Archivi tag: farc

Colombia, altro che “Accordi di Pace”: intere regioni sono ancora in balia dell’anarchia criminale

DSC_0248

[di Marco Dalla Stella e Simone Scaffidi, da Repubblica] A livello nazionale la violenza diminuisce (-8% rispetto al 2016), ma nelle zone della coca gli omicidi sono aumentati del 12%, soprattutto nel Nariño. Alla fine del 2016 si applaudiva all’inizio di una nuova era, ma ancora oggi gruppi armati di diversa natura si contendono aree di produzione delle foglie di coca e preziose infrastrutture per la distribuzione

BOGOTA’ – Era novembre 2016 quando il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e il generale della guerriglia FARC Timochenko firmavano, sotto lo sguardo attento di Raúl Castro, il testo degli storici Accordi di Pace che mettevano la parola fine a oltre cinquant’anni di sanguinoso conflitto interno. Gli osservatori internazionali applaudivano e una nuova era si apriva per la Colombia, celebrata anche dal Nobel per la Pace al mandatario colombiano. La realtà però è che ancora oggi vaste aree del Paese sono in balia di gruppi armati di differente natura, che si contendono sfere d’influenza, aree di produzione della coca e le preziose infrastrutture per la distribuzione.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 23. Colombia, la pace un anno dopo

avenida-miranda-colombia18 gen. – A un anno dalla firma degli Accordi di Pace tra governo colombiano e guerriglia delle Farc – che sono valsi a Juan Manuel Santos il Nobel per la Pace – la crisi nel paese sudamericano è tutt’altro che rientrata. Sebbene i componenti del più longevo gruppo guerrigliero dell’emisfero occidentale abbiano deposto le armi e abbiano avviato percorsi di reinserimento nella legalità, violenza e insicurezza stringono la Colombia nella loro morsa. Tra gruppi paramilitari, narcotrafficanti, combattenti che hanno rifiutato la resa e nuove sigle criminali la polveriera colombiana è ancora lì, mentre i tentativi degli oramai ex guerriglieri delle Farc di ricostruirsi una vita avanzano tra innumerevoli difficoltà.

Simone Scaffidi e Marco Dalla Stella sono stati in Colombia e hanno visitato tre delle zone di transizione e normalizzazione – oggi spazi territoriali di formazione e reinserimento – dove sono inizialmente confluiti gli ex-combattenti delle Farc. Hanno ascoltato le loro storie e sentito dalla loro voce la loro opinione su questo anno che avrebbe dovuto segnare l’inizio di un nuovo corso in Colombia.

Questa puntata di Avenida Miranda ci caricherà quindi sullo scomodo sellino di una vecchia moto Kawasaki che corre veloce fra i panorami mozzafiato e le accidentate strade della Valle del Cauca, del Meta e di Antioquia. Tra diffidenti guerrigliere olandesi, improbabili candidati alle elezioni, critici burocrati della capitale e disillusi fan di Michael Jackson.

Qui il PODCAST!

 

#Colombia sin #Paz – #Columna @Desinformemonos

colombia

De Fabrizio Lorusso – Foto: Oleg Yasinsky –  Desinformémonos

Tras 4 años de negociaciones y 52 de conflicto armado en Colombia, después de 260mil muertos y millones de desplazados, el acuerdo de paz firmado por el representante del estado colombiano, el presidente Juan Manuel Santos, y la guerrilla de las FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) a finales de septiembre no ha sido ratificado y aprobado por la mayoría de los ciudadanos que el domingo pasado expresaron sus preferencias en un referéndum convocado ad hoc. A las urnas acudió sólo el 37% de los empadronados (13 millones sobre 35), quienes decidieron que hay que desechar el acuerdo. De hecho, el No ha ganado con el 50.2% de los votos, lo que significa, en otras palabras, que el Sí ha perdido por unos 55mil votos, una diferencia muy pequeña que ha generado sorpresa en la comunidad internacional y en una parte de la sociedad colombiana, deseosa de cerrar un capítulo doloroso y empezar la reconstrucción de un camino común. Medios internacionales como The Guardian han hablado de “una Brexit” a la colombiana, o sea de un resultado inesperado, abrupto y, de alguna manera, dramático y desolador. Además, el presidente Santos optó por esta vía para dar más legitimación a los acuerdos, aunque no estaba obligado a ello y, finalmente, no se logró una suficiente movilización de fuerzas sociales y ciudadanos a favor del Sí. La campaña por la paz funcionó quizás más en el exterior que en territorio colombiano.  Continua a leggere

Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.

E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.

Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.

In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.

Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.

“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.

Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto.    Twitter @FabrizioLorusso

Video-Rap della guerriglia delle FARC sul processo di pace in Colombia

Un video girato dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia che ha suscitato non poche polemiche. E’ un enunciato politico su alcuni dei punti sensibili della trattativa che questa storica guerriglia colombiana si appresta a cominciare con il governo di Juan Manuel Santos.

 

Colombia e Venezuela, anni difficili

Venti di guerra?
Le relazioni tra la Colombia e il Venezuela stanno vivendo in questi giorni momenti di forte tensione con la chiusura delle frontiere, le accuse reciproche di spionaggio, l’apparizione di morti e una specie di guerra fredda che rischia di trasformarsi in guerra calda. Infatti il presidente venezuelano Hugo Chavez ha spinto militari e civili a “prepararsi per una guerra” con la vicina Colombia e ha inviato 15-20mila soldati a proteggere la frontiera mentre il presidente colombiano Alvaro Uribe da Bogotà annuncia il ricorso alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Dopo una serie di incidenti in cui due membri della Guardia Nazionale venezuelana sono stati assassinati da gruppi di paramilitari colombiani e dieci colombiani sono stati sequestrati e uccisi in Venezuela l’ottobre scorso nei pressi della frontiera di Cucuta, i due paesi si sono rivolti accuse reciproche di spionaggio e di violazioni della sovranità. Sembra che i responsabili del massacro dei dieci colombiani appartengano all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, la seconda guerriglia della Colombia) anche se altre fonti parlano di una mattanza causata da gruppi paramilitari.

La polizia venezuelana ha arrestato alcuni agenti del DAS (Departamento Administrativo de Seguridad) colombiano sospettati di spionaggio. Questi incidenti avvengono nel contesto di una “frontiera difficile” di 2.219 chilometri per metà occupati da una foresta tropicale e in cui operano circa 650 uomini delle guerriglie colombiane, tre bande di paramilitari che mantengono attivi oltre 100 accessi per il commercio di droga, circa 1500 contrabbandieri di benzina e alcuni gruppi di delinquenti comuni e narcotrafficanti. Una complicazione ulteriore è che già dall’estate il Venezuela aveva manifestato la sua opposizione all’accordo militare tra gli USA e la Colombia che viene considerato una vera e propria burla verso tutti i paesi del Sudamerica e i sistemi d’integrazione latino americani.

La popolazione della zona di frontiera, dotata di un certo pragmatismo e calata nella vita quotidiana fatta di lavoro, commercio, relazioni familiari e sociali a livello locale, sembra più disposta a evitare conflitti e a mantenere il proprio stile di vita che ha creato una connessione culturale ed economica peculiare in un territorio inteso come patrimonio comune dei due paesi.

Gli analisti non vedono ancora l’imminenza di una guerra quanto piuttosto una escalation nei toni e nelle ritorsioni commerciali e diplomatiche prese dai due paesi a causa dell’ennesimo incidente di frontiera in cui il conflitto interno colombiano sconfina nel territorio vicino. Simili tensioni interessano con frequenza la frontiera sud tra l’Ecuador, governato dall’alleato di Chavez Rafael Correa, e la Colombia, provocando crisi diplomatiche endemiche e pregiudicando l’economia colombiana che invia a questi due paesi il 22% delle sue esportazioni.

Invece s’identifica l’inasprimento delle relazioni bilaterali e dei toni da guerrafondai dei due mandatari con l’erosione relativa del consenso interno dei due presidenti che dovranno affrontare l’anno prossimo il test delle elezioni politiche in una situazione di razionamento energetico e crisi economica eccezionale in cui è gioco forza spostare l’asse della discussione verso nemici e minacce esterne che in qualche modo unificano l’opinione pubblica nazionale. Inoltre Uribe è anche in attesa di una risoluzione della Corte Suprema che gli permetta di aspirare a governare il paese per la terza volta consecutiva in caso di rielezione, possibilità che è attualmente vietata dalla Costituzione colombiana.

D’altro canto Chavez potrebbe desiderare il raffreddamento delle relazioni commerciali con la Colombia data la forte asimmetria che le caratterizza: il 2008 è stato un anno record per il commercio bilaterale ma il Venezuela presenta un deficit commerciale con la Colombia di circa 5700 milioni di dollari, conto da pagarsi anche tramite l’esportazione di gas e petrolio attualmente deprezzati sui mercati internazionali. A Caracas il parlamento ha ratificato il suo sostengo alla posizione del governo contro l’accordo di cooperazione militare USA-Colombia anche se dall’opposizione si sono levate voci critiche contro il discorso di Chavez sulla “sovranità nazionale” che viene difesa a oltranza con minacce di guerra se si tratta degli Stati Uniti o della Colombia mentre viene rinegoziata e allentata quando riguarda paesi come la Russia o Cuba.

Uguali e diversi
Non è la prima volta che assistiamo ai litigi e alle grandi manovre tra queste due nazioni andine (ma anche caraibiche), anzi, negli ultimi anni sono volate minacce, screzi diplomatici, ritorsioni commerciali e accuse tra i due “uomini forti” e ideologicamente lontani che le governano: Hugo Chavez, promotore del socialismo del secolo XXI d’ispirazione “bolivariana”, favorevole all’unità latino americana e allo statalismo, difensore del nazionalismo e dell’antimperialismo; e Alvaro Uribe, fedele alleato di Washington, sostenitore del libero mercato e degli investimenti stranieri tout court, indirettamente coinvolto in scandali di corruzione e para-politica (legame tra politici e gruppi di paramilitari), noto per la politica di “mano dura” contro guerriglie e narcotraffico.

In realtà i due presidenti hanno anche numerosi aspetti in comune come la forte presenza mediatica, carismatica e comunicativa nella loro relazione con le masse popolari e i mezzi di comunicazione, sono molto vicini alle rispettive forze armate nazionali e spesso ricevono critiche per i loro eccessi di autoritarismo nonostante si dichiarino profondamente democratici.
Inoltre sono noti per le loro capacità oratorie e per l’aurea di populismo che circonderebbe il loro operato e la loro retorica. Sembra anche che entrambi amino il potere e vogliano restare indefinitamente in carica grazie a modifiche costituzionali che permettono due o più rielezioni del capo di Stato, il che lascia intravedere un’alta autostima e un’idea di imprescindibilità e necessità presente nei due personaggi.

 

Storiche tensioni
Una piccola rassegna storica delle relazioni tra Colombia e Venezuela può aiutare a chiarire la portata della crisi attuale che sembra stia lentamente rientrando con le ultime dichiarazioni di Chavez che dice di non aver voluto istigare alla guerra ma solo “alla difesa del paese da un eventuale attacco”.

 

Nel maggio 2004 Chavez denuncia un complotto ordito da gruppi di colombiani e statunitensi e informa della cattura di oltre 50 presunti mercenari colombiani nelle montagne a sud di Caracas. Dopo le denunce del presidente venezuelano e la rottura diplomatica conseguente, i toni s’ammorbidiscono e il Venezuela nega il coinvolgimento del governo colombiano in quegli incidenti.

Nel settembre dello stesso anno appaiono 6 o più cadaveri in seguito a un “incidente” causato da un attacco di un gruppo irregolare colombiano alla frontiera tra i due paesi. Ad oggi non si conoscono gli autori dei delitti ma vengono attribuiti tanto alla guerriglia come ai paramilitari colombiani che trasferiscono la loro guerra interna in territorio venezuelano e causano le veementi reazioni di Chavez che sottolinea come la guerriglia colombiana “non sia una nemica ma che lo diventa nel momento in cui persevera coi suoi sconfinamenti in Venezuela”. Di nuovo due mesi dopo al vertice di Cartagena Chavez ricuce le relazioni con Uribe sostenendo che non aiuterà mai la guerriglia. Nel gennaio 2005 Hugo Chavez richiama l’ambasciatore colombiano e sospende temporaneamente i rapporti commerciali con la Colombia in seguito alla cattura del guerrigliero Rodrigo Granda in territorio venezuelano, atto considerato come violazione della sovranità. La Colombia nega e ribadisce il suo diritto a liberarsi del “terrorismo” accusando il Venezuela di proteggere i guerriglieri. La crisi rientra dopo poche settimane, una volta superato il fuoco retorico appiccato dai due presidenti che in una riunione a Caracas dichiarano la loro “fratellanza e stima reciproca”.

Nel novembre 2007, dopo il fallimento della negoziazione del presidente venezuelano che aveva cercato di ottenere un accordo umanitario con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) ed era stato poi estromesso dal suo omologo colombiano, Chavez descrive come “congelate” le relazioni bilaterali e come “menzognero” Alvaro Uribe che a sua volta lo accusa di voler “incendiare tutta l’America Latina” ed espandere la sua influenza nella regione.

Nel marzo del 2008 la morte del comandante guerrigliero Raul Reyes, il numero due delle FARC, durante un attacco illegale realizzato dalla forza aerea colombiana in territorio ecuadoriano provoca la reazione di Chavez che rompe le relazioni diplomatiche, chiude le frontiere nel mezzo di un’aspra polemica che sfocia nell’invio di truppe colombiane e venezuelane sui rispettivi confini.

Stranamente il Messico del presidente Felipe Calderon, vicino a Uribe politicamente, non adotta una posizione forte e decisa contro la Colombia riguardo al bombardamento in Ecuador, nonostante nell’operazione siano morti anche 4 studenti messicani della Universidad Nacional Autonoma de Mexico che si trovavano nell’accampamento delle FARC.

Hugo Chavez definisce Uribe questa volta come un “criminale, paramilitare, narcotrafficante e servo dell’impero” e rende omaggio a Reyes con un minuto di silenzio. Uribe reagisce con la minaccia di denunciare Chavez dinnanzi alla Corte Penale Internazionale per “patrocinio e finanziamento di genocidi”. Dopo il vertice del Gruppo di Rio a Santo Domingo scoppiano ancora la pace e le dimostrazioni d’affetto tra i due, vengono ritirate le truppe dalla frontiera e si ristabiliscono le relazioni diplomatiche. Uribe ritira quindi le sue minacce di denuncia formale a livello internazionale e Chavez chiede a Uribe di rinunciare alla “dottrina Bush” che prevede la lotta al terrorismo in qualunque luogo si trovi “per non far cadere nel baratro l’America Latina”.

Nel luglio 2008 Uribe ottiene una vittoria morale importante con l’operazione militare che porta alla liberazione della famosa ex candidata presidenziale di nazionalità franco-colombiana Ingrid Betancourt rapita sei anni prima dalle FARC.

Nel marzo 2009 Chavez definisce il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, come “il pupillo della destra americana”, “una minaccia per il continente” e rappresentante “della corrente più fascista dell’oligarchia USA” in seguito alle dichiarazioni di quest’ultimo sugli atti di persecuzione dei “terroristi” fuori dal territorio nazionale da lui interpretati come “legittima difesa accettata dal diritto internazionale”. Anche in questo caso il conflitto viene risolto con una serie di incontri bilaterali e la stipula di accordi economici e lo scambio di battute scherzose.

Nel maggio 2009 Chavez dichiara che si terrà lontano dal conflitto colombiano dato che si tratta “della loro guerra” ma poi nel luglio 2009 durante le negoziazioni dell’accordo militare tra la Colombia e gli Stati Uniti, che prevede l’arrivo di soldati USA per operare in 7 basi militari colombiane, la tensione cresce di nuovo e Chavez sostiene che si dovranno rivedere le relazioni con la Colombia in caso di firma degli accordi. In risposta Uribe chiede maggiore cooperazione e l’interruzione della vendita di armi ai terroristi, pratica di cui accusa direttamente il Venezuela.

 

Chavez sostiene che gli USA vogliono trasformare la Colombia in uno stato simile a Israele in America Latina e annuncia l’acquisto di carri armati e navi da guerra per arrivare a duplicare la sua flotta e rafforzare la presenza militare sulle frontiere.

Il 27 luglio la Svezia chiede spiegazioni al governo venezuelano per verificare che le armi da questa vendute a Caracas non siano state trasferite alle FARC. Il Venezuela ritira il proprio personale diplomatico dalla Colombia e Chavez denuncia una campagna internazionale “sporca e volgare” per giustificare la presenza militare americana nel paese vicino, stabilendo un parallelo con la questione delle armi di distruzione di massa in Iraq. Dopo le stragi di ottobre a 400km dalla frontiera di Cucuta e le relative battaglie verbali bilaterali ci si chiede se i venti di guerra tra Venezuela e Colombia siano solo carichi di retorica o se arrivino fino alla rottura definitiva. Malgrado i pur legittimi allarmismi, pragmatismo e buon senso indicherebbero che il vento potrebbe affievolirsi di nuovo sfumando in una brezza carica di tarallucci e vino che riempiano le tasche dei consensi elettorali dei due presidenti. Vedremo.

Un Commento Finale Con Le Lettere Iniziali Maiuscole
Trattando in termini teorici il caso di questi due presidenti e anche di molti altri personaggi del mondo e dell’America Latina, i quali si trasformano spesso in bandiere di una o più ideologie gemelle e simultaneamente in nemici di quelle opposte, credo sia profondamente sbagliato parlare di fascismo, nazionalsocialismo, comunismo e di etichette storicamente determinate e circoscritte per descrivere i regimi di Uribe e di Chavez in Sudamerica, così come trovo approssimativo parlare nettamente di destra e sinistra tout court per avere sempre in mano una falsa bussola e così orientarsi in cinque minuti quando si conosce per la prima volta un paese o una realtà politica. Inoltre bisogna ammettere che il tema “Chavez e il Venezuela”, così come il tema “Fidel o il Che e Cuba”, insieme a pochi altri, suscitano fin troppi dibattiti accesi e prolissi spingendo alla radicalizzazione delle posizioni che spesso restano parziali, intransigenti e accecate da troppe lenti esposte al sole tropicale.

Certamente alcune categorie servono per comunicare concetti, per abbreviare tempi e per costruire riferimenti comuni tra i dialoganti ma il loro uso deve essere oculato e calato nella dinamica sociale, culturale e storica della comunità umana cui ci riferiamo.

 

Mi pare che questo sia un dilemma difficile da risolvere in un post o in un articolo dato che la logica della notizia e della contemporaneità ci impone di essere diretti e immediati senza troppi “giri di parole” ed eccessi di contestualizzazione. Fatta questa premessa intendo che termini come conservatore, progressista, liberale, liberista, democratico, statalista, centrista, fascista, comunista, eccetera stanno spesso su piani diversi e vengono confusi e adulterati frequentemente da volontà deliberate ed esigenze distorte del mezzo e del comunicatore.

Per quanto riguarda l’America Latina i concetti di destra e sinistra e tutti quelli della lista citata pocanzi vengono ad assumere altri significati storici e politici che sono difficili da contestualizzare e spiegare in poche righe e che provocano probabilmente un buon 80% dei dibattiti tra giornalisti, blogger e latino americanisti in generale.

Anche su: http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//

I falsos positivos e la guerra sporca in Colombia

Falsos Positivos (TRAILER)

Documental de Simone Bruno y Dado Carrilo


Trailer del documentario Falsos Positivos – Falsi Positivi, sulla realtà della guerra colombiana e, in particolare, sul dramma della fabbricazione di falsi guerriglieri da parte di alcuni gruppi delle forze armate colombiane e i paramilitari che, per ottenere ricompense, prebende e benefici statali, sequestrano e travestono contadini, poveri, venditori ambulanti e gente comune da guerriglieri delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) oppure li convincono ad allontanarsi dalla loro città d’origine in cambio di false offerte di lavoro.

Poi avviene la trucidazione, la falsa denuncia che li identifica come guerriglieri e l’esposizione ai mass media come trofeo di guerra.

:::::

Riproduco il comunicato inviatomi da: http://www.nasaacin.org/index.html


(ACIN – Associazione Comunità Indigene del Nord del Cauca, Colombia)

….

E’ una forte denuncia contro il DAS (Dipartimento Amministrativo per la Sicurezza) colombiano e il rispettivo governo e presidente della Repubblica Alvaro Uribe per gli scandali legati ai Falsos Positivos, cioé a quelle centinaia di persone riportate come guerriglieri morti in combattimento mentre si tratta invece di comuni cittadini di zone rurali e quartieri marginali.

La tragedia dei falsos positivos creati dai militari e la realtà delle fosse comuni e le esecuzioni extragiudiziarie, propiziate dalla politica di Seguridad democratica del presidente, è stata addirittura riconosciuta pubblicamente dalle autorità.


………

El régimen que somete a Colombia es una amenaza no solamente para la población y el territorio Nacional, sino para el resto del Continente y más allá.

Esto ha quedado expuesto en las revelaciones que son noticia hoy, que se suman a escándalos previos e investigaciones en curso y que pueden resumirse así:

  1. El Gobierno de Colombia, a través del DAS, ha organizado actos de conspiración y atentados contra el Gobierno y el pueblo de Venezuela.
  2. El DAS, se ha ocupado de organizar fraudes electorales a lo largo y ancho del territorio Nacional. Fraude que se organizó desde la dirección de la entidad y que debió contar con la aprobación y orientación de la Casa de Nariño y del propio Presidente de la República.
  3. El DAS se dedicó a infiltrar, espiar, difamar, perseguir, amenazar y asesinar  a la oposición política y a los líderes de procesos y movimientos sociales.
  4. El DAS era conocido como el “cartel de las tres letras”, por su vinculación directa con operaciones de narcotráfico que incluían no solamente el envío de narcóticos a los EEUU, sino el ingreso de los recursos y rentas del mismo al país.
  5. El Estado Mayor Central de los escuadrones de la muerte y narcotraficantes, es decir, de los paramilitares, actuaba en perfecta armonía y articulación con el DAS o servicio secreto del Estado.

El análisis de la realidad y de sus antecedentes y tendencias ante esta nueva evidencia que hace el Tejido de Comunicación, queda planteado en nuestro Editorial, en la convicción de que este no es un escándalo más sino una prueba que se suma a las anteriores y señala la sombra que se cierne sobre nuestro país y desde acá presagia un futuro de horror.

Además del Editorial y vínculos directos a las fuentes primarias de la información pertinente, que constituyen documentos históricos, este boletín incluye material complementario y  denuncia que el riesgo totalitario no es una probabilidad, sino una inminencia.

Queda pues reiterada esta constancia como llamado, como reclamo y como manifestación de una decisión tomada para que no nos acabe de aplastar ni el silencio del terror ni el palabrerío de feria y colores destinado a ensordecer, ganar poder y engañar.

Sopra: video con una spiegazione chiara del fenomeno.
…..
Le  FARC e i mapuches ???
….
“Es necesario respaldar a los jueces y a las fuerzas de seguridad que muestran compromiso con su cargo. Sabemos que en la Novena Región hay gente escondida que pertenece a las Farc y a ETA que se relacionan con algunos dirigentes mapuches para instalar la anarquía total en Neuqué. Tienen armas y se financian con el narcotráfico”, señala el empresario en diálogo con el Mundo de España.
….
Ultima…Messico e Colombia

“A finales del año 2002 —escribe el ex director de informática— Jorge Noguera viajó a México en razón de su cargo como director del DAS; en realidad este viaje (el cual fue oficial y pagado por el Estado colombiano) tenía como propósito establecer alianzas con la organización narcotraficante de los hermanos Beltrán Leiva, lo cual se concretó, consiguiendo de esta manera que las lanchas rápidas con droga fueran recibidas en México por esta organización, la cual se encargaba de trasladarla a los estados de la costa este de los Estados Unidos. […] Tanto los viajes de Jorge Noguera como los míos debían ser autorizados, por escrito mediante resolución firmada, por el presidente Álvaro Uribe Vélez”.

Nuova tragedia in Colombia per le mine disseminate in territorio indigeno

FotoRiporto l’appello (inviatomi per mail) alla comunità internazionale e allo Stato colombiano che viene rivolto da ACIN, associazione indigena del nord della regione colombiana della Valle del Cauca, dove si trova anche la città di Cali, contro le mine e gli esplosivi abbandonati dalle fazioni in guerra nella zona: militari, guerriglia, paramilitari eccetera.

ASCOLTA L’INTERVISTA (in spagnolo):

http://nasaacin.org/uploads/9bfcb9b34b8952b88fdad1b6509bc504/toribio___alfredo_muelas_31_08_2009.mp3

1. NUOVO LUTTO IN COLOMBIA NEL POPOLO NASA

Foto Llamamos la atención al Gobierno nacional, órganos de control del Estado y a quien corresponda, adelantar de manera urgente medidas necesarias pero de manera concertada con las autoridades indígenas para atender y superar el tema de los artefactos abandonados después de los enfrentamientos armados toda vez que colocan en inminente riesgo la integridad física de la población.
2. GLI “AWAS” AI LIMITI DELLO STERMINIO
EN LOS DIEZ ÚLTIMOS AÑOS, sostiene la Oficina de Derechos Humanos de la ONU, 1.980 indígenas han sido asesinados y más de 70.000 han sido desterrados de sus territorios ancestrales. Los informes de los Relatores para los pueblos aborígenes de NN. UU.
Tejido de Comunicación y Relaciones Externas para la Verdad y la Vida
Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca – ACIN
Telefax: 0928 – 290958 – 293999
Email: acincauca@yahoo.es
web: nasaacin.org
Dirección: Calle 3 No. 7A-20
Santander de Quilichao Cauca -Colombia
Interessante blog che riporta questo appello, ma che si occupa prevalentemente dei mapuches cileni: