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#AvenidaMiranda Puntata 35. La Colombia alla vigilia di un voto storico

A poche settimane dalle elezioni presidenziali, Avenida Miranda torna a occuparsi di Colombia. Marco Dalla Stella ci presenta le personalità che si troveranno a competere il prossimo 27 maggio e il complicato contesto nel quale il Paese sudamericano si avvicina al voto. Gli arresti e crescenti violenze contro componenti della ex-guerriglia delle Farc stanno mettendo a dura prova la tenuta degli Accordi di Pace, mentre alla frontiera con l’Ecuador va prendendo forma una polveriera pronta a esplodere dove paramilitarismo, guerriglia dissidente e grandi cartelli del narcotraffico si spartiscono la principale zona cocalera del paese.

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Colombia. La pace alle urne

di Marco Dalla Stella, per WOTS, 7 maggio 2018

Lucas Carvajal è considerato uno dei volti nuovi delle Farc. Poco più che trentenne e con una passione per la musica metal – anche se, ci tiene a specificarlo, non ama i Led Zeppelin – è stato tra i più giovani componenti del team di negoziatori dell’ex gruppo guerrigliero a L’Avana. È una giornata di novembre quando lo incontriamo al parco Loma de la Cruz, uno dei punti turisticamente più affascinanti di Cali grazie ai murales che lo adornano e alla splendida vista di cui si può godere. Distinguiamo chiaramente la Torre di Cali, un freddo grattacielo di 45 piani che nei primi anni Novanta è stato simbolo dello spregiudicato potere del Cartello di Cali.

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Ecuador, alla frontiera con la Colombia focolai di una nuova narco-guerra e c’è l’ombra dei cartelli messicani

di Marco Dalla Stella, da Repubblica.it

foto: Julio Estrella, El Comercio

Aumentano i pericoli per la popolazione civiIe, dopo il  sequestro di due cittadini ecuadoriani e la morte dei tre giornalisti. Cresce la tensione al confine fra i due paesi. Ma la risposta militare non sembra la soluzione

QUITO – Quando la mattinata del 17 aprile scorso il ministro degli interni ecuadoriano ha reso noto il sequestro di due persone da parte dello stesso gruppo responsabile del rapimento e della morte dell’équipe del giornale El Comercio, si è rotto definitivamente il mito dell’Ecuador come Paese di pace e s’è messa in luce una verità scomoda e troppo a lungo ignorata. Fra Ecuador e Colombia è tracciata una frontiera del crimine, dove il potere del narcotraffico sfida l’autorità di entrambi gli stati, che per decenni hanno trascurato intere comunità, lasciandole in balìa della povertà e della criminalità, come denunciano da tempo diverse organizzazioni umanitarie impegnate nel territorio. Ad avvantaggiarsi, oggi, sono i grandi cartelli messicani del narcotraffico.

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Colombia, gli ex-guerriglieri alla ricerca di un complicato ritorno alla normalità

[di Marco Dalla Stella e Simone Scaffidi, da Repubblica] Quella del Meta è una regione fondamentale per l’organizzazione rivoluzionaria nata nel 1964. Qui infatti agiva il Blocco Orientale, che poteva contare almeno un migliaio di combattenti. E qui è stata creata la zona veredale di transizione e normalizzazione piú grande del Paese, dove piú di 500 combattenti si sono riversati per consegnare le armi e iniziare una nuova vita nella legalità

MESETAS (Colombia) – Qui una volta era tutta coca. Mariana Páez è stata una delle piú importanti ed influenti guerrigliere delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane. È caduta in combattimento ad aprile del 2009, vent’anni dopo essere entrata nelle file della guerriglia. A lei è intitolata la zona di transizione e normalizzazione “Mariana Páez” di Mesetas, nella regione del Meta, 250 chilometri a sud di Bogotá. Per raggiungerla partiamo prima dell’alba, ma arriviamo soltanto a mattinata ormai conclusa, al termine di un dissestato percorso in motocicletta fra sterminati allevamenti di zebú. «Qui, una volta erano tutti campi di coca, poi il governo ha iniziato a spargere il diserbante e la gente se n’è dovuta andare». Lo scoppiettare del motore di una vecchia moto Kawasaki quasi copre le parole di John, uno dei nostri autisti, mentre con ampi gesti della mano ci indica i campi circostanti.

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Colombia, altro che “Accordi di Pace”: intere regioni sono ancora in balia dell’anarchia criminale

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[di Marco Dalla Stella e Simone Scaffidi, da Repubblica] A livello nazionale la violenza diminuisce (-8% rispetto al 2016), ma nelle zone della coca gli omicidi sono aumentati del 12%, soprattutto nel Nariño. Alla fine del 2016 si applaudiva all’inizio di una nuova era, ma ancora oggi gruppi armati di diversa natura si contendono aree di produzione delle foglie di coca e preziose infrastrutture per la distribuzione

BOGOTA’ – Era novembre 2016 quando il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e il generale della guerriglia FARC Timochenko firmavano, sotto lo sguardo attento di Raúl Castro, il testo degli storici Accordi di Pace che mettevano la parola fine a oltre cinquant’anni di sanguinoso conflitto interno. Gli osservatori internazionali applaudivano e una nuova era si apriva per la Colombia, celebrata anche dal Nobel per la Pace al mandatario colombiano. La realtà però è che ancora oggi vaste aree del Paese sono in balia di gruppi armati di differente natura, che si contendono sfere d’influenza, aree di produzione della coca e le preziose infrastrutture per la distribuzione.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 23. Colombia, la pace un anno dopo

avenida-miranda-colombia18 gen. – A un anno dalla firma degli Accordi di Pace tra governo colombiano e guerriglia delle Farc – che sono valsi a Juan Manuel Santos il Nobel per la Pace – la crisi nel paese sudamericano è tutt’altro che rientrata. Sebbene i componenti del più longevo gruppo guerrigliero dell’emisfero occidentale abbiano deposto le armi e abbiano avviato percorsi di reinserimento nella legalità, violenza e insicurezza stringono la Colombia nella loro morsa. Tra gruppi paramilitari, narcotrafficanti, combattenti che hanno rifiutato la resa e nuove sigle criminali la polveriera colombiana è ancora lì, mentre i tentativi degli oramai ex guerriglieri delle Farc di ricostruirsi una vita avanzano tra innumerevoli difficoltà.

Simone Scaffidi e Marco Dalla Stella sono stati in Colombia e hanno visitato tre delle zone di transizione e normalizzazione – oggi spazi territoriali di formazione e reinserimento – dove sono inizialmente confluiti gli ex-combattenti delle Farc. Hanno ascoltato le loro storie e sentito dalla loro voce la loro opinione su questo anno che avrebbe dovuto segnare l’inizio di un nuovo corso in Colombia.

Questa puntata di Avenida Miranda ci caricherà quindi sullo scomodo sellino di una vecchia moto Kawasaki che corre veloce fra i panorami mozzafiato e le accidentate strade della Valle del Cauca, del Meta e di Antioquia. Tra diffidenti guerrigliere olandesi, improbabili candidati alle elezioni, critici burocrati della capitale e disillusi fan di Michael Jackson.

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#Colombia sin #Paz – #Columna @Desinformemonos

colombia

De Fabrizio Lorusso – Foto: Oleg Yasinsky –  Desinformémonos

Tras 4 años de negociaciones y 52 de conflicto armado en Colombia, después de 260mil muertos y millones de desplazados, el acuerdo de paz firmado por el representante del estado colombiano, el presidente Juan Manuel Santos, y la guerrilla de las FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) a finales de septiembre no ha sido ratificado y aprobado por la mayoría de los ciudadanos que el domingo pasado expresaron sus preferencias en un referéndum convocado ad hoc. A las urnas acudió sólo el 37% de los empadronados (13 millones sobre 35), quienes decidieron que hay que desechar el acuerdo. De hecho, el No ha ganado con el 50.2% de los votos, lo que significa, en otras palabras, que el Sí ha perdido por unos 55mil votos, una diferencia muy pequeña que ha generado sorpresa en la comunidad internacional y en una parte de la sociedad colombiana, deseosa de cerrar un capítulo doloroso y empezar la reconstrucción de un camino común. Medios internacionales como The Guardian han hablado de “una Brexit” a la colombiana, o sea de un resultado inesperado, abrupto y, de alguna manera, dramático y desolador. Además, el presidente Santos optó por esta vía para dar más legitimación a los acuerdos, aunque no estaba obligado a ello y, finalmente, no se logró una suficiente movilización de fuerzas sociales y ciudadanos a favor del Sí. La campaña por la paz funcionó quizás más en el exterior que en territorio colombiano.  Continua a leggere

Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.

E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.

Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.

In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.

Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.

“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.

Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto.    Twitter @FabrizioLorusso