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¿Y eso con qué se come? Prosur o la farsa de una metamorfosis conservadora

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“Cuando […] se despertó una mañana después de un sueño intranquilo, se encontró sobre su cama convertido en un monstruoso insecto”.

Franz Kafka – La Metamorfosis

[da desInformémonos, di Daniele Benzi e Marco Narea]

¿Último viaje a la Mitad del Mundo?

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La figura de Néstor Kirchner con el brazo izquierdo tendido hacia el horizonte parece espectral ante un nebuloso atardecer de febrero de 2019. Y a un costado las banderas, que al soplo de un viento ligero ondean sin afán ni prisa a estas alturas, como entonando en silencio su indolencia por el rumbo a seguir. Atrás parecieran haber quedado las altisonantes trompetas bicentenarias, en los pasillos mudos de un edificio tan imponente como ajeno a su medio y que, por ende, jamás tuvo alma. Nunca antes el trayecto hacia la sede de la Unasur se había sentido como un recorrido hacia el Norte, hacia un atónito y monumental vacío. Nuestro último viaje a la Mitad del Mundo tal vez. Ni modo. Una perdida en el camino le pasa a cualquiera, y más de una vez a menudo. La voz cálida de Eduardo Galeano nos da consuelo y socorro: “La utopía está en el horizonte. Camino dos pasos, ella se aleja dos pasos y el horizonte se corre diez pasos más allá. ¿Entonces para qué sirve la utopía? Para eso, sirve para caminar”. Pero solo es un instante. Una inquietud sutil nos invade. ¿Cómo abrigarse frente a los nubarrones cargados de rayos y lluvia que se asoman por doquier detrás de las montañas de un edificio descomunal y sin alma? ¿Qué hay por detrás de las montañas? Continua a leggere

Paraguay: discorso del presidente defenestrato Fernando Lugo

Ecco il discorso (sottotitolato all’italiano da Clara Ferri) dell’ormai ex presidente del Paraguay Fernando Lugo (in carica dal 2008 e con mandato in scadenza quest’anno). Lugo è stato deposto dal parlamento nel giro di un paio di giorni (il provvedimento è stato proposto ed emesso tra giovedì e venerdì scorso, molto express o, direbbero negli USA, fast track) attraverso il “giudizio politico” per aver “svolto male le sue funzioni” e in particolare a causa di uno sgombero di un gruppo di contadini senza terra che il 15 giugno scorso è finito con un saldo di 17 persone morte (6 poliziotti e 11 contadini). La polizia ha forzato lo sgombero di 150 contadini da un terreno, parte di una riserva forestale di 2000 ettari vicina al confine col Brasile, che appartiene a un esponente politico del Partito Colorato, oppositore di Lugo. Il giudizio politico è una figura prevista dalla Costituzione del paese sudamericano che, però, agli occhi dei vicini e di parte della comunità internazionale è stata impiegata repentinamente e strumentalmente provocando di fatto un colpo di stato (o qualcosa di molto simile) contro un presidente “scomodo” e da mesi in conflitto, cioè senza più una maggioranza, con le camere. La destituzione è avvenuta con il plauso del clero e del Vaticano che aveva già condannato anni fa la discesa in campo e la condotta dell’ex prete cattolico. Altre 4 accuse sono state rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa alla morte dei contadini  è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere, non da un giudice. Lugo, dal canto suo, accusa l’élite del paese, specialmente “i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo” di aver voluto la sua “defenestrazione”, o destituzione o caduta che dir si voglia. Molti paesi latino americani (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Venezuela, Argentina, Ecuador, Repubblica Dominicana, Costa Rica, El Salvador…) hanno usato il termine “golpe de estado”, annunciando che non riconosceranno il nuovo governo, mentre altri, come la Colombia, sollevano forti dubbi sulla drastica modalità adottata a sorpresa dal parlamento paraguayano. Il vicepresidente Federico Franco ha assunto le funzioni del presidente della Repubblica, s’è riunito da subito con il nunzio apostolico e ha cominciato a nominare funzionari e ministri per “governare” il paese fino alle elezioni dell’aprile 2013. Il Brasile e il Perù, pur denunciando l’alterazione dell’ordine democratico, hanno chiesto una riunione straordinaria della UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) prima di prendere posizione ufficialmente. Sembra una farsa, ma è tutto vero. Quasi come in Honduras nel 2009 (nel senso che qui esiste una figura costituzionale che permette di mantenere un velo di legalità nell’operazione anche se ci sarebbe da discutere come, quando e perché le camere decidono di usare il giudizio politico), anche oggi in Paraguay sembra che l’interesse di molti settori del paese sia quello di normalizzare e sminuire quanto sta succedendo. In Honduras ci vollero almeno un paio d’anni, ma l’opposizione di una parte della popolazione continua tuttora, quanto tempo passerà in questo caso? Ad ogni modo anche due anni fa s’era presentata una situazione simile e lo stesso Lugo aveva denunciato il vicepresidente Franco di destabilizzare il governo: vedi articolo “Venti di golpe in Paraguay?”

Reportage sulla repressione in Honduras

Por Dick y Mirian Emanuelsson

VIDEOREPORTAGE della repressione (6,30 min.): vimeo.com/​21181376

17 marzo 2011. 50 feriti e arresti nella capitale Tegucigalpa e a Comayagua, Honduras. Una protesta pacifica di migliaia di persone che continua da vari giorni s’è trasformata giovedì scorso in un inferno di lacrimogeni come risposta del regime del presidente dell’Honduras Porfirio Lobo, eletto polemicamente dopo un colpo di Stato contro il suo predecessore Manuel Zelaya che è stato deportato con la forza dal paese il 28 giugno 2009. La manifestazione è stata convocata dagli insegnanti in lotta contro la vessatoria riforma del sistema pensionistico (innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni con una speranza di vita media generale di 69,37 anni, molto inferiore, però, nelle fasce più povere della popolazione) e contro il saccheggio perpetrato dal regime golpista transitorio di Roberto Micheletti nel 2009 ai danni dell’istituto di previdenza sociale (denunciano la scomparsa di oltre 250 milioni di dollari Usa). L’Instituto de Previsión del Magisterio (Inprema) è in bancarotta e non potrà garantire le future pensioni quindi s’è pensato bene di mettere mano al sistema facendo pagare la riforma ai docenti. Il 18 marzo 2011 è stata uccisa dalla polizia un’insegnante, Ilse Velàsquez, scesa in piazza in difesa della scuola pubblica e colpita da un lacrimogeno. Inoltre la polizia ha invaso e attaccato con gas lacrimogeni anche gli edifici pubblici della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dell’Educazione Alternativa Non Formale per catturare un gruppo di giovani manifestanti. Molti paesi sudamericani di Unasur (Unione della Nazioni Sudamericane, formata da Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Equador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay eVenezuela.) e anche il vicino Nicaragua non hanno riconosciuto ufficialmente il regime post-golpista di Porfirio Lobo. In una realtà come quella dell’Honduras, in cui l’età media è intorno ai 20 anni, è un paradosso amaro e inaccettabile l’idea d’imporre un’età pensionabile più alta di quella dei paesi europei che hanno un’età media superiore ai 40 anni.

In spagnolo, nota completa:

TEGUCIGALPA / 2011-03-17 / Un pacifico plantón de miles de personas fue convertido este jueves en un infierno de gases lacrimógenos. Fue la respuesta del régimen del señor Porfirio Lobo a los maestros que sigue en pie de lucha en defensa de sus derechos que el régimen Lobista y el Congreso Nacional han revocado.

Miles de maestros, mujeres, hombres, jóvenes, estudiantes, obreros, campesinos y nosotros periodistas fuimos brutalmente agredidos por la policía preventiva y el Comando Cobra en la capital de Tegucigalpa. Pero también en las ciudades como Danli, Paraíso y Comayagua fueron agredidos por los uniformados. En Comayagua fueron detenidos y golpeados 22 manifestantes y uno de ellos fue victima por una bala de un arma de alto calibre, según Jaime Rodríguez, presidente del colegio magisterial COPEMH. En Tegucigalpa fueron detenidos, según Radio Globo, 27 personas.

– Habíamos acordado con Mario Chamorro (Comisionado y jefe de la Policía Metropolitana, Distrito Central) de clausurar nuestras acciones a las 12.30 del mediodía. Faltaban diez minutos cuando comenzaron a disparar las bombas, dice Gerardo Serrano, integrante de la dirección del Colegio de Profesores de Educación Media de Honduras, COPEMH.

BEBÉ AFECTADO POR LOS GASES

Y cuando estamos entrevistando al líder magisterial, los Cobras, apoyado por dos tanquetas, arremeten por segunda vez este día contra los maestros agrupados en el Instituto Nacional de Previsión del Magisterio (INPREMA). Los gases hacen imposible respirar. El inspector de Policía Preventiva, Daniel Molina, encabeza el literal bombardeo de gases de todos tipos. En los cartuchos de las granadas las instrucciones dicen claramente en impreso, que son altamente peligrosas y toxicas para el ser humano. Pero se ve que Molina “esta en su salsa” y su asistente le suministra granada tras granada a su mando que a su vez las dispara directamente hacia el interior de Inprema.

Una granada irrumpe el duro vidrio en el segundo piso del nuevo edificio de Inprema y se ve el humo de los gases que salen por el hoyo de unos diez centímetros.

Pocos minutos después vemos como salen mujeres y hombres y en los brazos de un maestro es llevado la bebé de tres meses, Anaí Cristela López Murillo y su hermana mayor, Nicy Lidebeth López Murillo. El vomito sale de la boca de la bebé.

Pero Molina, Chamorro y los otros mandos policiales no les importa, por que atacan este día una tercera vez a los maestros y el pueblo que apoya al magisterio en la defensa de la educación publica. Y cuando cae la noche informa una maestra en Radio Globo que las instalaciones de Inprema han sido militarizadas.

LOS GOLPISTAS SAQUEARON LOS FONDOS PENSIONALES

Según Jaime Rodríguez, Inprema fue saqueado después del golpe de estado el 28 de junio de 2009 por el primer régimen de facto de Roberto Micheletti de una suma de casi cinco mil millones de lempiras o en dólares aproximadamente 250 millones de dólares. Una persona clave en apoyo de ese régimen fue Vilma Morales, ex presidenta de la Corte Suprema de Justicia.

Es la misma persona que ahora va a encabezar una comisión que dizque va a investigar la situación interna de Inprema, instituto que se encarga de prestamos y las jubilaciones de los maestros hondureños. O, como dice Rodríguez y los maestros; “Los responsables de un crimen siempre regresan al lugar del crimen”. Y en el caso de Morales es para tapar el robo de Inprema, agregan. Y como fuera poco, la doña Morales ahora también es presidenta de la Comisión Nacional de Bancos y Seguros (CNBS)

¿JUBILARSE A LOS 70 AÑOS CUANDO ME MUERO A LOS 67,8?

Y los maestros y maestras jubilados están sumamente preocupados por su futuro. La señora Morales propone subir la edad de la jubilación para todos los empleados públicos a 70 años que ha sido recibido como una bofetada ya que la expectativa de vida al nacer es en la población total 69,37 años. Para hombres 67,81 años mientras las mujeres son de 71,01 años (1). Y esa es una edad promedio que para las clases populares es menos.

Más contradictorio se vuelva la propuesta de Morales de subir la pensión, si tomamos en cuenta que “solamente el 6.2% de la población pertenece a la tercera edad (mayor de 60 años). La edad promedio de la población hondureña es de 20.7 años. En el Reino Unido la edad promedio es de 40 años!”, escribe el columnista Ricardo Romero González en La Tribuna el 19 de febrero de 2011 (2)

Mientras Vilma Morales y sus “socios” de la clase social que pertenecen mueren a los 80-90 años por la cómoda y rica vida que viven, los albañiles, los trabajadores y empleados privados que son obligados a trabajar muchas veces doble turnos por el salario mínimo, mueren mucho antes a de los 70 años propuesta por “La Suprema Justicia de Honduras”.

“CAMBIAR EL BASTÓN POR UNA AMETRALLADORA”

Cuando ya podemos respirar otra vez después de haber sido objeto de una gaseada sin precedentes en Plaza Miraflores, pasan dos maestras jubiladas con los ojos llorosos y una de ella dice:

– ¡Cómo me hubiese gustado que éste, y levanta su bastón, hoy habría sido una ametralladora, los “chepos” (policias/Cobras) no habían sido tan prepotentes!

– Pero la lucha continúa, hoy más que nunca nos hemos dado cuanta que apenas ha comenzado contra este régimen de terror, resume.

¿Fue este rostro que quería mostrar la ministra de Derechos Humanos del régimen del señor Lobo que en este momento se encuentra en Ginebra y la Comisión de Derechos Humanos de la ONU? La misión es presidida por la secretaria de Justicia y Derechos Humanos, Ana Pineda, e integrada además por la fiscal de Derechos Humanos del Ministerio Público, Sandra Ponce, entre otros funcionarios.

Mientras los policías de Porfirio Lobo hoy intentaban de asfixiar una bebe, niñas, abuelas, maestras, hombres y mujeres jubiladas en Inprema, el señor Lobo se reunió con el ante EE.UU. servil secretario general de la ONU, Ban Ki-moon, para convencerles que en Honduras todo esta tranquilo y así dar la imagen que Honduras debe retomar su lugar en la OEA.

DANIEL ORTEGA AUSENTE EN REUNION CON LOBO

El gran ausente fue Daniel Ortega, presidente de Nicaragua que no asistió a la reunión con Ban Ki-moon, tampoco asistió el canciller nicaragüense, Samuel Santos. Nicaragua es el único país centroamericano que no ha restablecido relaciones diplomática con el régimen de Lobo que ha decidido de retirar sus embajadas de los países de ALBA y la gran mayoría de UNASUR, países suramericanos que consideran que el gobierno de Lobo es ilegitimo y la prolongación del golpe de estado.

Mañana seguimos presentando más videos/entrevistas.

VIDEOREPORTAJE (7 min.) Los presos políticos de Lobo en la posta policial en la Colonia Kennedy:   vimeo.com/​21183278

L’Argentina di Nestor Krichner – Argentinazo No 6: N.K. Reloaded

nestor-kirchner.jpgRiporto molto volentieri un bell’articolo dell’amico Alberto Prunetti che mi ha illuminato con un ottimo riassunto della vita politica e non dell’ex presidente argentino recentemente scomparso. Inoltre segnalo e raccomando per l’acquisto, dello stesso autore, il libro Il Fioraio di Perón: qui trovate una recensione LINK e qua altre! L’articolo è tratto con orgoglio da www.carmillaonline.com

La notizia dell’improvvisa morte di Néstor Kirchner, in coincidenza con un memorabile censimento che ha aperto le case argentine alle visite di migliaia di ragazzi incaricati delle operazioni censuarie, ha avuto una eco limitata in Italia, paese che si interroga da giorni sulla sorte delle minorenni buttate in un pozzo o nei lettoni di Putin. In America Latina invece se ne è parlato a lungo. Per validi motivi.

Néstor Kirchner è diventato presidente nel 2003, in un contesto sociale e politico in cui i precedenti mandatari erano stati ripetutamente costretti alla fuga (anche in extremis dai tetti della Casa Rosada) da una delle più conseguenti insurrezioni popolari degli ultimi anni. Quasi sconosciuto, periferico coi suoi modi patagonici, circondato da barzellette sul tipo “flaco y feo” con la moglie appariscente, N.K. è salito alla Rosada in un momento in cui nessuno pensava di poterlo fare impunemente e in maniera duratura.

È toccata a lui e ha dimostrato di non essere arrivato a Buenos Aires per farsi macellare come un vitello del sud. Astuto, cocciuto, sempre vestito uguale, patagonico anche nel carattere forgiato dalle avversità meteorologiche, N.K. ha saputo essere nel bene e nel male un politico scaltro e abile. Per chi come me vede le cose in chiave antiautoritaria e non è abituato a lodare i potenti, viene perlomeno da dire che Néstor è stato il meno peggio tra i presidenti dall’epoca alfonsiniana del ritorno alla cosiddetta democrazia. Per scelta o per calcolo politico, doveva governare in un contesto sociale segnato dalle ceneri ancora calde di una poderosa mobilitazione popolare, e spingere il timone a sinistra per evitare di essere rovesciato dalla piazza era l’unica scelta sensata. Ma non credo sia stato solo opportunismo il suo. La sua politica dei diritti umani è stata apprezzabile. Non si è limitato a rimuovere da una galleria dell’Esma, l’inquietante scuola della Marina che ospitò un centro clandestino di tortura, il ritratto dei macellai Videla e Bignone, presidenti della giunta militare (cosa che comunque ha fatto scalpore). Ha anche cancellato coraggiosamente le infami leggi di impunità (Ley de obediencia debida e Punto final) che garantivano ai militari protagonisti di torture e di assassinii il diritto di morire nelle proprie ville. Con conseguenze non solo simboliche: si sono riaperti i processi ed è arrivata qualche tardiva condanna.

Sicuramente accorta è stata la politica kirchneriana di dialogo (se vogliamo di recupero nell’alveo istituzionale) sia con le Madres de Plaza de Mayo che con i piqueteros, di cui – si deve ammettere – ha ridotto la combattività gestendo astutamente, nella tradizione peronista, l’elargizione del sussidio di disoccupazione. Un suo merito è stato quello di aver negoziato il debito nazionale col Fondo monetario e di averne limitato i pagamenti, accogliendo in parte la consegna delle Madres (“no al pago de la deuda externa”) che volevano che i soldi di indebitamenti risalenti alla dittatura e al delirio neoliberista di Menem venissero utilizzati per finanziare progetti sociali e non banche nordamericane. Sul fronte degli affari esteri, si è impegnato nei progetti di integrazione latinoamericana, spostando il peronismo verso il socialismo, verso l’idea bolivariana della Patria grande e allineandosi con le presidenze di Lula, Chávez, Morales, Bachelet e Tabaré Vasquez. Non a caso la morte lo ha sorpreso mentre era segretario generale dell’Unasur, l’Unione delle nazioni sudamericane, istituzione per conto della quale aveva negoziato la crisi tra Venezuela e Colombia e il golpe contro il presidente dell’Ecuador Correa.

Al momento di ricandidarsi, ha fatto finta di gettare la spugna passando il testimone alla moglie Cristina Kirchner, con una mossa che compensava simbolicamente il gran rifiuto di Evita di assumere la presidenza. Probabilmente “il pinguino” – così era soprannominato N.K a causa delle origini santacruzegne – pensava di ricandidarsi alla presidenza nelle prossime elezioni del 2011, completando un tris di turni presidenziali.

Rispetto a Cristina, la presidenza di Néstor aveva goduto di un periodo di espansione economica e di aperture sociali. Cristina ha camminato in salita. Innanzitutto si è scontrata col fronte dei grandi proprietari terrieri, i capitalisti della carne e della soia che si sono impossessati perfino delle tecniche di lotta dei piqueteros per difendere i propri interessi cavalcando la retorica dell’antiautoritarismo. Erano scesi in strada in realtà a difendere i loro dividendi, intersecando l’antikirchnerismo del peronismo di destra col solito gorillismo oligarchico e antiperonista che tanto sangue ha versato in Argentina. Era il 2008, quando affumicarono Buenos Aires e presero in ostaggio il governo, costretto a fare marcia indietro nei propositi di innalzamento delle imposte su carne e soia.

Il secondo scontro – ma qui i coniugi Kirchner hanno retto – li ha opposti al Clarín, il potente gruppo editoriale che si è alleato con il conservatore La Nación in chiave antikirchneriana. Il Clarín aveva siglato un armistizio con la presidenza di Néstor, ma il coflitto è esploso quando il progetto di riforma dei mezzi di comunicazione voluto da Cristina ha intaccato gli interessi della proprietà del giornale. Praticamente nessuna notizia favorevole al governo passava sui principali giornali di centro e di destra. La situazione è peggiorata quando i gruppi per i diritti umani, appoggiati dal governo, hanno preteso l’esame del DNA dei figli della proprietaria del Clarin, su cui ci sono ipotesi molto verosimili che fossero in realtà hijos, adottati durante la dittatura perché sottratti a genitori assassinati dagli sgherri di Videla. Sarebbe già grave, ma sembra ci sia altro. Sono state messe in evidenza i legami tra la ricchezza e il monopolio editoriale del gruppo Clarín e la dittatura di Videla e soci: secondo alcune indagini, fu infatti in quegli infausti anni che Lidia Papaleo, proprietaria di Papel Prensa, il principale produttore di carta argentina, sarebbe stata costretta a cedere al Clarín la sua impresa in seguito a minacce esplicite che culminarono, dopo l’atto di cessione, nel sequestro e nella tortura. Da quel momento il Clarin avrebbe venduto la carta ai suoi concorrenti a un prezzo maggiore di quello di mercato, occupando una posizione di monopolio che si è estesa negli ultimi anni a Internet e al mondo multimediale e della tv via cavo. La Presidenta ha sfidato il gruppo intaccando questo monopolio e da quel momento è stata descritta come un’arrogante dittatrice nemica delle libertà dei liberissimi monopolisti argentini.

Molti analisti davano in crisi di consenso i Kirchner. Eppure l’Argentina ha patito la crisi economica in maniera meno grave dell’Europa (anche se un conto sono gli indici del Pil, altro è la qualità della vita di chi abita in una villa miseria); il sistema delle pensioni private, volute dall’ultra liberista Menem è stato riformato; sono state approvate delle riforme sociali (matrimonio gay, bonus per i neonati). Certo, l’Argentina di oggi non è un’utopia libertaria. L’aborto è quasi illegale, a parte qualche eccezione. La corruzione dilaga. I poliziotti hanno il grilletto facile. I salari sono bassi e molti sono i sotto-occupati, mentre l’inflazione cresce. Ma la direzione politica non va nel senso delle restrizioni dei diritti sociali, come succede un po’ ovunque nell’emisfero nord del pianeta.

Lo scenario futuro è difficile da indovinare. Di certo l’onda emotiva seguita alla morte di Néstor Kirchner sembra aver ammorbidito anche gli editorialisti della Nación e del Clarín. Ma è solo fumo negli occhi. Certo, migliaia e migliaia di persone hanno pianto la morte di N.K., sfilando nel microcentro e occupando Plaza de Mayo. Ma i ragazzi del censimento che visitavano le case argentine al momento della morte di Kirchner raccontano anche di aver censito nei living portegni tante bottiglie di spumante e risate per la morte di NK. E non erano ribelli antiautoritari, ma classe media antiperonista di destra.

Detto questo, poi non voglio passare per un seguace del fronte peronista dei Kirchner. Ho cercato di dipingere la realtà argentina in maniera veritiera. So che N.K. non è stato immune dai traffici e dagli smaneggi della politica, argentina e non, peronista e non. So benissimo che la speranza dall’Argentina non può arrivare da una dama piena di gioielli, si chiami Eva o Cristina, o da un politico scaltro, più o meno socialista, più o meno populista. Saranno le piazze e ancor più i quartieri autorganizzati, le fabbriche autogestite, a garantire una trasformazione reale e egalitaria nel grande paese latinoamericano. Fabbriche e quartieri che sono già stati protagonisti tra il 2001 e il 2002, nei mesi del “que se vayan todos”, quando l’Argentina non ha avuto di fatto una presidenza e un governo effettivi.

E tuttavia non vedo niente da festeggiare nella morte di N.K. Non è la morte del tiranno. Anzi. Le forze più conservatrici dell’Argentina sono quelle che in questi giorni, lontane dalle piazze, nei quartieri bene di Recoleta o nei ricchi countries, le ville fortificate in periferia, fanno brindare i loro calici di cristallo ancora sporchi del sangue versato negli anni Settanta.

Chiudendo questo articolo, vorrei ricordare N.K. con un aneddoto scherzoso: originario dei territori di Santa Cruz, si racconta che Kirchner abbia fatto la comparsa nel film di Héctor Olivera “Patagonia rebelde”, girato a Rio Gallego nel 1974 e ispirato all’omonimo romanzo di Bayer. Il film costò l’esilio e la persecuzione un po’ a tutti quelli che parteciparono alle riprese, terminate molto rapidamente perché le minacce arrivavano sul set quasi ogni giorno. Quando il film fu montato, venne poi censurato. Solo col ritorno alla democrazia, la pellicola venne riportata nelle sale e durante la presidenza di Néstor Kircher fu addirittura oggetto di una celebrazione istituzionale, se non erro nel Congreso. In quell’occasione Kirchner quasi spezzò una costola allo scrittore Osvaldo Bayer abbracciandolo e poi salutò il regista Olivera, chiedendogli che ne era stato della paga della giornata di lavoro delle comparse. Olivera si era infatti dimenticato di pagare la giornata a quell’anonimo ragazzotto patagonico con l’aria da perdente che nella storia dell’Argentina è stato tutto tranne che una comparsa.

In conclusione, va registrato un fatto di cronaca che conferma una tradizione della storia del peronismo. Come sa bene chi è interessato alla storia del grande paese australe, si chiamano “giornate peroniste” le giornate vittoriose per la corrente peronista, e sono sempre giornate di sole. Nelle giornate tragiche del peronismo di solito piove. Pioveva a Buenos Aires anche quando la bara rossa di N.K. è stata accompagnata da una moltitudine di ombrelli fino a un volo diretto al lontano sud di Rio Gallego.

Golpe in Ecuador: ristabilito l’ordine, presidente Correa liberato

Alle 22 e 30, ora di Quito, di giovedí sera il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, é stato liberato dall’ospedale di Quito in cui era stato sequestrato durante varie ore da alcuni gruppi ribelli e golpisti della polizia nazionale, insorta ufficialmente per alcune rivendicazioni salariali ma probabilmente manipolata dagli oppositori del presidente per mettere in atto un colpo di stato. La popolazione dell’Ecuador ha reagito scendendo per le strade in diverse cittá e a Quito le manifestazioni per la liberazione di Rafael Correa sono state capaci di rompere piú volte il cordone protettivo dei poliziotti ribelli intorno all’ospedale in cui era detenuto il presidente.

Il presidente é ritornato al Palazzo Nazionale di Carondelet scortato dai militari (rimasti fedeli alla democrazia e alla Costituzione) e ha dichiarato che ci sono state infiltrazioni nei corpi della polizia ribelle ad opera dell’opposizione e in particolare dei gruppi legati all’ex presidente Lucio Gutierrez. Dopo la liberazione ha parlato dei “fratelli ecuatoriani deceduti” nel pomeriggio negli scontri con la polizia e ha ringraziato tutte le persone che hanno difeso la democrazia ecuatoriana e l’esperimento di “rivoluzione cittadina” di cui il suo governo s’e’ fatto portatore.

Il rischio per l’ordine democratico in Ecuador é stato reale e il sequestro del presidente ha provocato reazioni immediate in praticamente tutti i paesi americani e in molti europei che hanno ripudiato l’alterazione dell’ordine democratico e solidarizzato con il presidente Correa. Questi ha affermato anche che i responsabili della cospirazione (che hanno usato come scusa le incomprensioni e i dissapori legati a una legge firmata dal presidente sui salari della polizia) verranno perseguiti.

SOTTO: VIDEO DEL PRESIDENTE RAFAEL CORREA PRIMA DEL SEQUESTRO, LA MATTINA DI GIOVEDI’, IN CUI SI RIVOLGE AI POLIZIOTTI INSORTI PER CERCARE DI METTERE FRENO ALLA LORO PROTESTA. IN SEGUITO A QUESTO DISCORSO IL PRESIDENTE VIENE COLPITO DA UN LACRIMOGENO E POI PORTATO NELL’OSPEDALE DOVE VIENE SEQUESTRATO PER TUTTA LA GIORNATA FINO ALLA SUA LIBERAZIONE

VIDEO CON UN RIASSUNTO DEGLI EVENTI DI IERI MATTINA E POMERIGGIO – ANTEFATTO DEL GOLPE

Ecuador dal vivo – Ecuador TV

http://www.intertelevision.net/ecuador/ecuadortv.php

Dichiarazioni dei golpísti

http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=96551

I paesi d’America esprimono solidarietá al presidente Correa:

http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=96550


Video lungo CNN: http://www.youtube.com/watch?v=6rq_G-BwjJ0&feature=youtube_gdata_player

Video della liberazione del presidente ecuatoriano Rafael Correa

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GOLPE SVENTATO IN ECUADOR – Discorso di Correa dopo la liberazione

VIDEO LUNGO CNN

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Venti di golpe in Paraguay?

Sono sempre più insistenti in Paraguay le voci di un probabile colpo di Stato che dovrebbe attuarsi secondo le modalità di quello messo in atto il 28 giugno scorso in Honduras. Come si vocifera anche tra gli alti vertici dell’Osa (Organizzazione degli Stati Americani), preoccupati per la crescente tensione nel paese, “nessuno pensa che in Paraguay ci sarà un golpe, ma tutti ne parlano”.
Il presidente Fernando Lugo
(esponente di spicco della Teologia della Liberazione ed ex vescovo della diocesi di San Pedro, la più povera del paese, prima della sospensione del Vaticano) ha denunciato che da quando ha assunto la presidenza, nell’aprile del 2008, ci sono stati vari tentativi di destabilizzarlo messi in atto da esponenti del Partido Colorado che è stato al potere nel paese per 60 anni, includendo gli oltre 40 anni di dittatura di Alfredo Stroessner,  e che è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali. “Dopo decenni di dominio assoluto di uno stesso gruppo politico, non deve sorprendere che fin dal principio di questo governo alcuni settori e personaggi abbiano avuto la tentazione di fermare il processo politico” ha dichiarato Lugo, mentre per sgomberare il campo da sospette alleanze tra politica e Forze Armate ne ha riformato tutti i vertici appena un mese fa.


A dirigere il tentativo di golpe è il vicepresidente Federico Franco, leader del Partido Liberal Radical Auténtico, che guida l’ala conservatrice e più reazionaria della coalizione in cui si trova anche Lugo (Alianza Patriótica para el Cambio). Franco ha in vaie occasioni accusato pubblicamente il presidente di essere un “traditore” e ha detto di “essere pronto ad assumere la presidenza del paese”, nel caso Lugo venga sottoposto a impeachment.
La svolta a sinistra presa dal governo dopo l’elezione del “vescovo rosso” gli ha fatto progressivamente perdere l’appoggio politico di cui godeva in Parlamento e che era stato soltanto funzionale a liberare il paese da decenni di dominazione del Partido Colorado. Alleati strategici di Franco, in quest’opposizione che potrebbe scaturire, come avvenuto in Honduras in un “golpe istituzionale”, sono il presidente del Senato Miguel Carrizosa e il politico ed ex generale Lino Oviedo, controverso personaggio accusato di aver realizzato in passato due colpi di stato, massacri contro alcuni civili e l’omicidio di un vicepresidente, attualmente alla testa del partito di destra UNACE.

Come già avvenuto in Honduras, anche in Paraguay i settori più conservatori della società, rappresentati dai latifondisti, da una classe politica e dirigenziale corrotta e spesso legata al narcotraffico, dal settore imprenditoriale, sono preoccupati per la decisione del presidente Lugo di aderire all’Alba, l’Alternativa Bolivariana per le Americhe. Ma non solo. Sono tante le riforme che il governo sta cercando di realizzare con non poche difficoltà, come rendere gratuite sanità ed educazione, attuare una Riforma Agraria, liberarsi progressivamente della presenza delle forze militari statunitensi e programmare una riforma costituzionale che renda possibile la realizzazione in tempi brevi del progetto sociale riformista in favore dei più deboli ed emarginati.

Gli Stati Uniti dal canto loro non possono che vedere con preoccupazione crescente il nuovo scenario che si profila all’orizzonte: un paese strategicamente importante (anche per le immense risorse idriche di cui è ricco) come il Paraguay, nel cuore dell’America latina, che lentamente sfugge al loro controllo e che ha intenzione di “restare un paese sovrano” come ha dichiarato in una recente intervista il ministro degli Esteri Héctor Lacognata, che ha respinto la proposta statunitense di inviare nel paese 500 soldati in cambio di 2,5 milioni di dollari da destinarsi per la costruzione di infrastrutture e per attrezzature e spese mediche per le comunità più isolate de paese, nell’ambito di un progetto di cooperazione che prende il nome di Nuevos Horizontes 2010.
L’ambasciatrice statunitense ad Asunción, Liliana Ayalde ha detto che si è trattato di un “duro colpo” se si pensa che si sta parlando “dell’educazione di circa 600 bambini, di assistenza medica per 19mila persone delle comunità povere e di assistenza odontoiatrica per altre 3600.”

Il Paraguay di Lugo, che aderisce all’Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane, non può non far proprie le inquietudini dell’America latina integrazionista rispetto alla crescente presenza militare degli Stati Uniti nella regione, testimoniata anche dal recente accordo statunitense con la Colombia per la costruzione di 7 nuove basi militari nel paese andino. La presenza di 500 militari americani è stata pertanto giudicata inopportuna da Palacio de López, la sede del governo ad Asunción e Lacognata ha tenuto a ribadire a coloro che lo accusano di essere portatore di posizioni estremamente ideologizzate, che il suo ruolo è quello di mantenere l’autonomia di un paese che deve restare sovrano. “Non possono venire medici civili a realizzare gli interventi? Non possono venire civili a costruire le scuole?” si chiede il ministro. “Quello che vogliono fare gli Stati Uniti nel nostro paese non è una politica sociale, nel migliore dei casi è carità” ha detto. A voler essere buoni. Perchè quello che gli Stati Uniti vogliono fare in Paraguay è quello che fanno molto più sfacciatamente in paesi zerbino quali ad esempio la Colombia. Si chiama tattica o strategia in una regione nella quale trovano sempre minori spazi all’interno della sempre maggiore coesione e integrazione economica e politica, ma soprattutto strategica (e in un prossimo futuro probabilmente anche militare) che si sta organizzando in America Latina.

Salvo la Colombia, il Perú e in parte il Cile, in America del Sud sembra veramente che il “cortile” non abbia più intenzione di rimanere tale.
Segnali preoccupanti fanno tuttavia pensare che i “falchi” del Nord stiano riorganizzando forze e mezzi. Le fragili democrazie come quella del Paraguay farebbero bene a stringere alleanze più solide ma soprattutto a rafforzare gli appoggi interni che, come il caso dell’Honduras ha insegnato, non possono essere più soltanto quelli realizzabili sul piano istituzionale e politico, con alleati dell’ultima ora inaffidabili e corrotti o corruttibili, ma devono necessariamente partire da un ampio consenso della base e dei movimenti sociali del paese, dei movimenti indigeni e delle donne. Quelli che come è avvenuto in Honduras hanno anche, e non è solo enfasi, veramente dato la vita per il ritorno del loro presidente legittimamente eletto.

Per completare il quadro della situazione, aggiungo un link all’interessante intervista realizzata per il programma “Carbono 14” della Radio Nacional Argentina di Buenos Aires dai giornalisti Pedro Brieger (PB), Eduardo Anguita (EA) e Miriam Lewin (ML) al senatore paraguaiano del Partito Liberale Radicale Autentico (partito della coalizione di governo che è però diviso internamente sul tema della possibile destituzione di Lugo) Alfredo Luis Jaeggli, presidente della commissione finanze e della bicamerale sulla legge finanziaria, sul giudizio politico cui potrebbe essere sottoposto il Presidente. Tale processo viene indicato come un golpe velato per delegittimare la linea politica e bloccare le iniziative del capo di Stato dopo solo un anno e mezzo dalla sua elezione, ottenuta con la maggioranza relativa del 41% dei voti, il 10% in più rispetto alla candidata del Partido Colorado, Blanca Ovelar. Nonostante il giudizio politico sia previsto dalla costituzione, risulta essere una prassi piuttosto inusuale nelle repubbliche presidenziali e fortemente soggetta a interpretazioni strumentali oltre che all’umore cambiante delle coalizioni di partiti: http://pedrobrieger.blogspot.com/2009/12/entrevista-al-senador-del-partido.htm

Nell’intervista il senatore sostiene che in Paraguay con questo presidente non sarà possibile attuare la modernizzazione che, secondo lui, Menem attuò in Argentina e altri governi hanno realizzato in tutti gli altri paesi dell’America Latina, mentre giudica il processo boliviano come un’involuzione della modernità. Inoltre il senatore Jaeggli reputa legale il golpe perpetrato in Honduras il giugno scorso dato che il presidente Zelaya, cacciato dal paese in pigiama dai militari sostenuti da una fazione del suo partito e da associazioni di imprenditori,avrebbe tradito lo spirito liberale del suo mandato per aderire al Socialismo del Secolo XXI di Chavez. Per il caso paraguaiano si adducono ragioni soggettive e strettamente politiche per poter iniziare un giudizio politico e non giuridico contro un presidente che non starebbe modernizzando il paese come alcuni parlamentari vorrebbero e che quindi potrebbe essere defenestrato in base a una qualche interpretazione della costituzione, da verificarsi, come sempre, a posteriori.

Audio disponibile qui: http://www.radionacional.com.ar/audios/el-senador-del-partido-liberal-habla-sobre-fernando-lugo-y-los-presuntos-planes-de-derrocamiento-en-paraguay.html

Su: http://www.carmillaonline.comhttp://www.annalisamelandri.it/dblog/