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Julian Assange entrevista a Rafael Correa, Presidente de Ecuador

In this weeks episode, President Rafael Correa of Ecuador discusses with Julian whether it’s always the case of good media vs corrupt government, and examines his country’s relationship with the United States.
Discussion opens with the circumstances surrounding the attempted coup de tat in Ecuador in 2010, during which the president was taken hostage. From there this weeks interview moves on to the key relationships between media, money and the interests of the United states that are at play in Ecuador. Following the coup attempt, Correa embarked on a furious and controversial counter offensive on Ecuador’s media. He attributes the media’s influence over the events of 2010 to the vested interests of corporate power and its control of Ecuador’s media, now explosively claiming corporate owners of the media “disguised as journalists, are trying to do politics, to destabilise our governments so that no change takes place in our region, for fear of losing the power they have always flaunted”.

Golpe in Ecuador: ristabilito l’ordine, presidente Correa liberato

Alle 22 e 30, ora di Quito, di giovedí sera il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, é stato liberato dall’ospedale di Quito in cui era stato sequestrato durante varie ore da alcuni gruppi ribelli e golpisti della polizia nazionale, insorta ufficialmente per alcune rivendicazioni salariali ma probabilmente manipolata dagli oppositori del presidente per mettere in atto un colpo di stato. La popolazione dell’Ecuador ha reagito scendendo per le strade in diverse cittá e a Quito le manifestazioni per la liberazione di Rafael Correa sono state capaci di rompere piú volte il cordone protettivo dei poliziotti ribelli intorno all’ospedale in cui era detenuto il presidente.

Il presidente é ritornato al Palazzo Nazionale di Carondelet scortato dai militari (rimasti fedeli alla democrazia e alla Costituzione) e ha dichiarato che ci sono state infiltrazioni nei corpi della polizia ribelle ad opera dell’opposizione e in particolare dei gruppi legati all’ex presidente Lucio Gutierrez. Dopo la liberazione ha parlato dei “fratelli ecuatoriani deceduti” nel pomeriggio negli scontri con la polizia e ha ringraziato tutte le persone che hanno difeso la democrazia ecuatoriana e l’esperimento di “rivoluzione cittadina” di cui il suo governo s’e’ fatto portatore.

Il rischio per l’ordine democratico in Ecuador é stato reale e il sequestro del presidente ha provocato reazioni immediate in praticamente tutti i paesi americani e in molti europei che hanno ripudiato l’alterazione dell’ordine democratico e solidarizzato con il presidente Correa. Questi ha affermato anche che i responsabili della cospirazione (che hanno usato come scusa le incomprensioni e i dissapori legati a una legge firmata dal presidente sui salari della polizia) verranno perseguiti.

SOTTO: VIDEO DEL PRESIDENTE RAFAEL CORREA PRIMA DEL SEQUESTRO, LA MATTINA DI GIOVEDI’, IN CUI SI RIVOLGE AI POLIZIOTTI INSORTI PER CERCARE DI METTERE FRENO ALLA LORO PROTESTA. IN SEGUITO A QUESTO DISCORSO IL PRESIDENTE VIENE COLPITO DA UN LACRIMOGENO E POI PORTATO NELL’OSPEDALE DOVE VIENE SEQUESTRATO PER TUTTA LA GIORNATA FINO ALLA SUA LIBERAZIONE

VIDEO CON UN RIASSUNTO DEGLI EVENTI DI IERI MATTINA E POMERIGGIO – ANTEFATTO DEL GOLPE

Ecuador dal vivo – Ecuador TV

http://www.intertelevision.net/ecuador/ecuadortv.php

Dichiarazioni dei golpísti

http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=96551

I paesi d’America esprimono solidarietá al presidente Correa:

http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=96550


Video lungo CNN: http://www.youtube.com/watch?v=6rq_G-BwjJ0&feature=youtube_gdata_player

Video della liberazione del presidente ecuatoriano Rafael Correa

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GOLPE SVENTATO IN ECUADOR – Discorso di Correa dopo la liberazione

VIDEO LUNGO CNN

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Tentativo di Golpe in Ecuador in corso. Un riassunto (in spagnolo)

Segnalo semplicemente questi link   per un riassunto sulla giornata del 30 settembre col tentativo di golpe contro il presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Spero che ci saranno nelle prossime ore dei chiarimenti su quanto sta accadendo e sulla risoluzione del conflitto che (pare) stia rientrando in alcune zone del paese con la polizia che ripiega ma che ha anche occupato le principali sedi di televisioni nazionali i cui segnali sono stati oscurati. Potrebbe risolversi tutto in una ribellione della polizia che viene sedata e risolta “sindacalmente” (anche se ci potrebbero essere dietro interessi ben piú importanti, pericolosi e trascendenti, infatti si parla di gruppi di estrema destra, del gruppo sociedad patriotica dell’ex presidente Lucio Gutierrez, degli Usa, eccetera…)  ma anche degenerare in scontri tra forze armate e polizia nazionale, i due principali apparati detentori della forza dello stato ecuatoriano. I militari hanno dato un ultimatum alla sezione ribelle della polizia per lasciare libero il presidente Correa sequestrato in un ospedale di Quito. I sostenitori del presidente e la popolazione stanno assediando l’ospedale presidiato dai poliziotti insorti mentre nel resto del paese la situazione sembra essere sotto controllo.

Resumen de noticias Ecuador de IPS:

http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=96548

TeleSur

http://www.telesurtv.net/solotexto/index.php

Óptima agencia de Ecuador:

http://www.ecuadorinmediato.com/

Radio comunitaria:

http://www.aler.org/online.php


BLOG: http://lamericalatina.net/2010/09/30/ecuador-colpo-di-stato-riassunto-di-notizie/

Colombia e Venezuela, anni difficili

Venti di guerra?
Le relazioni tra la Colombia e il Venezuela stanno vivendo in questi giorni momenti di forte tensione con la chiusura delle frontiere, le accuse reciproche di spionaggio, l’apparizione di morti e una specie di guerra fredda che rischia di trasformarsi in guerra calda. Infatti il presidente venezuelano Hugo Chavez ha spinto militari e civili a “prepararsi per una guerra” con la vicina Colombia e ha inviato 15-20mila soldati a proteggere la frontiera mentre il presidente colombiano Alvaro Uribe da Bogotà annuncia il ricorso alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Dopo una serie di incidenti in cui due membri della Guardia Nazionale venezuelana sono stati assassinati da gruppi di paramilitari colombiani e dieci colombiani sono stati sequestrati e uccisi in Venezuela l’ottobre scorso nei pressi della frontiera di Cucuta, i due paesi si sono rivolti accuse reciproche di spionaggio e di violazioni della sovranità. Sembra che i responsabili del massacro dei dieci colombiani appartengano all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, la seconda guerriglia della Colombia) anche se altre fonti parlano di una mattanza causata da gruppi paramilitari.

La polizia venezuelana ha arrestato alcuni agenti del DAS (Departamento Administrativo de Seguridad) colombiano sospettati di spionaggio. Questi incidenti avvengono nel contesto di una “frontiera difficile” di 2.219 chilometri per metà occupati da una foresta tropicale e in cui operano circa 650 uomini delle guerriglie colombiane, tre bande di paramilitari che mantengono attivi oltre 100 accessi per il commercio di droga, circa 1500 contrabbandieri di benzina e alcuni gruppi di delinquenti comuni e narcotrafficanti. Una complicazione ulteriore è che già dall’estate il Venezuela aveva manifestato la sua opposizione all’accordo militare tra gli USA e la Colombia che viene considerato una vera e propria burla verso tutti i paesi del Sudamerica e i sistemi d’integrazione latino americani.

La popolazione della zona di frontiera, dotata di un certo pragmatismo e calata nella vita quotidiana fatta di lavoro, commercio, relazioni familiari e sociali a livello locale, sembra più disposta a evitare conflitti e a mantenere il proprio stile di vita che ha creato una connessione culturale ed economica peculiare in un territorio inteso come patrimonio comune dei due paesi.

Gli analisti non vedono ancora l’imminenza di una guerra quanto piuttosto una escalation nei toni e nelle ritorsioni commerciali e diplomatiche prese dai due paesi a causa dell’ennesimo incidente di frontiera in cui il conflitto interno colombiano sconfina nel territorio vicino. Simili tensioni interessano con frequenza la frontiera sud tra l’Ecuador, governato dall’alleato di Chavez Rafael Correa, e la Colombia, provocando crisi diplomatiche endemiche e pregiudicando l’economia colombiana che invia a questi due paesi il 22% delle sue esportazioni.

Invece s’identifica l’inasprimento delle relazioni bilaterali e dei toni da guerrafondai dei due mandatari con l’erosione relativa del consenso interno dei due presidenti che dovranno affrontare l’anno prossimo il test delle elezioni politiche in una situazione di razionamento energetico e crisi economica eccezionale in cui è gioco forza spostare l’asse della discussione verso nemici e minacce esterne che in qualche modo unificano l’opinione pubblica nazionale. Inoltre Uribe è anche in attesa di una risoluzione della Corte Suprema che gli permetta di aspirare a governare il paese per la terza volta consecutiva in caso di rielezione, possibilità che è attualmente vietata dalla Costituzione colombiana.

D’altro canto Chavez potrebbe desiderare il raffreddamento delle relazioni commerciali con la Colombia data la forte asimmetria che le caratterizza: il 2008 è stato un anno record per il commercio bilaterale ma il Venezuela presenta un deficit commerciale con la Colombia di circa 5700 milioni di dollari, conto da pagarsi anche tramite l’esportazione di gas e petrolio attualmente deprezzati sui mercati internazionali. A Caracas il parlamento ha ratificato il suo sostengo alla posizione del governo contro l’accordo di cooperazione militare USA-Colombia anche se dall’opposizione si sono levate voci critiche contro il discorso di Chavez sulla “sovranità nazionale” che viene difesa a oltranza con minacce di guerra se si tratta degli Stati Uniti o della Colombia mentre viene rinegoziata e allentata quando riguarda paesi come la Russia o Cuba.

Uguali e diversi
Non è la prima volta che assistiamo ai litigi e alle grandi manovre tra queste due nazioni andine (ma anche caraibiche), anzi, negli ultimi anni sono volate minacce, screzi diplomatici, ritorsioni commerciali e accuse tra i due “uomini forti” e ideologicamente lontani che le governano: Hugo Chavez, promotore del socialismo del secolo XXI d’ispirazione “bolivariana”, favorevole all’unità latino americana e allo statalismo, difensore del nazionalismo e dell’antimperialismo; e Alvaro Uribe, fedele alleato di Washington, sostenitore del libero mercato e degli investimenti stranieri tout court, indirettamente coinvolto in scandali di corruzione e para-politica (legame tra politici e gruppi di paramilitari), noto per la politica di “mano dura” contro guerriglie e narcotraffico.

In realtà i due presidenti hanno anche numerosi aspetti in comune come la forte presenza mediatica, carismatica e comunicativa nella loro relazione con le masse popolari e i mezzi di comunicazione, sono molto vicini alle rispettive forze armate nazionali e spesso ricevono critiche per i loro eccessi di autoritarismo nonostante si dichiarino profondamente democratici.
Inoltre sono noti per le loro capacità oratorie e per l’aurea di populismo che circonderebbe il loro operato e la loro retorica. Sembra anche che entrambi amino il potere e vogliano restare indefinitamente in carica grazie a modifiche costituzionali che permettono due o più rielezioni del capo di Stato, il che lascia intravedere un’alta autostima e un’idea di imprescindibilità e necessità presente nei due personaggi.

 

Storiche tensioni
Una piccola rassegna storica delle relazioni tra Colombia e Venezuela può aiutare a chiarire la portata della crisi attuale che sembra stia lentamente rientrando con le ultime dichiarazioni di Chavez che dice di non aver voluto istigare alla guerra ma solo “alla difesa del paese da un eventuale attacco”.

 

Nel maggio 2004 Chavez denuncia un complotto ordito da gruppi di colombiani e statunitensi e informa della cattura di oltre 50 presunti mercenari colombiani nelle montagne a sud di Caracas. Dopo le denunce del presidente venezuelano e la rottura diplomatica conseguente, i toni s’ammorbidiscono e il Venezuela nega il coinvolgimento del governo colombiano in quegli incidenti.

Nel settembre dello stesso anno appaiono 6 o più cadaveri in seguito a un “incidente” causato da un attacco di un gruppo irregolare colombiano alla frontiera tra i due paesi. Ad oggi non si conoscono gli autori dei delitti ma vengono attribuiti tanto alla guerriglia come ai paramilitari colombiani che trasferiscono la loro guerra interna in territorio venezuelano e causano le veementi reazioni di Chavez che sottolinea come la guerriglia colombiana “non sia una nemica ma che lo diventa nel momento in cui persevera coi suoi sconfinamenti in Venezuela”. Di nuovo due mesi dopo al vertice di Cartagena Chavez ricuce le relazioni con Uribe sostenendo che non aiuterà mai la guerriglia. Nel gennaio 2005 Hugo Chavez richiama l’ambasciatore colombiano e sospende temporaneamente i rapporti commerciali con la Colombia in seguito alla cattura del guerrigliero Rodrigo Granda in territorio venezuelano, atto considerato come violazione della sovranità. La Colombia nega e ribadisce il suo diritto a liberarsi del “terrorismo” accusando il Venezuela di proteggere i guerriglieri. La crisi rientra dopo poche settimane, una volta superato il fuoco retorico appiccato dai due presidenti che in una riunione a Caracas dichiarano la loro “fratellanza e stima reciproca”.

Nel novembre 2007, dopo il fallimento della negoziazione del presidente venezuelano che aveva cercato di ottenere un accordo umanitario con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) ed era stato poi estromesso dal suo omologo colombiano, Chavez descrive come “congelate” le relazioni bilaterali e come “menzognero” Alvaro Uribe che a sua volta lo accusa di voler “incendiare tutta l’America Latina” ed espandere la sua influenza nella regione.

Nel marzo del 2008 la morte del comandante guerrigliero Raul Reyes, il numero due delle FARC, durante un attacco illegale realizzato dalla forza aerea colombiana in territorio ecuadoriano provoca la reazione di Chavez che rompe le relazioni diplomatiche, chiude le frontiere nel mezzo di un’aspra polemica che sfocia nell’invio di truppe colombiane e venezuelane sui rispettivi confini.

Stranamente il Messico del presidente Felipe Calderon, vicino a Uribe politicamente, non adotta una posizione forte e decisa contro la Colombia riguardo al bombardamento in Ecuador, nonostante nell’operazione siano morti anche 4 studenti messicani della Universidad Nacional Autonoma de Mexico che si trovavano nell’accampamento delle FARC.

Hugo Chavez definisce Uribe questa volta come un “criminale, paramilitare, narcotrafficante e servo dell’impero” e rende omaggio a Reyes con un minuto di silenzio. Uribe reagisce con la minaccia di denunciare Chavez dinnanzi alla Corte Penale Internazionale per “patrocinio e finanziamento di genocidi”. Dopo il vertice del Gruppo di Rio a Santo Domingo scoppiano ancora la pace e le dimostrazioni d’affetto tra i due, vengono ritirate le truppe dalla frontiera e si ristabiliscono le relazioni diplomatiche. Uribe ritira quindi le sue minacce di denuncia formale a livello internazionale e Chavez chiede a Uribe di rinunciare alla “dottrina Bush” che prevede la lotta al terrorismo in qualunque luogo si trovi “per non far cadere nel baratro l’America Latina”.

Nel luglio 2008 Uribe ottiene una vittoria morale importante con l’operazione militare che porta alla liberazione della famosa ex candidata presidenziale di nazionalità franco-colombiana Ingrid Betancourt rapita sei anni prima dalle FARC.

Nel marzo 2009 Chavez definisce il ministro della difesa colombiano, Juan Manuel Santos, come “il pupillo della destra americana”, “una minaccia per il continente” e rappresentante “della corrente più fascista dell’oligarchia USA” in seguito alle dichiarazioni di quest’ultimo sugli atti di persecuzione dei “terroristi” fuori dal territorio nazionale da lui interpretati come “legittima difesa accettata dal diritto internazionale”. Anche in questo caso il conflitto viene risolto con una serie di incontri bilaterali e la stipula di accordi economici e lo scambio di battute scherzose.

Nel maggio 2009 Chavez dichiara che si terrà lontano dal conflitto colombiano dato che si tratta “della loro guerra” ma poi nel luglio 2009 durante le negoziazioni dell’accordo militare tra la Colombia e gli Stati Uniti, che prevede l’arrivo di soldati USA per operare in 7 basi militari colombiane, la tensione cresce di nuovo e Chavez sostiene che si dovranno rivedere le relazioni con la Colombia in caso di firma degli accordi. In risposta Uribe chiede maggiore cooperazione e l’interruzione della vendita di armi ai terroristi, pratica di cui accusa direttamente il Venezuela.

 

Chavez sostiene che gli USA vogliono trasformare la Colombia in uno stato simile a Israele in America Latina e annuncia l’acquisto di carri armati e navi da guerra per arrivare a duplicare la sua flotta e rafforzare la presenza militare sulle frontiere.

Il 27 luglio la Svezia chiede spiegazioni al governo venezuelano per verificare che le armi da questa vendute a Caracas non siano state trasferite alle FARC. Il Venezuela ritira il proprio personale diplomatico dalla Colombia e Chavez denuncia una campagna internazionale “sporca e volgare” per giustificare la presenza militare americana nel paese vicino, stabilendo un parallelo con la questione delle armi di distruzione di massa in Iraq. Dopo le stragi di ottobre a 400km dalla frontiera di Cucuta e le relative battaglie verbali bilaterali ci si chiede se i venti di guerra tra Venezuela e Colombia siano solo carichi di retorica o se arrivino fino alla rottura definitiva. Malgrado i pur legittimi allarmismi, pragmatismo e buon senso indicherebbero che il vento potrebbe affievolirsi di nuovo sfumando in una brezza carica di tarallucci e vino che riempiano le tasche dei consensi elettorali dei due presidenti. Vedremo.

Un Commento Finale Con Le Lettere Iniziali Maiuscole
Trattando in termini teorici il caso di questi due presidenti e anche di molti altri personaggi del mondo e dell’America Latina, i quali si trasformano spesso in bandiere di una o più ideologie gemelle e simultaneamente in nemici di quelle opposte, credo sia profondamente sbagliato parlare di fascismo, nazionalsocialismo, comunismo e di etichette storicamente determinate e circoscritte per descrivere i regimi di Uribe e di Chavez in Sudamerica, così come trovo approssimativo parlare nettamente di destra e sinistra tout court per avere sempre in mano una falsa bussola e così orientarsi in cinque minuti quando si conosce per la prima volta un paese o una realtà politica. Inoltre bisogna ammettere che il tema “Chavez e il Venezuela”, così come il tema “Fidel o il Che e Cuba”, insieme a pochi altri, suscitano fin troppi dibattiti accesi e prolissi spingendo alla radicalizzazione delle posizioni che spesso restano parziali, intransigenti e accecate da troppe lenti esposte al sole tropicale.

Certamente alcune categorie servono per comunicare concetti, per abbreviare tempi e per costruire riferimenti comuni tra i dialoganti ma il loro uso deve essere oculato e calato nella dinamica sociale, culturale e storica della comunità umana cui ci riferiamo.

 

Mi pare che questo sia un dilemma difficile da risolvere in un post o in un articolo dato che la logica della notizia e della contemporaneità ci impone di essere diretti e immediati senza troppi “giri di parole” ed eccessi di contestualizzazione. Fatta questa premessa intendo che termini come conservatore, progressista, liberale, liberista, democratico, statalista, centrista, fascista, comunista, eccetera stanno spesso su piani diversi e vengono confusi e adulterati frequentemente da volontà deliberate ed esigenze distorte del mezzo e del comunicatore.

Per quanto riguarda l’America Latina i concetti di destra e sinistra e tutti quelli della lista citata pocanzi vengono ad assumere altri significati storici e politici che sono difficili da contestualizzare e spiegare in poche righe e che provocano probabilmente un buon 80% dei dibattiti tra giornalisti, blogger e latino americanisti in generale.

Anche su: http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//

Golpe Honduras: servizio completo TeleSur-BBC sui fatti di domenica scorsa e situazione

SEGNALO QUESTO VIDEO DELLA BBC IN INGLESE E IN SPAGNOLO CON UNA SERIE DI NOTIZIE E OPINIONI SUGLI ULTIMI SVILUPPI DELLA SITUAZIONE IN HONDURAS E A TEGUCIGALPA; RIPORTO ANCHE UN APPELLO FATTO VIA MAIL DA UN CITTADINO HONDUREGNO.

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Subject: ¿Cuanta sangre necesita nuestra patria?

¿Cuantas vidas deben perderse para que una coalicion de paises amigos nos ayude a sacar del poder a unos usurpadores que ya han empezado a utilizar el terror contra nosotros? ¿10? ¿Que tal 50? ¿2,000 será un número más adecuado? En Honduras han vuelto los dias de las capuchas con cal, del toque de queda y el estado de excepción, de los arrestos nocturnos y los allanamientos a punta de metralleta, de las denuncias de desaparecidos, de la búsqueda de un familiar que no aparece y del silencio complice de un militar que te mira sospechosamente mientras juega con el gatillo de su arma.
En Honduras es la hora del odio y la muerte, es la hora del hambre y la guerra…
¿No ven como se muere nuestro pueblo?¿No ven como masacran a nuestra gente mientras pasan novelas y caricaturas en todos los canales locales?¿O que los periodicos, siempre avidos de notas rojas en otro tiempo, prefieren poner fotos a pagina completa de Michael Jackson en las portadas en vez de los heridos y muertos que luchan en las calles por el derecho de elgir su destino?¿No ven que Honduras y su pueblo son demasiado debiles para sacarse de encima a estos usurpadores golpistas?
No se confundan, esta es la mas alienada oligarquia de extrema derecha de Centro América, compuesta por personajes que ni siquiera son de sangre hondureña, sino los hijos de extranjeros del Imperio Turco Otomano (arabes, egipcios, palestinos, libaneses) al igual que judios, italianos (de los que el Golpista Micheletti Bain es un doloroso ejemplo) y franceses venidos como inmigrantes hace mas de 80 años buscando un camino hacia los Estados Unidos y que nunca han mezclado su sangre con la nuestra.
Estas son oligarquías (no hay otro termino para describirlas pues llamarlas Grupos de Poder es una tremenda sub valoración) constituidas por familias que consideran a nuestro pais su “Finca” y a sus habitantes como “Peones” que tienen la fortuna de trabajar para ellos por menos de 200 dolares al mes (y esto los que encuentran trabajo, pues hay 30% de paro), es esta la gente que ahora se dice representa a nuestro pueblo que, extrañamente en más del 70% vive por debajo de la línea de la pobreza y por tanto no puede acceder a cargos públicos pues ha sido mantenido en la mas abyecta ignorancia y se le ha enseñado por los politicos de oficio, empresarios y eclesiásticos a ser “Humilde” y “Doméstico” a decir “Si patrón.. Como usted diga patrón” y a bajar la cabeza con los puños apretados.
¡Pues no más! Si nos arrodillarnos una vez más, sera para agarrar una piedra y lanzarla contra los golpistas que, ironía de ironías, disparan contra nosotros con las armas que nuestros impuestos les han comprado.
La libertad huele a llanta quemada y pintura en spray… Si la patria necesita sangre para vivir… ¡Será la nuestra en las calles!
Tegucigalpa
Honduras
6 de julio de 2009
¡Día 8 de la Insurrección Ciudadana y la Resistencia Civil!