso di oltre 5.000 tra poliziotti e militari; il secondo, il processo di privatizzazione è già cominciato, grazie alle concessioni trasmesse all’impresa d’origine spagnola WL Comunicaciones S.A. De C.V.. Dal canto suo, anche il movimento gode di alcuni vantaggi ed alza la posta in gioco. Innanzitutto, la grande solidarietà dimostrata non solo ieri durante la manifestazione, ma nel corso di tutta la settimana. Decine di migliaia di persone si stanno mobilitando in tutto il paese. Manifestazioni di appoggio, ma anche di protesta, perché l’operazione del governo ha prodotto anche problemi alla distribuzione dell’energia elettrica. E a questo proposito, il SME denuncia che la polizia starebbe prelevando con la forza ad alcuni dei lavoratori licenziati – soprattutto tecnici specializzati ed ingegneri – perché il personale che l’ha sostituito per decreto non sarebbe capace di far operare gli strumenti di Luz y Fuerza. Ma, per fortuna, il discorso del movimento va anche oltre alla legittima richiesta sindacale: importanti voci all’interno dello spettro politico messicano stanno chiedendo ad alta voce la rinuncia del presidente Felipe Calderon. E c’è anche chi suggerisce lo sciopero generale nazionale, il che sarebbe un precedente importante, visto che l’ultimo sciopero generale in Messico data 1936, quando il mondo, evidentemente, era un altro. In chiave postfordista invece è giunta la proposta dello sciopero generale dei consumatori: non pagare le bollette, potrebbe essere un ulteriore strumento di protesta sociale. E, nonostante tutto, vi è anche una soluzione radicale: gestione dell’impresa parastatale in mano ai lavoratori con l’aiuto delle tre grandi università del paese, la Nazionale Autonoma (UNAM), la Autonoma Metropolitana (UAM) e il Politecnico (IPN). Dal palco, alla fine della manifestazione, la dirigenza sindacale, peccando di autoreferenzialità, annunciava il ritorno dei lavoratori-operai al centro del dibattito politico messicano. Non è vero, anche il Messico è cambiato ed il lavoro salariato, quello classico e d’origine fordista, difficilmente potrà riavere il ruolo che ebbe in passato. Ma certamente la manifestazione di ieri ha restituito dignità ai lavoratori messicani. E a conferma di ciò, era sufficiente osservare la composizione della manifestazione: sindacalisti, certo, ma anche contadini, studenti, casalinghe. Ed assieme a loro, attiviste femministe, per la lotta per la casa, contro gli OGM e in difesa del mais, per i diritti umani, contro le alte tariffe elettriche, in difesa dell’ambiente e del territorio. Insomma, una vera e propria moltitudine. A questo punto, resta solo da vedere se la dirigenza sindacale del SME, chiamata da oggi a dialogare con il governo, saprà mettere a valore la potente sinergia che ieri ha fatto capolino per le strade di Città del Messico. Da vedere se si saprà far convergere tante esigenze sociali, diverse e variegate, in un unico movimento moltitudinario che anticipi ciò che molti già annunciano per il prossimo anno, il 2010: la mobilitazione sociale generalizzata.

‘Guerra al narcotraffico’

1 settembre 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project l’1 settembre 2009
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La chiamano ‘guerra contro il narcotraffico’. È stata lanciata così, in pompa magna, davanti alle centinaia di telecamere dei mezzi di comunicazione che riprendevano il neo presidente messicano, Felipe Calderon, in uno dei suoi primi discorsi pubblici, verso la fine di dicembre 2006. E da allora, colui che si era presentato alle elezioni – vinte grazie ad alcune irregolarità – come il “presidente del lavoro” (inteso come posti di lavoro), divenne il presidente della ‘guerra al narco’, della battaglia ‘epocale’ contro i potentissimi cartelli messicani della droga. Sin da quei primi mesi, lo slogan ottenne il successo desiderato: nonostante la scarsa legittimità di cui godeva Calderon, la nuova impresa dello Stato contro la criminalità organizzata che “insanguina le nostre terre e offre droga ai nostri figli” sembrava ottenere quel consenso non pienamente ottenuto alle urne. Ed allora il via ufficiale alla crociata anti-criminalità: 70.000 soldati utilizzati in funzione di polizia, nuove leggi che permettono maggiore agilità ‘giuridica’ e libertà operativa per le forze di polizia e per gli inquirenti, firma dell’Iniziativa Merida, piano strategico che prevede il finanziamento per circa 1.4000 milioni di dollari in tre anni da parte del governo americano per la ‘lotta al narcotraffico’, ecc..
Ad oggi, 32 mesi dopo il lancio delle operazioni, il bilancio è tragico: oltre 13.000 morti, con un aumento del 100% tra il 2008 e il 2009, visto che si è passati da una media di 10,2 morti al giorno dello scorso anno a ben 20,1 di quest’anno. E, purtroppo, non vi sono segnali di una controtendenza a questa vertiginosa crescita. Certo, si dice, i morti sono tutti narcotrafficanti, grandi e piccoli, che si uccidono tra loro, nella battaglia campale che si è scatenata da quando il governo messicano, lanciando la sua ‘guerra’, ha tagliato la testa a praticamente tutti i grandi cartelli della droga. Una guerra interna, si dice, che “dimostra l’efficacia dell’attuale politica dello Stato”, dicono presso il plenipotenziario Ministero della Pubblica Sicurezza (SSP, l’acronimo in spagnolo). Quel che è vero, però, è che gli scontri tra le bande di narcotrafficanti non avvengono nelle ore notturne, i luoghi isolati e lontani dagli occhi della popolazione. Al contrario, le sparatorie ormai si realizzano nei centri cittadini delle grandi città, da Guadalajara a Monterrey (rispettivamente la seconda e la terza città più grande del paese), da Ciudad Juarez a Tijuana, da Acapulco e Città del Messico. Ed allora le cifre potrebbero aumentare, perché molte volte le cronache giornalistiche riportano l’esistenza di vittime ‘civili’, tra i passanti, tra i comuni cittadini costretti ad assistere impotenti a questo scontro senza precedenti. Ma purtroppo, di queste vittime, ancora non c’è una statistica ufficiale che, pur riducendo le vite in semplici numeri, riesca comunque ad offrire un panorama anche di questo genere d’impatto sulla società. Dall’altra parte, poche sono anche le informazioni relative alle morti, pure copiose, tra le forze dell’ordine, attaccate ormai con quotidiana regolarità dalla potente macchina militare del narcotraffico. Il governo lo ha ammesso ormai da diversi mesi: “I cartelli sono militarmente superiori a noi, in quanto a volume di fuoco e capacità distruttiva”. Detto in altre parole: i narcotrafficanti hanno più uomini – si calcola che in tutto il giro d’affari ci lavorino circa 2 milioni e mezzo di persone – ed armi più potenti – da bazooka a missili terra-aria. Insomma, la guerra è vera e non risparmia colpi.

Ma se la campagna presidenziale – perché ormai, tra critiche ed opinioni contrarie, sembra che solo Calderon ed il suo staff continuino a credere nell’attuale strategia – sembra destinata ad aumentare ulteriormente il numero di morti nel paese, sorge da più parti la domanda rispetto il reale obiettivo di tanta “violenza legittima”. Perché è pur vero che molti – ma non tutti: esemplare il caso di Joaquín ‘el Chapo’ Guzman – dei grandi capos della droga son finiti dietro alle sbarre, ma è questo forse l’unico risultato concreto ottenuto: sull’altro versante, infatti, ormai non si contano i municipi commissariati, le cui polizie locali sono state sostituite dall’esercito; non si conta il numero di armi presenti nel paese; non si contano i giovani – e meno giovani – che oggi, disoccupati e in crisi perenne da ben prima della temibile ‘crisi economica’, entrano a far parte dell’affare-narcotraffico. Così come, infine, è difficile oggi distinguere con chiarezza le reali operazioni anti-criminalità da quelle contro le organizzazioni sociali, più o meno civili.
La presenza dell’esercito nello stato di Guerrero, per esempio, incluso nelle vie della rinomata Acapulco, ha già prodotto scontri a fuoco, di una certa rilevanza, tra le forze armate e gruppi armati appartenenti alle diverse sigle guerrigliere presenti nel territorio. In altre zone del paese, Oaxaca e Chiapas per esempio, ma anche nel nord della repubblica, sono ormai all’ordine del giorno le denunce di organizzazioni sociali – assolutamente non guerrigliere, ma semplicemente radio comunitarie, contadini, comunità indigene, studenti, ecc. – rispetto ai presunti abusi ed alle violazioni ai diritti umani realizzate dalle truppe dell’esercito nelle vesti della pubblica sicurezza. In questo senso, non solo sono allarmanti le denunce, ma ancor più inquietante risulta essere la risoluzione della Suprema Corte di Giustizia della Nazione (SCJN) emessa a principio di agosto rispetto all’immunità di cui godono le truppe. Dice la risoluzione: i militari colpevoli di violazioni al codice penale saranno giudicati dagli organi di giustizia militari. Un colpo tremendo, soprattutto per tutti coloro – tra cui diversi settori della classe politica rappresentata in Parlamento – che pongono il dubbio sulla reale legittimità nell’uso delle forze armate in funzioni di polizia.

Il dibattito rispetto l’immunità dei militari non è sterile. Al contrario, si genera a partire da fatti concreti: omicidi ‘involontari’, magari a qualche posto di blocco dove un’automobile innocente non si è fermata all’alt pronunciato dall’esercito; arresti arbitrari, incursioni senza mandato in case e spazi privati; torture ed abusi fisici agli interrogati; alcune sparizioni sospette. Ma la polemica, come suole accadere, si accende solamente quando l’ombra del dubbio è segnalata dalle voci ‘importanti’. La consegna dei finanziamenti previsti dall’Iniziativa Merida, infatti, è condizionata dal rispetto dei diritti umani nella lotta al narcotraffico. La legge emessa in aprile di quest’anno dal Congresso statunitense, infatti, vincolava il 15% del finanziamento ad uno studio in fase di realizzazione che certifichi tale rispetto. Il presidente Calderon nega gli abusi. Il Ministero della Difesa ne ammette una decina e conferma che la giustizia militare sta facendo il suo corso. Ma le organizzazioni sociali hanno altri dati: Amnesty International, Human Rights Watch ed altre documentano decine e decine di casi, in tutto il paese.
Rosario Ibarra, oggi senatrice della Repubblica, ma da oltre trent’anni attenta e testarda lottatrice per la consegna delle centinaia di desaparecidos della cosiddetta ‘guerra sporca’ degli anni ’70, tra cui il figlio Jesus Ibarra, avverte che la presenza di tanti soldati nelle strade messicane potrebbe avere anche altre finalità: “Giustificano tutto con la lotta al narcotraffico, ma la gente continua a morire e pochi sono gli arresti”. Aggiunge: “Cercano di abituare la popolazione alla presenza militare per le strade. Fanno in modo che la gente esiga questa presenza, con l’illusione di risolvere il problema dell’insicurezza”. E conclude: “In realtà temo che il prossimo passo ci saranno gli escuadrones de la muerte”(l’ipotesi, purtroppo, si starebbe confermando). Carlos Montemayor, scrittore ed analista politico, coincide nell’analisi: “È evidente che la situazione è scappata al controllo del governo”. In quest’ottica e nel contesto dell’attuale crisi economica – che ha portato all’aumento ‘ufficiale’ nel numero di poveri in Messico: 53,1 milioni, secondo l’INEGI, l’istituto nazionale di statistiche -, spiega, “si stanno chiudendo le valvole di sfogo naturali alla pressione sociale crescente, ovvero emigrazione (il Messico espelleva, sino all’altr’anno, quasi un milione di persone verso gli USA) e il lavoro informale (o lavoro ‘nero’, di cui farebbe parte il 48% della Popolazione Economicamente Attiva)”. Quel che resta, conclude “è che la gente senza lavoro andrà ad ingrossare le fila del narcotraffico”. È evidente dunque che, come spiega Johan Galtung, “le ragioni per le quali la gente accetta di lavorare per i cartelli è che desidera uscire dalla miseria” e quindi “ si devono offrire valide alternative economiche alla popolazione”. Ma il governo messicano non ci sente per quell’orecchio e continua ad inviare soldati nelle ‘zone calde’ del conflitto. Continua Galtung: “Per il governo il problema non è la miseria, ma il narcotraffico, perché questo offre un’alternativa alla miseria di milioni” e di conseguenza ottiene tendenzialmente maggiore consenso. L’attuale militarizzazione del paese, dunque, potrebbe essere letta in un’ottica che comprenda il lungo termine. L’opinione di Galtung, largamente condivisa da Montemayor, è che “il governo teme il 2010, per l’effetto simbolico che produrrà”. Il prossimo anno, infatti, si celebreranno due importanti anniversari: i duecento anni dell’Indipendenza (1810) e i primi cent’anni della Rivoluzione (1910). Secondo i più queste due date “obbligheranno i messicani a chiedersi se gli obiettivi di quei due momenti storici sono stati raggiunti”. In altre parole, nel 2010 i messicani dovranno dire se il Messico è oggi veramente indipendente e veramente democratico. Secondo Galtung il governo messicano teme realmente una rivolta generalizzata nel paese. Le condizioni vi sarebbero tutte e dunque “la presenza dei militari nel territorio, nella società, risponde anche ad altre necessità: abituare la gente alla presenza militare; lanciare un segnale chiaro a chiunque abbia in mente di ribellarsi, ‘siamo pronti’; e infine abituare gli stessi militari a stare per le strade, in mezzo alla gente”. Se tutto ciò fosse vero, dunque, rimane una sola domanda a cui rispondere: “La guerra che il governo messicano realizza contro chi è? Contro le bande di narcotrafficanti o contro la popolazione?”.

Assoluzione di Stato per una Strage di Stato

15 agosto 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 15 agosto 2009
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Alle tre di notte del 13 agosto, hanno lasciato il carcere di Amate 20 degli oltre 80 condannati in via definitiva per la strage del 22 dicembre 1997 nella comunità di Acteal, nella regione Los Altos dello stato messicano del Chiapas, in cui persero la vita 45 tra uomini, donne e bambini. Rilasciati su ordine diretto della Corte Suprema di Giustizia (SCJN) messicana, i 20 indigeni sono immediatamente tornati nelle loro comunità d’origine, sulle montagne che circondano Acteal e Chenalò, capoluogo municipale della zona. Nei prossimi giorni, lo stesso supremo organo di giustizia messicana deciderà la sorte di altri 6 indigeni implicati negli stessi fatti.
La scarcerazione di parte dei colpevoli della strage del 22 dicembre 1997 che segnava l’inizio del periodo più cruento dell’attività paramilitare in Chiapas, organizzata e promossa dal Governo federale messicano dell’allora presidente Ernesto Zedillo contro la ribellione dell’EZLN, piove come una doccia fredda sui familiari delle vittime di quel giorno tremendo. Ed anche se la decisione della SCJN non smette di sorprendere chi in questi anni ha cercato giustizia per una delle stragi più efferate degli ultimi vent’anni di storia messicana, è chiaro ai più che questa è solo la logica conseguenza di un lungo processo di revisionismo storico, prima che giuridico, che l’attuale governo, assieme a diverse organizzazioni “accademiche” e della “società civile”, ha promosso.
Il 22 dicembre 1997, nel tardo pomeriggio, un gruppo importante di paramilitari irrompeva nella comunità di Acteal, i cui abitanti aderivano all’organizzazione Las Abejas, simpatizzante ma non appartenente all’EZLN. In un contesto che vedeva l’allora governo messicano impegnato nel contrasto della ribellione indigena attraverso la creazione di numerosi gruppi paramilitari nella regione (secondo i dettami dei manuali statunitensi di “contro guerriglia”), la strage di Acteal segnava il culmine di un lungo periodo di pressione violenta ed armata esercitata contro le comunità base d’appoggio (quindi civili) dell’organizzazione zapatista. Ma segnava anche l’inizio di un ciclo di attacchi paramilitari diretti e mattanze contro quelle stesse comunità che sarebbe continuato per diversi mesi. Si chiamava “guerra di bassa intensità”, ma mieteva vittime innocenti comunque, come una guerra vera e propria. Ed anche se sin dall’inizio la complicità delle autorità era evidente (la polizia statale presente sul luogo e testimone oculare dell’evento protette e “scortò” gli attaccanti; funzionari del governo locale modificarono la scena del delitto prima che vi giungessero gli uomini della Procura; l’Esercito messicano fornì di fucili d’assalto gli attaccanti pochi giorni prima della strage; ecc.), tanto che il governatore dello stato, Julio Cesar Ruiz Ferro, e l’allora ministro degli interni federale, Emilio Chuayffet Chemor, dovettero dimettersi, nel corso degli anni la Procura Generale della Repubblica (PGR) riuscì solamente ad individuare una ottantina di esecutori materiali della strage. Gli autori intellettuali e i mandanti scomparvero dalla scena. Chi riappare con prepotenza invece sono i colpevoli d’aver sparato, d’aver aperto ventri e crani con i machete, d’aver inseguito chi scappava su per le scarpate pur di salvarsi. 20 degli oltre 80 paramilitari, ampiamente riconosciuti da decine di testimonianze dei sopravvissuti di quel giorno, sono liberi, perché secondo la tesi della SCJN, sono stati condannati in seguito a un processo penale imbottito di vizi di forma e di prove “fabbricate” dagli investigatori della PGR. Insomma: le testimonianze sono valide, ma le prove a confermarle sono fasulle o fabbricate o comunque non valide secondo il codice di procedura penale messicano. Quindi, il processo si dovrebbe rifare, ma senza le prove raccolte in un primo momento.
Una scelta garantista, si potrebbe sostenere, se non fosse per il contesto che circonda questa storica decisione della SCJN. Un contesto che getta ombre lunghissime sull’operato dei giudici e soprattutto dell’attuale amministrazione federale messicana. Il processo di revisione del “caso Acteal” è il risultato di accordi trasversali tra personaggi legati all’allora cupola del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI, di Ernesto Zedillo), il Centro di Ricerca e Docenza Economica (CIDE, organo dipendente dal Ministero della Pubblica Istruzione) e il Partito Azione Nazionale (PAN, di Calderon). Accordi tali che lo stesso Calderon durante la campagna elettorale del 2006 aveva promesso che il suo governo avrebbe lavorato perché l’intero processo agli 80 condannati per la strage di Acteal fosse rivisto. Con un sostegno di questo tipo, è stato gioco facile per gli avvocati del CIDE preparare per oltre due anni i fascicoli di 46 dei condannati, promuovere un’aggressiva campagna mediatica sui maggiori organi d’informazione del paese e chiedere infine alla SCJN un giudizio definitivo sul caso.
Dicono i giudici della Corte Suprema: “La sentenza emessa oggi non giudica la colpevolezza o meno degli imputati”, ma solo la legalità del procedimento di condanna. Gli avvocati del CIDE, intanto, festeggiano “perché siamo riusciti a creare un precedente che impedirà in futuro alla PGR creare casi, creare prove e mettere in carcere innocenti”. Ed allora si domanda ai “garantisti” del prestigioso centro di ricerca: “Perché questo caso e non qualche altro caso delle decine di vittime innocenti della giustizia messicana?”. Il caso è paradigmatico, sostengono. Ma non spiegano cosa abbia di paradigmatico questo caso, i cui autori materiali, tutti, sono stati riconosciuti dai sopravviventi. Forse la risposta è un’altra: Acteal, la sua strage e le sue vittime, sono oggi l’ennesimo caso paradigmatico che dimostra la capacità dello stato messicano di produrre stragi ed autoassolversi, anche davanti all’evidenza, anche davanti all’indignazione nazionale ed internazionale.

Dieci pensieri dalla città difettosa

2 maggio 20091 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul sito italiano Global Project il 3 maggio 2009
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I.

Son passati ormai diversi giorni dall’annuncio dell’emergenza sanitaria in Messico. Giornate strane, straordinarie, che stanno già lasciando alcune conseguenze. La percezione collettiva del male, del pericolo, in questi giorni ha dimostrato, per l’ennesima volta, la potenza biopolitica che può avere il messaggio del potere. Che sia stato fatto apposta o meno, il dato è che è stato sufficiente lanciare un allarme alle undici di sera di un giovedì, in catena nazionale, e poi costruire una campagna mediatica di estese proporzioni per far tremare le ginocchia ad un paese intero. E, soprattutto, per far dimenticare, anche se per pochi giorni, tutto il resto. Una realtà quotidiana travolta e stravolta da un messaggio univoco che suggeriva chiaramente: “State attenti, potete morire tutti”.
La strana normalità di un paese che in un anno – 2008 – ha contato oltre 6.000 morti per la “guerra al narco”, che in due mesi ha perso mezzo milione di posti di lavoro formali, che vanta 60 milioni di poveri, che espelle un milione di migranti all’anno, che detiene nelle sue carceri decine e decine di prigionieri politici, che mantiene al margine della società milioni e milioni di indigeni messicani (ed anzi, fa loro la guerra), il cui governo, proprio nel climax dell’epidemia domestica, è stato messo sotto processo per il feminicidio dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani; questa normalità è stata travolta e sostituita dall’eccezionalità dell’esistenza di un nuovo virus influenzale; dalla chiusura delle attività scolastiche a tutti i livelli; dalle numerose, o percepite tali, morti e contagi; dall’esigenza di auto imporsi nuove norme relazionali e comportamentali; dalla sospensione delle attività lavorative in questi opportuni giorni di festa nazionale; dall’eccesso informativo che ha bombardato tutti e a ogni ora, su ogni canale televisivo e radiofonico, senza riuscire mai a offrire notizie certe; dai toni allarmistici di funzionari di governo che, nonostante tutto il male che accade nel paese da molto tempo, ci avevano abituato ai loro sempre ottimistici toni da conferenza stampa; dalla proibizione a frequentare luoghi affollati e dall’irruzione improvvisa dell’emergenza nella socialità spiccata dei messicani.
L’effetto: tutti agli ordini del governo, almeno per qualche giorno.

II.

Eppure la normalità e l’eccezionalità teletrasmesse sono concetti troppo fragili, eterei e parziali per essere il parametro di queste giornate messicane. Ed allora non ci resta che volgere lo sguardo e cercare quel che non è giusto e non lo è mai stato. Le cose che accadono e che creano conseguenze. La presenza dell’esercito nelle strade messicane, per esempio. Quella che era diventata la normalità, ovvero 60.000 soldati in tutto il paese eccetto a Città del Messico, oggi è una realtà anche per la capitale. Quanti sono, pochi lo sanno. Sono qui per aiutare la popolazione durante l’emergenza. Per quanto tempo? E perché, come testimoniano decine e decine di fotografie, sono armati con fucili d’assalto? Quel che il governo locale aveva evitato per 28 mesi e mezzo, un microscopico virus lo ha ottenuto in meno di 48 ore. Un virus al servizio del governo?
Assieme all’esercito, è giunta anche la normatività – nelle vesti di un decreto con data 25 aprile che si può leggere nella Gazzetta Ufficiale – che autorizza il governo – il Ministero della Salute specificamente – a entrare nelle case messicane, a somministrare medicine, a isolare malati/appestati, a scogliere le riunioni pubbliche, ad acquistare medicine e quanto necessario per la contingenza. Il tutto sino a fine emergenza. Ma quando finirà l’emergenza sanitaria? Finirà? O si trasformerà in emergenza sociale?

III.

Nonostante le decine e decine di teorie, alcune verosimili, altre francamente cospiro-paranoiche, difficili da provare ma facili da credere, non ci rimane altro che attenerci al buon senso. Se così facciamo, non è difficile ammettere che qualcuno da tutta questa storia ci sta guadagnando e ci guadagnerà molti soldi. A cominciare dall’industria farmaceutica multinazionale. Che forse non è la colpevole cosciente di una guerra batteriologica studiata a tavolino, ma sicuramente è colpevole di non aver reso accessibile nel passato e in queste ore i medicinali e le cure necessarie per affrontare questa crisi sanitaria. È necessario pagare, dicono. Ed in effetti, il decreto menzionato sopra, darà facoltà al governo di spendere i 205 milioni di dollari che la Banca Mondiale ha prestato al Messico, così come i 600 milioni stanziati dal governo stesso o gli ormai innumerevoli crediti ricevuti, senza che nessuno approvi o meno le spese e senza che potenzialmente nessuno ne sappia niente. E come non notare la strana coincidenza del contratto firmato solo il 9 marzo scorso dall’impresa francese Sanofi-Aventis (con un investimento di 100 milioni di euro) per la produzione di vaccini? Il progetto messico-francese prevede la produzione di vaccini a partire dal 2010, ma il tempismo dell’accordo commerciale è sorprendente, se non inquietante.

IV.

E se le case farmaceutiche e i laboratori di ricerca fanno affari e rischiano di farne di più, è cominciata ufficialmente la gara per premiare – economicamente – chi troverà la formula magica che compreremo prossimamente sotto forma di vaccino. La notizia, che anche il governo di Città del Messico stia partecipando nelle ricerche (grazie all’aiuto degli efficienti laboratori dell’Istituto Politecnico Nazionale e della Università Nazionale) per “evitare che il vaccino assuma i costi di mercato imposti dalle grandi case farmaceutiche”, è appena una piccola consolazione. Perché un’altra cosa che questa crisi sta drammaticamente evidenziando è la precarietà del sistema sanitario pubblico messicano. 27 anni di neoliberismo – sostenuto anche dall’attuale amministrazione della capitale – hanno prodotto questo: un sistema sanitario incapace di rispondere efficacemente ad un’epidemia e che proprio per questa inefficienza è tra le cause di tanti contagi; un sistema pubblico di ricerca scientifica abbandonato dalla spesa pubblica e che ha dovuto subire l’onta dell’arrivo dall’estero (dagli USA) degli strumenti capaci d’intercettare il nuovo virus; la presenza di decine di medici fuoriusciti dalle centinaia di università private, che proprio nei giorni più acuti della crisi, non solo hanno dimostrato incapacità, ma hanno, in molti casi, abbandonato letteralmente il posto per “paura di contagio”. Il tutto a scapito degli ottimi medici che il sistema educativo pubblico sforna ogni anno.

V.

Chi altro ci guadagna in tutta questa storia? Difficile capirlo ancora, ma gli indizi sono molti. Le denunce che una certa parte del panorama istituzionale pronuncia contro “chi vuole capitalizzare elettoralmente l’attuale congiuntura”, seppur strumentali loro stesse, hanno un fondo di verità. Ed anche se la politica elettorale e la rappresentanza politica formale non ci appartiene (e non ci interessa), non possiamo negare che proprio questo sistema, conquistato dopo decenni di lotte politiche clandestine e represse dal partito-stato, rappresenta oggi uno dei metri per misurare la fragile democrazia messicana. E quindi non sono solo i soldati in strada, le leggi emergenziali che impongono lo stato d’eccezione, ma anche l’intervento sempre più pressante che proprio in questa fase, il governo sta esercitando sugli altri poteri dello Stato. Prima, il silenzio assoluto da parte della magistratura (e del potere giudiziario nella sua totalità) rispetto alle leggi eccezionali che stanno passando, un giorno sì e l’altro pure. Poi, l’intervento esplicito dell’esecutivo nell’attuale processo elettorale che dovrebbe culminare il prossimo 5 luglio con l’elezione di metà del Congresso federale. L’uso del condizionale è d’obbligo, visto che si sta già discutendo la sospensione della data elettorale. E mentre questo si decide, il Ministero della Sanità – con il Presidente alle spalle – interviene nella campagna elettorale, infrangendo, ancora una volta, le regole stabilite. Non è dunque l’autorità competente, l’Istituto Federale Elettorale, ma il Ministero che detta le regole “sanitarie” della campagna elettorale che comincia i 4 maggio: i comizi non dovranno essere troppo partecipati; non si realizzeranno in luoghi chiusi; si potranno organizzare solo tra le ore 10 e le ore 15; circa il 10% degli spazi elettorali in televisione e radio saranno ceduti al governo perché trasmetta le indicazioni sanitarie alla popolazione.

VI.

Al di là delle reazioni sociali che straripano spesso e volentieri nella paranoia e psicosi generalizzata o in episodi diffusi e in crescita di discriminazione nei confronti degli abitanti di Città del Messico (qui nel paese) e dei messicani in generale (all’estero), nelle ultime ore, per fortuna, si sono registrate anche alcune proteste, isolate se si vuole, ma che sono lì a dimostrare che la dignità della cittadinanza non si fa ingannare dalle minacce di morte per contagio rilasciate dal governo. Sono episodi dei giorni scorsi che hanno visto i medici di due grandi ospedali della capitale protestare per la mancanza di misure di sicurezza adeguate. Ma è soprattutto la protesta apparentemente spontanea di duemila persone (quasi tutte donne) che si son scontrate con la polizia antisommossa della capitale fuori da uno dei più grandi carceri maschili di Città del Messico. Hanno protestato, perché da una settimana non gli permettono di vedere i propri cari. Visite proibite. Ma anche i detenuti, da dentro, hanno protestato per la mancanza di condizioni igieniche: 8.500 detenuti in un carcere per 3.000 persone, mancanza di cibo decente, assenza di saponi e medicine, ecc. Le donne fuori han lanciato pietre per due ore alla polizia. Han bruciato una pattuglia. Alla fine, il governo ha ceduto: visite ristabilite, seppur limitate. Ma è da risaltare anche la disobbedienza praticata da migliaia di lavoratori che, nonostante i divieti, il primo maggio han manifestato in tutto il paese e a Città del Messico.

VII.

Qualche giorno fa, c’è stata un’altra protesta, ma fuori Città del Messico. Precisamente a Las Glorias, nello stato di Veracruz, a dieci chilometri dall’istallazione dell’impresa Granjas Carroll, proprietà al 50% dell’americana Smithfield Food Inc.. L’impresa, produttrice di quasi un milione di maiali all’anno, è al centro della polemica in questi giorni, proprio perché si sospetta che lì, in quel territorio altamente inquinato proprio dalla produzione suina, si sia generata la mutazione virale che oggi rischia di contagiare il mondo intero. I manifestanti hanno chiesto di indagare l’impresa e le autorità che l’hanno protetta sinora ed eventualmente chiuderla. Un buon segno, ma ancora insufficiente. Evidentemente, come sostiene nel suo ottimo articolo l’americano Mike Davis, è oggi urgente – come lo è stato all’epoca della febbre aviaria – rivedere l’intero sistema di produzione alimentaria (ed anche di consumo alimentario) dell’epoca neoliberista che da tempo ha superato ogni limite.

VIII.

A proposito di proteste, dovremmo aspettarci nei prossimi giorni anche le proteste del settore produttivo. E non degli industriali e dei commercianti, che stanno già ricevendo le garanzie (economiche) del caso, ma dei lavoratori, vittime predestinate a pagare il prezzo della chiusura imposta dal governo di alcune attività produttive. Lo hanno già detto i padroni: gli stipendi si pagheranno, ma le ore perse dovranno essere recuperate con altrettante ore di straordinario, non pagate ovviamente. Orari da 24 ore al giorno di lavoro? Forse, o senno il licenziamento. E già, perché questa crisi sta offrendo agli industriali la possibilità di eliminare quei posti di lavoro che già prima erano di troppo, ma che si tolleravano in nome della pace sociale e delle statistiche economiche, tanto care alla classe politica messicana. I sindacati messicani non stanno a guardare e già avvertono che non permetteranno queste pratiche. Ma sarà sufficiente il sindacalismo onesto e democratico messicano a frenare queste intenzioni neanche tanto oscure degli industriali? Lo vedremo presto. Per ora vale ricordare che solo il 18% dei lavoratori in Messico è sindacalizzato e, di questi, solo il 10% appartiene a un sindacato vero, ovvero non controllato dai padroni.

IX.

Dopo quanto detto, forse risulta più facile rispondere alla domanda che tutti continuano ancora a fare: perché il virus uccide solo in Messico? La risposta precisa nessuno l’ha data, anche se in una conferenza stampa, un distratto ministro della salute, se l’è fatta scappare: “Abbiamo reagito con ritardo”. È vero. Il primo caso di contagio da virus suino che si è concluso con una morte, la prima, risale al mese di marzo. E già i primi di aprile, il governo intuiva quel che sarebbe potuto accadere. Ma sperava forse di riuscire a contenere la possibile epidemia. Non ce l’ha fatta.
Oggi, altre risposte alla domanda da un milione di dollari sono facili da dare: il sistema sanitario pubblico assolutamente deficiente; l’esistenza di almeno 60 milioni di poveri nel paese che non hanno praticamente alcun accesso ai servizi medici; la mancanza nel paese di medicine adeguate; l’assenza di informazioni precise non solo sul numero reale di deceduti e contagiati (chi? dove? quando? età? origini? ecc.), ma soprattutto sui reali rischi di questo virus.

X.

Infine, un pensiero dedicato a questi venti milioni di esseri umani che vivono in questa valle. È difficile in queste ore non cedere alla tentazione di posizioni diffidenti nei confronti del prossimo. Il sospetto minaccia costantemente le relazioni personali. Ma vi è anche il consolidarsi di relazioni tra conoscenti che s’informano della salute altrui con grande generosità. Si stabiliscono ponti e nuove amicizie. Il tutto sulla base d’un empatia comune attorno alla sopravvivenza, anche solo psicologica, in queste ore di enormi pressioni informative. Inoltre, va aggiunto che nonostante tutto, la reazione della cittadinanza è stata di grande dignità. La mascherina azzurra o verde, seppur quasi inutile ad evitare il contagio, è diventata oggi il simbolo di una resistenza che, se in un primo momento era assolutamente individualista, oggi assume un segno collettivo di notevole importanza. Il messaggio, che molti mezzi di comunicazione trasmettono – anche in Italia, ahimè – nel senso del cittadino messicano travolto dal virus vuoi per ignoranza, per povero, per poco igienico, per egoista o per credenze mistiche estranee alla civiltà, non solo denuncia la solita visione egocentrica e decisamente razzista di certa stampa e di certi commentatori, ma aiuta ancor di più il discorso governativo (anche messicano) che vorrebbe una cittadinanza incapace di aiutare se stessa e bisognosa dell’aiuto del fratello maggiore, lo Stato.

Articoli, libri, ricerche, rapporti di Matteo Dean legati ai sindacati indipendenti CILAS-Messico e all’outsourcing

China-América Latina: relaciones asimétricas

26 ottobre 2010Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 26 de octubre de 2010.
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Actualmente, la relación entre China y América Latina se presenta de forma asimétrica, marcada por las necesidades chinas y reforzada por la estructura limitada de las exportaciones de los países latinoamericanos, destaca el reporte Las relaciones económicas y geopolíticas entre China y América Latina, promovido por la Red Latinoamericana de Investigaciones sobre Compañías Multinacionales (RedLat).

El estudio, publicado en septiembre en los ocho países objeto de análisis, Argentina, Brasil, Chile, Colombia, México, Perú y Uruguay, advierte que “se estructura una relación económica desigual que puede llevar a un estrechamiento del margen de maniobra del continente”.

El documento subraya que la ventaja china en la relación con América Latina impone la rediscusión de la agenda de desarrollo en esta última región, ya que “la diplomacia china ha aprovechado de la erosión del principio de acción colectiva en América Latina, en un contexto en el que la retórica integracionista avanza más rápidamente que la preocupación de trazar un horizonte estratégico común”.

Elaborado por distintos investigadores procedentes del mundo sindical y académico latinoamericano, el estudio afirma que en 2008 sólo 4% de las exportaciones chinas se dirigían a América Latina, contra 50% dirigido a Estados Unidos, Unión Europea (UE) y Japón en conjunto, y otro 30% reservado al mercado asiático. Sin embargo, se subraya, China importaría hasta una cuarta parte de los productos agrícolas que consuma desde la región y 13% de productos minerales.

El estudio advierte que “si se considera conjuntamente el perfil de exportaciones de los países latinoamericanos concentrado en commodities (bienes o servicios sujetos a precios internacionales, como las materias primas) se comprende la expansión formidable de las exportaciones de esta región a la potencia asiática”.

Y como prueba, el documento ilustra que entre 1990 y 2008 la corriente de comercio entre las dos regiones se incrementó en 64 veces y las exportaciones de América Latina a China aumentaron 36 veces.

En este contexto, RedLat señala que las exportaciones latinoamericanas hacia China tuvieron “un crecimiento explosivo entre 2000 y 2005 de 45% anual, mismo que se atenuó hacia 18% entre 2005 y 2008”.

Sin embargo, con tasas tan elevadas de exportación de dichos bienes, el estudio advierte la posibilidad de que “la bonanza traída por China para algunos países de la región puede transformarse en un factor de vulnerabilidad, al menos si las políticas económicas y de desarrollo no se adecuan al nuevo contexto”.

El estudio observa las diferencias entre los distintos países de América Latina en su relación económica con China. Se señala, por ejemplo, que la llamada “lotería de commodities” aventaja a los países que ofrecen los productos que China necesita. Al mismo tiempo, hay ventajas y desventajas, dependiendo tanto del grado de interdependencia con la economía de Estados Unidos como del grado de diversificación de la producción industrial interna.

En el caso de México, la situación resulta ser única. El estudio dice que el país “no posee una oferta exportadora de commodities que interese a China”, y además “tiene toda su estructura productiva volcada a Estados Unidos, pero en productos que China ofrece de forma más competitiva”. A pesar de lo anterior, México no se vería tan perjudicado gracias a que “su diversificación industrial está menos pronunciada”.

En particular, el estudio indica que si bien los efectos macroeconómicos de la relación comercial de China con América Latina pueden ser positivos en función del grado de complementariedad con las exportaciones chinas hacia países como Estados Unidos, existe “un efecto muy negativo” para países como México, debido al “desplazamiento de productores internos” que no pueden competir con la creciente importación de productos chinos, especialmente electrónicos y textiles.

Por otro lado, el estudio de RedLat registra un efecto positivo en la relación comercial de México con China, es decir, “mayores inversiones en las ramas textil/vestuario” realizadas para poder acceder al mercado de Estados Unidos.

Los autores de la investigación concluyen que frente a la irrupción de China en México, “la estrategia maquiladora pasa a ser cuestionada, y los nuevos espacios abiertos en el mercado chino no poseen la dimensión necesaria para impulsar a los sectores desplazados por la competencia de este país, ya sea en su mercado, ya sea en el mercado de Estados Unidos”.

De esta forma, sostienen, “China debilita el impacto positivo del Tratado de Libre Comercio con Estados Unidos, potenciando los efectos negativos, sin poner nada en su lugar”.

Perspectivas geopolíticas

La creciente importancia global del país asiático en el mundo, explican los autores de la investigación, no se debe sólo a factores económicos, sino también a su eficaz diplomacia que presenta a China como “potencia amigable”.

Según los investigadores de RedLat, “conviene recordar que China es vista, por la elite política que comanda el país, como una inmensa y rica civilización que, después de un siglo de humillación y derrotas, trata de construir un orden multipolar, superando la hegemonía unilateral predominante en el mundo post-guerra fría”.

La diplomacia china es descrita como flexible y adaptable a los distintos contextos. Por esta razón, el estudio señala que la diplomacia china en América Latina asumiría presupuestos precisos: “Énfasis en la complementariedad de intereses políticos entre las dos regiones que componen el mundo en desarrollo; la importancia de América Latina como reserva de materias primas y recursos naturales; búsqueda de capital político, ya que 12 de los 23 países que reconocen diplomáticamente a Taiwán se encuentran en la región; y la inexistencia de conflictos de intereses entre las dos áreas”.

Pese a las supuestas “ganancias comunes”, el estudio indica que “existirían niveles de dependencia profundamente asimétricos entre los países de América Latina y China”.

Se suma a lo anterior el hecho de que China “posee una política externa para la región; los países latinoamericanos, en cambio, no han logrado aún asimilar el factor China como elemento de sus políticas externas y de su agenda de desarrollo”.

Muestra de ello serían las negociaciones estrictamente bilaterales efectuadas por cada país de Latina América con China.

RedLat enfatiza que las relaciones entre la potencia asiática y la región latinoamericana se muestran en gran medida conducidas por la esfera económica, debido al “pragmatismo de la diplomacia china” que aprendió a privilegiar las relaciones bilaterales y ocupar “discretamente” los espacios multilaterales.

En este aspecto, el estudio recuerda que China tiene un papel de observador en el Banco Interamericano de Desarrollo (BID), en la Organización de los Estados Americanos (OEA), en la Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal) y en Asociación Latinoamericana de Integración (Aladi).

El énfasis en la relación económica se explicaría también por el hecho que China consideraría a América Latina como “área de influencia estadunidense”.

El documento subraya que desde el punto de vista de Estados Unidos, las relaciones entre China y América Latina han “sido vistas con preocupación, pese a la cautela demostrada por la diplomacia china en sus incursiones en la región”.

Aún así, continúa, “el avance chino en la región sólo se explica en virtud del aislamiento estadunidense, a causa del foco de la política externa en el terrorismo y en la perspectiva unilateralista emprendida durante los años de la administración de George W. Bush”.

“Mitos” chinos

La última parte del documento publicado por RedLat está dedicado a “discutir las enseñanzas de la experiencia china para América Latina y romper algunos mitos sobre su modelo de desarrollo”.

En este sentido, el reporte indica que la experiencia china refleja la elaboración de una estrategia propia de desarrollo, “sin copiar modelos exógenos”. Características de este modelo serían la presencia del Estado y la planificación de largo plazo. Por lo anterior, aún rechazando la posibilidad de “copiar al modelo chino”, los investigadores sugieren que “el ascenso chino sirve como alerta para que América Latina busque su espacio en la economía y la geopolítica global”, ya que la “complementariedad actual entre las dos regiones es el resultado de la transformación productiva” del país asiático y las ventajas que de ésta se derivan “no pueden ser consideradas eternas”.

Más adelante, el estudio afirma que la concepción según la cual la competitividad china se debe al bajo costo de la mano de obra es “un análisis sesgado”. La ventaja competitiva de China “está relacionada a un conjunto de factores: escala de producción, mercado interno potencial, tasa de inversión creciente, planificación del Estado y crédito barato, además de incentivos fiscales y tipo de cambio artificialmente devaluado”.

Advierten que, si bien es cierto que los niveles salariales en China “señalan un límite para las aspiraciones salariales de los trabajadores en otras partes del mundo, conviene enfatizar que la amenaza china no se debe circunscribir a la mano de obra barata”.

En ese sentido, el estudio señala que el primer aspecto de dicha “amenaza” reside en la “ineficacia de las actuales políticas nacionales de desarrollo y de integración regional de los latinoamericanos”.

Por lo anterior, finaliza el análisis de RedLat, “el discurso de que el ascenso chino trae como única respuesta una caída de los derechos sociales y laborales le quita responsabilidad a los Estados nacionales”, además de proveer “un chivo expiatorio para los segmentos del empresariado nacional e internacional que sólo buscan aumentar su rentabilidad a corto plazo”.

Outsourcing (tercerización), respuestas desde los trabajadores

28 maggio 2009Lascia un commento

Descargalo completo aquí.

Coordinadores: Luis Bueno Rodriguez y Matteo Dean
Autores: Oscar Ermida, Álvaro Orsatti, Enrique Martínez, Francisco Retama y Alejandro Vega

(de la Presentación del texto)

¿Qué es el outsourcing? ¿Cómo le llamamos y cómo lo definimos? ¿Cómo lo regula la legislación laboral en México? ¿Y en el resto de América Latina? ¿Cuáles son las posiciones del mundo sindical internacional frente a este fenómeno? Y, finalmente, ¿cuáles son las posibles respuestas y acciones a tomar para invertir la tendencia que hace de este fenómeno un recurso más en mano empresarial para restar derechos laborales y para frenar la capacidad organizativa de las y los trabajadores?
En síntesis, la finalidad del presente libro podría ser la de contestar estas preguntas. Es un texto amplio y complejo que trata de abarcar los numerosos aspectos que tiene en sí el problema. Lejos de pensar que el outsourcing sea una novedad en el modelo productivo vigente, los autores y el Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical A.C. (CILAS) –quien coordinó la publicación del texto que tienen en sus manos– están firmemente convencidos de que si bien el outsourcing es un fenómeno añejo en la producción capitalista, en los últimos años éste ha adquirido formas, modalidades y facetas cada vez más complejas y se ha convertido en una –entre varias– herramienta importante por parte del capital para ganar ulterior terreno en la dialéctica trabajo- capital. El uso del término inglés para definir a este proceso es claramente arbitrario, como bien se comprende a lo largo de estas páginas, toda vez que los distintos autores que en ellas intervienen lo llaman subcontratación, tercerización, etc. Sin embargo, es necesario subrayar que el presente libro es el fruto, antes que todo, de un proceso iniciado en el 2002 y que ha visto al CILAS involucrado en una investigación –aunque bien se le podría llamar investigación– que ha tratado de enten- der, interpretar y explicar al problema en cuestión. En efecto, con la participación de investigadores de Brasil, Sudáfrica, India, Corea del Sur y México (CILAS) –posteriormente se integró Ucrania–, en ese año se inició un proceso de investigación de varias empresas transnacionales holandesas que, en la medida en que fue auspiciado por los sindicatos de Holanda, tenía muy presente la necesidad de que sus resultados fueran útiles para la coordinación sindical en los planos nacional e internacional, así como para facilitar sus procesos de negociación. Parte de esta investigación estaba referida justamente a las prácticas de outsourcing de esas empresas. Por otra parte, en abril de 2007 se publicaba –por parte del CILAS– un reporte (“Outsourcing. Tercerización y subcontratación en México”, Cuadernos de Investigación 004, CILAS, México) en el que, de forma aún aproximada y no exhaustiva, se comenzaba a tratar de explicar los orígenes y las razones del crecimiento desbordante y multifacético del fenómeno; al mismo tiempo, se ilustraban los principios del estudio de dos casos muy concretos de outsourcing en México. A estos primeros pasos les siguieron otros, entre ellos la realización de un seminario internacional en noviembre de 2008; este libro es el fruto de ese camino emprendido. No es el último, pero sí esperamos sea una primera piedra angular que nos permita entender la problemática.
Los lectores comprenderán, a lo largo de estas páginas, que el nombre que se le da al problema asume una importancia relativa –con excepción de la exigencia de una uniformidad lexical al menos en el contexto lingüístico continental– ya que los contenidos del proceso cobran mayor importancia. En efecto, en una primera parte el texto aborda definiciones y conceptos con la intención de ofrecer un panorama lo más completo posible de la amplia terminología utilizada tanto en el ámbito académico como en el laboral y sindical, mientras se comienza a definir qué es el outsourcing y cómo se aplica. Los autores enfrentan estas dos últimas tareas con cierta audacia pues, como se entenderá, es cada vez más difícil definir algo que cambia, se modifica y se vuelve a definir con tanta rapidez. Tan solo para que este trabajo saliera a la luz se tuvieron que aportar modificaciones y revisiones acerca del concepto mismo de outsourcing, lo cual nos enseñó -por si fuera necesario- que el outsourcing es una problemática compleja y mutante.
En la segunda parte el libro trata de dibujar el panorama, complejo también, de la legislación mexicana e internacional (en América Latina) acerca del tema. En el primer caso, el de la legislación mexicana, cabe subrayar la importancia del análisis que aquí se reporta, pues la llamada Iniciativa Lozano en los artículos referentes al outsourcing (que la propuesta de ley llama subcontratación) no hace nada más que legalizar y ratificar la práctica ya afirmada por la vía de los hechos. Hay después una explicación bastante exhaustiva de las posiciones sindicales, en particular manera de las Federaciones Sindicales Internacionales (FSI), acerca del tema.
En la tercera parte se abordan cuatro casos mexicanos de aplicación del outsourcing. Son casos ejemplares porque abordan la que en el texto definimos ‘subcontratación interna’, es decir, el más claro y franco caso de simulación laboral; por otro lado, uno de los casos analizados se refiere al de las empresas proveedoras de personal (en este texto ‘suministro de mano de obra temporal’) y es, creemos, otro de los límites al que este proceso puede llegar: ‘rentar’ al trabajador, lo cual significa hacer del trabajo un bien de comercio. Ilustrar estos casos permite al lector no sólo aterrizar el fenómeno en la realidad cotidiana nacional, sino también entender que el outsourcing se ha des- bordado a todos sectores productivos: el financiero, el manufacturero y el de servicios, entre otros.
Finalmente, quizá la parte más importante del libro –al menos para aquellos lectores que buscamos análisis acompañados por soluciones– es la última; en ella se reportan algunas experiencias sindicales y legislativas, además de ofrecer ideas, puntos de vista y algunos recursos para poder enfrentar al problema en su conjunto. Nunca como hoy ha sido apremiante enfrentar al problema del outsourcing. Más allá de cualquier postura ideológica y no obstante que los autores y editores del libro quisiéramos a una sociedad -y por ende a un mundo laboral- más equitativa, donde no haya patrones y trabajadores asalariados sino tan sólo trabajadoras y trabajadores, lo cierto es que el presente texto no proporciona utopías, sino sueños e ideas posibles en su realización concreta y práctica. En el escenario actual en que se publica este libro, el de una crisis financiera que ya llegó a crisis económica, creemos que es urgente reflexionar y comenzar a actuar para que esta herramienta productiva – como muchas otras – no se convierta en instrumento para arrebatar aún más derechos laborales en México, en América Latina y en el mundo en general. Nos queda claro, por ejemplo, que la reforma laboral promovida desde el seno del mundo empresarial mexicano y apoyada por el actual gobierno (la llamada Iniciativa Lozano) no busca proteger a las y los trabajadores de México, sino más bien restringir todavía más sus derechos, todo con la finalidad de que seamos las y los trabajadores quienes paguemos por la crisis.
Finalmente queremos subrayar que el presente texto, realizado gracias a la colaboración de distintos autores procedentes de diversos ámbitos de investigación (laboral, sindical, legal, académico, etc.), busca dos cosas más. La primera, involucrar a la mayor cantidad posible de sujetos en este debate, no solamente para que haya mayor pluralidad de interpretación sino sobre todo porque consideramos que éste, junto a otros, es uno de esos temas que le atañe al mundo laboral y, por ende, a la sociedad que lo produce. La segunda tiene que ver con el lenguaje utilizado en el texto. Lejos de querer encerrarnos en el laberinto del léxico meramente académico, el texto ofrece un lenguaje que sirve y es posible entender desde el punto de vista de los investigadores, pero también desde el punto de vista de los menos expertos en cuanto a investigaciones y análisis, mas seguramente expertos del tema en cuanto víctimas del mismo: las
y los trabajadores.

Outsourcing, miseria disfrazada de empleo

12 maggio 20091 commento

El presente artículo se publico en el Correo Laboral, publicación del CILAS en mayo de 2009
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El fenómeno del outsourcing, comúnmente llamado subcontratación, tercerización o externalización de actividades, se está extendiendo con rapidez y voracidad en los ámbitos productivos de México. Decir a esta altura de las cosas que el outsourcing es una medida en favor de los puestos de trabajo asume los perfiles de una mentira – una más – que el mundo empresarial y los gobiernos que lo apoya tratan de hacernos digerir. La realidad habla, al contrario, de una medida que en la mayoría de los casos resulta nefasta para las y los trabajadores de México, en la mesura en que sirve sencillamente para ventaja empresarial y para restar aún más garantías y derechos laborales a los millones de trabajadores mexicanos.
El outsourcing es la medida según la cual una empresa – una fábrica, una oficina, un corporativo, etc. que llamamos empresa principal – en la búsqueda afanosa de reducir costos y riesgos de producción contrata a otra empresa – una fábrica, otra oficina, una cooperativa, un trabajador autónomo, etc. que llamamos empresa contratista – para que ésta lleve a cabo parte del proceso productivo de la primera empresa. Es evidente que por parte empresarial las ventajas son enormes. No solo se pueden reducir los riesgos ligados a la sobreproducción y al riesgo empresarial, no solo habrá reducción costos; sino que habrá menos trabajadores contratados y por ende, en un futuro posible, habrá menores responsabilidades de orden laboral. Este último aspecto es él que creemos más nefasto para las y los trabajadores. Por que si bien las primeras ventajas entran en el elenco de las medidas legítimas que un empresario puede implementar, la última revela una ofensiva en contra de las y los trabajadores.
La experiencia en nuestro país, y no solo, indica que la aplicación del outsourcing apunta definitivamente hacia el debilitamiento de las y los trabajadores frente a los patrones. Por un lado el sindicato, si es que existe, será más débil pues contará con un número menor de afiliados. Por otro lado, las y los trabajadores no gozarán plenamente de sus derechos reconocidos en nuestra Ley Federal del Trabajo (LFT) en específico en el reparto de utilidades, un salario justo, la antigüedad y estabilidad del trabajo, las vacaciones.
Además, si lo anterior fuera poco, con el esquema del outsourcing, las y los trabajadores verán limitado el derecho de huelga. Tres ejemplos al respecto. El primero: si trabajo en una empresa contratista X que produce partes para una grande marca de televisores, y mis condiciones de trabajo no son las adecuadas y quiero protestar, mi referente legal será el patrón de la empresa X y la grande marca nunca tendrá nada que ver con mi protesta. El segundo (aún peor): hay empresas que se dedican a crear otras empresas (con una razón social distinta) pero con el mismo propietario con la finalidad que éstas nada más se dediquen a administrar a la nómina, es decir a los trabajadores; es evidente que esas nuevas empresas no generaran alguna utilidad y, en caso de problemas laborales, éstos no ‘mancharán’ a la empresa principal. A este caso, le decimos ‘outsourcing simulado’ y es el muy por desgracia muy común. El tercero (el peor): si la empresa contratista es una empresa proveedora de personal nada más y por ende me ‘alquila’ a la empresa principal y me envía a sus instalaciones para que trabaje ahí, no solo tendré que responder al jefe de la empresa principal (que no es mi patrón legal, pero me ordenará qué hacer y qué no hacer), sino que no podré nunca protestar frente a él, pues no es mi patrón legal. Y además nunca tendré, ni yo ni mi eventual sindicato, la posibilidad de negociar las condiciones de trabajo y mi contrato, pues ese proceso lo llevará a cabo mi empresa contratista y proveedora de personal y la empresa principal. En fin, estoy frito, entre dos patrones que deciden a mi espalda.
En el Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical (CILAS) hemos identificado al menos cuatro formas jurídicas de aplicación de la tercerización. La primera es la que llamamos “subcontratación ene sentido estricto” y se refiere, por ejemplo, al mundo de la construcción; la segunda es la “intermediación laboral”, típicamente llevada a cabo por las llamadas Agencia de Colocación; la tercera es el “suministro de mano de obra”, el caso clásico de empresa como Manpower; la última es la “utilización de trabajadores autónomos/independientes”. En todos estos casos, los casos descritos pueden suceder.
La llamada “Iniciativa Lozano”, que busca efectivamente reglamentar al fenómeno, en realidad no hace nada más que ratificar los usos y costumbres arriba mencionados. No pone algún tipo de freno o limitación al abuso de este esquema productivo y no defiende de manera alguna a los derechos adquiridos y consagrados en la LFT. Por otro lado, es difícil hoy tener propuestas acabadas de como acotar al fenómeno. Lo cierto es que si bien resultaría complejo prohibir a la tercerización como ya se hace en otras experiencias legislativas en el continente (Ecuador, por ejemplo), es hoy apremiante encontrar la manera de contener los efectos nefastos que el esquema de la tercerización produce. Dicho en otras palabras: otra vez habrá que insistir que al centro de la producción económica, ya sea material o inmaterial, no se encuentre solamente la ganancia, sino el bienestar de las y los trabajadores mexicanos.

Grupo México: modelo de inseguridad laboral y sindical

11 febbraio 2009Lascia un commento

El presente artículo fue realizado junto a Francisco Retama para el Programa Laboral de Desarrollo de Perú en colaboración con CILAS. Descarga el documento en .pdf.
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Al momento de realizar este reportaje (enero de 2009) las huelgas en las minas de Taxco, Cananea y Sombrerete, en territorio Mexicano, completaban la insólita suma de 540 días de duración (se iniciaron en julio de 2007), sin que a corto plazo se vislumbrara su terminación, pues la negociación entre el sindicato y los dueños de las minas, las tres de propiedad del Grupo México, el mayor emporio minero de este país, seguían rotas.

Sin embargo, la historia de este conflicto laboral no arranca en julio de 2007. Arranca realmente veinte años atrás, en 1988, cuando el Grupo México, de propiedad de Germán Larrea Mota Velasco, empezó a hacerse con la mayor tajada de la riqueza mineral del subsuelo mexicano. Para entender a cabalidad lo que está pasando con los trabajadores de las tres minas en huelga —y en general lo que ha pasado con la riqueza minera de México y el arrasamiento de los derechos laborales y sindicales de los trabajadores mineros de este país centroamericano— hay que remontarse a aquellos años.

Una historia de enriquecimiento voraz

La del Grupo México es una de esas historias de enriquecimiento vertiginoso, de tráfico de influencias y violación impune de derechos y leyes, pues no de otra manera hubiese logrado, en tan sólo 30 años, convertirse hoy en uno de los más poderosos holding del país, que además a nivel internacional se precia de ser “jugador importante” en el mundo de la minería. Sumadas sus divisiones minera y ferroviaria, en 2007 obtuvo una utilidad neta de 1.631 millones de dólares, un 7% más que en 2006, y más del 100% que en 2004, cuando alcanzó 783 millones de dólares.

La industria minera, como la petrolera y en su conjunto la energética, siempre fue considerada estratégica para México. Sin embargo, en 1988 el gobierno la declaró en quiebra y decidió poner en venta los activos que tenía en esta industria. Como resultado de esta operación, que marcó el comienzo de la aplicación del modelo neoliberal, se entregó a particulares la explotación de los minerales del rico subsuelo mexicano. Aquel año la empresa Mexicana de Cobre fue vendida por 690 millones de dólares al Grupo Industrial Minera México, de los Larrea, grupo que había sido creado diez años atrás.

Continuó entonces para el Grupo una cadena de compras, fusiones e inversiones multimillonarias que prosperó a la sombra de la política privatizadora de Carlos Salinas de Gortari, presidente de México en ese entonces. En 1990 compró la histórica Mina Cananea, por 525 millones de dólares, con lo cual Americas Mining Corporation, la división minera del Grupo México, se convirtió andando el tiempo en el tercer productor de cobre más grande del mundo, segundo en molibdeno, cuarto en producción de plata y octavo productor de zinc. Hoy es la segunda compañía con mayores reservas de cobre, que representa el 78% de toda su producción minera. El molibdeno representa el 8%, la plata el 6%, lo mismo que el zinc.

Hoy el negocio minero del Grupo México lo administra la subsidiaria Minera México, S. A., la compañía más grande del país en su ramo. Una de las unidades que la integran es Industrial Minera México, de la cual hace parte la mina ubicada en Taxco (de la que hablaremos más adelante) junto con otras seis minas subterráneas de las que se extrae zinc, cobre, plata y oro. Según testimonios de los mismos trabajadores, sólo en las minas de Taxco habría una producción de cerca de 1.800 toneladas brutas de estos minerales. Mexicana de Cananea y Mexicana Unidad de Cobre, son otras dos unidades que conforman Industrial Minera México, al igual que la unidad las operaciones del proceso industrial del zinc y el cobre en San Luis Potosí.

Sothern Coper Corporation es la subsidiaria internacional del Grupo México, que realiza actividades de extracción y exploración en Perú, Chile y Estados Unidos. Es la más grande empresa en el ramo en Perú y una de las diez más importantes del mundo que cotiza en la bolsa de valores de Nueva York. Asimismo, desde 1997 el poderoso holding de los Larrea también tiene intereses en el sector transporte. Es propietario del 74% de las acciones de las líneas de ferrocarril del Pacífico Norte, de Chihuahua Pacífico y la línea corta Nogales-Cananea. Más recientemente, en 2005, adquirió Ferrosur, S. A., que opera el ferrocarril “más grande y más rentable” del país. Igualmente incursionó en el área del entretenimiento con la compra de la cadena Cinemex, y es parte del selecto club de empresarios mexicanos que conforman en Consejo de Administración del Grupo Televisa, una de las compañías más poderosas del país y la primera televisora de habla hispana.

El sindicato en la mira

Durante largos años los dueños del Grupo México se beneficiaron del acelerado crecimiento de los precios internacionales de los minerales, en particular del cobre. El crecimiento de su fortuna hizo posible tolerar la existencia del sindicato minero y los contratos colectivos firmados con sus representantes. Pero tal tolerancia se terminó hacia finales del siglo pasado, cuando se abrió paso una nueva etapa en la política laboral del Grupo, centrada en la reducción de costos operativos. Entonces el sindicato quedó en la mira.

La nueva política antisindical trajo consigo la imposición de un áspero castigo a las condiciones de trabajo de los obreros sindicalizados, recurriendo a una cada vez mayor subcontratación de trabajadores en la precariedad más espeluznante. Las malas condiciones laborales, el deterioro de las cuestiones relativas a la seguridad e higiene, y la maquinaria obsoleta en riesgo del colapso, son evidencias inequívocas del método salvaje que los empresarios utilizan para obtener ganancias, bajo el lema de “producción, producción y producción”.

Una prueba de ello, trágica por demás, ocurrió la madrugada del 19 de febrero de 2006, cuando una explosión dejó atrapados y cegó la vida de 65 trabajadores en una mina de propiedad del Grupo México, ubicada en Pasta de Conchos, Coahuila; una de las más graves tragedias de la minería en la historia de México. Con el agravante de que los cuerpos de los mineros muertos nunca fueron recuperados. Ante esta tragedia, el presidente de la Comisión Nacional de Derechos Humanos, José Luis Soberanes, denunció los hechos e inició una investigación por su cuenta, pues la empresa habría incurrido en irregularidades como “la no adopción de medidas adecuadas para garantizar la seguridad de los mineros, así como el incumplimiento de disposiciones legales sobre condiciones de trabajo”. Soberanes fue aún más lejos al advertir que debían ser revisadas las condiciones de trabajo de los mineros en todo el país.

Como consecuencia de la nueva política laboral del Grupo Larrea, el choque frontal con el Sindicato Nacional de Trabajadores Mineros, Metalúrgicos y Similares de la República Mexicana (SNTMMSRM), no se hizo esperar. La intención manifiesta del Grupo es doblegar al Sindicato para someterlo a sus nuevos planes precarizantes; o quitárselo de encima y sustituirlo por una organización sindical de bolsillo, subordinada a los intereses patronales.

Desde entonces, el conflicto, los paros y los duros enfrentamientos han marcado la tónica en la relación entre el Grupo Larrea y el Sindicato Minero Metalúrgico, porque éste ha plantado una férrea oposición a las políticas antisindicales y deslaborizantes de la empresa. Además, la dirigencia del Sindicato, encabezada por Napoleón Gómez Urrutia, emprendió acciones legales para obligar a Larrea a cumplir los compromisos que suscribió con los trabajadores sindicalizados de la mina Cananea cuando ésta fue adquirida por el Grupo en 1990. Una de las cláusulas de aquella transacción estipulaba que Larrea debía entregar a los trabajadores la propiedad del 5% de las acciones de la mina, pero éste hasta ahora ha incumplido esa sensible parte del convenio. Es más, en el informe de balance de 2007 el señor Germán Larrea, presidente del Consejo de Administración del Grupo México, se queja ante los inversionistas de la actitud beligerante y “el embate de casi 30 huelgas y paros ilegales” por parte del sindicato.

Otro capítulo del conflicto tiene que ver con la titularidad de los contratos colectivos de trabajo. Con la colaboración activa de las autoridades laborales de México, en particular de Javier Lozano, Secretario del Trabajo, los directivos del Grupo emprendieron una cruzada para arrebatarle al Sindicato Minero la titularidad de tales contratos colectivos, y ponerla en manos de un nuevo sindicato encabezado por Elías Morales Hernández, hombre claramente proclive a los intereses de la empresa, y otrora aliado de Napoleón Gómez Sada, un dirigente que fue expulsado del Sindicato Minero debido a sus manipulaciones a favor de la empresa.

Es de anotar que según la Ley Federal del Trabajo los sindicatos pueden contender por la titularidad de los contratos colectivos a través de un instrumento legal que se llama “recuento sindical”, en el que participan los distintos sindicatos de una empresa. En el caso que nos ocupa, el Grupo México y las autoridades laborales acomodaron el recuento sindical para que lo ganara el sindicato encabezado por Elías Morales Hernández. Y lo ganó porque de por medio hubo presiones, amenazas y manipulación en contra del Sindicato Minero, que sólo quedó con la titularidad de los contratos colectivos en tres minas, que son precisamente las que se encuentran en huelga.

Pero no contento con esto, el señor Elías Morales Hernández interpuso demanda judicial por fraude contra Napoleón Gómez Urrutia, Carlos Pavón y Juan Linares Montúfar, principales dirigentes del Sindicato Minero, razón por la cual éstos fueron detenidos por policías federales en diciembre de 2008. Pavón fue liberado con el pago de fianza mientras Linares Montúfar sigue preso por la gravedad de los delitos que se le imputan.

Entre tanto, las huelgas que al 15 de enero de 2009 completaban año y medio de duración, siguen sin resolverse. La negociación entre el sindicato y los empresarios está rota y las acciones gubernamentales tanto políticas como judiciales para doblegar al Sindicato Minero son una prioridad en la agenda de la Secretaría del Trabajo de México. En el caso de Taxco, la huelga estalló en julio de 2007, y desde el principio fue declarada legal, con lo cual se ha evitado el riesgo de un desalojo violento o acto legal de represión por parte de la autoridad laboral; a diferencia de las huelgas que el Sindicato Minero mantiene desde esa misma fecha en las minas Cananea (Sonora) y Sombrerete (Zacatecas), las cuales tardaron en ser reconocidas.

Varias son las causas de la huelga en Taxco, que es un poblado de 75 mil habitantes ubicado en el estado de Guerrero, a unos 200 kilómetros al sur de la capital mexicana. Una primera causa fue la tajante negativa de la empresa a reconocer la dirigencia sindical electa democráticamente y a negociar la revisión del contrato colectivo de los trabajadores sindicalizados de la Sección 17, incluido el tema de los salarios. Para los trabajadores directos de la empresa se estableció desde el año 2006 una escala de 20 categorías salariales según la actividad del trabajador; escala que aquel año oscilaba entre un mínimo de 102,78 pesos diarios (salario de los vigilantes y los llamados “peones de superficie”) y un máximo de 146.69 pesos (salario de los operadores de maquinaria pesada). Con turnos de 8 horas diarias.

Sin embargo, otras muy distintas son las condiciones salariales y laborales de los trabajadores que no están vinculados directamente a la empresa sino que son subcontratados por terceros (contratistas), y por tanto no pertenecen al sindicato. En la mina de Taxco trabajan 400 mineros sindicalizados y más o menos 150 subcontratados por terceros. Estos trabajadores, que para efectos de este reportaje llamaremos “contratistas”, son, si se quiere, mineros de “segunda clase”, y hasta de tercera, por el trato discriminado que reciben.

Contratistas sobrexplotados

Los contratistas son vinculados por un tiempo determinado, según el trabajo ‘especial’ a realizarse, y el tiempo límite de contratación varía de un mínimo de tres meses a un máximo de un año. Las empresas contratistas han sido varias en Taxco, según lo afirma Roberto Hernández Mojica, Secretario General del Sindicato Minero en la Sección 17. “Algunas no tenían ni nombre, como fue el caso de una empresa contratista que conformó un ex minero para suministrarle trabajadores a la mina. La última empresa en ser contratada antes de la huelga fue P.Y.T.S.A., que también opera en otras instalaciones mineras del Grupo México en distintas regiones del país”, dice Hernández Mojica., quien también recuerda que antes el Sindicato intervenía en los contratos de los contratistas. La empresa nos anunciaba algún trabajo especial y nosotros, junto a la dirigencia nacional, valorábamos la propuesta de la empresa y la admitíamos o no. Por cada uno de los trabajadores contratistas el Sindicato percibía una cuota sindical de la empresa contratista”.

Los contratistas eventualmente pueden ser contratados directamente por la empresa, lo que sucede cuando se retira o jubila alguno de los sindicalizados. Fue el caso de Alejandro, un minero que inicialmente trabajó como contratista y que, por mediación del sindicato, fue vinculado directamente por la empresa. “Como contratistas teníamos el mismo salario, pero yo trabajaba 12 horas diarias, mientras los sindicalizados hacían turnos de 8 horas”, dice Alejandro. Aunque hay casos en que los contratistas les toca trabajar hasta 14 horas seguidas, en los turnos nocturnos y en las profundidades de la mina. Y no puden negarse a hacerlo porque entonces son despedidos.

Los contratistas tampoco reciben las prebendas y aguinaldos a los que sí tienen derecho los sindicalizados, ni se benefician de las utilidades de la empresa. Según el artículo 117 de Ley Federal del Trabajo de México, los trabajadores participan en las utilidades de las empresas de conformidad con el porcentaje que determine la Comisión Nacional para la Participación de los Trabajadores en las Utilidades de las Empresas, porcentaje que actualmente equivale al 10% de las utilidades netas reportadas por las empresas. Los contratistas están por fuera de esos beneficios.

Por otra parte, a los contratistas les toca hacer las labores más duras y desgastantes de la mina, los llamados ‘trabajos pesados’”, los mismos que los sindicalizados, por cláusulas contractuales, no pueden realizar: trabajo de alto riesgo, perforaciones, exploraciones, etc. Con el agravante de que el equipo de seguridad que se les entrega a los contratistas para realizar esos trabajos, es distinto al que se les entrega a los sindicalizados, e insuficiente además. “Mientras a los sindicalizados se les garantizaba la dotación de al menos cuatro pares de botas al año, y nuevas, a nosotros nos daban las botas usadas, y nada de guantes”, añade Alejandro. Y sobre el acceso a la seguridad social, dice: “Los sindicalizados tienen Seguro Social, mientras los contratistas deben ir a hospitales privados”.

Instalaciones en pésimas condiciones

Otra causa de la huelga en Taxco son los reclamos de los trabajadores de mejor seguridad en su lugar de trabajo, lo cual se demostró dramáticamente diez días después de iniciado la huelga, cuando se derrumbó una enorme piedra en el tiro principal de la mina. “De estar nosotros trabajando en ese momento hubiera habido unos 80 muertos”, dijo Roberto Hernández Mojica, Secretario General del Sindicato Minero en la Sección 17. “Ese riesgo lo veníamos denunciando desde hacía muchos meses, y la empresa nos contestaba que prefería pagar la multa en lugar de parar la producción”, agregó el dirigente sindical.

En la visita realizada a las instalaciones de dos de las tres minas de Taxco, actualmente en huelga, pudimos constatar las irregularidades que allí existen en materia de seguridad industrial. Los avisos de seguridad se ven por todas partes, pero todos son anuncios son de membrete. “Están ahí para los visitantes. Las mascarilla y las sorderas que se ve en ese cartel, no nos las daban”, dice Roberto Hernández, señalando el cartel con el dedo.

En Solares, una de las minas visitadas, cuya operación comenzó en 1975, es evidente la situación de abandono. Debido en parte a los casi 18 meses que ha estado inactiva, pero también al precario estado de sus instalaciones y su infraestructura: partes oxidadas, polvo acumulado, ausencia de techos, paredes rotas, cables eléctricos expuestos, goteras, fugas de aire comprimido, etc. Todas situaciones claramente existentes antes del estallido de la huelga. De la misma manera, se detectaron derrames de ácidos y químicos para el tratamiento de los minerales extraídos, etc. “Parecen instalaciones en ruina”, comentamos. Y nos contestan: “Pues así, en esas condiciones, estábamos trabajando antes de la huelga”.

Los vehículos aparecen desgastados, quizás también por el tiempo en que han estado inutilizados. Preguntamos: “¿Había algún servicio médico aquí?”. A lo que Roberto Hernández responde: “Había un doctor que denunciaba que nunca le surtían de medicinas para realizar su trabajo. Como tampoco hay un medio de transporte para llevar al hospital a un trabajador que se enferme o se lastime. En el contrato se específica que debería haber un vehículo especial para estos traslados, pero nunca lo hubo, siempre se utilizó otro medio”.

Además del mal estado de la estructura de las minas, los trabajadores denuncian no tener suficiente equipo de seguridad que los proteja de los daños a la salud que su actividad conlleva: “Por contrato deberíamos trabajar 13 años máximo adentro de la mina y 19 en superficie. Pero hay muchos compañeros que han trabajado hasta 35 años en el interior”, afirma Guillermo Salgado, tesorero de la sección local del Sindicato, razón por la cual es bastante común entre los mineros la enfermedad de la silicosis.

“Cuando el trabajador se retira, la empresa hace un estudio para determinar su estado de salud, pero por lo general se niega en reconocer esta enfermedad. Lo mismo hace el Instituto Mexicano del Seguro Social, pues las dos partes están de acuerdo. Muchos compañeros fueron a otras clínicas a hacerse el examen, sacaban fotocopia del estudio y luego se presentaban aquí, en donde le querían bajar el porcentaje de invalidez por causa laboral. Ahora, todos los exámenes son entregados en sobre sellado para poderles rebajar la invalidez”, agrega Salgado.

Vivir en huelga

De los 386 mineros sindicalizados que empezaron la huelga a mediados de 2007, resisten hoy en la protesta 205 mineros. Los demás habrían aceptado la liquidación que les ofreció la empresa, de alrededor de 120 mil pesos para los trabajadores con una antigüedad de entre 10 y 12 años. Y han resistido gracias a la solidaridad y la ayuda que reciben del Comité Nacional del Sindicato Minero. Es una ayuda indispensable y muy valiosa, que sin embargo no logra cubrir la totalidad de los sueldos que se percibían antes de la huelga. “Es duro renunciar a un sueldo semanal que por escaso que sea es seguro y puntual”, admitió uno de los huelguistas.

También ha sido factor clave de resistencia el apoyo que los huelguistas han recibido de los habitantes de Taxco, un municipio internacionalmente reconocido por la plata que se extrae de sus minas y por el artesanado de este mineral. Y apoyan la huelga a pesar de las pérdidas que ésta les acarra, calculadas en dos millones de pesos semanales, tanto por el mineral que se deja de producir como por la campaña de desprestigio orquestada por la empresa minera, que habría alejado al turismo internacional del pueblo.

Después de año y medio la situación económica de los 205 mineros que resisten en huelga se ha tornado muy difícil. Es una situación de extrema precariedad económica y de muchas carencias en la vida cotidiana de los mineros y de sus familias. “Con la ayuda que estamos recibiendo vamos a continuar resistiendo en esta lucha”, explica Armando, un minero entrevistado en la Sección 17 del Sindicato en Taxco. “Todo nos ha afectado. Hay consecuencias en la comida, en el vestir. Nos estamos privando de muchas cosas: ya no nos damos el lujo de ir a pasear, salir a cenar, etc.”, dice.

Y por otro lado está la arremetida de la empresa para desprestigiar al sindicato y quebrar su huelga.
El dirigente sindical Roberto Hernández denunció la intensa campaña mediática organizada por la empresa contra el sindicato, al igual que las amenazas a los trabajadores, en específico a la dirigencia sindical local. Parte del ataque mediático y político por parte de la empresa, ha sido y sigue siendo el intento de desprestigiar a los dirigentes sindicales, acusándolos de corruptos y de haberse enriquecido a espaldas de los trabajadores.

Lo otro es el chantaje económico. “Muchos compañeros han sido presionados para que acepten la liquidación”, dice Roberto Hernández. Él mismo es objeto de la presión y persecución de la empresa, sobre todo en el tema de su salario. Al igual que hizo con los dirigentes del Sindicato Nacional, a él también la empresa lo ha desconocido como dirigente local, y por tanto desde septiembre de 2006 no le pagan salario. “Sin embargo tengo documentos de la empresa en los que se me reconoce como tal. Dejó de reconocerme cuando el secretario nacional impuesto por el gobierno federal dio indicaciones a la empresa para que me desconociera. He sobrevivido consumiendo mis ahorros personales y ahora gracias al apoyo del Sindicato Nacional”. Además denunció que ha recibido amenazas de muerte.

Con el ánimo de romper el frente sindical que sostiene la huelga, la empresa quiso impulsar la creación de un nuevo sindicato, que los trabajadores definen como ‘sindicato blanco’, conformado por la ‘disidencia’ afín al patrón y financiado por la empresa. Pero fracasó en esa tentativa porque el Sindicato no permitió la operación orquestada por la empresa. Le dijimos al gerente local que lo hacíamos responsable de la violencia que podía ocurrir. Nos contestó que no le importaba. Durante la votación para crear el nuevo sindicato hubo enfrentamientos y dos heridos”, cuenta Roberto Hernández.

En la casa de este dirigente sindical pudimos, además, comprobar una de las razones por las cuales la huelga se mantiene: el apoyo y el aliento que los mineros reciben de sus compañeras y esposas. “Estamos en píe de lucha junto a nuestros esposos”, dice con voz firme la esposa de Roberto Hernández. “Antes de la huelga con el sueldo de mi esposo íbamos sobreviviendo, pero ahora la situación es mucho más difícil”, dice, y admite tener miedo de que le pueda pasar algo a su esposo a raíz de las amenazas recibidas. “Sin embargo —dice— ha valido la pena, porque vamos a ganar”.

También visitamos la casa de Alfonso Gómez Oliváres, actual Secretario de la Sección 17 del Sindicato, donde vive con sus tres hijos y su esposa. Ésta confiesa que la situación es dura y difícil y que no ve la hora en que todo se solucione. “El dinero —dice— hace falta para que los hijos puedan estudiar”. Sin embargo, con la ayuda de todos, hijos incluidos, su familia ha logrado sobrevivir. Admite no tener muchos contactos con otras esposas de los mineros, aunque le parece buena la idea de formar un grupo de esposas en apoyo a sus maridos. Uno de sus hijos, de 18 años, habla a su vez de las privaciones que le ha tocado padecer por causa de la huelga: “Falta dinero para comprar zapatos nuevos, ya no comemos pollo como antes, pero con lo que podemos apoyamos a nuestros padres”, y con cierto orgullo remata: “En ocasiones voy a la mina con mi papá, para apoyar los turnos de vigilancia”.

Outsourcing, ¿oportunidad o riesgo?

31 marzo 20081 commento

1.
El fenómeno del outsourcing encuentra su primera dificultad – seria y compleja – a partir de su definición. Ante que todo, la dificultad es de tipo técnico toda vez que sigue siendo de suma dificultad encontrar no sólo conceptos y explicación de los mismos, sino que nombres y definiciones comunes, compartidos por los amplios campos de estudio del fenómeno y por los distintos investigadores e instituciones – públicas, privadas e internacionales – que tratan el tema. Hay quienes definen el fenómeno con el término de subcontratación, quienes con tercerizazión, quienes, abordándolo desde el punto de vista legislativo-laboral, como una relación triangular. Finalmente hay quienes lo definen outsourcing, como ya lo hicimos nosotros en anteriores ocasiones . Por lo regular quienes utilizan este último vocablo, son los empresarios y sus múltiples centros de estudios, programación, previsión en fin, ellos. Nosotros, que no somos ellos, también utilizamos este término, reservándonos el derecho no sólo de utilizarlo sin por esto sentirnos cercanos a lógicas empresariales que lo promueven sino también de ir alternándolo con el otro término mencionado, él de subcontratación , por ser el más común en nuestro territorio de referencia, que es México, y su legislación (o cuanto menos sus auspiciadas reformas). De acuerdo en llamar al fenómeno con un determinado nombre, la segunda dificultad se vislumbra de inmediato. Y es la de entender qué significa subcontratar, cómo se desarrolla el fenómeno, cuáles sus facetas, cuáles sus alcances, cuál su lugar en el marco jurídico, cuál su futuro.
Anteriormente nos habíamos inclinado hacia la definición propuesta por el Dr. Fernando E. Granda y el Dr. Alejandro R. Smolje del CPCE de Buenos Aires, que dicen que el outsourcing es “la adquisición sistemática, total o parcial, y mediante proveedores externos, de ciertos bienes o servicios necesarios para el funcionamiento operativo de una empresa, siempre que hayan sido previamente producidos por la propia empresa o ésta se halle en condiciones de hacerlo y se trate de bienes o servicios vinculados con su actividad”. Hoy, a la luz de la evolución tan repentina del fenómeno, es fuerte la tentación de modificar la definición, ya sea por la temporalidad cada vez más corta que el fenómeno puede tener o por el hecho de que hay casos específicos – más en fuerte aumento – que nos indican que hay empresas que subcontratan tareas parte de su actividad económica más que sin embargo nunca han sido realizadas por la empresa beneficiaria (aunque sí tengan la capacidad de llevarlas a cabo). Sin alargarnos demás en este aspecto del tema, nos sea suficiente definir el outsourcing como aquel fenómeno que se observa cuando una empresa – que llamamos empresa-madre o beneficiaria o usuaria – contrata otra empresa – que llamamos proveedor o subcontratista o empresa de servicio (ES) – para la realización de una actividad propia de la primera. Cuando esto sucede, se instaura una relación de outsourcing, es decir parte de la fuente que alimenta la actividad de una empresa es “externalizada” de la empresa misma, ya sea de forma espacial, jurídica o ambas.
Las razones de tales elecciones por parte de una empresa son múltiples y todas válidas desde el punto de vista empresarial, pues no sólo se permite un evidente ahorro económico, sino que también responde a apremiantes necesidades estratégicas de mercado. El beneficio económico puede ser esencialmente de tres tipos: un primer ahorro de inversión toda vez que es posible encontrar quien haga la misma actividad cobrando menos; un segundo beneficio, aunque no necesariamente monetario, se registra en el caso la empresa quiera aprovechar la mayor competencia, la mejor tecnología y otras especificidades de su subcontratista; finalmente, el tercer beneficio responde a la necesidad irrenunciable de poder ser competitivos en el mercado y poder así enfrentar períodos de elevada como de menor producción.
Finalmente, el outsourcing es, junto a pocos otros elementos, la pauta a seguir por parte empresarial para poder sobrevivir, crecer y quizás ser los primeros. Sin embargo el outsourcing se nos presenta a nosotros que empresarios no somos, pero sí somos trabajadores o en todo caso con ellos hablamos, como un importante instrumento de ofensiva en contra de el panorama de derechos y garantías plasmados en la Ley federal del Trabajo – en el caso mexicano – y en toda legislación laboral que haya surgido de las luchas y la confrontación entre patrón y trabajador, capital y trabajo. Dicho en otras palabras, el fenómeno en cuestión arriesga con ser un elemento más de la erosión que ha venido padeciendo el vasto abanico de derechos laborales asentados y aún legalmente vigentes.

2.
Los datos estadísticos que hablan de la difusión del outsourcing en el mundo nos hablan de un fenómeno en expansión. En el caso de México sin embargo los datos estadísticos son escasos y difícilmente comparables. Esto es por una sencilla razón conducible a cuanto dicho anteriormente, o sea la falta de un cuadro común de definición que permita ubicar fácilmente lo que sí es outsourcing y lo que no. Cabe mencionar la posibilidad de que el outsourcing no sea aún abundantemente ubicado por el hecho de que no haya interés en él, o mejor dicho no haya sido expresado públicamente interés en él.
Los datos estadísticos recolectados y elaborados en el trabajo de referencia del presente texto , nos dibujan un panorama extremadamente interesante. Las regiones con más alto número de establecimientos industriales son también aquellas con el mayor números de trabajadores subcontratados. Estos datos , describían un México que en el año 2004 tenía casi una décima parte de sus trabajadores subcontratados , resultado de un crecimiento en el número de los mismos de un 40% en los cinco años anteriores (de 1999 a 2004). De la misma manera se puede entrever que el outsourcing es presente sobre todo entre las grandes empresas o grandes establecimientos. Difícil comprender en cuáles sectores económicos se desarrolle más el outsourcing. Según las estadísticas citadas, el sector manufacturero es él que sólo ocupa casi la mitad del personal subcontratado en México.
Sin embargo, hay que destacar un dato que hoy en día parece ser confirmado por las numerosas declaraciones del sector: en 2004, casi el 12% del personal subcontratado se ubicaba en el sector señalado como “Equipo de computo, comunicación, medición, etc.”. En los últimos dos años, desde distintos ámbitos de han venido haciendo declaraciones que confirmarían no sólo la tendencia al aumento del fenómeno analizado en esta sede, sino la clara especialización sectorial del mismo. Sin más certezas que las declaraciones de varios sujetos protagonistas o menos del tema en cuestión – empresarios y directivos de empresas de servicio (las subcontratista de personal y de servicios), funcionarios de la STPS, diputados de los tres grandes partidos, etc. – y con un poca de intuición se puede cómodamente presumir una jerarquización posible de las actividades hoy embestidas por el outsourcing: subcontratación de personal (hay que tener presente la diferencia entre lo que significa proporcionar el personal y la gestión de nómina, dos actividades separadas aunque en muchas ocasiones realizadas al mismo tiempo por la misma empresa), gestión de información financiera, gestión de la comunicación. Si estas informaciones proporcionadas en entrevista por un directivo de una empresa de servicio puede hacernos dudar, podríamos suponerla cierta toda vez que confrontamos otras dos informaciones. La primera, proporcionada por el empresa de servicio Manpower , nos habla del manejo por parte de dicha empresa de servicio (expresamente una subcontratista de personal) de alrededor de 500mil trabajadores al año. La otra información nos llega por parte del Instituto Mexicano de Teleservicios, el cual nos confirma la existencia de “118mil estaciones de trabajo de centros de llamadas”, esto son los llamados call-center. Estos centros de trabajo, afirma el IMT, emplean actualmente alrededor de 128mil personas y tiene una tendencia a la alza. Si todo esto fuera cierto, aún con cierta imprecisión, se podría confirmar cuanto dicho al principio, que la subcontratación de personal y la subcontratación de servicios tecnológicos (la llamada IIT) son los sectores en donde se concentra mayoritariamente el outsourcing hoy en México.
Estos dos sectores creemos constituyan la frontera del fenómeno del outsourcing. El primero, él de la subcontratación de personal, por ser el instrumento punta de lanza de la ofensiva empresarial hacia los trabajadores por las enormes y graves consecuencias que implica para la esfera de los derechos de los empleados de tal manera (tema del cual hablaremos más adelante); el segundo por ser un sector en franco crecimiento económico no sólo según los datos estadísticos – aún siendo escasos – que marcan un valor anual del mercado mexicano de outsourcing en tecnología de alrededor de 1000 millones de dólares con una tasa de crecimiento prevista para el 2007 del 18%. Tales datos son confirmados a finales del año pasado por el mundo empresarial que habla de una tasa de crecimiento igual (entre el 15 y el 10%) presumiendo que esta tendencia dure al menos hasta el 2011. Sin embargo aumenta la cotización del mercado llevándola hasta la cifra de 2700 millones de dólares . Otros – por ejemplo la filial mexicana de IDC – afirman que en México, el 49% de las firmas con más de 500 empleados tienen al menos práctica manejada vía outsourcing, así como el 20% de las que tienen de 100 a 499 empleados y el 15% de las que cuentan con menos de 100 trabajadores. Afirma además que el 13% del sector gobierno ya lo hace. Ciertas o no estas cifras, exageradas o menos, nos hablan de la atención que el mundo empresarial nacional y extranjero (norte americano, sobre todo) están poniendo sobre la posibilidad de subcontratar servicios tecnológicos en México. De tal forma que si el año pasado, diversas consultoras internacionales de outsourcing ubicaban a México en el lugar 19 a nivel mundial cual plaza de aplicación del outsourcing, hoy quizás estamos subiendo la clasificación.

3.
Resulta al contrario relativamente sencillo ubicar las consecuencia del outsourcing en lo que es el terreno de nuestro actuar: la esfera laboral. Lo que el fenómeno en estudio comporta para el mundo del trabajo es un conjunto de consecuencia que inciden directamente en los que hoy llamamos derechos laborales y condiciones de trabajo. No cabe duda de hecho de que el outsourcing aplicado comporta una general precarización de las relaciones laborales fácilmente describible hablando de las facetas más típicas de estas: contratación colectiva definitivamente cuestionada; repartición de utilidades anulada de facto; antigüedad rebasada; vacaciones y aguinaldo reducidos; seguridad social temporalizada.
Lo que nos interesa aquí es sin embargo diferenciar al menos dos posibles situaciones que se puedan generar en la aplicación del régimen de outsourcing. La primera tiene que ver con la subcontratación de actividades y servicios en el que la empresa-madre (o beneficiaria o usuaria, como se prefiera definirlas) contrata la realización de un producto o actividad de su propia cadena productiva. Es el caso por ejemplo de la proveeduría de partes o componentes de productos específicos de la empresa beneficiaria o, en otro caso, es la proveeduría de servicios cuales son limpieza, vigilancia, catering o bien servicios de gestión administrativa (banco de datos, etc.). En este caso las consecuencias en la esfera laboral que arriba mencionamos puede ser menos visibles y tendrán muy probablemente que ver con la posibilidad de un abaratamiento generalizado del trabajo en la empresa proveedora (o subcontratista o de servicio) para poder competir en el mercado con el vasto abanico de empresas dedicadas hoy a proveer otras empresas. Un abaratamiento que pasa necesariamente por la reducción de los costos del trabajo con consecuencias directa en sueldos, prestaciones, etc. de los trabajadores. Más sin embargo es la otra situación la que nos llama la atención. La segunda situación es la que involucra las llamadas empresas de servicios (o subcontratista de mano de obra o de empleados) , mismas que promueven lo que ya definimos “trabajo en renta” . Nos resulta importante hablar de este aspecto puesto que no sólo, como lo hemos visto, es uno de los sectores de mayor aplicación del outsourcing en México, sino también porque este tipo de empresas – la mayoría de las cuales están asociadas – registra un fuerte crecimiento así como fue registrado por el INEGI: de 1999 a 2004, este tipo de empresas han crecido casi un 40% en número.
En el caso de la subcontratación de personal habría que distinguir el rol que juegan estas empresas en cuanto mero intermediario – que ya de por sí representa un importante ahorro para la empresa beneficiaria – y el rol de subcontratista o agencia de colocación. En este último caso, la empresa subcontratista se encarga no sólo de proporcionar al personal sino también de administrarlo por cuenta de la empresa beneficiaria. Mucho se ha dicho acerca de esta fórmula que permite a la empresa beneficiaria eludir de facto a las responsabilidades laborales, pues las delega y vende – aún comprando el servicio – a la empresa subcontratista. Al mismo tiempo es vasta la literatura acerca de este tipo de contratación que se definió como “relación triangular”. Esto es que en este tipo de relación laboral, encontramos a tres sujetos: el trabajador, la empresa beneficiaria y la empresa subcontratista. Las tres tienen relación autónoma y particular con cada una de las otras.
Desde el punto de vista del trabajador hay dos relaciones más una. El trabajador se relaciona desde un punto de vista meramente contractual – y por ende jurídico – con la empresa subcontratista. El contrato, lo hemos visto , aún respetando el marco legal existente tiene la tendencia a temporalizarse, esto es a reducir su duración hasta llegar a límites extremos (Manpower, por ejemplo, maneja contratos de hasta quince días de duración). El trabajador luego se relaciona con la empresa beneficiaria en cuyas instalaciones trabaja (en la gran mayoría de los casos). Este tipo de relación no está contemplado en ningún contrato o convenio de partes, sino que se reduce simplemente a la cotidianeidad del trabajo desarrollado. Dicho en otras palabras, aún teniendo el contrato con la empresa subcontratista, el trabajador recibe indicaciones, órdenes (y todo lo que consigue, incluidos regaños y castigos) por parte de la empresa beneficiaria. Una relación informal jurídicamente, pero muy clara en la vía práctica. Finalmente hay una relación entre la empresa beneficiaria y la subcontratista que como hemos observado tiene la tendencia a tejer puentes solidarios entre las dos. En este aspecto, cabe recordar lo que hemos definido el “patrón bicéfalo”, queriendo con esta definición matizar lo que pocos han hasta ahora observado: ciertamente hay dos patrones (uno formal y uno informal) pero lo importante es que estos dos sujetos tienen la tendencia a aliarse entre sí frente al trabajador. Esto significa, a los efectos prácticos, que en el ya clásico dibujo del triangulo que puede representar este tipo de relaciones, el eje o lado del triangulo que define la relación entre empresa beneficiaria y empresa subcontratista, tiene un peso específico definitivamente mayor que él de los otros dos lados.
Lejos de querer analizar jurídicamente tal situación – no somos abogados laborales, más simplemente interpretes -, hay que mencionar los dos principales puntos de vista interpretativos acerca de éstas relaciones triangulares. Por un lado hay quienes sostienen que la relación entre trabajador y empresa beneficiaria no es jurídicamente definible, pues el contrato entre ésta y la empresa subcontratista pertenece a la esfera mercantil por lo tanto no se puede justificar alguna relación laboral formal existente. Por el otro lado, hay quienes defienden el principio sancionado por la Organización Internacional del Trabajo (OIT) de la primacía de realidad, según el cual la existencia real de una relación cotidiana en el lugar de trabajo permite afirmar la existencia de una relación de trabajo desde un punto de vista jurídico (con todas las consecuencia legales que esto conlleva). No cabe duda que nos inclinamos por esta segunda interpretación que aún es difícil de justificar en un marco jurídico mexicano confundido e incompleto al respeto, tiene el privilegio de salvar la realidad de una situación que consideramos al límite de lo lícito.
Desde nuestro punto de vista, la realidad prevalece sobre lo que es la legislación vigente. La realidad es más fuerte sin duda de lo que el derecho no es aún capaz de explicar.
Según nosotros, lo importante de este caso son las consecuencias de índole práctico. Las vamos enumerando en orden esparcido porque no queremos aquí establecer jerarquías arbitrarias. Pasar por una empresa subcontratista que desarrolla el rol de intermediario y/o de administración de la nómina implica: a) pasar dos procesos de selección (él de la empresa subcontratista y él de la empresa beneficiaria); b) la exclusión del trabajador del proceso de contratación y negociación de las condiciones laborales y de trabajo de la actividad efectivamente realizada en las instalaciones de la empresa beneficiaria; c) la exclusión de los sindicatos presentes en la empresa beneficiaria (por obvias razones); d) la dificultad (ya encontrada en algunos casos prácticos ocurridos) de identificar al referente de quejas y demandas de orden laboral; e) la indirecta creación de un registro privado (en mano de la empresa subcontratista) de la mano de obra del país (que arriesga con convertirse en una legitimación del nefasto fenómeno del “boletinaje”); f) someterse por completo y sin ninguna posibilidad de respuesta a las exigencias de la empresa beneficiaria (en cuanto a flexibilidad de horario y lugar de trabajo, etc.); g) perder acceso a parte de las prestaciones establecidas en la LFT (antigüedad, aguinaldo, etc.) por la corta duración de los contratos; h) la ruptura del concepto de contratación colectiva toda vez que se tiende a la individualización de cada trabajador (caso por caso, contrato por contrato, vendría por decir); i) la desprotección absoluta frente al riesgo de despidos, pues por un lado lo más sencillo para despedir a un trabajador es sencillamente no renovarle el contrato, por el otro el despido puede ser decidido por la empresa beneficiaria sin que le trabajador tenga la posibilidad de palabra, pues no es su patrón formal. Solo para enumerar algunas.
Más en general podemos también identificar consecuencias más abstractas y de fondo a este tipo de contratación promovida por las llamadas empresas de servicios o subcontratistas de personal. La primera que mencionamos es el engaño estadístico que estas contrataciones provocan pues los contratos temporales así creados entran jurídicamente a formar parte del trabajo formal sin embargo mantienen rasgos fuertes del trabajo informal, o sea, dicho en una palabra, la precariedad. Esto significa que formalidad laboral ya no significa estabilidad laboral y por ende estabilidad en el acceso a los derechos sociales, sino que trabajo formal e informal tienen la tendencia a sobreponerse en cuanto a ventajas y desventajas que cada uno representaría para el trabajador. No es de poca cuenta este aspecto, pues el 91% de los casi 250mil empleos nuevos creados hasta 2005 por la administración Fox en México (misma que se ufanaba de éstas cifras), fueron empleos temporales – también llamados empleos eventuales – lo que significa que si bien hubo 250mil nuevos empleos formales, la mayoría de ellos no representó absolutamente una salida a la precariedad del mismo trabajo. A los efectos prácticos, esta observación se convierte en cruel realidad cuando observamos que el acceso a la esfera del derecho (y la protección social) que el trabajo formal conllevaría (al menos hasta pocos años) se viene transformando en una negación de facto a este acceso. De otra forma dicho, la temporalidad del trabajo se convierte en temporalidad del goce del derecho, de la seguridad social, etc. Una transformación que legitima y legaliza la exclusión de millones de personas. Por consecuencia nosotros ubicamos en esta fase el nacimiento de una categoría nueva que nos reservamos de seguir analizando, que es la del “precariado”, un proletariado de antaño que hoy asume como su faceta característica el hecho de vivir la estabilidad sí, pero de la precariedad laboral. De este nuevo sujeto de trabajadores identificamos algunos rastros que quizás no sean apremiante o importante aquí subrayar que pero nos pueden ayudar a comenzar una siguiente reflexión. Hay que mencionar por ejemplo el riesgo que conlleva la individualización de la relación laboral arriba mencionada, junto con la temporalidad de los contratos. Es el riesgo de un cambio de actitud de parte de los trabajadores que se caracterice por mayor sumisión frente al patrón. Al mismo tiempo esa misma individualización arriesga con romper de manera definitiva el frente constituido por las organizaciones sindicales que, como se observa, tienen dificultad a interpretar y adaptarse a estas transformaciones.

4.
Decíamos que el outsourcing en México no encuentra aún definición cierta en el marco jurídico de reglamentación del trabajo, la LFT antes que todo. O más bien, que las dificultades que el outsourcing viene creando para el trabajador se originan en la falta de un marco jurídico de referencia capaz no solo de reglamentar los diversos casos, sino de proteger al trabajador de las evidentes nefastas consecuencias. No son pocos los artículos de la LFT a los cuales hacer referencia en el caso de este tipo de contratación. Especificadamente en el caso de las empresas de servicio o subcontratistas de personal – mismas que pueden ser empresas distintas o empresas jurídicamente distintas pero creadas al interior de la empresa-madre o beneficiaria – por lo general se analizan los artículos primeros de la LFT, los que describen la función y obligación de los intermediarios así como los que definen al patrón – y por ende sus obligaciones. Hemos sostenido que las prácticas de las empresas de servicios se llevan a cabo al margen de la ley. Frente a éstas dificultades interpretativas, por varias partes se ha puesto el problema de resolverlo a través de modificaciones a la misma Ley Federal del Trabajo. En este aspecto cabe relevar que éstas modificaciones están contempladas por las diversas propuestas de la llamada Reforma Laboral que ya se ve llegar por parte gubernamental.
Tal dificultad interpretativa se matiza en cuanto la OIT afirmó en su Conferencia Anual en 2003: “En México, al parecer, la formulación de los conceptos de empleador y de trabajador no permite abarcar toda la realidad laboral y eso facilitaría la evasión de la ley”. Cabe mencionar al respeto que la misma OIT emitió al menos dos Convenios que reglamentarían las llamadas por la OIT , “agencias de colocación” . Por eso, la misma OIT se había dado a la tarea de resolver al problema en su Conferencia de 2006. Sin embargo las partes presentes no pudieron llegar a ninguna conclusión exhaustiva acerca del caso. Nada más algunas consideraciones y recomendaciones para el futuro.
Esta dificultad en definir un marco jurídico eficaz denuncia la gran dificultad en tratar al tema. A éstas dificultades se añade inevitablemente el conflicto generado por los intereses tan encontrados entre mundo del trabajo y mundo empresarial. Un conflicto de orden ideológico y práctico, para ambos bandos.
A lo largo de estos últimos años, sin embargo, desde el ámbito laboral, gubernamental y partidista han sido propuestas distintas reformas, integrales o parciales, a la LFT miradas a resolver a los problemas que el outsourcing genera.
Inclusive en la propuesta – la llamada Reforma Lozano – que recientemente salió a la luz pública y que alguien con buen sentido de las cosas se está encargando de difundir lo más posible, el tema del outsourcing es tocado con cierta atención.
Antes de pasar a observar esta última propuesta, vale la pena recorrer velozmente lo que ha sido el camino del outsourcing en la historia reciente de las propuestas de modifica a la LFT. De un total de más de 80 propuestas presentadas desde 1998 a la fecha, hay algunas que en específico se refieren al outsourcing – que se define subcontratación prácticamente en cada propuesta. Veremos aquí sobre todo las más recientes, de este principio de año. Sin embargo queremos comenzar nada más mencionando a una propuesta presentada el día 15 de abril de 2004 por la diputada del Partido de Acción Nacional, Maria del Carmen Mendoza. Es esta propuesta interesante porque marca quizás el límite al cual se puede llegar. De hecho la diputada de manera que nos parece sinceramente descarada o ignorante del vasto debate que la aplicación del outsourcing ha provocado, propone la modificación del art. 8 de la LFT en los siguientes términos: “Trabajador es la persona física que presta a otra, física o moral, un trabajo personal subordinado. El trabajador que se encuentre subcontratado, tendrá como patrón a la empresa de subcontratación de personal, siempre que ésta se encuentre legalmente constituida en los términos de esta ley, de lo contrario su patrón lo será la empresa usuaria”. El art. 10 quedaría así modificado: “Patrón es la persona física o moral que utiliza los servicios de uno o varios trabajadores. Se excluye de esta definición a las personas que utilicen los servicios de trabajadores a través de empresas de subcontratación de personal, sin que esto los libere de las responsabilidades que conforme a ley les corresponden”. A su vez el art. 13: “Se entenderá que la empresa de subcontratación de personal es el patrón de los trabajadores que ponga a disposición de la empresa usuaria, siempre que la misma se constituya de conformidad con las disposiciones de esta ley”. Las modificaciones propuestas abarcan más artículos de la LFT sin embargo no tiene caso reportarlos aquí por considerar suficientes los ya mencionados para entender el alcance de dicha propuesta, o sea la negación absoluta de cualquier corresponsabilidad por parte de la empresa beneficiaria.
Lo que sí vale la pena hacer es más bien un recorrido en las dos últimas propuestas referentes a la LFT y al fenómeno del outsourcing. La primera es la propuesta con fecha 4 de marzo de 2008 presentada por los diputados federales del PRD, Daniel Dehesa Mora y Pablo Trejo Pérez. En ella hay importantes novedades que quizás por vez primera recogen las observaciones realizadas en el debate mencionado. La propuesta modifica el art. 13 de la LFT añadiendo: “Art. 13bis: Los patrones que utilicen en su empresa los servicios de trabajadores proporcionados por otro patrón, serán responsables solidarios en las obligaciones contraídas con aquellos. Estos trabajadores prestarán sus servicios en las mismas condiciones de trabajo y tendrán los mismos derechos que correspondan a los trabajadores que ejecuten trabajos similares en la empresa o establecimiento”. Y continúa: “En general, las responsabilidades patronales corresponden tanto a quien realmente reciba los servicios o beneficios directos de las obras o servicios, como a quienes formalmente aparezcan como patrones o receptores de esos servicios. Estos trabajadores se considerarán empleados del patrón que recibe sus servicios o beneficios derivados de su trabajo, por lo que podrán formar parte del sindicato titular del contrato colectivo en dicha empresa”. Luego viene el art. 15ª: “También existirá responsabilidad solidaria cuando los patrones utilicen en su empresa los servicios de trabajadores proporcionados por otro patrón. En general, las responsabilidades patronales en apego a esta Ley corresponden tanto a quien realmente reciba los servicios o beneficios directos de las obras o servicios, como a quienes formalmente aparezcan como patrones o receptores de esos servicios”. Más adelante, al art. 21 se añade: “Igualmente se presume la relación de trabajo entre el patrón que utiliza los servicios o recibe los servicios o beneficios directos de las obras o servicios de trabajadores proporcionados por otro patrón”. Omitimos algunas partes, sin embargo consideramos suficiente cuanto expuesto para entender que una propuesta de esta naturaleza deja a salvo varios aspecto hasta aquí criticados de la aplicación del outsourcing en México. Aún no siendo perfecta, la propuesta podría ser un interesante punto de partida para comenzar un debate acerca de las modificaciones a la LFT necesarias para salvar al outsourcing sin atacar la esfera de los derechos laborales.
Al contrario, las modificaciones propuestas en el paquete llamado Reforma Lozano que otra cosa no es sino una modificación a la ya conocida Reforma Abascal, no resuelven al problema. En ella se enfrenta al cuestión outsourcing en varios artículos.
Se comienza con el art. 13 al cual se añade: “En caso contrario los patrones que utilicen en su empresa los servicios de trabajadores proporcionados por un intermediario, son responsables solidarios en las obligaciones contraídas con aquellos”. No se pretende modificar mucho, nada más lo esencial para posiblemente, en sede interpretativa – por ejemplo en una Junta de Conciliación y Arbitraje – una empresa de servicio o subcontratista de personal se ampare o mejor dicho se defienda declarándose empresa en lugar de intermediario. Continuamos con el art. 15 al cual se añaden 4 apartados, bajo las letras a), b), c), d) y e). En el apartado a) se define el “régimen de subcontratación” en los siguientes términos: “Es trabajo en régimen de subcontratación aquél realizado en virtud de un contrato por relación de trabajo por un trabajador para un empleador denominado contratista o subcontratista, cuando éste, en razón de un acuerdo contractual, se encarga de ejecutar obras o servicios, por su cuenta y riesgo y con trabajadores bajo su dependencia, para una persona física o moral dueña de la obra o empresa, denominada la empresa beneficiaria, en la que se desarrollan los servicios o ejecutan las obras contratadas. En esta definición no quedan comprendidas las empresas contratistas o subcontratistas que presten servicios a otras de manera ocasional y discontinua”. Mucho que observar: lo primero, se define el lugar de trabajo que son las instalaciones de la empresa definida beneficiaria. En este caso, es evidente, quedan excluidas – para ofrecer un ejemplo – todas aquella empresas hoy contratadas desde el exterior para el servicio de call-center. Hay luego que subrayar cierta incertidumbre en ese “acuerdo contractual” que define la relación entre las dos empresas, la beneficiaria y la subcontratista. En fin el mayor pecado, es decir la exclusión de aquellas empresas subcontratistas que prestan sus servicios de manera ocasional o discontinua. Bien, con tal frase la LFT quedaría prácticamente inmutada frente al fenómeno en estudio, pues lo que más consecuencias provoca – lo hemos dicho anteriormente – es precisamente la temporalidad reducida de los contratos de trabajo. En otras palabras, a parte la falta de claridad en definir lo ocasional y discontinuo, lo cierto es que quedarían afuera por un lado todos esos trabajadores temporales de corto plazo – los que trabajan por temporadas, por estación, etc. – por otro lado nada excluye que inclusive ahí en donde la relación entre las dos empresas sea más continuativa, se cree acuerdo alrededor de la conveniencia de renovar el “acuerdo contractual” de forma más periódica, tal y como las empresas subcontratistas de personal lo hacen con sus propios trabajadores. Se comienza mal y se termina peor.
Los siguientes apartados no mejoran la situación. En el d), por ejemplo, se dice: “El patrón beneficiario de servicios deberá solicitar información a los contratistas por lo menos cada tres meses, sobre el monto y estado de cumplimiento de las obligaciones laborales y de seguridad y previsión social que a éstos correspondan. En caso de que los contratistas se nieguen a proporcionar dicha información, el patrón beneficiario de los servicios deberá denunciar tal situación o, en su caso, los hechos que presumiblemente constituyan violaciones a los derechos de los trabajadores subcontratados ante la Inspección del Trabajo”. Según interpretamos, la autoridad laboral está a su vez subcontratando el control del entero sistema, delegando a la empresa beneficiaria el respeto de las reglas.
Finalmente en el apartado e) se dice: “Se presumirá, salvo prueba en contrario, que se utiliza el régimen de subcontratación en forma dolosa, por parte de la empresa beneficiaria de los servicios, cuando en una misma empresa, una o más personas subcontratadas perciban sueldos y prestaciones menores, en comparación a los que reciben las personas que laboren para la empresa beneficiaria de los servicios y que realicen las mismas actividades. También se considerará que se utiliza el régimen de subcontratación en forma dolosa, cuando las empresas prestadoras de servicios u otras filiales de éstas, tengan simultáneas relaciones de trabajo o de carácter mercantil o civil con los trabajadores, con el objeto de simular salarios y prestaciones menores”. Cabe aquí decir al menos dos cosas. La primera tiene que ver con la comparación salarial y de condiciones que el articulo pretende. No queda resuelto el caso, ya denunciado por otros investigadores, en el que no haya trabajadores de planta en la empresa beneficiaria que “realicen las mismas actividades”. En este caso, lo dicho por el apartado queda sin valor alguno. Finalmente hay que mencionar también que si bien se matiza lo ilegal de la simulación contractual y por ende salarial, lo cierto es que en la práctica sucede demasiadas veces que el trabajador contratado por cierta actividad se encuentre a realizar otras, muchas veces ordenado por el “patrón informal” de la empresa beneficiaria. El art. 39A sugiere la introducción de los llamados “períodos de prueba”. No quisiéramos que esta posibilidad, ya de por sí delicada fuese aprovechada también para justificar los ya existentes contratos de breve plazo promovido por las empresas subcontratistas de personal. Quedó comprobado que las pruebas a las cuales son sometidos los trabajadores por parte de estas empresas están al límite de la ley y del respeto de la dignidad ajena. ¿Serían los períodos de prueba propuestos un herramienta más en mano de tales empresas?
Hay muchos más aspectos criticables de esta propuesta, sin embargo por falta de espacio y por querer evitar aquí salir del tema omitiremos nuestros comentarios.

5.
Para concluir el presente texto, nos quedaría preguntarnos si el outsourcing es efectivamente este monstruo de las múltiples cabezas que todo parece indicar. Si es una riesgo o una oportunidad. Sin duda alguna la respuesta es retórica como lo es la pregunta. Actualmente el outsourcing es un riesgo y lo es para un sector específico del mundo económico: el trabajador. Junto a los riesgo para el trabajador, se podría identificar también los riesgos para las organizaciones de los trabajadores, es decir los sindicatos. De la misma manera, sin duda alguna, se puede afirmar que el outsourcing es una gran oportunidad para el mundo empresarial público y privado.
¿Cómo vencer al riesgo? O ¿cómo evitar que se concrete? O mejor aún, ¿cómo vencer al outsourcing? Difícil ofrecer respuestas. Por un lado viene la tentación de repetir la que consideramos ser una solución de fondo al problema, esta es decretar la separación entre acceso al trabajo y esfera de los derechos creando por ende lo que aquí podemos definir “salario de ciudadanía”. Pero esto implicaría no sólo un cambio radical a los más altos niveles, sino adentrarnos en un debate que aún siendo muy interesante, arriesgaría, aquí y ahora, de confundirnos y llevarnos a perder el enfoque práctico que tratamos de darle a las consideraciones hasta aquí expuestas. Por el otro lado, sin embargo, es también complejo ofrecer respuestas adecuadas e integrales. Prohibir las prácticas de la subcontratación integral o parcialmente como alguien ha en su momento planteado parece ser una solución un tanto utópica o más bien una solución sin base, pues hoy el outsourcing es muy difundido a nivel global y representa quizás uno de los ejes de la nueva economía-mundo. Otras soluciones son al contrario más de orden práctico y tienen que ver con las posibles modificaciones a la legislación laboral actual. Estas modificaciones sin embargo tienen que tener presente del más vasto abanico de posibilidades que pueden caer bajo el concepto de outsourcing. En este sentido, la propuesta mencionada arriba y adjudicada a los diputados del PRD nos parece sensata y equilibrada, aunque falta corregir muchos de los aspectos negativos también arriba mencionados. Habría en efecto que revisar la posibilidad de participación a la contratación – por no hablar de la contratación colectiva – en la nueva relación triangular. Nadie ha hasta ahora propuesto algún espacio u organismo capaz de comprender a los tres sujetos juntos en el momento de la contratación. Faltaría dejar más claro quién es quién en la relación laboral. Aún el tema es tratado, no queda muy claro quien es el referente para el trabajador según el problema que éste pueda registrar. No hay quienes propongan alguna medida de control sobre los enormes registros de trabajadores que las empresas de servicios mantienen de sus trabajadores. Nada que proteja al trabajador de una empresa de servicios frente a la decisión de la empresa-madre de deshacerse de él.

***

Juana López es una joven trabajadora de una maquila de la electrónica en Cd. Juárez, Chihuahua. Ella, como muchas otras, es de otra región de la República.
Llegó a la ciudad fronteriza un día de verano de 2006, cuando ya habían pasado tres meses de no saber nada de su esposo, emigrado algunos años antes a los EU. Ella se quedó con su hijo que ya tiene 10 años. Se fueron juntos a Cd. Juárez. Tres las razones de eso: la primera, ya no tenía quien la mantenía en su pueblo originario en el estado de Veracruz; la segunda, en Cd. Juárez hay trabajo, en la maquila, pero hay trabajo; la tercera, sabía que su esposo estaba en Arizona, Cd. Juárez está un poco más cerca de Arizona que su tierra natal. Al llegar, las dificultades que a todos les toca le dieron la bienvenida: un hogar y un trabajo. La casa fue el problema menor, pues contaba con algún conocido que le facilitó un cuarto “durante un rato” hasta que pudo conseguir una “casa” suya: dos cuartos, uno que utiliza de comedor, cocina y estudio para su hijo, el otro para dormir y descansar, los dos. La letrina afuera, a diez metros empolvados de la puerta de la casa. El trabajo fue lo difícil. Pues todo mundo ofrecía trabajo, pero nadie con el sueldo que su esposo le garantizaba desde EU. Fue así que Juana llegó un día de septiembre, dos meses después de haber llegado, a la oficina de una empresa. A primera vista parecía una agencia de colocación, pues tenía, pegados con durex, decenas de anuncios de trabajo en sus vidrios, viendo hacia fuera, para que quienes querían leer no tuvieran la pena de pisar la oficina. Entró y se sentó. Y platicó de su vida, de sus gustos, de sus problemas, de sus exigencias. No de forma espontánea, sino porque se lo preguntaron. Frente a la prueba de embarazo que le proporcionaron, sonrió: “Ya tengo un hijo, no quiero más”, consideró en voz alta. La funcionaria del otro lado de la mesa, cara impasible, acercó la prueba al rostro de Juana: “Tenemos que asegurarnos”.
Comenzó a trabajar ensamblando piezas de plástico sobre una base de unos pocos centímetros de largo, ella también de plástico. “Es la base de una computadora…portátil”, le explicaron. Había visto ya una computadora la Juana. Hasta la había utilizado para comunicarse con el otro lado. Bien sabía también qué significaba portátil. Pero sabía que costaban mucho y pensó: “Quizás luego me regalen una”. En la breve pausa de su trabajo, lo platicó con algunas de sus colegas: “¡Imagínate!”, le contestaron. “¿Dónde crees que estas? ¡Estamos aún de este lado, recuérdatelo siempre!”.
Al primer mes de estar trabajando, un hombre vestido de traje más con la corbata con los colores de la agencia que la había contratada, se apareció frente a ella, en la línea de producción. “Hola Juana, ¿podría firmar aquí por favor?”, le dice amablemente el hombre. “S..s..sí señor…pero ¿quién es Usted?”, contesta ella. “Soy de la agencia”, se pone firme el hombre. “Pero ¿cómo está esto?”, Juana piensa velozmente. “¿Quién este hombre que nunca vi? Y ¿quién es la mujer que siempre me encarga los trabajos, cada mañana, cada semana, cada día, la misma que me regaña, me solicita, me pide y me ordena?”. Piensa Juana y el hombre frente a ella la interrumpe: “Señorita, favor de firmar aquí es su contrato de trabajo…por si quiere seguir aquí claro”. Puesta la firma sobre el papel, ni el tiempo de leerlo, la línea de producción no se para, no hay tiempo, firma y sigue. Firma y continúa. “Lástima que ahora no tenga copia del contrato”, explica él frente su cara incrédula, “pronto se la haré llegar”. Se voltea y se va.
La línea de producción es dura, es exigente. Un día Juana siente un dolor al pulso. Algo raro, que nunca había probado. Durante un rato para su mecánico trabajo y se soba la muñeca. Una voz femenina habla del altavoz que tiene a su espalda. “Favor de no parar”, dice con tono perentorio. “Me duele la mano”, dice Juana en voz baja y vuelve al trabajo. A final de día, Juana se acerca a la mujer que siempre le habla, la que ella identifica como “mi jefa”. Y le explica el problema. Ésta le agarra la mano. “¿Es aquí donde duele?”, pregunta. Dice sí con la cabeza la Juana, callada y a la espera de una solución. La mujer hace la cara preocupada, piensa un momento y finalmente sonríe. “Descansa un momento aquí…siéntate…ahora vengo” y se voltea, comienza a caminar y se refugia en su oficina, allá, al fondo de la línea. Juana mira el reloj escondido debajo de su uniforme. Faltan diez minutos al cambio turno. Sin embargo pasa media hora antes de que la mujer regrese. Sus compañeras se han ido. Ella se queda sola – pues con otras compañeras, pero no conoce a nadie – y con la mujer que la despide regalándole una cajita de pastillas. “Toma una hoy antes de acostarte y mañana al llegar al trabajo”, le explica y la consuela con voz suave: “No pasa nada, verás que se te pasará el dolor”.
Juana se encuentra ahora en otro lado de la línea de producción. Aquí hay unas máquinas extrañas, altas unos tres metros, dentro las cuales pasan una piezas de plástico enormes. Como unas grandes láminas que entran y salen cortadas en pedacitos. “Son lo pedacitos que montaba antes”, reflexiona. Y sonríe contenta de estar aprendiendo algo nuevo, contenta de estar comprendiendo las distintas partes del proceso. Su tarea: recoger los cuadritos que salen de un lado de la máquina, amontonarlos rápidamente y colocarlos dentro de una caja de plástico ella también que le pasa a lado, encima de un piso móvil. “Fácil”, piensa. Pasan los días, y la nueva tarea de Juana ya se ha vuelto automatismo. Sin embargo, la mano un día vuelve a doler. El dolor es pulsante y no deja en paz, no te permite distraerte de él. Juana se queja con la mujer que insiste: “No pasa nada, toma las pastillas, verás que pasará”. Un día la máquina se para, sin más explicación. Simplemente deja de cortar y de moverse. Callada, si tuviera ojos miraría fijamente a Juana que la contempla sorprendida. Al analizar la máquina, Juana se entera que una piezas se han quedado justamente en la salida frontal, casi en el contenedor donde hasta hace poco las recogía. Extiende la mano adolorida, la que siempre utiliza, hacia las piezas para recogerlas. Las agarra y en ese momento un ruido fuerte, muy fuerte. ZAC. Y el silencio. Su mano ya no está, su dolor tampoco, solo un color rojo vívido por doquier.
Sus ojos se abren, despierta. Una pesadilla acabó, hay que ir a trabajar.
Como cada mañana Juana llega a la fabrica. Un día más de trabajo, pero hoy es el último del mes, cobraré quincena, piensa satisfecha. Es también el día en que debería de llegar ese guapo joven de la agencia, sonríe. Una firma y ya.
Sin embargo al llegar, un hombre de seguridad se le pone en frente. “Ya no trabajas aquí”, le dice mirándola directo a los ojos. “¿Qué qué…?”, esboza ella. “¿Cómo?”, pregunta. “Eso me dijeron: tu y tus compañeras ya no trabajan aquí, su contrato se acabó”.
Juana alcanza corriendo el teléfono de la esquina. El joven de la agencia nunca le había dado copia de su contrato pero sí un número de teléfono. Compone el número local de Cd. Juárez. Del otro lado una voz femenina, mecánica, que repite algunas frases aprendidas de memoria y termina diciendo: “¿En qué puedo ayudarle?”. “Me llamo Juana López busco a…no sé…busco a alguien que me pueda ayudar”, dice con voz titubeante. Explica la situación, ofrece sus datos, espera, espera y espera. Finalmente regresa la voz femenina y de manera igualmente mecánica dice: “Su contrato se terminó el día de ayer y no tiene porque ir a trabajar más”. Juana se queda pensando y pregunta: “Pero nadie me dijo nada, yo esperaba firmar otro contrato hoy y…”. “Su trabajo es temporal”, explica la señorita del otro lado, “no se preocupe, en cuanto tengamos otra oferta para Usted nosotros la contactaremos”. Juana se queda sin palabras. “Pero no tengo teléfono en mi casa ni celular”, CLIC. Cae la línea o alguien colgó.

Outsourcing en México

1 aprile 2007Lascia un commento

1. Marco teórico e histórico de referencia

El sistema productivo se define por varios factores y condiciones. Dos pueden ser los puntos de referencia ineludibles para tratar de explicar las razones del sistema productivo vigente. El primer factor decisivo es la política de la empresa privada que trabaja en un determinado territorio. El segundo factor, íntimamente ligado al primero, es la política económica definida por el Estado en dicho territorio.
Considerando el primer factor, podemos observar que la política económica de una empresa es determinada por decisiones de carácter puramente especulativo en el sentido muy estricto de utilidad/ganancia que la misma empresa logra conseguir. En otras palabras, las decisiones acerca de los modelos y sistemas aplicados para el provecho de la empresa responden simplemente al objetivo de aumentar los ingresos. El sector que toma tales decisiones – el top-management – es obligado, en cierta medida, a responder a este parámetro: la ganancia equilibrada con la supervivencia en el mercado de la empresa misma. Si hasta hace unas décadas las empresas se dedicaban a la acumulación no sólo material – en términos de capital económico – sino también inmaterial – capital intelectual y capital humano -, a partir de hace dos décadas las empresas han cambiado métodos. “Veloces cambios tecnológicos, la globalización e internacionalización de los mercados, la desregulación del comercio mundial y la feroz competencia en todas áreas de negocios” han provocado cambios radicales que se han desarrollado a lo largo de un par de décadas. Tales cambios apuntan todos hacia la reconfiguración de las estructuras empresariales.
Hablar de reestructuración empresarial significa sin embargo hablar también de nuevos modelos productivos que a su vez introduce todo un mundo nuevo de relaciones sociales internas y externas a la empresa. Es opinión compartida que de los años sesenta a la fecha se han producido cambios radicales en el sistema productivo. Las que divergen son las opiniones acerca de las modalidades y formas de este cambio.

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Articoli Matteo Dean dalla rivista spagnola Diagonal

Ciudad Juárez, la esperanza en el desierto

16 febbraio 20112 commenti

El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 17 de febrero de 2011
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El 31 de enero, en Ciudad Juárez, cientos de personas se reunieron para recordar la masacre acontecida
hace un año y que provocó el asesinato de 16 estudiantes, en su mayoría menores de edad. En la madrugada de ese domingo del año 2010, un comando armado irrumpió en una fiesta en la colonia de Villas de Salvárcar y sin mayor explicación acribilló a los jóvenes que ahí estaban reunidos. El impacto de esa enésima masacre fue tremendo. No sólo por el evidente dolor provocado a los familiares de las víctimas y a la sociedad entera, sino sobre todo porque fue el principio de una larga serie de asesinatos que tuvo como objetivo a jóvenes estudiantes de esta y otras ciudades de México.
Para provocar que aumentara la tensión de aquellos días, sirvieron también las declaraciones del presidente de México, Felipe Calderón. Desde Japón, en donde se encontraba de viaje oficial, tuvo la osadía de declarar que la masacre no era otra cosa que un ajuste de cuentas entre bandas de pandilleros. La reacción no se hizo esperar y es quizás por esa reacción que hoy, en Ciudad Juárez, a pesar de la tremenda ola de violencia, la gente ya no tiene miedo. Las reacciones de la sociedad civil –que han comenzado por las mujeres-madres, hermanas e hijas de los asesinados– no dejaron de coincidir con cada injusticia perpetrada por la criminalidad organizada, pero sobre todo por la ineficiencia y las múltiples omisiones de las autoridades mexicanas que, aquí en Juárez, han substancialmente dejado en mano de los pistoleros y de los grandes capos del narco la gestión del territorio.

“La guerra al narcotráfico”

De esta forma, los periódicos mexicanos e internacionales pintan a Juárez como a la ciudad más violenta del planeta. Así la describen también las estadísticas acerca del número de personas asesinadas cada año, cada mes, cada día. Según datos oficiales, ofrecidos a principios de este año 2011 por el secretario técnico de Seguridad Nacional, Alejandro Poiré en la ciudad fronteriza de México habrían sido asesinados 2.377 personas en 2010. Dichas muertes serían parte de los más de 15.000 asesinatos relacionados con la llamada “guerra al narcotráfico” registrados el año pasado. De ese total asombroso y que muestra una aumento vertiginoso de muertes relacionadas con los carteles del narcotráfico en relación al año anterior –1.462 en 2009–, una tercera parte habría ocurrido en el Estado de Chihuahua, donde Ciudad Juárez se encuentra.
Y, sin embargo, estos datos no logran describir a plenitud la realidad de esta ciudad incrustada en el desierto y que hoy está completamente en mano de la criminalidad organizada. El escritor y periodista estadounidense Charles Bowden publicó recientemente un libro que describe con tremenda crudeza a la ciudad. El título: La ciudad del crimen. Bowden describe las frecuentes muertes en esta ciudad como
“un estilo de vida” y comenta que los habitantes de Ciudad Juárez, los juarenses, hoy no se ponen el problema de la muerte en sí, sino de lo que puede pasar antes de morir. Tortura, degollamientos, descuartizamientos, y todo tipo de injuria que se le puede hacer en un cuerpo humano son las huellas de estos asesinatos por mano, oficialmente, de los carteles de la droga que se pelean por unos de los territorios más codiciados por los negocios ilícitos promovidos por el ya débil Cartel de Juárez y su mayor contrincante, el malafamado capo Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera.

Los ‘juventicidios’

De la misma manera, los datos oficiales tampoco logran describir a plenitud otras muertes que recorren
las calles acosadas de la ciudad. Éstos son los asesinatos de mujeres, los llamados feminicidios; las muertes de jóvenes –el llamado ‘juventicidio’– por mano, en este caso sí, de la delincuencia pero también por parte de las fuerzas del orden llamadas a garantizar la seguridad en el territorio. A esta lista se suman las muertes de migrantes anónimos en su recorrido final a Estados Unidos y, por último, los asesinatos de periodistas. Es igualmente difícil describir a otros “efectos colaterales” de tanta violencia, como son las, al menos, 15.000 viviendas abandonadas por ciudadanos que, frente a la muerte, optan por abandonar a la ciudad.
En cuatro años de gobierno –desde diciembre de 2006–, el Gobierno Federal mexicano ha logrado implementar cuatro programas especiales para la ciudad. El primero fue lanzado el 27 de marzo de 2008 cuando el Gobierno oficializó el Plan Conjunto Chihuahua que llevó al ejercito mexicano a ocupar las calles de esta y otras ciudades del Estado. El fracaso evidente de esta estrategia, impulsó que en enero de 2010 el Gobierno promoviera un segundo plan que utilizara la Policía Federal (PF) en Juárez. Sin embargo, la matanza de Villas de Salvárcar obligó al Gobierno a impulsar una “estrategia global” para la ciudad: “Todos somos Juárez”. El programa, fundamentado en operativos policíacos, junto a otros “programas sociales” de alto impacto, cumplió un año este mes de febrero y, según admiten las autoridades, fracasó.
Hoy, tras la muerte “por error” causada por mano de la PF que se encargaban de la labor de escolta del alcalde de la ciudad, el Gobierno lanza el enésimo plan de seguridad que prevé, entre otras cosas, “mantener al ejército en las calles de Ciudad Juárez”. No obstante, la confianza en la autoridad se perdió hace mucho. Eso sí queda la esperanza generada por la renovada voluntad de lucha y rescate que la ciudadanía está demostrando. Dos luchadoras sociales se han quedado en el camino: Josefina Reyes, asesinada el 3 de enero de 2010, y Susana Chávez, asesinada el 11 de enero. Sin embargo, ya lo dijimos: los juarenses han perdido el miedo y el futuro aparece cada vez más en sus manos.
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Los femincidios, no sólo ocurren en Juárez

Ciudad Juárez se ha vuelto tristemente famosa a partir de finales de los años ‘90 cuando los datos acerca del llamado feminicidio comenzaron a describir un patrón del fenómeno. Los carteles del narcotráfico, el patriarcado, los ritos satánicos, el tráfico de órganos, las películas snuff, los asesinos en serie, los ‘sexo turistas’ de la vecina ciudad estadounidense de El Paso, la maquiladora. Todos culpables según distintos análisis y puntos de vista.
Sin embargo, a pesar de la deficiencia de datos fidedignos, debida a la falta de voluntad política de los gobiernos locales de registrar el fenómeno, a su difícil tipificación y a la dificultad de “distinguir” las decenas de muertes que ocurren diariamente en el país, es posible afirmar que no sólo Juárez es teatro de este tremendo delito.
Según el Instituto Ciudadano de Estudios sobre la Inseguridad (ICESI) en más de 80 municipios del Estado de México, colindante con la Ciudad de México, la tasa de homicidios dolosos contra mujeres es superior a la media nacional y en Toluca –capital del Estado– los índices son superiores a los de Ciudad Juárez. Estas estadísticas desmiente la creencia de la posesión del récord de Juárez, además, se presentan los datos ofrecidos por el Observatorio Ciudadano Nacional contra el Feminicidio (OCNF), el cual reporta que en 2009, de los 459 feminicidios registrados, 89 habrían sucedidos en el Estado de México, seguido del norteño Chihuahua (71), el Distrito Federal (46) y el norteño Baja California (45).
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La ‘presencia’ del presidente Calderón en la ciudad

Tras las declaraciones, que quiso adjudicar la masacre de Villas de Salvárcar de enero de 2010 a un “pleito entre pandilleros”, el presidente mexicano Felipe Calderón visitó tres veces la ciudad fronteriza el año pasado para promover el plan que pomposamente llamó “Todos somos Juárez”. La visita que todos los mexicanos recordarán fue la primera. El 9 de febrero, diez días después de la matanza, Luz María Dávila –madre de dos de las víctimas– logró burlar al cerco de seguridad de la reunión y confrontó al presidente frente la mirada atónita de la platea complaciente. “Yo hoy no le puedo dar la mano y decirle que es bienvenido, pues no lo es”, le dijo. “Pónganse en mi lugar a ver que siento yo”, continuó. Calderón asintió y Luz María le espetó: “No diga ‘por supuesto’, y ¡haga algo por Juárez!”.

“El problema del secuestro de migrantes en México es sólo la punta del iceberg”

10 novembre 20101 commento

El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 10 denoviembre de 2010
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Según el abogado Saúl Sánchez, coordinador del área jurídica del Centro de Derecho Humanos Fray Matías de Córdoba que opera en la ciudad de Tapachula, en la frontera con Guatemala, “toda esta atención sobre la problemática migrante está bien y está mal”. Es positivo, explica, que se haga visible el problema, pero, añade:”No está tan bien porque lo enfocan como si fuera algo nuevo, como algo que acaba de pasar”. No es así, abunda, pues “el problema del secuestro de migrantes es sólo la punta del iceberg”.Entrevistado unas semanas después de la matanza supuestamente ejecutada por el grupo criminal de Los Zetas, el abogado en materia migratoria “con enfoque de derechos humanos” estigmatiza la campaña mediática que se desató por lo sucedido el 27 de agosto y señala que “el problema no es que estén secuestrando a migrantes, sino por qué la gente se está viendo obligada a migrar”.

DIAGONAL: ¿Cuál es entonces el verdadero problema?

SAÚL SÁNCHEZ: El flagelo no son Los Zetas, no son los Maras (grupo criminal, sobre todo centroamericano), no es la delincuencia común, los militares que embisten embarcaciones llenas de migrantes en el océano Pacífico. El verdadero flagelo se llama falta de oportunidades y eso se da tanto en los países que expulsan a los migrantes como los países de tránsito.

Quienes están engrosando las filas de Los Zetas son jóvenes que ahí encuentran la manera de elevar su calidad de vida. Si hubiera oportunidades y se respetara el derecho al desarrollo, no habría migrantes forzados, ni jóvenes que entren a las filas de la delincuencia organizada.

Saúl Sánchez insiste en que el problema es la migración forzada. “Los medios de comunicación lo primero que hacen es preguntar por la sangre que hay, los derechos que se violaron, acerca de las amenazas a los defensores (abogados), necesitan la nota roja”. Prueba de la falta de atención por parte de los medios de comunicación, según el abogado mexicano, es la reproducción del informe último de la Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH). Los medios “hicieron un resumen de ese informe, nada más. ¿Dónde está el análi-sis? El informe de la CNDH sobre secuestro de migrantes fue nutrido por organizaciones, por albergues de migrantes. No es un informe de la Comisión y nadie lo dice, nadie reconoce ese trabajo de campo efectivo, real”. E indica: “No es un informe de la CNDH, es un informe de la sociedad civil organizada que está harta de la situación”.

D.: Y sin embargo, el tema de los migrantes de paso en México sigue recibien-do poca atención…

S.S.: Es cierto. Los abogados especializados en materia migratoria y en el tema de derechos humanos en México somos pocos. Habrá unos cinco, pues no hay muchas organizaciones que se ocupen del tema y aparte litiguen casos con perspectiva de derechos humanos. No es falta de interés, es más bien falta de perspectiva de las organizaciones en la necesidad de crear cuadros. Hasta hace muy poco tiempo, el tema no le interesaba a nadie. Luego comenzó el interés aunque se abordaba solamente en el tema de estudio del fenómeno y, en cuanto al aspecto legal, en el tema de las regularizaciones. El tema del litigio, del litigio estratégico, de hacer incidencia, eso es muy reciente.

D.: ¿Cuáles son las mayores violaciones a los derechos de los migrantes en México?

S.S.: Hay tres grandes vertientes. Para los que están detenidos (en las Estaciones Migratorias) hay violaciones al debido proceso, a pesar de estar sometidos a un procedimiento administrativo migratorio; no tienen representación le-gal; no tienen traductores y un montón de cosas más. No tienen acceso a la justicia y mucho menos están siendo informados acerca de los derechos que tienen en calidad de migrantes y en calidad de personas sometidas a una forma de detención.

D.: ¿Y luego?

S. S.: Para los que van en tránsito, ya conocemos todas las vejaciones que reciben de la población local por donde cruzan, pero también por parte de las autoridades de los distintos niveles de gobierno: desde funcionarios públicos de oficina hasta el policía de la equina…todos ellos tratan de abusar del migrante. Además, del acoso del crimen organizado.

Finalmente, por lo que tiene que ver con las personas indocumentadas que ya están establecidas en el país, se le niega el acceso ideal a la educación por no tener un acta de nacimiento mexicana, se les niega el apoyo de los programas sociales de gobierno. Se les niega además el acceso a los servicios de salud y en muchas ocasiones tampoco tienen acceso al registro de sus recién nacidos. De tal manera que el niño, aunque no se le puede quitar a la madre, resulta un chico sin documentos, inexistente legalmente en ningún lado.

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Silencio tras el tráfico de indocumentados en Tamaulipas

6 novembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 6 denoviembre de 2010
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Tras la matanza de un grupo de migrantes ejecutada el 27 de agosto pasado en el estado de Tamaulipas, en el norte de México, y realizada supuestamente por la organización criminal de Los Zetas, el tema del secuestro de migrantes de paso en el país se ha vuelto central. Tras décadas en las que el tema migratorio consistía sobre todo en hablar de los paisanos que se iban al otro lado, finalmente la sociedad mexicana comienza a voltear su mirada hacia los flujos de personas que cruzan México para llegar a Estados Unidos.

Serían poco más de medio millón cada año las mujeres, hombre y niños que cruzan México con el sueño de una mejor vida. Proceden de Centroamérica y América del Sur, pero también de África, de China y otras regiones asiáticas. Tuvieron que morir 72 seres humanos para que la sociedad mexicana descubriera de vivir en un “país de tránsito”.

Hasta hace poco, sólo el vasto abanico de personas y organizaciones dedicadas al tema migratorio conocían esta realidad. Y de este amplio grupo, sólo algunas organizaciones atendían la urgencia de comprender este fenómeno y la necesidad de limitar los daños de un viaje – cruzar a México – que muchos migrantes describen como un verdadero infierno.

Más de la mitad de las mujeres, parte de esta multitud, habrían sufrido algún tipo de violencia sexual en 2009 según reportó Amnistía Internacional. En el primer semestre de 2009, además, al menos 10.000 migrantes habrían sido víctimas de secuestro, reportaron datos de distintas organizaciones reunidos en el informe de la Comisión Nacional de Derecho Humanos (CNDH) sobre el tema. Cifra por debajo de la realidad, admiten los recopiladores, pues la mayoría de los migrantes secuestrados no se preocupa de denunciar el abuso.

No hay pero cifras que den la dimensión del negocio que se esconde tras tanto sufrimiento y tanta esperanza invertida y muy a menudo frustrada. El tema del tráfico de indocumentados y de las redes criminales que lo gestionan es un asunto muy delicado que pocos quieren mencionar. Los testimonios hablan de “seguras represalias” para quienes denuncien funcionarios corruptos, agentes políticos locales y nacionales, grandes capos y criminales, pequeños ejecutores de los viajes clandestinos.

La razón es sencilla: la trata de personas sería el tercer rubro (tras el tráfico de droga y el de armas) por dividendos económicos para la delincuencia organizada. Si así es, ¿cómo tocar dichos intereses sin lastimarse? ¿Cómo incidir en un terreno tan delicado que cuenta con el amparo casi incondicional de autoridades? ¿Cómo, finalmente, romper con un círculo vicioso que contempla el silencio de los migrantes mismos, víctimas de una necesidad ineludible – la de llegar a su destino sanos y salvos – y de la total desprotección de las autoridades?

El Banco Santander, salpicado por blanqueo de dinero

16 settembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en periodico español Diagonal el día 16 de septiembre de 2010
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El banco de Santander está siendo investigado por posible blanqueo de dinero procedente del narcotráfico, según reveló en agosto la revista financiera de EE UU Bloomberg Markets Magazine (BMM). La publicación señala en un reportaje que diversas entidades bancarias transnacionales de Europa, Estados Unidos y México han blanqueado miles de millones de dólares procedentes del narcotráfico.
El reportaje revela que Wells Fargo, Bank of America, Citigroup, American Express y Western Union habrían realizado operaciones financieras utilizando dinero procedente
de las actividades ilícitas de los cárteles del narcotráfico mexicanos. Si bien tanto el reportaje
mencionado como las mismas autoridades estadounidenses no han abundado en la información acerca de las investigaciones, documentos obtenidos por el periódico mexicano La Jornada desvelan que en marzo pasado las autoridades fiscalizadoras de Estados Unidos
habrían pactado un acuerdo con Wells Fargo (desde 2008 dueño de Wachovia) por no haber vigilado actividades sospechosas de lavado de dinero por parte de los narcos.Aviones para llevar cocaína

Entre estas actividades estarían la gestión de fondos que sirvieron para comprar cuatro aviones que transportaron 22 toneladas de cocaína. En otro caso, Bank of America fue encontrada responsable de haber manejado el dinero necesario para la compra del DC-9 que el 10 de abril de 2006 fue secuestrado por autoridades mexicanas con 5,7 toneladas de cocaína en su interior. Otro caso fue el de Western Union, que fue condenado a pagar una multa de 94 millones de dólares porque sus empleados en Estados Unidos resultaron ser culpables de recibir sobornos por parte de presuntos narcotraficantes a cambio de permitir el traslado de
fondos de manera ilícita, es decir con nombres ficticios.
Por su parte, el banco Santander aparece en la lista de instituciones investigadas junto a otros bancos, entre los cuales aparecen Citygroup (dueño en México de Banamex) y HSBC. Según el autor del reportaje de BMM, Michael Smith, los bancos de Estados Unidos, México y la
Unión Europea habrían permitido que a través de sus cuentas los narcotraficantes
mexicanos movieran al menos 39.000 millones de dólares en los últimos 20 años.
Aunque el Santander y las otras instituciones figuren sólo en calidad de “supervisadas” todas aparecen involucradas de alguna manera y ninguna, sin embargo, ha sido cuestionada acerca de sus prácticas. En este sentido, sólo Wells Fargo habría admitido que desde 2004 es consciente del riesgo de ciertas operaciones aunque no las haya impedido o controlado con mayor atención. Dicha admisión fue la que permitió al grupo financiero estadounidense llegar a acuerdos con el Departamento de Justicia de Estados Unidos por los cuales el banco se compromete a reformar sus sistemas de vigilancia y a pagar una multa de 160 millones de dólares.
Según el fiscal Jeffrey Sloman, encargado del caso, “la flagrante desatención de nuestras leyes bancarias por Wachovia otorgó una virtual carta blanca a los cárteles internacionales de cocaína para financiar sus operaciones al lavar por lo menos 110 millones de dólares en ganancias de la droga”. La responsabilidad de Wachovia está probada por las declaraciones del ex director de su unidad antilavado, Martin Woods. El ex empleado del grupo estadounidense declaró a la revista fundada por el hoy alcalde de Nueva York, Michael Bloomberg, que renunció a trabajar en la empresa tras denunciar la presencia de dinero sospechoso y ser invitado a “dejar el asunto”. Más adelante, Woods dijo: “Es el lavado de dinero de los cárteles por los bancos lo que financia la tragedia. Si uno no ve la correlación entre el lavado de dinero por los bancos y las 22.000 personas asesinadas en México, no entiende de qué va la cosa”.

La fallida guerra contra el narco

1 aprile 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el número 123 del periodico español Diagonal el día 3 de abril de 2010
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El 31 de enero pasado, en la madrugada, un comando armado hizo irrupción en una casa privada, en la periferia de Ciudad Juárez, la ciudad fronteriza entre México y Estados Unidos. En esa casa se estaba llevando a cabo una fiesta entre adolescentes. El comando irrumpió, separó a hombres y mujeres. Éstas, en su mayoría menores de edad, fueron inmediatamente alejadas de la casa. Los hombres, en cambio, fueron obligados contra una pared. Con los adolescentes en fila, los agresores dispararon con sus armas largas. El resultados: 16 muertos – todos menores de edad, excepto dos – y decenas de heridos.
La matanza de este grupo de adolescentes revivió, si fuera necesario, el asombro y la indignación de parte de la sociedad mexicana frente la ola de violencia que se registra en México a raíz, se dice, de la llamada ‘guerra al narcotráfico’ promovida desde la presidencia de la república mexicana, es decir por decisión del presidente Felipe Calderón Hinojosa. Según datos del mismo gobierno mexicano, a partir de la actual administración, en diciembre de 2006, y hasta la fecha se contarían más de 18mil muertes ligadas a dicha ‘guerra’. Según fuentes periodísticas, pero, el dato resulta de mayor impacto, pues la frecuencia de dicho asesinados es en aumento: si en 2007, las primeras mil muertes se alcanzaron en 134 días, en este año pasaron sólo 34 días para que las estadísticas registraran los primeros mil asesinados.
La matanza de Ciudad Juárez del pasado 31 de enero no es la última ni la más grave que haya ocurrido en los últimos meses. Sin embargo ha sido y siegue siendo en estas semanas una razón más que suficiente para dirigir especial atención tanto a esta ciudad fronteriza, ya golpeada por el triste fenómeno del feminicidio – por cierto, ya no exclusivo de esta ciudad -, como al estado de Chihuahua, entidad federal escenario del más elevado porcentaje de homicidios del país. En efecto, se calcula que hasta una cuarta parte de todos los homicidios cometidos en lo que va de la actual administración habrían sucedido justamente en este estado norteño.
Frente esta situación, e inclusive desde las filas del gobierno o del partido que lo sostiene, el Partido de Acción Nacional (PAN), se desprenden las críticas acerca de la que muchos ya definen ‘estrategia fallida’ del gobierno mexicano. Dicha estrategia, según los críticos de las distintas partes políticas, encontraría su fracaso en la decisión gubernamental de centrar la represión hacia la delincuencia organizada en la sola vía militar: despliegue del ejercito federal (en clara violación al texto constitucional) en contra de los carteles del narcotráfico; promoción de reformas legislativas que amplían facultades y poderes de las fuerzas del orden; fuerte e intensa campaña mediatica de respaldo tanto a las acciones de las fuerzas armadas (por otros sectores acusadas de repetidas violaciones a los derechos humanos) como de criminalización o desprestigio de toda organización social autónoma e independiente de las intenciones gubernamentales.
Desde la sociedad civil de Ciudad Juárez se ataca al gobierno federal mexicano. “No hace nada”, gritan. “El gobierno mexicano tiene 16 mil 217 elementos en Juárez: 8 mil 500 son soldados, 4 mil agentes de la Policía Federal, 2 mil 850 policías municipales, 487 preventivos estatales y 380 agentes ministeriales”, y sin embargo, denuncian, “60mil familias en los últimos tres años tuvieron que abandonar la ciudad”. Es más: “Hay cerca de 10mil menores de edad en estado de abandono, pues sus familias murieron en esta guerra absurda”. Tras tanta indignación y protesta, finalmente el gobierno mexicano tuvo que responder proponiendo un cambio de estrategia: programas sociales, inserción laboral, prevención del delito. Todo “para recomponer el tejido social”, según el propio Calderón.
No obstante lo anterior, desde la sociedad civil mexicana se levantan ya las dudas y las críticas al gobierno mexicano. Éstas van desde las consignas de las marchas de estas semanas en Ciudad Juárez como son “Calderón mentiroso y farsante” hasta las acusaciones abiertas pronunciadas por las organizaciones cívica de Juárez: “El gobierno federal encubre paramilitares y escuadrones de la muerte”, en referencia a las matanza de jóvenes – última, pero no única, la del 31 de enero. Por otro lado, vale la pena retomar una declaración del noviembre de 2008, en la que el Ejercito Revolucionario Popular Insurgente – grupo guerrillero activo – acusaba a Calderón de esta forma: “Hoy se siembra un terror de Estado que lleva la consigna de ‘guerra al narco’; en realidad se trata de una estrategia multifacética del régimen calderonista que tiene en la violencia y la impunidad su norma. Ante la poca legitimidad y la falta de credibilidad de que goza, el gobierno panista busca controlar a su favor (no desaparecer) el mercado de las drogas, dentro de un contexto de crisis económica aguda. Para esto criminaliza e intimida a las organizaciones sociales y formaliza las estructuras y prácticas mafiosas ya existentes en muchos cuerpos policiacos, y crea códigos judiciales (verdaderos códigos de guerra que consideran enemigo a cualquiera que quiera acusar de delincuente) para imponer su terror”. Ahí está la duda entonces. ¿Hasta qué punto la estrategia es fallida? ¿Estamos en la vía definitiva de la colombianización de la sociedad mexicana?

Dudas sobre los objetivos de ‘la guerra al narco’

3 settembre 20091 commento

El presente artículo fue publicado en el periodico español Diagonal el día 3 de septiembre de 2009
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En la actual ofensiva militar del Gobierno mexicano en contra de las organizaciones delictivas dedicadas al narcotráfico, la llamada “guerra al narco”, aparecen cada vez más sombras. Y muchas dudas. Las sombras pertenecen sobre todo al ámbito de los derechos de los ciudadanos que son puestos en entredicho no solamente por la presencia de más de 70.000 soldados en las calles del país, sino también por las modificaciones legislativas que han ido cambiando el contexto del conflicto entre el Estado y los carteles de la droga. Es importante mencionar el debate que se ha desatado en la sociedad mexicana alrededor del llamado “fuero militar”, es decir la posibilidad por parte de las tropas y sus mandos de ser juzgados siempre y de todas formas por los órganos de justicia militar. El debate se desata evidentemente por los ya incontables episodios de abusos por parte castrense hacia la ciudadanía: irrupciones en casas particulares, detenciones arbitrarias, violaciones a los más básicos derechos, pero también algunos homicidios, “errores” o “legítimas respuestas” que quizás un día, terminada esta absurda guerra (que solamente en el primer semestre de este año produjo 4.000 muertos), nos describirán como “efectos colaterales”. El último episodio de este debate es el rechazo, el 10 de agosto, por parte de la Suprema Corte de Justicia de la Nación (SCJN) a la posibilidad de juicio por parte de la justicia civil de los atropellos cometidos por los militares. La SCJN, llamada a resolver el dilema, ratifica la actual situación y no resuelve la contradicción creada por el uso del Ejército para funciones de policía. Por el otro lado, al recrudecerse la situación que conlleva cada día más muertos y violencia en el país, así como la evolución de la confrontación misma que orilla a la criminalidad a buscar cada vez más y nuevos instrumentos de supervivencia, obliga –por así decirlo– al Estado a adecuar la actual legislación, acotando libertades, irrumpiendo en la privacidad ciudadana, otorgando más poderes a sus fuerzas policíacas. Todo lo anterior sin meter mano alguna en los problemas reales: corrupción e impunidad.

En este escenario, surgen las dudas acerca de la real efectividad de la “guerra al narcotráfico” y también acerca de los intereses reales que puedan esconderse tras tanta campaña mediática. Es urgente recordar cómo la decisión inicial de promover un choque frontal entre las fuerzas del Estado y las organizaciones criminales haya respondido a la urgencia por parte de Felipe Calderón de legitimarse frente a una sociedad que aún hoy duda de la legalidad de las elecciones que le entregaron la Presidencia. Una decisión entonces que se puede leer a la luz de la prisa, de la necesidad apremiante de ofrecer un elemento fuerte y definitivamente cautivante para todos: el de la seguridad y de la guerra contra quienes la ponen en peligro. Por otro lado es preciso también subrayar la inutilidad de la estrategia actual del Gobierno mexicano. Una estrategia que parece trasmutada de la guerra al narco en Colombia, que busca nada más descabezar a los carteles, haciendo absoluto caso omiso no solamente de la naturaleza de estas organizaciones –parecidas a una hidra por su capacidad de sustitución de líderes–, sino sobre todo del entorno social que permiten la existencia de estas organizaciones y el cada vez mayor consenso social que consiguen.

2010, año delicado
Así, es necesario tratar de contestar las dudas. La creciente militarización de la sociedad mexicana evidentemente responde también a otras necesidades. Si el objetivo primario de vencer al narco no se estaría cumpliendo, ¿es posible pensar en objetivos secundarios? Por ejemplo, un 2010 que se perfila cada día más como un año delicado, debido no solamente a las consecuencias sociales que está comenzando a tener la crisis económica global en México, sino también al Bicentenario de la Lucha de Independencia de México y al Centenario de la Revolución (interrumpida). Ambos aniversarios, con un fuerte tinte simbólico, llamarán sin duda a la sociedad mexicana a confrontarse con una pregunta esencial: ¿se han cumplido cabalmente los anhelos de justicia, libertad, independencia y democracia reivindicados en esos dos momentos históricos? Responder, en el contexto de un empobrecimiento generalizado y en el medio del acotamiento de ciertos derechos –por el Estado de excepción que impone la guerra al narcotráfico–, es hoy quizás el mayor reto, tanto para la sociedad mexicana, cuanto para el Gobierno de Calderón. Mientras, el Gobierno parece adelantar posibles respuestas. Así la presencia militar asume nuevas características. Por un lado, el control territorial; por otro, ofrecer una señal inequívoca a aquellos que podrían estar pensando en soluciones más radicales que las protestas callejeras: estamos listos. En un escenario en el que el narcotráfico sigue sobreviviendo y la sociedad podría sublevarse, el Gobierno –de querer seguir existiendo– tendría solamente una vía de fuga: pactar con la delincuencia organizada y aniquilar a los revoltosos.

Las otras epidemias: sanidad precaria y control social

14 maggio 2009Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico español Diagonal el día 14 de mayo de 2009
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La empresa Granjas Carroll SA, filial de la estadounidense Smithfield Food Inc, en la comunidad de La Gloria (Veracruz), ha sido señalada en México como el origen de la actual cepa del virus. La empresa norteamericana está bajo proceso en EE UU desde hace varios años por su modelo productivo altamente contaminante. No es sorpresa que este tipo de producción industrializada se desplace hacia el sur del mundo, en concreto, a zonas de pobreza extrema, como La Gloria, donde los controles y las exigencias sanitarias son menos estrictos y las autoridades más corruptibles.

Es necesario, no obstante, señalar también otras causas de la actual situación íntimamente ligadas a la anterior en el marco del modelo neoliberal. La primera, y más apremiante, es el largo proceso de privatización del sistema sanitario, tanto en México como en otros países. Si hace 20 años México podía presumir de un sistema de vanguardia en cuanto a investigación científica y servicios de salud, hoy el sistema sanitario mexicano fue puesto de rodillas por un microscópico virus. No sólo los hospitales no pudieron atender como se debe a los cientos de ciudadanos que acudieron a ellos, no sólo el abastecimiento de medicinas fue insuficiente, no sólo no había (hasta una semana después de declarar la emergencia) laboratorios capaces de detectar el nuevo virus, sino que el sistema sanitario por entero, en su capítulo epidemiológico, no fue capaz de entender a tiempo la magnitud del problema. De modo que no es difícil creer al Gobierno cuando afirman que “no sabían que se tratara de un nuevo virus”.

¡Claro está! Tuvieron, según ellos, que esperar a la confirmación de laboratorios extranjeros de Canadá y EE UU para lanzar la alerta.

Por el contrario, es culpable el Gobierno mexicano al no admitir que subestimó (y decirlo así, es quedarse cortos) las numerosas denuncias que se venían dando desde meses atrás en contra de los brotes de influenza atípica en las comunidades rurales de Veracruz.

La otra gran causa de este problema sanitario, que sólo recientemente ha sido admitida por parte de las autoridades, es la pobreza. Esa sí se ha esparcido como una epidemia de magnas proporciones. Setenta millones de pobres en México no son de ayuda en esta situación. El acceso a los servicios de salud es limitado o nulo, mientras que comprar los medicamentos necesarios resulta imposible para la mayoría de la población por sus altos precios. El tristemente famoso Tamiflu cuesta 350 pesos, frente a un salario mínimo diario de casi 50 pesos. Hoy el medicamento está agotado y su reventa en internet rebasa los 900 pesos. La elevada desnutrición que hace más vulnerable a la población es, entre otras, una de las consecuencias inmediatas de esta situación.

Elecciones en julio
Los resultados de todas estas circunstancias los padecemos hoy en México. El Gobierno presume de haber controlado la epidemia, cuando lo que hizo más bien fue obligar a la población a enfrentar las duras condiciones de la alerta: quedarse en casa, evitar el contacto humano, padecer los daños económicos del paro de las actividades. Ahora comenzará la batalla para que no sean los trabajadores con sus salarios quienes paguen el coste económico de la crisis sanitaria este año (hasta el 1% del PIB). Los mexicanos también sufren las consecuencias del decreto presidencial que armó a la secretaria de Salud de poderes especiales, como la capacidad de intervenir teléfonos y entrar en los domicilios, sin límite de tiempo.

Estos dos últimos aspectos son, entre otros, los que determinarán el futuro próximo: el capítulo económico, que ya está premiando al sector privado farmacéutico con las compras ‘de emergencia’, y el de las medidas extraordinarias para el control del virus (y de la población). Primera prueba de fuego para el Gobierno de cara a las elecciones federales que tendrán lugar el próximo 5 de julio.

Articoli Matteo Dean sulla rivista messicana Proceso

Túnez: a la espera de “un cambio profundo”

12 maggio 2011Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 12 de mayo de 2011.
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La “situación en Túnez es muy delicada”, ya que “el proceso democrático está aún lejos de afincarse”. Tal es la conclusión de integrantes de la caravana Unidos por la Libertad, que del 7 al 11 de abril pasado visitó la capital de esa nación, donde se encontró con muchas “organizaciones sociales protagonistas de la revolución”, y luego se desplazó a los campos de refugiados que en el curso de los últimos meses surgieron en la frontera sur del país con Libia. La caravana –integrada por miembros de la sociedad civil italiana– surgió con “la idea de materializar un puente político y social entre las dos orillas del Mediterráneo”. De acuerdo con varios de sus miembros, la sociedad civil tunecina advierte la necesidad de constituir “un frente común de las fuerzas democráticas y laicas alternativas a la ala islamista más extremista y a las fuerzas aún fieles a Ben Ali”, rumbo a las elecciones para la Asamblea Constituyente del próximo 24 de julio.

En particular, señalan, “en la ciudad origen de la revuelta, Sidi Bouzid, siguen las protestas con mítines y encarcelamientos de personas, sobre todo jóvenes”, ya que, según los activistas, “la revolución de enero cambió la cara del país, pero aún existen profundas contradicciones sociales ligadas a la miseria general, a la falta de trabajo y oportunidades para los jóvenes”. Según los activistas italianos, los refugiados en la frontera sur de Túnez muestran una “actitud de solidaridad  que avergüenza a los gobiernos europeos”, los cuales “tomaron una actitud de cerrazón y rechazo frente a los miles de tunecinos que en estas semanas emigran” hacia el viejo continente. Cuentan que había cerca de 10 mil personas viviendo en los campos de refugiados, de los cuales 2 mil solicitaban asilo político. Sin embargo, señalan, éstos no habían sido canalizados hacia “los circuitos internacionales de refugio”.

Rumbo a Túnez

En entrevista telefónica con Apro, Tommaso Cacciari, uno de los integrantes de la caravana, explica que la iniciativa “nació del contacto directo con la comunidad tunecina presente en Italia”. En particular, detalla, “nos llamó mucho la atención lo que nos narraron acerca de los eventos que tuvieron lugar a partir del 24 de febrero pasado”, es decir la llegada de las primeras oleadas de migrantes que escapaban de Libia tras las primeras protestas que acosaban al líder libio Gadafi. De ese encuentro entre migrantes tunecinos en Italia y activistas de la sociedad civil, se generó la idea de organizar un “viaje que llevara ayuda a los tunecinos y a la gente que se escapa de la guerra”.

Además, subraya Cacciari, surgió la idea de contrastar la manera en que los gobiernos europeos enfrentan las revueltas en los países árabes: “Como un espacio cerrado y no transitable para los ciudadanos que proceden de esas regiones”. En este contexto la caravana también creó un espacio de relación política entre los movimientos del Magreb y Máshreq (las dos áreas geográficas del mundo árabe). Dichas relaciones “apuntan a romper la imponente campaña mediática en Europa, y en Italia en particular, que promueve la alarma social acerca de la idea de una invasión de millones de migrantes de la región norafricana”. En resumen, abunda Cacciari, “la caravana respondió a la necesidad de conocer la realidad de la situación en Túnez y las razones por las que muchos tunecinos llegan a las costas europeas, y a la necesidad de ofrecer una señal fuerte del razonamiento que habla de un diálogo franco y abierto de Europa con el área euromediterránea”.

Antes de desplazarse a la frontera sur y conocer “de primera mano” los campos de refugiados, la caravana se detuvo un día en la capital del país. Aquí, cuenta Cacciari, los activistas italianos pudieron entrevistarse con distintas organizaciones tunecinas que protagonizaron las revueltas de enero. “Nos encontramos con una representación muy vasta y plural de jóvenes tunecinos”. Entre ellos, relata el activista, “había grupos de desempleados, de personas ligadas a la cultura y el arte, y comunicadores”. El italiano constata que “la mayoría de estas organizaciones no tienen una historia previa a la revolución, sino que justamente en esta experiencia se organizan y ahora tratan de afianzarse en el proceso posrevolucionario”. Luego hubo el encuentro con la Unión General Tunecina del Trabajo (UGTT), la central sindical única del país, que, según “admiten los mismos sindicalistas”, comprende a distintos sectores sociales, algunos de los cuales son incluso muy cercanos al entorno del expresidente Ben Ali.

La caravana también pudo reunirse con las mujeres de la Asociación Mujeres Democrática de Túnez, quienes “remarcaron el rol jugado durante la revuelta” y “el deseo de seguir siendo protagonistas del proceso”. En particular, las mujeres tunecinas habrían señalado el riesgo de que tome mayor fuerza “el partido islámico extremista Al-Nadha, que aunque se presenta como un partido moderado trata de excluir a las mujeres de la vida pública”. Según Cacciari, a pesar de haber sido “reuniones caóticas”, los encuentros revelaron la que fue la “primera conquista de la revuelta: la escena pública, el deseo singular y colectivo de tomar la palabra, de romper el silencio ensordecedor que durante décadas se impuso a los tunecinos”.

En este contexto, continúa el italiano, los tunecinos “coinciden en la delicada situación actual rumbo al 24 de julio”, fecha establecida para la elección de la Asamblea Constituyente. Comenta que había mucha preocupación por el hecho de que “la revolución de enero, como todos la llaman, cambió la cara del país, pero aún siguen existiendo profundas contradicciones sociales ligadas a la miseria generalizada, a la falta de trabajo y oportunidades para los jóvenes”. A pesar de lo anterior, Cacciari señala que fue “unánime la solicitud de encontrar nuevas relaciones entre las dos orillas del Mediterráneo que se fundamenten en la cooperación y la libertad”. El activista describe a una sociedad que tiene aún “mucha rabia, ya que todos esperan un cambio más profundo”. Y sin embargo, continúa, “la gente aún no tiene la fuerza para imponerse y convertirse en una organización integral”. Dice que ello genera miedo en vista de las elecciones del 24 de julio.

“Nacieron más de 50 partidos desde enero a la fecha, lo cual demuestra también la elevada fragmentación de la sociedad tunecina”, comenta. Por eso, “todos aquellos con los que hablamos subrayan la necesidad de formar gradualmente un frente común de las fuerzas democráticas y laicas alternativas a la ala islamista más extremista y a las fuerzas aún fieles a Ben Ali”. El activista italiano revela su sensación: “Un mundo (el árabe) se puso en movimiento. ¿A dónde irá? ¿Qué sucederá? ¿Qué situaciones complejas tendrán que enfrentar? Nadie lo puede saber, pues en los tiempos de la crisis global vivimos un presente acelerado en el que nada es como antes”.

Los refugiados

El 3 de mayo pasado, la Agencia de la ONU para los Refugiados (ACNUR) dijo en un comunicado que “el éxodo desde las regiones montañosas del oeste de Libia hacia Túnez se ha reanudado tras una breve interrupción causada la semana pasada por las refriegas entre el gobierno libio y las fuerzas opositoras”. En un comunicado anterior del 29 de abril, ACNUR denunció que “el gran número de llegadas recientes está agotando los limitados recursos en la región fronteriza de Dehiba, en el sureste de Túnez: los campamentos instalados para acoger a los refugiados ya se han llenado”. Y afirmó que “afortunadamente la mayoría de estas personas (más de 30 mil) están siendo acogidas por la comunidad local”. Cacciari cuenta que los primeros campos de refugiados fueron organizados gracias al esfuerzo de las mismas comunidades locales que no sólo “fueron capaces de demostrar solidaridad a los refugiados procedentes de Libia”, sino que también supieron “despertar la solidaridad de todos los tunecinos” que hicieron llegar insumos a los campos.

Según el activista italiano, los otros campos de la ACNUR, como los de la Organización Internacional de Migraciones (OIM), “llegaron después, gracias sobre todo a ese primer esfuerzo local que hizo posible que la situación fuera visible”. Además, cuenta que desde el 24 de febrero, fecha de inicio de las llegadas masivas de migrantes, y hasta el pasado 9 de abril –fcuando llegó la caravana– “pasaron por esa fronteras cerca de 200 mil personas de más de 60 nacionalidades distintas”. Detalla que “muchos migrantes piden ser repatriados a sus países de origen, otros deciden esperar y ver cómo evoluciona la situación en Libia, y muchos más no tienen la posibilidad de ir a ningún lado, pues son refugiados de países como Ghana, Somalia y Eritrea que piden asilo político y no pueden volver debido a que podrían ser sancionados con la pena capital”.

Categorie:AFRICA, Proceso

Franja de Gaza: secuestran y asesinan a activista italiano

14 aprile 2011Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 14 de abril de 2011.
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El italiano Vittorio Arrigoni, voluntario en Palestina por el Movimiento de Solidaridad Internacional (ISM, por sus siglas en inglés), fue asesinado esta tarde (hora de Mëxico) en la Franja de Gaza. La noticia la difundió en un escueto comunicado el gobierno de Hamas tras el secuestro del activista italiano, perpetrado horas antesd por un grupo islámico salafi – la “Brigada Mohammed Bin Moslama”.
El grupo amenazó, por medio de un video difundido a través de internet con ejecutar al activista italiano dentro de 30 horas si el gobierno de Gaza no liberaba al líder reconocido del grupo islámico opositor, el jeque Abu Walid al-Maqdasi.
La amenaza se cumplió ante tiempo por razones que hasta ahora se desconocen. Arrigoni fue secuestrado a las diez de la mañana de este jueves por un grupo de tres milicianos del grupo islámico. Tras la difusión del video en internet, tanto los activistas del IMS como el propio gobierno de Gaza se movilizaron para conseguir la liberación del secuestrado. La noticia, comentaron amigos y colegas, cae como “agua helada”.
Los corresponsales italianos en la región, que conocían al activista por su rol de testigo directo de los eventos en la Franja de Gaza, comentaron que posiblemente hubo “algún problema en la negociación que aceleró los eventos”. En el video difundido horas antes que el cuerpo fuera encontrado sin vida, se ve a Vittorio Arrigoni con lo ojos vendados, las manos aparentemente ligadas tras la espalda y una mancha de sangre del lado derecho del rostro.
El activista italiano fue uno de los pocos ciudadanos “occidentales” que permaneció en la Franja de Gaza durante la cuestionada operación Plomo Fundido que el gobierno de Israel realizó entre diciembre de 2008 y enero de 2009. En esa ocasión, ofreció a Proceso su testimonió sobre las dificultades y atrocidades cometidas por el ejército israelí y de las cuales fue testigo (Proceso  1680).
Tras la desaparición de Arrigoni, el alias ThisIsGazaVoice publicó un video en el portal de You Tube en el que aparecen las imágenes del voluntario europeo golpeado y cuya cabeza es levantada por la mano de alguien. Las imágenes de Arrigoni se repiten una y otra vez, mientras a un lado de la pantalla aparece un largo texto en árabe que, según las primeras traducciones realizadas, reportarían las principales reivindicaciones del grupo de secuestradores: “Liberen nuestro presos o lo matamos”.
En el mismo texto se pueden leer las acusaciones que el grupo secuestrador dirige, tanto al gobierno italiano como al de Hamas en la Franja de Gaza. Sin embargo, el objetivo principal de las acusaciones parece ser el mismo Vittorio Arrigoni, señalado como aquel que “entra en nuestras vidas llevándonos los vicios occidentales” y la “corrupción moral”.
Detrás del activista, acusan los raptores, se encontraría “un pequeño país, Italia, infiel, cuyo ejército se encuentra en el mundo islámico”. Luego, los secuestradores se dirigen también al gobierno “apostata” de Hamas, acusándolo de “luchar en contra de la Sharia (la ley religiosa islámica) y le exigen de liberar a todos los presos salafis “en sus manos” pena la ejecución del rehén.
Al parecer el gobierno de Gaza estaría en máxima alerta por el temor a otras acciones por parte de los grupos más radicales del islamismo árabe. Las fuerzas de seguridad de la Franja de Gaza detuvieron hace poco más de un mes al jeque Abu Walid al-Maqdasi por sus presuntas relaciones con las franjas más radicales del movimiento islámico. De hecho, el líder del grupo secuestrador hoy detenido estaría detrás de los atentados que en 2006 causaron la muerte de 19 personas en el Sinaí, en Egipto.
Ya en el pasado, Vittorio Arrigoni había sido objeto de otras amenazas por parte de grupos ligados a los radicales israelíes. Parte del Movimiento de Solidaridad Internacional (ISM, por sus siglas en inglés), Arrigoni fue señalado como el “blanco número uno para las fuerzas aéreas de Israel y sus tropas terrestres”. Dichas amenazas llegaron justamente pocos días después de terminada la operación militar Plomo Fundido. Su testimonio directo desde las zonas bombardeadas fue recogido por Proceso, que logró comunicarse telefónicamente con el activista italiano.
“La situación es dramática más allá de lo imaginable. No logramos siquiera ir por los heridos. El ejército israelí no nos permite recogerlos en las zonas bombardeadas. Nos dispara. Entonces nos paramos en las inmediaciones y esperamos a que los familiares nos los traigan”, dijo en esa ocasión. Sin embargo, Arrigoni había comenzado pocas semanas antes a gestionar un blog en internet, en el cual también señalaba críticas importantes al gobierno de Hamas.
El último mensaje publicado el 13 de abril en el blog de Guerrilla Radio – así se llama el sitio de Arrigoni – mencionaba: “Cuatro trabajadores han muerto ayer por la noche a causa del derrumbe de un túnel escavado debajo de la frontera de Rafah (con Egipto); a través de esos túneles pasan todos los bienes necesarios que permiten la supervivencia de la población de Gaza estrangulada desde hace cuatro años por el criminal cerco israelí.”

Categorie:guerra – español, home, PALESTINA, Proceso

Libia: La presencia de tropas “occidentales”

8 aprile 2011Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 8 de marzo de 2011.
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El 20 de marzo anterior, el periódico inglés Daily Mailreveló que “cientos de soldados” del Reino Unido y de Estados Unidos ya estaban operando en territorio libio semanas antes de que comenzaran los bombardeos avalados por la Resolución 1973/2011 del Consejo de Seguridad de la Organización de Naciones Unidas (ONU).

De confirmarse esta noticia –retomada por decenas de medios internacionales– podría configurarse una violación a esa resolución de ONU, que prohíbe explícitamente el uso de tropas de tierra “en cualquier forma o parte del territorio libio”. La nota del rotativo inglés, que citó fuentes reservadas, afirmó que “cientos de soldados de las fuerzas especiales inglesas están siendo utilizados en Libia para ubicar objetivos de las fuerzas del coronel Muamar El Gadafi”.

Sostuvo que “mientras el canciller (inglés) George Osborne repitió que las tropas de tierra del Reino Unido no se involucrarían en el conflicto, el Daily Mail puede revelar que hay cerca de 350 (soldados) empeñados en operaciones encubiertas” en territorio libio. El rotativo precisa que “cerca de 250 soldados de las fuerzas especiales británicas y sus apoyos han estado presentes en Libia desde antes que comenzaran los bombardeos”. Las tropas inglesas presentes en Libia serían parte de los escuadrones del Servicio Aéreo Especial (SAS, por sus siglas en inglés).

Un día antes, el 19 de marzo, Focus Online, un semanario alemán cercano a los círculos de seguridad del gobierno de Berlín, publicó una nota en el mismo sentido: que tropas inglesas y estadunidenses habrían llegado a Libia “semanas antes” del inicio de los bombardeos. Ello coincidió con la noticia difundida el 6 de marzo pasado, en el sentido de que rebeldes libios capturaron una unidad del SAS que funcionaba como escolta de diplomáticos ingleses enviados a la ciudad de Bengasi para reunirse con integrantes del Consejo Provisional, que se opone a Gadafi. Los militares del SAS fueron posteriormente liberados.

De hecho, la presencia de tropas extranjeras en Libia, prohibida explícitamente por la Resolución 1973/2011, fue objeto de rumores desde hace muchas semanas. El 26 de febrero pasado, el portal Pakistan Observer difundió que “Estados Unidos, Gran Bretaña y Francia han enviado varios cientos de consejeros militares para entrenar y apoyar a las fuerzas contrarias a Gadafi en Cirenaica, la rica región petrolera de Libia”. La publicación paquistaní citó a una fuente interna del gobierno de Trípoli, la cual “prefirió mantenerse en el anonimato”.

La fuente del Pakistan Observer dijo que tres países occidentales enviaron sus tropas especiales en Cirenaica y “ahora están construyendo campos de entrenamiento para los rebeldes”. Precisó que “los estadunidenses y los ingleses enviaron a sus soldados de noche, entre el 23 y 24 de febrero, a través de pequeñas lanchas que zarparon desde los barcos militares de Estados Unidos y Francia anclados frente las costas de Libia y dirigidas a los puertos de Bengasi y de Tobruk”.

Otro periódico inglés, el Sunday Mirror, publicó el 20 de marzo que la misión de las supuestas tropas habría sido “ubicar las más poderosas y estratégicas armas del coronel Gadafi: los misiles de largo alcance y de construcción soviética SAM 5”. Según el Sunday Mirror, las “dos unidades” inglesas se denominan smash, debido a su capacidad destructiva. Afirma que “operaron en contra del tiempo” en la búsqueda de los armamentos capaces de “alcanzar los aviones o los vuelos comerciales”. Las dos unidades del SAS, sigue la nota, “compuesta por ‘señaladores’ (de objetivos), ingenieros y médicos”, habrían establecido “posiciones en el terreno” en el caso de que “aviones occidentales cayeran durante los ataques aéreos”.

“Nuestros muchachos en el terreno”

Aunque el presidente de Estados Unidos, Barack Obama, ha negado la utilización de tropas de tierra en la ofensiva en contra de Libia, en su edición del 30 de marzo, el periódico The New York Timesreveló el envío “autorizado” de un equipo, cuyo tamaño “se desconoce”, de agentes de la Agencia Central de Inteligencia (CIA, por sus siglas en inglés) al país norafricano. El diario neoyorquino –que utiliza como fuentes a “oficiales estadunidenses— destacó que mientras Obama “ha insistido que las tropas de tierra de Estados Unidos no participan en la campaña de Libia, pequeños grupos operativos de la CIA han estado trabajando en Libia durante varias semanas, como parte de una ‘fuerza-sombra’ de los países Occidentales con la esperanza de desangrar al Ejército de Gadafi”.

El rotativo añade que oficiales británicos no identificados admitieron la presencia de fuerzas especiales inglesas en territorio libio junto con “oficiales del MI6”, el servicio de espionaje del Reino Unido. Luego de la publicación de la noticia por parte del Daily Mail, el conocido conductor del noticiero de Fox News en Estados Unidos, Bill O’Reilly, tuvo en su estudio, el 24 de marzo, a dos expertos del sector: el coronel retirado David Hunt y el teniente coronel Tony Shaffer, exmiembro del espionaje del Ejército de Estados Unidos.

A pregunta expresa del periodista –quien cuestionó la veracidad de la información publicada en Inglaterra–, Hunt contestó: “Sí, es exactamente así”. Y abundó: “Al lado de las tropas de los SAS británicos y de los comandos GIGN franceses, desde hace 12 días (12 de marzo) también están nuestras fuerzas especiales y agentes de la inteligencia de Estados Unidos”, ya que “nunca lanzamos operaciones aéreas de este tipo sin nuestros muchachos en el terreno”.

Shaffer coincidió: “Es exactamente lo que me dijeron mis fuentes”. No es posible, señaló, realizar estas misiones “sin el apoyo de estas tropas de tierra, las cuales llevan a cabo operaciones de control aéreo avanzado para evitar el bombardeo de objetivos equivocados”. O’Reilly recordó entonces que la administración Obama dejó en claro que “no tenemos botas en el terreno y no las tendremos”. Y tras la confirmación de los dos oficiales, preguntó: “¿Fue una mentira?”. Hunt entonces contestó: “Pues sí, una poca de desinformación es necesaria para proteger a los muchachos en el terreno. Nunca se habla de las operaciones encubiertas”, remató.

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Gran Bretaña: la vida de un policía encubierto

18 febbraio 2011Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 18 de febrero de 2011.
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En enero de 2010, Mark Kennedy, un policía inglés de la Policía Metropolitana (MET, por sus siglas en inglés), renunció a la corporación tras pasar siete años encubierto entre las filas de los movimientos ambientalistas en Europa. La razón de su renuncia fue que pocos meses antes, en 2009, tras ser detenido junto con otros activistas, su identidad fue descubierta.
La participación activa de Kennedy en los movimientos sociales desató las protestas de amplios sectores del activismo ecologista y de distintos miembros del Parlamento de Inglaterra que cuestionaron los métodos que los policías encubiertos de Reino Unido utilizan en su trabajo. El caso fue revelado el pasado 9 de enero en un reportaje del periódico inglés The Guardian. Los documentos divulgados por el rotativo de Londres, aunados a las declaraciones del mismo policía infiltrado, apuntan a que Kennedy habría sobrepasado sus funciones.
De ser un “espía pasivo”, Kennedy habría utilizado todo medio a su alcance para colaborar, organizar e inclusive financiar las acciones de protesta en las que se encontró involucrado, pasando a ser un “agente provocador”. Kennedy abandonó al país y actualmente se encontraría “en algún lugar desconocido” en Estados Unidos de América, según reveló el mismo expolicía en entrevista con el periódico estadunidense The Mail on Sunday. En la entrevista concedida “desde algún  lugar seguro”, el policía inglés negó haberse convertido en un “provocador”, asegura que sus superiores en la MET estaban al tanto de todas sus actividades y admite tener miedo por su seguridad, pues ha recibido “amenazas de muerte”.

La revelación

El 13 de abril de 2009, unos 400 policías ingleses irrumpieron en una escuela de la ciudad de Nottingham, donde detuvieron de manera “preventiva” a 114 activistas ambientalistas ahí reunidos, acusándolos de “conspiración para realizar daño e incursión agravada”, por estar planeando la ocupación simbólica de la planta de generación eléctrica de Ratcliffe-on-Soar.
La protesta, que según la fiscalía inglesa (Crown Prosecution Service, CPS) los activistas estaban planeando, estabas planeada para llevarse a cabo durante la reunión del Grupo de los 20 (G20) que se llevó a cabo el 2 de abril de ese mismo año en Londres. Tras la detención, 26 activistas fueron enjuiciados. Veinte de ellos fueron condenados a principios de este año, mientras los restantes seis impugnaron la acusación, pues, afirmaron, “no estaban de acuerdo con la acción que se discutía en la reunión que se llevaba en le escuela”.
Tras la impugnación, el juicio siguió su curso. Fue hasta el pasado 7 de enero que la fiscalía renunció a la acusación debido a que el abogado de los activistas, Mike Schwarz, llevó frente al juez que llevaba el caso, John Milmo, una prueba fundamental. “Representé a 113 activistas detenidos”, dijo Schwarz, “el que faltaba era el policía encubierto Mark Kennedy”. Aunque el juez nunca lo admitió, el abogado está seguro que la cancelación del juicio y consecuente liberación de los seis activistas fue el resultado de que “aportamos pruebas de la presencia de Kennedy entre los activistas”. El abogado está seguro de ello, aunque hasta la fecha no ha tenido respuesta a sus preguntas:
“¿La prueba (acerca del involucramiento de Kennedy) fue mantenida secreta al juez? ¿Es apropiado que el acceso –y la decisión acerca de ello-– a las pruebas claves se encuentre en manos de la fiscalía cuya función primaria es garantizar las condenas?”. El abogado, al parecer, tuvo la razón. No sólo la CPS abandonó la acusación en contra de los seis defendidos por Schwarz, sino que el pasado 28 de enero instruyó a sus fiscales a revisar los casos de los veinte ya condenados. Aunado a lo anterior, Nick Hebert, ministro de Gobierno de la actual administración, tuvo que admitir la falta de control de las operaciones encubiertas y abogó para que se promueva el control judicial de las mismas.

Siete años encubierto

En 2003, cuando tenía 33 años de edad, Mark Kennedy fue asignado, en calidad de policía encubierto –y por un sueldo anual de 250 mil esterlinas inglesa–, a infiltrar las organizaciones sociales dedicadas a la protesta en el ámbito ambiental. Se dejó crecer el cabello, cubrió sus brazos con tatuajes, se perforó la piel con vistosos aretes y, tras asumir el alias de Mark Stone, se presentó entre grupos de ambientalistas presumiendo ser un escalador profesional. Desde ese momento, Kennedy fue ganando paulatinamente la confianza de los distintos grupos ambientalistas en Europa y participó en diversas protestas que recurrieron al continente.
Trabajó para los movimientos sociales “manejando automóviles rumbo a las acciones directas” y se ganó el apodo de Flash gracias a su reconocida “generosidad para conseguir dinero para el alquiler de transporte y el pago de fianzas”. Tras presenciar y participar en “docenas” de protestas en al menos 22 países, Kennedy fue descubierto. En julio de 2010, su “pareja sentimental” y activista ambientalista en Inglaterra encontró un pasaporte en el que, quien hasta ese momento conocía con el apellido Stone, tenía otro hombre: Mark Kennedy. La activista reunió a su grupo de trabajo y, juntos, convocaron a Kennedy. Lo confrontaron mostrándole los documentos encontrados.
El policía no tuvo más remedio que admitir su rol y “expresó remordimiento”, según afirmaron testigos del fatídico encuentro. Inmediatamente los activistas interrogaron al policía acerca de otros activistas que en pasado habían levantado “ciertas sospechas”. Kennedy admitió la existencia de más policías infiltrados. En particular señaló a un activista involucrado en la campaña de protesta en Leeds en contra de la planta termoeléctrica Drax en North Yorkshire, así como a una mujer de 30 años que desapareció repentinamente del movimiento en 2008.
Craig Logan, activista de 37 años presente en el “interrogatorio”, explicó que Kennedy habría revelado que “son muchos los policías que infiltran al movimiento social europeo”. Aunque Logan afirme que “Kennedy es un gran mentiroso y no podemos fiarnos de todo lo que dice”, en la grabación que se realizó del ríspido encuentro, el policía inglés afirma: “No soy el único, se lo apuesto. Es como un martillo que rompe a una nuez: se esparce en distintas direcciones y bueno… ¡caray!”

En su propia voz

Tras ser descubierto por los activistas ingleses, Mark Kennedy decidió dejar al país. Desde “algún lugar desconocido” de Estados Unidos de América, el ahora expolicía concedió una entrevista al periódico estadunidense The Mail on Sunday en la que cuenta su versión de los hechos y señala las responsabilidades de sus superiores Aún sin una acusación formal, Kennedy fue señalado por los activistas y por las múltiples declaraciones de las autoridades, como “un agente provocador” por haber “sobrepasado” los límites impuestos por los protocolos de operaciones encubiertas.
Kennedy, quien dejó la escuela cuando tenía 16 años, entró en las filas de la policía a los 21 años de edad. “Siempre respeté a la policía”, dijo, “le dediqué toda mi vida”. En efecto, Kennedy comenzó siendo parte del llamado “Anillo de Acero” que rodea la ciudad de Londres. En 1996, el joven policía entró a ser parte del equipo de agentes encubiertos que controlan las calles de la ciudad en contra de la venta al menudeo de drogas.
“Era un trabajo encubierto que adoraba”, dijo Kennedy. Tras años de esta actividad, fue asignado a la Policía Metropolitana en el año 2001. Sólo dos años más tarde, en 2003, como parte de la Unidad Nacional de Inteligencia para el Orden Público (NPOIU, por sus siglas en inglés), Kennedy asume el alias de Mark Stone. “Tuve que crear mi leyenda”, contó. “Era un escalador y alguna vez fui a Pakistan… así inventé que me involucré en importación de droga”. Kennedy conocía bien el ambiente de las drogas en Londres y no le costó meter el “rumor” que el tal Mark Stone fuera un “corriere de la droga”.
Ya con ese “historial”, el ahora Mark Stone se asomó al mundo del activismo diciendo: “tuve una vida mala y quería enmendarla”. Se fue haciendo de un pasaporte, una licencia de manejo, una cuenta bancaria y una carta de crédito, todos documentos falsos. Tras años de actividad encubierta, Kennedy admite haber sido “preso por una especie de Síndrome de Estocolmo”, aunque nunca perdió “la claridad” acerca de su trabajo”. Enviaba informes diariamente, aunque “comencé a sentir simpatía por las personas que frecuentaba pues hice verdaderas amistades en el ambiente (del activismo)”.
Una acusación recurrente fue la de haber mantenido relaciones sexuales con activistas de los grupos infiltrados, así como haber mantenido un rol activo tanto en la organización como en la realización de acciones de protesta. Si bien los estándares de operaciones encubiertas indican que “la actitud (del policía) debe ser pasiva y cubrir sólo a roles periféricos”, Kennedy habría trasgredido estas normas asumiendo “el protagonismo” en las acciones, pasando a ser un “agente provocador”. Por lo anterior, inclusive, distintos comentadores han señalado la posibilidad de que Kennedy se haya “convertido” al activismo.
En este contexto, el expolicía denuncia la “campaña de desprestigio” de la que, dice, es objeto. Niega, además, haberse “convertido” y señala, que en todo momento, sus jefes “estaban al tanto” de sus actividades “y las han aprobado todas”. Y añade: “No estornudé sin que ellos lo supieran, siento que me están sacrificando”. Aunado a esto, Kennedy dice que sus superiores habrían escondido pruebas y testimonios que exculparían a los veinte activistas condenados por el caso Ratcliffe-on-Soar. Ahora, afirma, “tengo miedo por mi vida y por la vida de mi familia”, pues según dice habría recibido “amenazas de muerte”.
“A la gente le gusta pensar a las cosas en los términos de blanco y negro, sin embargo el mundo de los policías encubiertos es gris y oscuro”, afirma. En contra de él, añade, “está sucediendo algo verdaderamente feo”. Acerca de las relaciones sentimentales del que se le acusa, Kennedy, quien fue abandonado por su esposa y los hijos de 10 y 12 años que tuvo con ella, afirma que mantuvo dos relaciones sentimentales durante sus siete años en calidad de policía encubierto.
“Una de esas dos relaciones fue seria, pues me enamoré”, admite Kennedy. “Estuve muy metido en el movimiento y me hice muy amigo de muchas personas. Ellos (los ambientalistas) se convirtieron en amigos míos, me apoyaron y me quisieron mucho”, agrega. Aunque rechaza que “los policías son los buenos y los activistas, lo malos; o viceversa, ya que ambos tienen cosas buenas y malas”, ahora se siente acusado injustamente y bajo peligro. Por eso, dice, “quiero hablar para que la policía sepa los errores que comete”. “Fui al centro de una operación muy sensible”, afirma, Kennedy, quien, además, revela que su oficial de referencia le dijo que “la información que proveía, en particular modo durante las protestas por el G8 en Escocia (en 2005), iba directamente al escritorio de Tony Blair”, el exprimer ministro inglés.

La despedida

Tras la detención del 13 de abril de 2009, Mark Kennedy tuvo que enfrentar a la justicia como cualquier otro activista, “pues si no, me hubieran descubierto”. Sin embargo, en septiembre de 2009, tras ser absuelto de los cargos, recibió un mensaje de texto al teléfono celular en el cual, en pocas líneas, lo sublevaban del encargo y le daban tres semanas para “despedirse” de su tarea. “Tuve que dejar la casa en donde vivía en Nottingham, deshacerme de los documentos falsos y nunca pude despedirme (de los activistas) de manera adecuada”, señala. Kennedy dice que contó a sus “amigos” que se sentía cansado y que viajaría para visitar a  un hermano en Estados Unidos: “Inclusive, ofrecí una dirección, un apartado postal, en Estados Unidos.” Sin embargo, se quedó en Inglaterra, en donde encontró trabajo en una empresa que se llama Global Open, firma privada de seguridad. Ya con su nuevo trabajo, Kennedy regresó con sus viejos “amigos”, los activistas ambientales.

“No le dije nada a la policía y regresé a ver a mis amigos que estaban muy preocupados por mi suerte”, dice Kennedy. “Quise salir (del grupo) en la manera más adecuada posible”, agrega. Rompió su relación sentimental aunque no a tiempo, pues su pareja sentimental encontró el pasaporte con su nombre. “En julio fuimos de vacaciones y ella descubrió mi nombre verdadero”, afirma. La pareja contó todo a los otros activistas y ellos “comenzaron a investigarme”. “Fue en ese momento cuando supe que todo se había acabado”.

El registro de su presencia

El 1 de mayo de 2004, durante la reunión de la Unión Europea en Dublín, un grupo de cerca de 500 activistas se desprendió de la manifestación de protesta que se estaba llevando a cabo y atacó frontalmente a los policías antimotines. El testimonio de los activistas presentes revelaron a la prensa inglesa que Kennedy “se encontraba en la cabeza del grupo, incitó a los manifestantes a unirse a ellos. Luego, vistió una máscara para taparse el rostro y se lanzó con los demás en contra de los policías”.
En consecuencia de estas revelaciones, Micheal Higgins, miembro del Partido Laborista irlandés, exigió al gobierno que pida al gobierno de Inglaterra una explicación acerca del rol de sus policías encubiertos en la república de Irlanda. “Este tipo de actividades es totalmente inaceptable”, dice. “Muchos de nosotros conocemos las consecuencias destructivas en términos de democracia de este tipo de operaciones que se llevan a cabo desde los años 70 en Irlanda del Norte.”
En 2005, Olafur Pall Sigurdsson, fundador de la organización Saving Iceland (SI), la primera red ambientalista de “acción directa”, recurrió Europa en búsqueda de “expertos” que le ayudarán en hacer crecer a la recién nacida organización. Tras enviar distintos correos electrónicos en los que exponía los problemas organizativos de SI y sus necesidades, su gira europea tuvo éxito. Habían pasado pocos meses cuando Sigurdsson pudo encontrarse con el activista inglés Mark Stone.
Según testimonios de los activistas islandeses recogidos por la prensa, “el policía encubierto jugó su parte a la perfección”. La confianza que Kennedy, alias Stone, inspiró en los inexpertos ambientalistas islandeses le permitió conseguir una larga lista de contactos en la red ecologista. Además, Kennedy habría tenido “un rol fundamental en la formación de los activistas islandeses”. “Se hizo indispensable, pues en los primeros años (de vida de SI) él fue una de las personas claves”. Además, en distintas acciones llevadas a cabo, “Kennedy hizo el portavoz de la organización y se tuvo un rol clave en la toma de decisiones”.
Kennedy inclusive fue señalado como el autor de un artículo que provocó un intenso debate en el país. El texto, firmado por el alias Mark Stone, fue producido días después de la protesta en la sede la presa Kárahnjúkar y acusaba a la policía islandesa de brutalidad e inclusive de “llevar a cabo acciones (represivas) potencialmente fatales para los activistas”. Decía la nota: “La incapacidad de la policía para entender la situación pudo tener consecuencia fatales y sin duda provocó actos de violencia por parte de los guardias de seguridad.”
Andrej Hunko, diputado alemán por el partido de izquierda Linke, denunció que Kennedy también estuvo involucrado en operaciones encubiertas en los grupos antirracistas alemanes. Ya en diciembre pasado, antes inclusive que en Inglaterra surgiera el escándalo acerca de las operaciones de Kennedy orquestadas por la MET, el diputado alemán tuvo acceso a las declaraciones de los activistas que habían interrogado a Kennedy.
Hunko inquirió, a su vez, al gobierno alemán durante todo el mes de diciembre sin recibir respuesta alguna.  El diputado alemán no sólo acusó a Kennedy de haber participado en diversas protestas en territorio alemán participando en el llamado “bloque negro”, sino también señaló que el policía inglés habría “incursionado de manera abusiva” en la vida privada de los activistas, ya que “tuvo relaciones sentimentales y sexuales”.
El gobierno alemán, denunció Hunko, no quiso aún responder a las acusaciones formuladas. Según las investigaciones del diputado alemán, Kennedy habría estado en Berlín en al menos tres ocasiones y fue un activo miembro de la red Dissident! que organizó las protestas en contra de la “reunión de los ocho” (G8) en Gleneasgles en julio de 2005.

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Kosovo: el nexo gobierno y crimen

4 febbraio 2011Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 4 de febrero de 2011.
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Dick Marty

MÉXICO, D.F., 4 de febrero (apro).- En 1999, durante el conflicto entre las tropas de Serbia y el Ejército de Liberación de Kosovo (UCK, por sus siglas en albanés) –apoyado militarmente por la Organización del Tratado del Atlántico Norte (OTAN)–, y tras el fin de las hostilidades decretado el 12 de junio de ese año, los jefes militares de la guerrilla kosovara habrían sido responsables de detenciones arbitrarias, torturas y desapariciones.

Además, paulatinamente habrían construido una red de tráfico ilegal de órganos junto a los grupos del crimen organizado, presentes tanto en Kosovo como en Albania. Lo anterior fue denunciado por el senador suizo Dick Marty en su informe “Tratos inhumanos y tráfico de órganos en Kosovo”, auspiciado por la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa (APCE) el 16 de diciembre pasado.

En el reporte, Marty señala las responsabilidades de los miembros del UCK en la comisión y ejecución de un sinnúmero de “crímenes”, perpetrados inclusive desde el país confinante y políticamente afín, Albania.

En particular, indica como mayor responsable al llamado “Grupo de Drenica” (localidad kosovara), guiado por el actual primer ministro kosovaro Hashim Taqui. La acusación formulada por el senador suizo y asumida por la APCE llegó sólo cuatro días después de que se realizaran las primeras elecciones políticas en Kosovo, tras la declaración de independencia de febrero de 2008. En medio de acusaciones de fraudes e irregularidades, justamente Hashim Taqui, el exguerrillero y figura prominente del UCK, hoy líder del Partido Democrático de Kosovo (PDK), ganó las elecciones.

Según analistas internacionales, el reporte de Marty pone en entredicho lo que sería el primer gobierno electo de Kosovo. Mientras tanto, en el país balcánico como en Albania, las autoridades niegan las versiones asentadas en el documento europeo y acusan al senador y a sectores críticos de querer “enlodar la reputación de Kosovo”.

El nexo

La investigación realizada por Dick Marty fue instruida por la Asamblea Parlamentaria del Consejo de Europa tras conocer los contenidos de las memoria de la exfiscal general del Tribunal Penal Internacional por la Ex-Yugoslavia (TPIY), Carla Del Ponte. Luego de  terminar su mandato en el TPIY, la hoy embajadora de Suiza en Argentina escribió una memoria titulada “La Caza, yo y los criminales de guerra”, en la que relata su trabajo al frente de la fiscalía internacional, misma que ha llevado a la detención del expresidente serbio Slobodan Milosevic, entre otros.

En el texto, publicado en 2008, Del Ponte denunciaba además la existencia de un tráfico ilegal e internacional de órganos humanos, mismo que se originaría justamente en Kosovo. La Unión Europea, a través del Consejo Europeo, instruyó a Dick Marty para que realizara una investigación con el propósito de comprobar lo dicho por la exfiscal y “tener una mirada más cercana de los presuntas violaciones a los derechos humanos cometidos en Kosovo”.

El senador suizo, también conocido por las investigaciones realizadas en 2007 sobre las cárceles ilegales de la Agencia Central de Inteligencia (CIA) de Estados Unidos en Europa, afirma que si bien “los crímenes de guerra de los serbios –durante el conflicto en ex Yugoslavia– han sido muy bien documentados”, los cometidos por las tropas irregulares del UCK “han sido omitidos”.

Su informe apunta: “La visión que se tuvo en Kosovo (por parte de los países occidentales) fue de muy corto plazo: restaurar el orden (después del conflicto) tan rápido como fuera posible para evitar cualquier factor que pudiera vulnerar la frágil estabilidad de la región”. Para eso “los actores internacionales cerraron un ojo acerca de los crímenes de guerra cometidos por el UCK”. El resultado “fue una forma especial de justicia que sólo se puede definir como selectiva, con grados elevados de impunidad”.

El “Grupo de Drenica”

Hashim Taqui

Gracias a testimonios directos tanto de víctimas como de exmiembros del UCK y “cientos de documentos” –algunos de ellos de inteligencia–,  Marty y su equipo reconstruyeron episodios, rastrearon lugares y finalmente encontraron responsables de lo que califican de “actos criminales” durante el conflicto, y de la creación de “redes cercanas a los líderes del exUCK y a las grandes organizaciones criminales internacionales”.

A pesar de la visión generalizada y “promovida por la comunidad internacional” de que el UCK “luchaba en contra de la opresión serbia”, los líderes del grupo armado –“y sus familias/clanes”– tuvieron una “estrategia mucho más compleja” que sirvió para “hacerse del poder, controlar el territorio” y “hacerse del control de ciertos recursos como petróleo y del sector construcción”.

Entre las muchas facciones –“clanes”, según el reporte– internas del  UCK, Marty destacó la existencia de “un pequeño pero muy poderoso grupo que se autodenomina ‘Grupo de Drenica’”, liderado por el excomandante del UCK y recién electo primer ministro Hashim Taqui. Según el senador suizo, dicho grupo “construyó un formidable poder, basado en empresas del crimen organizado, que fue prosperando tanto en Kosovo como en Albania”.

Sostiene que Taqui “sin duda debe su escalada al poder” al apoyo y reconocimiento otorgado por las potencia occidentales, en específico el del gobierno de Estados Unidos. Este “apoyo incondicional” convirtió al líder kosovaro en un “personaje que cree ser intocable”. Además, Taqui pudo contar con el “apoyo operativo y la complicidad no sólo de las instituciones formales de Albania, sino también de los servicio secretos albaneses y de la poderosa mafia de aquel país”.

A pesar de los “numerosos reportes de los servicios de inteligencia de Alemania, Italia, Inglaterra y Grecia”, y de la misma agencia antidroga de Estados Unidos (DEA), que señalan a Taqui como “el responsable de tráficos ilícitos en la región”, nunca ningún “actor internacional quiso intervenir en su contra”. Según Marty, a esta situación se añadió “la eliminación de adversarios y la intimidación de posibles testigos”, lo que garantizó su impunidad.

Crímenes

El informe presentado el pasado 16 de diciembre detalla la existencia de decenas de centros de detención clandestinos, en donde miembros del UCK y del Grupo de Drenica aseguraban “tanto a serbios como a supuestos colaboradores del enemigo” en “condiciones inhumanas”. La tortura, según el relator suizo, “era la norma”. El reporte destaca la existencia de “al menos 6 mil desaparecidos durante el periodo del conflicto”. Con datos de la Cruz Roja Internacional, Marty explica que de esa cifra, “mil 400 personas fueron encontradas vivas, los cuerpos de otras 2 mil 500 se identificaron en numerosas fosas comunes”, mientras el restante “permanece desaparecido”.

Según testimonios directos de muchos sobrevivientes,  los detenidos en los campos del UCK”, “eran seleccionados tras exhaustivas visitas médicas realizadas por gente que se hacía llamar ‘doctores’” y llevados a Fushë-Krujë. El informe señala que “muchos de los ‘seleccionados’ entendían cuál iba a ser su destino final (…) y suplicaban a sus captores que ‘no los hicieran pedazos’”. Otros testimonios afirman que los miembros del UCK “eliminaban a sus víctimas con un tiro en la cabeza antes de comenzar la extracción de sus órganos”.

Además, Marty y su equipo tuvieron conocimiento de que el principal “negocio” consistía en “extracción y tráfico de riñones”. La dimensión práctica del negocio del tráfico “era sencilla”, señala.

“Los detenidos eran llevados a Fushë-Krujë, donde los encerraban en unas casa de seguridad. Cuando se confirmaba la cirugía, el detenido era llevado afuera de la casa de seguridad y ejecutado sumariamente”. De ahí, el cuerpo era llevado a un espacio llamado “la clínica”, donde se le extraían los órganos.

Fuentes de Marty explicaron la elección de la localidad albanesa: “El lugar fue escogido sobre la base de su proximidad con el aeropuerto de Tirana” (la capital de Albania). Estas condiciones, finaliza, permitían las llegadas de “visitantes extranjeros” y la “salida rápida” de los órganos hacia el extranjero.

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Argentina: el trabajo esclavo

14 gennaio 2011Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 15 de enero de 2011.
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BUENOS AIRES., 20 de enero (apro).- En esta ciudad existen alrededor de 5 mil talleres textiles, de los cuales unos 3 mil trabajan de manera clandestina. Según organizaciones de la sociedad civil argentina, las personas que trabajan en ellos simbolizan el “trabajo esclavo”, el cual, afirman, “infesta a la ciudad y al país entero”.

Estiman que 30 mil migrantes bolivianos trabajan en este sector, el cual produce alrededor de 2 mil millones de dólares anuales y cuyos productos no sólo se destinan al mercado local de ropa barata, sino también para surtir a las grandes marcas internacionales del vestido, como Puma, Adidas, Fila y Lecop-Arena.

Muchos ciudadanos bolivianos que eran explotados laboralmente han creado, con apoyo de organizaciones argentinas, sus propias cooperativas y logran comercializar sus propias marcas en el país y en el exterior.

Un ejemplo: la cooperativa La Alameda, que actualmente maneja la marca argentina Mundo Alameda y comparte la marca global No Chains (No Cadenas) con la organización de Tailandia Dignity Returns (Retorno a la Dignidad).

Gracias al esfuerzo de La Alameda y sus aliados, el sector textil en Argentina comenzó a “formalizar” las relaciones laborales. “Actualmente una quinta parte del mercado laboral en este sector, es blanco (formal)”, afirma Gustavo Vera, presidente de La Alameda.

La Alameda se fundó “para que tuviéramos una razón jurídica que nos permitiera seguir las causas penales en contra de los dueños de los talleres”, añade.

Pero la experiencia de La Alameda se está trasladando a otros sectores donde existe el “trabajo esclavo”, como el agrícola e, incluso, el sexual.

La Alameda

Tras la crisis económica y política que golpeó Argentina a finales de 2001, surgieron cientos de asambleas populares como respuesta “a la ausencia del Estado en los barrios pobres de Buenos Aires”.

En una asamblea de la zona de La Avellaneda, en el poniente de la ciudad, surgió La Alameda.

Vera recuerda que, tras las primeras semanas de protesta, comenzaron a reunirse con los demás barrios “y se empezó a hablar sobre cómo enfrentar a los problemas que cada uno tenía”.

Sostiene que no sólo se discutía sobre las protestas en las calles, sino cómo resolver los problemas de todos los días.

“Se tocaban los temas de los ahorros, pero también el problema del hambre, la desocupación y se organizaron las ollas populares, los trueques y las compras comunitarias.

“Aquí la carestía llegó prepotente –comenta Vera–. La miseria conquistó al barrio y comenzamos a hacer una olla popular que funcionaba con las aportaciones de todos los vecinos.”

Señala que al principio esa “olla popular” tenía un sentido simbólico de protesta; pero, en la medida que la situación se fue agravando, se convirtió en un servicio. “Llegamos a un momento en que ya no dábamos abasto de tanta gente necesitada que acudía con nosotros”, comenta Vera.

Dice que después de unos meses, el gobierno metropolitano buscó “absorber nuestro trabajo”. Pero, señala, la asamblea supo mantenerse independiente. Y se hizo de un espacio: “Recuperamos un local abandonado en el barrio, un ex bar que se llamaba La Alameda”.

Ya con ese espacio, la asamblea comenzó a ofrecer no sólo la “olla popular” sino también servicios de compra comunitaria, consultorio médico y programas para niños. Poco a poco “La Alameda se convirtió también en un lugar de encuentro para la comunidades migrantes, la boliviana, sobre todo”, que organizó eventos culturales.

Según Vera, “esto permitió que se fuera generando un clima de confianza entre extranjeros y argentinos, ya que por lo regular los habitantes de Buenos Aires desconfían de los migrantes”.

Actualmente en La Alameda conviven tanto el Centro Comunitario –que mantiene el comedor popular y los talleres para le gente del barrio–, como la Cooperativa La Alameda, formada por trabajadores que dejaron los talleres clandestinos.

Además, en La Alameda trabaja la fundación homónima que se dedica a la investigación, la denuncia y el seguimiento de causas penales en contra de la explotación laboral, tanto en el sector textil como agrícola y sexual.

Clandestinos

No existen en Argentina estadísticas fiables que abarquen todo el espectro del trabajo informal. No obstante, organizaciones civiles independientes calculan que en todo el país habría, al menos, 4 millones de trabajadores sin contrato de trabajo y sin protección social. De esta cifra, medio millón trabajaría en la capital del país y la mitad de éstos lo hacen en el sector textil, sobre todo en los “talleres clandestinos”.

José Luis es ciudadano de Bolivia. Desde hace cuatro años vive en la capital argentina: “Los primeros dos años y medio trabajé en negro (informal) en un taller textil”, dice en entrevista con Apro.

Cuenta que fue contratado en su ciudad natal, El Alto, cerca de La Paz. Le ofrecieron empleo y prestarle dinero para el pago del transporte, la comida y un techo. El acuerdo implicaba que estos últimos gastos los devolvería al patrón una vez que hubiera trabajado. “Me hice muchas ilusiones”,  pero éstas “se vinieron abajo cuando llegué aquí (a Buenos Aires)”, comenta.

El patrón los encerró en un edificio en el centro de la ciudad. Abajo, explica José Luis, se encontraba el taller, arriba unos cuartos de dos por tres metros donde dormán cuatro o más migrantes. Además, había un baño para decenas de personas. Afirma que las condiciones de la vivienda eran insalubres y no podían atender a los niños que acompañaban a los migrantes.

María, boliviana de 42 años cuyos dos hijos menores la acompañan, cuenta que trabajaban de 7 de la mañana hasta la 1 o 2 de la madrugada del día siguiente. Explica que ella trabajó seis meses gratis para reponer el préstamo que el mismo patrón le hizo para solventar los gastos del viaje. “El patrón nunca nos dejaba salir del taller, pues nos amenazaba y asustaba”, comenta.

Según los trabajadores bolivianos, los patrones los amenazan con denunciarlo con las autoridades migratorias para que los deporten. Además, “los patrones nos asustan mucho, diciéndonos que afuera (del taller clandestino) la sociedad nos tratará mal, que habría agresiones y peligros”, señala María.

Ella admite que durante mucho tiempo tuvo miedo y no se atrevía a salir ni durante el periodo de tiempo en que tenía permiso: dos horas a la semana.

A pesar de esta situación, José Luis, María y muchos más trabajadores costureros logran “liberarse” del trabajo en los talleres clandestinos. Admiten que la situación económica, estando afuera del taller, no ha mejorado mucho, pues “hay mucho racismo hacia los bolivianos, los alquileres de las casas son altísimos y nos discriminan”.

Explican que, tras años de migración boliviana, la comunidad de su país en Argentina ha crecido mucho y hoy existen bolivianos dueños de talleres textiles que “aplican a sus trabajadores el mismo trato que recibieron cuando llegaron”.

“Alianza global”

Mundo Alameda es la marca que la cooperativa homónima produce. Su difusión alcanza los mayores mercados textiles de la ciudad, en particular el Mercado Social Solidario, situado en el central barrio de Palermo y recuperado por decenas de cooperativas con experiencia similar.

En 2008, la cooperativa situada en la Avellaneda conoció la experiencia de la organización tailandesa Dignity Returns. De ese encuentro, surgió la marca global No Chains que fue presentada el pasado mes de junio tanto en Argentina como en el país asiático.

Vera cuenta la historia de esta “alianza global”:

“Cuando comenzamos a meternos con lo que llamamos trabajo esclavo tuvimos que ver cómo íbamos a hacer una organización gremial en un submundo en el que había, y hay, mucha explotación y mucha opresión; y en donde se mezclan los temas penales, el de derechos humanos y los laborales.”

Tras una intensa búsqueda, descubrieron la experiencia de Tailandia: “Ya con ese contacto, fuimos invitados a Bangkok para hablar de las experiencias argentinas de recuperación de fábricas y de las cooperativas.”

De ese encuentro, continúa Vera, “nos convencimos de que era necesario producir una marca global que simbolizara lo contrario del trabajo esclavo. Pensamos que era necesaria también una base productiva al tiempo que se lanzaban las campañas en contra del trabajo esclavo, una base productiva que trascendiera la mera denuncia y que produjera una alternativa real y concreta”.

Junto con la “alternativa real”, La Alameda sigue con su campaña en contra del trabajo esclavo en Argentina.

“Tuvimos la suerte de que uno de los primeros talleres que interceptamos estaba produciendo ropa para la princesa de Holanda, así que se creó un gran escándalo”, cuenta Vera, quien sostiene que durante estos años lograron “asestar algunos golpes fuertes a muchas marcas”.

En efecto, hoy la Fundación La Alameda ha presentado denuncias ante la justicia federal argentina en contra de 103 marcas.

Sin embargo, señala, “la batalla aún está lejos de ser ganada”, pues no sólo siguen existiendo miles de talleres textiles clandestinos, sino también en otros rubros. “Ahora comienza a venir gente de otras ramas de la economía que ve los resultados que logramos. Por ejemplo, estamos metidos en el sector agrícola denunciando la explotación infantil”.

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Afganistán, dinero para los talibanes

19 novembre 2010Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 19 de noviembre de 2010.
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“Los contratistas privados de seguridad (en Afganistán) pasaron dinero de los contribuyentes estadounidenses a los señores de la guerra afganos y a hombres fuertes directamente conectados con asesinatos, secuestros, actos de corrupción, así como con actividades de los Talibanes y otras en contra de la coalición” de la Fuerza Internacional de Asistencia para la Seguridad en Afganistán (ISAF).

De las más de 26 mil personas que operan en Afganistán en calidad de “personal privado contratado para la seguridad”, “muchos están asociados con grupos armados fuera del control gubernamental”. Por lo anterior, “la proliferación de personal privado de seguridad en Afganistán es incompatible con la estrategia de contrainsurgencia” promovida por el Comando Central de Estados Unidos en el país asiático.

Éstas son las conclusiones de la Comisión de Fuerzas Armadas (CAS) del Senado de Estados Unidos (EU), publicadas el pasado 28 de septiembre en un documento titulado “Investigación acerca del rol y la negligencia de los contratistas privados de seguridad en Afganistán”.

Los juicios de los senadores norteamericanos representan el último de una larga serie de reveses para la administración Obama, empeñada en retomar el control de la cada vez más complicada misión en el país asiático. Los miembros de la CAS, entre los cuales figura el excandidato presidencial republicano John McCain, señalan también que las empresas contratadas por el gobierno de EU “no están respetando los protocolos, ya que no controlan de manera adecuada los perfiles del personal local contratado“.

Aunado a lo anterior, las mismas empresas “están minando la posibilidad para el gobierno afgano de retener el personal” de las fuerzas de seguridad nacionales, ya que “reclutan su personal ofreciéndoles mejores salarios”.

Los señores de la guerra

La investigación de la CAS se realizó durante el año 2009, a través de la lectura de “cientos de miles de archivos” proporcionados por el Departamento de Defensa (DoD), por la Agencia para el Desarrollo Internacional (USAID) y por empresas privadas de seguridad contratadas por el gobierno de Washington.

En particular, los analistas de la CAS se concentraron en los más de 26 mil agentes de seguridad privados presentes hoy en Afganistán, cifra incluida en los 112 mil contratistas del gobierno de Estados Unidos empeñados también en otras actividades. Una cantidad importante, indica el documento, pues “cuando la 101ª División Aerotransportada del Ejercito (de EU) ocupó al país en 2001, se desplegaron 20 mil soldados”.

Uno de los casos denunciados comenzó en marzo de 2007, cuando la Fuerza Aérea de EU encargó a la empresa Environmental Chemical Corporation (ECC) la construcción de una base aérea en la localidad de Shinand, en la provincia de Herat, en el noroeste del país. A su vez, ECC contrató los servicios de seguridad de la empresa inglesa ArmorGroup International (AGI).

La empresa de seguridad privada, ya presente en la lista de más de 70 empresas contratadas por el DoD para sus operaciones en Afganistán, en su búsqueda de personal para dicha misión de “protección” reclutó a “dos señores de la guerra” que la misma empresa identificó con el nombre de Mr. White y Mr. Pink.

Los dos no mejor identificados ciudadanos afganos fueron, según indica el reporte, “recomendados por personal militar de EU”, ya que en estos dos hombres encontraban “el punto de contacto local para evitar las largas filas de gente buscando trabajo”. El primer grupo proporcionado por AGI a la empresa ECC e integrado por personal de los dos “señores fuertes” de la región comenzó a operar en junio de ese mismo año.

Sólo un mes después, en julio, el llamado Mr. White fue objeto de un atentado, justo en las inmediaciones de la base en construcción. El episodio nunca fue aclarado. Sin embargo, el 12 de diciembre siguiente, el Mr. White fue otra vez atacado.

El documento del Senado de EU describe la batalla que se generó en el mercado local a raíz del atentado. Dos grupos oponentes: el de Mr. White y sus “fieles” y otro grupo guiado por Mr. Pink,quien finalmente logró matar a su par. El enfrentamiento, que es descrito por los testigos como “un reglamento de cuentas de estilo mafioso”, dejó sin “personal” a la empresa AGI, ya que el asesino (y subcontratista de AGI) “se fue a un pueblo cercano y se reunió con combatientes talibanes”.

Para suplir dicha falta, la empresa buscó al hermano de la víctima –identificado con el nombre de Mr. White II-– para encargarle el trabajo. Además, denuncian los autores del reporte, AGI siguió trabajando con los hombres del desaparecido Mr. Pink durante al menos otro mes.

En efecto, señala el reporte, “este personal fue despedido sólo cuando se descubrió que pasaban información a Mr. Pink acerca de nuestros movimientos de y hacia Herat y las rutinas de seguridad de la base”.

La trayectoria del nuevo “punto de contacto” está también llena de episodios poco claros. Según la investigación, no sólo hubo reportes internos a la empresa que señalaban que “el sujeto apoyaba las operaciones de los talibanes”, ofreciendo a los comandantes insurgentes “mucho del dinero de sus contratos”, sino que además Mr. White II fue el protagonista de actos de corrupción de las autoridades locales, en particular del responsable del Ministerio de la Defensa afgano en Herat.

La investigación del Senado de EU descubrió, finalmente, que el nuevo encargado por AGI de proveer de personal de seguridad para sus operaciones, el llamado Mr. White II, murió el 21 de agosto de 2008, en una operación en búsqueda del mullah Sadeq, considerado a su vez “un valioso comandante talibán”.

Las fuerzas del ISAF orquestaron un operativo que condujo a un bombardeado del pueblo de Azizabad. Durante dicho operativo murieron Mr. White II y otros siete hombres de su “equipo” mientras estaban reunidos con el jefe talibán. Junto a ellos perdieron la vida más de 90 civiles, en la que fue una de las operaciones mayormente criticada por la opinión pública internacional.

El clamor generado por dicho bombardeo obligó al entonces presidente estadounidense George W. Bush a realizar una llamada telefónica al presidente afgano Hamid Karzai “para expresarle su pesar por las muertes civiles”. A pesar de las “advertencias”, AGI y sus filiales no dejaron de tener relaciones con los hombres del extinto Mr. White II.

Miembros de la empresa contactaron con el hermano del “señor de la guerra local” y le encargaron la búsqueda de “mano de obra”. De esta manera, AGI firmaba otro contrato con el nuevo referente, indicado con el nombre de Mr. White III.

Acusaciones

El reporte del Senado de Estados Unidos señala otros casos “sensibles”, como el de la empresa Eod Technology que contrató “señores de la guerra” de la localidad de Adraskan, entre los cuales figuró el llamado “General” Said Abdul Wahab Qattili, quien fue señalado por los servicios secretos militares de EU como “el comandante del grupo de Herat encargado de conducir la Jihad (“guerra santa”)” en 2003.

El mismo “general” estaría además involucrado en operaciones de transmisión de información “acerca de las operaciones de Estados Unidos en Afganistán” a gobiernos extranjeros, entre los cuales, afirma el documento, se encontraría Irán.

Más adelante, la investigación de la CAS indica que “en el afán de evitar problemas como los ilustrados”, actualmente las empresas de seguridad privadas “contratadas por el gobierno de Estados Unidos” están “substrayendo personal a las fuerzas locales (afganas) de seguridad”, entre éstas la Policía Nacional Afgana (ANP) y el mismo Ejercito Nacional Afgano (ANA).

Según los senadores estadounidenses, las empresas privadas de seguridad, como ArmorGroup, pagarían a su personal un promedio de 275 dólares mensuales contra los 70 que “un miembro de segunda clase” de la ANP recibiría.

Finalmente, la investigación finca una larga serie de responsabilidades al Departamento de Defensa (DoD) de Estados Unidos, primer responsable de las contrataciones de empresas privadas de seguridad en Afganistán.

No sólo “el DoD aparentemente contrata a empresas que no tienen la suficiente experiencia”, sino que demostró “negligencia en el control de la actuación de dichas empresas”. En el “raro caso” de identificar fallas en las operaciones de estas empresas, el DoD se ha demostrado “incapaz de corregir las serias deficiencias encontradas”.

La CAS revisó todos los contratos establecidos entre 2007 y 2009, y detectó en las auditorias realizadas por el DoD a las empresas “con deficiencias”, pero tomó “medidas correctivas” en sólo cinco casos.

Aunado a lo anterior, el Pentágono no sería capaz de controlar la cadena de subcontratistas que se derivan de los primeros contratos firmados entre el DoD y las empresas de seguridad. El resultado, denuncia el documento, es que “ningún oficial gubernamental controló las identidades y los perfiles de los guardias de seguridad subcontratados”.

Dichas guardias “utilizaron drogas, atentaron en más de una ocasión contra personas del Ministerio de Defensa de Afganistán, dejaron su lugar de guardia para buscar venganzas por pleitos locales y proporcionaron, conscientemente, información a los señores de la guerra afiliados a los talibanes”.

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Libia: El trabajo sucio para la UE

9 dicembre 2007Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 9 de diciembre de 2007
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“La Unión Europea está firmando acuerdos de cooperación en el tema migratorio con Libia, país sobre el que hay fuertes dudas en cuanto al respeto a los derechos humanos”, denuncia Gabriele Del Grande, autor de Mamodou va a morir, libro que denuncia “la matanza de migrantes indocumentados ilegales en el Mediterráneo”.

“Desde hace años las organizaciones de la sociedad civil señalan graves irregularidades en el trato que el gobierno del coronel Kadafi reserva a los migrantes que cruzan su territorio para poder abordar los barcos que los llevarán a Europa”, explica el investigador italiano.

“La última fue la denuncia publicada por Amnistía Internacional en agosto pasado”, añade.

Sin embargo, según Del Grande, “nadie conocía la existencia de un diálogo ya tan avanzado y de esta naturaleza entre las dos partes”.

Entre el 27 de noviembre y el 6 de diciembre de 2004, la Comisión Europea encargó a una delegación del Parlamento Europeo el acercamiento al gobierno libio para una eventual cooperación en el tema migratorio. “Ha sido una experiencia horripilante”, decía Giusto Catania, integrante de dicha delegación.

Su opinión se reflejó en el informe final, publicado el 1 de mayo de 2005, que indica graves violaciones a los migrantes en el momento de la detención y en el proceso de deportación, además de denunciar la falta de cooperación entre el gobierno libio y la Agencia para los Refugiados de la ONU (ACNUR).

Con base en ese informe, el 8 de mayo de 2005, el Parlamento europeo advirtió que la cooperación con Libia tenía que establecerse pero “sin expulsiones colectivas, sin detenciones administrativas en lugares donde los derechos humanos son violados, y con el reconocimiento de los derechos de los que piden asilo político en Libia”.

A más de dos años de esa advertencia “nada ha cambiado; más bien ha empeorado todo”, indica Del Grande. “Hemos conseguido un documento reservado que reporta los resultados de la visita que la agencia europea Frontex realizó entre fines de mayo y principios de junio de este año”, revela Del Grande.

“Ese documento, además de confirmar algunos números acerca de la realidad migrante que cruza Libia, exhibe lo que nadie sabía: es decir, que la UE sigue cooperando con Libia, haciendo caso omiso a las denuncias de su propio Parlamento”, añade.

La agencia europea Frontex surgió, el 3 de octubre 2005, por iniciativa de la Comisión Europea, coordinar y gestionar los esfuerzos de la UE para frenar la inmigración ilegal a Europa. Desde entonces, la agencia, cuya sede está en Varsovia, realiza operativos policíaco-militares en las fronteras de la UE; en el Mediterráneo y en la costa africana del océano Atlántico, desplegando la flota mixta de navíos de los países adherentes; en la Europa del Este, enviando cientos de agentes especiales proporcionados por las policías de cada país.

Ante los crecientes esfuerzos para frenar la inmigración ilegal al continente, la UE ha incrementado el presupuesto de la agencia, al pasar de los 34 millones de euros este año, a 70 millones para 2008.

“Es más fácil enviar a una delegación de policías que a un grupo de diputados”, acusa el investigador. “Así, evitamos las denuncias de maltratos y nos concentramos en la cooperación”.

El documento reservado conseguido por Del Grande “omite cualquier consideración de orden político u ético y enfoca su atención en los aspectos operativos de la cooperación”.

Primero contiene copia de la carta que, el pasado 25 de mayo –antes que Frontex visitara al país norteafricano– Gil Arias, subdirector ejecutivo de la agencia, envió al gobierno libio, en la que se le invita a participar, desde 2008, en los patrullajes en el Mediterráneo.

Luego contiene lo que Libia pide a cambio de su cooperación: “12 aviones de vigilancia; 14 helicópteros; 240 jeeps; 86 camiones de carga; 80 camionetas tipo pick-up; 70 autobuses; 28 ambulancias; 12 sistemas de radar; 10 buques militares; 28 lanchas de medio alcance; 100 lanchas cortas; 400 visores nocturnos, sistemas de escaneo de huellas digitales, radios, y sistemas de navegación satelital”.

Abusos, violencia contra las mujeres, deportaciones…

Del Grande publicó, en octubre pasado, un informe titulado Reporte Libia. En él, a partir de la información oficial registrada en el documento de Frontex, figuran decenas de testimonios de migrantes acerca del trato recibido por las autoridades del coronel Kadafi y recopila los números de migrantes en tránsito por el país norteafricano.

Es un documento que fija su postura desde el subtitulo: “Todo lo que no se tiene que saber acerca del país al cual la UE confía el control de la frontera sur”.

Los testimonios relatan las condiciones a las que los migrantes son sometidos en el territorio de Libia: los largos viajes en el desierto; los abusos de los “coyotes”; los abusos y los homicidios de la policía; la violencia contra las mujeres; las deportaciones y los abandonos en la línea fronteriza sur, en medio de miles de kilómetros cuadrados de desierto.

Del documento de Frontex, “podemos ver que, en mayo de 2007, había 60 mil migrantes detenidos en Libia y, al menos, 14,500 habían sido deportados a la frontera sur entre 1998 y 2003”, señala Del Grande.

Y continúa: “Esos son números. Lo que hace falta es ver cómo se traducen en vidas reales”. Para esto, señala, una muestra está en los testimonios que publicó.

Habla Charles, del Ghana: “Crucé en Sahara desde Níger en junio de 2007. No muy lejos de la aduana de Toumou he visto 34 cuerpos, en medio de la arena, momificados”.

Continúa Fabrice, del Togo: “Desde Qatrun (Centro de Detención libio, NDR), la policía nos llevó hasta la frontera sur, cerca de Toumou. Tuvimos que caminar tres días en el desierto para llegar a Madama en Níger”.

Innumerables centros de detención están en el norte del país como, por ejemplo, Zuwarah, desde donde deportaron al etíope Yakob: “Eramos 50 en el camión. A mitad del camino, el chofer nos pidió dinero para que nos regresara. Sólo 30 de nosotros teníamos. Los otros 20 se quedaron a medio desierto. Quién sabe cuántos habrán muerto… Te quitan hasta el dinero que no tienes. Si, por ejemplo, tienes algún pariente en Europa, te prestan el teléfono satelital para que pidas una transferencia con Western Union”.

Las condiciones de los Centros de Detención son pésimas, según denuncian los entrevistados. “Cuartos sucios con demasiada gente; nada de comida, sin asistencia médica, sin que nadie nos ayude”, explica Elvis del Camerún.

Abraham de Eritrea confirma: “Estuve en Sirt dos semanas. Nos mantenían con pan y arroz. Afortunadamente tenía 400 dólares. Con ellos pagué al policía que me dejó salir”.

Además de la precariedad de las condiciones, está la violencia de la policía: “Conozco dos casos. El primero era un joven de Nigeria. Se llamaba Idewin. Fue detenido en Trípoli y murió pocos días después por las heridas de la macana durante la detención. El otro caso es el de un muchacho de Ghana: lo mataron a golpes en el cuartel de la policía, antes de que lo internaran al Centro de Detención. Era febrero de 2007”, dice Saleo del Chad.

La violencia ataca a las mujeres: “He visto a muchas mujeres violadas en el centro de Kufrah. Los policías entraban a la celda, agarraban una mujer y la violaban en grupo, frente a nosotros, sin distinguir entre mujeres casadas y solteras. Muchas quedaron embarazadas”, denuncia Fatawhit de Eritrea.

Por su parte, la etíope Hewat habla de una redada que la policía realizó en una de la casa donde, clandestinamente, se hospedaba: “Entraron y comenzaron a golpearnos a todos. Estaba embarazada y perdí a mi hijo por los golpes”.

El racismo es el otro grave problema. El gobierno libio, tras abrirse a la inmigración durante los años 90, ahora está cerrando sus fronteras y expulsando a extranjeros. “El gobierno libio buscó afirmarse en la Unión Africana cuando la UE le tenía el embargo económico-militar”, cuenta Del Grande. “Luego, cuando la UE levanto el embargo en 2004, Libia comenzó a cerrar sus fronteras”.

Añade: “La expulsión de extranjeros pasa por fomentar el racismo hacia los negros, hacia los de otra religión”.

Daniel de Eritrea cuenta lo que le sucedió: “Cuando caminaba con un amigo en Trípoli, unos jóvenes nos pararon y nos preguntaron nuestro nombre. Nos presentamos con nombres musulmanes para evitar cualquier problema. No convencidos, nos hicieron pronunciar la Fatiha del Corán. Yo lo sabía, mi amigo no. Probó defenderse, pero lo acuchillaron y le robaron todo. Me fui cuando estaba muerto, tirado en un charco de sangre a media calle”.

Y concluye: “Si quieres sobrevivir en Libia, tienes que prever cualquier cosa. Lo tienes que hacer todo con extrema atención. Nunca te puedes relajar y perder la concentración”.

Según Del Grande, el caso más grave “es él de los refugiados, porque Libia casi no concede asilo político o refugio, debido a que no reconoce la Convención de Ginebra y menos al ACNUR. De tal manera que todos los que escapan de las guerras en África, por ejemplo desde Sudán, no pueden esperar ser acogidos en Libia y menos de llegar a la UE a pedir asilo o refugio”.

Finalmente, Del Grande afirma: “No nos hagamos ilusiones: el problema no es sólo en Libia. Podemos mirar a todos los países que rodean la UE, desde el norte de África hasta la Europa oriental. La política es la de crear un área de amortiguamiento alrededor del territorio europeo, subcontratando, de hecho, el control de la inmigración, impidiendo que un sin papeles pueda tocar el suelo de la UE”.

Y advierte: “Si para eso hay que cerrar los ojos sobre lo que sucede en Libia, pero también en Argelia o en Ucrania u otros países involucrados, ese es el precio a pagar según el enfoque europeo: ‘Son crímenes cometidos por países no europeos, por lo tanto no nos atañen’, es el mensaje cínico y paradójico que transmite la UE”.

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África, los millones perdidos

19 novembre 2007Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 19 de noviembre de 2007
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“África derrocha alrededor de 18 mil millones de dólares anuales en conflictos, guerras civiles e insurgencias”, denuncia un informe de las organizaciones Oxfam International, International Action Network on Small Arms (IANSA) y Safer World.

Más: 23 países de ese continente “han perdido alrededor de 284 mil millones de dólares desde 1990”. Una cifra que –señala el informe– “equivale a la ayuda internacional aportada (a esas naciones) por los principales donantes durante ese mismo período”.

El informe –titulado Los millones perdidos en África. El flujo internacional de armas y el costo de los conflictos— fue publicado en octubre pasado en el marco de la Campaña Armas Bajo Control, lanzada a escala internacional por Oxfam, Amnistía Internacional y IANSA, la cual fue incluida por la ONU en su agenda durante su Asamblea General en septiembre pasado.

El documento refiere que “el conflicto armado reduce la economía de los países africanos en 15%”, aunque “el costo real de la violencia armada para las personas africanas puede ser muchísimo mayor”.

Y denuncia que “95% de las armas más utilizadas en los conflictos africanos no proceden de este continente”. Por esta razón, señala, “lo que África necesita con urgencia es poner fin a este flujo de armas dirigido a quienes cometen abusos de los derechos humanos”.

Para ello propone “un Tratado sobre Comercio de Armas (TCA) riguroso y eficaz que debe prohibir las transferencias de armas” donde exista la clara posibilidad de violaciones a los derechos humanos. De lo contrario, advierte, “el costo para el desarrollo africano, medido no sólo en dólares despilfarrados sino en vidas destrozadas y oportunidades perdidas, seguirá siendo incalculable”.

Los costos de la violencia

Consuelo López-Zuriaga, experta en Conflictos y Acción Humanitaria de la organización Oxfam, explica en entrevista telefónica la importancia del informe:

“Por primera vez hemos podido poner sobre papel, con la rigurosidad de las cifras y el análisis estadístico, cuánto dinero está perdiendo África debido a la violencia”.

Al mismo tiempo, dice, “hemos podido establecer la paradoja de un sistema que está dando ayuda para el desarrollo pero que no pone los medios necesarios para frenar este comercio de armas que está alimentando los conflictos en África y que a fin de cuenta está condenando a los países africanos a la pobreza crónica”.

López-Zuriaga, también portavoz del Departamento de Estudios y Campañas de Oxfam España, denuncia el silencio mediático que rodea los conflictos armados en África a los que considera “altamente devastadores”.

De los 31 conflictos que existían en 2002 –parte de los cuáles continúan y que han causado la muerte de al menos 7 millones y medio de personas– 17 ocurrieron en África, estima la organización Oxfam.

La investigadora española explica que el informe divide a éstos en dos categorías: los conflictos y la violencia armada. “Sin embargo –aclara– eso puede ser un límite (para entenderlos), pues los conflictos africanos son difíciles de definir”.

Precisa: “Son nuevos tipos de conflictos en donde hay grupos irregulares y se ataca a la población civil. La violencia armada entonces rebasa el viejo concepto de guerra y se transforma en cotidiana. Y es un problema aún mayor pues, aunque no sean conflictos políticamente reconocidos, existe una violencia extremadamente alta que se ejerce en contra de la población”.

Según López-Zuriaga, el informe “detecta que hay una atomización de ese monopolio del uso de la fuerza, antigua prerrogativa del Estado, y se vuelve todo sumamente complicado”.

Afirma que un aspecto complejo en el panorama que el informe aborda “fue precisamente tratar de describir los costos de los conflictos armados”.

Costos “indirectos”

De hecho el informe estudia el fenómeno identificando dos facetas: los costos directos y los indirectos. Tras enumerar y analizar cada uno de estos gastos, el documento concluye que los costos indirectos son los más elevados.

Así, el aumento de la inflación, la baja en la confianza de los inversionistas extranjeros, el bloqueo de la producción, el desperdicio de los recursos naturales y, en general, el descenso de la actividad económica (que incluye la fuga de capitales y la baja actividad turística) cuestan más que los gastos médicos, el cuidado de los desplazados, los recursos militares y la destrucción de infraestructura.

A ello, señala el informe, hay que añadir los llamados “gastos intangibles”: las pérdidas de capital social y de calidad de vida social, tal como el acceso al mercado laboral o a los servicios públicos.

El informe, sin embargo, aclara que “la cifra calculada en 284 millones de dólares, a pesar de ser elevada, es casi con toda seguridad un cálculo a la baja”. La razón: toma en cuenta únicamente el costo del conflicto armado durante el periodo en que éste ocurre, pero no incluye la delincuencia armada ni otros fenómenos que perduran después de termina un conflicto, como, por ejemplo, el deterioro de la economía.

López-Zuriaga completa: “Cabe mencionar que el cálculo no toma en cuenta las cifras que se han gastado desde el ámbito internacional para limitar las consecuencias de los conflictos: ayuda humanitaria, misiones de paz, ayuda al desarrollo, etcétera”.

Son “cifras enormes –afirma López-Zuriaga–, las cuales, paradójicamente, corresponden a la ayuda oficial al desarrollo, tal y como la define la OCDE”.

La introducción del informe –redactada por la presidenta de Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf– señala: “Los costos que África está pagando (por los conflictos armados) podría sufragar los gastos para poner fin a su crisis del VIH y el sida, o proporcionar educación, agua, y prevención y tratamiento para la tuberculosis y la malaria. Se podrían haber construido miles de hospitales, escuelas y carreteras, mejorando así las vidas de millones de personas. Las mujeres y hombres africanos no sólo sufren los horrores físicos de la violencia, sino que el conflicto armado también menoscaba sus esfuerzos por salir de la pobreza”.

Respecto del tráfico de armas, López-Zuriaga subraya un dato: “La mayoría de las armas que se encuentran en África no se producen ahí. La producción africana de armamento es muy limitada. Actualmente se concentra principalmente en dos países: Sudáfrica y Egipto…y aún así es una producción muy limitada”.

Estados Unidos es el mayor exportador de armas a África, aunque, dice la experta, “existe un gran flujo de armas también de Rusia y China”. Señala que “90% de los fusiles Kalashnikov, los más utilizados en este tipo de conflictos, no se produce en el continente”.

Con respecto a balas y municiones que llegan a África, la mayoría procede de España, afirma la experta.

La investigadora reitera que “una forma –no la única– para controlar el trafico de armas sería el establecer un Tratado Internacional sobre Comercio de Armas”.

El 26 de octubre de 2006, en la Asamblea General de la ONU, 153 países votaron a favor de este tratado. En esa ocasión se abstuvieron 24 países y sólo Estados Unidos votó en contra.

Conciente de que el comercio de armas hoy es un negocio globalizado y liderado por los países más ricos del planeta, la portavoz de Oxfam señala que “es un comercio sin ningún tipo de control en el ámbito internacional”.

Afirma: “Hay que regular la transferencia irresponsable que se está haciendo de los armamentos, sobre todo de los países productores, puesto que ninguno de ellos es africano”. Y es que, señala, “las armas que se producen y trafican hacia África son utilizadas para violar el derecho internacional humanitario”.

López-Zuriaga juzga de manera positiva el impacto que tuvo el informe, pues fue lanzado “justo en el momento en que se estableció un Grupo de Expertos Gubernamentales (GGE), con sede en la ONU, que analizará la viabilidad de un tratado internacional sobre el comercio de armas”. Además, agrega, “ha sido positivo que muchos países se adhirieron a la propuesta”.

Sin embargo, no todos los países acordaron participar en el estudio de ese tratado: “Obviamente ni Estados Unidos ni Rusia ni China firmaron el acuerdo que lanza al grupo de análisis para el futuro tratado”, apunta López-Zuriaga.

Señala que “en el ámbito latinoamericano hubo casos muy positivos, como los de México y Argentina, este último comprometido en liderar este grupo de expertos”.

“Sería bueno que México –quien integrará este grupo de expertos– ejerciera cierta presión para lograr el tratado internacional”, sugiere López-Zuriaga.

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Yasuní, la respuesta de Ecuador al cambio climático

1 ottobre 2007Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 1 de octubre de 2007
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El pasado 24 de septiembre, el presidente de Ecuador, Rafael Correa, presentó en la sede de la Organización de las Naciones Unidas (ONU), en Nueva York, una singular propuesta para contrarrestar el cambio climático que implicaría que su país dejara de percibir 760 millones de dólares al año.

Correa participó en la reunión de alto nivel convocada por el secretario general de la ONU, Ban Ki-Moon, titulada “El futuro está en nuestras manos: la función del liderazgo en el cambio climático”. Al encuentro, que trazó los ejes de la Conferencia de la Naciones Unidas sobre el Cambio Climático que se celebrará en diciembre de este año en Bali, participaron 80 entre jefes de Estado y primeros ministros, además de secretarios de gobierno de casi todo el mundo, con la única “clamorosa excepción” de George Bush.

“Ecuador está dispuesto a grandes sacrificios, con justicia y creatividad, para contrarrestar el calentamiento global”, anticipó Correa ante lo que sería su propuesta que provocó estupor entre la concurrencia: mantener el petróleo en el subsuelo del campo petrolero ITT, reserva que se encuentra en una zona ecológica altamente sensible llamada Yasuní, declarada por la UNESCO Reserva de la Biosfera en 1989.

“La iniciativa significa el compromiso de no explotar cerca de 920 millones de barriles de petróleo anuales y, por tanto, conservar una de las regiones más biodiversas del mundo”, planteó el presidente ecuatoriano.

A cambio de tal “sacrificio”, Correa exigió la “corresponsabilidad de la comunidad internacional y una mínima compensación económica por los bienes ambientales” que se generarán con la medida, y de los cuales, dijo, “se beneficia todo el planeta”.

Ante la necesidad de adaptación que demanda el cambio climático, Correa reflexionó: “No necesitamos créditos para la adaptación, los cuales aumentarían el peso de la deuda externa. Lo que se requiere es la compensación por los daños causados debido a la desproporcionada cantidad de emisiones, tanto histórica como actual, de los países industrializados.”

Presión social

A pocos días de la jornada electoral que definirá el próximo Constituyente en Ecuador, Correa jugó su “carta ITT” (Ishpingo-Tambococha-Tiputini, la zona amazónica que conserva el extenso yacimiento de petróleo) en la máxima tribuna mundial.

Sin embargo, la propuesta de renunciar al petróleo del ITT no es una iniciativa del presidente Correa; responde a presiones de organizaciones civiles que en los últimos años han defendido activamente el territorio ecuatoriano de la salvaje explotación petrolera de las décadas pasadas.

Con la propuesta presentada, Correa retomó la iniciativa de los grupos ecologistas ecuatorianos que lanzaron la campaña “Lo Yasuní depende de ti”, en abril de este año.

En entrevista telefónica, Esperanza Martínez, presidenta de Acción Ecológica, organización líder de la campaña, explica las razones del proyecto:

“Las organizaciones que hemos venido empujando la campaña, hemos trabajado por muchos años en la denuncia de la actividad petrolera. Como Oil Watch (red internacional de organizaciones ecologistas), habíamos promovido desde hace diez años la idea de la moratoria a la expansión de la frontera petrolera. Contemporáneamente, hemos ido demandando que a las comunidades locales que resisten a la explotación no hay que reprimirlas, sino premiarlas, porque son las únicas que con su resistencia impiden que se siga extrayendo petróleo y que con eso se siga contribuyendo al calentamiento global.”

En este contexto, explica, “propusimos al gobierno que se busquen otras opciones a lo que es el proyecto petrolero más importante en Ecuador, el del ITT”.

Comenta que Ecuador es un país que ya ha vivido todo el desastre petrolero: “No gratuitamente es aquí en donde se lleva a cabo el llamado ‘juicio del siglo’, contra Texaco (empresa petrolera estadunidense enjuiciada por desastre ecológico)”.

Por esta razón, prosigue la exponente de Acción Ecológica, “Ecuador sabe mucho de petróleo: los impactos y de todo el cuento acerca de que con el petróleo salimos de la pobreza”. Comenta que todo esto permitió tener un terreno fértil para la reflexión hacia alternativas. Sin embargo, admite, “no es fácil convencer al país de un proyecto de tal naturaleza”.

El mismo Correa, en su discurso a la ONU, explicó que el proyecto “significa el compromiso de no explotar cerca de 920 millones de barriles de petróleo (…) Esto implicará dejar de recibir enormes inversiones y cerca de 720 millones de dólares anuales, cantidad muy significativa para un pequeño país de 13 millones de habitantes y alrededor de 6 millones de pobres”.

Esperanza Martínez narra que al principio el gobierno rechazó el proyecto en nombre de esos enormes aportes económicos que el petróleo del Yasuní podría generar.

“Discutiendo con el gobierno, creamos un mecanismo de compensación internacional que nos parece legítimo, porque evidentemente no sacar ese petróleo implica reducir las emisiones de carbonos y, por ende, beneficiar al planeta entero”, explica.

Tal opción, sin embargo, no recibió el consenso inmediato al interior del equipo de gobierno: “La propuesta la venimos trabajando desde hace mucho. Ya con la instalación del actual gobierno, el entonces ministro de la Energía, Alberto Acosta, hizo suya la propuesta. El pasado ecologista del ministro pesó mucho y convenció a Correa.”

El presidente ecuatoriano hizo públicas sus intenciones el 5 de junio pasado. Dijo que “que con respecto al ITT hay dos opciones: la explotación petrolera y la conservación con compensación”.

La presidenta de Acción Ecológica aclara: “Correa declaró en ese entonces que la primera opción para el gobierno era la conservación del petróleo en el subsuelo, aunque esto haya creado conflictos en el gobierno.”

Según Esperanza Martínez, “en la reunión del Consejo de Administración de Petroecuador del 30 de marzo se armó la bronca. Correa quiso participar y planteó la opción que proponía Acosta. El presidente de Petroecuador, Carlos Pareja Yannuzzelli, se opuso con todas sus fuerzas. Lo único que obtuvo fue que Acosta dimitiera y asumiera la gestión de los candidatos asambleístas de Patria Nueva, el partido de Rafael Correa.

A partir de ese momento, dice, Correa hizo suyo el proyecto y comenzó a reforzarlo: “Ya las últimas semanas ha dado instrucciones a la cancillería de implementar los instrumentos para ir ubicando los fondos internacionales de apoyo al proyecto.

“El gobierno puso una fecha límite para la viabilidad del proyecto, que es el 1 de julio de 2008. Hasta ahora hay serios compromisos por parte del gobierno de España, de Alemania y de Italia”, explica.

Los aspectos económicos son el punto de mayor discusión: “El presidente ha dicho ‘yo quiero la mitad de lo que ganaría sacando el petróleo’.”

En su discurso del 24 de septiembre Correa dejó claro el precio del sacrificio ecuatoriano: “El costo de oportunidad para el Ecuador de no explotar el crudo es, por los menos, de 10 a 15 dólares por barril. Sin embargo, Ecuador pide al resto de la humanidad una contribución de solamente 5 dólares por barril, para conservar la biodiversidad, proteger a los pueblos indígenas en aislamiento voluntario que allí habitan y evitar las emisiones de dióxido de carbono. El total de la compensación solicitada al resto del mundo es de aproximadamente 4,600 millones de dólares.”

Con la propuesta que el presidente ecuatoriano explicó en Nueva York, según Esperanza, “se ganó terreno”, aunque lo cierto es que el debate sigue en píe en el país ecuatoriano.

“Hemos trabajado y conversado con candidatos de diversos sectores para que en la agenda de la Constituyente entre con fuerza a las áreas de exclusión de la explotación petrolera”. Y, sin embargo, comenta Martínez, “también es necesaria una reforma del modelo económico del país.

La propuesta es pasar de un modelo de extracción a un modelo de producción, transformación, en el que el tema ambiental sea central. Y si es que este gobierno habla del socialismo del siglo XXI, el riesgo es que como el socialismo del siglo pasado, nos olvidemos del ambiente”.

Según la ambientalista ecuatoriana, en el próximo Constituyente “deberán de reconocerse algunos principios: el de precaución que frena, de alguna manera, el despojo sin control de la naturaleza; el de prevalencia (sic) que dice que cuando hay dos intereses prevalezca el de los más vulnerables; y el de la soberanía, con énfasis en el ramo alimentario”.

Además, según la presidenta de Acción Ecológica, “Ecuador está en el medio de un cuadrilátero: de un lado está Brasil, que tiene una visión cercana a Estados Unidos, que quiere seguir teniendo a estos países como exportadores de energía, con los agrocombustibles; por el otro lado está Venezuela, que quiere seguir manteniéndose como país petrolero.

“Brasil, por ejemplo, es el más interesado en el ITT. Ya hizo propuestas al gobierno de Ecuador; pero Venezuela también propuso que hubiera una explotación compartida”.

“En este contexto nosotros proponemos que Ecuador podría ser promotor de una tercera vía, como lo es el proyecto de salvaguarda del Yasuní”, explica.

Lo dicho el 24 de septiembre pasado por Rafael Correa en conclusión a su participación a la reunión convocada por la ONU, parece confirmar esta línea de tendencia:

“La propuesta ecuatoriana busca transformar las viejas concepciones de la economía y el concepto del valor. En el sistema de mercado el único valor posible es el valor de cambio, el precio.

“El proyecto Yasuní-ITT se basa, sobre todo, en el reconocimiento de los valores de uso y servicio, de los valores no crematísticos de la seguridad ambiental y en el mantenimiento de la diversidad planetaria.

Se trata de inaugurar una nueva lógica económica para el siglo XXI, donde se compense la generación de valor, no solamente la generación de mercancías.

“Por primera vez un país petrolero, Ecuador –donde un tercio de los recursos del Estado depende de la explotación de dicho recurso–, renuncia a estos ingresos por el bienestar de toda la humanidad e invita al mundo a sumarse a este esfuerzo a través de una justa compensación, para que juntos sentemos las bases de una civilización más humana y más justa”, concluye.

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Ecuador: la visión indígena

25 settembre 2007Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 24 de septiembre de 2007
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El próximo 30 de septiembre, los ecuatorianos elegirán una nueva Asamblea Constituyente. Tal fue el mandato de un referéndum que el gobierno del presidente Rafael Correa promovió el pasado 15 de abril, y en el cual el pueblo ecuatoriano decidió volver, una vez más, a replantear su propia ley fundamental.

Con declaradas intenciones de hacer de la nueva constitución política ecuatoriana un instrumento para plasmar en la sociedad el llamado “socialismo del siglo XXI”, el gobierno de Correa aprovecha el momento para dar respuesta a “las importantes movilizaciones de estos últimos años que han dicho ‘no’ a la política neoliberal” y promueven en su lugar “el regreso del papel del Estado en la vida política y económica de Ecuador”.

Entre los actores políticos que han determinado la historia de los últimos años en Ecuador –derribando gobiernos, imponiendo visiones, pero sobre todo modificando radicalmente los equilibrios sociales ecuatorianos– se encuentra la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie).

En entrevista con Apro, Blanca Chancoso, directora de la Escuela de Formación de Mujeres Líderes de la Conaie y figura de referencia en el movimiento indígena ecuatoriano, dice: “Llevamos 500 años de resistencia. No fuimos muy visibles y eso permitió que, después de tanto tiempo, aquí sigamos”.

Ya en la época republicana, explica, “hemos vividos procesos. Pero también los pueblos indígenas vamos tomando forma y conciencia sobre nuestra identidad, porque hasta los años 80 había campesinos e indígenas, pero todos sin una identidad clara. A partir de esa década, con la fundación de la Conaie, tuvimos el instrumento para afirmar nuestra identidad como indígenas y nuestra identidad política”.

Hoy la Conaie se encuentra en un momento de reflexión y balance de su situación. “Hubo coyunturas muy importantes y justamente estamos en un momento de evaluación. Mirando los procesos y las luchas que hicimos, vemos que hemos tenido alcances importantes, pero no se han logrado completar, pues hemos tenido vacíos y faltas estratégicas”, admite.

“No sabemos qué sucedió. Quizás no estuvimos preparados para enfrentar un mundo que criticamos y no hemos podido ofrecer alternativas integrales. Lo cierto es que en los años 90 hemos podido afirmar el tema de las nacionalidades, como proyecto político”, agrega.

La búsqueda de identidad

La “plurinacionalidad” es tema central en el discurso de la Conaie. Reivindica con orgullo haber logrado imponerlo como tema en la agenda nacional. Hoy, explica la líder indígena, el concepto está en el debate político del país, aunque, admite, no todos lo han entendido.

Para explicar la “plurinacionalidad”, Chancoso recurre a la historia del movimiento: “Nos tenían convencidos de ser campesinos, dentro de un concepto de clase, lo cual escondía la raíz indígena. También en la izquierda, con la que nos identificamos, nos miraba como trabajadores agrícolas o, en todo caso, como obreros. En fin, nos ubicaban como clase trabajadora, en contraste con la clase rica: nosotros éramos proletarios.”

La falta de categorías políticas en la izquierda ecuatoriana en los años 80 empujó a los indígenas a buscar una identidad propia. “Cuando se planteaba la igualdad, sólo éramos trabajadores y la construcción del poder estaba vista desde el trabajador. El campesino, en todo caso, era aliado del obrero, nada más”, explica.

“Todo eso estaba bien, pero tenía que ver nada más con lo económico. La identidad, las costumbres, nuestras formas de ser, organizarnos y vivir desaparecían ahí. Entonces planteamos que no queríamos ser vistos como individuos, sino como colectividades.

“Estudiamos. Pedimos apoyo a compañeros sociólogos, antropólogos y a todo tipo de investigadores. Nos dijeron muchas cosas muy bonitas. Nos dijeron lo que ellos creían que éramos. Finalmente les agradecimos y tratamos de buscarnos a nosotros mismos. Y llegamos a la conclusión de que somos una nación o varias de ellas”, recuerda.

“Hablar de nacionalidad no es sólo una ubicación geográfica. A nivel internacional se habla de pueblos, nosotros investigamos y descubrimos qué significa, según nosotros, nación: territorio, idioma, historia, instituciones propias”, explica.

Cuando los indígenas se definen como naciones, señala Chancoso, se arma el escándalo: “La gente de izquierda nos decía ‘ustedes quieren dividir al país’. Pero nosotros les decimos que queremos un país unitario pero plurinacional; la unidad en la diversidad.”

Señala afirmarse como naciones les permitió hacer cambios en su agenda de reivindicaciones, en su comportamiento frente a los gobiernos. “Y ya no tuvimos miedo de afirmar nuestra organización. De esta forma, ya pudimos hablar de leyes, religión, salud, educación, cosas que nosotros ya tenemos por nuestra cuenta”.

El proceso de autodefinición coincidió con el quinto centenario de la conquista: 1992. A partir de ese año, explica, “nos metimos en la cabeza definirnos como pueblos en resistencia, mas no conquistados”.

El Constituyente

Desde los años 90 se establece el proyecto político indígena. La lucha por la tierra es el eje de su política que desemboca en movilizaciones masivas que influyen en la formación de gobiernos o en su derrocamiento.

“En 1998, la Asamblea Constituyente no reconoció lo plurinacional, pero sí lo multicultural”, explica Chancoso. “Pero los derechos colectivos están pendientes. Por eso no dejamos de luchar por una Asamblea verdadera que reconozca nuestro derecho”, agrega.

Ahora la nueva Asamblea Constituyente –que tiene programado instalarse en diciembre próximo e iniciar sus labores a partir de enero 2008— abre nuevas perspectivas: “Con el gobierno actual, del que no somos parte, creíamos importante convocar, junto a él, la Asamblea, y pensamos comenzar a dialogar con este gobierno acerca de nuestra agenda.”

Los pueblos indígenas, según la líder de la Conaie, no deberían de participar en la Constituyente por elección de partidos. “Ese no era el procedimiento que buscábamos. Antes que todo porque nosotros no tenemos un partido, ni el Patchakuti lo es”; pero el gobierno no aceptó la propuesta indígena.

“El gobierno se puso de rival con nosotros. Nos retó y nos dijo: ‘Los indígenas pueden participar en la Asamblea, pero sólo participando en las elecciones’, y eso a nosotros no nos gustó: no entramos a partidos, porque tenemos nuestra propia postura política”, explica Chancoso.

“Otra opción, la de fundar otro partido, no viene al caso, no nos interesa. Una tercera opción hubiera sido no participar, en protesta”, dice.

La dirigente de la Conaie no esconde cierta frustración por el desarrollo del proceso para establecer la Asamblea Constituyente. El presidente Correa parece haber arrinconado al movimiento indígena. “Sin embargo, siendo políticamente consecuentes, los indígenas aceptamos este reto y participaremos electoralmente a través del Patchakuti, aceptando que el gobierno, aun siendo contradictorio, está encaminando las cosas hacia una dirección razonable”.

Los indígenas, según Chancoso, son alrededor del 50% de la población, aunque otras estadísticas manejan porcentajes mucho más bajos. Sin embargo, la Conaie sostiene que no existe un censo verdadero. “Porque siendo mayoría –explica–, deberíamos de ganar esta elección, así como hubiéramos ganado las elecciones presidenciales.”

Pero las presidenciales las ganó Rafael Correa con un margen histórico de más de 13 puntos sobre su mayor contrincante, Álvaro Noboa. Y el candidato de la Conaie, que por primera vez participó en las elecciones ecuatorianas, alcanzó apenas 1%.

El candidato indígena, Luis Maca, actual presidente nacional de la Conaie y exministro del gobierno de Lucio Gutiérrez, perdió por distintas razones. Le pesa a Blanca Chancoso recordar ese proceso electoral: fue un reto para la visión indígena, pero acabó en una derrota: “Antes que todo, la falta de recursos para la campaña electoral. Otro elemento: nuestro pueblo no está totalmente empadronado y, además, no está familiarizado con el proceso electoral, así que no sólo muchos no sabían cómo votar, sino que nos mandaban lejos de nuestras comunidades, cosa que no todos pudimos hacer.”

Pero Blanca Chancoso no se queda sólo con los limitantes que impidieron a los indígenas votar. Y afirma: “Hubo un fraude en la primera ronda”.

“Claro –dice luego– no íbamos a ganar, pero tampoco era ese el porcentaje que nos tocaba”, afirma.

“Es algo que no se ha dicho. No queríamos que la denuncia se convirtiera en un boomerang para nosotros. Fueron los militares (que además en Ecuador no tienen derecho a voto) quienes forjaron el fraude: ellos son los que transportan las boletas y son partidarios del gobierno. Pero de eso no se habla, para no tocar a la institución”, agrega.

Chancoso dice que todavía en Ecuador hay cierto racismo, inclusive en la izquierda política de su país se impone la idea de que los indígenas no son capaces de gobernar.

Finalmente, la líder indígena admite: “Nos cobraron la factura por la alianza con el presidente Lucio Gutiérrez (en 2002). Muchos que podían apoyarnos, votaron por Correa.”

Así que hoy, con la Constituyente en puerta, la Conaie participa pero con la conciencia de que es una asamblea; pero habrá más. “Y Si no conseguimos los objetivos, pelearemos por otra asamblea para que se defienda lo conquistado en 1998 y pueda ser reconocida la ‘plurinacionalidad’.”

La líder indígena advierte: “Habrá movilizaciones importantes en los próximos meses porque no nos dejaremos utilizar. Nos quieren hacer sentir como que miramos hacia atrás y estorbamos al cambio, inclusive que somos colaboradores de la derecha.”

Y aclara enseguida: “Pero no hablan sobre dónde está plasmado lo nuestro. Quieren que posterguemos nuestras demandas, pero no.

“Tenemos una canción, nosotros los indígenas, que dice que el 24 de mayo (aniversario de la Batalla de Pichincha de 1822, en la que se rindieron las tropas españolas frente a Sucre y que derivó en la independencia de Quito, NDR) nos cambiaron de patrón y en 2007 no queremos otro cambio de patrón, queremos liberación”, concluye.

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Italia: el dilema de los capellanes militares

10 settembre 2007Lascia un commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 10 de septiembre de 2007
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“Irrenunciable presencia entre los hombres en uniforme”, tituló el artículo del periódico Avvenire, diario del Estado Vaticano, en su edición del 19 de julio pasado.

Con la firma de Marco Tarquinio, el artículo se lanza en contra de la propuesta de ley presentada el pasado 13 de marzo en el Senado italiano para eliminar de la legislación la controvertida figura del “capellán militar”.

La propuesta presentada por el grupo constituido por el Partido Verde y el Partido de los Comunistas Italianos (PDCI), comenzó su camino parlamentario justamente el 19 de julio en la Comisión Defensa del Senado italiano.

La institución del capellán militar en la legislación italiana tiene una larga historia. Comenzó en 1922 y fue instaurada en forma definitiva en 1961, cuando se creó el Ordinariato Militar, es decir el seminario específico para los capellanes destinados a graduarse en el ejército italiano.

“Capellanes militares sin estrellas y gravámenes para el Estado es nuestra propuesta”, declaró el senador Gianpaolo Silvestri, quien fue el primer firmante de la propuesta de ley. En otras palabras: evitar que los capellanes que asistan espiritualmente a los miembros de las fuerzas armadas sean ellos mismos soldados y que sólo sean sacerdotes. “Este es el fin del proyecto de ley, ciertamente no castigar a la Iglesia, sino simplemente desmilitarizar los capellanes”, señaló el Silvestri.

La propuesta ofrece justicia a la lucha de los movimientos pacifistas católicos, así como ahorros monetarios al Estado italiano, ha sido Silvestri. “Los capellanes militares son oficiales del ejército italiano. Sólo en 2005, el Ordinariato Militar le costó al Estado 11 millones de euros, casi 58 mil al año por cada sacerdote”, refirió el senador.

Al mismo tiempo, la propuesta se inserta en los cambios de roles dentro del ejército italiano. “No sólo el servicio militar se ha tornado voluntario, sino que también hoy vivimos en un país multicultural y queremos dar justicia también en las filas del ejército”, concluyó.

Sin embargo, en su artículo en Avvenire, Marco Tarquinio no está de acuerdo y escribe que los senadores “olvidan que un ejército de paz –constitucionalmente defensivo– como el italiano es una estructura de personas que nadie debería permitirse de etiquetar como radicalmente distinta con respeto al mensaje cristiano y a la presencia pastoral activa de sacerdotes de la Iglesia católica”.

De manera sorprendente, dos sacerdotes que trabajan en parroquias locales respondieron al artículo del periódico católico. Salvatore Leopizzi, de Gallipoli (sur de Italia), y Renato Sacco, de Cesara (norte de Italia), afirmaron en una carta abierta publicada en algunos medios de comunicación italianos:

“No escondemos nuestra sorpresa y decepción porque pareciera que no hay posibilidad alguna de alternativas en la forma actual en que los capellanes están presentes entre los militares. ¿Es lo mismo para valores y verdades no negociables?

“Haber cedido en el pasado a la tentación de conjugar la cruz y la espada o haber estrechado alianzas entre trono y altar, aunque con nobles finalidades de evangelización, ha llevado la Iglesia a consecuencias a menudo nefastas y desastrosas.”

En entrevista telefónica, Renato Sacco dice que con la carta trató de expresar, con cierta calma, algunas reflexiones. “El proyecto de ley prevé la desmilitarización de los sacerdotes. La reacción del periódico católico nos parece fuera de lugar, exagerada”, afirma.

“Como sacerdotes queremos afirmar algunas cuestiones. (La ley) nos parece un modo para recuperar el mensaje del Evangelio. Cuanto más el Evangelio es liberado de las sobre-estructuras o de intereses de poder, más el anuncio del Evangelio es creíble. Hemos mencionado una frase de Tonino Bello, obispo en el sur de Italia. Él fue presidente de Pax Christi y solía decir que la Iglesia no amaba los signos del poder, le son suficientes los poderes de los signos”, explica.

La misma organización pacifista católica, Pax Christi, ha promovido en los últimos años la desmilitarización de los capellanes militares y ha sugerido una transformación del rol eclesial en las filas del ejército.

Sacco apunta: “Creemos que nuestra carta puede ayudar a una radicalidad de la palabra católica y a una sana laicidad del Estado (…) Porque peor es que los dos ámbitos estén más mezclados. Que los capellanes militares tengan hasta un seminario particular que no es como para los otros, un lugar de preparación para los servicios de la Iglesia, suena raro. Uno se convierte en sacerdote para la Iglesia, no para el ejército o cualquier otra institución.”

Un sacerdote en las filas del ejército, es un graduado, no es soldado. Sacco explica: “El jefe de los capellanes militares, un obispo, es un general y también se jubila con la pensión de un general y es pagado por el Ministerio de la Defensa directamente. Yo recibo mi sueldo por parte de un fondo del Instituto de Sustentamiento del Clero que le reconoce a los sacerdotes su servicio de utilidad social.”

Por el contrario, señala, los capellanes militares perciben el sueldo de un general del ejército y tienen todos los gastos cubiertos por el Ministerio de la Defensa. “La propuesta del gobierno va en la dirección de aclarar un poco la situación. Sin embargo nosotros no apoyamos una u otra propuesta, nada más nos parece exagerada la reacción del periódico católico”, comenta.

La ley de Dios

El sacerdote continúa: “Nuestra propuesta es pensar en una presencia como sucede en otros sectores: si hay una fábrica, nos interesamos en los obreros; si hay una escuela, nos interesamos en los estudiantes; y si hay un cuartel, nos interesamos en los soldados, pero no entre sus filas, no incrustados en el sistema de poder, porque eso no nos lleva a ningún lado. Hubiera sido mejor que nosotros, como Iglesia, llegáramos a hacer una propuesta de este tipo”.

Expone que “el servicio militar hoy ya no es obligatorio, es voluntario. Ya no puedes decir ‘Estos pobres muchachos obligados a prestar servicio militar’, no ya no. Son militares de carrera y entonces aún más pone en discusión las intervenciones armadas en el exterior”.

Cuenta su experiencia: “Fui a Afganistán, fui a Irak. La guerra no es bella. Y entonces el rol del capellán ¿cuál es? ¿Bendecir las bombas que se lanzan? ¿Y qué les dices a los soldados? ‘¡Hiciste un buen trabajo!’, no, es evangélicamente inconciliable.”

Sacco no esconde su sorpresa frente a la reacción del Avvenire y advierte que quizás se haya perdido, en el periódico, un poco de apego a la palabra del Evangelio y a los magisterios de los últimos Papas. “Quizás haya miedo de perder prestigio y poder, pero creo que si la Iglesia pierde poder y prestigio no pierde nada, al contrario: puede sólo ganar. No hay que razonar en esto con la lógica del mundo. Se es más libre con menos poder, y la Iglesia es más creíble.”

Sacco admite que hasta ahora no ha habido reacciones a la carta que él y el sacerdote Salvatore Leopizzi publicaron. Afirma que sigue esperando que se abra un debate. Lo considera necesario. “Pero tal vez la mejor estrategia para ellos (la Iglesia), sea la de dejar caer la cosa, no hablar de ella”, dice con cierta desilusión.

“Estamos listos para ponernos a discutir y cuestionar. Creemos en el método de la paz, es decir, el diálogo y la confrontación intelectual. La paz es un mosaico, no es monocolor, porque si hay contribuciones diferentes se construye la paz. El mundo militar es más… uniforme”, agrega.

Renato Sacco juega con las palabras: “Uniforme es una palabra que aplana y entonces quienes no están alineados son considerados subversivos, quienes no son uniformes no son aptos para la guerra. La esperanza es que se crean muchas diversidades.”

Por esto, según Sacco, hay que dejar salir todas estas diferencias. “El problema es no ser uniformes”, explica, “la obediencia es lo que hace de ese mundo lo que es”.

Cuando habla de obediencia, el sacerdote afirma sin muchos titubeos:

“Según yo, obediencia institucional y ejercicio eclesiástico son incompatibles. La relación entre obediencia a la institución militar y la obediencia debida al Evangelio creo que es muy cansada, casi imposible. Hay que obedecer a Dios, no al hombre, así que si una orden humana te manda a lanzar bombas, ¿a quién le obedeces? La obediencia ya no es una virtud.

“Nosotros tenemos que educar a la conciencia. Abdicar a la conciencia no es un servicio al Evangelio. Cada uno es responsable de lo que hace. Así que si uno fuera consecuente, ciertas órdenes no se cumplirían. Los capellanes militares encima del puente de un barco de donde salen los aviones bombarderos tienen que gritar ‘No mates’, y ese avión no debería salir. Los capellanes militares deberían hacer esto; recordarle a los militares que lo que hacen es matar a gente, lo cual es incompatible con la palabra de Dios.”

Se pregunta: “¿Qué hacían los capellanes militares en la guerra de las Malvinas, entre dos países cristianos? Si no fuera una guerra, daría mucho por reír.”

Finalmente sintetiza lo que, según él, debería ser el papel del capellán militar: “Capellanes libres de uniformes y grados, de sueldos y privilegios, al servicio de un Dios que defiende siempre la vida y no de un poder que, aunque legítimo, puede proporcionar también la muerte.”

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Sindrome de guerra

27 maggio 20071 commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 27 de mayo de 2007
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Treinta y siete soldados italianos muertos entre 2001 y 2006 y más de 300 en riesgo de correr la misma suerte, es el saldo que presenta la Asociación Nacional de Asistencia a las Víctimas Alistados en las Fuerzas Armadas y Familias de los Caídos (Anavafav), que desde 1994 registra los casos de militares italianos que se han enfermado al regresar de los frentes de guerra.
Las víctimas son soldados que participaron en las misiones italianas en Somalia, Bosnia, Kosovo e Irak. La versión oficial, presentada el 3 de marzo de 2005, habla de militares que “enferman y mueren sin causa aparente”. Pero Falco Accame, presidente de la Anavafaf y exalmirante de la Armada italiana, tiene una explicación: “Se han enfermado por la presencia de uranio en las bombas y balas utilizadas en esas guerras”.
En los años 70, el gobierno de Estados Unidos financió un estudio acerca de las propiedades del desecho que se produce en el proceso de enriquecimiento del uranio utilizado en las plantas nucleares. El estudio descubrió que el desecho de uranio U238 tiene propiedades físicas y químicas parecidas a las del tungsteno: densidad elevada –casi el doble del plomo– que le proporciona un elevado peso específico y se auto-incendia cuando es expuesto a ciertas temperaturas. El descubrimiento entusiasmó a la industria bélica estadunidense. La razón: el U238 – también llamado DU (depleted uranium)– es un material ideal para producir armas.
Así, a partir de los años 70, Estados Unidos comenzó a producir balas anti-tanque y corazas con el DU, definitivamente más barato y disponible que el tungsteno.

Regresar para morir

Lo que Estados Unidos no investigó fueron las consecuencias del uso del DU en tales armas. Si bien el DU tiene una radioactividad mínima, ésta puede ser tan letal como la producida por una bomba nuclear.
Un informe titulado Más allá de la traición, elaborado por Asociación de Veteranos Estadunidenses de la Guerra del Golfo (AGWVA, por sus siglas en inglés) denuncia que el gobierno de Estados Unidos ya conocía las consecuencias del uso del DU en las armas. Afirma que el Pentágono había realizado amplios experimentos sobre este fenómeno en sus propios soldados.
Por su parte, la Academia Nacional de las Ciencias de Estados Unidos, a través de su Instituto de Medicina, publicó en 2001 un documento titulado La Guerra del Golfo y la salud, que recopila los miles de casos de soldados que sufrieron consecuencias sobre su salud debido a la utilización de “armas novedosas en los frentes de guerra”.
El documento señala que, al menos un 30% de los más de 700 mil militares estadunidenses que pelearon en Irak en 1991, enfermó “por causas desconocidas”.
A principios de los años 90, el mismo Consejo de Veteranos, dependiente del Pentágono, admitió que el llamado Síndrome del Golfo se debió a “agentes químicos no especificados, vacunas y DU”. Fue hasta 1993, durante la operación del Pentágono en Somalia –llamada Restore Hope— que los soldados estadunidentes utilizaron equipo para protegerse de este tipo de contaminación.
Cuando el ejército italiano, en el contexto de la misma operación, llegó a Somalia encontró a soldados estadunidenses vestidos como si hubiera explotado una bomba nuclear: máscaras antigás y overoles verdes que los cubrían de pies a cabeza.
En el calor africano, “los militares italianos andaban en pantaloncitos y playera”, relata Accame en entrevista telefónica con Apro.
Cuenta: “Cuando nuestros muchachos preguntaban por qué los estadunidenses iban vestidos así, los generales les contestaban que porque ‘los gringos son unos fanáticos’”.
De esa misión, Estados Unidos no tiene registro de consecuencias para la salud de sus soldados. Por eso no se habló de un Síndrome de Somalia, pero en Italia, sólo un año después, el mariscal Giorgi moría en un hospital. “Ellos dijeron que era una rara enfermedad tropical. Nosotros pedimos hacer la autopsia, pero nos fue denegada (…)”, dice Accame.
La Anavafaf enfrentó luego un caso singular: “El soldado Roberto Pogu se enfermó en la base militar de Teulada (perteneciente a la OTAN y ubicada en la costa sur de la isla de Cerdeña). Ahí vienen muchos barcos extranjeros y a veces se experimentan también armas nuevas”.
Pogu estaba entrenando en Teulada. Murió el 13 de enero de 2006. En entrevista telefónica, su padre, Antonio, no esconde su enojo y decepción hacia las autoridades italianas.
Relata: “En 1998 mi hijo se enlistó en el ejército. En diciembre de 1999 fue a Cerdeña a entrenar. Al regresar, tenía una herida en la mano que se hizo recogiendo fragmentos de proyectiles en el polígono de tiro”. Pogu tenía que volver al cuartel en los tres meses siguientes. “Casualmente tuvo un accidente en automóvil y se quedó más tiempo en casa. Fue internado. Durante su estancia en el hospital empezó a sentir dolor en los riñones. Le dieron analgésicos. Sólo dos meses después, le detectaron cáncer a los testículos”.
Antonio cuenta la larga agonía de su hijo, de sólo 22 años. Y acusa al gobierno italiano de no haber querido decir la verdad: “Al gobierno le importa un pito estos pobres muchachos, muchos enfermos. A estos muchachos los condenaron”. Afirma que, en el caso de su hijo, “nunca admitieron las causas” de su muerte, y por lo tanto no hubo una indemnización para su familia. “Ni un euro nos dieron” para pagar los gastos de su tratamiento médico, comenta.
Accame denuncia: “Los militares italianos adoptan las medidas de protección hasta el 22 de noviembre de 1999, seis años después” de que aparecieron los problemas médicos en los primeros soldados. “Sin embargo, en una carta fechada el 2 de agosto de 1996, que está en nuestras manos, se muestra que la OTAN había avisado al Comando Militar de la Alianza en Europa (ACE) –y por lo tanto al gobierno italiano– de las posibles consecuencias “en el corto y largo plazo de las radiaciones (producidas por el DU) que pueden causar formas de cáncer”.
A pesar de la advertencia, el 19 de agosto de ese año, el Parlamento italiano aprobó el financiamiento para las tropas de ese país en Los Balcanes. “Los primeros contingentes salieron completamente desprotegidos”, comenta Accame.
Muchos regresaron enfermos debido a que “no sabían y recogían con sus manos los fragmentos de las bombas que habían explotado”.
Carlo Calcagno, piloto de helicóptero, cuenta su historia en entrevista telefónica. Dice que estuvo en Sarajevo en 1996. Volaba en la zona donde la OTAN destruyó una fábrica de armas no muy lejos de esa ciudad. Fueron 50 horas de vuelo en la zona. “Escuché hablar de DU sólo después de haber regresado por parte de un médico civil que me examinó. Había sido controlado por el médico militar que decía que estaba bien, pero yo me sentía mal”, señala.
En 2002, Calcagno sufrió los primeros malestares. En el hospital militar negaban que estuviera enfermo. Calcagno decidió consultar “secretamente” a un médico civil. El diagnóstico: “cáncer en la tiroides, la medula, el hígado y la hipófisis”.
El Ejército italiano reconoció que su enfermedad “verosímilmente tiene que ver con su labor en Bosnia y quizás con el DU”. Así dice el documento que Calcagno, enojado, presenta a quienes les preguntan sobre el papel del Estado italiano. “Ni un euro me han dado”, afirma.
Añade: “Vivo a diario con la certeza de que me estoy muriendo. No puedo trabajar y pocas veces puedo levantarme de la cama”.

Historia sin fin

En octubre de 2004, la Asociación de los Carabineros de Italia (UNAC, por sus siglas en italiano) denunció que “19 de nuestros colegas fueron regresados de Irak e internados en el hospital militar de Celio por sospecha de contaminación por DU”. Y se preguntó: “¿Los internaron ahí para mantenerlos escondidos?”.
El gobierno italiano, empero, negó, el 3 de marzo de 2005 ante el Parlamento, una conexión directa entre las enfermedades señaladas y el DU. Y lo mismo hicieron dos comisiones especiales constituidas por el Parlamento en 2001 y 2004. Investigaciones de la Organización Mundial de la Salud (OMS) también llegaron a la misma conclusión: no hay conexión directa entre el DU y los llamados síndromes del Golfo y de los Balcanes.
“Entonces, ¿por qué la OTAN pedía precaución para sus soldados?”, se pregunta Accame. Para él, la solución al problema de las armas con uranio empobrecido, radica en “su abolición”. Pero, señala, ello “es muy difícil de alcanzar porque las ganancias son enormes: el DU no cuesta nada, pues es un desecho. Y los que lo producen quieren liberarse de ese desecho”.
Actualmente, los soldados que se encuentran en frentes de guerra tienen protección adecuada. El problema, según Accame, es otro: “El DU no es peligroso de por sí. Una pieza de DU emana radioactividad muy baja. Una hoja de aluminio puede protegernos de ella. El verdadero riesgo es el polvo de DU que se crea por las explosiones. Ese polvo se esparce por doquier: contamina tierra, agua y aire y penetra por donde sea en el cuerpo humano”, explica.
Admite que “los soldados se pueden proteger con la vestimenta adecuada, pero la población civil queda expuesta, así como el medio ambiente”.
Señala: “Vayan a Irak, a Somalia, a la exYugoslavia a preguntar y a ver cuántos niños nacen deformes, cuánta gente ha muerto después de años de haber sufrido una guerra”.
Las consecuencias son tan atroces que Carla Del Ponte, Fiscal del Tribunal Penal Internacional para la exYugoslavia, en una entrevista televisada en Italia en febrero de 2001, afirmó: “Si sólo tuviéramos las pruebas suficientes, el uso de DU por parte de la OTAN (en los Balcanes) podría ser investigado como crimen de guerra”.

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Una práctica en ascenso

29 aprile 20071 commento

El presente arículo fue publicado en el semanal mexicano Proceso # 1591 el día 29 de abril de 2007.

Además el presente artículo es el fruto de un año de investigación que realizé por cuenta del Centro de Investigación Laboral y Asesoria Sindical A.C..

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El 4 de enero de 2006 nueve trabajadores subcontratados por agencias de personal para laborar en una planta de IBM ubicada en las afueras de Guadalajara, Jalisco, fueron despedidos sin ser liquidados, pese a que ya tenían entre tres y ocho años adscritos a esas agencias de trabajo temporal.

En 2005, IBM había decidido pasar la nómina de éstos, más otros trabajadores, a la agencia trasnacional Manpower, con la cual firmaron hasta 11 contratos cada uno a lo largo de ese año.

Los nueve despedidos acordaron interponer una demanda legal para conseguir la reinstalación en sus puestos. Con el propósito de recibir asesoría para ese fin, se dirigieron entonces al Centro de Reflexión y Acción Laboral (Cereal) de Guadalajara, donde recibieron apoyo.

“Fue paradójico”, dice Teresa Pérez, una de las despedidas. “Sólo tres meses antes fui invitada a quedarme a trabajar porque era un buen elemento y resulta que a los pocos meses me despiden”. Lo mismo atestigua José Cruz: “En octubre de 2005 me entregaron un premio por mi desempeño, y luego…”.

Aunque el grupo había acudido a la Junta Local de Conciliación y Arbitraje para exigir no sólo la reinstalación sino un nuevo contrato de empleo por tiempo indefinido, las autoridades laborales “afirman los despedidos” no les dieron suficientes garantías. Entonces decidieron hacer público su caso mediante una conferencia de prensa.

Una nota sobre estos hechos fue publicada el 16 de enero de 2006 en el diario Público de Guadalajara, y el 26 del mismo mes, debido a la presión de los medios, se realizó una audiencia de conciliación convocada por la Procuraduría Federal de la Defensa del Trabajo. En esa ocasión IBM se deslindó de toda responsabilidad, pues argumentó que “Manpower es el patrón y quien paga” a los trabajadores.

En cuanto al grado de responsabilidad de IBM, el abogado de Cereal que asesoró a los afectados, Eduardo Canales, afirma que “si bien es cierto que no van a ser (los de IBM) los que indemnizarán a los trabajadores, sí han estado muy insistentes en que el asunto se resuelva por la conciliación, porque en una demanda ellos estarían implicados”.

Manpower ofreció 75% del pago por concepto de liquidación. Un mes después, seis trabajadores aceptaron la oferta, pero los otros tres amenazaron con demandar a esa compañía y a IBM. Finalmente, las partes llegaron a un acuerdo, que estos despedidos calificaron como �una victoria agria”: el pago de 100% de liquidación y de algunas horas extras, así como el pago de salarios caídos desde que fueron corridos.

Burlar la ley, el objetivo

El caso descrito constituye un hecho casi inusitado en el ámbito del trabajo temporal en México, al grado de que fue retomado para una investigación del Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical (CILAS) específica sobre el conflicto y que trata de ubicarlo en el contexto del fenómeno de la subcontratación de trabajadores temporales en el país.

En los Censos Económicos de 2004, el Instituto Nacional de Estadística, Geografía e Informática (INEGI) dedica una carpeta especial al tema, con el título: �Personal ocupado que no depende de la razón social para la cual trabaja: una actividad en auge�.

Los datos del INEGI reportan que aun cuando la cifra total del personal ocupado entre 1998 y 2003 fue de 9.5%, el personal ocupado dependiente de la razón social de la empresa en la cual trabaja aumentó tan sólo 7.3%, contra un aumento de 40.1% de personal subcontratado. Desglosando estos datos, se desprende que a finales de 2003 más de 1 millón de trabajadores en México no dependían de la razón social de la empresa en la que prestaban sus servicios y otros 400 mil laboraban por honorarios o comisiones. En el mismo período, el número de las llamadas agencias de empleo temporal se incrementó 12.7%.

El INEGI no utiliza medios términos cuando afirma que “la subcontratación de personal es una práctica cada vez más común, ya que ofrece una serie de ventajas, como eliminar obligaciones laborales del patrón, contactar personal especializado y mantener la flexibilidad para reducir o aumentar el personal ocupado”.

Si bien se justifica el uso de ese tipo de personal con el argumento de que permite a una empresa la flexibilidad laboral necesaria para mantenerse rentable, también se denuncia el objetivo de eliminar las obligaciones laborales. En este sentido, explica el CILAS, es evidente que, para una razón social, al delegar la contratación del personal a empresas como Manpower se le transfieren también las obligaciones garantizadas en la Ley Federal del Trabajo (LFT). Sin embargo, indica, esto no significa que esas obligaciones laborales sean cumplidas cabalmente por las agencias de empleo temporal.

En estos casos, añade la investigación del CILAS, es evidente en general la falta al espíritu de la LFT, que ampara la estabilidad laboral como herramienta de desarrollo humano y profesional. Y en lo particular, puntualiza, estas agencias violan, en ocasiones en forma abierta y en otras de manera tangencial, el artículo 14 de la LFT. En este precepto se especifica que los trabajadores contratados a través de intermediarios (como se le define a éste en el artículo 12 de la misma ley) “prestarán sus servicios en las mismas condiciones de trabajo y tendrán los mismos derechos que correspondan a los trabajadores que ejecuten trabajos similares en la empresa o establecimiento”.

El caso IBM-Manpower de Guadalajara demuestra que este precepto no se cumple. Por ejemplo, el empleado contratado por Manpower no goza de reparto de utilidades por parte de la empresa en la cual efectivamente trabaja. Por otra parte, la contratación mensual renovable que Manpower aplica a sus trabajadores en IBM obstaculiza la creación de antigüedad y el acceso a la prima por este concepto.

Además, los despidos resultan ser mucho más fáciles para la empresa que utiliza trabajadores temporales, pues no hay despido directo sino tan sólo rescisión del contrato entre la empresa y Manpower.

La investigación del CILAS consigna también un documento que, afirma, “ha sido conseguido a mano de un anónimo”: un contrato entre Manpower y una de las compañías a las que abastece de personal. Del documento se desprende la posición solidaria entre Manpower y su cliente en caso de que los empleados de la agencia emplacen a huelga a una de las dos firmas. Manpower ofrece su propio equipo de abogados a su cliente si llega a haber reclamos laborales dirigidos a él. Además, en el mismo documento queda muy claro que la contratación de sueldos, puestos y condiciones cae en manos de Manpower y su cliente, con lo que se anula cualquier posibilidad de que el trabajador contrate su propio puesto de trabajo. 

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Los enredos del embajador

29 aprile 2007Lascia un commento

El presente arículo fue publicado en el semanal mexicano Proceso # 1591 el día 29 de abril de 2007

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CIUDAD DE MÉXICO / BOGOTÁ.- El escándalo de la “parapolítica” salpica al actual embajador de Colombia en México, Luis Camilo Osorio, quien durante su gestión como fiscal general de Colombia (de 2001 a 2005) habría protegido a paramilitares, según denunció la organización Human Rights Watch.

Además, Osorio es requerido en Colombia para rendir cuentas ante la Comisión de Acusaciones de la Cámara de Representantes en virtud de una citación presentada por el legislador Germán Olano, del opositor Partido Liberal.

Los enredos jurídicos del actual representante diplomático colombiano empezaron en 2002. El 22 de noviembre de ese año, el entonces miembro de la Cámara de Representantes Gustavo Petro, del partido Polo Democrático Alternativo, presentó durante una sesión del Congreso evidencias sobre cómo algunos funcionarios de la fiscalía en el departamento de Norte de Santander, en la frontera con Venezuela, estaban al servicio de los paramilitares, quienes habrían influido para que Osorio sustituyera a dos fiscales de la Unidad Nacional de Derechos Humanos.

En respuesta, Osorio acusó al legislador Petro de crear una red de informantes dentro de la Fiscalía General de la Nación para descalificar su gestión. Petro reviró: ante la Comisión de Acusaciones de la Cámara de Representantes “organismo facultado por la Constitución para investigar la conducta de altos funcionarios del Estado” interpuso una querella contra Osorio por los delitos penales de injuria y calumnia.

Sin explicación alguna, el caso contra Osorio fue congelado durante casi un lustro en el despacho del legislador Jorge Luis Feris Chadid, quien actualmente es investigado por la Corte Suprema por haber firmado en 2001 un pacto secreto con la cúpula de las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Además, este congresista es hermano de un jefe paramilitar desmovilizado: Salomón Feris Chadid, conocido con el apodo de Comandante 08.

Pero la investigación parece reavivarse ahora. La razón: nuevos legisladores analizan decenas de expedientes acumulados en la Comisión de Acusaciones de la Cámara de Representantes, entre ellos el de la querella presentada contra Osorio. Así, el representante Germán Olano, del Partido Liberal, reimpulsó el caso y “llamó a indagatoria” al actual embajador de Colombia en México.

No obstante, Jaime Granados, abogado defensor del exfiscal general, presentó un alegato jurídico para impedir que Olano continuara con la investigación contra Osorio. El abogado afirmó que Olano incurrió en actos indebidos al filtrar a la revista Cambio los argumentos jurídicos que motivaron su decisión de llamar a cuentas al embajador Osorio, con lo cual, señaló el abogado, el legislador habría “prejuzgado” el caso.

Sin embargo, el pasado jueves 26 la Comisión de Acusaciones de la Cámara de Representantes rechazó por unanimidad el alegato del abogado Granados, por lo que el embajador Osorio está obligado a viajar a Colombia y rendir cuentas ante esa comisión.

Por si fuera poco, Osorio aparece mencionado en varios informes elaborados por la influyente organización no gubernamental Human Rights Watch (HRW).

Uno de esos informes “en poder de Proceso” se titula Un giro erróneo. Fue escrito en noviembre de 2002. Allí se analiza el desempeño de Osorio como fiscal general de Colombia, cargo que asumió a mediados de 2001.

Los investigadores de HRW entrevistaron a 16 fiscales y exfiscales, así como a agentes del Cuerpo Técnico de Investigación (CTI), una dependencia de la fiscalía encargada de apoyar a los fiscales en las investigaciones y en la captura de personas acusadas. También consultaron a altos funcionarios de la Procuraduría General de la Nación, de la Policía Nacional y del Ejército.

La conclusión de HRW es tajante: el fiscal Osorio distorsionó su mandato en favor de grupos de delincuentes.

Un párrafo del documento del informe de HRW señala: “A su llegada al cargo, el fiscal general Osorio dejó en claro sus profundas dudas sobre los procesos de derechos humanos, especialmente cuando éstos se encontraban basados en acusaciones a miembros de las fuerzas militares. Prometió públicamente corregir lo que calificó como una atención excesiva a estas acusaciones por parte de los fiscales”.

HRW afirma haber entrevistado a un fiscal en servicio, quien declaró que Osorio dio órdenes explícitas de no meterse con los militares y “bajar el perfil de los casos relacionados con actividades paramilitares”.

Según HRW, “la muestra más clara de las reticencias del fiscal general frente a los procesos de derechos humanos fue su decisión de apartar a los fiscales que habían llevado a cabo estos procesos. A las 72 horas de su llegada al cargo, Osorio había pedido las renuncias de dos experimentados funcionarios de alto nivel que se habían ocupado de algunos de los casos de derechos humanos más importantes y complejos procesados por la institución”.

En otro apartado del informe, HRW recalca: “Lo que resulta particularmente inquietante es que algunos de estos despidos tuvieron lugar en momentos críticos de la investigación y el procesamiento de casos”.

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Destino: Canadá

29 aprile 2007Lascia un commento

El presente arículo fue publicado en el semanal mexicano Proceso # 1591 el día 29 de abril de 2007
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Casi 5 mil mexicanos solicitaron el año pasado refugio en Canadá, con lo que se convirtieron en el principal grupo nacional que realiza este tipo de peticiones a ese país. Argumentaron diversas razones: desde discriminación laboral hasta persecución política en México. Las autoridades canadienses aceptaron sólo a menos de una cuarta parte de ellos. Ante tal demanda, redes de “polleros” canadienses y de mexicanos que radican en ese país aprovechan para hacer “negocio”.

Los mexicanos son los que más solicitan refugio en Canadá. El año pasado 4 mil 913 de ellos pidieron protección a la Oficina de Inmigración y Refugio canadiense (Office of Immigration and Refugee, IRB), según un informe del Alto Comisionado de Naciones Unidas para Refugiados (ACNUR) del 27 de marzo pasado.
Esa cifra, afirma el documento, equivale a 73% de las 6 mil 747 solicitudes de refugio en el exterior presentadas por ciudadanos mexicanos. El restante 27% prefirió desplazarse a Estados Unidos.
Los mexicanos que solicitan protección en otros países aducen diversas razones que dejan mal parado al gobierno de su país en materia de derechos humanos. La mayoría afirma que fueron hostigados, o bien sufrieron persecución por motivos políticos, discriminación sexual o laboral, e incluso sostienen que su vida corría peligro si permanecían en territorio mexicano.
Este tipo de fenómeno migratorio va en aumento: de 2005 a 2006, las solicitudes de protección en Canadá crecieron 32%, con lo que los mexicanos fueron el grupo por nacionalidad que realizó el mayor número de peticiones: 21% de un total de las 22 mil 910 que se realizaron durante el año pasado ante el IRB.
Así, de acuerdo con ACNUR, México se encuentra en el lugar número 11 de países cuyos ciudadanos piden ayuda a un gobierno extranjero para que los acoja en su territorio, detrás de Irak, China, Rusia, Afganistán, Irán y Somalia, pero delante de otras naciones, como Colombia (lugar número 15), en donde actúan dos guerrillas, grupos paramilitares y organizaciones del narcotráfico.

Stewart Istvanffy, abogado que “desde hace 20 años” ha llevado muchos casos de mexicanos ante el IRB en Montreal, Québec, explica: “hay que marcar la diferencia entre peticiones de refugio y las concesiones de estatus definitivo de refugio, porque no es lo mismo pedir que conseguir”.
En efecto, si México se ubica en el primer lugar de peticiones, lo cierto es que durante 2006 sólo 22% de ellas fueron aceptadas –contra un promedio de 47%–, según datos del IRB.
“Por desgracia –continúa el abogado–, la Corte encargada de revisar los casos rechaza las peticiones porque supone que en México el Estado protege a sus ciudadanos.”
De acuerdo con Istvanffy, entre las razones que hoy ubican a México en el primer lugar de la lista de ACNUR se encuentran la entrada en vigor del Tratado de Libre Comercio con Estados Unidos y Canadá, el primero de enero de 1994, y el llamado Acuerdo de Tercer País Seguro entre los gobiernos de Washington y Ottawa, de diciembre del mismo año.
El abogado afirma: “A partir de 1994, los mexicanos ya no requieren de visa para ingresar a Canadá; al mismo tiempo, el acuerdo entre Estados Unidos y Canadá impide pedir refugio en la frontera terrestre entre los dos países, lo cual ha contribuido de manera significativa a la reducción de peticiones por parte de ciudadanos de otras naciones”.
Sin embargo, según Istvanffy, existe otro factor que también explica este fenómeno: la situación social y política en México.
Dice: “México es un país muy dividido, donde existe mucha corrupción y donde se ejerce una represión bastante fuerte” contra sectores de oposición y organizaciones civiles.
Istvanffy asegura que “el caso típico” del mexicano que solicita refugio es el que “destapa casos de corrupción y es hostigado por ello”. Existen casos de “sindicalistas, miembros de organizaciones civiles y personas que han denunciado fraudes en instituciones públicas y han sufrido por ello persecución, amenazas y procedimientos penales” en su contra, dice el abogado.
Pero, añade, también existen “mujeres víctimas de violencia sexual o familiar, indígenas de Chiapas que han tenido problemas con el Ejército, y homosexuales discriminados y amenazados”.

La fuga

El año pasado, el gobierno canadiense concedió refugio a Raúl Gatica Bautista, fundador y dirigente del Consejo Indígena Popular de Oaxaca Ricardo Flores Magón (CIPO-RFM).
En entrevista telefónica con Proceso, Gatica dice: “Vengo de participar en la lucha social, indígena particularmente, desde hace 30 años”.
Y cuenta su historia. Asegura que fue profesor en Oaxaca. Ahí participó en la Comisión Política de la sección 22 del Sindicato Nacional de Trabajadores de la Educación (SNTE) y el 17 de noviembre de 1997 fundó, junto con varios de sus compañeros, el CIPO-RFM. “Desde ahí fue creciendo mi participación” política, pues, señala, “me tocaba estar al frente de las negociaciones” con las autoridades de Oaxaca.
Comenta que, debido a su activismo, empezó a sufrir amenazas y atentados. “En la época en que Diódoro Carrasco fue gobernador de Oaxaca, sufrí el primer intento de asesinato: me dieron un balazo en el estómago”.
Después, el 23 de abril de 1998 –ya durante la administración estatal de José Murat–, la policía realizó un operativo en el que detuvo a 106 miembros del Consejo Indígena. Entre ellos se encontraba Gatica. Fue encarcelado durante cuatro meses.
Luego, de 2001 a 2004 se incrementaron en su contra tanto las amenazas como los intentos de asesinato. En diciembre de 2004, Ulises Ruiz tomó posesión como gobernador y unos días después ordenó el desalojo del plantón que el CIPO-RFM mantenía en el Zócalo de la ciudad de Oaxaca. Gatica dice que entonces se ocultó y pidió a la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) una medida cautelar de protección. Ésta le fue concedida, pero –afirma– el gobierno mexicano simplemente no la aplicó.
La situación se precipitó. “Las amenazas eran diarias y los disparos (en su contra) eran casi diarios también”, recuerda. Gatica indica que salió del estado, pero sus compañeros del CIPO-RFM le dijeron que “la situación ya era insostenible”. Tuvo que salir del país.
Así, en junio de 2005 viajó a Canadá. “Me fui solito. Llegué y les dije (a las autoridades migratorias canadienses) quién era”. El 7 de julio de ese año tramitó su solicitud de refugio, la cual fue aceptada un día después.
El procedimiento de refugio establece que el IRB debe en primer lugar estudiar la petición de refugio. Si ésta es aceptada, un tribunal fija audiencia para analizar el caso. Después determina si concede al solicitante o no la protección del Estado canadiense. Por último, si el fallo del tribunal es positivo, comienza un largo proceso burocrático para obtener la residencia y los documentos correspondientes.
Gatica Bautista dice que fue “afortunado” porque el tribunal fijo su audiencia para diciembre de 2005, tres meses después de haber ingresado a Canadá, y obtuvo el refugio un mes después, en enero de 2006. Sin embargo, su estatus de residente aún está pendiente.
Concluye: “Mi felicidad será completa cuando vuelva a México. Porque voy a volver. Los tiranos se van, más temprano que tarde. Ellos van a ser tiranos seis años; nosotros, ciudadanos toda la vida”.

Otro caso es el de Óscar Carrillo, estudiante de la Facultad de Filosofía y Letras de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). En entrevista con Proceso, Carrillo cuenta que participó en el movimiento estudiantil de la UNAM. En 1999, al estallar la huelga en esa institución, varios medios de comunicación lo señalaron como uno de los dirigentes estudiantiles. Recuerda que “su fotografía fue utilizada” para acusarlo a él y a sus compañeros de “cometer un delito por colocar las banderas de huelga”.
“Luego –prosigue–, personas vestidas de civil que se transportaban en automóviles sin placas comenzaron a vigilar la casa de mis padres. Después incluyeron mi nombre en el grupo de personas que modificaron el mural Siqueiros, El derecho a la cultura.”
Carrillo relata que en vísperas de que la Policía Federal Preventiva desalojara a los estudiantes en huelga de la UNAM, “intentaron entrar unos porros mientras cuidábamos las barricadas”. Cuenta que “unas siete personas armadas me siguieron e intentaron detenerme. Traté de escapar y me escondí debajo de un automóvil. Hasta ahí llegaron y me golpearon con las armas largas que llevaban. Por suerte pasaron unos periodistas de Canal 40”. Los agresores guardaron sus armas y trataron de justificarse con los periodistas. Incluso les mostraron una supuesta orden de aprehensión en su contra, pero, dice, los papeles que mostraron tenían el nombre de otra persona. Finalmente, los agresores se fueron.
El 6 de febrero de 1999 –el día del desalojo en la UNAM–, Carrillo se encontraba en el campus universitario. “Me desperté con la gran sorpresa de que estaban los militares. Pero logré escaparme”, comenta. Fue entonces que tuvo que decidir si se entregaba a las autoridades o se fugaba. Optó por la segunda.
“Todo mundo sabe que el gobierno mexicano facilita la salida del país de los activistas. Es lo mismo tenerlos en la cárcel o en el exilio”, dice Carrillo.
Compró un boleto de avión hacia Canadá y el 20 de marzo de 2000 llegó a Montreal. Cinco meses después obtuvo el estatus de refugiado. “El problema vino con la residencia –dice–. Dentro de los derechos del refugiado se encuentra establecido el de la participación política… Pero la realidad es distinta”.
Y es que Óscar se adhirió a las organizaciones políticas que en 2001 protestaron contra la Cumbre de las Américas en la ciudad de Quebec. Cuando asistió a la audiencia en la que se le concedería la residencia, oficiales de la policía acudieron también al tribunal y le hicieron “un interrogatorio policiaco”. Le preguntaron, dice, sobre su pasado político en México y fundamentalmente sobre sus actividades en Canadá. “Quisieron hacerme delator, me preguntaron de todo acerca del movimiento canadiense”. Todo esto retrasó los trámites y sólo hasta 2006 pudo obtener su residencia.

Polleros canadienses

Mauricio Zaleta es oriundo de Veracruz. Llegó a Montreal en 2003 después de que en México fue objeto de discriminación laboral y agresiones físicas por su condición de homosexual. Zaleta aún no consigue el estatus de refugiado.
En entrevista con Proceso, dice que existe una red de personas que se dedican a traer a mexicanos a Canadá utilizando los trámites de refugio. Se trata, dice, de “un negocio” en el que participan canadienses, sobre todo abogados, así como mexicanos que ya tienen la residencia en este país. Evidentemente, comenta, estas personas se hacen cargo de “casos de falsos refugiados”, o bien “de refugiados económicos, pues la pobreza te obliga a escapar de tu tierra”.
Cuenta: “Hay una mujer mexicana que se dedica a este negocio en Montreal. Recibe a la gente en un McDonald’s, a plena luz del día. Todo mundo lo sabe”.
Zaleta comenta que esta mujer “acompaña a los supuestos refugiados en todo el trámite. Les cobra de 5 mil a 10 mil dólares”.
“Está claro dónde está el negocio (…) Son viles polleros”, dice.
Así, tanto los migrantes económicos como los que realmente necesitan refugio, corren el riesgo de caer en manos de estas mafias.

Francisco Sánchez Serrano y su esposa trabajaban en las oficinas del Instituto Nacional de Estadística, Geografía e Informática (INEGI) en Guadalajara. Esta institución sufrió un recorte de personal y ambos fueron despedidos. Sánchez dice que les fue imposible encontrar “un trabajo digno” en México. El matrimonio decidió emigrar a Canadá. Arribó a Toronto en mayo de 2002. “Al llegar nos enteramos de que podíamos pedir refugio (…) Nos dijeron que no era nada descabellado solicitarlo”. Al fin y al cabo, nos dijeron, podrían pasar hasta cuatro años entre la petición de refugio y una primera respuesta, la cual puede apelarse más de una vez.
En el IRB la pareja argumentó que había tenido problemas en el INEGI. Les dije que “a mi esposa la estaban hostigando”, recuerda Federico. Las autoridades canadienses le negaron el refugio. Interpusieron recursos para apelar la decisión. Tampoco lo lograron. El IRB les entregó una notificación para que se presentaran en el aeropuerto de Toronto el 13 de abril de 2006. Allí, los funcionarios canadienses les entregaron un boleto de avión de regreso a México.
Según Istvanffy, “en cualquier movimiento de refugiados hay gente que se aprovecha”. Sin embargo, se niega a hablar del tema porque, dice, “no quiero ayudar al gobierno de Canadá y al gobierno de México en su política de represión, pues la campaña de propaganda es que aquí todos los casos de refugiados mexicanos son falsos”. El abogado afirma que ello ocasiona que muchos mexicanos con casos “muy fuertes” de persecución o de discriminación “sean rechazados, porque el gobierno de Canadá quiere apoyar lo que pasa en México”.

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ADS, nueva arma para escenarios futuros

25 marzo 20071 commento

El presente articulo fue publicado en el semanario mexicano Proceso, el día 26 de marzo de 2007
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ADS, una sigla aparentemente inocua, que puede representar el futuro de la gestión de conflictos militares y sociales de masa. Es un arma y se le llama Active Denial System: una parábola de metal, montada en el techo de humvee y que, según explican, dispara rayos en altísima frecuencia que golpean al objeto, un ser humano. El resultado es una fuerte sensación de calor, tan tremenda de inhibir la persona y obligarla a salir del haz del rayo. Una reacción instintiva. Según los expertos del Laboratorio de Investigación de la Fuerza Aérea y los de la Dirección del Conjunto de Armas No Letales, ambas dependiente del Departamento de Defensa de EU, con esta arma “se provee a nuestros soldados de una extraordinaria capacidad, una arma no letal de mayor alcance de las tradicionales”. Un rayo de energía a 95 GHz de frecuencia es disparado hacia el sujeto. La piel es penetrada por 0.03 centímetros, lo suficiente para estimular los neuroreceptores que transmiten inmediatamente una fuerte sensación de calor. Como las microondas que calientan la comida, el rayo del ADS penetra las moléculas de agua presentes en la piel del ser viviente, llevándolas a una temperatura de alrededor de 50 C. La sensación que deriva es similar a la de una quemadura, pero en todo el cuerpo. Y como el horno de microondas, no deja rastros ni quemaduras algunas. Simplemente calienta. Así las cosas, el ADS se perfila como la nueva arma capaz de disuadir antes que eliminar el peligro advertido. Un arma que despierta no sólo los intereses de los países actualmente en guerra, EU antes que todos, sino que también genera dudas y criticas, por parte de la comunidad científica internacional. Aún callan las organizaciones de derechos humanos.
Del ADS se conocen las informaciones oficiales, mismas que se han ofrecido en la presentación pública que se llevo a cabo el pasado 24 de enero en las instalaciones de la Base Aérea de Moody, en Georgia, Estados Unidos. En esa ocasión, los periodistas presentes han podido asistir a pruebas reales de empleo del ADS. En la simulación presentada (los videos se publicaron en Internet), se aprecia un grupo de personas (todos ellos voluntarios, según la versión proporcionada por el Departamento de Defensa) con actitudes hostiles que se acerca a los camarógrafos. Repentinamente brincan, se descomponen, la mayoría se escapa en la dirección de la que procedían. Ningún ruido, tan solo las risas de los camarógrafos. Ninguna consecuencia inmediata, nada de dolor después de la exposición al rayo, nada de lagrimas o sangrados. Nada de quejas. Más alegre es el video en que se observa el periodista Elliot Minor, de AP, que lanza un pequeño grito y una larga carcajada.
En efecto, los estudios realizados acerca de las consecuencias médicas del ADS, todos documentos públicos excepto unos cuantos, demostrarían la ausencia de consecuencias directas de la nueva arma en la salud de las victimas. No provoca quemaduras ni daños visibles. Además, estaría demostrado que tampoco causa daños de largo plazo en la salud del ser humano. Una vasta red de científicos y médicos, encargados por parte del Departamento de Defensa de llevar a cabo investigaciones independientes relativas al efecto sobre la salud de los rayos emitidos por el ADS, publicó sus conclusiones: “hay un bajo riesgo de daños por la exposición de los rayos de ADS. El estudio averiguó que hay un muy bajo riesgo de daños a los ojos, así como que no hay evidencia alguna de que el rayo de microondas provoque el cáncer”. Por el otro lado pero existen varios investigadores que ponen en duda la seriedad de los estudios realizados, sobre todo por lo que concierne los efectos en el sistema nervoso central, ampliamente estimulado por la exposición a los rayos. Ya en el pasado otras armas clasificadas de no letales, como el gas CR o el mismo difundidísimo Taser, han demostrado no cumplir siempre con su mandato, es decir inmovilizar pero no matar. Steve Wright, de la Metropolitan University de Leed en Inglaterra y miembro de la Omega Fundation, advierte que poco se han investigado los daños a los ojos que pueden provocar estos rayos, así como no se puede aún afirmar con certeza la falta de consecuencias en el código genético de las personas afectadas y concluye: “si las empresas no aceptarán de dedicar parte de su inversión en una clausula de garantias médicas de aquí a los próximos treinta años, tendríamos que poner en duda lo que dicen acerca de los efectos a la salud”.
Pero quizás, las mayores implicaciones y de más difícil interpretación, son las relativas al utilizo de este tipo de armas. Según la Dirección de Armas No Letales, “el ADS suportará una vasta gama de misiones en tiempo de paz y en tiempo de guerra: metodos no letales para la dispersión de masas y muchedumbres, seguridad en los puestos de control, seguridad perimetral, áreas restringidas, protección de puertos e infraestructuras, y aclaración de intenciones (identificación de amigo y enemigo)”. No cabe duda en efecto de que el ADS responde a la inmediata exigencia de tener los instrumentos adecuados a los nuevos escenarios de guerra, como son claros ejemplos las calles de Bagdad o los valles de Afganistán en estos últimos años. Masas de gente inconformes o simplemente presentes entre las cuales grupos organizados o supuestos enemigos se pueden esconder para llevar a cabo acciones hostiles. John Wood, de la Facultad de Sicología del University College de Londres, admite estas posibilidades, pero alerta acerca de la posibilidad de utilizar estos instrumentos en contra de las manifestaciones de inconformidad en contra de un gobierno y concluye: “el peligro psicológico es que la gente deje participar en las manifestaciones de masa en contra de un gobierno”. A su vez Steve Wright la define “un arma que induce autodisciplina, en el sentido de quien es golpeado se aleja de la zona controlada”. Los peligros, afirman los dos investigadores por separado, están ligados a cuestiones éticas y, evidentemente, políticas. “En la Conferencia Internacional sobre Armas No Letales del marzo de 2005, empresas estadounidenses y rusas traían las mismas imágenes de los experimentos efectuados con el ADS […]. Tememos que los experimentos se estén llevando a cabo en contra de poblaciones civiles en áreas del planeta menos protegidas en el ámbito de los derechos humanos”, reflexiona Steve Wright. Al mismo tiempo, advierte el peligro de un arma de disuasión masiva contra la cual es difícil oponerse, aunque sea por vías legales. “¿Cómo demostrar que me quedé ciego por el rayo del ADS?”, es la pregunta que pone el investigador, “¿a quién denunció en ese caso?”. Preguntas como esta abren el paso a más dudas acerca del uso político que se le puede dar al ADS, no sólo en el control de la plaza (el llamado efecto “good bye”), con evidentes riesgos en el campo del ejercicio de las libertades democráticas, sino también en la legítima duda de quienes serán los que utilizarán estas armas. Por un lado en efecto cabe la posibilidad de los abusos de que puede ser instrumento el ADS, como por ejemplo el utilizo indiscriminado sobre objetivos distintos a los los indicados o el mismo utilizo para fines de tortura. Por el otro lado queda la duda del rol del Estado y de las empresas privada en este que representa de converso un negocio más del Complejo Militar Industrial estadounidense. 40 millones de dólares se han canalizado al proyecto el año pasado, cifra que se repartieron no sólo las agencia militares, sino que también tres grandes empresas: la Raytheon AET en Rancho Cucamonga, California, la CPI (Communications and Power Industries) en Palo Alto, California, y la Veridian Engineering en San Antonio, Texas.
Por lo pronto queda claro que el despliegue en el campo de batalla, anunciado para finales de 2005, se tuvo que posponer hasta el 2010. Sin embargo, como suele suceder en la industria bélica estadounidense, el Gobierno de EU, a través de la Comisión Federal de Comunicaciones (FCC), autorizó el 22 de septiembre de 2004 a la Raytheon la construcción de un modelo comercial del ADS. Se llama Guardián Silencioso y ya está a la venta en el mercado global de las armas. Es un hermano menor del ADS, de menos potencia, y es ofrecido cual solución al mantenimiento de áreas despejadas y protección de instalaciones. ¿Quién lo comprará para utilizarlo cómo? Estas preguntas surgen naturalmente frente a la aparente facilidad en conseguir un instrumento de tal magnitud. John Wood va aún más allá y plantea: “Es la solución preventiva a las consecuencias que este sistema está generando, es decir cientos de millones de personas dezplazandose en el mundo. El control de esas masa puede bien ser confiado al ADS”.

Articoli Matteo Dean su Desinformémonos

Los señores del narco

1 marzo 2011Lascia un commento El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de marzo de 2011.
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La llamada “guerra contra el narcotráfico” que lanzó el actual gobierno federal mexicano -guiado por Felipe Calderón Hinojosa- es una falsa guerra, pues en realidad “se trata de una guerra entre cárteles del narcotráfico en la que el gobierno de Calderón tomó partido por uno de los contendientes, Joaquín Loera Guzmán, alias El Chapo, líder del Cártel de Sinaloa”.
Estas son algunas de las opiniones que sostiene Anabel Hernández, periodista mexicana y autora del libro revelación de estos últimos meses en las librerías de México, Los señores del narco (editado por Grijalbo Mondadori, 2010, p. 496).
El libro, publicado en diciembre de 2010 y que en dos meses ya vendió 50 mil copias, relata la historia reciente del narcotráfico en México, centrando su atención sobre algunos de los protagonistas de este fenómeno que “está infectando a todo México”. En particular, Anabel Hernández describe la trayectoria delincuencial de Joaquín El Chapo Guzmán, desde su temprana detención por parte de las autoridades de Guatemala (que lo entregaron luego a las autoridades mexicanas) en 1993 -cuando “era apenas un capo de ‘quinta’ en la jerarquía del entonces Cártel de Juárez”- hasta el día de hoy, cuando el líder del Cártel de Sinaloa es considerado el capo de capos, y que inclusive aparece en las exclusivas listas de la agencia Forbes en calidad de uno de los hombres más ricos del planeta.
El volumen que tanto interés está despertando (“sobre todo entre los jóvenes”) aporta nombres y apellidos de capos del narcotráfico en México, así como de funcionarios gubernamentales coludidos con la delincuencia, muchos de los cuales aún están en funciones. Describe con muchos detalles las redes de complicidad que encubren al negocio del tráfico de sustancias ilícitas y cómo, gracias a estas complicidades, se pudo llegar a la situación actual, en la que hay más de 40 mil muertos reconocidos oficialmente.
Como parte de esa red de complicidades y corrupción, Los señores del narco menciona la negociación fallida entre gobierno federal y cárteles del narco que se tuvo que interrumpir cuando “el narco mata al Secretario de Gobernación mexicano, Juan Camilo Mouriño”. Es una situación que Hernández no se limita a definir como dramática, sino que teme pueda empeorar mucho. ¿Una solución posible? “Una enérgica protesta ciudadana”, afirma la autora. En entrevista con Desinformémonos, Anabel Hernández abunda en estos temas, describiendo los errores del gobierno, el rol de Estados Unidos y narrando su propia vida en calidad de periodista “acosada por las autoridades”.
– ¿Por qué escribió Los señores del narco?
-Es un libro cuya idea nació a finales de 2005. Hice un viaje al llamado “Triángulo dorado” (zona comprendida entre los estados de Durango, Sinaloa y Chihuahua, en el norte de México, y considerada la “cuna” de muchos narcotraficantes mexicanos, N.d.R.) para investigar acerca de niños explotados y me encontré con una realidad muy distinta a la que creía. No es una explotación así como uno la puede imaginar, como una esclavitud, sino que es un rol que los niños han asumido durante décadas -y que asumen con mucho orgullo-. Asumen la tarea como ‘ya me va a tocar’. Luego me encontré con el ex director de la cárcel de Puente Grande, en Jalisco, Leonardo Beltrán Santana (quien fue encarcelado por la “fuga” de El Chapo en enero de 2001, y hoy ya está en libertad, N.d.R.), quien me contó acerca de El Chapo. Lo que terminó de convencerme fue el encuentro que tuve con agentes de la Agencia Federal Antidrogas de Estados Unidos (DEA) aquí en México en mayo de 2006. Ellos me hablaron de la investigación que realizaban en contra del entonces Presidente de la República, Vicente Fox Quesada, acerca de un presunto soborno que habría recibido por parte de los cárteles del narco. En el hotel Nikko de la Ciudad de México, en donde ellos (los de la DEA) suelen trabajar, me contaron que tenían infiltrada a la organización de Ignacio Coronel Villareal (alias Nacho, socio de El Chapo) y que justamente el infiltrado que tenían había escuchado hablar a El Chapo sobre el tema. Todo eso me convenció de escribir sobre el tema.[continúa en la siguiente página]

Según la autora, hasta mediados del los años 80 el narcotráfico en México era un asunto controlado por el gobierno federal. “Esa relación se basaba en la corrupción y la complicidad entre las partes”, afirma. Sin embargo, poco a poco la situación fue cambiando.
– ¿Cómo y por qué cambia esa relación?
-Se podría decir que el gobierno controlaba al narcotráfico. El punto de quiebre para este cambio fue el poder económico que el narco adquirió. Mientras los narcos se dedicaban exclusivamente a sembrar y traficar marihuana y a la extracción de la goma de la amapola para producir heroína, su poder económico era muy limitado. Pero en los 80, cuando gracias a la intervención de la Agencia Central de Inteligencia (CIA) -en el marco de la Operación Irán-Contra- los narcos colombianos se vinculan a los mexicanos, éstos comienzan a traficar sustancias más valiosas, como la cocaína. Ejemplo de ello es el caso de El Chapo Guzmán. Cuando lo detienen la primera vez, en 1993 en Guatemala, el Chapo era un capo de quinta, sin ningún poder efectivo; inclusive era un estorbo para Amado Carrillo Fuentes (el llamado Señor de los Cielos, máximo narcotraficante mexicano a principio de los años 90 y líder del Cártel de Juárez) y, sin embargo, veo los documentos y en ellos descubro que El Chapo ya en ese entonces tenía mucha riqueza. Eso significa que con el nuevo negocio – la cocaína – inclusive los capos menos poderosos tenían muchos recursos. Es el poder económico de la cocaína (el) que cambia las asimetrías de las relaciones: comienzan a sobornar a policías, comandantes, políticos locales, gobernadores, hasta llegar a hoy, en donde el narco tiene bajo su control a buena parte del gobierno federal.
Hoy en día, Joaquín Loera Guzmán, alias El Chapo, aparece como el capo más poderoso de México e inclusive de Latinoamérica. Tras transcurrir los años 90 en las cárceles federales de México, el 20 de enero de 2001, un mes y medio después que Vicente Fox Quesada asumiera la presidencia de México -en calidad de primer Presidente emanado del Partido de Acción Nacional (PAN)-, El Chapo logra escaparse de la cárcel de Puente Grande.
– En Los señores del narco, se dice que desde el 20 de enero de 2001 El Chapo escaló muy rápidamente el poder entre las filas de los narcotraficantes gracias al apoyo de los gobiernos de Fox y de Calderón. ¿Por qué y cómo lo hizo?
– En 2006 publiqué el libro Fin de fiestas en Los Pinos, y en él documenté que Vicente Fox ya tenía relaciones con El Chapo antes de asumir la presidencia. Guanajuato (estado del que es originario Vicente Fox y en donde fue gobernador) es un territorio histórico de influencia del Cártel de Sinaloa. Desde que Fox gana la presidencia -el 2 de julio de 2000-, El Chapo, gracias a la ayuda de Miguel Ángel Yunez y Jorge Enrique Tello Peón, hoy ilustres panistas, se vuelve muy cínico y comienza a presumir que ya se iba. El primero de diciembre de 2000, Fox toma posesión como Presidente de México, y sólo tres semanas después el Chapo organiza su fiesta navideña en la cárcel: trae a su familia, que se queda en la fiesta durante tres días; pone los árboles navideños y las decoraciones; hace pintar todas las celdas. Esa era su fiesta de despedida. Es evidente que ya había un tácito acuerdo con el gobierno federal. El Chapo no se escapó de la cárcel, ¡fue el gobierno federal quien lo sacó y lo puso en libertad!
En septiembre de 2001, ya desde su estado de “prófugo de la justicia”, El Chapo Guzmán logra lo que “nadie había siquiera imaginado antes”: sentar a todos los principales capos del narcotráfico en México y formar una federación de cárteles. Este encuentro tuvo lugar en septiembre de 2001.
– Con la ayuda del Ismael Mario Zambada García, alias El Mayo, Guzmán logra reunir un cónclave de narcotraficantes. Y en esa reunión, mientras sus socios – El Mayo, El Azul (Juan José Esparragoza Moreno), entre otros – ponían sobre la mesa los territorios, las rutas, los contactos, los sicarios, El Chapo ofreció sólo una cosa: la protección del gobierno federal. Esa fue su aportación. Ese fue su capital. Es escalofriante porque es ahí en donde se propuso, también por primera vez, que la nueva ‘federación’ le hiciera la guerra abierta a otro cártel de la droga, el Cártel de Tijuana (de los hermanos Arellano Félix). Y, efectivamente, en febrero de 2002 es ejecutado el líder del Cártel de Tijuana (Ramón Arellano Félix) y en muy poco tiempo los Arellano Félix quedan desmembrados. Esto demuestra que la supuesta “guerra contra el narcotráfico” no es tal, sino que es una guerra entre cárteles en donde el gobierno juega el papel de aliado de una de las partes.
Los que hoy mandan en la Secretaría de Seguridad Pública (SSP) federal son los que durante el gobierno de Fox estaban en la Agencia Federal de Investigación (AFI, hoy desaparecida). Y la AFI, justamente durante el gobierno Fox, trabajó como brazo armado del Cártel de Sinaloa. ¿Por qué digo “brazo armado”? Porque los de la AFI recibían llamadas directamente de los narcotraficantes, quienes los mandaban a detener gente. La gente arrestada no era entregada a las autoridades judiciales sino a los narcos para que los torturaran y los mataran. Eso ocurrió decenas de veces. Esos funcionarios hoy realizan el mismo papel pero desde los mandos del gobierno federal. Por eso, todos los “golpes” (detenciones) en contra de miembros del Cártel de Sinaloa son fuegos artificiales, apantallan nada más. Toda la gente que agarraron en estos años son ‘corcholatas’, como le dirían ellos: toda gente que no es indispensable para el buen funcionamiento del negocio y de la organización.
– En este contexto, ¿cuál es la verdadera estrategia del gobierno federal de México?
– Felipe Calderón sabe que no está haciendo ninguna guerra al narco. Ya lo comentó a sus asesores, sus amigos y algunos empresarios. Lo que le conviene es que El Chapo tome el control del narcotráfico. Según él, sólo así puede haber paz en el país. Lo ha dicho y, si lo niega, pues que lo sometan al detector de mentiras para ver si miente. Y aún así sabe que es mentira, inclusive su hipótesis, porque el grado de violencia que se desató a partir de diciembre de 2006 se debe en gran medida a que Calderón se quedó con la misma gente corrupta y contaminada del gobierno de Fox: Genaro García Luna (secretario de la SSP), Facundo Rosas Rosas (comisionado de la Policía Federal) y Luis Cárdenas Palomino (actual titular de la División de Seguridad Regional de la SSP). No sólo los dejó en el poder, sino que los elevó de nivel. En particular, Calderón asignó a Genaro García Luna el diseño de esta mal llamada “guerra al narcotráfico”. De la fichas de objetivos que la oficina de García Luna preparó se desprende muy claramente que la prioridad número uno de esta operación fue precisamente eliminar a todos los cárteles adversarios del Chapo. Por eso se desata la violencia, porque el estado toma un papel muy claro atacando a todos los enemigos de El Chapo. Me parece que desde el gobierno de Fox ha habido una ignorancia que raya en la demencia, y ésta es (el) haber creído que, porque durante décadas el narcotráfico en México no fue violento y no mostró su capacidad de fuego, no la tenía.
– Con tanta fuerza y poder, y además con la ayuda del gobierno, ¿por qué El Chapo aún no ha ganado la “guerra”?
– El gobierno, en su estrategia, menospreció al adversario. Por ejemplo, el Cártel del Golfo (hoy aliado de El Chapo, pero su acérrimo enemigo durante el gobierno de Fox) es un cártel histórico; siempre tuvo un gran control del territorio, desde hace décadas. El gobierno pensó que ayudando Guzmán a invadir Tamaulipas (territorio del Cártel del Golfo) con sus fuerzas – Ejército y Policía Federal – iba a quitarle muy fácilmente el territorio a los del Golfo. Calcularon mal: esta acción de apoyar a una parte causó que los demás cárteles se armaran aún más. Los hoy temidos Zetas eran sólo la escolta del entonces jefe del Cártel del Golfo, Osiel Cárdenas Guillén. A ese capo le gustaba presumir su escolta, compuesta por ex militares de élite de los cuerpos especiales mexicanos (del Grupo Aeromóvil de Fuerzas Especiales, GAFE). Le gustaba presumir que el ejército mismo lo protegía. Eran treinta en origen y sólo los utilizaba con esa función, pues no eran ni brazo armado, ni paramilitares. Cuando comienza la guerra del gobierno y Osiel Cárdenas ve que El Chapo tiene a su propio ejército – las fuerzas federales – decide hacerse del suyo y refuerza las filas de los Zetas. De treinta pasan a ser cientos, y no sólo mexicanos sino también los temibles kaibiles guatemaltecos. La resistencia inicial que ofrece el Golfo, el hecho de que tenía a ex militares inclusive entrenados por Estados Unidos, provoca que -a su vez- el Cártel de Sinaloa de refuerce y comience a contratar a otros sicarios, e involucran a los Maras Salvatruchas. Es una escalada de violencia que se traduce en el paulatino enrolamiento de sicarios y matones en ambas partes en conflicto. Esta escalada de violencia se traduce también en nuevos métodos de tortura y de asesinato: descuartizamientos, decapitaciones, etcétera, cosas que antes ni se veían y que son provocadas por la intervención partidaria del gobierno.
Tengo en mi posesión cartas que los Zetas envían al gobierno en el que se quejan de que esta guerra no está siendo “honorable”. Su visión delincuencial no perdona – y nunca lo harán – que el gobierno federal se haya metido en la guerra tomando partido. Ellos tienen claro el papel del Estado: un jugador imparcial que combate a todas las partes. Pero que haya querido ayudar a una parte, eso no lo perdonarán nunca. He hablado con gente cercana a Heriberto Lazcano Lazcano, alias El Lazca (líder del hoy Cártel de Los Zetas), que dice que este hombre está decidido a incendiar al país antes que perder la guerra. Me parece que el gobierno federal no entiende, primero, la mentalidad delincuencial de esta gente (los narcotraficantes), y luego no tiene una clara idea de la capacidad de fuego de los cárteles. Esta gente no ha tirado al avión presidencial o no ha matado un secretario de estado sólo porque no quiere.
La mención de Anabel Hernández hace pensar inmediatamente en el accidente aéreo del 4 de noviembre de 2008, en el que murió Juan Camilo Mouriño, entonces Secretario de Gobernación de Felipe Calderón. A pregunta expresa acerca de quién mató a Mouriño, la periodista mexicana no tiene la menor duda y responde: “Es claro que fue el narcotráfico. Fue El Mayo Zambada, como reclamo por un pacto no cumplido”.
– ¿Por qué lo afirma con tanta certeza?
– Eso lo tengo muy corroborado, tanto por gente cercana a la familia del ex Secretario como por testimonios de gente cercana a El Mayo Zambada. Calderón lo sabe muy bien. El rostro del Presidente cuando comunicó esa noche (el 4 de noviembre de 2008) la muerte de su amigo y Secretario, y el mismo rostro durante los homenajes oficiales a Mouriño, lo dice todo. Cuando menos
ésta es la interpretación de los familiares de Mouriño.
Recientemente una “amistad” de Mouriño se acercó a mí para confirmarme que esta versión responde a la verdad. Me contó que los familiares del ex Secretario tuvieron tres encuentros con el Presidente Calderón. En el primero, Calderón afirmó que fue accidente, respetando la versión oficial. En el segundo encuentro, frente al reclamo de los familiares -quienes preguntaban quién había matado a Mouriño-, Calderón habría dicho “no sé”. Ya en un tercer encuentro, Calderón habría contestado a las mismas preguntas con estas palabras: “¿De verdad quieren que investigue quien mató a Juan Camilo?” Los familiares, invadidos por el miedo, dijeron que no, que así estaba bien, que la gente creyera la versión del accidente. Estamos hablando de una gran simulación. Uno puede entender los errores del gobierno en buena fe, uno puede pensar que son incapaces, ingenuos o mal preparados. Inclusive, uno puede pensar que son engañados. Pero este gobierno ni está engañado, ni es ingenuo, ni está actuando de buena fe.
– En Los señores del narco usted habla de una presunta negociación entre el gobierno y los narcotraficantes, que habría encomendado justamente Mouriño a un ex general del Ejército -que en libro se señala como el “General X”-. ¿Cómo terminó esa negociación?
– Ese proceso (la negociación) se interrumpe porque, mientras en el General X lleva a cabo su tarea, su referente y mandante, Juan Camilo Mouriño, se muere. Y es así como sale pública esa historia, porque el General X estaba preocupado acerca de qué iba a pasar. Todos sabían de la misión -en el Ejército, Calderón mismo- pero cuando muere Mouriño nadie quiere tomarse la responsabilidad de la operación. Y el general se queda con toda esa información – y posiblemente algunos compromisos – sin saber qué hacer con ello; todo se quedó en el aire. La intención de esa negociación era “escondan a sus muertos”. Les dijeron (a los narcotraficantes) “no les vamos a decir cómo matar sus enemigos, pero no los expongan porque nos están espantando a la inversión extranjera, el mundo nos voltea a ver”.
La identidad del llamado “General X” es secreta. Sin embargo, el semanario mexicano Procesoreveló (el 5 de diciembre de 2010) que, según sus investigaciones, ese general no podía más que ser el mal afamado Arturo Acosta Chaparro, anteriormente encarcelado por nexos con el entonces Señor de los Cielos y también involucrado en la llamada guerra sucia en la que -durante los años 70- murieron decenas de activistas sociales mexicanos. A pregunta expresa, contesta tajante: “A eso no puedo contestar”.
– A pesar de los nexos con los narcotraficantes que usted menciona, Calderón no parece tener la situación bajo control; vienen también las elecciones presidenciales de 2012…
– Calderón habría dicho a sus amigos que ya quiere irse. No está ya entendiendo cuál es su papel como Presidente. Si Calderón -como todo parece indicar- está siendo chantajeado, pues que renuncie, porque no por ser víctima de chantaje va a poner en peligro a todo el país. Mis fuentes, inclusive algunas cercanas a los líderes del Cártel de Sinaloa, me comentaban que este año (2011) iba a ser sangriento desde el principio. Inclusive los capos, me dijeron, estarían comenzando a preocuparse por el descontrol que está habiendo en las células de los cárteles. Los nuevos integrantes de los cárteles, comenzando por los llamados ‘narcomenudistas’ (los vendedores de droga al menudeo), ya están comenzando a pensar solos. Ni conocen a El Chapo ni lo respetan. Tienen control territorial y se están enriqueciendo muy rápidamente. En consecuencia se están armando mucho. Un ejemplo fue el cerco que realizaron en Guadalajara (segunda ciudad más grande mexicana) hace un mes (el primero de febrero de 2011). No eran grandes cárteles, fueron unos veinte muchachos, casi todos menores; fue un grupo menor, desconocido. Lo mismo pasa en la periferia de la Ciudad de México. Esta llamada guerra se está convirtiendo en una guerra territorial, casi cuadra por cuadra, por el control del mercado. Y el gobierno federal no hace nada. Si es así, la ingobernabilidad podría aumentar, pues ni los cárteles ya tienen control sobre su gente: muchos Maras ya se independizaron, así como existen ya muchos desprendimientos en las filas de los Zetas. La violencia está escalando y nos acercamos a un punto en que nadie la va a poder controlar.
Una medida que caracterizó a la “guerra al narcotráfico” del actual gobierno de Felipe Calderón fue el uso intensivo de las Fuerzas Armadas. El Ejército Mexicano, así como la Armada de México, juegan hoy un rol protagonista en el conflicto entre los cárteles mexicanos.
– ¿Cuál es el rol del Ejército en toda esta situación?
– De acuerdo a mi investigación, el actual Secretario de la Defensa, Guillermo Galván Galván, es una persona muy débil; no es apto para el rol que es llamado a cubrir. Lo que encontré fueron casos aislados de corrupción, casos de infiltración, pero -a diferencia de la SSP- no encontré una infiltración institucional. En la Secretaría de la Defensa Nacional (Sedena) hay partes contaminadas por la corrupción, pero no toda la estructura. Lo que sucede es que Genaro García Luna es el estratega de toda la llamada “guerra”; la Sedena no tiene influencia en esa estrategia. Aún así, García Luna los pone en la primera línea de fuego. Esta situación está incomodando mucho a los militares, pues se sienten como “carne de cañón”. En las reuniones del Consejo de Seguridad Pública, Galván Galván es callado por el mismo Presidente cuando intenta discrepar con algo. Esta situación le está quitando mucha legitimidad al titular de la Sedena entre las filas de sus subordinados. A pesar de eso, el ejército es muy estructurado y tiene una mentalidad muy institucional, por eso será difícil una crisis interna de gran tamaño. Lo que sí está sucediendo es que muchos jefes militares de zona están comenzando a preguntar “¿y a nosotros qué?”. Lo que sucede entonces es que los militares están comenzando a cobrar “botines de guerra”: en muchos operativos realizados por la Sedena se dan excesos como abusos sexuales, robos, asaltos.
El Ejército Mexicano, es notorio, está muy ligado a los mandos militares de Estados Unidos (EU). Sus oficiales están siendo entrenados en el país vecino y, según fuentes periodísticas y académicas, el gobierno de EU estaría influenciando fuertemente al actuar de las fuerzas de seguridad mexicanas.
– Y entonces, ¿qué rol juegan los Estados Unidos en esta “guerra”?
– Los Estados Unidos saben muy bien que hay mucha discrepancia entre SSP y Sedena. Saben, por ejemplo, que el Ejército no quería que García Luna fuera nombrado Secretario de Seguridad Pública, pues conocía de su corrupción. Mis fuentes confirman claramente que EU no confía en el Secretario de Seguridad Pública. EU se lo dijo en más de una ocasión a Calderón, pero éste siempre se negó a removerlo. Me queda claro que EU tiene confianza en las Fuerzas Armadas, pero no en García Luna. Las declaraciones de Hillary Clinton en su reciente gira en México (a finales del mes de enero) son de fachada, es su rol. Mi impresión es que EU da la palmadita a Calderón pero prepara el garrote. Supe de mis fuentes que EU le dijo a México que la situación, especialmente en la frontera, ya es insostenible y, al parecer, propusieron que o México le pone un remedio radical o se tendría que aplicar las medidas adoptadas en Guatemala por el presidente Álvaro Colom: sellar la frontera y crear un estado de sitio en la zona. Como siempre el gobierno de EU no calcula las consecuencias de sus políticas, porque -en efecto- ahora el narcotráfico en México, para Barack Obama, ya no es sólo un problema de seguridad nacional, sino un problema político. En EU, sobre todo los Republicanos están haciendo una fuerte campaña en contra del Presidente por el problema del narco en México. Y, en efecto, es cierto: ya está habiendo incursiones violentas de los cárteles mexicanos en territorio estadounidense. La verdadera postura del gobierno de EU hacia México se refleja más en las declaraciones de los funcionarios del Pentágono que en las declaraciones de Hillary Clinton. El asesinato del agente del Servicio de Inmigración y Aduanas (ICE) de EU, Jaime Zapata, los debe tener muy molestos. ¿Quién sabía a dónde iban esos dos funcionarios estadounidenses? Si fue un atentado, como parece ser, el atentado es el resultado o de una filtración directa del embajada (de EU) o de algún funcionario del gobierno federal mexicano. Alguien tuvo que decirlo.
Según Anabel Hernández, la actual situación está demostrando que nadie en este país está capacitado para combatir de manera violenta al narcotráfico. “No digo que no haya que combatir a los cárteles, pero me pregunto por qué no comenzar por los pilares, por los cimientos que soportan al narcotráfico: banqueros, empresarios, funcionarios corruptos, el Secretario de Seguridad Pública y su equipo”. Y añade: “No necesitarían disparar ni una bala, sólo sería suficiente hacer auditorías, detener a los responsables, incautar bienes y capitales. Con eso, el narcotráfico no desaparecería de inmediato, pero se minarían sus bases. En mi investigación me queda claro que ni El Chapo, ni los Beltrán Leyva (del cártel homónimo), ni El Mayo Zambada, ni El Lazca, ni nadie de estos delincuentes, serían nada sin ese apoyo económico y político. Esta gente no terminó la primaria, apenas saben leer y escribir…no valen nada sin ese apoyo. Si se quiere hacer una verdadera guerra, ¿por qué no atacar esos pilares primero?”.
– Hablando de esos “pilares”, ¿cuál es la relación entre narcotráfico y economía formal en México?
– No sé en qué proporción, pero creo que el narcotráfico contamina y sostiene muchas de las súbitas fortunas de los llamados “nuevos” empresarios mexicanos. Existe una economía sólida que no depende de ese dinero (del narcotráfico), pero muchas empresas sí dependen del dinero del tráfico de drogas. Los bancos, por ejemplo, dependen muchísimo de esa riqueza. Hay tres ejemplos claros de cómo la economía puede depender de ese dinero: Ciudad Juárez, Monterrey y Guadalajara. Esa violencia interna que de pronto brota en esas ciudades no creció ayer ni anteayer; esa violencia siempre estuvo allí. Hoy estalla y se manifiesta porque se quebró algún equilibrio interno, no porque no hayan existido antes. Sin duda hay una parte de la economía mexicana que depende del narcotráfico, y es allí justamente en donde la sociedad mexicana tiene una función que cumplir: resistir a ese dinero.
Me contaron muchos casos de gente que vendió su casa al triple del precio; o de concesionarias de automóviles que vendieron lotes enteros de autos pagados en efectivo. ¿Y la gente no se pregunta de dónde viene ese dinero? ¿Es eso posible? Hay que decirlo: una parte de la sociedad mexicana vivió un tiempo extendiendo la mano, recibiendo ese dinero (y) cerrando los ojos. Una parte de la sociedad estuvo viviendo de ese dinero “sucio” y hoy se quejan de “qué pasa en México”. “Pasa que aceptaste pagos enormes, que aceptaste al edificio de enfrente, aceptaste al narcomenudista, aceptaste al prepotente”…y nadie dijo nada, pues había beneficios. Es la maldita costumbre de pensar que, si la corrupción salpica, pues “que nos salpique a todos”, con la diferencia que hoy salpica sangre.
Actualmente, no se sabe a ciencia cierta cuántos muertos ha causado el conflicto entre cárteles en México. Cifras periodísticas hablan de varios miles de muertos asesinados. En enero de 2011, el Gobierno Federal mexicano publicó por primera vez unos documentos en los que reconoce la muerte de poco más de 34 mil personas por hechos violentos vinculados al enfrentamiento entre cárteles. Inclusive, en los documentos oficiales, el Gobierno trata de ofrecer datos relativos a muertos por ejecución, civiles muertos (otrora definidos como “efecto colaterales”), etcétera. Sin embargo, Anabel Hernández tiene una opinión distinta.
– Diferenciar a los muertos por “tipología” sería hacerle un favor al gobierno. Creo que hay que decir que los 43 mil muertos (la periodista suma también las cerca de nueve mil muertes sucedidas durante el gobierno de Vicente Fox) son todos inocentes mientras no haya un juicio que demuestre las responsabilidades de cada uno. Convoco al gobierno a demostrar cuántos tenían averiguación previa, cuántos ya fueron condenados. El gobierno no habla claramente: no se trata de ejecuciones sumarias, no se trata de que ya te dieron ochos balazos y entonces ya eres delincuente. Hoy, cualquier persona que muere por más de tres balazos es “delincuencia organizada” y cae en el costal de la impunidad. Nadie investiga porque ya eres “delincuencia organizada”, ya existe la suspicacia de que andabas en malos pasos. Eso es infame. La sociedad se va acostumbrando y los medios de comunicación masiva promueven eso.
Anabel Hernández no esconde que el panorama de la actual situación es dramático. Sin embargo, también reconoce elementos de esperanza. Entre éstos, reconoce el rol que los jóvenes pueden hoy jugar.
– Lo que me conforta es ver a todos los jóvenes que llegan a la presentación del libro que estoy realizando en el país. En ellos veo la esperanza de que no todo está perdido. Ellos vienen y me preguntan qué hay que hacer. Yo no lo sé. Lo que sí sé es que esta situación es todavía un foco de infección muy definido, no aún un cáncer que afectó a todo el cuerpo social. Esa es mi aportación con el libro: ubicar a esos focos de infección. No los ilustro a todos, sólo a algunos. Ahí están, con nombres y apellidos: funcionarios, empresarios, etcétera. Lo que me preocupa es que el foco de infección se vaya esparciendo y contamine a toda la sociedad. Creo que estamos en un momento clave de definición, si acabamos con el problema o no. Lo que me queda claro es que “los señores del narco” no van a resolver el problema, no van a hacer nada. Todo está en manos de la sociedad; esperaría una protesta ciudadana muy enérgica. Si hay países como Guatemala, Perú, Chile, Argentina o Brasil, que han dado ejemplo llamando a sus funcionarios al banquillo de los acusados a rendir cuentas, ¿por qué en México no podemos hacerlo? Son esos jóvenes que veo quienes pueden hacerlo.
En un país como México, en el que el ejercicio periodístico es objeto de represión y violencia (tal y como lo demuestran las cifras de muertes y desapariciones, pero también la evidente autocensura que sufre la prensa en México, particularmente en las zonas de mayor conflicto), publicar un libro como Los señores del narco puede exponer a su autora a represalias. A este respecto, Anabel Hernández afirma tener miedo.
– Confieso que, desde diciembre a la fecha, cuando ando por la calle y veo una motocicleta con dos personas, pienso que (me) van a matar. Traigo escolta que me proporcionó la Procuraduría General de Justicia del Distrito Federal (PGJDF) tras denunciar que se estaba preparando un atentado en mi contra por parte presuntamente de la SSP. Levanté una denuncia el 13 de diciembre de 2010 tras recibir la información por parte de una fuente, que me contó de una conversación entre funcionarios de la SSP acerca de indicaciones que García Luna habría girado a los nuevos reclutas para que me atentaran a la vida haciéndolo parecer un asalto o un accidente, a cambio de un aumento de sueldo y de puesto. En un principio no me lo tomé muy en serio, pues son al menos tres años que García Luna me persigue, pero luego sí me asusté. Es irónico, pero le tengo más miedo al gobierno que los cárteles de la droga. Puede que diga una obviedad, pero creo que para los colegas (periodistas) que viven en zonas como Ciudades Juárez es mucho más difícil el oficio. Para quien, como yo, vive en la Ciudad de México y publica en medios nacionales, es mucho más fácil criticar a quienes (periodistas) no firman las notas o quienes deciden no hablar de ciertos temas. Al mismo tiempo, sin embargo, creo que los periodistas no podemos rendirnos, inclusive quienes están en la línea del fuego. Creo que sería mejor inclusive renunciar al ejercicio periodístico si no estamos dispuestos a ejercerlo en su totalidad. No me refiero a morir por ello, pero sí tenemos que hacer valer nuestra voz incluso frente a los narcotraficantes y a los funcionarios corruptos. Finalmente, en la mayoría de los casos de homicidios de periodistas hay más sospechas sobre funcionarios públicos que sobre los propios delincuentes. Por lo tanto, me parece que los periodistas deberíamos hacer un frente común de verdad para defender nuestro oficio y dignidad. Si no confiamos en nosotros nos van a matar a uno a uno.
Un periodista muerto es primero un ser humano y luego un colega. Esto debería empujarnos a hablarnos (entre periodistas) y dejar a un lado el egoísmo que veces nos caracteriza. Creo que los periodistas de verdad – no los que aparentan serlo y conducen programas televisivos y radiofónicos -, los que nos dedicamos a reportear y a investigar las cosas, tenemos que rescatar a nuestras voces, también en las redacciones en donde trabajamos. Efectivamente no somos ricos, no somos los dueños de los medios, ni siquiera estamos en la dirección, pero sin nuestro trabajo esos medios no podrían existir. Los periodistas tenemos que hacer valer nuestra voz, aunque significa a veces renunciar al medio en donde trabajas. Ya basta de concesiones: si existe un trabajo bien hecho, sustentado y documentando, no tiene por qué no ser publicado.

La Supervía: rompe y corrompe la vida en la Ciudad de México

1 febbraio 2011Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de febrero de 2010.
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Foto MD

Desde hace poco más de seis meses, en el poniente de la Ciudad de México se pelea la batalla contra la llamada Supervía Poniente, un proyecto promovido por el actual gobierno de “izquierda” de la megalópolis mexicana y que sería realizado – de llevarse acabo – por empresas privadas transnacionales, mismas que desde hace ya varios años han metido las manos en prácticamente todos los grandes proyectos encasillados en el rubro de “obra pública”.

Desde mediados del año 2010, la comunidad de la colonia La Malinche se organizó y construyó un plantón permanente en las zonas afectadas (expropiadas) para la gran obra. La comunidad local resiste el avance de las obras, consiguiendo no sólo la vasta solidaridad de la sociedad civil de la capital mexicana, sino también poniendo en entredicho las reales intenciones del gobierno local (Gobierno del Distrito Federal – GDF) guiado por Marcelo Ebrad Casaubón y logrando rescatar los lazos comunitarios que precisamente las autoridades del gobierno quisieron cortar.
En esta historia ya se ganó una parte pues “ganamos en el terreno de reconstruir la comunidad”, dicen quienes están presentes en el plantón. Una historia que hoy también significa un posible parteaguas en el futuro del Valle de México: “No se puede seguir viviendo así. Es necesario sentarnos todos a estudiar seriamente el Valle y planear de otra manera a la ciudad”, señalan los vecinos entrevistados.
La Supervía: “una ocurrencia” interesada
Fuente: http://prociudad-procontreras.blogspot.com/

Con al menos 20 millones de habitantes, de los cuales ocho viven en la llamada Zona Metropolitana del Valle de México (ZMVM), que comprende la capital mexicana y otros 60 municipios aledaños, la Ciudad de México es una de las regiones más densamente pobladas del planeta. Los reflejos de esta densidad de población son múltiples y no todos gratos: escasez de recursos naturales (sobre todo agua), contaminación en niveles excesivos, difícil acceso a los servicios (habitacionales, escolares, de salud, etcétera) y graves problemas de movilidad.

El llamado proyecto de la Supervía Poniente, según sus promotores, pretendería precisamente incidir en este último aspecto, pues su trazo original prevé conectar, a través de diez kilómetros (de los cuales la mitad serían de un peaje) de carretera de cuatro carriles, túneles y puentes, la zona sur-poniente de la ciudad (y su salida hacia el sur) y la zona de Santa Fe, moderno y rico “territorio-emporio” de la capital. Dicho proyecto, a su vez, sería parte del megaproyecto denominado Autopista Urbana Querétaro-Toluca-Cuernavaca (ciudades aledañas de la Ciudad de México), cuyo costo asciende a los 30 mil millones de pesos, con una longitud de casi 30 kilómetros de vialidad.
Uno de los mayores problemas, aunque no el único, es el fuerte impacto ambiental que la obra causaría en un territorio mayoritariamente catalogado por las autoridades federales mexicanas como “suelo de conservación”. Cristina Barros, miembro de la organización “ProCiudad-ProContreras” y vecina de las zonas afectadas, destaca los argumentos principales que sustentan la fuerte oposición al proyecto: “atenta contra la sustentabilidad del Valle de México, pues urbaniza y pasa por los suelos de conservación y de recarga de agua para todo el Valle”.
De acuerdo a la activista, la delegación Magdalena Contreras “presta servicios ambientales a toda la ciudad: limpia los vientos de la zona industrial de Ecatepec que se estrellan aquí, y los regresa a la ciudad. Es indescriptible el daño ambiental que provocaría la nueva carretera”, afirma, y calcula que sólo los costos ambientales que la Supervía causaría ascienden a cerca de dos mil 800 millones de pesos mexicanos.
Aunado a lo anterior, Barros señala que el proyecto está “plagado de irregularidades”. No se trata sólo de la falta de consulta a las comunidades afectadas, sino también que, por ejemplo, en el Plan de Gobierno 2007-2010 no aparece la Supervía. “Cuando el gobierno hizo ese programa, la Supervía no era una prioridad”, comenta la activistas. El Plan Verde de la Ciudad no lo contempla, como tampoco los planes de desarrollo de la Delegación Magdalena Contreras. Sólo el Plan de Tránsito de la Secretaría de Tránsito y Vialidad local (SETRAVI) lo menciona y lo hace apenas en 2008, con un año de retraso sobre las fechas del mismo plan.
Cristina Barros se refiere al gran debate que está causando el proyecto ya que de un lado se encuentra la comunidad local resistiendo y por el otro el gobierno local que, al menos en las últimas semanas, se juega la “reputación” de “gobierno democrático y de izquierda”, pero insiste en desconocer los argumentos de los vecinos e impone un proyecto millonario que pocos comprenden. La activista se pregunta: “¿Por qué tanta desesperada necesidad de realizarla? ¿Por qué tanta desesperación por un proyecto con tan elevados costos políticos, ambientales, sociales y financieros?”.
La razón parece sencilla, aunque articulada. A principio de los 90, Marcelo Ebrad participó activamente, junto al entonces regente de la Ciudad de México, Manuel Camacho Solís (hoy precario asesor del ex candidato presidencial Andrés Manuel López Obrador), en el proyecto que transformó el antiguo “basurero” localizado en Santa Fe en el “más importante centro en términos financieros y corporativos de México”. El proyecto otorgó un valor económico enorme al territorio. “Sin embargo, todo el proyecto (de Santa Fe) estaba fundamentado en un concepto urbanístico muy equivocado, pues hoy Santa Fe no tiene salida alguna”. Este problema – la falta de vía de comunicación – convirtió poco a poco Santa Fe en una zona en riesgo de perder el valor acumulado, pues hoy la zona “está literalmente asfixiada”.
“Ahora necesitan otra salida”, comenta Barros. La zona, en efecto, sigue siendo objeto de grandes proyectos inmobiliarios, en su mayoría promovidos por la empresa COPRI, de capital mexicano. Fuera de cualquier coincidencia, el mismo corporativo está actualmente asociado con la empresa española Obrascón Huarte Lain Concesiones (OHL) en la construcción de la Supervía. Tras conseguir una concesión por parte del GDF de 33 años de duración, el corporativo español se compromete a la construcción de la obra con una inversión de 389 millones de euros (equivalentes a más de seis mil millones de pesos mexicanos).
En cambio, el gobierno se compromete a regresar ese dinero en el lapso de la concesión y, mientras, permitirá a OHL el cobro del peaje. Es decir, según los opositores al proyecto, “se socializan los gastos y se privatizan las ganancias”. Si lo anterior fuera poco, Barros cuestiona el historial de la empresa OHL (quien controla el proyecto asociada a COPRI gracias a la creación, ex profeso, de la razón social “Controladora Vía Rápida Poetas S.A. de C.V.”), pues ésta tiene pésimos antecedentes en España: fraude y apoyo a campañas políticas a cambio de obra pública.
“Estaba a punto de quebrar en España y salió del problema tal y como lo hicieron otros – BBVA, por ejemplo – : viniendo a América Latina”. El esquema es el mismo de siempre, comenta la activista: “Obras muy costosas de peaje a cambio de favores”. Como ejemplos están también los proyectos del Arco Norte, en la ciudad de Puebla (al sur de la Ciudad de México) y el Puente Bicentenario en el Estado de México (en la área conurbada), entre otros. En suma, indica Cristina Barros, en este proyecto “están los intereses de los grandes consorcios inmobiliario. Los especuladores inmobiliarios han trazado el desarrollo de la Ciudad de México y hoy tienen la mira sobre el poniente de la ciudad: hay agua, limpieza del aire, calidad paisajística”.
“Los expropiados no son los únicos afectados”
Fuente OHL

Uno de los argumentos utilizados por parte del gobierno de la ciudad para debilitar la resistencia en contra del proyecto de la Supervía, fue señalar que la mayoría de los que protestan no han sido siquiera expropiados, lo que permite no incluirlos entre los afectados. Un argumento débil, dice Cristina Barros, que contradice además toda cultura de la izquierda política, no sólo en México.

“Los expropiados no son los únicos afectados, pues hay potenciales expropiados y potenciales expulsados”. En La Malinche, colonia de cerca de cinco mil habitantes y la principal afectada por las obras previstas en el proyecto, el 6 de abril de 2010 se presentaron los funcionarios del gobierno local acompañados por unos cuantos policías, sin que los esperaran. Aunque Ya se conocían los aspectos generales del proyecto Supervía, pero nadie esperaba sucedería ese día: Les presentaron los decretos de expropiación del primer polígono de los cinco previstos.
“El Frente Amplio contra la Supervía Poniente (FACSP) nace en 2008, cuando comienza a circular el asunto de la Supervía”, relata Barros. “Pequeños grupos con la experiencia de 1991 – cuando se logró rechazar otro proyecto vial, el de la Carretera Contadero-Luis Cabrera – nos comenzamos a mover. Nos unimos otra vez, realizamos juntas y todos los grupos decidimos unirnos en el Frente”. Cristina recuerda que ese 6 de abril la llamaron para comentarle de los decretos de expropiación entregados por funcionarios del GDF. “Nos movimos inmediatamente y nos organizamos”.
Tras unos meses de prórroga concedida para que “los niños terminaran el ciclo escolar”, los decretos se comenzaron a ejecutar a partir del mes de julio. Socorro Méndez, vecina de La Malinche recuerda que un día “nos avisan que se había metido una máquina rumbo a la loma (cerro)” que rodea las espaldas de la colonia. “Nos reunimos y decidimos sacar la máquina y tomamos la zona”. Así, el 26 de julio de 2010, se instala el plantón organizado por el FACSP.
Explican los vecinos de La Malinche, instalados 24 horas al día en el plantón, que desde un principio “la meta de las autoridades fue la de romper a la comunidad, lograr que los propios vecinos fueran en contra de los vecinos”. Para ello, abundan, aplicaron todo lo peor de los gobiernos autoritarios: ofrecieron prebendas; pintaron las casas a cambio de apoyo; ofrecieron dispensas, e incluso “repartieron dinero” (150 pesos por persona).
Socorro admite que “en parte lo han logrado”. De los expropiados en la primera ronda de decretos, el gobierno logró desalojar cerca de mil 500 vecinos, según cálculos de los miembros del plantón. “Se modificó de manera violenta el tejido social ya que era una colonia particularmente unida por la manera en que se conformó: la gente aquí se compró su tierra hace unos 40 años, construyó su propia casa, convivió e hizo esta colonia”.
“No es Beirut, es La Malinche”
Foto MD

El deterioro social se puede medir. Según los activistas que pasan día y noche a la espera de que el proyecto no avance “y el gobierno dé un paso atrás”, los daños sociales son representados por las “dolorosas historias de los expropiados, por el miedo que los aleja de la lucha”. Se puede también ver con los ojos del visitante al plantón: las calles son abandonas, pues ya no hay actividades significativas. Las casas aún habitadas se alternan a los dos lados de la vía adoquinada con las casas ya expropiadas y llenas de boquetes “causados para hacerlas inservibles y para dar el golpe sicológico: aquí ya no se puede hacer nada”.

Las casas aún de pie pero ya abandonadas parecen haber sido objeto de un bombardeo. Entre los hoyos causados por mano de los obreros al servicio del gobierno, se entrevé la Loma de Tarango, el cerro que sería objeto de las perforaciones para los túneles. “Ahí jugábamos nosotros cuando éramos niños y hoy nuestros hijos”, comentan los vecinos. Lugar de paseo, de recreo, de juego, de esparcimiento, la Loma se está convirtiendo en un montículo cubierto del fino polvo blanco levantando por las obras de perforación del suelo que ya se realizan. “Aún no excavan, apenas son los estudios de mecánicas de suelo… Ni esos tenía el proyecto que presentaron”, dice un vecino para remarcar el elevado número de irregularidades de este proyecto.
De un lado una colonia, aún muy viva, hay gente viviendo la cotidianidad, en la escuela y el mercado. Al fondo de La Malinche, la calle aparece cerrada: ahí está el plantón. Luego, pocas calles conducen al muro que apenas el primero de enero pasado, tras un muy discutible operativo policíaco llevado a cabo en la madrugada de año nuevo, las autoridades elevaron para separar la zona objeto de los primeros trabajo del plantón. Decenas de policías antimotines (granaderos) resguardan a los casi cien trabajadores que comen, ríen y laboran completamente aislados de la vida de la comunidad de La Malinche. Los escombros aparecen de un lado y otro, pues al parecer los trabajadores echan del lado del plantón las sobras de su trabajo. Un vecino mira el panorama y bromea: “Esto que ves – dice al reportero – no es Beirut, es La Malinche”.
Ya se ganó la hermandad
Foto MD

“Llegaron el primero de enero de este año, a las seis de la mañana”, cuenta Socorro Méndez quien no deja de indignarse por el abuso cometido en contra de los vecinos de La Malinche. Mientras la resistencia obligaba a Marcelo Ebrad a prometer públicamente el diálogo con el FACSP, sus policías invadían las calles de la colonia e instalaban un muro divisorio entre los vecinos afectados y los trabajadores. Días más tarde, el 5 de enero, cuando el Frente protestaba en las calles del centro de la Ciudad de México, trabajadores enviados por el gobierno derribaron techo y muros de algunas casas aún en poseso del plantón. La reacción fue inmediata, tuvieron que abandonar la marcha muchos vecinos y defender “su patrimonio”.

Estela es una señora que no participa activamente al plantón pero, dice, “lo apoyo”. Camina estas calles violentadas en días pasados por los policías del GDF. “Queremos reconocer con nuestros pasos estas calles. Vivo del otro lado de ese muro”, comenta y levanta el dedo índice señalando el abuso. “Se siente tristeza porque toda la vida pasamos por aquí y de pronto…”, se le cortan las palabras. Su hija camina con ella: “Este era nuestro paso. Conocíamos a todos. Ahora, hay que conocer los vecinos por el otro lado. Los que estaban aquí ya se fueron. Y los que quedan, ya no los vemos pues ya no pasamos por aquí”.
La tristeza se fuga rápidamente cuando nos unimos a la gente en el plantón. “Cuando comenzaron las expropiaciones decíamos ‘bueno, aún pasamos’. Pero ahora, mire el muro que levantaron, qué tan alto está… no sea que nos vayamos a robar un policía y nos acusen de secuestro. Cada uno defiende sus ideales, lo que cree justo. Por eso estamos aquí. Los no expropiados vamos a serlo. Por eso hay que apoyar”, comenta Socorro. De los 336,626,524 metros cuadros que, según el decreto de expropiación, serán ocupados por la obra, apenas se ocuparon tres mil. “La lucha apenas comienza”.
“Tengo tres razones para estar aquí”, dice Socorro Méndez. “Se llaman Iván, Marisela, Angélica, mis tres hijos”. Aunque el gobierno los acusa de no ser los afectados directos, Socorro comenta que “el gobierno puede decir lo que quiera, pero lo ambiental no tiene remedio y yo me preocupo por el futuro de mis hijos. Se van a echar 60 mil árboles… Sin agua, sin aire…¿qué vamos a hacer?”. Y añade: “No tenemos derecho de hacer eso: el gobierno y nosotros si nos dejáramos”.
Socorro Méndez llega al plantón a las diez de la mañana y se va a la medianoche. Todo el día al frente: “Hacemos varias actividades: cocinamos, tejemos, charlamos, leemos libros… Es mi segunda casa este espacio. A veces nos ofrecen eventos: música, cineclub y tenemos visitas solidarias de muchos lugares del Valle”. Cristina Barros confirma la solidaridad que el plantón recibe todos los días: “Muchísimas organizaciones se acercaron al Frente. Como 50. Cada una en lo que puede, con sus capacidades”. En el plantón participan activamente cerca de cincuenta vecinos. “Nuestros maridos se tienen que ir a trabajar y tenemos que atender a las cosas de la casa”, explica Socorro. Saca la mano del bolsillo y enseña un teléfono celular: “Estamos conectados con mucha gente y avisamos de todo lo que pasa, listos para cualquier emergencia”.
Según Socorro Méndez, el espacio comunitario que se ha creado es muy bonito. “Con el pretexto del plantón recuperamos el gusto de estar juntos, compartir las fiestas y el quehacer cotidiano”. Mirando al futuro, Socorro Méndez se pregunta: “Los que estamos aquí, decimos: el día que esto se termine, ¿qué va a pasar?”. Comenta que aún siendo vecinos, antes de comenzar la resistencia, no todos se conocían. Ahora es al revés: “Todos nos ayudamos, todos nos conocemos, nos reunimos para resolver los problemas que alguien pueda tener, hay mucho compañerismo”. Finalmente, emocionada, Socorro Méndez admite que “con toda esta experiencia, lo malo y lo bueno, hemos reído y llorado, hemos tenido estrés y miedo. Todo esto yo no lo cambiaría”.
Perspectivas y derechos humanos 
A finales de noviembre de 2010, sobre todo tras la emisión de las “medidas cautelares” emitidas en el curso del 2010 por parte de la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal (CDHDF), se formó la llamada Comisión Civil de Acompañamiento(CCA), conformada por diversas personalidades de la sociedad civil mexicana y con el objetivo de acercar las partes – FACSP y GDF – para sentar las bases de un diálogo posible.
Manuel Fuentes Muñiz es presidente de la Asociación Nacional de Abogados Democráticos (ANAD) e integrante de la CCA. En las últimas semanas la CCA ha tratado de mediar entre las partes construyendo un posible formato de diálogo. Pero la realidad parece decir otra cosa: la obra, aunque lentamente, sigue su curso y el GDF no parece querer dar un paso atrás. Según Fuentes, el GDF afirma querer conseguir resultados concretos del diálogo con el Frente, sin embargo, cada parte está firme es su posición.
“La Supervía va porque va”, afirma el GDF, mientras el Frente está firme en su negativa al proyecto. Fuentes Muñiz admite el cada vez más difícil rol de la CCA y señala que, termine como termine, el GDF va a pagar un elevado precio político. Dicho precio podría elevarse aún más, tras la emisión, el 20 de enero pasado, de las “recomendaciones” por parte de la CDHDF dirigidas a Marcelo Ebrad y a los titulares de las dos Delegaciones políticas involucradas en el proyecto (Magdalena Contreras y Álvaro Obregón) que, en caso de ser aceptadas por el GDF, obligarían a las autoridades a “parar las obras” hasta cumplir con los compromisos fijados por la Comisón.
Dichas recomendaciones, fruto de las quejas presentadas por los vecinos que dieron origen a una investigación independiente de la misma Comisión, abordan el tema desde el punto de vista de la violación a los derechos humanos de los opositores a la obra y dividen sus comentarios en seis rubros distintos: derecho a una vivienda adecuada, derecho a un medioambiente sano, derecho al agua, derecho a la información, derechos políticos y derecho a la seguridad jurídica.
En particular, la CDHDF recomienda al GDF ordenar “la suspensión de la obra hasta que se lleve a cabo una consulta pública, a fin de garantizar una participación amplia y plural en la que se recojan y consideren las preocupaciones, opiniones y propuestas de las personas afectadas”. Asimismo, afirma la Comisión, es necesario que “se valoren distintas alternativas de movilidad sustentable en el sur-poniente de la Ciudad de México”.
Actualmente, uno de los argumentos más señalados por parte de las autoridades para negar la posibilidad de cancelar el proyecto es el compromiso económico contraído con las empresas constructoras, mismas que estarían facultadas a cobrar hasta 36 millones de pesos en caso de no realizarse la Supervía. Cristina Barros, aún reconociendo el compromiso, afirma que “hay la posibilidad de dar paso atrás. Ellos (el gobierno) dicen que tienen compromiso con la empresa, pero la verdad es que el título de concesión (de la obra) es criminal para las finanzas de la ciudad”. Lo anterior porque los costos de parar la obra serían menores a los costos de la obra sumados a los costos ambientales provocados.
No obstante, Cristina Barros afirma que actualmente el diálogo con el GDF no es el principal eje de lucha del FACSP. “De ellos quisimos conocer el proyecto; mostrarles los datos que indican que el proyecto es inútil. Hoy por hoy, lo único que queremos es evidenciar los problemas. Nuestro eje es hacer conciencia, difundir las recomendaciones de la Comisión, unirnos a las organizaciones, esperar que el GDF recapacite. Seguir trabajando en la defensa de la cuenca de México, pues sin ella no vamos a vivir”.
Y acerca del Valle de México comenta: “No se puede seguir viviendo así. Es necesario sentarnos todos a estudiar seriamente el Valle y planear de otra manera a la ciudad. Necesitamos datos reales para la sustentabilidad de la ciudad, no ocurrencias”. Entre las que Barros define como “ocurrencias” señala la línea 3 del Metrobús – también objeto de oposición vecinal en las semanas pasadas – que pasa por encima de una línea del metro. Al respecto, la activista pregunta: “¿Por qué duplicas el transporte público? Hay soluciones a la movilidad mucho más eficaces”.
Por ejemplo: “¿Por qué tenemos que desplazarnos por tantos kilómetros? ¿Transportar los combustibles por tantos kilómetros? ¿La comida?”. Las horas perdidas en desplazarse en la Ciudad de México se traducen en pérdida de tiempo de vida, de salud, de energía… Tenemos que ser más comunitarios”, señala Cristina Barros. Según ella, la única manera en que es posible “sacar adelante la vida de una ciudad como esta es tener un tejido social fuerte, acogedor” . Y prueba de esto es que “las delegaciones más seguras del Valle son las que tienen más pueblos originarios, pues hay mayor solidaridad y fortaleza social”.Más información en:
:: Ciudadanos por Contreras
:: ProCiudad-Procontreras
:: Concesiones de OHL en el mundo
:: Recomendación de la Comisión de Derechos Humanos del DF (CDHDF)

Los gobiernos progresistas de América Latina, en disputa con los pueblos indígenas

1 dicembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de diciembre de 2010.
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Hugo Blanco, exguerrillero peruano, sindicalista campesino y actual director de la revista Lucha indígena, presenta la renovada edición de su libro Nosotros los indios (Edición Herramienta-La Minga, 2010, 239 páginas). Editado en Buenos Aires por Ediciones Herramienta, Nosotros los indioscuenta con un prólogo de Raúl Zibechi y Norma Giarracca, y los comentarios del escritor uruguayo Eduardo Galeano, quien afirma que “estas páginas, escritas a borbotones, desordenadas, jubilosas y desesperadas, cuentan las aventuras y desventuras del hombre que encabezó la lucha campesina en el Perú, el organizador de los sindicatos rurales, el que impulsó una reforma agraria nacida desde abajo y desde abajo peleada”.

Galeano lo define también como “aquel loco lindo que decidió ser indio, aunque no era, y resultó ser el más indio de todos”, a lo que Blanco responde: “Me considero un indio como todos”. Y precisamente sobre la importancia del ser indígena inicia esta conversación telefónica concedida a Desinformémonos durante su paso por Buenos Aires: “El capitalismo que arremete contra la naturaleza en su búsqueda de materia prima, el calentamiento global que provoca, el asunto de las minas, la destrucción de los bosques, la construcción de las (plantas) hidroeléctricas, la agroindustria, el petróleo, todo eso afecta a quienes están más ligados a la tierra, es decir los indígenas, no sólo de América Latina sino del mundo. Los indígenas son los más atacados y son los que gozan menos de los beneficios del mundo desarrollado. Matar a la naturaleza es matar a los indígenas y por eso son los que más luchan en defensa de la naturaleza misma”.

En su discurso, usted hace especial énfasis en los indígenas no sólo como víctimas del capitalismo salvaje…

– Efectivamente, porque hay otro asunto que pocos ven. Los indígenas no sólo luchan en defensa de la naturaleza, sino también por la construcción de la nueva sociedad. Donde hay indígenas hay la comunidad indígena, que es una nueva forma de gobierno que por muy debilitado que esté, por la hegemonía del gobierno central, en convivencia y en disputa con el poder central, es un poder político, que subsiste desde hace más de 500 años. En algunas partes inclusive existen ya organismos de gobiernos supracomunales, es decir, por encima de la comunidad, como por ejemplos en la selva peruana, en Colombia o en Panamá. Por supuesto, el mejor ejemplo de ello es la organización zapatista en Chiapas. Son organizaciones democráticas, donde la comunidad es la que manda, y no el individuo. Esa es la construcción de lo que quisiéramos en todo el mundo. Si fuera así, no habría calentamiento global, pues sería la gente, la colectividad, quien decidiría si una mina debe abrirse o una hidroeléctrica debe hacerse. Sería la humanidad en defensa propia a decidir el rumbo del mundo.

Esta postura pone a los pueblos indígenas en la vanguardia, al menos en América Latina, tanto en la defensa de la naturaleza como en la construcción de una sociedad nueva. Es decir, en los dos rubros fundamentale para salvar a la humanidad.

No le llaman socialismo, está claro. ¿Cómo va un mapuche a llamar socialismo a su práctica cuando estuvo luchando en contra del gobierno socialista de Michelle Bachelet (en Chile) que usaba las leyes de Pinochet para aplastarlos? O ¿cómo va a llamarse socialista un indígena ecuatoriano que está confrontando al Socialismo del siglo XXI de Rafael Correa (en Ecuador)? El nombre no importa, es lo de menos, lo que interesa es que (los indígenas) están forjando el nuevo tipo de sociedad que quisiéramos.

¿Cuáles son las características de esa nueva sociedad?

– Los indígenas de todo el mundo compartimos los mismos principios éticos, ya estemos en Canadá, en la India o en África tenemos unos denominadores comunes. El primero es el gran amor a la naturaleza, sentirnos hijos de ella y convivir con los otros hijos de la naturaleza. Luego pensamos que los asuntos que atañen a la colectividad son resueltos por la misma y no por el individuo. Otro aspecto fundamental es el llamado ‘buen vivir’, o sea que la felicidad no consiste en tener cada vez más dinero o comprar las cosas que están a la moda, sino poder vivir satisfactoriamente. Finalmente, hay que señalar el amor a los ascendientes y a los descendientes característico de la ética indígena.

La cosmovisión indígena nos coloca en un ciclo mucho más amplio que la vida de un individuo…

– Sí, ese es un pensamiento común en los pueblos indígenas. Por eso, la agricultura que realizan los indígenas está pensada en no dañar la tierra. al contrario de la agricultura industrial que asesina la tierra con el monocultivo y el uso de fertilizantes. Este pensamiento es completamente contrario al gran mandamiento neoliberal que se centra en cómo ganar dinero en el menor tiempo posible. Si para ello tienen que destrozar a la humanidad, no les importa.

Muchos confunden la atención y el interés por el mundo indígena y sus principios con una tendencia nostálgica, un anhelo de una sociedad rural que se contrapone a los excesos de nuestras sociedades negando las “conquistas” del llamado “progreso”.

– En efecto. No es casual que los pueblos considerados más ‘salvajes’ sean los más avanzados en la lucha de resistencia. En Perú, por ejemplo, no son los quechuas los más avanzados, sino los que viven más alejados de la llamada civilización, los más primitivos. Yo creo que tenemos que volver a esa ética que señalé, que no quiere decir regresar a la vida primitiva, sino a esos principios éticos. Y con ellos, mantener la subsistencia de la humanidad.

¿Y la sociedad actual?

– De todas las ventajas del llamado ‘progreso’ hay que ver cuáles podemos seguir disfrutando sin poner en peligro a la humanidad y su subsistencia y de cuáles tenemos que prescindir. Esa ética indígena es la que la humanidad tiene que respetar.

Actualmente existen experiencias indígenas que rechazan el poder del Estado y otras que lo mantienen. ¿Es una contradicción?

– Cuando yo era joven luchábamos por una sociedad más justa. Hoy también luchamos por la supervivencia de la humanidad misma. Por eso, nosotros apoyamos de todo corazón a Evo Morales (en Bolivia), a Hugo Chávez (en Venezuela), a Rafael Correa (en Ecuador) en su confrontación con le imperio y en su lucha en contra la reacción interna. Pero no los apoyamos en su confrontación con los pueblos indígenas, por supuesto que estamos del lado de los indígenas. Por ejemplo, en Bolivia apoyamos a los indígenas que le exigen a Evo Morales que sea consecuente con el derecho a la consulta reconocido en el Convenio 169 de la OIT – que es ley en Bolivia – y también con la Declaración de los Derechos Indígenas de la ONU. A los gobiernos progresistas no los llamo así metiendo el adjetivo entre comillas. Son progresistas realmente frente al imperio y a la derecha reaccionaria, pero claro estamos en contra de ellos cuando la disputa es con los pueblos indígenas.

-Háblenos del libro Nosotros lo indios.

– La edición no tiene un orden específico. Es una recopilación de cosas escritas en estos años de lucha. Son escritos en diversas épocas, hay la correspondencia con José María Arguedas (escritor peruano), están las cartas que escribí desde la prisión cuando pedían la pena de muerte para mi, y hay últimas cosas que escribí en estos años-

El título de “indios” es para recuperar el nombre histórico con el que nos señalaron los conquistadores. Tomo el látigo con el que nos azotaron por mucho tiempo y contesto con ese mismo látigo, en lugar de usar un nombre que suavice o disimule la opresión como es ‘indígena’ o ‘pueblos originarios’.

¿Cuándo vendrá a México a presentar Nosotros los indios?

– Voy a presentar el libro a México cuando Usted me pague el pasaje por allá…

Septiembre de 2010

Migración hondureña: el sabor del reencuentro y el adiós

1 dicembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de diciembre de 2010.
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Del 8 al 9 de noviembre del presente año, se realizó el IV Foro Mundial de Migración y Desarrollo (FMMD), Jornadas de la Sociedad Civil, en Puerto Vallarta, Jalisco, México. El encuentro, al que acudieron más de 400 delegados de al menos 62 países, es un espacio creado junto al Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo (PNUD) y que llegó este año a su cuarta edición, tras las reuniones de Bruselas en Bélgica (2007), Manila, Filipinas (2008) y Atenas, Grecia (2009). En la edición mexicana del Foro se abrió por primera vez un espacio llamado “espacio común”, en el que los delegados gubernamentales tuvieron la oportunidad de confrontarse con la sociedad civil mexicana e internacional.

No obstante, dicho espacio común ha sido juzgado insuficientemente desde su creación. Por lo anterior, la sociedad civil organizada alrededor del tema migratorio, organizó una amplia serie de eventos “alternativos” a la reunión oficial, mismos que se concretaron en la semana previa al encuentro de Puerto Vallarta. En particular, resultó muy provechoso el llamado “Foro mundial alternativo de los pueblos” quien no sólo hospedó al Tribunal Internacional de Conciencia de los Pueblos en Movimiento, sino que fue el espacio en el que fue recibida la Sexta Caravana de Madres Centroamericanas (CMC), organizada por la Red de Comités de Migrantes y Familiares de Honduras (Red COMIFA) y que viajó a México en búsqueda de sus migrantes “desaparecidos”: hijos, padres, hermanos y hermanas que dejaron de comunicarse una vez entrados a territorio mexicanos en su largo viaje a Estados Unidos.

La Caravana de Madres

La iniciativa de organizar una caravana de madres de Centroamérica que viajen rumbo a la frontera con Estados Unidos buscando a sus familiares migrantes “desaparecidos” no es nueva. A lo largo de los últimos años han sido organizadas más de diez iniciativas como ésta. Sin embargo, la caravana de este año tiene particular importancia y tuvo cierta visibilidad no sólo por el contexto del IV FMMD, sino, sobre todo, por las cada vez más insistentes noticias relativas al secuestro de ciudadanos migrantes existentes en México. En este aspecto, hay que recordarlo, el pasado 27 de agosto fueron hallados 72 migrantes asesinados supuestamente por el grupo delictivo Los Zetas en el estado de Tamaulipas, en el norte de México, tras ser secuestrados e “invitados” a trabajar para la organización.

“Es difícil convivir con la idea que quizás tu hijo, tu hermano o un familiar pueda correr la misma suerte”, confiesan las madres hondureñas de la CMC. Y sin embargo, insisten, es necesario averiguar dónde están “nuestros familiares”. Fueron 11 madres y dos padres los que viajaron en esta caravana. Fueron recibidos en la frontera de Chiapas con Guatemala a principios de noviembre por parte de la sociedad civil mexicana. En particular fue Elvira Arellano, la activista migrante de la organización estadounidense Somos Un Pueblo Sin Fronteras, de Chicago, Illinois, quien se encargó de ir por ellas hasta la ciudad fronteriza de Tapachula y acompañarlas en su recorrido hasta la Ciudad de México.

En su larga trayectoria pudieron visitar Casas del Migrante en los estados de Chiapas, Oaxaca y Veracruz. Su viaje consistió también en entrevistas con funcionarios de gobierno y del Instituto Nacional de Migración (INAMI) del gobierno mexicano. Pero fue sobre todo concentrado en la búsqueda de sus familiares y de los presentes en la larga lista de migrantes que llevaron consigo: más de 650 personas. Esta búsqueda se concretó en mítines en las plazas públicas, difusión de su presencia, entrevistas y averiguación de “pistas” que ya se tenían o que fueron encontrando en el camino. Un intenso trabajo, cansado, explican las madres, y frustrante en muchas ocasiones. Pero también con ciertas satisfacciones ya que, dicen, “si una de nosotras encuentra a su familiar, es la felicidad de todas”.

Rosa Nelly Santos, de Progreso, Honduras, es integrante de la CMC y mujer experta ya en el tema tanto migratorio como en la dinámicas de las caravanas de este tipo. Ella es una de las que comenzaron todo el proceso que hoy culminó en esta Sexta CMC. Entrevistada por Desinformémonos, recuerda que “el Comité de Familiares Migrantes de Progreso (Cofamipro), el primero, nace en 1998, después de lo que sucedió con el huracán Mitch. Todo comenzó por un programa de radio que tenemos en Radio Progreso, La Colondrina”. De esa experiencia nació un programa de radio que se llamaba Sin Fronteras, continúa, que se situó como enlace entre los migrantes en Estados Unidos y los familiares en Honduras que se había quedado incomunicados.

“Luego comenzaron a llegar muchas madres para pedirnos informaciones de sus hijos que habían viajado al norte, en Estados Unidos, pero también en México”. Estas madres se convirtieron pronto en las protagonistas de ese programa radiofónico. Hoy el programa se llama “Abriendo fronteras”. “Nos reuníamos en la calle, en las iglesias, en los espacios que encontrábamos. Hoy, por suerte, ya tenemos varias oficinas y la organización se extiende a nivel nacional en todo Honduras”.

Nelly Santos cuenta: “Entré al Comité en 2003 pues perdí comunicación con mi sobrino. Tenía miedo que le fuera a pasar lo que a muchos les tocó. Mi hijo, quien migró y logró quedarse en Miami trabajando, aunque sin papales, es quien me manda dinero y me apoya en este trabajo. En 2004, nos enteramos que había muchas organizaciones como la nuestra en todo el país, de tal manera que nos reunimos todas y creamos la Red COMIFA que reúne a todos los comités de migrantes y familiares del país”. Antes del año 2004, Cofamipro, organizó tres viajes: uno a Guatemala y dos a Tecún Umán (frontera con Tapachula). En el segundo viaje a la ciudad fronteriza de Guatemala, aprovechando una procesión religiosa, la caravana pudo pasar la frontera y entrara a Ciudad Hidalgo y “ahí encontramos a cuatro personas”.

La búsqueda

“Busco a mi hijo, se llama Lenin Mejía Navarro”, dice Olga Lidia Navarro, de Honduras, en entrevista con Desinformémonos. La mujer no parece desesperada, sino más bien confiada en que, “algún día lo encontraré”. Dice: “La pista que traigo es ésta” y enseña una dirección y un teléfono de Tijuana, en la frontera norte. Me habló una vez y luego me comunicó a una mujer quien fue la única con la que hablé en ocasiones posteriores. Mi hijo se vino hace 14 años y la comunicación que tuve fue cuando llegó a Tijuana. Él salió en 1996 cuando tenía 18 años, se fue con un amigo. Su amigo regresó y contó que lo había dejado antes de llegar a la ciudad de la frontera. Tras esas llamadas ya no ha vuelto a comunicarse”. La madre hondureña habla de la recepción que las autoridades mexicana les otorgaron y reconoce que fueron “todos muy amables” pero que aún falta mucho ya que “el gobierno (mexicano) tiene que entender que al salvar un migrante le está dando alegría a toda una familia en su país de origen, esto no se puede despreciar”.

Nelly Santos dice que “en nuestra experiencia pudimos ver de todo. Hay por ejemplo muchos mutilados (por los trenes) que regresan a nuestro país; sabemos que muchas mujeres de Honduras fueron secuestradas y vendidas en Guatemala, tenemos muchos muertos que regresaron enfermos a su país y ahí murieron (de VIH u otras infecciones mortales)”. Recuerda la primera caravana realizada entre 2005 y 2006 cuando, con la solidaridad de muchas organizaciones cercanas a las parroquias de Honduras, pudieron llegar hasta Veracruz (en la costa atlántica de México) aunque sin visitar a las Casas del Migrante. “En 2008 se organizó la quinta caravana, con el apoyo del Padre mexicano Luís Ángel Nieto de la organización Lazos de Sangre, quien fue a Honduras y llevó a las madres a México”.

Sin embargo, afirma, “nunca antes pudimos visitar las estaciones migratorias”. Este año, 2010, al contrario, el INAMI abrió las puertas de los centros de detención para migrantes de México: en Tapachula y en la Ciudad de México. “No sabemos por qué este año se nos abrieron las puertas, probablemente porque ahora sí contamos con una red muy vasta de organizaciones y personas que nos apoyan y esto nos permite ejercer mayor presión sobre las autoridades”. Tanto es así que este año, la CMC fue recibida en todos los espacios institucionales más importantes: Congreso de la Unión, INAMI, Centro Nacional de Derechos Humanos (CNDH).

A pesar de lo anterior, Nelly Santos no se deja engañar: “Hubo mucha abertura por parte de las autoridades, pero sabemos muy bien que lo hicieron ‘bien’ porque todo está ‘mal’. Nos enseñaron lo bonito, pero nosotros sabemos que no es así. Nuestros migrantes nos cuentan otras cosas, nos describen una realidad mucho peor de la que nos dejaron ver: ¡no nos vamos a chupar atole con el dedo!”. Y de los centro de detención afirma: “Nos trataron muy bien, se vio todo muy bonito, pero la verdad es que aunque las jaulas sean de oro, no dejan de ser jaulas”.

Lo anterior se confirma en el testimonio que dejó a Desinformémonos Marta Sánchez quien es miembro del Movimiento Migrante Mesoamericano y organizó, junto a Padre Nieto, Elvira Arellano y otros, el recorrido de la Sexta CMC en México: “Después del recorrido por el centro de detención de la Ciudad de México, nos sentamos en una mesa de trabajo con el nuevo Comisionado del INAM (Salvador Beltrán del Río)”. Continúa la activista: “Nos relató reiteradamente lo que con el recorrido nos había demostrado: instalaciones perfectas, servicio medico inmediato y completo, comida de lujo, actividades manuales para las detenidas, jardín infantil con cantos y juegos para menores. Todo perfecto”.

Sin embargo, denuncia Marta Sánchez, “no vimos migrantes”. Vieron sólo a dos mujeres y no les permitieron ver a los hombres “porque tenían problemas”. Sin embargo, algunos hombres detenidos encontraron la manera de “colarse a través de un recodo en las rejas para llamarnos, entregarnos papelitos con sus nombres y dejarnos saber que las cosas no eran como nos las estaban pintando”. Según Sánchez, los migrantes denunciaron maltratos, amenazas, y que no les permiten comunicarse con el exterior.

Uno dijo que los guardias lo habían amenazado y que le habían dicho que “no saldría de allí nunca”. Por otro lado, cuando las mujeres de la CMC denunciaron que los migrantes que regresan a Honduras reportan malos tratos de las autoridades mexicanas, Beltrán del Río les habría contestado: “No les crean nada”. Al contrario, Nelly Santos prefiere creer a los migrantes que regresan. Éstos denuncian todo tipo de abuso, comenta la madre hondureña. “Es difícil distinguir a delincuentes y policías, pues a veces son lo mismo”, dice.

De la visita a la estación migratoria Siglo XXI de Tapachula, el más grande centro de detención para migrantes de América Latina, Elvira Arellano reportó: “Fue algo grande porque históricamente es muy difícil que te dejen entrar a esos lugares, las madres estaban muy emocionadas, fue toda una sorpresa para los migrantes detenidos saber que madres están buscando a sus familiares, empezaron a hablar los migrantes con tanta confianza […] (los migrantes) se quejan de la falta de sensibilidad por parte de sus consulados los tienten completamente abandonados”.

La CMC visitó plazas públicas en donde se instaló con todo y sus decenas de fotografías. Intercambiaron pláticas con la gente de los distintos pueblos visitados, recaudaron información y “pistas”. Visitaron panteones y las muchas fosas comunes que hospedan los cuerpos de cientos de migrantes muertos y sin nombre. Caminaron las vías del tren y encontraron decenas de migrantes que con ellas se quejaron.

Los desaparecidos

“Cuando mi gente migró en esos años (años 90), no existían las facilidades para comunicarse que hay hoy. En ese tiempo muchos ni teníamos electricidad. Para la gente pobre eso no existía. Los correos mismos que se enviaban no siempre llegaban, pues los carteros a veces se roban los sobres cuando éstos contenían algún dinerito. Para nosotros son ‘desaparecidos’ porque no se comunican con la familia. Y luego, muchas veces tras años, las cosas cambian: uno cambia de casa porque no tiene ya para pagar la renta (el alquiler) y no tiene manera de comunicar a su familiar el cambio de domicilio y de teléfono. Y no siempre lo hacen porque quieren, ¡la mayoría de las veces es porque no tienen dinero para comunicarse!”.

Habla Nelly Santos quein afirma también que el avance tecnológico las ha ayudado mucho y el número de “desaparecidos” ha disminuido, por eso, hace unos años, afirma, comenzaron a decir que ya no había “desaparecidos”. Sin embargo, “desde hace unos cuatro años más o menos que comenzaron los secuestros de migrantes en México, tenemos nuevamente desaparecidos y tenemos miedo que hayan sido secuestrados y masacrados, como sucedió en Tamaulipas”. Y añade: “Lo de los secuestros lo veníamos denunciando desde hace mucho tiempo, pero eran casos aislados y nuestro gobierno siempre se ha desentendido del problema y no nos daba dinero para repatriar a los cadáveres. Tuvimos que organizar eventos de solidaridad para recaudar fondos para regresar cuerpos de nuestros migrantes a sus familias”.

Los demás cuerpos, se sabe, están en las fosas comunes en México. “En Ciudad Hidalgo, por ejemplo, hay una muy grande, en donde hay cuerpos sin nombre: tienen X por nombre y por apellido. Lo único que escribieron es el sexo”. A este propósito, Nelly Santos explica que antes la mayoría de migrantes (y por consecuencia de desaparecidos) eran hombre. “Hoy la cosa cambió ya que que son cada vez más las mujeres e inclusive los niños que migran”. En las listas que manejan las madres de la CNC hay efectivamente dos adolescentes que migraron a la edad de 13 años (un niño) y de 17 años (una niña) “para buscar a sus padres”.

Este último caso es narrado por Nelly Santos: “Ella salió de Honduras y fue secuestrada y vendida en Guatemala en un burdel llamado ‘Eclipse del amor’. Había un amigo que estaba enamorado de ella y que viajaba regularmente a Guatemala a trabajar en la industria cañera (de caña de azúcar). La fue a buscar y nos mantenía informados de la situación de la muchacha. El caso fue que un policía llegó a conocer a la joven, se enamoró de ella y juntos se vinieron a México donde se casaron. Hoy la madre de la adolescente, que es parte de nuestra organización, viene a México a visitarla regularmente”.

El Tribunal de Conciencia de los Pueblos en Movimiento

En el marco del Foro Mundial Alternativo de los Pueblos, se organizó el Tribunal de Conciencia de los Pueblos en Movimiento (TCPM) que sesionó durante tres días, del 4 al 6 de noviembre, en la Ciudad de México. En el estuvieron involucrados los miembros de al menos 500 organizaciones sociales, de derechos humanos y activistas a vario título del movimiento de solidaridad con los migrantes, todos procedentes de 60 países del mundo. Tras la sesión preliminar llevada a cabo en Quito, Ecuador, en ocasión del Cuarto Foro Mundial de Migraciones del 8 al 12 de octubre de 2010, el TCPM presentó casos que involucró en demandas específicas a 20 gobiernos de respectivos países del mundo, entre los cuales Estados Unidos (EU), el mismo México, distintos países de Centroamérica, Libia, Israel, Sudáfrica, Filipinas y la Unión Europea, particularmente el Estado español, Francia e Italia.

Con una referencia explícita a la experiencia del Tribunal Permanente de los Pueblos (TPP) con sede en Roma, Italia, el TCPM reunió casos y demandas que impiden “el derecho a la libre movilidad humana (libre circulación y tránsito), misma que incluye tres dimensiones: el derecho a migrar y permanecer; el derecho a no migrar; y el derecho a no ser desplazados”. En este contexto, salieron a flote muchos casos que fueron expuestos, analizados y juzgados en los tres días de sesiones que se dividieron en analizar las violaciones en América del Norte (Canadá, Estados Unidos y México), América Latina y Europa.

Fueron denunciados los casos “mexicanos” del amenazado desplazamiento provocado por el proyecto de la presa La Parota en el estado de Guerrero, en el sur mexicano. Se denunció el caso de acoso que sufre el Municipio Autónomo de San Juan Copala así como las amenazas que aún penden encima del pueblo de San Salvador Atenco. Se denunciaron los casos de separación de familias: el caso de Elvira Arellano deportada de EU y separada de su hijo; el caso de Elizabeth León Medina, deportada y maltratada por las autoridades de Canadá; el caso de David Lawrence Green, deportado después de ser adoptado y llevado a Nueva Yor donde vivió 29 años desconociendo su origen mexicano; el caso de Doña Cirila, indígena chatina del estado de Mississipi, EU, a la cual le fue quitada su hija recién nacida (dada en adopción a una pareja estadounidense), por “falta de idioma inglés”.

A su vez, salieron los casos de los potenciales desplazados del Movimiento Justicia del Barrio de Nueva York, los casos de desplazamiento forzado de afro-descendientes e indígenas a causa del control paramilitar en Colombia, el caso del pueblo Mapuche y de los campesinos desplazados en Brasil. Se habló de política migratoria europea y del pueblo Saharaui, así como de la tragedia en la Franja de Gaza y de la problemática de los ex-braceros mexicanos que, tras trabajar de jornaleros en Estados Unidos en los años 60, aún no perciben los fondos de ahorro que por ley les corresponden. Finalmente, se realizó un informe especial acerca de la masacre de 72 migrantes ocurrida en el estado de Tamaulipas el verano pasado.

Problemas comunes

Un aspecto particularmente interesante del TCPM fue llegar a la conclusión que existen muchos factores comunes entre los casos, en ocasiones tan distintos, que se presentaron. Más allá del carácter de injusticia que existe tras cada caso, el TCPM identificó algunos aspectos más específicos. Los miembros del Tribunal relataron los que llaman las “principales problemáticas comunes que plantean que las violaciones a derechos humanos, laborales, sociales y culturales se presentan de manera múltiple lo cual nos lleva a establecer que dichos conflictos afectan a todas las personas migrantes con o sin papeles”.

En particular, el TCPM señaló la relación estrecha entre procesos de resistencia y desplazamiento forzado, sobre todo “en contextos de devastación ecológica y/o de luchas por la libre determinación”. Indicó además la existencia de un patrón común que se expresa a través de la imposición de políticas neoliberales y de criminalizaciones de luchas de resistencia y luchas sociales en general. En este aspecto, hay una práctica común a lo largo de todos los casos, y por ende de los territorios involucrados, de “escarmiento de comunidades en resistencia, expulsión sin debido proceso de activistas solidarios internacionalistas asesinatos y golpizas, tortura sexual y violaciones sexuales de mujeres detenidas como estrategia de guerra contrainsurgente de baja intensidad en contexto urbano”.

Otro aspecto señalado fue respecto a las muertes de migrantes en todo el mundo. En este caso, indica el TCPM, “es necesario exigir la exhumación para los familiares que así lo deseen para que puedan llevarlos a su tierra de origen y asimismo visualizar que es un problema generalizado”. De ser poco, se identificó la existencia de un patrón común en lo que tiene que ver con las detenciones de migrantes que reciben “tratos crueles e inhumanos, equiparables a tortura y crímenes de lesa humanidad”. Asimismo, se señaló la violación generalizada de los derechos laborales de los migrantes víctimas, a su vez, de una general política de “exportación de mano de obra forzada”.

Rumbo a la COP16 en Cancún

1 novembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de noviembre de 2010.
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México, DF. Del 29 de noviembre al 10 de diciembre próximos, se llevará a cabo la 16 Conferencia de las Partes (COP) sobre Cambio Climático, reunión convocada por la Convención Marco de Naciones Unidas para el Cambio Climático (CMNUCC), en Cancún, Quintana Roo, en México. La mejor conocida como COP16 tratará, según las intenciones declaradas por parte de los 192 países que en ella tendrán representación, de llegar a un acuerdo multilateral que sustituya el próximo a vencer Protocolo de Kioto, que fue firmado en 1992 en la Cumbre de la Tierra y que aborda la reducción de las emisiones de Gases de Efectos Invernadero (GEI).

Así como los gobiernos del mundo parecen concentrar su atención por el medioambiente en la próxima reunión en Cancún, así la sociedad civil mexicana e internacional hicieron de la reunión de la COP16 parte fundamental de su propia agenda. En ella, sin embargo, no se habla de cambio climático, sino más bien de “crisis ecológica y climática”, abriendo el camino a un debate más complejo que impone en las mesas de discusión, tanto los derechos de la Madre Tierra, como de los pueblos que en ella viven.

Con agendas múltiples y ricas en iniciativas, distintas organizaciones sociales, movimientos ecologistas y campesinos, movimientos autónomos y ONGs se están dando cita en Cancún para protestar ciertamente, pero también para proponer alternativas válidas a las que definen las “falsas soluciones” promovidas en las sedes oficiales de la COP. Al mismo tiempo, las organizaciones sociales que se preparan para “tomar” Cancún en los días de la conferencia internacional, en especial las que son parte del movimiento social mexicano, pretenden aprovechar la ocasión de los “ojos del mundo” concentrados en México para mostrar la realidad de un país especialmente víctima de la crisis ecológica, misma que el gobierno federal mexicano esconde y, en su caso, niega reprimiendo a los movimientos que protestan.

Tras el fracaso de la anterior reunión de la COP en Copenhague, Dinamarca, el año pasado, que produjo – por iniciativa de únicamente cinco países, China, Estados Unidos, India, Brasil y Sudáfrica – sólo un documento de tres hojas – el “Entendimiento de Copenhague” – que no obliga a ninguna de las partes a su cumplimiento, la COP16 se presenta como el enésimo potencial parteaguas para salvar al planeta y a la vida del “cambio climático”. A pesar de lo anterior, múltiples declaraciones, tanto de representantes del gobierno mexicano, anfitrión de la conferencia, como de otros actores gubernamentales involucrados en el proceso, apuntan a acotar los posibles resultados concretos de la reunión. Por el contrario, para los movimientos sociales globales, ésta representa una ocasión más para insistir en que “no hay que cambiar al clima, hay que cambiar al sistema”.

Los movimientos

El panorama de las agendas de los movimientos sociales rumbo a las actividades alternas a la COP16 se ha enriquecido en los últimos meses con decenas de actividades y propuestas. Aunque en un primer momento pueda parecer que el movimiento esté dividido, la realidad habla de una vasta y rica complejidad que refleja totalmente el gran abanico de organizaciones y posturas existentes en México y en el mundo. Con todo lo anterior, las distintas agendas del movimientos rumbo a la COP16, según declaran los protagonistas de sus formulaciones, coinciden en que no se puede hablar de “cambio climático” porque ello sería reducir el problema, hacerlo más simple de lo que es. Hay que hablar de “crisis ecológica”, insisten los movimientos, y dicha crisis hay que insertarla en la más compleja “crisis multidimensional” por la que está atravesando el mundo. Dicha coincidencia no es poca cosa, pues gracias a ella, el movimiento social internacional supera las aparentes divisiones entre “ecologistas” y “movimientos sociales”, los primeros supuestamente ajenos a los temas de la “justicia social”, los segundos menospreciadores del tema “ambiental”.

Al mismo tiempo, las distintas agendas del movimientos coinciden en la formulación de propuestas concretas de actividades a realizarse en los días de celebración de la COP16. Espacios distintos entonces, pero incluyentes al mismo tiempo y con un horizonte común en contra de las “falsas soluciones” (el Entendimiento de Copenhague, pero también los llamados “bonos de carbono” y los acuerdos REDD y sus evoluciones) y de los espacios “no democráticos” como es la COP, pero también en favor de la autonomía de los movimientos y sus agendas, con propuestas en contra de la crisis ecológicas, que van del llamado “decrecimiento” hasta “la vía campesina al enfriamiento del planeta”, de “las enseñanzas de los pueblos originarios” hasta el radical cambio del modelo de desarrollo capitalista e industrial.

“Miles de Cancún por la justicia climática”

“Llamamos a los movimientos sociales, a las organizaciones populares y a los pueblos de todo el mundo a organizar el 7 de diciembre 2010, miles de protestas y acciones en rechazo a las falsas soluciones y las soluciones de mercado. Nos declaramos en movilización permanente hasta derrotar las negociaciones de gran mercado en Cancún en diciembre de 2010”. Así termina el comunicado que el pasado 1 de septiembre Vía Campesina (VC), organización campesina internacional, publicó y en el que analiza la situación de las negociaciones internas a la COP y fija su postura. En el documento, la organización campesina apunta que la reunión de Copenhague el año pasado “demostró la incapacitad de la mayoría de los gobiernos para enfrentarse a las causas reales del caos climático”.

Señala además que los países industrializados han convertido a las “negociaciones climáticas” en un gran mercado. Ejemplo de ello, insisten los miembros de VC es el llamado “Mecanismo para un Desarrollo Limpio” (MDL) del protocolo de Kioto que “permite a los países seguir contaminando y consumiendo como de costumbre, a cambio de pagos mínimos para que supuestamente los países del Sur reduzcan sus emisiones”. A propósito de “falsas soluciones”, VC señala también su rechazo a “la iniciativa REDD (reducción de las emisiones por deforestación y degradación)”, ya que “la protección de los bosques y la reforestación de los bosques degradados es una obligación de todos los gobiernos que debe implementarse sin limitar la autonomía, los derechos o el control de los pueblos indígenas y campesinos sobre la tierra y los territorios”.

Al mismo tiempo, VC rechaza el llamado “mercado de bonos de carbono” que “ha probado ser extremadamente lucrativo en términos de generación de ganancias para los inversionistas, sin embargo ha fallado rotundamente en la reducción de gases de efecto invernadero”. Junto a ello, la organización campesina se opone a la geoingegnería que pretende alterar deliberadamente el clima. Sin embargo, VC no se queda solamente en la propuesta, sino que insiste en que “los campesinos podemos enfriar al planeta” y vuelve a presentar la propuesta ya indicada en el año pasado durante la COP15, en Dinamarca. Afirman los miembros de VC: “La investigación científica muestra que los pueblos campesinos e indígenas podríamos reducir las emisiones globales actuales al 75% al incrementar la biodiversidad, recuperar la materia orgánica del suelo, sustituir la producción industrial de carne por una producción diversificada a pequeña escala, expandir los mercados locales, parar la deforestación y hacer un manejo integral del bosque”.

En entrevista con Desinformémonos, Alberto Gómez, responsable por la región América del Norte de Vía Campesina, afirma que en la Conferencia de los Pueblos realizada en Cochabamba, Bolivia, el pasado mes de abril, la organización tuvo una reunión global para definir su agenda rumbo a la movilización en ocasión de la COP16. “Hemos decidido convocar a la movilización global de la organización”, explica, “ya que no toda la Vía Campesina podrá estar en Cancún”. Con la consigna de “Miles de Cancún”, Gómez explica que se comenzó ya a trabajar en muchos países en donde la organización tiene presencia para preparar movilizaciones locales que “ofrezcan un marco a las protestas en México”.

Añade que rumbo a Cancún, además de tener una amplia agenda de actividades, lo principal “es informar a la gente”. Señala que la gente, “el pueblo”, está sintiendo la problemática, la está sufriendo, “pero no tiene la información suficiente para relacionar las cosas”. Abrir el debate entre las cientos de organizaciones y resistencia existentes en México que se oponen tanto a los “megaproyectos” como las consecuencias de la “política ambiental” del gobierno es medular para Vía Campesina. “Tenemos que informar a la gente, que sepan que todo es parte del mismo problema, pues informando tendremos las herramientas para organizarnos”, concluye.

Con respecto a otros espacios de organización rumbo a las movilizaciones de Cancún, Alberto Gómez resalta el vasto abanico de propuestas e iniciativas. Sin embargo, Vía Campesina buscó tener una agenda propia con el afán, eso sí, de encontrar puntos de coincidencia “más adelante”, ya próximos a las protestas de principio de diciembre. “Trabajamos todos, organicémonos, realicemos cada quien nuestras actividades, sólo así vamos a tener puntos de encuentro y articulación en Cancún”.

La agenda y los aliados

Vía Campesina tiene un firme aliado en la Asamblea Nacional de Afectados Ambientales (ANAA). Junto a ella, y a otras organizaciones como son la Red en Defensa del Maíz, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE) y el Sindicato Mexicano de Electricistas (SME), la organización campesina está organizando unas caravanas que no sólo llevarán sus contingentes a Cancún para organizar el “Foro Alternativo Global por la Vida, la Justicia Ambiental y Social”, del 3 al 8 de diciembre, sino también para hacer visibles “las luchas locales contra las injusticias sociales y ambientales”. Las cinco caravanas previstas “denunciarán la apatía generalizada con respecto a los escándalos socio-ambientales actuales, así como la manipulación del gobierno mexicano para implementar mega-proyectos que realmente devastan comunidades y el medio ambiente”.

Saliendo de distintos puntos de la república mexicanas (Jalisco, San Luis Potosí, Guerrero, Oaxaca y Chiapas), las cinco caravanas contarán con la participación de los movimientos sociales de Canadá y Estados Unidos, además de muchas organizaciones de otros países del mundo. Un actor principal en la organización de este esfuerzo que se realizará a partir de finales de noviembre para converger primero en la Ciudad de México (con la prevista movilización del día de 30 de noviembre) y luego en Cancún el 3 de diciembre, es, junto con VC, la ANAA. Dicho espacio social, organizado alrededor de decenas de luchas locales en defensa del territorio y en contra tanto de los mega-proyectos, como de sus consecuencias, tuvo su Sexta Asamblea Nacional los pasados días 11 y 12 de septiembre. Reunidos en el municipio de Magdalena Ocotlán, Oaxaca, los más de dos mil asistentes produjeron un pronunciamiento muy significativo.

En él, los integrantes de la ANAA afirman que sólo en el último año, dicha Asamblea acogió “a decenas de nuevos escándalos de injusticia ambiental, social y climática por diversas regiones del territorio nacional”. Dicha devastación, denuncia ANAA, está “incluida dentro de la actual política de destrucción nacional del mercado interno, de la industria y la agricultura soberanas, así como asociada a la indefensión de millones de migrantes mexicanos y centroamericanos, a la carnicería humana que ha desatado la supuesta guerra al narcotráfico, a los interminables asesinatos de periodistas, al comercio sexual de personas y menores de edad, y tantos otros crímenes e injusticias que en este Bicentenario ponen de manifiesto la situación de extremo peligro en que se encuentra México”.

Entre las muchas denuncias que realiza la ANAA es importante mencionar los “atroces asesinatos” sufridos por parte de muchos activistas ambientales y sociales en México: “Mariano Abarca, en Chicomuselo, Chiapas, muerto por oponerse al proyecto minero de la empresa canadiense Blackfire, Miguel Ángel Pérez Cazales, del pueblo de Santa Catarina, en el municipio de Tepoztlán, Morelos, por oponerse a al especulación urbana con las tierras del Texcal en las inmediaciones de la ciudad de Cuernavaca, así como de Beatriz Cariño y Jiri Jaakola, en San Juan Copala, por oponerse a los asesinatos previamente ocurridos en contra de los miembros de este municipio autónomo de Oaxaca”.

Junto a ellos, el pronunciamiento de la Asamblea señala a la “muerte silenciosa” de decenas de personas que sobrevienen, entre otras causas, por efecto de la pandemia de insuficiencia renal, que junto a otras enfermedades degenerativas ocurren en las riberas del río Atoyac, en Tlaxcala, del río Santiago, en Jalisco y de los ríos Blanco y Coatzacoalcos, en Veracruz. Todas estas muertes, afirman, son “debidas a las descargas industriales no controladas en sus cauces”.

La ANAA denuncia los cientos de proyectos de minería a cielo abierto que están destruyendo al territorio mexicano, así como el hecho que el gobierno mexicano “no ha atendido ninguna de las demandas de las 26 comunidades afectadas por las mega-granjas de cerdos de la empresa Granjas Carroll de México, propiedad de la trasnacional estadounidense Smithfield Foods”, mismas que se señalaron como causa de la llamada “gripe porcina” (AH1N1). En cambio, señala ANAA, “el gobierno federal se apresta a presentar este puerco negocio como un ejemplo nacional de los llamados Mecanismos de Desarrollo Limpio (MDL)”. Salen a flote luego decenas de otras denuncias en contra de los proyectos de construcción de presas a lo largo y ancho del país, la concesión de nuevos campos experimentales de maíz transgénico “en las narco-regiones de los estados de Sinaloa, Sonora, Tamaulipas y Chihuahua”.

Finalmente, la ANAA manifiesta la decisión de participar, con la Vía Campesina, en las movilizaciones de protesta ante la COP 16 del Convenio de Naciones Unidas sobre Cambio Climático. “La Asamblea Nacional de Afectados Ambientales y la Vía Campesina ya comenzamos a organizar caravanas de visibilización de la situación de injusticia ambiental, climática y social en la que se encuentra hundido México”. Estas caravanas, afirman, pasarán por varios puntos donde hay luchas y resistencias de los pueblos y organizaciones de la Asamblea, para visibilizar la situación de desastre y las respuestas populares que ahí se vive, para denunciar “la grave situación nacional que padecemos” y para establecer nuevas redes locales, regionales , nacionales e internacionales de solidaridad con ellas. “Así construiremos un mapa de la devastación ambiental y social que vamos a denunciar en Cancún, como la verdadera política ambiental y climática del gobierno mexicano”.

“La crisis ambiental es económica”

Andrés Barreda, académico de la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) y miembro de la ANAA afirma que nombrar a la actual crisis múltiple como cambio climático es una “farsa”. Entrevistado por Desinformémonos, el académico mexicano dice que la transformación climática que está ocurriendo es catastrófica, con temperaturas futuras “jurásicas”, miles de millones de vidas en peligro, destrucción completa del planeta. Por lo anterior, “definir todo esto como cambio es banal y muy irresponsable”. Barreda indica que el discurso oficial “evidentemente trata de manipular a la población”. Además, continúa, el problema no es sólo climático, sino “es ecológico, en un sentido total”. Adjunto al cambio climático, “se registra el problema del agua, de la fuerte contaminación ambiental, de las aguas, mares, bosques, etcétera y todas estas crisis están interactuando en complejidad”.

Todo lo anterior (y mucho más), afirma Barreda, está sucediendo y está causando consecuencias terribles para el planeta y la vida. Y sin embargo, denuncia, “todo esto no entra en la agenda del cambio climático (de la ONU), no obstante es parte de una crisis ambiental global del capitalismo”. Por eso, insiste, es importante hablar de la crisis ambiental en un sentido complejo y de ésta junto a las demás crisis, pues “resulta impúdico hablar sólo del ambiente sin tocar el tema de la crisis económica y social que está viviendo el planeta”. Lo anterior, porque “el capitalismo ha tratado de ocultar el eje de esta crisis que es la crisis del modelo de desarrollo de la civilización petrolera”. En otras palabras, afirma, “la crisis ambiental es económica”.

Ya hablando de México, Barreda afirma que Estados Unidos ha podido convertir al país (y a otros, por ejemplo China) en el espacio de desahogo y desplazamiento de sus contradicciones y problemas. Ejemplo de ello es la industria maquiladora y de ensamble automotriz o las modificaciones a la ley que permite la siembra de plantas transgénicas. En suma, afirma el académico de la UNAM, “México, que ya no tiene la ventaja de la mano de obra barata, lo único que lo hace competitivo en el mundo es la desregulación ambiental, lo que convirtió al país en un paraíso de la destrucción ambiental”. Aunado al anterior, México está en la franja del planeta que se prevé más estará afectada por el cambio climático. “No sabemos”, afirma Barreda, “si es peor el cambio climático o el comportamiento de las autoridades mexicanas frente al problema”.

Con respecto a la movilización en el marco de la COP16, Barreda afirma que “se viene el activismo más vivo actualmente en el planeta”. Es un activismo, señala, que ya entendió que el calentamiento global se generó por la “sobre acumulación capitalista”, que “es la crisis del capital la que genera estos problemas”. Por eso, los activistas que llegarán a Cancún tienen “cada vez más claro que el capitalismo es el responsable y que no hay que cambiar al clima, sino al sistema entero”. Añade que “para nosotros (los movimientos sociales) ésta es una gran oportunidad para mostrar lo que está ocurriendo en México”. Por esto, insiste, no sólo “estamos organizándonos para ir a Cancún, sino queremos realizar las caravanas que muestren al mundo lo que sucede”. Además, señala Barreda, tanto la ANAA como otras organizaciones afines están trabajando y solicitando la realización en México de una sesión del Tribunal Permanente de los Pueblos, mismo que debería tocar justamente la temática ambiental y la complejidad de su crisis.

Diálogo Climático-Espacio Mexicano

Junto a Vía Campesina y a la Asamblea Nacional de Afectados Ambientales, existen otros espacios de organización y movilización rumbo a Cancún. Uno de ellos es el llamado Diálogo Climático-Espacio Mexicano (DCEM). Surgido como fusión de Diálogo Climático, espacio impulsado por un conjunto de organizaciones de base en México, y el Espacio Mexicano, nacido alrededor de la articulación de distintas organizaciones cercanas al mundo de las ONGs ambientalistas y sociales. El DCEM se compone hoy de más de 120 organizaciones sociales y ecologistas de México que, juntas, han formulado una agenda propia “que no contradice ni entra en conflicto con las otras agendas”. Se presenta como “un espacio plural y abierto, en el que se expresan distintas opiniones, estrategias y culturas políticas, al mismo tiempo que se articula sobre la base de un claro posicionamiento político para la acción común”.

Consciente de la pluralidad de propuestas frente a la COP16, el DCEM aclara que “si bien en esta confluencia no están todos los movimientos y redes sociales, se acordó mantener (en México y a nivel internacional) las gestiones unitarias, proponiendo que los diferentes movimientos sociales que van a realizar acciones paralelas coincidan en la movilización del 7 de diciembre, se elabore una declaración común, se fortalezca el apoyo mutuo en materia de difusión de las actividades, se hagan labores de prensa conjunta y se coordinen al máximos los debates y paneles, y se respete el papel y autonomía de cada espacio”. La fecha del 7 de diciembre, también señalada por Vía Campesina, se convierte entonces en la fecha símbolo de las próximas protestas en Cancún. Una movilización global se prepara y todos los esfuerzos apuntan hacia ella.

El DCEM reconoce también que “el cambio climático no es un mero problema ambiental sino que es el reflejo de una crisis global con múltiples dimensiones: económica, social, cultural y política”. El problema de fondo, afirma en múltiples comunicados, es “un modelo de producción y consumo injusto y no sustentable, causante principal del cambio climático y las desigualdades sociales, la pobreza, la exclusión, la iniquidad de género y la depredación ambiental”. Y para dejar clara la postura frente a la COP16, dicho espacio afirma que “la propuesta que impulsamos no se circunscribe a la acción coyuntural en las reuniones internacionales, en este caso la COP-16, sino a la construcción de agendas locales y nacionales y su articulación con los movimientos globales por la justicia climática”. Lo anterior, abundan, implica procesos múltiples y descentralizados que incluyen los esfuerzos de muchas organizaciones y movimientos en todos los estados y regiones del país y de todo el mundo.

Con referencia a las declaraciones del gobierno mexicano y otros que buscan minimizar los alcances de la reunión de Cancún e inclusive crear las expectativas de que un acuerdo integral no se logrará, el DCEM afirma que “el movimiento social y las organizaciones civiles mexicanas y mundiales discutiremos en Cancún nuestras propuestas para hacer frente al problema y, a través de manifestaciones pacíficas haremos escuchar la diversidad y pluralidad de nuestras voces”. Además de lo anterior, en un comunicado de prensa con fecha el primero de octubre pasado, dicho espacio organizativo, quien tuvo pláticas y negociaciones con el gobierno mexicano sobre todo acerca de los lugares físicos para la instalación de actividades alternas a la COP16, toma distancia de la Secretaría de Relaciones Exteriores (SRE) del gobierno mexicano quien está al mando de la organización del evento COP16.

“En fechas recientes el gobierno federal anunció la instalación de una “Villa Climática”, espacio en el que pretende combinar la participación de la sociedad civil, con empresas nacionales y transnacionales en busca de negocios verdes”. Lo anterior, señalan, “es totalmente inaceptable ya que además de una intervención innecesaria del gobierno en actividades auto-organizadas, no reconoce la identidad propia de nuestras redes, que si bien son plurales, están unidas por un denominador común: buscar desde la sociedad las soluciones reales para detener el calentamiento global y lograr la justicia climática”. Tras intensas negociaciones, el DCEM logró llegar a un acuerdo con el gobierno federal mexicano para que éste acepte “respetar la autonomía, auto-coordinación e independencia de los movimientos sociales: no habrá presencia policial en el interior, ni procedimientos de seguridad para entrar a este espacio, y los eventos, propaganda y exposiciones empresariales, así como las actividades mediáticas contratadas por el gobierno será en otro lugar de la ciudad”.

Dentro y afuera de la COP

Alberto Arroyo, miembro de la Red Mexicana de Acción Frente al Libre Comercio (REMALC), a su vez parte del DCEM, afirma que el DCEM, además de la agenda de actividades rumbo a la COP16, está articulando relaciones con el movimiento internacional. Entre las organizaciones del mundo que se estarían relacionando entre sí, figuran la Alianza Internacional de Habitantes, la Alianza Social Continental, Amigos de la Tierra, la Campaña Mesoamericana para la Justicia Climática, Convergencia de Movimientos los Pueblos de las Américas, Jubileo Sur América, Marcha Mundial de las Mujeres, la Confederación Sindical de las Américas, entre otras.

En entrevista con Desinformémonos, Arroyo explica que en Cancún se realizarán tres tipos de actividades. Por un lado, la movilización tanto en Cancún como descentralizada en el país (México) y en el mundo finalizará en la cita internacional del día 7 de diciembre. Para ello, cuenta el activista mexicano, “se está preparando una caravana que llegará de la zona andina del continente, cruzará toda América Central y alcanzará Cancún”. Por otro lado, continúa, “habrá un Foro sobre Justicia Climática, que tendrá distintos tipos de paneles y eventos autorganizados”, y, junto a ello, “se está organizando una sesión preliminar del Tribunal de los Pueblos sobre Justicia Climática”.

Cuenta Alberto Arroyo que muchas organizaciones del DCEM “tendrán tanto gente afuera (de la sede de la COP) como adentro”, por lo que esperan poder “tener ese contacto entre ambas partes”. La relación con el interior de la reunión es un tema importante según Arroyo. “A diferencia de otras reuniones internacionales, aquí sí hay que llegar a un acuerdo formal internacional entre los gobiernos”. Por eso, afirma, “es importante el diálogo con los gobiernos y el trabajo adentro de la COP es más central que en otras ocasiones”. Lo anterior, aclara, “se consigue sólo con la presión social, por eso estamos organizando las movilizaciones afuera de la conferencia”.

Acerca de las propuestas del DCEM, el activista de REMALC fija la posición de este espacio organizativo. “El espacio comparte las propuestas y la postura del documento producido en Cochabamba durante la Cumbre de los Pueblos como punto de partida”. Esto significa, según Arroyo, que “debe de haber consenso internacional alrededor de toda decisión que se tome en la COP; se tiene que llegar a un acuerdo vinculante sobre reducción de emisiones y lo anterior implica repensar radicalmente el actual modelo productivo y de consumo”. Aunado a lo anterior, “hay que impulsar la transición a otra matriz energética y privilegiar la agricultura campesina, la producción local para consumo local”, pues buena parte de las emisiones de GEI se debe a la agroindustria y al traslado de mercancías importadas.

“La dialéctica existente entre movimientos ecologistas y movimientos sociales de matriz económico”, sigue Arroyo, “se ha diluido bastante”. El miembro de DCEM afirma que cada vez hay más conciencia, entre los “ecologistas”, de que la actual crisis ambiental es fruto de una crisis integral que implica muchas dimensiones. Lo anterior “se podría resumir en la propuesta indígena del vivir bien – y no del vivir mejor -, que asume otro modelo de consumo, pues no es viable un planeta en que todos consumimos como Estados Unidos”. La cultura indígena permite hacer converger las dos posturas, afirma Arroyo, aunque admite que hay que plantear una transición, pues no es posible pensar un decrecimiento “parejo” para todos los países. “Los países desarrollados tienen que comenzar, pues tienen una deuda ecológica y climática con el planeta”.

Los anticapitalistas

Un tercer espacio de organización rumbo a las movilizaciones de Cancún es el llamado Espacio Internacional Anti-C@p, sigla que incluye las movilizaciones anti-COP con una postura declaradamente anticapitalista. Integrado por varias organizaciones, algunas de las cuales también son parte del DCEM, como es Marea Creciente, el Anti-C@p mira a Cancún como con una visión netamente anticapitalista. Integrantes de Jóvenes en Resistencia Alternativa (JRA),quienes también son parte de este espacio, afirman que “la COP16 representa una pasarela y un espacio en el que se disputan recursos” por parte de las grandes ONGs dedicadas al tema climático.

Anti-C@p está conformado, continúan, “por colectivos ecologistas, anticapitalistas y promotores de tecnologías anti consumo” entre los que figuran la Zona Autónoma Makhnovtchina, Acción Directa Autogestiva (ADA), los miembros del Auditorio Che Guevara ocupado de la UNAM, el colectivo CACITA, el Centro de Medios Libres de la Ciudad de México, el Frente Amplio Contra de la Supervía Poniente de la Ciudad de México, entre otros. Todas estas organizaciones denuncian que en las conferencias como la COP “no está representada la gente de base, ya que adentro de la conferencia se desarrolla más bien una especie de burocracia ongera”.

Los “colectivos autónomos y anticapitalistas” que conforman la Anti-C@p afirman tener relación con los demás espacios rumbo a Cancún, en especial modo con Vía Campesina y la ANAA. A diferencia de ellos, sin embargo, marcan la distancia de los gobiernos que se reunirán durante la COP16. “La conferencia de la ONU no es un interlocutor para nosotros”, pues el cambio climático “no es asunto de cumbres, aquí lo vivimos diariamente”. A pesar de lo anterior, Anti-C@p reconoce que la movilización de Cancún puede representar “un momento alto” en la articulación de movimientos sociales a nivel global. Impulsar convergencia entre los movimientos, es la consigna de Anti-C@p, “para hacer visibles los impactos de las políticas capitalistas”.

En particular, la oposición a la COP se concreta en una crítica profunda y articulada a las llamadas “falsas soluciones” y a los “negocios de las grandes ONGs”. La oposición neta al neoliberalismo que Anti-C@p reivindica se traduce en una crítica también al mensaje que la COP maneja. “Ellos (los de la COP) se apropiaron del discurso sobre el cambio climático. Con sus discursos buscan la creación de un imaginario de unidad para luego promover al llamado capitalismo verde”. En este contexto, Anti-C@p denuncia también al rol que está jugando el gobierno mexicano, mismo que trata de presentarse como un gobierno preocupado por el tema ambiental y con soluciones.

“Nosotros queremos cuestionar a la agenda de la COP” e imponer la agenda de los de abajo, afirman. Se reconocen en el espacio político marcado por la Otra Campaña, aunque, hasta ahora, ésta no haya adherido oficialmente a ningún espacio rumbo a la movilizaciones de Cancún. Anti-C@p también está organizando su propia caravana, la cual saldrá tras la marcha prevista por el día 30 de noviembre en la Ciudad de México. Según sus organizadores, la caravana estará compuesta por “estudiantes, amas de casa, niños y toda la gente que quiera sumarse”.

Junto a Marea Creciente y a ADA que organizaron la primera Convergencia Climática Regional en el estado de Puebla, Anti-C@p está organizando otras tres Convergencia en distintos puntos de la república mexicana. La primera, en orden de tiempo, se llevará a cabo a principio de noviembre en la localidad de Atenco, con la participación activa de la organización anfitriona, el Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT). Otra Convergencia se está organizando en la ciudad de Mexicali, a la frontera con Estados Unidos, y otra más en la comunidad de Acteal, en el estado de Chiapas.

Junto a Marea Creciente y a ADA que organizaron la primera Convergencia Climática Regional en el estado de Puebla, Anti-C@p está organizando otras tres Convergencia en distintos puntos de la república mexicana. La primera en orden de tiempo se llevará a cabo a principio de noviembre en la localidad de Atenco, con la participación activa de la organización anfitriona, el Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT). Otra Convergencia se está organizando en la ciudad de Mexicali, a la frontera con Estados Unidos, y otra más en la comunidad de Acteal, en el estado de Chiapas.

Con un eje que privilegia, según afirman sus integrantes, “la acción directa”, Anti-C@p señala que “ellos (los capitalistas) quieren manejar la crisis climática y social con un nuevo mercado de productos verdes y sustentables, con promesas de soluciones tecnológicas y otras falsas soluciones la crisis climática”. Por eso, convocan a construir “espacios y eventos autónomos, movilizaciones, y acciones para re-apropiarnos del discurso sobre el Cambio Climático y los procesos de adaptación y mitigación de los efectos devastadores del Calentamiento Global en una verdadera búsqueda de Justicia Ambiental y Social”. En Cancún, concluyen, “mostraremos que nosotros somos su crisis”.

Los otros caminos de la distribución de películas en México

1 settembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de septiembre de 2010.
El artículo fue escrito junto a la periodista brasileña Joana Moncau.
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Ciudad de México. “No podemos dejar que las salas cinematográficas, donde mejor se puede ver una película, se queden en manos de unos cuantos como sucede hoy”, afirma Alberto Cortés, director mexicano de la película Corazón del Tiempo (película de amor y resistencia filmada en comunidades zapatistas de Chiapas), estrenada en 2008 en México y que ya dio la vuelta al mundo. El realizador de la que fue la película mexicana más “taquillera” en 2009 en la Cinética Nacional, denuncia que actualmente las salas cinematográficas en México “están sustancialmente en manos de tres grandes cadenas: Cinemex, Cinemark y Cinépolis”.Por su parte, Nicolás Defosse, autor francés del documental “¡Viva México!” que recientemente comenzó una gira en 16 ciudades de México como “otra forma de celebrar el bicentenario de la Independencia y el centenario de la Revolución Mexicana”, señala que en el mundo de la producción alternativa de documentales y videos un problema apremiante es la distribución de los materiales. Desde abajo y caminando junto a las distribuidoras independientes, Nicolás Defosse intenta difundir su nuevo documental acerca del recorrido en 2006 de La Otra Campaña (iniciativa política convocada por el EZLN) y afirma que en los espacios alternativos, “todos se quejan que la distribución está mal, pero en lugar de quejarse, hay que movilizarse”.

Una lucha que hay que dar

Alberto Cortés defiende el derecho que tienen los cineastas de irrumpir en los espacios del cine comercial: “Llegar a una sala de cine, en este país, nos parece que es una lucha que hay que dar”. Y afirma: “Aunque nos parezca un lujo meternos a un lugar al que no correspondemos, la verdad es justo lo contrario, pues el cine es un espacio que era nuestro y hemos perdido”.

“Creo que por entrar a esos cines nuestra película (Corazón del Tiempo) no se descalifica en su discurso ni en lo que hicimos”. Cortés relata que había mucha gente que cuestionaba su decisión de buscar llegar a “la sala grande”. A quienes opinaban así, el director les respond[ia: “Para mi, como cineasta, el reto era precisamente llegar a las grandes salas de cine con un largometraje realizado con actores campesinos, indígenas”.

El director mexicano ganador de diversos premios en festivales de cine, explica que el reto inicial en la producción de Corazón del Tiempo era realizar una película de 35 mm de calidad para que pudiera acceder al público. Escoger este formato fue una decisión estratégica que respondió al deseo de alcanzar las grandes salas de cine en México y en el mundo. Además, con ese formato, “luego es más fácil bajarlo a cualquier otro formato sin perder calidad”.

En México la Ley Federal de Cinematografía, modificada por última vez el 15 de diciembre de 1998, contempla algunos aspectos que no corresponden a la realidad. Alberto Cortés señala, por ejemplo que “las grandes cadenas están pensadas para que exhibir exclusivamente cine estadounidense”. O, mejor dicho, “puro cine de Hollywood”.

La contradicción es que la actual legislación no sólo prohíbe que la distribución de cualquier material fílmico sea obstaculizada, sino que determina que un diez por ciento del total del tiempo de exhibición en los cines debe otorgarse a las películas mexicanas. Lo anterior, por un período mínimo de una semana. En este contexto, Cortés afirma que “nosotros los cineastas tenemos que luchar para no permitir que esas salas se queden exclusivamente para el mercado extranjero. Hay que ocuparlas”.

A la dificultad para ocupar las salas de cine en México, el realizador añade el maltrato que las tres grandes cadenas de exhibición de películas reservan a los cineastas independientes. “Cuando entras a un cine para exhibir tu película, obviamente no te tratan bien”, afirma. Por un lado, cuenta, se trata de resistir las negociaciones que algunos ofrecen: “Por ejemplo, en el Instituto Mexicano del Cine, los carteles de difusión iban a tener el sello del gobierno federal”. Eso, explica, contradecía el sentido de la película protagonizada por artistas de las comunidades autónomas zapatistas, razón por la cual no se aceptaron.

Por otro lado, las grandes cadenas, “que son las que menos arriesgan”, terminan siendo las que más ganan. De la llamada “distribución del peso en taquilla”, al productor sólo le correponde un 20 por ciento. De cada peso, ilustra el también director de Ciudad de Ciegos, 60 centavos son para la sala de cine, el restante se reparte entre el distribuidor y el productor. Otro aspecto de esta situación es el número de espectadores que logra reunir la película. “Si la película no logra un número mínimo de espectadores, te quitan funciones y te meten en unos horarios muy malos, las diez de la noche o a las diez de la mañana”.

Corazón del Tiempo salió con 15 copias en México. El relativamente bajo número de copias hizo que las salas de cine “nos trataran mal. Como no estás saliendo con mil copias, ni estás anunciando en el periódico, pues para ellos no existes”.

Alberto Cortés comenta que aunque “el cine mexicano pasa por una muy buena etapa a nivel mundial, cada cineasta mexicano pelea por esas salas de cine en el país. Corazón del Tiempo ganó esa lucha. Estuvimos en la Ciudad de México 11 semanas consecutivas en cartelera, lo que no es nada fácil para una película nacional”.

Distribución alternativa

Nicolás Defosse, quien justo en este mes de septiembre presenta el documental ¡Viva México!, señala que “desde nuestra trinchera de artesanos del documental, de la fotografía, de las artes visuales, también soñamos con otro país, un país liberado donde sea posible que la producción nacional tenga espacios dignos de difusión”.

La gira que organizó el autor del documental sobre La Otra Campaña en 2006 (que será acompañada por la Expo Foto La Otra Mirada) y que tocará 16 ciudades de México hasta el próximo 30 de septiembre, se trata precisamente de conquistar esos espacios de difusión.

“Esta gira es un intento de romper el cerco de los límites que se presentan a menudo para la difusión del cine y fotografía documental en el país”. Dice el documentalista de origen francés que en México son muchos y muchas los que realizan producciones de cine y fotografía independientes con “exigencia y compromiso, sin embargo nuestro trabajo se muestra poco o para pocos”.

Romper el cerco de la difusión es tarea de los propios autores, sostiene Defosse. “Demasiadas veces el acceso a las pantallas de cine y a las galerías de arte es negado a materiales de este tipo, por intereses comerciales cuando no ideológicos”. Por eso, afirma, “si hemos trabajado más de cuatro años para devolverle al pueblo un pedazo de su historia reciente, no es posible seguir esperando a que un distribuidor se nos acerque”. Es necesario, al contrario, llevar la historia y “el retrato de nosotros mismos a la gente, de ciudad en ciudad, esperando que otros y otras lo lleven a sus pueblos, a sus colonias, a sus escuelas, a sus casas, a sus espacios de vida y de trabajo”. Para el documentalista independiente “la esperanza es que la gente se apropie del trabajo y lo haga suyo”.

La gira de ¡Viva México! tiene entrada libre con el fin de enviar dos mensajes claros: por un lado, dejar claro que si no llega un distribuidor, hay otras opciones. Por el otro, advertir sobre un serio vacío en la difusión en México.

Los otros caminos del cine

Alberto Cortés cuenta que Corazón del Tiempo complementó su difusión “más institucional” con una distribución alternativa “a nivel de calle, a nivel de la gente”. Reivindica que no se utilizó ninguna publicidad pagada y, por el contrario, se logró “construir un mensaje urbano a través del graffiti, el estencil, los murales, los carteles que nosotros pegábamos”. Cortés está consciente de que posiblemente la gente que iba a elegir su película no tendría la posibilidad económica de acceder al cine. Sin embargo, “esa era una pelea que había que dar”, con la claridad de que “no estamos vendiendo para la gran producción sino que queremos un manejo honesto de la película”.

La película estrenó en Chiapas con una gira por los Caracoles zapatistas, gracias también a la producción de un DVD de alta calidad para su difusión y copiado. Al mismo tiempo, explica Cortés, “estábamos construyendo la campaña para el estreno en los grandes cines. Teníamos así dos vías que caminamos al mismo tiempo”.

Por su lado, en un claro e inédito ejercicio de distribución autónoma, las redes alternativas fueron alimentadas llevando copias de la película en formato DVD a los barrios, a los sindicatos, a grupos de indígenas. Tras este esfuerzo, cuenta Alberto, “afortunadamente comenzó a llegar gente a querer difundir la película más allá de nuestras iniciativas”. Así las cosas, Corazón del Tiempo llegó a festivales internacionales, a algunos países de América Latina y a Europa.

Cine popular vs. cine de Hollywood

El director y coguionista de Corazón del Tiempo identifica como otro problema el acceso que se tiene a las salas de cine. “No es sólo un problema de México, pero por la diferencia sociales que existen en el país entre el 85 y el 90 por ciento de la gente en general no asiste al cine, lo que no quiere decir que no vean películas, sino que no van al cine porque éste es demasiado caro”. Una situación que Cortés tacha de “sumamente injusta”.

Al precio del cine – hoy en México alrededor de los 50 pesos (poco menos de cinco dólares estadounidenses) -, dice, “hay que añadir los costos para llegar a la sala… debes tener un auto, pues hay cines que siquiera tienen una entrada peatonal”. Incluso arquitectónicamente ahora ya se puede diseñar para el tipo de persona que se quiere que llegue al cine.

Afirma Cortés que actualmente la tecnología permite, con muy poco dinero, crear una sala de cine. Su consideración va de la reflexión al recuerdo: “Hubo una época del cine en México en la que era un espectáculo popular. El cine era un lugar al que iba todo mundo, era parte de la canasta básica, era contemplado como un bien popular dentro de la economía familiar. Hoy, con lo que se paga por una entrada antes podía entrar una familia entera”.

Con el triunfo del neoliberalismo en México y la llegada de las grandes cadenas durante los años 90s, el cine dejó de ser de acceso popular, es decir, se expulsó a las clases populares de las salas. Hoy, en 2010, “los grandes públicos están atomizados”. Los cines tienen un público acostumbrado al cine de Hollywood: “Van a comer palomitas, a comer dulces”, lamenta el realizador, y aclara que su producción cinematográfica no está dirigida a ese tipo de público. Al contrario, dice, “el auditorio al que apunta Corazón del Tiempo es el de las zonas urbanas, los jóvenes, la gente interesada en lo que sucede en su entorno”.

Quizás Alberto Cortés en el único realizador de cine que abiertamente declara que la llamada “piratería” es una alternativa válida para la distribución. Explica que con Corazón del Tiempo “tratamos de utilizar la piratería en nuestro favor, llevando copias de buena calidad directamente a ese mercado subterráneo, pues lo que más nos importa es que la película se vea bien”.

Pondera: “La piratería está jodida porque no te paga derechos como autor, sin embargo cumple un papel de distribución en México”. Una opción que es necesaria, añade, pues si no existiera cierto material no se vería por ningún lado. Piratería, entonces, pero de buena calidad porque “no es que a la gente le guste ver una película de mala calidad, lo que pasa es que a veces es la única opción y sino la tuviéramos, estaría peor”.

Violencia contra los migrantes en México

1 agosto 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el portál mexicano Desinformémonos el día 1 de agosto de 2010
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Tapachula, Chiapas, México. En la frontera sur de México los migrantes sufren las consecuencias de una ley no escrita que involucra autoridades locales y federales, delincuencia organizada y hasta el ciudadano “de a pie” que encuentra en los ciudadanos migrantes fuente de todo tipo de provecho.

No hay números, no hay estadísticas. No es posible saber cuántos seres humanos cruzan esta frontera, y el número de migrantes que mueren todos los días es un dato que quizás nadie nunca sabrá. Por un lado, los datos oficiales del Instituto Nacional de Migración (INM) no alcanzan a interceptar a todas las personas que de aquí transitan rumbo a los Estados Unidos (EU). Por el otro, aquí el territorio está dividido por una frontera pero pocos asumen la diferencia y la diversidad que esa línea implicaría. Aquí todos pasan, de un lado a otro y viceversa: por sólo 2 dólares, la balsa cruza el río Suchiate y nadie – ni las autoridades mexicanas que vigilan desde el puente – te pide los papeles.

“Quiero ir a Estados Unidos”

Fermina Rodríguez Velasco, coordinadora del Centro de Derechos Humanos Fray Matías de Córdova (CDHFMC) que opera desde 1997 en la ciudad del sur de Chiapas, afirma que Tapachula ya no es el centro de concentración de migrantes que era antes. El paso del huracán Stan en 2005 arrastró las vías del tren que iban de Tapachula hasta el norte del estado, a la ciudad de Arriaga, y esto “descentralizó los flujos migratorios a otras zonas”. A pesar de lo anterior, por aquí siguen pasando cientos de personas todos los días.

En la Casa del Migrante en Tapachula, perteneciente a la Red Casa del Migrante Scalabrini, se hospedan decenas de migrantes que aquí encuentran un techo y un cobijo en su viaje hacia el norte. Reunidos en la calle frente a las instalaciones del albergue, hondureños y salvadoreños sobre todo, esperan seguir en su ruta, que alguien pase por ellos y los contrate para algún trabajo temporal o, simplemente, descansan pensando en el futuro.

Hay muchas ganas de hablar, de contar, de confrontar historias y vivencias. Y no hay competencia: nadie sufrió más, nadie es más experto. Los cigarros que circulan se comparten, la botella de refresco también. La poca comida que llega o que se consigue se distribuye entre todos. Y así, la plática fluye y los migrantes comienzan a contar sus historias.

“Soy Francisco, de Honduras, y estoy aquí porque quiero ir a Estados Unidos”. Cuenta que lo asaltaron y le quitaron el dinero que tenía para el pasaje y ahora “ando consiguiendo para seguir”.

Los asaltantes, explica, estaban vestidos de civil y lo despojaron de todos sus haberes cuando estaba en el tren: “Con machetes nos bajaron del tren y nos quitaron todo. Quien se resistía, lo agarraban a golpes”. Francisco regresó a Tapachula para poder “resolver el asunto migratorio y luego seguir mi recorrido con el tren”.

Ernesto es ciudadano de El Salvador: “Estoy aquí rumbo a los Estados Unidos”. De los peligros del viaje, Ernesto cuenta: “Mira, a uno lo asaltan cuando sale de su país. Luego en la frontera con Guatemala, la policía te pide dinero para dejarte pasar y finalmente hay asaltantes que te quitan el dinero del pasaje, que te ha costado tanto tiempo reunir”.

Ernesto ya estuvo en Estados Unidos trabajando como empleado doméstico en Minnesota. “La migra te cae en la empresa donde trabajas. A mí me sacaron tres veces, y me regresaron hasta mi país”. La última vez que salió de El Salvador fue hace 8 meses y logró llegar hasta la frontera norte de México “pero ahí me agarro la migra mexicana y me encerraron en la estación migratoria, allá en México”. Y añade: “Mi familia dice que estoy loco, pero yo tengo que intentarlo”.

Alberto, de Honduras, se juntó con otros dos hondureños “para que sea más fácil el viaje”. Para conseguir el pasaje, cuenta, “hay que ir andando de un pueblo a otro, trabajar un poco, seguir pasando las montañas, evadiendo los retenes. Es largo el camino”. Sin tren, cuenta, pasar por Tapachula ya no es fácil y hay que viajar con el transporte público. “Aquí nadie te regala el pasaje, hay que tener hasta para pagar la combi. A veces es el mismo chofer que te asalta o te denuncia a la migra. Uno la puede pasar de mexicano, pero a la hora que te piden tu identificación ya valiste”.

Roger Medina Díaz, de 30 años de edad, salió de Honduras hace doce años. “Ya estuve 8 años en New York, de 1999 hasta 2007, cuando me deportaron. Viví en Honduras un rato y ahora lo intento otra vez”. Comenta que ya conoce un poco México: San Luis, Nuevo Laredo, Saltillo, Puebla, y la localidad de Lechería, en el Estado de México, famoso cruce de trenes rumbo al norte. “Lo seguiré intentando, hasta lograrlo”, dice.

“No voltees hacia atrás”

La violencia de la que son objeto los migrantes en México es otro tema que los testimonios tocan con frecuencia. Adolfo, procedente de Honduras, acaba de llegar a la ciudad. “Tengo 30 años”, se presenta. El día anterior a su llegada, denuncia, fue asaltado en Tecún Umán (ciudad fronteriza de Guatemala separada de Ciudad Hidalgo por el río Suchiate). “Me asaltaron al cruzar con la balsa. Hay gente que pide más de la cuenta, pues son 10 quetzales (cerca de 2 dólares)…y nada, me quitaron todo lo que tenía”. Comenta que “es un negocio lo que tienen ahí y sí (el negocio) les da, porque se chingan a la mayoría”.

No es su primer viaje, aclara. En 1997, le tocó “ver una ‘acción’: un chavo llevaba a su hermana y la muchacha no se quiso dejar agarrar y estaba un bato (muchacho) con la escopeta, así – simula tener un arma y apunta al aire-y le disparó. La mató. El hermano se metió y a él también lo mataron. Eso sucedió antes de llegar a Arriaga, aquí en Chiapas”. Su rostro se entristece un momento. Luego continúa: “Que nadie voltee a ver atrás, nos gritaron. Y nadie volteó y los 11 que íbamos seguimos hacia adelante, pues el tren estaba por salir rumbo al norte”.

Entre la violencia, se encuentran abusos de todo tipo. “La primera vez que crucé aquí, en Tecún Umán”, recuerda Luis, migrante de El Salvador, “no conocía a nada y me dijo él de la ‘cámara’ (la balsa construida con cámaras de llanta) ¿Ves aquel de allá? Le respondo que sí. Pues – me contesta – si no me das tanto te entrego a ese tipo”.

En su experiencia, recuerda, está también la frontera norte: “Ya llegué una vez a Nuevo Laredo, pero ahí está difícil cruzar el río, pues están los zetas”.

– ¿Los zetas? ¿O la policía?
-“No, no, los zetas. Lo tienen todo comprado…no comprado, o sea que ya se adueñaron de ello (de la frontera), tienen inclusive casetas, te cobran hasta 2 mil pesos para pasar”.

Roger Medina comenta: “La migra (mexicana) aquí es un poco culera porque nos regresan. Uno anda por el otro lado y estos te regresan. Lo bueno es que no te piden mucho dinero”. Sin embargo, denuncia, “la municipal (la policía local) en cambio sí te pide mucho. Cuando me pararon, la otra vez, me dieron mi paliza para que les aflojara dinero. Me metieron preso dos horas. Ahora ando buscando como llegar a Arriaga para agarrar el tren”. Con tono de voz cada vez más triste añade un último comentario: “No es justo que uno tenga que vivir así, aquí todo es transa”.

Hay también quien se queda en México tras intentar ir al ‘otro lado’. “Llegué aquí cuando tenía 18 años”, comienza Juan, de El Salvador. Llegó joven a México, hace ya 23 años. Recuerda que en ese entonces ”no había ningún problema, uno viajaba a México, Tijuana y luego hasta Estados Unidos. Uno iba y venía sin problemas, no es como ahora que ya lo bajan (del tren) a uno”. Juan hoy vive y trabaja en Puerto Madero, en la costa, a pocos kilómetros de Tapachula.

“Toda mi familia vive allá en Salvador. Son 9 años que no veo a mi mamá y a mi familia allá. Fui militar en Salvador, no hice nada mal allá, puedo entrar a mi país con la frente en alto”. Por la guerra, decidió dejar al Ejercito e irse. Cuenta que ahora está casado con una mujer de Guatemala y está en Tapachula de paso. “Sólo unos días, porque estoy tramitando mi FM (forma migratoria)”.

Ya se siente mexicano y sin embargo, con más de dos décadas en el país, aún tiene que tramitar sus papeles de legal estancia. “Yo ya me siento de aquí. Cuando vuelvo allá (en El Salvador), ya no me siento bien, aunque haya nacido allá, me siento como extranjero, la gente me desconoce. No me tienen confianza como la gente de aquí que me conoce bien. Al ser migrante no soy ni de aquí ni de allá”.

Si nunca has sido pobre….

En la Casa del Migrante hay pocas mujeres, separadas de los hombres. Francia, de 28 años de edad y procedente de Honduras, accede a hablar. Lejos de los oídos masculinos afirma no ser un caso común.

– Yo no voy a los Estados Unidos, entonces no sé si quieres hablar conmigo
– No hay que ir a los Estados Unidos para ser migrantes…

Asienta con la cabeza y comienza su narración: “Vine aquí (Tapachula) a ver a mi esposo que me esperaba. Sus parientes tienen veinte años viviendo aquí. Él los alcanzó y luego me mandó a llamar”. Sonríe, sentada en la banca de la Casa del Migrante, toma su niño, Jeremías de 5 años, de la mano. Lo acerca y luego se acaricia el vientre. “Tengo cinco meses de embarazada”, dice. “Cuando vine a México, mi esposo me rechazó”. Hace 6 meses salió de su país y ahora se encuentra sola.

No parece desanimada, al contrario, la sonrisa sigue ocupando su rostro. “Llegué y (mi esposo) no me quiso. Y después de salir 4 veces embarazada y ahora con este niño – señala el pequeño a su lado -, él comenzó a ser agresivo, no sólo conmigo”. No sabe qué hacer, confiesa, aunque considera quedarse en México pues no sólo logró registrar a su hijo en el país, sino que piensa que “la educación está mejor aquí que en Honduras”.

Otras mujeres no se ven. No hay una opinión compartida acerca de dicha ausencia. Para la mujer es más fácil, opinan, porque cuando pide ayuda a la gente, “le dan más. A nosotros (hombres) nos dan 10 o 15 pesos, a ellas hasta 100 o 200”. La vulnerabilidad de las mujeres es clara: “Sufren más la violencia, eso sin duda”.

“Si preguntas por qué otras personas tienen mejor fortuna que yo – dice Luis, de El Salvador, de 32 años -, porque yo, que soy pescador, no puedo meter una empresa mía, aún con la posibilidad de hacer todos los papeles, porque se privilegian a empresas de otros lados, las transnacionales extranjeras”. En este contexto, afirma el migrante salvadoreño, no teniendo oportunidad “en tu tierra”, es necesario buscar la manera de salir adelante en otro lugar.

Aclara: “No es porque yo me sienta mejor en otro lado, yo creo que cualquiera de nosotros quisiera vivir bien con su familia, en su tierra, pero es algo que uno no tiene la oportunidad de hacer”. Luis mira fijamente a los ojos y afirma tajante: “Si tú nunca han sido pobre, nunca vas a saber lo que nosotros hemos sufrido”.

Hablando de El Salvador, pregunta: “¿Tú crees que El Salvador mejoró cuando le metieron el dólar (en 2001)? Eso no fue ningún futuro, fue futuro para los Estados Unidos, no para nosotros”. Y recuerda que la canasta básica “se fue para arriba y el salario se quedó igual”.

“Pero si vamos a hablar de política –continúa- a uno que no sabe le digo que la política es pura mentira, algo que no existe: si tú te quieres elegir como presidente municipal, le dices a la gente que vas a mejorar las cosas nada más para que te den su voto. Pero cuando ya tienes el poder ya ni te acuerdas de la gente que está necesitada y luchó por ti. Esa gente se muere de hambre todos los días, mientras tú ya tienes tu puesto”.

El migrante aborda también la política del presidente estadounidense Barack Obama. “Cuando Obama ganó yo estaba aquí en México. Él dijo que los migrantes aquí y los migrantes allá, pero no vi nada”. Comenta que desde que tomó el poder la nueva administración en Estados Unidos en 2009 han aumentado las deportaciones y disminuyeron las posibilidades para nosotros”. Acerca de la anhelada reforma migratoria, comenta: “Si hacen esa reforma (migratoria) es para el beneficio de los que están allá, no para nosotros que aún estamos de este lado”.

Según Luis, lo duro es aquí en México, no allá en los Estados Unidos. “Si todo fuera abierto, como dice el Libre Comercio (Tratado de Libre Comercio de América del Norte – TLCAN), podríamos ir y venir, sin problema. Pero no, aquí en México hay muchos retenes”. Y esboza una hipótesis: “Creo que Estados Unidos le paga a México cierta cantidad de dinero por cada migrante que agarran. Lo pagan, seguramente”.

Apariencia física guatemalteca

La campaña política y mediática que se desató alrededor de la ley SB1070 de Arizona ha sido intensa y amplia en los últimos meses. Sin embargo, no se ha pronunciado una palabra acerca de otros casos de detención de ciudadanos mexicanos por su apariencia.

Tal es el caso denunciado el año pasado a través de la queja AJ/22/2009 promovida por el Centro de Derechos Humanos Fray Matías Córdova (CDHFMC) y dirigida a la Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH) con fecha 16 de julio. En ese entonces, el CDHFMC demandaba a la CNDH que investigue los casos de tres ciudadanos mexicanos detenidos por agentes del Instituto Nacional de Migración (INM) e ingresados a la estación migratoria de Tapachula.

En el oficio firmado por uno de los abogados del Centro, Felipe Solís Gutiérrez, se reportan los casos de tres ciudadanos mexicanos (cuyos nombres omitimos por petición de los interesados), originarios de Chiapas, Puebla y Sinaloa respectivamente que, por no presentar el documento de identificación requerido por las autoridades en los puestos de control (credencial de elector) fueron primero detenidos y luego ingresados a la estación migratoria.

Dicha queja encontró finalmente respuesta el 25 de febrero de 2010. En una carta firmada por el coordinador de la Oficina Foránea en Tapachula, Héctor Pérez García, la CNDH informa la conclusión de su investigación, reconociendo los agravios sufridos por los tres ciudadanos mexicanos y reporta que el argumento de los servidores públicos fue “que no respondieron las preguntas que les formulamos sobre su lugar de origen […] y sus modismos son similares a las personas de Centroamérica y tenían acento guatemalteco”. La CNDH, en su respuesta, turna al INM la tarea de castigar eventuales responsabilidades.

No satisfecho, el 11 de mayo el abogado Solís Gutierrez del CDHFMC solicitó la intervención del Consejo Nacional para Prevenir la Discriminación (CONAPRED), que contestó el 27 de mayo pasado enviando una oficio dirigido al Víctor Manuel Herrera De Lira, director de la estación migratoria Siglo XXI de Tapachula. En dicho oficio, el CONAPRED pide al INM que “modifiquen los mecanismos implementados para evitar que los agentes migratorios de dicha estación realicen detenciones de ciudadanos mexicanos por su apariencia física al imputarles la nacionalidad guatemalteca”.

Economía sumergida

La Casa del Migrante de Tapachula, parte de la Red Casa del Migrante Scalabrini que cuenta con cinco casas (en Tijuana, Nuevo Laredo, Tapachula, Tecún Umán y en Ciudad de Guatemala), trabaja también gracias a la ayuda de voluntarios que aportan su labor por un periodo determinado. Ramón García-Rubio Ruiz, ciudadano del Estado español, trabajó durante tres meses en la Casa de Tapachula. Antes, cuenta, trabajó de voluntario en el Centro de Derechos Humanos Fray Bartolomé de Las Casas, en San Cristóbal de Las Casas. Califica su experiencia como positiva ya que en su país de origen y en Europa en general, dice, se conoce poco esta frontera, pues “se habla casi sólo de la frontera norte”.

Tras tres meses de trabajo con los migrantes, García-Rubio Ruiz afirma que entre tantos controles que se encuentran en la zona – hay 6 retenes sólo de aquí (Tapachula) a Arriaga (unos 250 kilómetros más al norte) – para atravesar el río Suchiate no haya ninguna dificultad, pues hay un flujo constante de balsas o en Arriaga hay cientos de migrantes que abordan el tren…y la policía no dice nada.

Sin embargo, lo que más lo sorprende, señala, es el papel que juega México. “Sacan una ley como la de Arizona (la SB1070) y hay políticos, gente del mundo del espectáculo, que firman manifiestos, publican cosas en contra, se llenan la boca de derechos humanos y luego como país receptor de migrantes y de tránsito, México es un país muy racista con los centroamericanos”. Un ejemplo, abunda, es el trabajo que en Tapachula se ofrece a los migrantes. Pasan camionetas frente a la Casa y recoge migrantes para ir a trabajar. “Trabajan de albañiles o de cargadores o de recolectores de fruta. En fin, lo que sea, un trabajo del día. Los empleadores llegan aquí porque saben que aquí hay migrantes y muchas veces no les pagan”.

El voluntario español afirma que alrededor de los migrantes hay una mafia enorme para sacar dinero: “desde agentes migratorios que cobran para dejarte pasar hasta la red de secuestro para extorsionar a la familias”. Finaliza tajante: “Hay una economía sumergida increíble”.

Los derechos humanos en la frontera sur

Fermina Rodríguez Velasco, coordinadora del Centro de Derecho Humanos Fray Matías de Cordova (CDHFMC), describe a la frontera sur de México como un filtro que busca crear una división entre “el migrante bueno y el migrante malo”. Explica que no hay autoridad o grupo que controle el territorio, aunque señala que quizás las autoridades federales son las que más se sienten “amparadas” para cometer abusos. “Si un migrante se va caminando, todo mundo lo para. Lo único que lo puede salvar de ser detenido o interceptado es su buena suerte. Y todos buscan una manera diferente de extorsionarlo”.

Rodríguez Velasco señala que el trabajo del Centro de Derecho Humanos Fray Matías Córdova – cuyo equipo cuenta con abogados y expertos en el sector – se desarrolla paulatinamente debido a que “somos muy pocas las organizaciones que trabajamos aquí y el trabajo es mucho”. La responsable señala algunos obstáculos para el trabajo del CDHFMC, cuyas actividades se centran en un 90 por ciento en atender a los ciudadanos migrantes.

El primer obstáculo sería la participación de las autoridades de distinto nivel en los delitos que sufren los migrantes. “Para ellos (las autoridades) no es nada interesante que un centro participe en la protección de los derechos humanos. En estos momentos, por ejemplo, nos impiden entrar a la estación migratoria. Podemos acceder sólo con personas que ya conocemos, no con la población en general”. De esta manera, las denuncias son más difíciles.

Otro obstáculo que señala Rodríguez Velasco son los medios de comunicación locales. No sólo no difunden la información, sino que se dedican a “desacreditar nuestra labor y nuestro personal”. Por último, señala a la delincuencia organizada como otro obstáculo. “Nunca hemos tenido ataques directos, pero hemos tenido migrantes que nos han contado que los mismos traficantes de personas los mandan a ver qué hacemos”. Admite que “sería muy ingenuo pensar que no estamos observados”.

En diciembre del año pasado, el CDHFMC publicó un informe titulado “Derechos Humanos y Condiciones de Detención en la Estación Migratoria Siglo XXI. Tapachula, Chiapas, México” en el que se analiza la composición migrante en el centro más grande de América Latina de su tipo. “Hemos observado con mucha preocupación que la estación migratoria en un lugar en el que la delincuencia amenaza a los migrantes para que no denuncien abusos. Cuando migración (el INM) detiene a grupos de migrantes, entre éstos se infiltran delincuentes y detectan a quienes podrían denunciar y los amenaza”, afirma la coordinadora del Centro.

El racismo también es objeto de reflexión en el CDHFMC. “Hay racismo en la región inclusive en las autoridades. Cuando hubo la XV Conferencia Regional sobre Migración (CRM), el 20 y 21 de mayo pasado, el entonces alcalde, Ezequiel Orduña Morga dijo que había tres tipos de población migrante: la negra, la gris y la blanca”. Según la declaración del político del Partido Revolucionario Institucional (PRI), “la negra venía a delinquir, la gris estaría de paso y la blanca viene a trabajar”.

Finalmente, Rodríguez Velasco identifica las diferencias entre la frontera sur y la norte de México: “Los casos de violación a los derechos humanos que suceden en esta frontera son poco conocidos: aquí mueren como en el norte, sólo que aquí los entierran en las fosas comunes. Mueren a mano de asaltantes, a mano de la delincuencia y nadie dice nada”.

Articoli Matteo Dean per il quotidiano messicano La Jornada

Justicia y dignidad para los migrantes

28 maggio 20113 commenti

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 28 de mayo de 2011.
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Las recientes movilizaciones por una paz con justicia y dignidad abarcaron un abanico realmente vasto de la sociedad civil mexicana e internacional. No es tan sencillo, en efecto, tanto en México como en el resto del mundo, ver una diversidad y una pluralidad tan extendida y tan comprometida con una iniciativa social como la realizada el 8 de mayo pasado en la ciudad de México y en muchas otras urbes del país y el extranjero. Entre los cientos de miles que se movilizaron cabe destacar y prestar particular atención al “componente migrante” de la marcha que concluyó ese domingo. Un contingente aguerrido, numeroso y digno. Su presencia, sin embargo, no fue casual ni descontada. Fueron las organizaciones de la sociedad civil mexicana –en particular los integrantes del Movimiento Migrante Mesoamericano– quienes, sumándose a la consigna “estamos hasta la madre” lanzada desde las “víctimas colaterales” de la violencia persistente en el país, convocaron a una caravana paralela, mas no alternativa, a la procedente de Cuernavaca: la de los migrantes indocumentados que cruzan al país en los trenes cargueros.

Bajo el lema “los migrantes también estamos hasta la madre”, los organizadores de la peculiar caravana salieron de Ciudad Ixtepec, Oaxaca, cruzaron por Tierra Blanca y Orizaba en Veracruz, llegaron hasta Puebla y luego se sumaron a la caravana que participó el 8 de mayo en la movilización de la ciudad de México. Fueron decenas los migrantes, sin papeles, que salieron junto a otras decenas de activistas y periodistas rumbo a la capital del país.

Los organizadores de la caravana, quienes ya tuvieron experiencias similares en Chiapas y Oaxaca, no sólo proclaman el hartazgo que sienten acerca de los múltiples abusos de que son objeto los migrantes en México; no sólo declaran estar “hasta la madre de los secuestros, las extorsiones, las violaciones, la trata de personas, la complicidad, las excusas y la simulación oficial, de los cientos de cadáveres encontrados en el cementerio mexicano”, sino que también reivindican el papel que asumieron: una especie de “escudos humanos” para los migrantes al momento de cruzar las zonas más “sensibles” del país, los otrora llamados “focos rojos”, como los señaló la Comisión Nacional de los Derechos Humanos.

Más allá de análisis y denuncias, los migrantes junto a los activistas que los acompañaron tomaron en sus manos su propio destino. Partieron en decena, llegaron en 65 a la ciudad de México. No contentos con haber “librado” una de las zonas más riesgosas del país para los migrantes en tránsito, se sumaron a la marcha del 8 de mayo. Todo lo anterior nos habla claramente de tres aspectos que vale la pena tomar en cuenta de aquí en adelante.

El primer aspecto es justamente el digno protagonismo de los migrantes. En este espacio hemos tratado de señalar los casos en los que ellos toman las riendas de su destino y siempre (o casi) nos hemos referido a Estados Unidos y Unión Europea. Es confortante observar que también en México los migrantes tomen la decisión de no aceptar la invisibilidad y la precariedad a la cual parecerían estar condenados los que no tienen papeles. Salir de la fosa común del olvido y la indiferencia para no tener que acabar en las fosas comunes de la delincuencia organizada. El muro del miedo parece haberse derrumbado o, cuanto menos, los migrantes que llegaron con la caravana abrieron en él una grieta importante.

Un segundo aspecto tiene que ver con la muestra de solidaridad activa que los migrantes han mostrado. No se trató sólo de sumarse a una caravana que los llevó hasta la ciudad de México y les permitió sortear los riesgos del trayecto recorrido; se trató también de declararse hartos y demostrarlo con la participación activa en la marcha del domingo 8 de mayo y de tal manera gritar “no están solos” a los miles de migrantes que vienen tras ellos. Lo anterior no es poca cosa y contribuye de manera importante en la reconstrucción del tejido social –invocada por la Marcha por la Paz con Justicia y Dignidad– también en las fragmentadas corrientes migratorias que cruzan nuestro país.

Finalmente, un tercer aspecto que es necesario señalar tiene que ver con el papel de la sociedad civil mexicana. Los organizadores de la caravana han comentado acerca de las solidarias recepciones que han tenido en las distintas etapas recorridas (denunciaron también una tentativa de levantón en Orizaba por parte de gente armada no mejor identificada). Sin embargo, fue justamente la acción de “acompañar” a los migrantes en su recorrido (en el tren) lo que significó para decenas de éstos un acto concreto y esperanzador.

¿Ese es el camino a seguir? No lo sabemos. Habrá que sumar esfuerzos y mejorar la ya aprobada ley de migración recientemente expedida por el Poder Legislativo mexicano. Habrá que insistir en varios puntos –no últimos, la “visa de tránsito” y los operativos de las fuerzas del orden– para que ésta mejore. Habrá también que insistir para que se produzca un viraje radical e integral en la política pública respecto del tema migratorio en México. Por lo pronto, y mientras se ejercen las legítimas y democráticas presiones sobre quien está encargado de legislar y de garantizar la seguridad de las y los migrantes en México, la solidaridad activa luce por su justa y digna búsqueda de paz.

Migrantes en Wikileaks

30 aprile 2011Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 30 de abril de 2011.
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Lo dijimos en múltiples ocasiones: los rechazos en altamar, que el gobierno italiano realiza a costa de cientos de personas migrantes que cruzan en precarias embarcaciones el Mediterráneo con la esperanza –muchas veces frustrada– de alcanzar una vida más digna en Europa, son ilegales. Lo anterior es notorio para cualquier abogado del sector, pues se violan numerosas normativas internacionales, tanto en el ámbito marítimo como en el ámbito del derecho al asilo y al refugio. Sin embargo, el gobierno italiano sigue realizando estas acciones, gracias sobre todo a los acuerdos alcanzados con el régimen de Libia guiado por el coronel Kadafi.

De una u otra manera, el conservador y racista gobierno italiano –con el aval silencioso de sus socios europeos– ha siempre hecho caso omiso a las múltiples recomendaciones u observaciones procedentes de los órganos internacionales de los derechos humanos. Los casos italianos están siendo juzgados actualmente por la Corte Europea de los Derechos Humanos, tras la demanda que 24 ciudadanos de Eritrea y de Somalia presentaron en contra del gobierno de Italia, cuando éste los deportó a Libia en mayo de 2009.

La causa, cuyas sentencia final se espera para diciembre de este año, fue recientemente transferida a la llamada Gran Cámara de la Corte, un órgano compuesto por 17 jueces –en lugar de los siete del primer nivel–, ya que la Corte misma considera que el caso es muy delicado, pues en entredicho estaría toda la política europea de los rechazos, de la cual el caso italiano sería sólo una vertiente. Dicha política, estaría considerando la Corte, contradice frontalmente la Carta Europea de los Derechos de los Hombres, que prohíbe las expulsiones y deportaciones colectivas, reconoce el derecho al asilo y al refugio, y garantiza el derecho de apelación efectiva en caso de violación de garantías.

Desde el 4 de febrero de este año, las partes acusatorias tienen en sus manos un elemento más para justificar su condena a este aspecto de la política migratoria europea e italiana en particular. Este elemento es un cable diplomático revelado por el ya muy conocido sitio web Wikileaks. El cable, fechado el 5 de agosto de 2009 y firmado por el embajador de Estados Unidos en Libia, Gene Cretz, refiere el encuentro entre éste y el alto comisario para los Refugiados en Libia, el iraquí Mohamed Alwash. El representante del Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los Refugiados en el país africano habló con el embajador de un episodio que en su momento levantó muchas protestas en Italia y entre las comunidades migrantes.

Era el primero de julio de 2009 cuando, a unas 120 millas al norte de Libia, en pleno Mediterráneo, la Armada italiana interceptó una embarcación con 89 pasajeros, de los cuales 75 procedían de Eritrea. Cuenta Alwash: Cuando el barco fue interceptado, tres representantes de los migrantes pidieron hablar con el comandante del barco italiano para informarle acerca de su estatus de refugiados, pues muchos tenían la constancia que nosotros les otorgamos en Libia. Pero el comandante fue intransigente, pues afirmó tener la orden estricta del gobierno italiano de regresar a los migrantes a Libia.

El comandante, entonces, ordena a todos los migrantes subir al navío italiano para llevarlos de vuelta. A este punto, cuenta Alwash, los migrantes –sobre todo los eritreos– se rehúsan a acatar la orden y los marinos utilizan la fuerza. Hubo enfrentamiento físicos entre migrantes e italianos que se concluyen con algunos africanos golpeados con palos de plástico y de metal. El saldo, dice el representante de la ONU, es de seis heridos. Algunos pasajeros filmaron con sus celulares lo que estaba sucediendo, por eso la tripulación italiana recogió todos los haberes personales de los migrantes: teléfonos, documentos y otros objetos que aún no fueron regresados, dice el cable.

Calmada la situación, el comandante italiano pide a Libia el envío de un barco para recoger a los migrantes. Las autoridades de Trípoli se niegan y es cuando los marinos italianos deciden dejar a los migrantes a bordo de una plataforma petrolífera italiana (de la empresa paraestatal ENI) posicionada frente a las costas libias. Sólo desde ahí los migrantes pudieron ser devueltos a Libia. Alwash cuenta que dos días después pudo visitar a los migrantes en el campo de Zawiyah y constatar que había una mujer embarazada necesitada de atención urgente. En otro campo, encontró a otros supérstites del episodio, de los cuales seis tenían puntos de sutura en la cabeza.

En otra parte del cable, el embajador refiere que Alwash intentó en más de una ocasión contactar con las autoridades italianas en Roma; sin embargo, éstas nunca le contestaron. El representante de la ONU confía al embajador que cree que el gobierno italiano hace intencionalmente obstruccionismo frente a la ONU. Todo lo anterior lleva a Alwash a pensar que el acuerdo de cooperación entre Italia y Libia para rechazar a los migrantes en el Mediterráneo está violando los derechos humanos de los migrantes y poniendo en peligro a los solicitantes de refugio.

Estas informaciones ya eran conocidas. Lo novedoso de este cable, sin embargo, reside justamente en que será ahora posible llevar como testigo en favor de la demanda que se discute en la Corte europea al propio embajador. Si no él personalmente, al menos sus confidencias al Departamento de Estado de Estados Unidos.

Philip K. Dick, el filósofo escritor

13 marzo 20111 commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 13 de marzo de 2011.
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La reflexión acerca de la sutil frontera que separa lo humano y lo sobrenatural, entre seres vivientes, de carne y hueso, y las máquinas que actúan como si fueran entidades reales y pensantes, atraviesa la mente de la humanidad desde hace mucho tiempo. Dicha reflexión ha encontrado distintos espacios de desarrollo. Las más populares han sido la literatura y la cinematografía. En este sentido, una referencia ineludible es el escritor estadunidense Philip Kindred Dick, quien murió el 2 de marzo de 1982, en Santa Ana, California, a la joven edad de cincuenta y tres años.
Sin embargo Philip K. Dick (PKD), quien escribió y vivió relativamente desapercibido por la gran crítica literaria (con algunas excepciones), trasciende la esfera literaria. Su obra, muy prolífica y contradictoria a lo largo de casi treinta años de actividad, no sólo renueva el género literario en el que se le ha colocado, la ciencia ficción, sino que propone temas, enfoques, puntos de vista (visiones, diría él), que nada tienen que ver con la ciencia ficción clásica, sino con temas que son tocados por otras disciplinas sociales, como la filosofía, y más en específico la epistemología.
Se dice que Dick escribió ciencia ficción. Sus mundos extraterrestres o sus visiones del futuro lo adscribirían a este género tan variado y tan influyente sobre enteras generaciones de jóvenes estadunidenses del siglo pasado. Pero PKD escribe una ciencia ficción peculiar que rompe, antes que todo, con la llamada “época de oro” del género, cuyo maestro principal fue el culto y reconocido Isaac Asimov. Contrariamente a otros autores, PKD rompe con los clichés del género, ya que no presenta héroes resolutorios de invasiones de extraños seres procedentes de otros mundos. Nunca ofrece visiones de un futuro lejano tecnológicamente avanzado en el que el bienestar generalizado es la norma. Es también por esta razón que muchos identifican en PKD a un precursor del género cyberpunk.
PKD nos ofrece un mundo en el que el futuro no es el mañana. El futuro –o más bien el tiempo– es una variable más en la vida humana y se transforma y muta según quien lo mira y lo vive. Sus personajes son personas “comunes”, humildes, dotadas en algunos casos de facultades peculiares, pero que no los hacen mejores que otros, sino simplemente personajes más complejos. La psicología de los personajes se enriquece con la visión psiquiátrica del autor y las contradicciones de los personajes –y sus vivencias– son tales que difícilmente el lector termina en paz con ellos o con los sucesos descritos. PKD es otra ciencia ficción. Es la ciencia ficción del presente sin sentido. Del presente que no espera, sino que tiene frente a sí una utopía pesimista.
La obra
PKD escribió treinta y seis novelas en treinta años y al menos 121 cuentos cortos. A pesar de haber ganado el Premio Victor Hugo en 1963 por la novela El hombre en el castillo, Dick fue por mucho tiempo –hasta después de su muerte– descuidado por la crítica literaria “oficial”. Fue justamente en 1982, pocos meses antes de ese 2 de marzo, cuando un colapso cardíaco truncó su vida, que PKD surgió a la fama internacional gracias a la película Blade Runner, del director estadunidense Ridley Scott. La película, protagonizada por Harrison Ford y piedra miliar del cine de ciencia ficción, toma como inspiración la novela dickiana de 1968 ¿Sueñan los androides con ovejas eléctricas? Aun desvirtuando el contenido real de la novela, la película logra meter en la pantalla grande parte de la obsesión de PKD: la ruptura de la frontera entre ser humano y ser artificial, la sutil línea que debería separar la naturaleza humana de la naturaleza artificial (oxímoron típico de la literatura de Dick), que lleva a mezclar las dos partes confundiendo el sentido último del ser vivo.
El hombre en el castillo (1963) es quizás una de las obras más emblemáticas del autor estadunidense. Típico ejemplo de ucronía, en ella PKD imagina un mundo en el que los alemanes y los japoneses han ganado la segunda guerra mundial y dominan al mundo. Los personajes viven en un Estados Unidos dividido entre las dos potencias ganadoras, atreviendo un paralelo entre la dictadura nazis –similar al imperio soviético– y la dictadura japonesa –más sueva, pero también más sutil y entonces parecida, según el autor, al imperio estadunidense. En este mundo al revés, además, existiría un libro “prohibido” en el que se cuenta la historia de un mundo en el que los aliados han ganado la guerra. El carácter emblemático es enriquecido por el vasto uso por parte de los personajes del antiguo texto chino de las previsiones I Ching.
PKD, con sus obras ha anticipado –como los hacen sus celebérrimos personajes pre-cog – ciertos temas que hoy atraviesan nuestras sociedades. Ejemplo de ello es la novela Fluyan mis lágrimas, dijo el policía (1974) que trata el tema de la importancia central de los medios de comunicación en la sociedad. O, por otro lado, Dick tiene el privilegio de haber descrito con mucha anticipación una sociedad –la nuestra– en la que la tecnología nos invade no siempre con sentido positivo. De esta manera, se podría decir que si Julio Verne predijo la invención de muchos objetos y tecnologías, PKD predijo sociedades enteras. No sólo anticipó la creación de robots o de pastillas “de la felicidad” –el Prozac, por ejemplo– sino imaginó a lo largo de sus obras el futuro alienado y enajenado en el que parecemos condenados a vivir.
La cinematografía contemporánea nunca se atrevió a retomar las grandes obras de PKDUbik –enredada historia de espionaje y contraespionaje industrial suspendida entre vida y semi vida en la que aparecen personajes con poderes “especiales”– o Los tres estigmas de Palmer Eldritch –historia de la guerra comercial entre dos empresarios dedicados a la creación de mundos ficticios a través de sustancias psicotrópicas– o, inclusive, Lotería solar –su primera, alucinada, novela. Al contrario, el gran cine se ha dedicado a rescatar los cuentos de Dick, poniendo en la pantalla grande historias como Total Recall (Vengador del futuro, 1990), filmada parcialmente en Ciudad de México; Infiltrado (2002); Minority Report (2002); A Scanner Darkly (2006), entre otras. como fueron
Un escritor complejo, difícil de interpretar, contradictorio y con un mensaje tan claramente pesimista e introvertido como real e imaginario al mismo tiempo. Un autor que, según las palabras del autor del celebérrimo cómic Maus, relato de un superviviente (1980-1991) Art Spiegelman, fue fundamental en el siglo pasado. Spiegelman decía: “Lo que Franz Kafka fue la primera mitad del siglo XX, Philp K. Dick lo fue la segunda mitad.”
pkd, el filósofo
Philip K. Dick no estudió filosofía en la universidad. Tampoco escribió ensayos y libros de corte filosófico. Sus únicos ensayos los escribió en ocasión de algún fortuito encuentro de escritores de ciencia ficción, o para alguna revista especializada. PKD escribió treinta y seis novelas y al menos 121 cuentos cortos. De su obra, sin embargo, no es difícil extrapolar una idea compleja de la realidad que hace del autor estadunidense un pensador moderno que es posible adscribir al vasto abanico de autores –no sólo literarios– que en el siglo pasado se han interrogado acerca de la realidad, la naturaleza del ser humano y las razones de la presencia del mismo en este universo.
Sus ensayos no contienen tesis que demostrar. Son más bien una colección de ideas muy diversas y desordenadas de un hombre culto que se dedicó a lecturas igualmente desordenadas, condimentándolas con una gran imaginación, sin duda alimentada por su peculiar vivencia –problemas psicológicos constantes, dificultad en las relaciones sociales, abuso de sustancias psicotrópicas, etcétera. Su búsqueda no fue la de examinar conceptos abstractos, de revelar contradicciones, de justificar y defender sus conclusiones críticas. Parece más bien que la única preocupación de PKD fue la de dar forma a su propia “visión” del mundo.
PKD lo dijo tal cual: “Las dos cuestiones que me interesan son: ¿qué es la realidad? y ¿qué caracteriza al auténtico ser humano?” Y, en su diario personal, añadía: “Son ya veintisiete años que publico novelas y cuentos y nunca dejé de investigar estas cuestiones íntimamente ligadas entre sí. Las considero extremadamente importantes.” Hace dos siglo, Immanuel Kant decía, acerca de la filosofía, algo parecido, ya que la definía como “la ciencia de los fines últimos de la razón”. El filósofo alemán preguntaba: “¿Qué puedo conocer, qué tengo que hacer, qué se me permite esperar, qué es el hombre?”
Así las cosas, se podría decir que PKD cumple con los preceptos de esa filosofía occidental ratificada por el filósofo alemán un siglo antes. Sin embargo, el autor estadunidense es un servidor indisciplinado de esa tarea. Sus armas preferidas no fueron la demostración lógica, la especulación erudita y sutil, sino la anécdota obscura y fulminante, la visión que rompe con la imagen más acostumbrada del mundo. De sí mismo PKD decía: “Soy un filósofo-escritor, no un novelista: utilizo mi habilidad de escritor de novelas y cuentos como un medio para formular mi sentir.” Y añadía: “En el centro de mis escritos no hay arte, sino verdad.”
Lo anterior PKD se lo reconoce en general al género literario de la ciencia ficción, cuando éste va más allá de la mera evasión de la realidad. En este aspecto reside quizás la mayor aportación del autor al género literario. La ciencia ficción requiere de “la creación de un universo ficticio, de una sociedad que no existe realmente, un mundo transformado en algo que no es, o aún no es.” Una “transposición fundamentada de la realidad” que es una representación de una realidad posible. PKD insistía en decir que la ciencia ficción debe constituir un estimulo al despertar, en la mente del lector, de pensamientos e hipótesis que hasta ese momento –el momento de leer– no había tomado en cuenta.
Sólo de esta manera la actividad literaria alcanza el fin deseado por PKD, es decir, dar forma a su propio sentir a través de la narración de historias, personajes y situaciones que, aún no perteneciendo a la que con tanta obstinada certeza es llamada “realidad”, pueden tarde o temprano empatar con la verdad. Sin duda una visión peculiar que permite a Lawrence Sutin, profesor y autor estadunidense de una amplia biografía de PKD, comparar al autor de ciencia ficción con los filósofos presocráticos, mismos que exponían sus doctrinas en amplios poemas con ricas metáforas y elementos mitológicos. Con el uso del mito (mythos = “narración”), la búsqueda filosófica se volcaba a la percepción de un origen.
Verdad y locura
Philip K. Dick es reconocido como un autor muy prolífico. No sólo por la importante producción literaria, sino por la que muchos definen como su “funambulesca imaginación”. En sus obras el lector es llamado a vivir las historias –y aventuras también– de los protagonistas “normales”, en ocasiones similares a antihéroes inmersos en universos alternativos, con personajes suspendidos en estado de “semi vida”, rodeados –en ocasiones sin saberlo, siendo ellos mismos– por androides (simulacros, como los define el mismo PKD) con “rostro humano” y por hombres crueles aunque paradójicamente justos.
Al tomar en las manos una novela de PKD, el lector es literalmente “tragado” por las invenciones fruto de una imaginación compleja, siempre lista para ofrecer sorpresa, desencanto y “golpe escénico”. Las historias que PKD cuenta conservan siempre una duda de fondo, una contradicción aparente que confunde en un primer momento, pero que, terminando la lectura, obliga a la reflexión frente una ineludible verdad dickiana: verdad y locura se mezclan siempre. En cierto sentido, se podría afirmar que la obra de PKD ofrece los estímulos hoy en día –en 2011– absolutamente a la altura de esa “crisis de sentido” típica de nuestra época. Las historias de PKD son como caminos trazados en la oscuridad, caminos aún por explorar. Quizás no lleven a ningún lado. Quizás, siendo caminos, llevan en sí la idea de que la verdad es ella misma camino, búsqueda, extravío y estupor sin fin.

Crisis norafricana y migración

6 marzo 2011Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 6 de marzo de 2011.
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Centros de detención para migrantes en LIbia

En la crisis que están atravesando los países norafricanos, un enfoque convocado por los países de la Unión Europea (UE) es el tema migratorio. Los silencios y la inacción europea en estas semanas de rebelión africana no sorprenden y, una vez más, atestiguan el fracaso de un experimento unitario que hasta la fecha no se pudo cumplir. Sin embargo, es justamente la más reciente rebelión la que está hoy poniendo en entredicho la estrategia de la UE. La protesta en Libia –más que otras– está hoy cuestionando de raíz tanto la política migratoria europea como la imagen que se ha construido del fenómeno mismo a lo largo de las dos décadas pasadas.

Mientras en Libia el coronel Kadafi reprime a la población haciendo uso indiscriminado de todas las armas a su disposición –inclusive de batallones de mercenarios extranjeros a los que paga, según testigos directos, cerca de 2 mil dólares al día para matar libios–, la UE tiembla en sus cimientos. No es sólo el temor muy justificado de que las protestas del año pasado –en Irlanda, Grecia, Francia, España e Italia– puedan renovarse esta primavera y cuestionar de manera aún más radical la salida a la crisis propuesta en las cumbres internacionales y luego declinadas con las llamadas medidas de austeridad; es también, y sobre todo, la crisis de la llamada Fortaleza Europa.
Si durante años, los racistas que gobiernan a muchos países europeos han denunciado la excesiva tolerancia hacia la migración indocumentada, hoy lo que sale a flote es la excesiva tolerancia que estos gobiernos y la UE en su totalidad han aplicado a los regímenes norafricanos. Durante al menos dos décadas, la UE ha hecho caso omiso a las violaciones a los derechos humanos, a la falta de todo rastro democrático en los países de la costa africana del mar Mediterráneo. La razón es sencilla y excedió la real politik como hoy se demuestra: Marruecos, Argelia, Túnez, Libia y Egipto eran muy buenos socios en las políticas de control migratorio.
Con el derrocamiento de los regímenes norafricanos entra en crisis la pretendida externalización de las fronteras europeas. Por años los gobiernos europeos se han dedicado a tomar acuerdos para que estos países frenaran a las corrientes migratorias que desde el sur del continente se dirigen a Europa. Dichos acuerdos prevén los patrullajes conjuntos en territorio africano; el suministro de armas e instrumentos de vigilancia; concesión de cuotas de ingreso (de migrantes) a los países cooperantes; concesión de inversiones económicas a cambio de la represión del fenómeno migratorio.
El caso del acuerdo Italia-Libia firmado en 2008 es emblemático en este sentido. El gobierno italiano invirtió miles de millones de euros en Libia a fin de proveer armas e instrumentos de control en la frontera sur de Libia; construyó al menos tres centros de detención para migrantes en suelo africano; pagó vuelos de repatriación de migrantes detenidos en Libia (inclusive hacia países en guerra); tomó acuerdos para la recepción de migrantes levantados (ilegalmente) en las aguas internacionales del mar Mediterráneo; favoreció la deportación de miles de potenciales refugiados que en Libia (país que nunca firmó las convenciones internacionales sobre el tema) fueron detenidos; calló y encubrió el homicidio de cientos de migrantes, abandonados en la frontera sur de Libia, en pleno desierto del Sahara.
Hoy el gobierno italiano levanta el espantajo de una invasión migratoria debida a la crisis en los países norafricanos. Afirman que podrían llegar a las costas europeas entre 300 mil y medio millón de refugiados. Sostienen que la crisis podría causar un verdadero éxodo bíblico hacia el viejo continente. Por lo anterior, el gobierno italiano pide el apoyo de la Unión Europea. Italia, que hizo siempre caso omiso a las condenas de la UE de los mencionados acuerdos con Libia, hoy exige su apoyo. La UE aún no responde.
Sólo la agencia Frontex, meramente militar y encargada de defender las fronteras europeas, hizo eco de las alarmantes declaraciones italianas: podrían llegar hasta millón y medio de personas.
Hasta ahora el temido éxodo no se ha visto. Lo que en cambio se ve es que los tunecinos, los argelinos, los marroquíes, los egipcios, los libios parecen estar ejerciendo el derecho a quedarse y a no migrar forzadamente. Un derecho antiguo siempre violado en la perspectiva de una mejor vida en el El Dorado europeo.
Hoy que la crisis global transforma paulatinamente también a la UE en tierra de sacrificios y precariedad difusa, los ciudadanos norafricanos parecen ejercer plenamente el derecho a decidir dónde estar y a dónde ir. Si durante el apogeo de la globalización hablábamos de libre circulación y de libertad de movimiento, hoy, en la crisis sin perspectivas que vivimos, quizás podemos comenzar a hablar de derecho de elección.
No es el fin de la movilidad humana lo que aquí se describe. Es simplemente su autodeterminación. Las corrientes migratorias hacia Europa no se pararán. Pero la situación actual bien puede permitirnos afirmar que junto a las solicitación de asilo, en los barcos que surcarán el Mediterráneo en los próximos meses se verán reflejadas la rabia y la esperanza de miles de jóvenes ya no dispuestos a la fuga como perspectiva futura y, en cambio, aptos para tomar el futuro en sus manos y ejercer el derecho a elegir.

Ley migratoria en México

29 gennaio 2011Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 29 de enero de 2011.
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El 9 de diciembre de 2010, los seis legisladores (dos del PAN, dos del PRI y dos del PRD) que integran la llamada Mesa de Trabajo en Materia Migratoria del Senado de la República, conformada en octubre pasado y en la cual participa también la Secretaría de Gobernación por conducto del Instituto Nacional de Migración (INM), presentaron una propuesta de ley que abre la puerta no sólo a unas reformas y derogaciones de distintas leyes nacionales que tocan el tema migratorio, sino que plantea la formulación ex novo de una norma en la materia en México.
La cuestión no es poca cosa. Hasta la fecha, el tema migratorio es tocado de manera transversal en distintas normas nacionales mexicanas; sin embargo, falta un texto único en la materia. Desde este punto de vista es sumamente apreciable que de manera unitaria, los tres mayores partidos políticos mexicanos se pongan de acuerdo y soliciten a los poderes legislativos la aprobación de un marco legal ad hoc.
Por otro lado es preciso señalar que era ya imposible para los legisladores postergar una reglamentación a un fenómeno que hasta hace pocos meses sólo se miraba desde el enfoque de la migración de salida. La tragedia (los 72 indocumentados ejecutados en agosto pasado y las cifras horripilantes acerca del secuestro de migrantes, presentadas por organizaciones sociales) orilló a los legisladores a reflexionar sobre las medidas necesarias para atender también otro aspectos del fenómeno: el tránsito, el destino y el retorno.
Ya revisando la propuesta mencionada –compuesta por 164 artículos– es urgente abrir un debate serio, amplio y responsable entre las partes involucradas. Tenemos aquí una primera seria falla, pues la llamada Mesa de Trabajo Migratoria excluyó desde un principio a la sociedad civil mexicana más atenta al tema. Es urgente, por el contrario, incluir a quienes hoy trabajan el tema no desde la posición legislativa ni regulatorio/represiva, sino desde la posición de la comprensión y análisis del fenómeno y, sobre todo, desde el punto de vista de la solidaridad. Si la nueva ley pretende frenar, acotar e impedir los abusos de todo tipo que desde el crimen organizado y hasta las autoridades se pueden cometer en contra de los migrantes, es indispensable recurrir a la acumulación de experiencias y saberes de la sociedad civil organizada.
En este sentido, queremos aquí recoger algunas inquietudes de orden general –el espacio no da mucho más– que comienzan a expresarse en el mundo de la sociedad civil. Antes que todo, la sensación general es que si bien en la exposición de principios y los primeros cinco títulos de la propuesta de ley, todo parece dirigirse hacia un modelo garantista –aun con sus excepciones– de los derechos humanos (por cierto, una terminología que casi nunca se utiliza en el proyecto de ley), el resto de la propuesta no sólo contradice cuanto dice anteriormente, sino parece ratificar las prácticas más comunes y abusivas ejercidas en México.
En general, la propuesta de ley asienta algunos principios muy válidos que reconocen los derechos –también llamados garantías– de los ciudadanos migrantes en México. Aunque se cometan errores garrafales y peligrosos, como es, por ejemplo, no distinguir entre trata, tráfico y secuestro de migrantes, o en otro casos, no hacer suficiente énfasis en que los solicitantes de asilo y refugio son definitivamente una categoría que requiere especial protección, en general los primeros títulos de la propuesta son extremadamente garantistas y parecerían, de por sí, abrir las puertas a un respeto integral a los derechos humanos de los migrantes.
No obstante, la propuesta también pretende introducir algunos de los mecanismos más nefastos de las legislaciones que se tomaron de referencia (sobre todo la europea y la estadunidense). Por ejemplo: la visión principalmente económica del fenómeno; la introducción del sistema de cuotas de entrada, en el que el gobierno fija topes al número de posibles ingresos legales al país tras consulta con las autoridades laborales; la introducción del sistema de puntos para la adquisición de la naturalización antes de los tiempos naturales establecidos (cuatro años); la introducción de medidas que tienden hacia la externalización del control migratorio (controles impuestos a las empresas de transporte); la posibilidad de expulsión para los migrantes sujetos a proceso penal, y en general la delegación que se le otorga al INM con respecto a una amplia serie de decisiones acerca de la suerte de la persona migrante, excluyendo la posibilidad de un control judicial sobre el proceso de deportación, expulsión, detención (aseguramiento, le dicen), verificación y control migratorio, etcétera.
Si bien los señalados sólo son algunos puntos críticos de la propuesta de ley, creemos indispensable que la aprobación de esta novedosa normativa deba de ser objeto de un debate amplio e informado en el que participen necesariamente las organizaciones de la sociedad involucradas en el tema migratorio. No es posible avanzar en la materia sin los aportes de quienes, todos los días, se vuelcan en la defensa y el reconocimiento de los derechos de quienes –obligados o no– deciden migrar.

Ser migrante secuestrado

8 gennaio 2011Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 8 de enero de 2011.
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“Las redes de tráfico de personas tienen sus abogados. Hay testimonios de migrantes que afirman que hay una vasta red, muy bien organizada, para atender todo tipo de problema y situación. Las redes de tráfico de personas son muy grandes, muy poderosas y lamentablemente la mayoría de los centros de derechos humanos que tocan el tema migratorio no se meten con ellas, no porque no las ven, sino porque las temen, pues puede haber represalias, inclusive muy pesadas. Un abogado mexicano en materia migratoria me dijo lo anterior sólo unas semanas después de que se descubriera la matanza de 72 migrantes en Tamaulipas el pasado 24 de agosto. El abogado, quien pidió mantener el anonimato, insistió mucho en los peligros que conlleva hablar del tema. La trata de personas es el tercer rubro por dividendos económicos del negocio para la delincuencia organizada. Después de la droga y el tráfico de migrantes viene la trata de personas. Añadió que las redes que manejan este negocio vienen de las altas esferas que tienen corrompidas a todas las cadenas del poder público.
Lo mismo en el secuestro. Es casi imposible cruzar México sin encontrarse con alguien procedente de estas redes: desde los asaltos a los trenes hasta el secuestro. No hay migrante que no conozca esta realidad, ya sea por experiencia directa o por haberla escuchado de algún compañero suyo. Muchas veces, las organizaciones infiltran los grupos de migrantes para conocerlos, para hacerse de clientes o para ubicar a posibles secuestrados. Y admitió: “Los migrantes a veces entran en roles de complicidad con su pollero o, inclusive, su secuestrador. En algunos casos para preservar literalmente la vida, en otros casos simplemente para salvaguardar la esperanza de llegar a su destino final. En otros casos, para proteger la vida de las familias de origen que son conocidas por los polleros”.
El abogado tocó algunos aspectos sobre los que conviene profundizar. Antes que todo la diferencia sustancial entre el tráfico de migrantes y la trata de personas. Mientras el primero goza, por así decirlo, del consentimiento del migrante quien busca, negocia y contrata los servicios de los polleros; la segunda, la trata, es una práctica que engaña al migrante y termina explotándolo, ya sea reduciéndolo en un esclavo al servicio de alguna producción lícita o ilícita, ya sea secuestrándolo y convirtiéndolo en ficha de cambio para una buena ganancia.
Los datos recientemente presentados por la Comisión Nacional de los Derechos Humanos (CNDH) hablan de cerca de 20 mil migrantes secuestrados en 2010. Dichos datos, recopilados sobre todo gracias a la ayuda del trabajo de base realizado por decenas de integrantes de la sociedad civil organizada en favor de los derechos de las y los migrantes en todo el territorio mexicano, hablan de una realidad cruel y que, al parecer, no está teniendo freno alguno. A los números anteriores hay que añadir un aumento neto de 30 por ciento (respecto de 2009) del número de denuncias relativas a violaciones a los derechos de las y los migrantes en el último año. La situación es grave: lo demuestra inclusive la última denuncia en orden de tiempo (16 de diciembre pasado) acerca de los 40 secuestrados en el estado de Oaxaca.
Otro aspecto que el abogado mexicano me reveló es la complicidad que existiría entre secuestradores y autoridades de todos los niveles. La notoria corrupción y complicidad de las autoridades deja de ser un dato folclórico e ineludible del quehacer político y colectivo en nuestro país, y se convierte en una tremenda realidad difícil de enfrentar. Las madres hondureñas de la sexta Caravana de Madres Centroamericanas, organizada por la Red de Comités de Migrantes y Familiares de Honduras (Red Comifa), que visitó México a principios de noviembre, señalaron un problema muy sencillo: No sabemos en quién confiar, pues aunque las autoridades mexicana
s nos han recibido muy bien y nieguen su participación en los secuestros, nuestros hijos, hermanos, padres y amigos que migran y logran llegar o regresar a nuestro país dicen que es imposible saber quién es el secuestrador y quién el policía, pues la mayoría de las veces éstos coinciden.
Por último, el abogado en materia migratoria denunció el grande temor que genera el tema entre los que, a diferente título, se ocupan, desde abajo, de apoyar a los migrantes. Es evidente, pues, que estas redes de trata (y secuestro) de migrantes logran su cometido, gracias no sólo a las complicidades con las que cuentan, sino también gracias al grande miedo que logran infundir en la sociedad civil. A la luz de esto, resulta totalmente inútil hacer rodar cabezas de funcionarios tras el escándalo, así como de poco serviría reformar leyes para ofrecer mayor protección a los luchadores por los derechos humanos.
Lo que sí resulta apremiante es realizar una reflexión estratégica e integral que rompa definitivamente el vínculo migración indocumentada-ilegalidad-explotación. Es evidente, como en el caso de las substancia ilícitas (llamadas drogas), que sólo un camino de paulatina y estudiada legalización (y despenalización) puede substraer materia de trabajo a traficantes de cualquier tamaño, origen o puesto. Abrir caminos de migración segura y legal es la única, radical e integral manera de permitir a los seres humanos gozar de su derecho a desplazarse en plena seguridad y respeto a sus derechos.

Ser migrante climático

5 dicembre 2010Lascia un commento

El presente artículo fue publicado en el periodico mexicano La Jornada el día 5 de diciembre de 2010
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A la fecha no existe una definición de qué significa hoy ser migrante climático. La normativa internacional y las leyes nacionales no contemplan bajo ningún rubro este nueva categoría, cada vez más presente en el panorama migratorio mundial. Los recientes eventos relacionados con el tema –la Conferencia Mundial de los Pueblos en Bolivia, el IV Foro Social Mundial de Migraciones en Ecuador, el Foro Mundial Alternativo de los Pueblos en Movimiento en México– abordaron el tema tratando, justamente, una definición que permita acotar la problemática.

No se trata de separar a los migrantes climáticos del resto de los pueblos en movimiento, sino justamente encontrar una definición coherente y apegada a una realidad en crecimiento que permita, algún día, plasmar en las leyes nacionales e internacionales este tipo de problema. El reciente Informe sobre las Migraciones en el Mundo 2010 (Organización Mundial de las Migraciones, OIM) aborda el tema justamente partiendo de su falta de definición. Y reconoce, además, la falta absoluta de indicadores útiles y eficaces para describir a este fenómeno en crecimiento.

Al mismo tiempo que el fenómeno no se contempla en la norma, asimismo no hay números capaces de describir cuantitativamente a la migración climática. Fuentes académicas aseguran la existencia de al menos 50 millones de personas en este estado. La misma OIM reconoce la falta de datos al respecto, pero afirma también que es un fenómeno destinado a crecer mucho, en especial modo la migración causada por los cambios graduales del medio ambiente.

Según datos ofrecidos por distintas oficinas gubernamentales en Estados Unidos y en la Unión Europea, los llamados desastres naturales (sequías, terremotos/temblores, inundaciones y tormentas) han tenido un aumento asombroso en la década 2000-2010 en comparación con la década anterior: hubo un aumento de cerca de 50 por ciento en el número bruto de desastres (3 mil 151 contra 2 mil 117). La mayoría de los desastres habrían ocurrido en el continente asiático (China, India, Indonesia, Filipinas y Vietnam) y, además, entre los 10 países más afectados se encuentran siete de esa región a los cuales hay que añadir Irán, Estados Unidos y México. Aunado a esto, Oxfam Internacional denuncia que, por los mismos desastres, habrían muerto sólo en los primeros nueves meses del año al menos 21 mil personas en el planeta.

Se trata en un primer momento de diferenciar a los desastres naturales: una cosa son los desastres naturales súbitos y de grandes proporciones; otra cosa es el cambio paulatino del medio ambiente. Ambos tienen la tendencia a desplazar seres humanos, mas sin embargo es opinión compartida que el primer fenómeno tiene como resultado un tipo de desplazamiento con carácter más temporal, mientras el segundo fomentaría una migración más estructural.

Otros observadores, quizás más atentos, reconocen el fenómeno del migrante climático pero insisten en ubicar las causas de la crisis climática en el modelo de desarrollo capitalista. Megaproyectos nacionales e internacionales, sobrexplotación de recursos naturales, degradación ambiental debida a contaminación industrial y otras aberraciones de este estilo serían las responsables de la crisis ecológica que provoca sequías e inundaciones, tormentas y temblores, escasez de recursos y, por ende, desplazamiento de enteras poblaciones.

Durante la Conferencia Mundial de los Pueblos sobre el Cambio Climático y los Derechos de la Madre Tierra (CMPCC), realizada en Cochabamba, Bolivia, se trató de definir al fenómeno. En la resolución final del grupo de trabajo dedicado al tema, los participantes en la CMPCC esbozan una interesante definición. Explican primero el concepto de refugiado climático, categoría que, aunque no exista en la Convención sobre el Estatuto de los Refugiados de 1951 de Ginebra, es descrita como aquellas personas que se ven obligadas a huir por el cambio climático y que por consiguiente necesitan y tienen derecho a una protección temporal especial para defenderlos de la amenaza representada por el hambre y la hambruna. En las mismas conclusiones se habla también de desplazados climáticos y los define así: aquellas personas que son forzadas a desplazarse por razones del cambio climático, tanto dentro como fuera del país.

Evidentemente las soluciones, así como las causas, son mutidimensionales. En origen es urgente que la comunidad internacional reconozca el fenómeno en sus normativas. Se impone, por ejemplo y por enésima vez, una revisión a fondo de la definición del Estatuto de los Refugiados. Por otro lado, y no sólo en este aspecto, es indispensable respetar el derecho a no ser desplazados y a no migrar, que se puede implementar simplemente dando curso al derecho a la consulta previa y al libre consentimiento de las comunidades afectadas por los proyectos que, como primera consecuencia, pueden tener el desalojo de territorios. Finalmente, es necesaria una revisión a fondo del actual modelo económico vigente, el que está destruyendo al planeta Tierra y la vida en él.

La 16 Conferencia de las Partes (COP) que se está llevando a cabo en Cancún, México, sería el espacio adecuado para este tipo de reflexiones, aunque sabemos que otra es la agenda. Ojalá al menos las organizaciones sociales tomen en cuenta esta problemática tan urgente como es la de salvar al planeta Tierra del capitalismo salvaje

Articoli Matteo Dean per Il Manifesto

Ipocrisia ambientale in Messico

10 giugno 20112 commenti

Lottare contro il cambiamento climatico «tocca a tutti, in proporzione differente certo, ma tocca a tutti perché (noi paesi “poveri”) siamo i più colpiti». Con queste parole, il presidente messicano Felipe Calderón ha inaugurato la cerimonia di celebrazione della Giornata mondiale dell’ambiente dello scorso 5 giugno. E, incitando i presenti «ad accelerare il passo» in tale direzione, ha continuato: «Il Messico ha rotto il paradigma e il pregiudizio secondo i quali la lotta per frenare il cambiamento climatico è solo una questione dei paesi sviluppati». Calderón ha inoltre criticato coloro che «nell’ambito internazionale prendono decisione senza la consapevolezza del cambiamento climatico, nonostante le tragedie causate dall’aumento di inondazioni, uragani e tornado». Infine, orgoglioso, ha aggiunto: «Il governo (messicano) va nella giusta direzione nella difesa dell’ambiente: in dieci anni, dal 1990 al 2000, si perdevano 350 mila ettari di boschi all’anno; oggi se ne perdono solo (sic) 155 mila».
Belle parole: mentre il presidente parlava così però, il Messico di sotto, quello delle comunità indigene e della popolazione delle aree rurali messicane, continuava a vivere un’altra realtà. Il 2 giugno, per esempio, il Comitato «Salviamo Temacapulín, Acasico y Palmarejo», che si oppone ormai da diversi anni alla costruzione della diga El Zapotillo nello stato occidentale di Jalisco, ha ricevuto un colpo importante alla sua battaglia. La diga, prevista sul Rio Verde, allagherà circa 12mila ettari di terre nelle tre municipalità citate, costringendo a evacuare oltre mille abitanti permanenti e altri 3.000 stagionali. Dopo anni di scontro – anche fisico – tra le comunità colpite dal progetto e le autorità messicane dei diversi livelli di governo, era riuscito a istituire un tavolo di dialogo. Difficile per le continue pressioni, ma pur sempre un dialogo. E invece, inaspettatamente, il 2 giugno, tre giorni prima che Calderón rivendicasse la «giusta direzione» verso cui si muove la politica ambientale messicana, il ministero degli interni ha sospeso il dialogo. «Il progetto El Zapotillo si farà», non ci son santi. In barba non solo alle rimostranze delle comunità colpite, ma soprattutto dei danni ambientali previsti da numerosi studi realizzati in merito.
Allo stesso tempo, è scoppiata l’ennesima protesta contro l’industria mineraria, principalmente in mano delle imprese multinazionali canadesi. Le comunità indigene huicholes, del nord del paese, riunite nel Fronte di Difesa Wirikuta Taamatsima Waaha, esigono l’immediata cancellazione dei 22 permessi concessi dallo Stato messicano all’impresa First Majestic Silver Corp. I permessi, denunciano gli indigeni, permettono all’impresa canadese l’esplorazione e lo sfruttamento «a cielo aperto», pratica industriale mineraria che ha abbondantemente dimostrato la sua capacità distruttiva non solo di ampi territori ma anche delle risorse – soprattutto idriche – che vi si trovano.
Ed allora, vale la pena ricordare quanto si diceva in Messico qualche mese fa, giustamente prima della riunione di Cancún. Andrés Barreda, accademico dell’Università Nazionale Autonoma del Messico e membro dell’Assemblea Nazionale Vittime Ambientali, diceva che «in Messico il vantaggio competitivo sul piano degli investimenti stranieri non è più il salario. Su questo, la Cina ci batte ampiamente. Piuttosto si tratta della deregulation ambientale». La possibilità di poter inquinare e distruggere l’ambiente senza limite alcuno, è una condizione che non ha prezzo. Dighe, miniere, ma anche industria chimica e agroindustria dilagano senza limite alcuno nel paese. È questa la «giusta direzione» di cui parla il governo messicano?

L’Enel e i maya del Quichè

26 maggio 2011Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 26 maggio 2011.
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Ne avevamo già parlato, ma forse vale la pena tornarci. Si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia.
La presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso). Forse è bene ricordare che questa regione è stata per oltre trent’anni teatro di scorribande dello stesso esercito, che ha seminato il terrore durante guerra civile che ha attraversato il paese. È evidente che la presenza armata di questi mesi ricorda troppo da vicino le «prassi» messe al bando dal Trattato di Pace firmato nel 1996. Tra l’altro, molta del’opposizione ruota attorno alla comunità maya ixil di San Felipe Chenla e alle terre che l’Enel ha acquisito da un proprietario terriero locale, Pedro Broll, che però aveva incamerato quelle terre proprio grazie alla guerra civile…
Sull’altro fronte, il ruolo giocato dall’attuale ambasciatore italiano nel paese, Mainardo Benardelli, è registrato almeno dal marzo scorso. In un comunicato diffuso dalle comunità maya si legge testualmente che il signor ambasciatore, assieme al signor Alain Wormser dell’Egp, «ha chiesto alle Autorità Ancestrali di presentarsi nei suoi uffici per far conoscere loro la situazione, tuttavia, mentre richiedevano questo dialogo, facevano pressione sul governo del Guatemala affinché il Presidente della Repubblica ordinasse la repressione» delle comunità. Altre testimonianze ci dicono inoltre di «visite personali» di Benardelli presso diversi protagonisti della protesta. In una di queste visite, l’ambasciatore avrebbe suggerito di non usare il termine «genocidio», ma piuttosto di sostenere l’esistenza di «difficoltà di comunicazione con le comunità o un disaccordo da parte di alcune persone».
In questo scenario, all’inizio di maggio le parti sembrano aver ripreso il dialogo, anche se gli indigeni denunciano di nuovo pressioni da parte dell’impresa e del governo. L’ultimo episodio in ordine di tempo è stato il furto dei timbri del «sindaco ausiliare indigeno» da apporre su presunti documenti di accettazione delle proposte dell’impresa, furto che diverse fonti attribuiscono a «lavoratori dell’Egp». Qualcuno continua dunque a giocare sporco, nonostante sia evidente che le comunità locali non stiano preparando la rivoluzione: vogliono solo essere consultate su un progetto che ha un impatto diretto sulla loro vita, secondo quanto disposto dall’articolo 6 Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e poter cogestire le risorse naturali del proprio territorio (articolo 15). Nulla di più. C’è da chiedersi se l’Enel – ed i governi guatemalteco e italiano dietro a lei – abbia intenzione di rispettare questo diritto. Le comunità locali un compromesso han dimostrato di volerlo accettare – chiedendo, per esempio, che il 20 per cento delle entrate del progetto sia gestito autonomamente dalla comunità stesse. Egp dice che la sua missione è produrre energia pulita. E anche se è discutibile il fatto che l’energia idroelettrica sia realmente «ecologica», il problema è un altro: è pulita un’energia la cui produzione si macchia di sangue indigeno?

Acqua “privata” in Messico

18 maggio 20111 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 18 maggio 2011.
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Inondazioni e siccità, questo il maggior contrasto ecologico di Città del Messico. Una metropoli con oltre venti milioni di abitanti – se comprendiamo tutta la macchia urbana – che vive questa alternanza fin troppo concreta. Certo, nonostante il cambiamento climatico che anche qui fa sentire tutti i suoi effetti, l’alternanza tra stagione delle piogge – prossima ad iniziare – e stagione «secca» continua ad esistere.
A complicare le cose, c’è il pessimo sistema di distribuzione delle acque nella valle che ospita la capitale messicana. Ma non solo: vi è pure la noncuranza o, meglio detto, l’interesse della classe politica. Solo poche settimane prima del vertice dell’Onu sul clima a Cancún (la sedicesima Conferenza delle parti sul Cambiamento Climatico, o COP16), il governo di Città del Messico, guidato da un centrosinistra ormai proiettato verso le elezioni presidenziali del 2012, aveva ospitato il Consiglio Mondiale dei Sindaci sul Cambiamento Climatico.
Dalla riunione era sorto il Patto di Città del Messico, in cui i rappresentanti politici s’impegnavano ad adottare misure autonome e «cittadine» per la riduzione dei gas serra. Tra queste misure vi è quella di «sviluppare strategie locali di adattamento per far fronte alle ripercussioni locali del cambiamento climatico, applicando misure per migliorare la qualità della vita dei poveri nelle aree urbane» (punto tre del Patto). Dev’essere per questa ragione che il sindaco-governatore di Città del Messico, il «presidenziabile» Marcelo Ebrad, ha recentemente promosso la possibilità di privatizzare l’acqua nella capitale da lui governata, incapace di comprendere il concetto di «beni comuni» pur premiato in passato con il Nobel.
Il 16 febbraio scorso dunque l’esecutivo locale ha inviato una proposta di legge con cui cerca di trasformare l’attuale ufficio amministrativo «Sistema delle Acque di Città del Messico» (SACM) in un’impresa parastatale con autonomia finanziaria e di gestione. L’idea, argomenta il governo, è quella di rendere più efficiente il servizio, ora soggetto ai capricci del Ministero delle Finanze e alla burocrazia locale.
Argomenti plausibili, ma che la cittadinanza conosce bene per averli ascoltati ogni volta che un’impresa o servizio pubblico sono passati a mano privata. Tra le facoltà che la nuova legge darebbe al Sacm vi è quella di vendere determinate quantità d’acqua ai privati perché questi, a loro volta, la rivendano all’utente finale; quella di permettere ai privati di partecipare nella costruzione di infrastrutture utili al servizio; quella, infine, di stabilire le tariffe del servizio svincolandosi dall’attuale controllo esercitato dal parlamento locale.
Le voci contrarie, denunciando l’imminente privatizzazione del servizio pubblico e dell’acqua, si sono immediatamente fatte sentire. E il governo ha dovuto frenare, suggerendo che la «patata bollente» è ora in mano del potere legislativo, già in preda alle pressioni dei settori privati – interessati al nuovo affare – e della società civile.
Ma mentre a Città del Messico il dibattito appena comincia e probabilmente riuscirà a limitare i danni di un’iniziativa legislativa dai chiari contorni elettorali, nel vicino Stato del Messico – che comprende buona parte della cosiddetta «area metropolitana» e dove governa l’altro possibile candidato presidenziale, Enrique Peña – la privatizzazione è già un fatto. Il 27 aprile il parlamento locale ha approvato la nuova Legge dell’Acqua che permette al governo di dare in concessione il servizio di distribuzione, raccolta e riciclaggio dell’acqua. Con buona pace del «patto di Città del Messico» e delle belle parole di Cancun.

Pace con Giustizia. Dopo i 40.000 morti di una guerra insensata e perduta

10 maggio 2011Lascia un commento

Facendo clic sull’immagine, puoi ampliarla e leggere gli articoli apparsi sull’edzione dell’10 maggio 2011 de Il Manifesto relativi alla Marcia per la Pace con Giustizia e Dignità dell’8 maggio precedente.

Messico atomico

4 maggio 20112 commenti

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 04 maggio 2011.
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Il disastro nucleare che sta avvenendo in Giappone ha risvegliato, anche in Messico, il dibattito circa l’opportunità o meno di insistere sulla generazione di energia attraverso l’uso della risorsa nucleare. Attualmente in Messico circa il quattro per cento della produzione elettrica nazionale si realizza attraverso la centrale nucleare di Laguna Verde, situata sulla costa del Golfo del Messico, nei pressi del rinomato porto di Veracruz. Costruita negli anni 80, la centrale messicana ha cominciato a far funzionare il suo primo reattore nel 1990 per poi aggiungervi un secondo reattore qualche anno dopo.
Sebbene poche ore dopo il disastro nipponico, il governo si sia impegnato a sostenere che una eventualità simile non potrebbe mai accadere nella sismica terra messicana, il dubbio si fa largo, e diversi settori della società hanno cominciato a storcere il naso davanti all’ipotesi presentata solo pochi mesi prima dallo stesso governo: quella di attingere al nucleare quale nuova e ricca fonte energetica. Nel mese di dicembre appena passato, il governo messicano, anfitrione della Conferenza sul Cambiamento Climatico di Cancun (la famigerata COP16), aveva molto vantato la decisione di ridurre unilateralmente le emissioni di gas a effetto serra ricorrendo all’uso di «energie pulite».
Poche settimane dopo, lontano dallo sguardo indiscreto degli osservatori internazionali e con la presenza del solo pubblico (esperto) locale, l’impresa parastatale Commissione Federale di Elettricità (Cfe) e il Ministero dell’Energia presentavano pomposamente la Strategia Nazionale Energetica 2011-2025 che consiste nell’aumentare la produzione “pulita” di energia sino a un 35 per centro del totale nella data limite stabilita. Peccato che Georgina Kessel, attuale ministra dell’energia, includa tra le energie pulite appunto il nucleare. Certo, il 16 marzo una folta schiera di attivisti ambientalisti, accompagnati da uno sparuto gruppo di «esperti» del settore, aveva immediatamente chiesto al governo una revisione dell’attuale impianto di Laguna Verde e la messa in discussione del ambiziosa Strategia Nazionale già presentata.
Ma mentre nel mondo l’energia nucleare subisce un freno importante, in Messico le cose vanno avanti. Segno ne è la conferma della Strategia Energetica Nazionale, che ha visto un primo passo nell’annunciata intenzione di «rafforzare» la produzione di Laguna Verde di un 20 per cento grazie a due contratti firmati dalla Cfe con le multinazionali Iberdrola (Spagna) e Alstom (Francia).
Non solo: un altro segnale è l’intervento di voci importanti in campo scientifico a sostenere la necessità di ridurre l’emissione dei «gas di serra» e della dipendenza da combustibili fossili utilizzando l’atomo. Tra questi il messicano Mario Molina, premio Nobel della Chimica nel 1995, che il 5 aprile scorso ha dichiarato che in fondo la tragedia giapponese, pur essendo «un incidente molto serio», è comunque una sciagura «abbastanza locale» e quindi i messicani non devono preoccuparsi. Anzi, sostiene il Nobel messicano, «l’energia nucleare deve continuare ad essere una delle nostre opzioni perché sappiamo che con le tecnologie moderne i rischi (di incidenti) possono essere ridotti enormemente».
Neanche l’anniversario della tragedia di Chernobyl ha aiutato la diffusione del messaggio lanciato dagli ecologisti. In Messico l’energia nucleare è un futuro possibile e senza referendum tra i piedi giacché nella legge messicana non esiste. Con quali soldi, non si sa. Con quali imprese coinvolte, neanche. L’importante è che il progetto vada avanti… a tutto atomo.

Messico in fiamme

22 aprile 2011Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 22 aprile 2011.
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Il Messico brucia in queste settimane. Non si tratta solo dell’incendio sociale provocato dall’insana e perversa «guerra al narco» che confronta governo e cartelli in un conflitto ogni giorno più cruento che sta metaforicamente bruciando gli ultimi legami sociali ancora esistenti nel paese. Si tratta invece di vero e proprio fuoco. Ormai da oltre un mese – dal 17 marzo scorso – lo stato settentrionale di Coahuila, confinante con gli Stati Uniti è in fiamme. Un enorme incendio, cominciato ufficialmente a causa di due fulmini improvvisi, che si starebbe alimentando grazie alle condizioni favorevoli causate da oltre sette mesi di aridità diffusa.

Al momento di scrivere queste linee, sarebbero ormai oltre duecentomila gli ettari andati in fumo solo in questa zona. Almeno mille – cifra «storica», dice il governo – tra uomini della protezione civile, dell’Esercito e volontari di diversa provenienza stanno provando a soffocare le fiamme. A soccorrerli, non solo elicotteri ed aerei del governo messicano, ma anche mezzi aerei – tra cui un Boeing 747 – provenienti dagli Stati Uniti. Eppure, le fiamme non si spengono. Il forte vento ma anche le elevate temperature – fino a 40 gradi centigradi – di queste settimane non aiutano. Recentemente, l’imprenditore statunitense Jerry Faubert, proprietario dell’impresa AirLInk specializzata nel soffocare incendi, ha dichiarato: «È il fuoco perfetto, c’è di tutto, combustibile, vento e caldo ed è impossibile spegnerlo». Ed ha aggiunto: «Possono – i messicani – sperare di controllarlo per minimizzare i danni che causa all’ambiente ed alle infrastrutture, però non lo spegneranno, solo Dio lo può spegnere, nessun altro». Esagerato? Forse, il tempo lo dirà. Quel che è certo è che degli incendi registrati quest’anno che, secondo dati ufficiali, avrebbero già bruciato il 58 per cento del totale di ettari bruciati nel 2010, solo l’un per cento si dovrebbe a «cause naturali». Il resto, a cause «umane»: attività agricole, attività agricole «illecite» (narcotraffico?), focolari di villeggianti, soprattutto.

Intanto, a dare il segno dei tempi vi è anche un’altra emergenza: le radiazioni ultraviolette, che non infiammano nulla, ma bruciano la pelle dei cittadini di Città del Messico. L’allarme è di poche settimane fa: il caldo straordinario di questi giorni sarebbe accompagnato dall’elevata intensità radiale dei raggi UV. Per diversi giorni, la capitale messicana ha raggiunto il livello 12 (di 15 massimi) di esposizione ai raggi UV che corrisponde ufficialmente al livello narrativo «estremamente alto». E quindi, nonostante i quasi trenta gradi all’ombra che registra la capitale messicana, è bene coprirsi con vestiti dalle maniche lunghe. O, meglio ancora, non esporsi in modo prolungato alla luce solare. Pena, non solo una repentina abbronzatura (o scottatura), ma il rischio serio di futuri tumori.

Pochi ci hanno fatto caso, ma mentre l’emergenza solare occupava le pagine dei giornali locali, a Vienna, la Organizzazione Metereologica Mondiale (Omm) dell’Onu ha emesso un comunicato lo scorso 5 aprile in cui avverte che «la diminuzione dello scudo d’ozono ha raggiunto livelli senza precedenti nell’Artico questa primavera a causa dei gas presenti nell’atmosfera e delle temperature estremamente basse dell’inverso appena trascorso». La Omm afferma che quest’inverno vi è stata una perdita di ozono vicina al 40 per cento, cifra che costituisce un record assoluto. Caldo e radiazioni dunque e il Messico brucia. Tutta una coincidenza?

La libertà sindacale in cerca di difesa

30 ottobre 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul giornale italiano Il Manifesto il giorno 30 ottobre 2009
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Gli ostacoli affrontati dai lavoratori per organizzarsi liberamente, la repressione e i licenziamenti che sono conseguenze quando provano a farlo; l’intromissione delle autorità del lavoro nell’autonomia sindacale, e la politica del governo messicano che punta a distruggere il sindacalismo democratico: tutto questo era al centro del Tribunale internazionale sulla libertà sindacale tenuto a Città del Messico questa settimana – nel bel mezzo delle proteste per il caso degli elettricisti messicani.
Lanciato da una vasta rete di organizzazioni sindacali messicane, la giuria internazionale del Tribunale esprimerà un verdetto sulla «salute» della libertà d’associazione e d’organizzazione sindacale in Messico. A pochi mesi dal 50º anniversario della Convenzione 87 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), quella che garantisce la libertà d’organizzazione per i lavoratori, il Tribunale apre i suoi lavori proprio in una fase di assoluta precarietà di questo fondamentale diritto dei lavoratori. Gli organizzatori, nel presentare le testimonianze dell’accusa, hanno sottolineato «l’ironia di questo paradosso»: il governo messicano, hanno spiegato, «ha firmato la Convenzione 87 dell’Oil e all’estero pontifica sul rispetto dei diritti dei lavoratori e sulla libertà sindacale, ma qui, a casa sua, spazza via sindacati e impedisce con la legge o con la forza l’organizzazione dei lavoratori».
A questa prima sessione ne seguirà la prossima primavera una seconda, e definitiva, che emetterà il verdetto su almeno 15 casi presentati. Tra questi, attualissimo il caso del Sindacato Messicano degli Elettricisti, che non solo ha perso da un giorno all’altro la propria materia lavorativa per decreto presidenziale, ma a cui solo pochi giorni prima, il ministro del lavoro aveva rifiutato il riconoscimento ufficiale. Vi è poi il caso del Sindacato nazionale dei maestri, la cui Sezione 9 – i 60.000 maestri di Città del Messico – è vittima delle complicità tra dirigenza nazionale corrotta e autorità governative. Segue il caso dei minatori, da oltre due anni in sciopero per il mancato riconoscimento ufficiale del Segretario generale da loro democraticamente eletto. O quello dei tecnici e ingegneri della compagnia petrolifera di stato, Pemex, da oltre 15 anni in lotta perché gli si riconosca il sindacato autonomo. Vi è anche il caso dei lavoratori che producono le bottiglie della birra Corona: anche a loro le autorità, in accordo con l’impresa multinazionale Modelo, nega il riconoscimento del sindacato costituito democraticamente. Infine, i casi di alcune Università private, del servizio sanitario nazionale e alcuni lavoratori del settore pubblico.
Una lista lunga, ma che potrebbe allungarsi quasi all’infinito, tanti sono i casi di cui si potrebbe parlare. Un’assenza importante è quella dei lavoratori dell’industria maquiladora, ovvero l’industria d’assemblaggio alla frontiera con gli Usa. Dicono gli organizzatori che quello è un caso estremo: «se esci dalla fabbrica per fare attivismo sindacale, sei già licenziato». Ma non unico: anche ai lavoratori della Vaqueros Navarra, del centro del paese, che produce jeans per Levi’s e Gap, è negato il diritto d’associazione.
Il Tribunale Internazionale, una sorta di Tribunale dei Popoli con un taglio decisamente sindacale, ha ascoltato il collegio di «pubblici ministeri» che la mattina di lunedì ha consegnato alla giuria la documentazione su decine di casi. È poi toccato a ognuno dei pm presentare caso per caso con l’aiuto di numerosi lavoratori, per un giorno trasformati in testimoni della repressione sofferta sulla propria pelle.
A fine aprile del prossimo anno, in coincidenza con il primo maggio, la giuria dovrà emettere la sentenza contro i chiamati in causa: governo e diverse imprese, messicane e straniere. E nonostante fossero state convocate, la parti accusate non si sono presentate, in chiaro disprezzo della giuria che li aveva convocati.
Tra gli illustri membri della giuria, lo storico canadese James Cockroft, l’avvocato spagnolo Martha Olmo, il Segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani Luis Guillermo Perez, la cubana Lydia Guevara dell’Associazione Latinoamericana di Avvocati del Lavoro (Alal); e tra i messicani, la senatrice e attivista per i diritti umani Rosario Ibarra de Piedra, il riconosciuto sacerdote per i diritti umani, Miguel Concha, e il giornalista più premiato e prestigioso del paese, Miguel Angel Granados Chapa.

Collaborazioni Matteo Dean per Rai News 24

Influenza suina, continua l’allarme in Messico

29 aprile 2009Lascia un commento

Un intervento realizzato per il telegiornale delle ore 24 di mercoledì 29 aprile per RaiNews24.
Qui il video.

Influenza suina. Intervista Matteo Dean

27 aprile 2009Lascia un commento

Un’intervista realizzata per il telegiornale delle ore 12 di lunedì 27 aprile per RaiNews24.
Qui il video.

Sulle rotte dei narcoaviones

16 aprile 20091 commento

Il reportage, a cui ho partecipato, è stato pubblicato sul sito italiano RaiNews24 il giorno 16 aprile 2009
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Alcuni di questi jet d’affari compaiono negli elenchi consegnati al Consiglio d’Europa per le indagini sui voli Cia sul sequestro di presunti terroristi.
Fallito il Plan Colombia, che era stato siglato nel 2000 tra governo statunitense e colombiano per contrastare la produzione di coca attraverso le fumigazioni aeree, oggi la lotta al narcotraffico si è spostata in Messico, vero eldorado dei trafficanti di droga, dove è stato lanciato il poderoso Plan Merida.
Vedi qui il videoreportage a cura di Mario Forenza.