Articoli Matteo Dean da l’Espresso

Città del Messico e dell’incubo

30 aprile 2009Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L’Espresso il giorno 30 aprile 2009
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L’ospedale, adesso, è come una prigione. Vietato entrare, poliziotti all’ingresso col fucile in mano. Uno alza l’arma per minacciare chi vuole avvicinarsi troppo. Ha il sorriso sulle labbra, ma negli occhi la determinazione di chi non scherza e deve far rispettare un ordine. Nei primi giorni dell’infezione, sebbene per poche ore, i parenti degli ammalati, erano ammessi. Adesso, ha deciso il governo, blindatura totale e niente eccezioni. Fa caldo. A pochi metri dal portone, una folla esasperata di parenti in attesa, mascherina obbligatoria a coprire la bocca, da giorni ormai senza notizie, ma che non ha perso la speranza. L’Iner (Istituto nazionale delle malattie respiratorie) di Città del Messico è il fiore all’occhiello del sistema sanitario. Lì dentro si curano tutti i pazienti colpiti dall’influenza suina nella capitale e nel resto del Paese.
Nessuno fornisce informazioni e questo aumenta la psicosi, il sospetto che il luogo dove di solito si guarisce si sia trasformato in un’area dove il contagio è incontrollato. Passa un medico che “per paura di rappresaglie” non fornisce il nome e denuncia: “È arrivato un uomo. Lo hanno messo al pronto soccorso senza isolarlo e senza fargli nemmeno una diagnosi. Dopo quattro giorni è morto e con lui le 12 persone che si trovavano nella stessa sala”. Patricia Rojo, praticante di medicina, rincara: “Prima ancora che si lanciasse l’allarme, due miei colleghi sono morti nel silenzio più assoluto. Dopo il piano di emergenza diversi medici e infermieri sono stati mandati via”.
La gente ondeggia, scoppia a piangere. Cerca di fermare i pochi autorizzati a entrare e uscire per avere qualche informazione. Arriva una delegazione di sanitari che minaccia uno sciopero: “Non torneremo a lavorare e ad assistere gli ammalati se non ci forniscono tutti gli strumenti necessari per proteggerci: mascherine, guanti, scarpe, camici adeguati”.
Dopo pochi minuti però rientrano in corsia, tornano alle loro occupazioni. Una voce incontrollata: “Lì dentro le vittime sono molte di più di quelle dichiarate dal governo”. Un uomo che si qualifica come impiegato dell’ospedale denuncia: “Portano via i morti con le ambulanze invece che coi carri funebri per celare parte della verità. Questo edificio è ormai un focolaio d’infezione. Molta gente è entrata per un problema stupido e ci ha lasciato la vita”. Un uomo da giorni in attesa: “È vero, le ambulanze non cessano di andare e venire. Giorno e notte”.
Una donna accompagnata da un bambino in calzoncini corti mostra sul volto i segni dei tre giorni di attesa: “C’è mio marito là dentro. Io chiamo i numeri che mi hanno dato e non mi sanno dire niente, dicono che i casi sono troppi, di lasciarli lavorare”. Gerardo, un ragazzo di 25 anni, è stato più fortunato. Ha incontrato per caso la dottoressa che si occupa di Laura Maria, sua madre: “Qualche giorno fa sosteneva che non avrebbe resistito, ha 50 anni e la malattia ha già ucciso persone assai più forti fisicamente.
Invece nelle ultime ore c’è stato un miglioramento. Forse mia madre sarà una delle poche a salvarsi”. Parole di speranza, gocce in un mare di disperazione.
L’Istituto nazionale delle malattie respiratorie sembra diventato il cuore nevralgico del Paese. L’unico luogo dove le persone si accalcano in una città di 20 milioni di abitanti che ha perso, di colpo, le sue abitudini, la sua socialità. Nessuno si saluta più col tradizionale bacio sulla guancia o con una stretta di mano. Abolite anche le pacche sulle spalle di cui i messicani sono prodighi. Gli autobus e le metropolitane sono ancora affollati (anche se meno del solito). Non è una scelta, è una costrizione.
Il presidente Felipe Calderón non ha infatti voluto ordinare la sospensione di tutte le attività economiche e produttive per non aggravare una crisi già pesante. E allora la gente è costretta ad andare al lavoro. Uno starnuto basta per diffondere il panico, per guardare con sospetto l’autore: “Sarà ammalato? Mi contagerà?
Le scuole sono chiuse, i ragazzi sono tappati in casa, i genitori impediscono loro di uscire se non per emergenze. Affollate invece le farmacie, dove la gente a la fila a rispettosa distanza, in attesa di chiedere qualche consiglio o farmaco per prevenire il contagio. Così Città del Messico ha cambiato di colpo tutte le sue abitudini. Fino a pochi giorni fa era una metropoli dove si viveva per strada, dalla mattina fino a notte inoltrata. Fa specie vedere quel traffico diradato e tutti quei locali con le serrande abbassate. Teatri, cinema, ristoranti, centri culturali, locali notturni.
Tutto chiuso. L’epidemia si diffonde in modo più rapido nei luoghi affollati. Ma allora perché non fermare anche il lavoro e non obbligare a prendere i mezzi pubblici? Spiegazione delle autorità: “Non è l’esposizione in sé, ma la durata che è pericolosa”. Alle dichiarazioni ufficiali, tuttavia, non crede più nessuno. Troppi errori, troppa sottovalutazione iniziale. E troppa improvvisazione. Il governo ha dovuto ammettere che, sei giorni dopo il primo allarme, non esisteva in Messico un laboratorio in grado di individuare il virus. Ora sostiene di avere milioni di dosi di antivirali.
Nessuno ci crede. “Anche se ci sono”, è il commento più diffuso, “non servono a niente. Come dimostra la rapidità della diffusione del virus e l’aumento esponenziale, quotidiano, del numero delle vittime”. In mancanza di fiducia verso le autorità, ciascuno fa per sé. La casa è l’unico rifugio sicuro. In attesa che la peste passi e che possa tornare ad uscire. Per ora la città si è chiusa davanti alla tv.
Dove guarda lo spettacolo della propria profonda sofferenza.

La frontiera dei dannati

19 dicembre 20081 commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L’Espresso il giorno 19 dicembre 2008
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Migliaia di clandestini tentano ogni giorno di attraversare il confine tra il Guatemala e il Messico prima tappa verso gli Stati Uniti. Salgono al volo sui treni in corsa, rischiando la vita. Quelli che ce la fanno rischiano di finire in balia di bande di criminali. O di poliziotti corrotti da Tapachula

Quando si sente un fischio o uno sferragliare in lontananza, allora a gruppi si alzano dalle rotaie. Sono donne, bambini, giovani e anziani. Sanno, anche i più deboli, che non possono contare che su se stessi. Perché quando il treno merci arriverà, ciascuno sarà impegnato a inseguire il suo personale sogno. Sono centinaia ogni volta. Si preparano al grande balzo. L’esperienza tramandata oralmente da chi ci è passato prima ha insegnato loro che la sopravvivenza dipende dall’agilità e dalla presa ferma con cui afferreranno una maniglia. Dove il treno rallenta è il luogo più propizio. Meno tre, meno due, meno uno, via. Per qualcuno che ce la fa, altri finiscono sotto le lamiere che tagliano le carni e spengono i sogni. Una scena del genere si ripete più volte, ogni giorno, ogni notte, lungo la frontiera tra il Guatemala e il Messico. Protagonisti, i clandestini di mezzo Centro America per cui questa è la via obbligata, il primo passo importante e difficile verso gli Stati Uniti e la ricerca di una vita migliore.

Il confine è segnato, per 1.149 chilometri dal fiume Suchiate. I convogli corrono lungo i pochissimi ponti che lo valicano. Ma anche sotto, sull’acqua, migliaia di immigrati clandestini tentano la stessa sorte utilizzando imbarcazioni improvvisate. “La frontiera meridionale è il primo muro invisibile del Messico”, dice Eiman Vázquez Medina, sacerdote e responsabile del Centro per i Diritti umani Fray Matias de Cordova a Tapachula, al confine con il Guatemala. E aggiunge: “È un muro ancora più pericoloso di quello tra Messico e Stati Uniti. Un muro costituito da criminali comuni, organizzazioni malavitose o agenti della stessa polizia e dell’Istituto nazionale di migrazione che derubano, picchiano i clandestini. E usano anche violenza contro le donne”. L’amministrazione Bush ha chiesto al governo messicano di aumentare la presenza dei militari per fermarli: “La militarizzazione della frontiera espone i migranti a maggiori rischi, per l’aumento degli abusi da parte dei trafficanti di esseri umani. Perché le maglie più strette non li scoraggiano. Solo la morte li può fermare. Non possono tornare indietro sconfitti”, spiega il prete.

Un misero sacco in spalla, danno l’addio alle famiglie e affrontano la corsa a ostacoli di quel cammino della speranza. Secondo un recente rapporto della Commissione nazionale dei Diritti umani, organo del Senato messicano, si contano sul confine sud 400 morti all’anno, oltre a 1.500 feriti, la maggior parte dei quali mutilati “per cause legate al viaggio in treno merci”. I blitz delle forze dell’ordine lungo la ferrovia sono una delle concause degli incidenti anche di quelli fatali. Il prezzo da pagare ai trafficanti si aggira sui 1.500 pesos, 150 dollari se si sceglie il treno. Può salire fino a 2 mila dollari per il trasporto in camion fino al confine con gli Stati Uniti.

Roberto H. ha 20 anni e viene dall’Honduras. Vive in Messico perché non ce l’ha fatta ad arrivare in California. “Il viaggio col treno è una lunga odissea. A volte sei costretto a scendere per cercare cibo e il treno se ne va. Ma non ti fermi, cammini e cammini fino a trovare un incrocio ferroviario e allora aspetti che passi il prossimo”. Uno dopo l’altro, a volte se ne prendono anche tre o quattro, per poter arrivare oltre il confine. “Una volta ho visto una signora che si era addormentata sul tetto di un vagone. Non si è accorta che suo figlio di pochi anni stava per cadere, non è riuscita ad afferrarlo in tempo. È caduto. Il bambino è morto e il treno non si è fermato”.

Karina Martinez, 31 anni, viene dal Nicaragua: “Il mio treno si è fermato per un posto di blocco della polizia. Dopo otto ore di attesa un poliziotto mi ha detto che poteva aiutarmi, ma mi ha messo le mani addosso. Mi sono ribellata e quello stesso giorno mi hanno deportata in autobus”. Come in un gioco dell’oca è tornata alla casella iniziale, in Nicaragua. Ma Karina ci ha riprovato. “La seconda volta ci hanno fermato gli uomini dell’immigrazione. Abbiamo litigato per mezz’ora, poi ho dato un calcio a uno di loro e sono scappata. Ho corso per ore nella foresta col cuore in gola. Non sapevo dove fossi, mi ero persa. Poi ho ritrovato la strada”.

Nel gennaio di quest’anno, José Elías González Montoya e la nipote diciottenne Antonia Cecilia sono partiti da El Salvador per gli Stati Uniti. Volevano lavorare e farsi raggiungere dai parenti. Sono approdati ad Arriaga, alla frontiera, decisi a prendere il treno. Ma, già vittime di una rapina della polizia locale, sono stati intercettati durante un blitz del governo messicano, dal nome in codice ‘Frontiera Sud Sicura’. Travolti dai gas lacrimogeni sono riusciti a scappare. Perso il treno, hanno camminato lungo la strada costiera sino alla città di Tapachula. Una banda li ha rapinati nuovamente. E Antonia è stata stuprata, mentre lo zio José, che aveva tentato di aiutarla, è stato ferito alla testa da un colpo di machete. Da casa, pochi giorni dopo sono arrivati in soccorso i parenti dal Salvador. Tutti insieme sono ripartiti. Poche centinaia di metri dopo il posto di frontiera sono stati fermati ancora da quattro militari messicani. Li hanno derubati degli ultimi 70 dollari e Antonia è stata nuovamente stuprata. “Non denunciateci. Sappiamo chi siete e da dove venite”, hanno detto i poliziotti. Antonia però si è ribellata e ha deciso di raccontare tutto alla Commissione nazionale dei Diritti umani.

Il confine tra Guatemala e Messico è sorto nel 1882 dopo l’annessione dello Stato del Chiapas che ha preferito essere “coda di leone in Messico piuttosto che testa di topo in Guatemala”. Adesso sono stimati in mezzo milione i clandestini che ogni anno tentano di attraversarlo. Avendo contro non solo le autorità, ma anche trafficanti di droga, di armi, di donne e di bambini. Solo persecutori.

Secondo l’Istituto nazionale di migrazione del Messico, nei primi sei mesi di quest’anno ci sono già state 51.443 espulsioni. Molte meno delle 240 mila che si contarono nel 2005. Oltre il 90 per cento sono centroamericani di Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua. Di questi, almeno il 20 per cento sono donne e un altro 10 per cento ragazzini, i più esposti a finire nella rete della criminalità.

Lo scorso settembre, il governo messicano ha deciso di costruire altre 14 Stazioni Migratorie, posti di detenzione ed espulsione. Queste nuove strutture si aggiungono alle 52 già esistenti in tutto il territorio nazionale, 29 delle quali proprio sulla frontiera meridionale. La più moderna è la Stazione Migratoria Siglo XXI, inaugurata a Tapachula nel marzo 2006 dall’allora Presidente Vicente Fox.

Decine sono le ong che si dedicano alla difesa dei diritti umani dei clandestini o a soccorrerli in caso di incidente, abuso, rapina. Ma non basta. La Commissione messicana dei Diritti umani afferma di aver ricevuto nel 2007 almeno 448 denunce di violazione dei diritti umani nella zona della frontiera con il Guatemala. Mentre la Procura per i Diritti umani guatemalteca dice che il 25 per cento degli espulsi dal Messico ha subito soprusi. Eppure il fenomeno non diminuisce. C’è sempre un treno chiamato desiderio.

Scheda: le sette sorelle narcos

31 ottobre 2008Lascia un commento

Il presente articolo é stato pubblicato sul settimanale italiano L’Espresso il giorno 31 ottobre 2008
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Lo scorso 22 ottobre il governo messicano ha contato la vittima numero 4 mila dall’inizio dell’anno nella guerra tra i vari cartelli del narcotraffico. A queste vanno aggiunte le centinaia di morti tra le forze dell’ordine chiamate a combattere il fenomeno. L’escalation è impressionante: in tutto il 2007 i morti erano stati 2.700. E nel 2008 per raggiungere la cifra mille ci sono voluti 114 giorni, solo 48, adesso, per passare da 3 mila a 4 mila. Il governo del presidente Felipe Calderon sta impiegando 45 mila soldati (su 200 mila in totale) per contrastare le gang. Con risultati molto scarsi se il ministro della Pubblica sicurezza Genaro Garcia Luna ammette: “In due anni abbiamo sequestrato 20 mila fucili d’assalto equivalenti alla capacità di fuoco della nostra intera polizia”. E ha invitato a reclutare agenti nelle università: “Servono economisti e contabili se vogliamo essere più efficaci”. Il ministero della Difesa denuncia: “Il narcotraffico è oggi la maggior minaccia alla sicurezza nazionale”. Il 50 per cento dei cittadini ritiene, stando a un sondaggio, che il governo abbia “perso il controllo della situazione”. Il presidente della Confindustria locale, Ricardo Gonzales Sada, accusa: “Il 98 per cento dei crimini rimane impunito e il sistema giudiziario non indaga”.

La paura è aumentata dopo gli attentati che hanno toccato il centro della capitale e quello che ha ucciso nove persone a Morelia (Stato di Michoacan) alla fine di un discorso del governatore Leonel Godoy Rangel. Una granata è stata anche lanciata contro il consolato americano di Monterrey e potrebbe essere la conseguenza della decisione di Washington di regalare al Messico 450 milioni di dollari da impiegare per l’acquisto di nuove tecnologie militari e contrastare i cartelli. Il governo dal canto suo ha appena varato una legge che gli permette di sequestrare le proprietà dei ‘capos’ dei trafficanti. Preoccupa anche il fatto che in larghe fette di territorio i narcos godano del consenso della popolazione grazie al fatto che, coi proventi delle attività illecite, costruiscono scuole e ospedali e finanziano feste. In Canada ben 9.700 messicani hanno chiesto asilo, dicendo che a casa loro la sicurezza non è garantita.

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