Colombia. La pace alle urne

di Marco Dalla Stella, per WOTS, 7 maggio 2018

Lucas Carvajal è considerato uno dei volti nuovi delle Farc. Poco più che trentenne e con una passione per la musica metal – anche se, ci tiene a specificarlo, non ama i Led Zeppelin – è stato tra i più giovani componenti del team di negoziatori dell’ex gruppo guerrigliero a L’Avana. È una giornata di novembre quando lo incontriamo al parco Loma de la Cruz, uno dei punti turisticamente più affascinanti di Cali grazie ai murales che lo adornano e alla splendida vista di cui si può godere. Distinguiamo chiaramente la Torre di Cali, un freddo grattacielo di 45 piani che nei primi anni Novanta è stato simbolo dello spregiudicato potere del Cartello di Cali.

Lucas indossa una maglietta dei Bukaneros, la tifoseria – notoriamente schierata a sinistra – della squadra spagnola Rayo Vallecano. «Una volta un giornalista di Marca è venuto ad assistere a un torneo di calcio che avevamo organizzato a La Elvira, la zona veredale fuori Cali», ci spiega divertito, «quando ho detto che ero un tifoso del Rayo pensava lo stessi prendendo in giro. I tifosi poi hanno letto l’articolo e mi hanno spedito questa maglietta». Le zone veredali di transizione e normalizzazione sono le aree in cui sono state fatte confluire le milizie delle Farc per consegnare le armi e avviare il processo di transizione verso la vita civile. Quella di La Elvira, ci spiega orgoglioso Lucas, è l’unica ad avere un campo da calcio provvisto di gradinate.

A guardare Lucas viene difficile immaginarselo con fucile e tuta mimetica. In effetti, buona parte della sua attività per le Farc è stato di tipo politico e propagandistico nelle zone urbane. Ricorda i tre anni a L’Avana come fra i più difficili della sua vita: «Mi mancava la mia terra, la mia gente. Ero costretto a vivere gomito a gomito con una funzionaria del governo. T’immagini?».

Tre mesi prima del nostro incontro le Farc hanno definitivamente celebrato il passaggio da organizzazione guerrigliera a partito politico. Riunitosi in Congresso l’ormai ex-gruppo combattente più longevo dell’America latina ha ufficializzato che avrebbe corso alle elezioni per il rinnovo del Congresso – che si sono tenute l’11 marzo – mantenendo lo stesso acronimo. Il significato però è cambiato radicalmente: da “Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia” a “Forza Alternativa Rivoluzionaria del Comune”. Dal simbolo sono spariti i fucili AK-47 e al loro posto fa la sua comparsa una più rassicurante rosa rossa che, da europeo, non può non evocarmi i simboli dei movimenti socialisti nostrani.

«Personalmente ero dell’idea che un nuovo nome avrebbe favorito una visione politicamente piú ampia, piú inclusiva» ci dice, «Ma é stata una decisione presa democraticamente e Farc è una sigla che significa molto per la nostra gente». Ad emergere chiara è la volontà di serrare le fila in vista della difficile transizione da gruppo combattente a partito politico.

Cali. Lucas Carvajal, negoziatore FARC a L’Avana

La Colombia si prepara a eleggere un nuovo presidente

Per Lucas l’obiettivo principale delle Farc alle elezioni legislative dell’11 marzo era quello di legittimare i cinque seggi al Senato e i cinque alla Camera che gli Accordi di Pace garantiscono loro. Il risultato delle urne, però, ha presentato un panorama molto diverso.

Il partito della ex guerriglia ha raccolto appena 52.323 voti al Senato e 32.636 alla Camera, un risultato ben al di sotto delle aspettative e che non si è nemmeno avvicinato a quanto auspicato da Lucas. Eppure, tra le fila dell’organizzazione, c’è chi grida alla vittoria. Dopo cinquant’anni di conflitto armato poter mettere da parte i fucili e correre nel confronto elettorale ha rappresentato di per sé un successo.

Il vero vincitore però, con il 16.41% dei consensi al Senato e il 20,17% alla Camera -, è stato il Partito del Centro Democratico di Iván Duque, una delle personalità politiche colombiane tra le più critiche del processo di pace e fortemente legato alla controversa personalità dell’ex presidente Álvaro Uribe che a marzo é risultato il senatore più votato nella storia della Colombia. I legami di Uribe con il paramilitarismo sono stati da tempo dimostrati e coinvolgono anche la sua famiglia, al punto che da febbraio 2016 Santiago Uribe, fratello di Álvaro, è indagato per aver ricoperto la posizione di comandante del gruppo armato di estrema destra “I dodici apostoli”, indicato come principale responsabile di decine di omicidi fra il 1993 e il 1998.

Da gennaio i sondaggi danno Iván Duque come favorito per le elezioni presidenziali del prossimo 27 maggio, quando la Colombia sarà chiamata a scegliere il successore di Juan Manuel Santos. Mentre una sua vittoria al primo turno sembra improbabile, da più parti si ritiene che il suo nome sia già stampato nelle schede nel ballottaggio, previsto per il 17 giugno.

All’estremo opposto del candidato del Centro Democratico e attualmente dato in seconda posizione nei sondaggi si trova Gustavo Petro, vincitore delle primarie per la coalizione della sinistra colombiana: il Movimento Colombia Umana. Ex militante dell’organizzazione guerrigliera M19 e sindaco di Bogotà fra il 2012 e il 2015, Petro è stato spesso associato dai suoi oppositori al rischio di una “venezuelizzazione” della Colombia. Lui però dice di ispirarsi più a Pepe Mujica che a Hugo Chávez e punta su un discorso anti-establishment, anti-corruzione e fortemente ecologista. Un’eventuale vittoria di Petro interromperebbe un monopolio liberale-conservatore che governa ininterrottamente la Colombia per tutto il XX secolo.

Nel caso in cui Ivan Duque e Gustavo Petro, i due candidati favoriti dai sondaggi, dovessero trovarsi a scontrarsi in un ballottaggio mai così polarizzato in Colombia, decisivi sarebbero i voti e gli eventuali endorsement degli altri candidati alla presidenza.

Fra questi c’è German Vargas Lleras, a lungo dato come favorito dai sondaggi e candidato del partito Cambio Radical le cui posizioni si avvicinano molto a quelle di Duque e della destra conservatrice colombiana. Ex vicepresidente di Juan Manuel Santos, Lleras è oggi uno dei principali critici del processo di pace ma la sua candidatura sembra essere stata fagocitata da quella di Duque.

A completare la rosa di nomi che il prossimo 27 maggio andranno a contendersi la presidenza ci sono Humberto de la Calle, candidato del Partito Liberale ed ex capo del team di negoziatori del governo colombiano a L’Avana, e il matematico indipendente Sergio Fajardo, per la Coalizione Colombia. Entrambi si propongono come voto moderato e centrista, con ammiccamenti sia a destra (de la Calle) che a sinistra (Fajardo). Mentre la candidatura di de la Calle appare compromessa dal suo forte legame con l’attuale establishment e, soprattutto, col complicato – e divisivo – tema dell’amnistia verso gli ex combattenti delle Farc, quella di Fajardo potrebbe rappresentare la vera sorpresa delle prossime elezioni. Il risultato del candidato della Coalizione Colombia sarà importante soprattutto per capire le effettive possibilità di Petro al secondo turno.

Medellín. Olmedo Ruíz, deputato FARC alla Camera

Il deputato delle Farc

Olmedo Ruíz – anche se il suo vero nome è Omar de Jesús Restrepo – è uno dei cinque deputati assegnati d’ufficio alle Farc per effetto degli Accordi di Pace. Durante la guerra è stato il secondo comandante del 36° fronte della guerriglia, che esercitava il suo controllo principalmente nell’area di Urabá nel dipartimento di Antioquia. Aveva sedici anni quando si è arruolato nell’organizzazione marxista-leninista, principalmente per contrastare il MAS – Muerte a Secuestradores: la narco-guerriglia di Pablo Escobar.

Quando arriviamo nel suo ufficio a Medellín, Olmedo è impegnato in una riunione con un signore anziano e dallo sguardo sfuggente. Non possiamo non notare che è privo di un braccio. Assieme a noi ci sono almeno una ventina di persone e tutte, chi più chi meno, lavorano alla campagna elettorale del futuro deputato. Stesa su un divano-letto una donna tenta invano di addormentare un neonato, che piange.

Quando finalmente ci riceve Olmedo si esprime già da politico navigato. Parla di proposte concrete per il futuro del paese, di progetti produttivi, della creazione di cooperative agricole. La vera sfida per l’ex organizzazione militare è quella di trovare nuove vie a un popolo di guerriglieri che da troppi anni non conosce altro che la guerra e la vita nella clandestinità.

L’ex comandante Farc ci confessa piena fiducia nel processo democratico e nella solidità degli accordi. «Anche se dovesse vincere il Centro Democratico, il loro candidato [Ivan Duque, ndr] non si assumerà la responsabilità di far sprofondare nuovamente il paese nel conflitto. La pace è una necessità di tutti, un processo irreversibile». Per poter favorire questo processo il neonato partito dovrà però trovare interlocutori nel complesso e diviso mondo della sinistra colombiana. «Chiunque sarà d’accordo con l’implementazione e il rispetto degli accordi potrà considerarsi nostro alleato», ci spiega. Nel momento in cui lo incontriamo è stata da poco resa nota la candidatura alla Presidenza di Rodrigo Londoño, alias Timochenko, storico leader dell’ex organizzazione combattente. Candidatura ritirata però a inizio marzo, ufficialmente per motivi di salute.

Chiediamo a Olmedo se non teme che gli errori – e gli eccessi – del passato possano ritorcersi loro contro nel voto popolare. «Certo, abbiamo commesso diversi errori ma mai per nostra decisione. Si è trattato di imprevisti, calcoli sbagliati, armi non convenzionali messe nelle mani della persona sbagliata. Noi abbiamo chiesto scusa, ma siamo anche consapevoli che non tutti lo capiranno».

Bogotà. L’avvocato Uldarico Flórez Peña, difensore per i diritti dei prigionieri Farc

Il ruolo ambiguo degli Stati Uniti: i casi Santrich e Trinidad

Oggi Olmedo è uno dei cinque deputati e cinque senatori assegnati d’ufficio alle Farc nel Congresso colombiano. Il suo nome compare al fianco di quelli dei massimi vertici dell’organizzazione: Iván Márquez, Pablo Catatumbo, Victoria Sandino, Carlos Lozada, Sandra Ramírez, Byron Yepes, Jairo Quintero e Marco Calarcá. Assieme a loro avrebbe dovuto anche esserci Jesús Santrich.

Santrich, cieco a causa di una malattia degenerativa, è uno degli ideologi più importanti dell’organizzazione rivoluzionaria, colonna portante del celebre Blocco Orientale delle Farc e braccio destro di Iván Márquez. Dallo scorso 9 aprile si trova nel carcere La Picota di Bogotà, arrestato a seguito di un mandato di cattura dell’Interpol che lo accusa di aver esportato 10 tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti con la complicità del Cartello di Sinaloa. L’estradizione chiesta da Washington è diventata presto un argomento della calda campagna elettorale in corso in Colombia e oggetto di animate proteste da parte di settori della società civile che accusano gli Stati Uniti di voler minare alla base il processo di pace. Nel frattempo, Santrich ha iniziato uno sciopero della fame che intende portare alle estreme conseguenze, mentre una recente inchiesta del Wall Street Journal sostiene che sarebbe pronto un mandato di cattura anche a carico di Iván Márquez, numero due dell’organizzazione e anch’egli senatore della Repubblica.

Il caso di Santrich è sintomatico di come gli Stati Uniti continuino a ricoprire un ruolo ambiguo nella rincorsa verso la pace della Colombia. Sintomatico almeno quanto il caso del carcerato numero 27896-016 della prigione di massima sicurezza di ADX Florence, in Colorado. Il suo nome è Simón Trinidad e dal 2004 sta scontando una condanna a sessant’anni – e cioè a vita – per il sequestro dei tre contrattisti statunitensi Marc Gonsalves, Thomas Howes e Keith Stansell. Lo stesso sequestro per cui gli Stati Uniti continuano a chiedere l’estradizione di diversi ex-guerriglieri. Fra questi c’è Tanjia Njimejier, alias Alexandra Nariño, famosa anche come “la guerrigliera olandese”.

La scarcerazione di Trinidad, che ha quasi settant’anni e ha dovuto assistere da una cella di isolamento alla morte della figlia per mano dell’esercito colombiano, sarebbe dovuta essere uno dei nodi centrali degli Accordi di Pace. Una condizione che però gli Stati Uniti non hanno mai voluto discutere.

Sebbene Washington abbia ufficialmente appoggiato i negoziati, tutt’oggi nella lista delle organizzazioni terroristiche globali elaborata annualmente dal Dipartimento di Stato è presente, assieme a Boko Haram e al-Qa’ida, la sigla delle Farc. Inoltre, numerosi ex-guerriglieri compaiono fra i principali ricercati per narcotraffico con ricompense che spesso raggiungono i5 milioni di dollari.  L’opinione dell’intelligence USA, esplicitata lo scorso settembre dall’ambasciatore statunitense a Bogotà Kevin Whitaker in un’intervista al quotidiano El Tiempo, è che le FARC non stiano contribuendo quanto dovuto all’eradicazione delle coltivazioni di coca.

Intanto la crescente insicurezza percepita dagli ex-combattenti, alimentata anche dai crescenti attacchi da parte principalmente di organizzazioni narco-paramilitari – fra cui la più estesa è il Clan del Golfo – sta minando alla base la possibilità di una pace stabile e duratura. Con oltre 40 omicidi di ex-combattenti avvenuti da dicembre 2016, sono sempre più coloro che decidono di tornare in armi e ingrossare le fila della dissidenza, che  secondo le Forze Armate colombiane oggi sommerebbe circa 1.200 combattenti.

Bogotà. Mauricio Solano, responsabile governativo degli spazi territoriali del Meta

L’ombra di una nuova narcoguerra al confine con l’Ecuador

Nodo centrale degli Accordi di Pace è il programma nazionale integrato di sostituzione delle coltivazioni (PNIS), con il quale il governo colombiano mette a disposizione una serie di strumenti e sovvenzioni per favorire il passaggio dei coltivatori di coca verso altre produzioni, legali. La verità però è che le aree cocaleras, povere e prive di servizi statali, restano saldamente in mano di gruppi criminali che 0stacolano questa transizione.

Come nel caso di Alta Mira y Frontera, una piccola comunità nel nord del Nariño in cui lo scorso ottobre 2017 è stato assassinato il leader comunitario José Jair Cortés, colpevole di voler portare la propria gente fuori dall’economia della droga dopo che poche settimane prima in un operativo della polizia colombiana sei coltivatori di coca avevano perso la vita.

Alta Mira y Frontera si trova nelle prossimità di Tumaco, uno dei centri nevralgici del narcotraffico colombiano. Non solo perché qui viene prodotto il 16% di tutta la cocaina colombiana (che da sola rifornisce il 98% dello sterminato mercato statunitense), ma anche perché il porto di Tumaco è di grande importanza strategica per il trasporto della merce verso nord. Dalla smobilitazione delle Farc l’area di Tumaco si è trasformata in una polveriera in cui almeno una decina di attori criminali (dissidenza delle Farc, ELN, cartelli del narcotraffico, paramilitari) si contendono aree di influenza e nicchie di mercato.

Dietro alla crescita esponenziale delle coltivazioni di coca (più 50% soltanto nel 2016, secondo l’ONU) è ormai comprovata la presenza dei grandi cartelli del narcotraffico messicano, che a differenza degli anni Ottanta e Novanta – quando dovevano interagire e negoziare accordi con guerriglia e narcos colombiani – stanno cercando di prendere il controllo diretto della produzione di coca. Molto più che tequila e mariachi, il loro principale prodotto d’esportazione.

Fra gli attori che terrorizzano Tumaco (il tasso di omicidi ogni centomila abitanti è 74,5, tre volte la media nazionale) in prima fila c’è il Frente Oliver Sinisterra dell’ex guerrigliero FARC William Quiñonez, alias el Guacho (dal quechua “wakcha”, povero). Dopo quindici anni trascorsi nel Fronte29 della colonna mobile Daniel Aldana, il Guacho ha rifiutato di consegnare le armi e ha raccolto attorno a sé un commando di un’ottantina di uomini per conformare il FOS e continuare nelle sue attività di narcotraffico, che secondo il procuratore Néstor Martinez sarebbero finanziate dal Cartello di Sinaloa.

Da gennaio, forse a seguito di un aumento delle operazioni militari dell’esercito colombiano nel nord del Nariño, la presenza del FOS si è intensificata nell’area ecuadoriana di San Lorenzo, nella provincia di Esmeraldas al confine con la Colombia. E non si può dire che sia passato inosservato.

Da gennaio 2018 nella piccola cittadina ecuadoriana si sono registrati tre attentati con esplosivi in cui hanno perso la vita quattro membri dell’esercito. A marzo il sequestro e l’assassinio dell’equipe giornalistica del quotidiano El Comercio ha sconvolto una nazione che credeva di essere al riparo da un conflitto che pensava non la riguardasse, e nel momento in cui scriviamo altre due persone di nazionalità ecuadoriana sono tenute in ostaggio dal FOS.

Come ritorsione verso il sequestro dei suoi concittadini, ad aprile 2018 il presidente ecuadoriano Lenín Moreno ha annunciato l’interruzione dei negoziati che il governo colombiano stava conducendo con la guerriglia dell’ELN grazie alla mediazione di Quito e che ora verranno spostati a Cuba. Quella di Moreno è stata una mossa radicale, di cui non si capiscono le movitazioni se non quella di calmare una popolazione spaventata e ferita, che non vuole nemmeno sentir nominare la parola “guerriglia”.

La Colombia che si avvicina al voto è un paese polarizzato e diviso, spaventato e confuso. In questo contesto le soluzioni radicali e semplicistiche proposte dalla destra estrema sembrano aver trovato terreno fertile, mentre dalle periferie si alza forte come non mai una richiesta di cambiamento, di dignità e rivalsa sociale. Il nuovo presidente, chiunque sarà, dovrà riuscire a dare risposta a queste e a molte altre istanze che provengono dalla società di un paese il cui futuro non sembra mai come ora avvolto nell’incertezza.

Articolo e foto di Marco Dalla Stella, con la preziosa collaborazione di Simone Scaffidi

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