Honduras: brogli, golpes e la nostra ambiguità utile #RioBravo Blog @espressonline

honduras proteste(da l’Espresso blog Rio Bravo) E’ sempre più evidente che in America Latina non è (mai) finita l’era dei colpi di stato e dell’ingerenza americana. Eppure c’è chi vede nelle denunce di governanti e candidati politici latinoamericani contro i brogli elettorali o i golpes delle destre solo delle nostalgiche farneticazioni o delle illazioni basate sulla teoria del complotto dello zio Sam. Invece basterebbe osservare bene quel che succede in Honduras, paese dimenticato dai media europei e soprattutto italiani, per capire che i colpi di stato si fanno eccome, sia nelle versioni “soft” o parlamentari (come in Brasile l’anno scorso o in Paraguay nel 2012) che in quelle più “hard”, militari o con la destabilizzazione economica (come in Honduras nel 2009 o come cerca di fare l’opposizione in Venezuela dal 2014 e come ha fatto nel 2002, quando il golpe contro l’allora presidente Hugo Chávez riuscì, ma durò meno di 72 ore).

Inoltre basta vedere l’Honduras di oggi, ma anche il Messico del 1988 e del 2006, per constatare che i brogli elettorali sono una strategia utile e fattibile, specialmente per evitare che presidenti progressisti, o comunque invisi all’establishment locale e internazionale, soprattutto statunitense, arrivino al potere. 

Il 26 novembre scorso in Honduras ci sono state le elezioni presidenziali e il sistema informatico è caduto ben due volte per quasi due giorni, proprio quando oltre il 58% dei voti erano stati contabilizzati e la tendenza a favore del candidato Salvador Nasralla, dell’Alleanza d’Opposizione contro la Dittatura, stava per diventare irreversibile statisticamente, dato che era già superiore ai 5 punti percentuali sul rivale, il candidato Juan Orlando Hernández, uomo di Washington del conservatore Partito Nazionale.

Ironia della sorte. Hernández può aspirare a un secondo mandato presidenziale, contro quanto prescrive la Costituzione dell’Honduras, perché è stato abilitato a partecipare da una polemica sentenza della Suprema Corte, formata da giudici vicini al suo partito, che ha reinterpretato creativamente la norma che proibisce la rielezione: invece è proprio con questo pretesto, cioè che il presidente voleva restare al potere per due periodi consecutivi, che nel 2009 i militari e le destre, sostenute dagli USA, hanno portato a termine un colpo di stato contro l’ex presidente Manuel Zelaya, che aveva proposto un’assemblea costituente (e non la sua rielezione). Oggi Zelaya è il coordinatore dell’alleanza di partiti che sostiene Nasralla (leggi qui l’intervista in cui Zelaya parla dei brogli e della situazione in Honduras) ed è un personaggio osteggiato dalle oligarchie. Anche sue moglie Xiomara c’aveva provato, ma aveva perso le elezioni contro l’attuale capo di stato 4 anni fa.

Il Tribunale Supremo Elettorale (TSE), organo controllato dal partito di governo, ha dichiarato, dopo le ripetute cadute del sistema e il computo di 5100 schede sopraggiunte nel frattempo, che Hernández era in testa col 42,98% dei voti, contro il 41.39% del suo rivale. Magia e risultati ribaltati in poche ore di black out. Dal 27 novembre si susseguono in Honduras le manifestazioni, pacifiche nella stragrande maggioranza dei casi, per chiedere un nuovo conteggio totale delle schede. Il presidente Hernández, proprio il 27, ha decretato 10 giorni di stato d’eccezione e di coprifuoco, una misura di certo estrema e propria di un regime autoritario o di uno stato d’emergenza non giustificabile in una congiuntura elettorale, contro le proteste dell’opposizione. I morti tra i manifestanti sono stati almeno 24 in tre settimane e i responsabili sono i militari e la polizia nazionale (anche se alcuni reparti per vari giorni hanno scioperato rifiutandosi di reprimere il loro stesso popolo).

central-america-mapLa resistenza continua tutt’ora, anche se il 18 dicembre il TSE ha dichiarato Hernández vincitore, dopo aver ricontato parzialmente (circa il 30%) le schede, ignorando l’invito dell’opposizione e di organismi internazionali a ricontarle tutte. La missione di osservazione della UE è stata tiepida, affermando che nonostante le irregolarità nel processo, le schede che ha potuto rivedere coincidono. Cioè l’Unione Europea riconosce che in Honduras ci sono state elezioni accettabili: si sfida la logica e l’evidenza, e si flirta con il surrealismo. Consiglio vivamente di ascoltare i dettagli del processo elettorale con Giorgio Trucchi, da decenni corrispondente in America centrale: LINK al podcast.

Ma tra questi organismi c’è pure la OAS, Organizzazione degli Stati Americani, che storicamente ha funzionato sotto l’influenza statunitense e che in un comunicato, basato sui rapporti della sua missione di osservazione elettorale in Honduras, il 17 dicembre ha espresso testualmente: “La Segreteria Generale della OAS non può offrire certezze circa il risultato delle elezioni del 26 novembre”.

E poi inserisce la lista di irregolarità e deficienze la cui entità permette di dire che è stato un processo di qualità tecnica molto bassa e carente d’integrità: intrusioni umane deliberate nel sistema informatico, eliminazione intenzionale delle tracce digitali, impossibilità di conoscere il numero di volte in cui il sistema è stato vulnerato, pacchi di voti aperti o senza schede, improbabilità statistica estrema rispetto ai livelli di partecipazione dentro a uno stesso dipartimento, schede coi voti appena stampate e altre irregolarità, il tutto sommato alla differenza minima tra i due candidati più votati. Per questo non è possibile determinare con la necessaria certezza il vincitore.

La OEA ha invitato a rifare le elezioni. L’opposizione e i sostenitori di Nasralla dicono invece, da Tegucigalpa (capitale honduregna) che va riconosciuta la vittoria del loro candidato depurando il voto dai brogli.

Dal canto suo il Dipartimento di Stato USA, in contrasto con la OEA e più in linea con la missione UE, ha riconosciuto i risultati annunciati dal TSE e ha invitato le opposizioni a presentare i ricorsi legali e basta. Ma si sa che con questi “ricorsi legali” con la Suprema Corte e il TSE, che sono in mano al governo, difficilmente ci saranno possibilità di celebrare nuove elezioni o di ricontare tutte le schede. L’ex presidente Zelaya ha parlato di “Ambiguità Utile” per descrivere quest’apparente contraddizione tra il Dipartimento di Stato e la OAS, che comunque ha sede a Washington ed è un’appendice della politica continentale degli USA. La OAS, e il suo presidente Luis Almagro, in questo caso hanno voluto fare la voce grossa e denunciare le irregolarità del voto, i brogli contro Nasralla, per salvarsi la faccia ma poi i riconoscimenti ufficiali delle elezioni da parte degli altri paesi e del governo USA arrivano lo stesso e legittimano il voto, così la OAS resta “pulita” e mantiene la sua immagine di istituzione che difende la democrazia, sia in Honduras che in Venezuela, per esempio.

L’ambiguità utile sta creando le condizioni perché tutto resti com’è. Gattopardismo centroamericano. Anche nel 2009, col golpe, la OEA condannò ed espulse l’Honduras, ma poi il paese rientrò nell’organizzazione come se niente fosse successo e gli Stati Uniti riconobbero ben presto il governo post-golpista di Porfirio Lobo e del suo successore, Hernandez. E intanto in Italia si facevano gli elogi “folclorici” del golpista Roberto Micheletti, date le sue origini familiari nella penisola, quando invece si trattava di un presidente abusivo che aveva spodestato manu militari Zelaya, democraticamente eletto.

Dopo il golpe del 2009 l’Honduras ha vissuto una spirale di repressione, narco-politica e violenza inaudite e l’assassinio dell’attivista Berta Cáceres nel marzo 2016 è stato solo un caso drammatico, tristemente famoso ed emblematico di quello che sperimentano quotidianamente i difensori dei diritti umani, ambientali, del lavoro e democratici nel paese centroamericano. I militari svolgono funzioni di polizia e mantengono la popolazione nella paura, mentre i partiti e i personaggi che hanno antidemocratici restano al potere. Ora restano poche strade: le proteste popolare, le impugnazioni presso il tribunali, che probabilmente non daranno frutti, e le pressioni internazionali per il ristabilimento democratico in Honduras, ma su queste l’Alleanza d’Opposizione non conta molto, data la loro utile e reiterata ambiguità.

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