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A Sud del Confine (South of the Border). Film di Oliver Stone in italiano

Storia del Venezuela e dell’America Latina all’epoca di Hugo Chávez: la crisi della fine degli anni 80, gli anni novanta e l’ascesa del “Comandante” nel paese andino (e caraibico) che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo e da 14 anni è immerso nel processo della Revolución Bolivariana: affascinante storia narrata in italiano nel documentario del 2009 di Oliver Stone. Articolo sul futuro del Venezuela a questo link.

Da wikipedia: A sud del confine[1] (South of the Border) è un documentario di Oliver Stone del 2009, presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è scritto da Tariq Ali. Il film cerca di spiegare e documentare il fenomeno Chavez, ex presidente venezuelano, e della rinascita socialista dell’America Latina. Dopo la morte di Chávez, il documentario è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Chávez – L’ultimo comandante da Movimento Film.[2]

Da YouTube: Oliver Stone si è recato in Venezuela per intervistare il Presidente Hugo Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione: Chavez era davvero la forza “anti americana”rappresentata dai media?Una volta iniziato il viaggio,Stone e la sua troupe hanno avuto bisogno di spingersi oltre,hanno quindi intervistato con Evo Morales ( Bolivia ) ,Lula da Silva ( Brasile ) Cristina Kirchner (Argentina ) e il suo consorte ed ex Presidente Nestor Kirchner,Fernando Lugo (Paraguay), Rafael Correa ( Equador) e Raul Castro ( Cuba ).Il viaggio do Stone mette il luce il grande cambiamento che è avvenuto nel continente:non più paesi subordinati,economicamente e politicamente agli Stati Uniti,na una nuova dignità un nuovo ruolo internazionale,un unione tra popoli vicini sia geograficamente che politicamente.

Poster_of_the_movie_South_of_the_Border

L’eredità di Hugo Chávez dal Venezuela all’America Latina

CHAVEZParlare di Venezuela e di Chávez, un leader storico indiscusso e per questo amato e odiato allo stesso tempo, suscita sempre emozioni e dibattiti. Ci ho provato in varie occasioni, ascoltando voci diverse, dal cuore al cervello, dai latino americanisti fedeli al socialismo bolivariano ai critici duri del sistema. Oggi in Messico si respira un’aria strana, c’è il lutto e ci sono le prese di distanza, c’è l’affetto e ci sono le indifferenze. Ci saranno 7 giorni di lutto nazionale in Venezuela e a Caracas in questo momento ci sono manifestazioni massicce per le strade. E’ la sua gente che scorta il feretro in corteo insieme ai familiari e ai ministri, insieme alla musica delle bande musicali e alle preghiere. Intanto i presidenti del subcontinente e del mondo mandano messaggi di cordoglio e solidarietà. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente e successore di Chávez, Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana. L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare. Dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso conquistando la presidenza per il periodo 2013-2019, saranno convocate entro un mese nuove elezioni presidenziali in Venezuela.

“Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro che per qualche settimana, fino alle nuove elezioni, sarà il presidente ad interim del paese. La maggior parte dee paesi sudamericani e il Nicaragua hanno decretato tre giorni di lutto. Amici e alleati si stringono intorno ai familiari del comandante. Il Venezuela avrà una settimana di riflessione per esprimere le condoglianze verso il suo presidente scomparso. La presidentessa argentina Cristina Fernández e Mújica, capo di Stato uruguayano, sono partiti subito per Caracas per assistere ai funerali.

L’eredità del chavismo è difficile da determinare, probabilmente è ancora presto, ma sicuramente trascenderà le frontiere del paese andino e caraibico che l’ha generato e trascenderà alcune generazioni, così com’è successo con alcuni aspetti del peronismo argentino o con le idee stesse di Simón Bolivar e José Martí e la loro spinta per la creazione di una Patria Grande. L’America Latina oscillerà tra i diversi modelli del progressismo continentale, dal Brasile di Lula e Dilma Roussef all’Uruguay di Pepe Mújica, dall’Ecuador di Rafael Correa (indicato spesso come il più logico e vicino “successore” di Chávez in Sudamerica anche se i loro rispettivi paesi hanno presenze e influenze diverse nella regione), alla Bolivia di Evo Morales e all’argentina di Nestor e Cristina Kirchner. Oppure ci sarà in alcuni paesi un’alternanza con le destre (come in Cile) che, però, dovrebbero aver capito le lezioni dolorose del liberismo selvaggio e dell’autoritarismo del passato che, ciononostante, a volte si fa rivedere (come successo in Paraguay nel 2012 e in Honduras nel 2009 con dei colpi di Stato più o meno “istituzionali” o anche militari).

L’ondata di rifiuto delle politiche economiche e sociali imposte dalle agenzie internazionali e dai paesi creditori, che strozzavano lo sviluppo latino americano con l’austerità, ha creato tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio le condizioni propizie per una ridiscussione del modello e per la nascita di alternative progressiste. Ogni paese, però, ha elaborato la propria alternativa (più o meno radicale, più o meno includente) in questo quadro comune a seconda delle condizioni storiche, le negoziazioni interne, le diverse élite nazionali ed esperienze preesistenti nella realtà nazionale. Le alleanze continentali, propiziate dal Presidente Chávez, hanno in qualche modo consolidato una visione collettiva e comune in America Latina e favorito obiettivi di emancipazione, con un tono nazionalista in difesa della sovranità, e di sviluppo, oltre la semplice cifra della crescita economica.

Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, il Messico e l’America centrale e caraibica non possono veder spiegata la loro storia senza considerare l’egemonia statunitense che, nel suo backyard, ha spesso fatto leva sulle armi, sullo spionaggio e sul cosiddetto hard power piuttosto che sulla diplomazia e sull’influenza soft e ideologica per ottenere i suoi obiettivi e il controllo regionale (controllo delle risorse, protezione degli investimenti e degli interessi strategici, egemonia politico-culturale). Tra il bastone e la carota, non c’è dubbio che storicamente abbia prevalso quest’ultimo e che ciò abbia generato reazioni altrettanto forti, soprattutto dentro i progetti contro-egemonici latino americani che hanno radicalizzato le loro posizioni, spesso più a livello retorico che nei fatti. Questo processo è avvenuto anche in Venezuela dove l’élite tradizionale dei partiti, legata agli interessi esterni, al petrolio e alla grande impresa, aveva raggiunto livelli di distacco dalla società, privilegi di casta, sprechi e corruzioni indicibili. Già il caracazo del febbraio 1989, una due giorni di proteste feroci della popolazione repressa nel sangue dal presidente Pérez (si parla nelle cifre ufficiali di 300 morti, ma altre fonti indicano oltre 3000 morti) era un gravissimo segnale d’allarme. Inascoltato.

Chávez ha alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe anche grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che puntano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione, come obiettivo implicito, ma che fondamentalmente sono strumenti di quel regionalismo aperto sudamericano che s’era arenato con il MERCOSUR e la COMUNIDAD ANDINA.

L’opposizione della destra venezuelana, composta dagli estremisti conservatori e tradizionali, dai vecchi partiti COPEI e AD e da una parte di democratici liberali, s’è caratterizzata per la cecità verso le esigenze delle masse popolari impoverite dai decenni perduti, gli anni ottanta della crisi del debito e gli anni novanta del non-recupero economico. Avevano provato a rimontare posizioni l’ottobre scorso con una proposta moderata, socialdemocratica, che però non ha convinto la maggioranza dei votanti e nascondeva incognite e mancanze troppo importanti per essere presa sul serio dalla maggioranza della popolazione beneficiata dal chavismo.

Al contrario di quanto previsto da FMI e Banca Mondiale la crescita dei paesi latinoamericani, anche quando negli anni 90 si sono riaperti i flussi del credito e i prestiti internazionali, è stata precaria e insufficiente. Credo che la maggioranza dell’elettorato venezuelano non sia pronta né disposta a tornare a un modello nettamente neoliberista controverso e criticato da buona parte delle stesse classi dirigenti latino-americane e, oggi, europee. Le speranze e le aspettative risvegliate da Chávez, così come la partecipazione alla vita politica favorita dai suoi 14 anni al potere, sono eredità difficili da cancellare e una società più attiva è un cavallo difficile da domare tanto per il PSUV (il governativo Partito Socialista Unito del Venezuela) che per l’opposizione capeggiata dal rampollo conservatore Henrique Capriles.

Ci si chiede in Messico, e ancor di più in Sudamerica, quali siano i progetti latino americani o “latino americanisti” che possano convivere con gli Stati Uniti in una logica di contrapposizione senza conflitto, di autonomia senza ingerenza. L’ideale di una confederazione democratica di paesi che possa convivere con gli USA al Nord e con le proprie diversità e specificità geopolitiche e culturali a Sud, fomentando l’uso e lo sviluppo delle risorse interne per fini economici con visione sociale e includente, non dovrebbe scomparire e potrebbe essere una lezione appresa dal passato che crea immaginario e unità politica e d’intenti.

Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo hanno contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste e anti-elitiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani.

Dopo aver beneficiato di un indulto, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con l’alternanza democratica, stabilita a tavolino, del “Patto del Punto Fisso” (31 ottobre 1958) . Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali (AD, socialdemocrazia, e COPEI, democrazia cristiana) che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum. Durò 40 anni fino all’ascesa di Hugo Chávez nel 1998.

L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano direttamente. Nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks e le denunce dello steso presidente, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di stato su un’isola dei Caraibi.

Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Per l’opposizione e gli USA fu un boomerang. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani anche grazie all’uso della spesa pubblica, all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita e dei programmi per le case popolari con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici, di assistenzialismo e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli.

D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 14 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita s’è mantenuta, anche se altalenante, dopo la crisi del 2008-2009. Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

Infine l’opposizione ha sempre accusato il presidente di concentrare un potere mediatico senza precedenti. In realtà c’è stata certamente una crescita (anche se non spettacolare) della presenza mediatica e del controllo governativo sui media venezuelani (sia come tempi di presenza che come numero effettivo di media presumibilmente “allineati”) rispetto all’inizio del periodo chavista (1998-1999) in cui praticamente nessun mezzo di comunicazione nutriva particolari simpatie per il presidente, però non si può parlare di un controllo totalitario. In proposito esiste una letteratura specifica, anche se è difficile districarsi proprio perché è difficile considerare e valutare tutti i media (radio, Tv analogica e digitale, nazionale e straniera, giornali, riviste, internet, ecc…) con il loro campo e profondità di influenza. Inoltre non sempre esiste uno schieramento netto e totale. Rimando a questo articolo “Television in Venezuela: Who Dominates the Media?” (link).

Non so come concludere, lo confesso. So solo che ne parleremo ancora a lungo. Siamo ancora nel mezzo di una stagione di grossi cambiamenti in America Latina che né inizia né finisce con Chávez, ma che ha avuto in lui un propulsore e un ispiratore nel rispetto delle differenti esperienze nazionali e delle strade che poi ciascun paese ha deciso e deciderà d’intraprendere. Quindi vamos a ver y adelante. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

Muore Hugo Chávez, Presidente del Venezuela

Venezuelan President Hugo Chavez listens during a ceremony at the Mir

[Questo articolo viene completato e integrato da questo LINK, quindi meglio saltare direttamente al LINK!]”Riceviamo l’informazione più dura e tragica che potessimo trasmettere al nostro popolo. Alle 4.25 del pomeriggio di oggi 5 marzo è venuto a mancare il nostro comandante presidente Hugo Chávez Frías”, ha detto Maduro.

Chávez aveva alzato le bandiere del Socialismo del Secolo XXI e della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela e nelle Americhe grazie alla creazione di istituzioni latinoamericane come l’ALBA (la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América) e la CELAC (Comunidad Estados Latinoamericanos y Caribeños) che mirano a ridurre l’egemonia statunitense nella regione. Il Presidente del Venezuela, il cinquantottenne Hugo Chávez, è mancato martedì 5 marzo alle 16:25 (21:25 ora italiana), secondo l’informazione diffusa a reti unificate dal Vicepresidente Nicolás Maduro. Era arrivato a Caracas il 18 febbraio scorso da L’Avana, Cuba, dove aveva ricevuto le ultime cure per un paio di mesi. Ha passato gli ultimi giorni in compagnia delle figlie e dei suoi nipoti nell’Ospedale Militare della capitale venezuelana.

E’ morto ieri, dopo quasi due anni di sofferenze per un cancro nella zona addominale che gli ha impedito anche di prestare giuramento per il periodo 2013-2019 per cui era stato riconfermato alla massima carica dello stato nelle elezioni dello scorso 7 ottobre.
Il decesso è stato causato dalle complicazioni insorte durante il trattamento postoperatorio della chirurgia contro il tumore cui s’era sottoposto a Cuba l’11 dicembre 2012. Fu la quarta operazione da quando gli fu diagnosticata la malattia nel giugno 2011.

L’8 dicembre aveva inviato l’ultimo messaggio alla nazione in cui indicava Maduro come suo successore in caso lui venisse a mancare e si convocassero nuove elezioni. Infatti, dopo la morte del Presidente, che aveva sconfitto l’oppositore Henrique Capriles l’anno scorso, verranno convocate nuove elezioni presidenziali in Venezuela.
Chávez, el comandante, è nato nel 1954 da una famiglia povera e sognava di diventare un pittore o un giocatore di baseball professionista, ma poi il suo destino fu differente. Cresciuto in campagna, in povertà ma senza stenti, ha spesso nutrito la sua retorica politica degli aneddoti dell’infanzia e del carisma naturale che lo ha contraddistinto. Le sue origini umili l’hanno sicuramente aiutato nel duro compito di creare empatia e legami con le classi marginali venezuelane che riuscivano a vederlo quasi come “un membro della loro famiglia”.

Da militare, come tenente colonnello delle forze armate, meditò a lungo una cospirazione di soldati dalle tendenze progressiste per spodestare i politici tradizionali e nel 1992 condusse un colpo di Stato, fallito nelle prime ore, contro il Presidente Carlos Andrés Pérez. Inaspettatamente quello fu l’inizio della sua presenza mediatica e della carriera politica. Il breve discorso che fece, portando il suo famoso basco rosso, prima di essere imprigionato lo catapultò nelle simpatie di milioni di cittadini venezuelani. Dopo essere stato amnistiato, Chávez condusse una campagna politica per le elezioni del 1998, vinse e assunse il suo primo incarico da Presidente nel 1999. Per molti votanti la sua ascesa significava novità e riscatto popolare, dopo decenni di politiche di austerity, governi indifferenti alle necessità delle classi meno abbienti e corruzione politica cui s’era arrivati con la democrazia del “Patto del Punto Fisso”. Questo era un Patto di governo tra i due partiti principali che garantiva la stabilità di governo e l’alternanza a tavolino ma che in realtà generava corruzione e spartizione del potere ad libitum.

L’opposizione anti-chavista dei mezzi di comunicazione privati e dei leader del settore privato fu feroce, vista la prima serie di leggi proposte dal presidente che li interessavano, e nel 2002 un gruppo di politici e truppe dissidenti, con il sostegno statunitense secondo rivelazioni di WikiLeaks, realizzarono un golpe e deportarono il Capo di Stato su un’isola dei Caraibi.

Due giorni dopo, però, fu rimesso al suo posto da settori fedeli dell’esercito e fu osannato da folle e manifestazioni popolari in tutto il paese. Chávez ha accusato gli Stati Uniti, un “impero decadente e guerrafondaio”, di un tentativo di omicidio contro di lui e di aver orchestrato il golpe del 2002. Il presidente ha ottenuto un enorme sostegno da parte dei settori popolari venezuelani in parte grazie all’uso della spesa pubblica e all’espansione della sanità e dell’istruzione gratuita con le risorse ottenute dall’industria petrolifera. Ha minacciato varie volte di sospendere il flusso di greggio verso gli USA, anche se questo non è masi successo e, piuttosto, le esportazioni di crudo venezuelano si sono diversificate verso la Cina, la Bielorussia, l’Iran e la Siria.

L’ispirazione principale di Hugo Chávez è stata l’esperienza cubana e del suo grande amico Fidel Castro per cui la via delle nazionalizzazioni, della redistribuzione della ricchezza e l’accentramento governativo e presidenziale dei poteri segue il modello dell’isola caraibica con la sua revolución. L’opposizione l’ha accusato di eccessi repressivi contro i suoi critici e di spreco di denaro pubblico, in particolare di quello della compagnia petrolifera PDVSA, e di “spaventare gli investitori” con espropriazioni a vari livelli. D’altro canto, grazie alle politiche redistributive chaviste, negli ultimi 15 anni gli indici di povertà e di indigenza in Venezuela sono stati drasticamente ridotti e la crescita è rimasta sostenuta.

Lo stile di Chávez attingeva dalla tradizione populista latino-americana, con l’uso di un linguaggio energico e colorito, con prestiti dal gergo militaresco, patriarcale e contadino e comizi di varie ore in piazza e in TV, però, nonostante le critiche dell’opposizione e di buona parte della comunità e dei mass media internazionali, il consenso popolare, mostrato a livello elettorale in numerose occasioni, ha subito poche erosioni in tutte le prove cui s’è sottoposto.

Nell’estate 2011 il comandante aveva annunciato l’inizio dei trattamenti contro il cancro e, dopo quattro operazioni a Cuba, aveva dichiarato la remissione completa della malattia nel mezzo della campagna elettorale nel luglio 2012. A dicembre emergono altri tumori e, dopo la vittoria elettorale, Chávez torna sull’isola, si opera di nuovo e un velo di mistero avvolge le sue condizioni di salute fino all’annuncio della sua scomparsa. Con informazioni de La Jornada.

Colombia e Venezuela, anni difficili

Venti di guerra?
Le relazioni tra la Colombia e il Venezuela stanno vivendo in questi giorni momenti di forte tensione con la chiusura delle frontiere, le accuse reciproche di spionaggio, l’apparizione di morti e una specie di guerra fredda che rischia di trasformarsi in guerra calda. Infatti il presidente venezuelano Hugo Chavez ha spinto militari e civili a “prepararsi per una guerra” con la vicina Colombia e ha inviato 15-20mila soldati a proteggere la frontiera mentre il presidente colombiano Alvaro Uribe da Bogotà annuncia il ricorso alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Dopo una serie di incidenti in cui due membri della Guardia Nazionale venezuelana sono stati assassinati da gruppi di paramilitari colombiani e dieci colombiani sono stati sequestrati e uccisi in Venezuela l’ottobre scorso nei pressi della frontiera di Cucuta, i due paesi si sono rivolti accuse reciproche di spionaggio e di violazioni della sovranità. Sembra che i responsabili del massacro dei dieci colombiani appartengano all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, la seconda guerriglia della Colombia) anche se altre fonti parlano di una mattanza causata da gruppi paramilitari.

La polizia venezuelana ha arrestato alcuni agenti del DAS (Departamento Administrativo de Seguridad) colombiano sospettati di spionaggio. Questi incidenti avvengono nel contesto di una “frontiera difficile” di 2.219 chilometri per metà occupati da una foresta tropicale e in cui operano circa 650 uomini delle guerriglie colombiane, tre bande di paramilitari che mantengono attivi oltre 100 accessi per il commercio di droga, circa 1500 contrabbandieri di benzina e alcuni gruppi di delinquenti comuni e narcotrafficanti. Una complicazione ulteriore è che già dall’estate il Venezuela aveva manifestato la sua opposizione all’accordo militare tra gli USA e la Colombia che viene considerato una vera e propria burla verso tutti i paesi del Sudamerica e i sistemi d’integrazione latino americani.

La popolazione della zona di frontiera, dotata di un certo pragmatismo e calata nella vita quotidiana fatta di lavoro, commercio, relazioni familiari e sociali a livello locale, sembra più disposta a evitare conflitti e a mantenere il proprio stile di vita che ha creato una connessione culturale ed economica peculiare in un territorio inteso come patrimonio comune dei due paesi.

Gli analisti non vedono ancora l’imminenza di una guerra quanto piuttosto una escalation nei toni e nelle ritorsioni commerciali e diplomatiche prese dai due paesi a causa dell’ennesimo incidente di frontiera in cui il conflitto interno colombiano sconfina nel territorio vicino. Simili tensioni interessano con frequenza la frontiera sud tra l’Ecuador, governato dall’alleato di Chavez Rafael Correa, e la Colombia, provocando crisi diplomatiche endemiche e pregiudicando l’economia colombiana che invia a questi due paesi il 22% delle sue esportazioni.

Invece s’identifica l’inasprimento delle relazioni bilaterali e dei toni da guerrafondai dei due mandatari con l’erosione relativa del consenso interno dei due presidenti che dovranno affrontare l’anno prossimo il test delle elezioni politiche in una situazione di razionamento energetico e crisi economica eccezionale in cui è gioco forza spostare l’asse della discussione verso nemici e minacce esterne che in qualche modo unificano l’opinione pubblica nazionale. Inoltre Uribe è anche in attesa di una risoluzione della Corte Suprema che gli permetta di aspirare a governare il paese per la terza volta consecutiva in caso di rielezione, possibilità che è attualmente vietata dalla Costituzione colombiana.

D’altro canto Chavez potrebbe desiderare il raffreddamento delle relazioni commerciali con la Colombia data la forte asimmetria che le caratterizza: il 2008 è stato un anno record per il commercio bilaterale ma il Venezuela presenta un deficit commerciale con la Colombia di circa 5700 milioni di dollari, conto da pagarsi anche tramite l’esportazione di gas e petrolio attualmente deprezzati sui mercati internazionali. A Caracas il parlamento ha ratificato il suo sostengo alla posizione del governo contro l’accordo di cooperazione militare USA-Colombia anche se dall’opposizione si sono levate voci critiche contro il discorso di Chavez sulla “sovranità nazionale” che viene difesa a oltranza con minacce di guerra se si tratta degli Stati Uniti o della Colombia mentre viene rinegoziata e allentata quando riguarda paesi come la Russia o Cuba.

Uguali e diversi
Non è la prima volta che assistiamo ai litigi e alle grandi manovre tra queste due nazioni andine (ma anche caraibiche), anzi, negli ultimi anni sono volate minacce, screzi diplomatici, ritorsioni commerciali e accuse tra i due “uomini forti” e ideologicamente lontani che le governano: Hugo Chavez, promotore del socialismo del secolo XXI d’ispirazione “bolivariana”, favorevole all’unità latino americana e allo statalismo, difensore del nazionalismo e dell’antimperialismo; e Alvaro Uribe, fedele alleato di Washington, sostenitore del libero mercato e degli investimenti stranieri tout court, indirettamente coinvolto in scandali di corruzione e para-politica (legame tra politici e gruppi di paramilitari), noto per la politica di “mano dura” contro guerriglie e narcotraffico.

In realtà i due presidenti hanno anche numerosi aspetti in comune come la forte presenza mediatica, carismatica e comunicativa nella loro relazione con le masse popolari e i mezzi di comunicazione, sono molto vicini alle rispettive forze armate nazionali e spesso ricevono critiche per i loro eccessi di autoritarismo nonostante si dichiarino profondamente democratici.
Inoltre sono noti per le loro capacità oratorie e per l’aurea di populismo che circonderebbe il loro operato e la loro retorica. Sembra anche che entrambi amino il potere e vogliano restare indefinitamente in carica grazie a modifiche costituzionali che permettono due o più rielezioni del capo di Stato, il che lascia intravedere un’alta autostima e un’idea di imprescindibilità e necessità presente nei due personaggi.

 

Storiche tensioni
Una piccola rassegna storica delle relazioni tra Colombia e Venezuela può aiutare a chiarire la portata della crisi attuale che sembra stia lentamente rientrando con le ultime dichiarazioni di Chavez che dice di non aver voluto istigare alla guerra ma solo “alla difesa del paese da un eventuale attacco”.

 

Nel maggio 2004 Chavez denuncia un complotto ordito da gruppi di colombiani e statunitensi e informa della cattura di oltre 50 presunti mercenari colombiani nelle montagne a sud di Caracas. Dopo le denunce del presidente venezuelano e la rottura diplomatica conseguente, i toni s’ammorbidiscono e il Venezuela nega il coinvolgimento del governo colombiano in quegli incidenti.

Nel settembre dello stesso anno appaiono 6 o più cadaveri in seguito a un “incidente” causato da un attacco di un gruppo irregolare colombiano alla frontiera tra i due paesi. Ad oggi non si conoscono gli autori dei delitti ma vengono attribuiti tanto alla guerriglia come ai paramilitari colombiani che trasferiscono la loro guerra interna in territorio venezuelano e causano le veementi reazioni di Chavez che sottolinea come la guerriglia colombiana “non sia una nemica ma che lo diventa nel momento in cui persevera coi suoi sconfinamenti in Venezuela”. Di nuovo due mesi dopo al vertice di Cartagena Chavez ricuce le relazioni con Uribe sostenendo che non aiuterà mai la guerriglia. Nel gennaio 2005 Hugo Chavez richiama l’ambasciatore colombiano e sospende temporaneamente i rapporti commerciali con la Colombia in seguito alla cattura del guerrigliero Rodrigo Granda in territorio venezuelano, atto considerato come violazione della sovranità. La Colombia nega e ribadisce il suo diritto a liberarsi del “terrorismo” accusando il Venezuela di proteggere i guerriglieri. La crisi rientra dopo poche settimane, una volta superato il fuoco retorico appiccato dai due presidenti che in una riunione a Caracas dichiarano la loro “fratellanza e stima reciproca”.

Nel novembre 2007, dopo il fallimento della negoziazione del presidente venezuelano che aveva cercato di ottenere un accordo umanitario con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) ed era stato poi estromesso dal suo omologo colombiano, Chavez descrive come “congelate” le relazioni bilaterali e come “menzognero” Alvaro Uribe che a sua volta lo accusa di voler “incendiare tutta l’America Latina” ed espandere la sua influenza nella regione.

Nel marzo del 2008 la morte del comandante guerrigliero Raul Reyes, il numero due delle FARC, durante un attacco illegale realizzato dalla forza aerea colombiana in territorio ecuadoriano provoca la reazione di Chavez che rompe le relazioni diplomatiche, chiude le frontiere nel mezzo di un’aspra polemica che sfocia nell’invio di truppe colombiane e venezuelane sui rispettivi confini.

Stranamente il Messico del presidente Felipe Calderon, vicino a Uribe politicamente, non adotta una posizione forte e decisa contro la Colombia riguardo al bombardamento in Ecuador, nonostante nell’operazione siano morti anche 4 studenti messicani della Universidad Nacional Autonoma de Mexico che si trovavano nell’accampamento delle FARC.

Hugo Chavez definisce Uribe questa volta come un “criminale, paramilitare, narcotrafficante e servo dell’impero” e rende omaggio a Reyes con un minuto di silenzio. Uribe reagisce con la minaccia di denunciare Chavez dinnanzi alla Corte Penale Internazionale per “patrocinio e finanziamento di genocidi”. Dopo il vertice del Gruppo di Rio a Santo Domingo scoppiano ancora la pace e le dimostrazioni d’affetto tra i due, vengono ritirate le truppe dalla frontiera e si ristabiliscono le relazioni diplomatiche. Uribe ritira quindi le sue minacce di denuncia formale a livello internazionale e Chavez chiede a Uribe di rinunciare alla “dottrina Bush” che prevede la lotta al terrorismo in qualunque luogo si trovi “per non far cadere nel baratro l’America Latina”.

Nel luglio 2008 Uribe ottiene una vittoria morale importante con l’operazione militare che porta alla liberazione della famosa ex candidata presidenziale di nazionalità franco-colombiana Ingrid Betancourt rapita sei anni prima dalle FARC.

Nel marzo 2009 Chavez definisce il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, come “il pupillo della destra americana”, “una minaccia per il continente” e rappresentante “della corrente più fascista dell’oligarchia USA” in seguito alle dichiarazioni di quest’ultimo sugli atti di persecuzione dei “terroristi” fuori dal territorio nazionale da lui interpretati come “legittima difesa accettata dal diritto internazionale”. Anche in questo caso il conflitto viene risolto con una serie di incontri bilaterali e la stipula di accordi economici e lo scambio di battute scherzose.

Nel maggio 2009 Chavez dichiara che si terrà lontano dal conflitto colombiano dato che si tratta “della loro guerra” ma poi nel luglio 2009 durante le negoziazioni dell’accordo militare tra la Colombia e gli Stati Uniti, che prevede l’arrivo di soldati USA per operare in 7 basi militari colombiane, la tensione cresce di nuovo e Chavez sostiene che si dovranno rivedere le relazioni con la Colombia in caso di firma degli accordi. In risposta Uribe chiede maggiore cooperazione e l’interruzione della vendita di armi ai terroristi, pratica di cui accusa direttamente il Venezuela.

 

Chavez sostiene che gli USA vogliono trasformare la Colombia in uno stato simile a Israele in America Latina e annuncia l’acquisto di carri armati e navi da guerra per arrivare a duplicare la sua flotta e rafforzare la presenza militare sulle frontiere.

Il 27 luglio la Svezia chiede spiegazioni al governo venezuelano per verificare che le armi da questa vendute a Caracas non siano state trasferite alle FARC. Il Venezuela ritira il proprio personale diplomatico dalla Colombia e Chavez denuncia una campagna internazionale “sporca e volgare” per giustificare la presenza militare americana nel paese vicino, stabilendo un parallelo con la questione delle armi di distruzione di massa in Iraq. Dopo le stragi di ottobre a 400km dalla frontiera di Cucuta e le relative battaglie verbali bilaterali ci si chiede se i venti di guerra tra Venezuela e Colombia siano solo carichi di retorica o se arrivino fino alla rottura definitiva. Malgrado i pur legittimi allarmismi, pragmatismo e buon senso indicherebbero che il vento potrebbe affievolirsi di nuovo sfumando in una brezza carica di tarallucci e vino che riempiano le tasche dei consensi elettorali dei due presidenti. Vedremo.

Un Commento Finale Con Le Lettere Iniziali Maiuscole
Trattando in termini teorici il caso di questi due presidenti e anche di molti altri personaggi del mondo e dell’America Latina, i quali si trasformano spesso in bandiere di una o più ideologie gemelle e simultaneamente in nemici di quelle opposte, credo sia profondamente sbagliato parlare di fascismo, nazionalsocialismo, comunismo e di etichette storicamente determinate e circoscritte per descrivere i regimi di Uribe e di Chavez in Sudamerica, così come trovo approssimativo parlare nettamente di destra e sinistra tout court per avere sempre in mano una falsa bussola e così orientarsi in cinque minuti quando si conosce per la prima volta un paese o una realtà politica. Inoltre bisogna ammettere che il tema “Chavez e il Venezuela”, così come il tema “Fidel o il Che e Cuba”, insieme a pochi altri, suscitano fin troppi dibattiti accesi e prolissi spingendo alla radicalizzazione delle posizioni che spesso restano parziali, intransigenti e accecate da troppe lenti esposte al sole tropicale.

Certamente alcune categorie servono per comunicare concetti, per abbreviare tempi e per costruire riferimenti comuni tra i dialoganti ma il loro uso deve essere oculato e calato nella dinamica sociale, culturale e storica della comunità umana cui ci riferiamo.

 

Mi pare che questo sia un dilemma difficile da risolvere in un post o in un articolo dato che la logica della notizia e della contemporaneità ci impone di essere diretti e immediati senza troppi “giri di parole” ed eccessi di contestualizzazione. Fatta questa premessa intendo che termini come conservatore, progressista, liberale, liberista, democratico, statalista, centrista, fascista, comunista, eccetera stanno spesso su piani diversi e vengono confusi e adulterati frequentemente da volontà deliberate ed esigenze distorte del mezzo e del comunicatore.

Per quanto riguarda l’America Latina i concetti di destra e sinistra e tutti quelli della lista citata pocanzi vengono ad assumere altri significati storici e politici che sono difficili da contestualizzare e spiegare in poche righe e che provocano probabilmente un buon 80% dei dibattiti tra giornalisti, blogger e latino americanisti in generale.

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