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Venezuela. Per chi suona la campana?

di Daniele Benzi

Things had to change in a hurry. But socialism requires imagination and time. It cannot be made in a hurry. To create socialism in a hurry without mass support, and institutions that can channel this support, led many states to disaster. […] The intentions of the leadership, by all accounts, were not malevolent. Yet its modernist dream-to administer nature and society, and build vast industrial monuments without either a democratic governance structure or a mobilized population-led to the worst excesses of commandism and bureaucratism.

Vijay Prashad, The Darker Nations

venezuela-2019

Foto dell’autore, rappresentante un murale a Caracas

Non ricordo più dove. Ma sono quasi sicuro che da qualche parte Giovanni Arrighi abbia scritto, probabilmente citando o parafrasando Braudel, che per conoscere ciò che è nuovo bisogna sapere riconoscere, anzitutto, quello che non lo è.

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Il 27 ottobre scorso, in un articolo assai critico sul fallimento, clamoroso purtroppo, del “laboratorio” politico latinoamericano e sull’assurdità di attribuirne le cause ai complotti dell’imperialismo statunitense scrissi: “La trasfigurazione di un mai ben chiarito ‘socialismo del XXI secolo’ in una cleptocrazia pretoriana in Venezuela, paese ormai sull’orlo del collasso e che rischia seriamente un’invasione e/o una guerra civile qualora certe trame geopolitiche, sociali o finanziarie fuori controllo del governo la rendessero conveniente (o necessaria), è una tragedia per chi ha accompagnato, criticamente, l’evoluzione del processo bolivariano”.1

Sospetto che sia stata questa frase più che il tono generale del pezzo, o l’avere chiamato “vice” di Evo Morales il raffinato intellettuale marxista Álvaro García Linera, come d’altronde è conosciuto affettuosamente dalle sinistre latinoamericane e dall’intera popolazione boliviana, a suscitare la reazione scomposta e priva di argomenti di Carlo Formenti, arrivando persino a sospettarmi di “incitamento all’invasione da parte del regime reazionario della Colombia sostenuto dagli Stati Uniti!?”.2

Lo scenario da me paventato, sciaguratamente, si è presentato il 23 gennaio di quest’anno. Non perché io sia un indovino, uno iettatore o un agente infiltrato della CIA, e meno che mai perché possa vantarmi di essere un analista particolarmente acuto. Ma semplicemente perché, ahimè, era una cosa persino fin troppo ovvia da prevedere per chi mastica un poco di politica internazionale e conosce sul serio, senza paraocchi ideologici di nessun segno, la situazione del Venezuela. Quella situazione, nel bene e nel male, la conosco e la seguo, quotidianamente, almeno dall’inizio del 2007.

Non è questo il momento di spiegare perché sia effettivamente convinto che il “socialismo del XXI secolo” non è mai stato un progetto chiaro (un altro “significante vuoto”, forse, del progressismo latinoamericano?). O, meglio, un progetto nuovo. Né perché l’esperienza concreta delle politiche economiche, produttive e sociali, comprese quelle energetiche, messe in atto dal chavismo dopo il 2005 si sia rivelata fallimentare e in certi casi disastrosa, con sprechi umani e finanziari giganteschi. Non è nemmeno il momento di chiarire, in questa congiuntura, perché abbia affermato senza mezzi termini che qualunque cosa fosse, il “socialismo del XXI secolo” si è rapidamente trasfigurato in una “cleptocrazia pretoriana” dopo la morte di Chávez, con regolamenti di conti interni e faide fra i “legittimi eredi” civili e militari del Comandante, facendo appello ipocritamente a una genuina base di sostegno popolare ogni giorno più esigua e man bassa sottobanco delle risorse del paese.

Chi, senza pregiudizi, conosce la storia globale del Terzo mondo e non solo i suoi mostri ed eroi impacchettati in rassicuranti mitologie e leggende nere utili soltanto ad alimentare l’esotismo metropolitano degli orientalisti di sinistra, dovrebbe immaginare di cosa stia parlando e, soprattutto, sapere che non sto raccontando nulla di nuovo.

Anche per questa ragione non ho mai preso sul serio i terzomondisti della domenica come Formenti che, rispolverando qualche testo di Samir Amin, sembrano credere che si spinge un bottone e…boom! si fa il delinking dal mercato mondiale. I contributi superficiali e fuorvianti su questi temi non sono di nessuna utilità per rinnovare la tradizione politica e intellettuale del terzomondismo con la quale, nonostante tutto, mi sono sempre identificato proprio a partire da un confronto serrato con le tesi che Amin ha difeso con perseveranza fino alla morte. Un confronto originato, tra l’altro, dall’analisi sul campo delle “rivoluzioni bolivariane” che inizialmente invocarono la “desconexión” dal capitalismo. Per lo stesso motivo, non ho mai preso seriamente in considerazione coloro che, sulla scia di Ernesto Laclau, a lungo hanno parlato con disinvoltura di “neo-populismo di sinistra” in America latina senza aver prima fatto i conti con l’esperienza complessa e ambivalente del populismo storico latinoamericano, nonché con la sua pesante eredità.

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«In Venezuela rischiamo una guerra civile internazionale»

La crisi venezuelana oltre la polarizzazione – Intervista a Emiliano Teran Mantovani

Di Andrea Cegna

Da Effimera

Striscione di solidarietà con il governo venezuelano a Leitza, Spagna: Lo scontro Venezuelano non pare lasciare spazio ad alcuna uscita a sinistra. Una partita che vede in Maduro e Guaidò due protagonisti parziali ma, ad ora, unici “player” davvero in gioco. Il grosso della vicenda si gioca fuori dal Venezuela. In molti infatti temono una “siriazazione” del paese latinoamerico. USA, Cina e Russia e marginalmente l’UE sono interessati alla risoluzione di parte del conflitto. Nessun attore internazionele, a parte Vaticano, Uruguay e Messico hanno mostrato attenzione al popolo venezuelano e ad un uscita il più possibile condivisa e pacifica. La scelta Maduro/Guaidò non è solo ideologica ovviamente, ma rappresenta anche parte dello scontro intercapitalista o neo-imperialista, che vede contrapposti USA e Cina e in subordine soprattutto nel continente la Russia. L’autoproclamazione voluta da Trump di Guaidò è stata una mossa di fatto d’imposizione straniera. L’appoggio della Cina a Maduro pare più legato all’interessi sul debito contratto dal Venezuela con Pechino che un posizionamento ideologico. Non peraltro un confronto basato sull’idea stessa di stato-nazione, cioè una confrontazione utile e necessaria per lo sviluppo del capitalismo stesso. Non possiamo certo dimenticare l’avversione degli USA contro il Bolivarismo che è cosa nota: da 20 anni Washington porta avanti una logorante guerra di bassa intensità prima contro Chavez e ora contro Maduro. Oggi gli errori e le ambiguità nella gestione del potere che Maduro ha portato avanti hanno aperto una breccia percorribile per l’imperialismo nord Americano. La crisi economica del paese è l’accelleratore delle problematiche, e la crisi stessa è stata una delle condizioni viziate e generate dalla guerra di bassa intensità USA. E così le critiche a sinistra a Maduro, le posizioni di ex ministri di Chavez o di parte dei quartieri popolari si perde e si confonde. La prima non è capace di diventare opzione percorribile in parte perchè radicalmente posizionata a sinistra e quindi in collisione con gli interessi delle compagini capitaliste, la seconda mossa da sentimenti di sopravvivenza si somma alle piazza dell’opposizione di destra. La giornata di sabato 2 febbraio, con le due oceaniche manifestazioni di Caracas, una pro e l’altra anti-Maduro non fanno che aumentare l’inconsistenza delle proposte a sinistra. Forse potranno dare forza al dialogo che Uruguay, Messico e Vaticano vorrebbero mediare. Anche se USA e Francia spingono Guaidò.

Ma la critica a sinistra esiste. Per capire come si articola riportiamo l’intervista completa a Emiliano Teran Mantovani, sociologo dell’Università Centrale del Venezuela e Dottorando all’Università Autonoma di Barcellona. Teran Mantovani è tra i sostenitori della necessità che ci sia una consulta nazionale che azzeri ogni potere oggi in campo in Venezuela e che sia il voto popolare a decidere, quindi né Maduro né Guaidò e soprattutto non lo scontro intercapitalista internazionale.

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Come è la situazione in Venezuela in questi giorni?

È forse uno dei momenti più pericolosi nella storia contemporanea del Venezuela, in cui si mescolano un gigantesco scontento sociale contro il governo di Maduro, a cui ha risposto con una repressione vista solo in tempi di dittatura. Una crisi economica, forse senza precedenti nella storia di tutta l’America Latina, che mantiene le persone in una situazione di precarietà tipica dei tempi di guerra. Un’opposizione che è stata molto screditata e divisa, ma che con le nuove mobilitazioni prende ossigeno, ora guidata dai settori più radicali della destra (il partito Volontà Popolare in alleanza con gli Stati Uniti e i governi di destra più rancidi del continente). C’è il rischio dell’istituzione di uno Stato parallelo, che può essere accompagnato dalla divisione delle fazioni delle forze armate, o dalla penetrazione di corpi armati nel paese, sarebbe una guerra civile internazionale con incalcolabili conseguenze. Non solo per il Venezuela, ma per tutta la regione. Con il governo di Maduro non sembra, tuttavia, possa esserci fine alla violenza, e non possiamo così escludere l’organizzazione di una guerra per deporlo. Se accadesse sarebbe organizzata contro gli interessi del popolo e per imporre un processo di ristrutturazione economica neoliberale con forme di governo altamente repressive. Vi sono possibilità di una soluzione negoziata che eviti l’esondazione di un conflitto armato, il tutto dipende dai possibili soggetti della negoziazione. Un negoziatore internazionale affidabile potrebbe articolare la risoluzione. Sicuramente la situazione attuale prevede un cambiamento imminente nel breve periodo.

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Venezuela: sullo sfondo del golpe, le contraddizioni di fondo del modello bolivariano

Da Radio Blackout

L’autoproclamazione di Guaido dà una brusca accelerazione alla crisi venezuelana e ne svela la verità conclamata: un’operazione eterodiretta dagli USA, interessati al controllo di uno dei più importanti pozzi petroliferi del mondo su cui si stava addensando gli interessi cinesi. Nella protesta si mischiano però anche istanze di resistenza di una parte della base storica dello chavismo nonché l’esaurimento di un modello di sviluppo basato sul petrolio che ha reso il Venezuela particolarmente esposto alle congiunture internazionali legate al prezzo del greggio e quindi alle ingerenze della varie potenze imperialiste.

Ne abbiamo chiacchierato con uno dei redattori di lamericalatina.net.

Qui il PODCAST!

 

Il tentativo di golpe in Venezuela e come si è arrivati fino a qui

Riprendiamo un articolo di Radio Città Fujiko con intervista radio al nostro redattore Pérez Gallo. Qui il PODCAST!

Le cause e le tappe della crisi prima economica e ora istituzionale in Venezuela.

di Alessandro Canella
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L’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidò e l’appoggio instantaneo di Paesi come gli Usa di Trump e il Brasile di Bolsonaro rappresentano un tentativo di golpe in Venezuela. Più complessa e articolata l’analisi di come si sia prodotta questa situazione e il presidente Maduro non è esente da responsabilità. La corrispondenza di Perez Gallo.

La situazione istituzionale del Venezuela sembra precipitata nelle ultime 24 ore, da quando il presidente dell’Asamblea Nacional, Juan Guaidò, si è autoproclamato presidente ad interim fino a nuove elezioni, ottenendo l’appoggio di attori internazionali del calibro degli Usa di Trump, del Brasile di Bolsonaro, del Canada di Trudeau, insieme a storici “rivali” latinoamericani del Venezuela, come la Colombia.
L’Asamblea Nacional del Venezuela è controllata per i due terzi dalle opposizioni, ma il Tribunale Supremo venezuelano aveva dichiarata illegittima l’assise.

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Honduras: brogli, golpes e la nostra ambiguità utile #RioBravo Blog @espressonline

honduras proteste(da l’Espresso blog Rio Bravo) E’ sempre più evidente che in America Latina non è (mai) finita l’era dei colpi di stato e dell’ingerenza americana. Eppure c’è chi vede nelle denunce di governanti e candidati politici latinoamericani contro i brogli elettorali o i golpes delle destre solo delle nostalgiche farneticazioni o delle illazioni basate sulla teoria del complotto dello zio Sam. Invece basterebbe osservare bene quel che succede in Honduras, paese dimenticato dai media europei e soprattutto italiani, per capire che i colpi di stato si fanno eccome, sia nelle versioni “soft” o parlamentari (come in Brasile l’anno scorso o in Paraguay nel 2012) che in quelle più “hard”, militari o con la destabilizzazione economica (come in Honduras nel 2009 o come cerca di fare l’opposizione in Venezuela dal 2014 e come ha fatto nel 2002, quando il golpe contro l’allora presidente Hugo Chávez riuscì, ma durò meno di 72 ore).

Inoltre basta vedere l’Honduras di oggi, ma anche il Messico del 1988 e del 2006, per constatare che i brogli elettorali sono una strategia utile e fattibile, specialmente per evitare che presidenti progressisti, o comunque invisi all’establishment locale e internazionale, soprattutto statunitense, arrivino al potere.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 21. Honduras: presidenziali in bilico, brogli elettorali, proteste e repressione militare

honduras
7 dic. – Oggi per Avenida Miranda una puntata speciale. Fabrizio Lorusso al telefono con il giornalista e corrispondente dall’America centrale Giorgio Trucchi, il quale si trova a Tegucigalpa per coprire le elezioni presidenziali in Honduras e la crisi che tiene in scacco il paese da quasi due settimane.
Il 26 novembre ci sono state le elezioni, il candidato di sinistra Salvador Nasralla, sostenuto dall’ex presidente Manuel Zelaya (deposto da un golpe nel 200), stava vincendo nettamente, ma poi una “caduta del sistema” ha dato la vittoria (ancora non ufficializzata) al presidente in carica José Orlando Hernández, uomo di Washington e delle oligarchie in Honduras. La gente protesta per le strade dal 27 novembre, ma il presidente ha stabilito uno stato d’eccezione, un coprifuoco di 10 giorni e ha militarizzato le strade. La polizia sciopera perché non vuole reprimere il popolo e ci sono stati già 14 morti, 13 dei quali per mano dell’esercito. Ne parliamo quindi con Giorgio Trucchi che ci spiega tutti i dettagli di questo “colpo di stato” elettorale e dei brogli in corso. Qui il PODCAST!
A questo link un’intervista con Manuel Zelaya.

Zelaya: «In Honduras la dittatura piace agli Usa» – Intervista con l’ex presidente @ilmanifesto

honduras-proteste[Fabrizio Lorusso, dal quotidiano Il Manifesto del 7 dicembre 2017 – Ascolta qui l’intervista a Giorgio Trucchi nel nostro programma (Avenida Miranda) su RCDC Bologna, corrispondente dall’America centrale che si trova ora in Honduras e spiega tutti i dettagli della situazione] Manuel Zelaya, ex presidente dell’Honduras (2006-2010), venne estromesso dal potere da un colpo di stato nel 2009. Ora coordina «l’Alleanza d’opposizione contro la dittatura», coalizione elettorale di centrosinistra che sostiene il candidato Salvador Nasralla contro José Orlando Hernández, attuale presidente che cerca un secondo mandato col Partito nazionale. Il conteggio finale dei voti espressi il 26 novembre, realizzato dal Tribunale supremo elettorale (Tse), ha dato la vittoria a Hernández col 42,98%, contro il 41.39% del suo rivale, ma dopo una «caduta del sistema informatico» e denunce di brogli, Nasralla, sostenuto dai suoi simpatizzanti nelle piazze, non ha riconosciuto i risultati e ha chiesto di ricontare le schede.

Come interpreta quanto è successo in Honduras dopo il voto del 26 novembre, le falle del sistema, i presunti brogli, le proteste e l’imposizione dello stato di emergenza e del coprifuoco?

Si tratta di un assalto al potere da parte di quelli che già lo hanno assaltato nel 2009, cioè c’è una continuità col golpe.   Continua a leggere

En Honduras hay una dictadura avalada por Estados Unidos @lajornadaonline @LaJornada #Mexico

nasralla y zelaya

[Fabrizio Lorusso – Especial para La Jornada
Periódico La Jornada – Miércoles 6 de diciembre de 2017, p. 27, Tegucigalpa]

Manuel Zelaya, ex presidente de Honduras (electo para el periodo 2006-2010) fue víctima de un golpe de Estado en 2009 y ahora es coordinador de la Alianza Opositora contra la Dictadura, coalición electoral que sostiene al candidato Salvador Nasralla contra el candidato José Orlando Hernández, actual mandatario que busca relegirse del conservador Partido Nacional. El conteo final del Tribunal Supremo Electoral dio la victoria a Hernández con 42.98 por ciento de los votos, contra 41.39 de su rival, pero tras una caída del sistema informático del conteo de votos y alegaciones de fraude electoral, Nasralla, respaldado por sus seguidores en las calles, no ha reconocido el resultado y ha pedido el recuento de los votos.

–¿Cómo interpreta lo que ha sucedido en Honduras a raíz de las elecciones del domingo 26, la caída del sistema, las denuncias de fraude electoral, las protestas callejeras y el estado de sitio?

–Bueno, esto es un asalto al poder por los que ya lo asaltaban en 2009, es decir, hay una continuidad del golpe de Estado.

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