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Lamento bolivariano. 5 settimane di couchsurfing nel Venezuela colpito dalla Crisi

venezuela12[di Gianpa L. da Carmilla – Pagina fb LINK  e Instagram] 

1. Pacaraima – Ciudad Guayana

Questo articolo è il resoconto di un viaggio che risale ormai a più di un anno fa. All’epoca vivevo in Argentina. Mi ero trasferito perché, stufo del pessimismo europeo, ero affascinato dai racconti che descrivevano l’America Latina come un continente in fermento, politicamente proiettato verso sinistra. L’ironia del destino ha voluto che dopo appena sei mesi passati nella capitale argentina mi sia toccato assistere, dal balcone dell’ostello in cui lavoravo, all’investitura del neo-eletto presidente della nazione Mauricio Macri. Pochi giorni dopo partii zaino in spalla verso nord. Era stata una sconfitta storica per il ‘peronismo’ e una vittoria inaspettata per la nuova destra argentina, una destra feroce e rampante guidata da un imprenditore miliardario. Mentre attraversavo la Bolivia si respirava aria di referendum, di lì a poco Evo Morales avrebbe incassato la sua prima sconfitta elettorale. Poi è venuto il turno del Brasile. Mentre risalivo il Rio Negro per arrivare a Manhaus, alla radio e alla televisione si parlava solo di due cose, l’allarme Zika e gli scandali giudiziari che stavano mettendo in ginocchio il governo Rousseff. Quando sono arrivato a Pacaraima, città brasiliana di frontiera, erano passate già diverse settimane dalla prima sconfitta elettorale del chavismo, grazie alla quale l’opposizione aveva ottenuto 99 seggi su 167 all’assemblea nazionale venezuelana. Chiunque abbia parlato con quelli che si autodefiniscono ‘esuli’ venezuelani sa bene che i loro racconti sono farciti di dettagli cruenti sul clima repressivo del loro paese, sull’emergenza alimentare, sulla guerra civile alle porte e sulla criminalità dilagante.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 7: Dove sta andando il Venezuela? @cittàdelcapo

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“Avenida Miranda, immaginari e storie dai Sud del mondo” è una trasmissione a cura del blog l’America Latina.Net.

Va in onda ogni giovedì dalle 12 alle 12.30 su Radio Città del Capo. La potete ascoltare via etere a Bologna e dintorni sui 94.7 Mhz e 96.25 Mhz FM, e anche via web dal sito www.radiocittadelcapo.it e su smartphone sintonizzandosi sul canale di Radio Città del Capo attraverso l’applicazione TuneIn.

Questa settimana Fabrizio Lorusso e Perez Gallo raccontano la situazione del Venezuela. Il podcast lo trovate qui.

Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

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La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.

Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.

Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. Buona lettura. [Perez Gallo e Simone Scaffidi] Continua a leggere

Il futuro del Venezuela

VenezuelaMuralOccorre raccogliere alcune considerazioni post elettorali dopo la vittoria alle presidenziali di Nicolas Maduro, successore designato di Hugo Chávez, il presidente scomparso lo scorso 5 marzo. L’ex autista di bus (ma anche ex Ministro degli Esteri, sindacalista e presidente del parlamento) ha battuto con poco più di un punto e mezzo di distacco (circa 235mila voti) lo sfidante conservatore, il quarantenne Henrique Capriles.

Maduro ha ottenuto il 50,66% dei suffragi (il 7 ottobre scorso Chávez era arrivato al 55,2% contro il 44,1% dello stesso Capriles) e Capriles il 49,07%. L’affluenza alle urne è scesa di 3 punti rispetto al voto di ottobre 2012 in cui era stata molto alta superando l’81% degli aventi diritto.

L’opposizione si avvicina, ma non vince e chiede un nuovo conteggio di tutti i voti. Maduro, anche se lontano dal tanto propagandato obiettivo dei 10 milioni di voti (ne ha presi 7 milioni e mezzo), è sicuro della vittoria ed ha accettato una verifica. Intanto, già la sera del 14 aprile, ha proferito il suo primo discorso come virtuale presidente del Venezuela rilanciando il discorso bolivariano e il Socialismo del secolo XXI in totale continuità con la visione di Hugo Chávez.

Nonostante il sistema elettorale venezuelano sia considerato sicuro e “blindato” da eventuali brogli anche dagli osservatori internazionali, ci si attendeva una richiesta di verifica da parte di Capriles(specialmente se il distacco tra i due contendenti non avesse superato il 5% come in effetti è stato) come parte di un esercizio democratico legittimo, ma anche (e soprattutto) come prima azione di un’opposizione che per tutta la campagna elettorale ha ripetuto lo slogan”Maduro NON è Chávez”, che comincia a logorare il consenso del blocco governativo e vuole sfruttare le sue divisioni interne.

La situazione del paese non è facile in questo momento. Ci sono colli di bottiglia nella distribuzione di alcuni beni di prima necessità, così come nelle forniture di elettricità e acqua ed è un problema che attanaglia da tempo la popolazione. Stesso discorso per gli indici di criminalità che non sono scesi come hanno fatto, al contrario, la povertà, la miseria e le disuguaglianze sociali. Ad ogni modo ho provato a tracciare un bilancio (non esaustivo) dei 14 anni di governo di Hugo Chávez a questo link cui rimando. Oggi l’inflazione s’attesta intorno al 20-25% e tra le prime azioni di governo è attesa una svalutazione del bolivar nei confronti del dollaro.

Oltre alle questioni economiche, i nodi da sciogliere per il nuovo governo sono tanti nonostante la sua ampia maggioranza in parlamento (98 deputati del Partito Socialista Unito del Venezuela e del Partito Comunista contro i 64 della coalizione Unidad Democrática 3 di Monagas Patriota). Prima del voto si diceva che se Maduro avesse vinto con un margine ristretto, non avrebbe potuto governare. Non credo che questa idea sia corretta: la sua capacità di concludere “felicemente” (senza colpi di stato o crisi di ingovernabilità) il mandato di 6 anni (2013-2019) che il popolo gli ha consegnato e la tenuta della “rivoluzione boliviariana” in Venezuela e nei paesi alleati in America Latina dipende da altri fattori.

Dipende dalla relazione che Maduro sceglierà di mantenere con le forze armate e con il presidente del parlamento (l’assemblea nazionale), l’ex tenente, rispettato e influente nell’esercito venezuelano, Diosdado Cabello. La già consumata appropriazione del discorso chavista da parte di Maduro e l’aurea mitologica e carismatica dell’ex presidente-assente non saranno eterne e non gli garantiranno da sole, nel lungo periodo, la fedeltà dei settori castrensi e delle diverse anime del PSUV che lo sostengono in parlamento.

Infatti, Maduro, a differenza di Chávez e Cabello, non proviene dal mondo militare e dovrà conquistare i consensi di quella parte dell’esercito (circa il 60% delle forze armate) che non si considera legata allo scomparso leader boliviariano, oltre a mantenere quelli del restante 40% che, invece, è entrato nell’arena politica in diversi modi (per esempio, occupando i ministeri strategici che gestiscono la ricchezza petrolifera, ricoprendo incarichi nelle amministrazioni locali e negli organi di controllo economico e sociale) o comunque è passato da un processo di ideologizzazione.

Per esempio, 11 governatori di stati, sui 20 ottenuti nella tornata elettorale del 2012 dal partito di governo, sono in mano a ex militari (di cui 4 sono ex Ministri della Difesa). Inoltre le strutture militari sono quelle incaricate di gestire i sistemi assistenziali e di aiuto alla popolazione, specialmente la distribuzione di alimenti, istituiti dal chavismo. Il Plan Bolivar 2000 e le “missioni” sociali contro la povertà avevano avuto bisogno, solo per cominciare, di oltre 40mila militari e ad oggi la situazione non è cambiata.

Il mese scorso il Ministro della Difesa, Diego Molero, in piena campagna elettorale ha preso una posizione chiara in favore di Maduro invitando l’esercito a votare per lui mentre Capriles denunciava l’incostituzionalità delle sue dichiarazioni. Il controllo di questa situazione sarà strategico per Maduro durante il prossimo sessennio di governo (e lo sarebbe stato anche per Capriles se avesse vinto, ma con l’aggravante di avere un parlamento avverso).

In caso di crisi economiche, andamento altalenante del prezzo del petrolio, destabilizzazioni esterne favorite dall’opposizione e dagli Stati Uniti (come già visto in passato col golpe del 2002 e i ripetuti finanziamenti ai gruppi oppositori) Maduro avrà bisogno della fedeltà delle forze armate che lo stesso Chávez decise di reintrodurre fortemente nella vita politica del paese, ma che rischiano di diventare un boomerang per il suo delfino.

Per evitare il boomerang potrebbe servire anche una sistemata dei conti pubblici e delle variabili macroeconomiche che vada oltre una svalutazione congiunturale e scongiuri l’esplosione dello scontento popolare (e della classe media), pur mantenendo il modello attuale, il controllo statale delle risorse, l’uso della “leva petrolifera” e i programmi popolari che in qualche modo controllano un’ampia base di beneficiari. Il mantenimento del “modello” internamente e tramite le alleanze dell’Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe) e Unasur (Unione Nazioni Sudamericane) è un altro elemento di continuità che Maduro ha promesso di garantire, ma che dipenderà, oltre che dagli accordi politici e dall’azione dell’opposizione, dalla tenuta economica del sistema e dai prezzi del petrolio (il Venezuela è il paese con maggiori riserve al mondo di crudo).

D’altro canto non è da escludere che Cabello (ex commilitone di Chávez nel tentativo di golpe del 1992) che cominci a costruire la sua candidatura per le presidenziali del 2019 adombrando la figura di Maduro e mettendolo di fronte a un logorio progressivo che potrebbe, a sua volta, sfaldare la coalizione di governo a livello parlamentare e polarizzare i settori della “destra chavista”. Twt @FabrizioLorusso

PS. Aggiornamento. Nel frattempo Henrique Capriles dichiara di non riconoscere i risultati, chiede la sospensione dell’atto di proclamazione del nuovo presidente (definito “illegittimo”) e incita i suoi sostenitori a scendere in piazza questa sera alle 20 (ora di Caracas) per protestare allo stile “cacerolazo”, pentole alla mano…Finché non saranno ricontate tutte le schede elettorali, il voto non sarà riconosciuto. Quindi Capriles ha chiesto la revisione del processo elettorale al CNE (Consiglio Nazionale Elettorale).

Vittoria di Chávez e festa democratica in Venezuela

Il Presidente del Venezuela e candidato della coalizione Gran Polo Patriota (GPP), il cinquantottenne Hugo Chávez, ha vinto per la quarta volta consecutiva le elezioni e continuerà a governare il paese nei prossimi sei anni.

Secondo i dati forniti alle 5am ora italiana, le dieci di sera a Caracas, dalla Commissione Nazionale Elettorale (CNE), Chávez ha ottenuto il 54,42% dei voti contro il 44,97% del leader dell’opposizione, il quarantenne Henrique Capriles. Lo scarto tra i due è di circa un milione trecentomila preferenze. L’affluenza è stata storica, pari all’80,94% dei 19 milioni di cittadini aventi diritto.

Capriles era il candidato della Mesa Unidad Democrática (MUD), una coalizione eterogenea di 28 partiti, dai post-democristiani ai socialdemocratici, che hanno provato a costruire un’alternativa “socialdemocratica” al progetto di stampo socialista di Hugo Chávez. La promessa di Capriles era quella di seguire il modello pragmatico e sociale dell’ex presidente brasiliano Lula, che però ha sostenuto esplicitamente il suo rivale.

Pochi minuti dopo l’annuncio dei risultati, migliaia di simpatizzanti di Chávez e della sua creatura politica, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), sono scesi nelle piazze di Caracas e di altre città per festeggiare la continuazione della “Rivoluzione Bolivariana” e del “Socialismo del Secolo XXI”, due etichette per un modello sociale ed economico dal carattere nazionalista, anti-imperialista, redistributivo (giustizia sociale basata sul recupero delle risorse sovrane, in primis il petrolio) e integrazionista a livello latinoamericano che il presidente ha messo in marcia già dal suo primo mandato nel 1999.

Il Ministro degli Interni e della Giustizia, Tareck El Aissami, ha inviato un messaggio dal suo account di Twitter celebrando la vittoria del presidente. “Ha vinto la patria! Vittoria perfetta, viva la patria di Bolivar!”, ha scritto citando il patriota Simón Bolivar, libertador dei paesi andini dalla Spagna nel 1810 e ispiratore delle politiche d’integrazione regionale per l’America Latina promosse da Chávez.

Il presidente, sempre su Twitter, ha ringraziato il “suo popolo e Dio” per la vittoria e, dal Palazzo Presidenziale di Miraflores, ha voluto esprimere “un riconoscimento per chi ha votato contro di noi, per la dimostrazione civica, malgrado il loro disaccordo col nostro progetto”. “Il candidato della destra riconosce la vittoria bolivariana, questo è un passo per la riconciliazione in Venezuela”, ha aggiunto.

I seggi sono rimasti aperti dalle sei del mattino alle sei di sera, ma il processo è durato qualche ora in più perché è stato permesso ai cittadini che erano in fila di votare dopo l’orario di chiusura vista l’altissima affluenza. “Grazie a tutti i cittadini per la magnifica giornata elettorale e per questo processo tranquillo, senza scossoni, vissuto con allegria”, ha dichiarato Tibisay Lucena, presidentessa della CNE.

Il sistema elettorale venezuelano è considerato come altamente affidabile dal CNE e da organismi internazionali specializzati nell’osservazione dei processi elettorali come il Centro Carter. Il meccanismo di voto è completamente automatizzato: ogni cittadino effettua la propria scelta su uno schermo di un computer specifico e questo emette una ricevuta cartacea su cui è impresso il suo voto. Il conteggio finale avviene per via elettronica e il risultato viene confrontato con le ricevute cartacee in oltre il 50% dei seggi. Circa 200 organizzazioni di osservatori elettorali hanno accompagnato la CNE durante la giornata che s’è svolta in un clima pacifico e festoso e senza problemi rilevanti.

Con indosso una felpa rossa, blu e gialla, i colori della bandiera venezuelana, Capriles ha riconosciuto immediatamente i risultati e in conferenza stampa ha chiesto “a coloro che restano al potere rispetto e riconoscimento per la metà del paese che non è d’accordo con questo governo”.

“Sono un democratico, non porterò mai il nostro popolo al conflitto, così è la democrazia”, ha ribadito il candidato di Unidad Democrática dopo aver fatto i suoi auguri a Hugo Chávez e aver ringraziato gli oltre “sei milioni di venezuelani” che l’hanno votato e anche “quelli che hanno scelto un’opzione diversa”.

La MUD non ha convinto le masse popolari, gli abitanti dei quartieri o barrios e delle campagne. Infatti, milioni di cittadini sono stati beneficiati dai programmi sociali redistributivi del governo, finanziati dall’esportazione del petrolio di cui il Venezuela è il settimo produttore mondiale, e dall’abbattimento degli indici di povertà, passati dal 47% al 27% in 10 anni.

Sebbene il centro-destra venezuelano avesse trovato in Capriles un candidato presentabile, già governatore di Miranda, la seconda regione più popolosa del Venezuela, non è stato in grado di sdoganarsi da un passato di corruzione, clientelismo, governi oligarchici e repressione del dissenso ancora vivo nella memoria collettiva.

La presidentessa dell’Argentina, Cristina Fernández, è stata la prima a complimentarsi con Chávez domenica sera. “Ho appena parlato con il presidente, molta emozione”, ha scritto su Twitter. “la tua vittoria è anche la nostra, quella dell’America del Sud e dei Caraibi”, ha espresso in un secondo messaggio. L’Argentina, inseme al Brasile, il Paraguay e l’Uruguay, è legata al Venezuela nella Unione della nazioni sudamericane (Unasur) e nel blocco commerciale Mercosur che, considerato nel suo insieme, rappresenta la quarta economia del mondo.

Altri leader latinoamericani come il presidente ecuadoregno Rafael Correa e il cubano Raúl Castro, alleati di Chávez e promotori del sistema d’integrazione regionale ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), hanno fatto altrettanto.

“Chávez vince con 10 punti di differenza! Viva il Venezuela, la Patria Grande e la Rivoluzione Bolivariana”, ha comunicato Correa. In nome del governo e del popolo di Cuba mi complimento per questo storico trionfo che dimostra la forza della Rivoluzione Bolivariana e il suo innegabile sostegno popolare”,  ha invece espresso Castro.

Chávez dovrà da subito affrontare tre problemi segnalati dall’opposizione in campagna elettorale: l’inflazione galoppante a tassi di quasi il 30% all’anno; il debito pubblico, passato da 34 a 150 miliardi di dollari nell’ultimo decennio; e l’insicurezza. Con un tasso che oscilla, a seconda delle fonti, tra i 49 e i 67 omicidi ogni centomila abitanti, il Venezuela è uno dei paesi più violenti dell’America Latina. Gli esperti attribuiscono questa situazione alla corruzione, all’impunità e all’assenza delle istituzioni, della polizia e della giustizia, più che alla povertà o alla disuguaglianza sociale. Infatti, il Venezuela è il paese latinoamericano con le minori differenze economiche tra ricchi e poveri, ma la violenza non diminuisce. La crescita venezuelana, in media del 2,25% nel 1999-2011, ha avuto storicamente alti e bassi estremi e dall’ultimo anno è in fase di recupero intorno al 5%, ma resta in gran parte dipendente dall’andamento dei prezzi del petrolio. Linkiesta – Fabrizio Lorusso (TWT @FabrizioLorusso)

Venezuela al voto: Chávez o Capriles?

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Dal mio rifugio a Città del Messico noto che i principali notiziari messicani e quelli di mezzo mondo annunciano l’arrivo di un momento storico per il Venezuela, il momento di una possibile svolta con un alto impatto anche a livello regionale e geopolitico. Dopo 14 anni al potere e due mandati consecutivi, per la prima volta il cinquantottenne presidente Hugo Chávez, non avrebbe la vittoria garantita al 100% alle elezioni presidenziali di domenica 7 ottobre. Almeno questo dicono alcune tra le più affidabili imprese dedicate ai sondaggi d’opinione. Non sempre possiamo fidarci di loro, a dire il vero, ma l’incertezza elettorale, insieme ai dubbi sul vero stato di salute del presidente, che dal 2010 è in lotta contro il cancro, e dei partiti che lo sostengono, indeboliti da faide interne, contribuiscono a riattivare il dibattito sul Venezuela e spingono a fare il punto della situazione. Avremo maggiori dettagli stanotte o domani, ma si possono comunque fare alcune considerazioni, indipendenti dall’andamento del voto, sulla campagna elettorale, sulla situazione economica e politica e sul processo di cambiamento che il paese ha vissuto in questi anni e che, recentemente, ha visto un ricompattamento dell’opposizione e l’ipotesi di un progressivo declino del “chavismo”, del suo progetto bolivariano e del “socialismo del secolo XXI”.

Cioè a quel corpus di visioni politiche, progetti sociali ed economici e retoriche ufficiali, ispirati alle idee integrazioniste e patriotiche del libertador Bolivar. Idee che, nel secolo XXI, corteggiano il militarismo e spesso assumono connotati messianici, propongono piani egualitari e popolari, sicuramente necessari, ma che tendono a districarsi tra proposte quasi autarchiche, o promotrici della sovranità nazionale, e ideali internazionalisti. Sono proiettati a favorire un accelerato sviluppo economico interno ma con una progressiva polarizzazione del discorso e dell’azione politica. Sono i tratti di una delle possibili definizioni del populismo, e so benissimo quanto l’uso e abuso di questa parola sulla stampa europea abbia creato facili confusioni, stigmatizzazioni e mistificazioni non ponderate, spesso prive di una vera analisi sull’America Latina, quindi non la utilizzerò qui né sarà il mio pass par tout esplicativo. Torno a Simón Bolivar. Fu l’eroe indipendentista che nel 1810 cominciò l’impresa di liberazione dei paesi andini del Sudamerica dal dominio dei colonizzatori spagnoli e creò la Gran Colombia, una “patria grande” che ebbe poca fortuna e si frammentò nel 1831 dando origine all’attuale Venezuela, alla Colombia, all’Ecuador, a parte del Perù e a Panama.

Ad oggi la galassia anti-Chávez è formata da poco meno di una trentina di partiti e formazioni politiche, epurate (pare) degli elementi più reazionari e golpisti che nel 2002 cercarono di defenestrare il presidente con il sostegno degli USA. Un’opposizione che sembra avere migliorato la sua “compatibilità democratica” e che ha svecchiato il suo linguaggio e le sue pratiche, avvicinandosi alla socialdemocrazia europea o al modello brasiliano, per non suscitare troppi timori nelle classi popolari e nella massa degli indecisi. Dieci anni fa, con quel colpo di Stato ai danni di un mandatario eletto dal popolo democraticamente, l’unico risultato che alcuni settori dell’opposizione ottennero fu elevare Chávez ai massimi livelli di popolarità, facendone un’icona e un paladino del popolo e della democrazia.

Lo smacco per l’élite tradizionale e la perdita di legittimità furono gravissimi, e concorsero a confermare tanto le accuse complottiste del presidente contro le destre e “l’impero americano”, quanto le sue invettive contro “i palazzi”, la corruzione e i partiti tradizionali (AD-Acción Democrática, d’ispirazione socialdemocratica, e COPEI-Comité de Organización Política Electoral Independiente, di tendenza democristiana) che per quarant’anni avevano dominato la scena politica venezuelana, conducendola a una degenerazione senza precedenti. Nel 1992, infatti, in pochi minuti di apparizione televisiva il comandante insurretto Hugo Chávez, arrestato in seguito a un tentativo di golpe ai danni del presidente Carlos Andrés Pérez, aveva saputo cogliere nel segno e aveva cominciato la sua ascesa mediatica e popolare con un discorso basato sull’anti-politica che fece molta presa sui suoi concittadini e contribuì non poco al suo successo elettorale come candidato alla presidenza nel 1998, anno d’inizio della “rivoluzione bolivariana” in Venezuela.

Oggi 19 milioni di venezuelani sono chiamati alle urne per decidere chi li governerà per i prossimi sei anni e si preannuncia un finale al fotofinish. Inoltre più di centomila venezuelani all’estero potranno recarsi ai consolati per esprimere la loro preferenza. In dicembre ci saranno, invece, le elezioni dei parlamenti locali o regionali e dei governatori dei singoli stati. Invece il parlamento rimarrà quello attuale fino al 2016, anno previsto per il suo rinnovo. La maggioranza del potere legislativo resta quindi in mano alla coalizione chavista che ha 95 seggi contro i 70 delle opposizioni. Ad ogni modo il principale rivale di Chávez, il centrista-liberale Henrique Capriles, potrebbe vincere a sorpresa secondo gli ultimi sondaggi dell’impresa Consultores 21. Altre due agenzie, Datanalisis e Datos, danno un leggero vantaggio al presidente, mentre IVAD gli dà un comodo margine di 12 punti. Capriles, avvocato quarantenne con una lunga carriera politica alle spalle, è stato il governatore di Miranda, secondo stato più popoloso del paese, e ha il sostegno della Piattaforma d’Unione Democratica (Mud) che promette di mantenere i programmi governativi di sostegno per la fasce più povere e stimolare la crescita dell’economia con “giustizia sociale”. La Mud è una coalizione di partiti socialdemocratici, democristiani e liberali che s’oppongono al progetto del socialismo del ventunesimo secolo di Chávez che punta su slogan come “Cuore della mia patria” e “indipendenza e patria socialista”.

Il presidente è candidato del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), sua creazione del 2007, e di un’ampia alleanza di movimenti sociali, organizzazioni e partiti riuniti nel Gran Polo Patriotico (Gpp) che rappresenta diverse anime della sinistra. Capriles, che è meno popolare mediaticamente e politicamente, ha optato per una campagna elettorale itinerante, quasi “porta a porta”, in cui ha visitato più volte tutte le regioni del paese e ha tenuto oltre trecento comizi. “Una strada c’è: che tutti andiamo avanti e nessuno resti indietro, che le condizioni alla nascita non determinino il tuo destino”, recita il programma della Mud, tra cristianesimo sociale e sinistra moderata. Chávez, debilitato dal cancro che lo ha parzialmente fatto uscire di scena negli ultimi due anni e su cui c’è quasi un “segreto di Stato”, s’è limitato a una decina di apparizioni in pubblico in soli sei stati. Ma la sua popolarità resta comunque alta, soprattutto tra i ceti meno abbienti, effettivamente beneficiati dai generosi programmi sociali del Governo, e tra i dipendenti pubblici.

Lo zoccolo duro del “chavismo” è stimato in circa sei milioni e mezzo di voti ed è difficile sconfiggere l’apparato costruito nell’ultimo decennio di “rafforzamento statalista”. La potenza comunicativa dello Stato, o meglio del governo, s’è ampliata notevolmente nell’ultimo decennio: i mass media pubblici sono aumentati, è stata lanciata la catena TeleSur, non è stata rinnovata la concessione alla Tv privata RCTV, è stato messo in orbita un nuovo satellite, sono state promulgate nuove leggi che disciplinano i contenuti nei media e la pubblicità ufficiale (che ora è gratuita e a trasmissione obbligatoria per i mass media), è cresciuta la promozione di pagine web pro governative e la gran quantità di trasmissione a reti unificate del presidente, anche in campagna elettorale.

D’altro canto, spiega Carlos Vecchio, uno dei coordinatori della campagna di Capriles, “il presidente fa uso delle risorse statali, cioè gli spazi nelle radio e in televisione, a suo vantaggio, per cui la sua presenza mediatica s’è quadruplicata rispetto alle elezioni del 2006”. Infatti, il capo dell’esecutivo ha sempre la possibilità di inviare messaggi in TV a reti unificate senza che questi contino ufficialmente come atti della campagna elettorale. In caso di vittoria, Chávez arriverebbe a compiere due decenni consecutivi alla guida del Venezuela, un caso anomalo nei sistemi presidenziali attuali dell’America Latina che, nella gran parte dei casi, non prevedono la rielezione del capo di Stato per più di uno o due mandati.

La modifica costituzionale che consente la rielezione indefinita del presidente e di altre cariche pubbliche è stata fortemente voluta da Chávez e dal Polo Patriotico ed è stata approvata con un referendum nel 2009. L’opposizione denuncia da anni una forma accelerata di “involuzione” democratica e l’occupazione politica da parte dei chavisti di ruoli chiave nelle istituzioni, come la Corte Suprema di giustizia, e nelle imprese parastatali come la petrolifera PDVSA. Con l’astensionismo previsto intorno al 25%, secondo molti osservatori il voto degli indecisi, pari a circa il 17% del totale secondo le principali agenzie di sondaggi, potrebbe essere determinante per i risultati finali, anche se per Capriles sarà comunque difficile conquistare il consenso dei barrios (o quartieri popolari), soprattutto nei bastioni storici del movimento bolivariano nella capitale. Vedremo anche se saranno sufficientemente convincenti agli occhi degli elettori i discorsi rinnovati e conciliatori, uniti all’immagine “pulita” e allo spostamento a “sinistra”, del candidato Capriles e della MUD che, comunque, mantiene al suo interno i partiti del vecchio regime “dell’alternanza” prevista dal patto del punto fisso (punto fijo), cioè AD e COPEI. Tra il 1958 e il 1998 questi due partiti si sono alternati al potere secondo un patto per il mantenimento della democrazia che escluse il Partito Comunista e, nel tempo, si trasformò in un regime funzionale alla riproduzione di una classe politica parassitaria.

L’incertezza e la faziosità di una parte dei pronostici diffusi nelle ultime settimane non aiutano a chiarire il quadro della situazione. “La guerra dei sondaggi ha la sua massima espressione in queste elezioni”, ha spiegato il politologo venezuelano Piero Trepiccione. “Vedo che le compagnie dedicate a rilevare tendenze elettorali sono troppo mediatiche, perdono la loro funzione e agiscono come manipolatrici delle opinioni”, ha aggiunto. Un discorso molto simile e sensato era stato fatto in Messico questa primavera, durante la campagna per le presidenziali vinte da Enrique Peña Nieto (dell’ex partito di regime PRI, Partido Revolucionario Institucional) tra mille polemiche e denunce di frodi e compravendita del voto, e poi anche dopo il voto: il ruolo delle televisioni e dei sondaggi è stato, infatti, determinante nell’influenzare l’opinione pubblica.

Giovedì scorso centinaia di migliaia di cittadini si sono riversati nelle piazze per assistere alla chiusura delle campagne di Capriles, nell’occidentale Barquisimeto, e di Chávez, nella capitale Caracas. Ciononostante brillano per la loro assenza i dibattiti pubblici e diretti tra i candidati che rendono più opaco tutto il processo e lo studio delle proposte. Il presidente può vantarsi di aver ridotto gli indici di povertà, dimezzati in 10 anni e portati su ottimi standard internazionali (nel 2011 il tasso di povertà era del 27% sul totale della popolazione, nel 1998 era del 47%), e le disuguaglianze, per cui oggi il Venezuela è il paese latino-americano che presenta le minori differenze tra ricchi e poveri. D’altro canto sono difficili da difendere i “risultati” in termini d’inflazione, dato che la crescita dei prezzi viaggia a ritmi di poco inferiori al 30% annuo, penalizzando le classi meno abbienti. La crescita venezuelana, attestata su una media del 2,25% nel periodo 1999-2011, ha alternato periodi di recessione profonda a veri e propri exploit da “miracolo economico”, spesso determinati dall’andamento dei prezzi del petrolio più che da una vera e propria politica di sviluppo. Nel frattempo, però, il debito pubblico è cresciuto di quasi cinque volte, da 34 miliardi di dollari a 150 nel 2011.
Capriles promette di seguire il modello pragmatico e sociale dell’ex presidente brasiliano Lula, che però sostiene esplicitamente Chávez, e accusa “el comandante” di aver aggravato il problema dell’insicurezza, visto il forte aumento del già alto tasso di omicidi da 48 a 67 ogni centomila abitanti, una media quasi centroamericana. Gli esperti di criminalità attribuiscono l’aumento della violenza alla corruzione, all’impunità e alla scarsa presenza di istituzioni credibili, dalla polizia alla giustizia, più che alla povertà, alla disuguaglianza e altri fattori socio-economici che, in generale, si sono mantenuti su standard positivi. L’opposizione ha denunciato l’uso clientelare dei proventi del petrolio, di cui il Venezuela è settimo produttore mondiale, e gli aiuti “troppo generosi” a paesi come Cuba, il Nicaragua e altri membri dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per l’America Latina creata da Chávez nel 2004 come strumento di politica estera e per l’integrazione regionale. A parte le critiche e i programmi, in caso di vittoria da parte di Capriles, resterebbe comunque da risolvere il problema della coabitazione di un parlamento dominato dal PSUV con un presidente dal diverso colore politico.

La situazione geopolitica latino americana potrebbe cambiare se Chávez venisse sconfitto, dato che Capriles ha già annunciato la riduzione dei contributi in petrolio e delle convenzioni di scambio tra i paesi dell’ALBA che prevedono prezzi preferenziali per gli associati, anche se non s’è espresso per una cancellazione dell’ALBA e degli altri accordi d’integrazione regionale sottoscritti dal Venezuela: in primis, c’è il Mercosur con il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay e l’Argentina che continuerà a restare in vigore e, probabilmente, verrà riattivata la partecipazione del Venezuela alla Comunità Andina con la Colombia, l’Ecuador, il Perù e la Bolivia. Probabilmente sia Cuba che l’Ecuador, la Bolivia e il Nicaragua, i principali alleati del progetto bolivariano nella regione, vedranno profondamente colpiti i loro interessi economici, soprattutto legati alle forniture di gas e petrolio, e strategici. L’attenzione ai risultati del voto di oggi è alta non solo in Sudamerica, ma anche negli USA, primo socio commerciale del paese andino ma allo stesso tempo “rivale” e nemico imperiale del governo, e in altri paesi che da anni intrattengono strette relazioni economiche, strategiche e politiche con il Venezuela di Chávez come la Russia, la Cina, la Bielorussia e l’Iran. Di Fabrizio Lorusso Twitter @FabrizioLorusso

Articolo “L’America Latina davanti allo specchio…” su Refundación Revista Latinoamericana !

https://fabriziolorusso.files.wordpress.com/2010/08/espejo.gif?w=253

De México a Chile, América Latina se luce frente al espejo: una historia de lentes sucios

Dal Messico al Cile, l’America Latina davanti allo specchio: una storia di lenti sporche

Abstract
El ensayo propone una visión crítica de algunas posturas y planteamientos sobre la manera en que la región latinoamericana se ha mirado y se ha analizado a si misma a lo largo del siglo XX y, en especial, durante el florecimiento de la teoría social y crítica latinoamericana.

Desde la teoría estructuralista de la CEPAL hasta el enfoque de la dependencia y las propuestas socialistas, se discuten las formas más notas históricamente de interpretar el vínculo externo y la inserción internacional de América Latina, caracterizadas, entre otras cosas, por la presencia de caracteres populistas y retóricas anti-imperialistas. Se profundiza en algunos ejemplos traídos de la historia chilena y mexicana, con un enfoque que trata de enmarcar el debate para toda América Latina.

El caso del experimento cibernético de Salvador Allende en Chile, los sistemas de gestión integrada de las empresas, la teoría del mercado perfecto, el populismo del sexenio de Echeverría y las visiones neoclásicas del desarrollo son ejemplos que evidencian los límites que unos lentes sucios plantean al análisis social y a las interpretaciones que proponen soluciones abarcadoras y totalizadoras a los problemas de control social y político.

Asimismo, los conceptos de “occidentalismo” y populismo se utilizan como ejemplos para destacar la recurrencia de ciertos procesos y fenómenos políticos y sociales, así como de las maneras para interpretarlos: se establece, entonces, una comparación entre distintos “mundos” como son el Oriente medio actual, la Europa de la década de los treinta y América Latina en distintas etapas de su historia.

Introducción
El artículo analiza las formas en que desde América Latina se han planteado e interpretado la relación externa, la colocación de la región en el mundo y el problema/reto del desarrollo, pasando por unas evidencias significativas en los casos chileno y el mexicano.

Centro-periferia, dependencia, estructuralismo, populismo y occidentalismo constituyen los términos de referencia que ejemplifican posturas e interpretaciones recurrentes. Se plantea un desafío para las ciencias sociales latinoamericanas con el fin de que pueda mejorarse y abrirse cada vez más el sistema de “lentes” con que se forjan las visiones y los enfoques sobre la realidad social, política y económica

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Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (3/3)

USAFlessioni.jpgQuesta è la terza e ultima parte del reportage di Fabrizio Lorusso sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Il resto della sua storia parla di dittature e dinastie familiari corrotte, di paternalismo della comunità internazionale, di repressione sociale sul fronte interno, di mattanze di stato e di una lunga serie di tentativi di rinascita frustrati, soprattutto a partire dagli anni novanta dopo le prime elezioni formalmente “democratiche” che furono seguite da puntualissimi colpi di Stato e spietate repressioni. Perciò il terremoto del 12 gennaio, i morti, i crolli e la disperazione rimbalzati su schermi e giornali hanno solo ricordato al mondo l’esistenza di una situazione drammatica che esisteva da anni e che ora aggiunge un altro triste capitolo ma forse anche qualche opportunità alla sfortunata storia del popolo hatiano.

War by proxy e stragi di Gran Ravine
In questo contesto (descritto nelle prime due parti dell’articolo) cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (“war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”). Il 20 agosto 2005 ben 50 persone sospettate di militare nel partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Port au Prince durante un evento sportivo cui presenziavano circa 5000 spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo. Il giorno seguente 5 persone del quartiere Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case. In seguito alle segnalazioni di Aumohd e Hurah, un distaccamento di soldati della Minustah cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti a rischio mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra militanti di fazioni opposte per favorire il dialogo pacifico e la riconciliazione. Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza tragica mattanza che lasciò un saldo di 26 vittime, 300 abitazioni bruciate e 2000 sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare 15 poliziotti colpevoli di quei fatti.

Minustah ed eserciti stranieri ad Haiti
I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono in parte ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la Minustah riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro delle presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni, dominvano le periferie.QuartierDelmas.jpg Alla fine del 2006 il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti e sequestratori non meglio identificate, nel senso che si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse accettata anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile e contribuirono a creare il falso mito di una città violenta e selvaggia che ha bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.

Il mito della violenza
Questo mito è stato reinventato dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti mentre in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altri capitali latino americane e ha vissuto in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita nel gennaio 2010. Durante la nostra permanenza non abbiamo mai visto e nemmeno letto sui media locali o ricevuto informazioni dai nostri interlocutori sulle scene di violenza per la strada o sulle barricate di famigerati “ribelli” che sono state invece riprodotte a raffica dalle televisioni di tutto il mondo per creare un’immagine distorta del popolo haitiano e aprire le porte a quella che molti percepiscono come un’invasione. Alla luce di tutto ciò gli haitiani si chiedono legittimamente come mai gli aiuti vengano accompagnati dai marines e dall’esercito USA (22mila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a 13mila unità), dalla gendarmeria francese o addirittura dai carabinieri e militari italiani. Riguardo queste presenze di piccoli contingenti direi che sembrano una ridicola sfilata diplomatica di cattive intenzioni che aiuta a nascondere e legittima l’imponente presenza americana.

Quanto abbiamo bisogno di loro?
Un altro mito simile al precedente è che l’esercito americano doveva supplire alla mancanza di coordinamento della Minustah, dovuta alla morte di 59 dei suoi alti funzionari il 12 gennaio, e soprattutto doveva proteggere i cittadini haitiani e stranieri dagli atti di sciacallaggio della popolazione e anche dai 7000 pericolosissimi delinquenti fuggiti dalle carceri di Porto Principe dopo il sisma. Bene, la Minustah ha un mandato dell’Onu per operare ad Haiti e gli eserciti stranieri no. Inoltre è stata ricostituita in pochi giorni e ora funziona normalmente. Ad ogni modo c’era anche la polizia haitiana sul campo mentre la Minustah si ricomponeva.Esercitocanada.jpgGli atti di “sciacallaggio” che abbiamo visto inizialmente in TV e su Internet erano nella maggior parte dei casi i gesti estremi di folle di disperati e affamati che avevano perso tutto e si sono normalizzati in pochi giorni con l’arrivo degli aiuti. D’altro canto se il cibo, l’acqua o le tende vengono lanciati da un aereo in mezzo a un prato oppure vengono distribuiti disordinatamente per strada, cosa che continua a succedere ora con le tende, allora è logico che i più forti prendano di più e che le scaramucce si trasformino in risse. Ma ciò non dipende dagli haitiani quanto piuttosto da chi li provoca. Per quanto riguarda i 7000 detenuti scappati bisogna ricordare che almeno il 90% di questi era stato accusato o condannato ingiustamente, dato l’altissimo livello di corruzione del sistema giudiziario segnalato da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani nazionali ed estere. Dunque non c’è nessun pericolo di rivoluzioni armate tramate dai fuggitivi.

La situazione attuale a Port au Prince e Haiti
Dopo il terribile sisma del 12 gennaio che ha distrutto o danneggiato circa l’80% degli edifici della capitale Porto Principe, si è prodotta una situazione analoga a quella delle borse di studio del signor W. Jean (di cui abbiamo parlato nella prima pate dell’articolo) con la distribuzione degli aiuti internazionali che stanno inondando i magazzini delle Nazioni Unite presso l’aeroporto Toussaint L’Ouverture ma che non stanno arrivando a tutti i terremotati.
Una buona parte della popolazione che ha perso la propria casa o ha ancora paura di ritornarci vive negli oltre 300 accampamenti sparsi per Porto Principe. Questi possono accogliere da qualche centinaio fino ad alcune migliaia di persone ciascuno e di solito sono controllati e gestiti alla buona dai consiglieri comunali di zona e dalla polizia nazionale haitiana. Un po’ defilati operano i militari statunitensi che abbiamo visto girare sia armati che disarmati e le Ong straniere presenti in alcune di queste tendopoli (Video Tenda Ong Save the Children e Video Soldati Americani e Bambini). Sono queste ultime che normalmente distribuiscono aiuti a una buona parte della gente che abita nelle tendopoli secondo criteri prestabiliti dalle organizzazioni coinvolte. I mercatini per le strade e nei campi vendono pochi prodotti come uova, peperoncini, aglio, fagioli, banane, pane, scatolame, riso, acqua e medicine recuperate al “mercato nero degli aiuti”. Il trasporto urbano dei minibus, detti tap-tap, funziona regolarmente così come le banche non crollate e i Western Union mentre le scuole, i negozi, i ristoranti aprono solo poche ore al giorno grazie all’energia dei generatori a benzina. I supermercati rimasti in piedi funzionano regolarmente ma sono un lusso per i ricchi e per chi almeno ha perso il lavoro. Per un quadro chiaro della situazione segnalo i contributi video del giornalista Peter Hallward: LINK.

La tendopoli di Delmas 40-B
Sulla superficie dell’ex club di golf di Petion-Ville alla fine della Via Delmas 40-B sono stipate oltre 3000 tende per un totale di sfollati stimato tra le 30 e le 50mila persone, cifra che supera quella di tutte la altre tendopoli installate in città dopo il 12 gennaio. L’esercito e i marines americani sono appostati su una collina che domina il territorio pianeggiante sottostante in cui i tendoni e i teloni degli sfollati e le strutture di pronto soccorso e distribuzione dei viveri di alcune Ong come Oxfam e Save the Children si sono moltiplicati giorno dopo giorno fino a saturare lo spazio visibile e calpestabile (Intervista Responsabile Missione USA Campo Delmas-3 parti).InsideCamp.jpgCirca ogni ogni settimana il personale del Catholic Relief Service passa a fare un censimento nelle tende che ospitano 10-15 persone ciascuna e che vengono assegnate a una donna scelta in qualità di responsabile di un gruppo di persone o di più famiglie. Ogni donna a capo di una tenda riceve quindi una tesserina colorata che le dà diritto a un sacco di riso da 25kg e altri beni da ripartire e consumare nei i sette giorni seguenti insieme ai membri del suo gruppo. L’acqua per l’igiene personale e i bagni arriva ogni giorno in grandi cisterne dell’Onu e del governo haitiano e di solito finisce nel primo pomeriggio: a volte con un po’ di fortuna si riesce a fare una doccia negli spazi pubblici allestiti in varie zone del campo anche poco prima che faccia buio, altrimenti bisogna aspettare il giorno dopo.
La zona pianeggiante della tendopoli è gestita dalla autorità di zona di Porto Principe e dai funzionari del governo haitiano che svolgono periodicamente censimenti e inchieste sulle condizioni di vita della popolazione (Intervista Impiegate Governo haitiano). I principali problemi sono di tipo igienico e sono causati dal sovrappopolamento, dalle zanzare e altri insetti, dalla presenza di capre, maiali, cani e gatti che sguazzano nei residui solidi e organici abbandonati nei sentieri e infine dalla spazzatura buttata nei fiumiciattoli e nelle conche dell’ex campo da golf. Anche se non sono ancora scoppiate epidemie gravi il pericolo è altissimo così come è alto il rischio d’incendio dovuto all’abitudine di cucinare all’interno delle tende servendosi di braci e carbone. La stagione delle piogge e degli uragani in avvicinamento fa paura visto che le tende sono state costruite su spianate e colline da cui colano fiumi di fango e detriti ogni volta che c’è un temporale. Il drenaggio non esiste e le tende si riempiono d’acqua piovana, fanghiglia e sporcizia trascinata dai punti più alti del campo.

E fuori dalle tendopoli?
C’è anche però una massa di centinaia di migliaia di abitanti che sono ancora per le strade, in spazi aperti come parchi, marciapiedi, parcheggi e piazze oppure in case precarie ad alto rischio di crollo. Poi ci sono quelli che sono emigrati nell’hinterland di Port au Prince o nelle campagne alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Per tutti loro la solidarietà internazionale è ancora una parola vuota a meno che non abbiano nelle vicinanze qualche centro di distribuzione internazionale o non “risiedano” temporaneamente in qualche campo allestito dai contingenti civili o militari inviati da USA, Venezuela, Cuba, Repubblica Dominicana, Canada e altri. I contingenti militari e civili di ogni paese hanno più o meno preso “possesso” di una o più tendopoli per fornire i servizi di base alla popolazione di solito in collaborazione con alcune Ong specializzate e compatibili “politicamente”.
Tutti cercano qualcosa da fare, da vendere, da riciclare ma il grande assente è il lavoro: almeno 90mila posti sono andati persi definitivamente mentre la maggior parte delle attività produttive e dei servizi non hanno ripreso le loro attività e forse non lo faranno per mesi e mesi quindi tantissime persone vivono di aiuti, di espedienti e delle rimesse dei familiari all’estero. E’ normale che uno straniero venga avvicinato da varie persone per la strada che gli chiedono lavoro, soldi, cibo oppure gli offrono servizi di traduzione, accompagnamento eccetera. L’impressione è che anche prima del terremoto la gente fosse in qualche modo abituata a vivere nella precarietà e povertà più estreme, ma ora è cresciuta a dismisura la massa di senza tetto che han fatto della strada la loro casa e speranza.

Gli aiuti selettivi e la coalizione per Haiti
La ricezione del grosso degli aiuti non è una questione che riguarda i singoli cittadini bisognosi quanto piuttosto una pratica burocratica complessa che è subordinata alla partecipazione a speciali riunioni o cluster. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio le delegazioni delle Ong si recano a Tabarre, una località fuori città nei pressi dell’aeroporto della capitale, e presentano le loro credenziali come richiedenti di aiuti in natura, per esempio medicine, materiali vari, strumenti da lavoro o cibo disponibili presso le sedi gestite dall’Onu, ed entrano così in una lista di beneficiari.
La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza d’informazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni Unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote “multinazionali stelle della solidarietà” che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti.NinaHaiti.jpgAlcune grandi organizzazioni come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono comunque non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto hanno altre fonti di finanziamento e vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare e un’immagine di neutralità che devono difendere. All’opposto le piccole realtà locali hanno serie difficoltà nell’approccio al complicato linguaggio tecnico e specializzato dei cluster dell’Onu e in molti casi sono state gravemente compromesse dal sisma sia nelle loro possibilità di risposta e interazione con le istituzioni internazionali sia nel numero e nelle capacità concrete dei loro integranti. Malgrado la presenza indiscutibile di tutti questi ostacoli e di evidenti limiti di funzionamento delle associazioni haitiane, la loro presenza ed esperienza storica sul territorio e nei quartieri popolari è un patrimonio grandissimo e insostituibile che andrebbe valorizzato ai fini di un intervento più rapido ed efficace dove ancora la luce della solidarietà non arriva.
Da un paio di mesi circa una sessantina di associazioni, sindacati indipendenti e gruppi del non-profit e della società civile stanno unendo le loro forze per accedere agli aiuti e per acquisire visibilità di fronte all’Onu, al sistema politico nazionale e alla comunità internazionale In questo senso stanno elaborando un programma di azione e delle proposte su temi come istruzione, diritti umani, economia, lavoro, genere e altri da presentare a un’assemblea nazionale prevista per il 19-20 marzo e poi alla conferenza dell’Onu sulla ricostruzione di Haiti a New York il 31 marzo prossimo.
Questa “Coalizione per Haiti” rappresenta per ora l’unico tentativo concreto di rompere il monopolio decisionale del malridotto sistema politico haitiano e delle potenze straniere sui destini del paese. L’obiettivo è quello d’influire sulle decisioni partendo dalla conoscenza acquisita sul campo da ogni membro della coalizione che spera di poter far sentire la propria voce cercando di evitare altresì i rischi di cooptazione o esclusione della società civile in questo delicato processo.
(Intervista al coordinatore del movimento, Jean Luc Dessables, 5 parti).

Leggi qui la prima parte: LINK

Leggi la seconda parte: LINK

Versione completa in spagnolo: LINK o da TELESUR QUI

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/

Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Alcune fonti necessarie:

CANALE VIDEO DI KEVIN PINA DOCUMENTARI CITE’ SOLEIL e GRAND RAVINE: QUI

http://www.haitiaction.net/http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4

Lamericalatina.Net