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Lettera a Hollande: Peña Nieto, presidente messicano, persona non grata in Francia

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Proprio mentre in Messico nuove indagini giornalistiche smontano, tassello dopo tassello, le versioni ufficiali offerte dalla procura sul caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa e della strage di Iguala, il presidente messicano Enrique Peña Nieto è in visita in Europa, è stato anche a Milano per Expo, dove ha incontrato il “señor primer ministro” Matteo Renzi, e il 14 luglio sarà a Parigi, invitato dal presidente francese Hollande per le celebrazioni dell’anniversario della presa della Bastiglia.  La mattina del 15 giugno 2015 alcuni membri della comunità messicana in Francia, del collettivo Parigi-Ayotzinapa, del Movimento contro il razzismo per l’amicizia tra i popoli e dell’associazione Francia-America Latina hanno consegnato una lettera all’Eliseo, indirizzata al presidente della repubblica francese François Hollande e al Ministro degli Esteri Laurent Fabius, in cui decine di associazioni, collettivi, universitari, artisti, accademici e figure politiche del Messico, della Francia e di altri paesi condannano l’invito rivolto a Peña Nieto come ospite d’onore del presidente Hollande per il 14 luglio. Tra i primi firmatari la cineasta Carmen Castillo, il filosofo Toni Negri, il collettivo di scrittori Wu Ming, il poeta Javier Sicilia, Padre Alejandro Solalinde, gli accademici John Ackerman, Sergio Aguayo e Lorenzo Meyer, lo scrittore Valerio Evangelisti, i deputati europei Michèle Rivasi e Josè Bovè, gli attivisti Vittorio Agnoletto e Franco Berardi “Bifo”.

La Francia, che storicamente soleva considerarsi come la culla dei diritti dell’uomo, s’appresta a ricevere il presidente di un governo corrotto che ha un bilancio inquietante: 43.000 morti nei primi due anni di mandato di Peña Nieto, 5 204 persone scomparse solo nel 2014 (un desaparecido ogni due ore), restrizioni enormi della libertà d’espressione con decine di crimini commessi contro i giornalisti ogni anno, una repressione inedita da parte delle forze di polizia, senza contare le migliaia di casi di tortura e le esecuzioni extragiudiziarie realizzate dall’esercito e dalla polizia federale. Quest’ultima s’è addirittura valsa di una formazione fornita dalla Francia per creare il corpo della gendarmeria messicana, seguendo il modello francese.

Le organizzazioni internazionali per i diritti umani sono unanimi su questo tema: il Messico vive una crisi umanitaria senza precedenti in cui i diritti umani sono completamente sbeffeggiati e l’impunità è la norma. Nel precedente governo, quello del conservatore Felipe Calderón dal 2006 al 2012, il saldo della NarcoGuerra o “Guerra Militarizzata ai Cartelli della Droga” è stato terribile: oltre 100mila morti, tra i 22mila e i 30mila desaparecidos, 281mila rifugiati e 130mila soldati impiegati nelle operazioni. Operazioni di lotta al narcotraffico che nascondono, però, meccanismi di controllo sociale, delle risorse, degli investimenti e dei territori a discapito della popolazione e delle comunità, specialmente nel Messico profondo della povertà e dell’esclusione.

Dopo il suo arrivo a posizioni di potere, dapprima come governatore del Estado de Mexico (caso repressioni di Atenco nel 2006), poi come presidente della repubblica (massacri di Tlatlaya, Iguala, Apatzingán, Tanhuato), Enrique Peña Nieto s’è reso responsabile, in qualità di capo delle forze armate e di polizia, di crimini perpetrati contro il suo stesso popolo.

E’ stato il primo a favorire per inazione l’intollerabile violenza in cui quotidianamente vive la società messicana. Uno degli esempi più recenti è quello della sparizione di 43 studenti della scuola normale rurale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa il 26 settembre 2014. Questo caso ha messo a nudo il modus operandi del governo messicano: di fronte a un attacco premeditato, di cui erano a conoscenza in tempo reale tutte le forze dell’ordine, le autorità hanno cercato di eludere tutte le loro responsabilità affermando, senza il minimo ritegno, davanti alle famiglie dei giovani scomparsi, che gli studenti erano stati rapiti e calcinai in una discarica e i loro resti gettati in un fiume dentro a dei sacchi della spazzatura.

Dopo la negazione della giustizia il governo di Peña Nieto ha riattivato la repressione e il discredito verso le famiglie degli studenti scomparsi e i loro sostenitori. Recentemente, il 7 giugno 2015, giornata elettorale per il rinnovo della camera dei deputati e dei governi di numerosi comuni e regioni, il governo ha dispiegato l’armata e la polizia federale in tre stati del Messico, il Guerrero, l’Oaxaca e il Chiapas, con il fine di reprimere la popolazione, principalmente gli insegnanti del sindacato dissidente CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), che manifestavano per denunciare la collusione tra i politici e i narcotrafficanti e s’oppongono al processo elettorale dato che non è stata fatta giustizia. Il risultato è che ci sono stati 127 arresti in diverse regioni e una persona uccisa per un colpo d’arma da fuoco esploso alle spalle dalla polizia federale nello stato del Guerrero.

In questo contesto la Francia s’appresta a firmare contratti per la vendita di 50 elicotteri Airbus  «SuperPuma » che serviranno senza dubbio, così com’è stato negli ultimi 40 anni, a reprimere i movimenti sociali che denunciano la violazione sistematica dei diritti umani da parte dello stato. E’ ancora in questo contesto che la Francia riceverà il presidente messicano e le sue forze armate come invitati d’onore che, malgrado la pessima reputazione di cui godono presso le organizzazioni per i diritti umani, sfileranno sugli Champs  Elysées  il 14 luglio 2015.

Tramite questa lettera la comunità messicana in Francia e tutti i firmatari denunciano questi crimini e violazioni, denunciando anche l’insieme degli accordi economici e militari tra il Messico e gli stati europei. Allo stesso modo si deplora il ruolo delle grandi imprese dell’industria militare e civile che, a cominciare da Airbus, cercano di firmare contratti mirabolanti a discapito della popolazione messicana, vittima tre volte: della povertà, della violenza di stato e della legge dei narcos.

Una versione più breve della lettera è stata oggetto di una petizione on line sulla piattaforma Change.org e resterà accessibile fino al 13 luglio. Fino ad ora ha ricevuto oltre 5500 adesioni. Con il fine d’informare la società civile su questa situazione d’emergenza si terrà una tavola rotonda il 26 giugno, a nove mesi esatti dalla sparizione degli studenti di Ayotzinapa nell’ambito della Giornata internazionale contro la tortura.

Di Fabrizio Lorusso – Link foto Parigi/AyotzinapaLink petizioneLink lettera integrale

Qué está en juego en las elecciones de El Salvador

fmln[Fabrizio Lorusso per Rivista Variopinto al día] Mañana, domingo 2 de febrero habrá elecciones presidenciales en El Salvador. Las tendencias políticas y los probables resultados que los sondeos preelectorales están arrojando tienen relevancia para toda la región centroamericana y podrían representar, en cierto sentido, un cambio de ruta. Más allá de probabilidades y dinámicas exquisitamente políticas, un primer dato es que los residentes en el extranjero podrán votar por primera vez en la historia. Se trata, teóricamente, de unos 2.7 millones de salvadoreños, residentes sobre todo en Estados Unidos, aunque sólo una pequeña fracción (cerca de diez mil personas) de estos logró empadronarse.

El oficialista Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), nacido tras la incorporación de la guerrilla a la arena política, había ganado la presidencia por primera vez en su historia en 2009, postulando al corresponsal de CNN Mauricio Funes, quien era un candidato “de compromiso”, menos radical y más cercano a las clases medias y los empresarios. Este año, en cambio, el candidato que lidera las encuestas es el ex combatiente y sindicalista Salvador Sánchez Cerén, quien es el actual vicemandatario y encarna “el alma auténtica” del Frente.

Sánchez Cerén será acompañado por el candidato vicepresidente Óscar Ortiz, otro dirigente interno al FMLN quien, por su lado, representa la corriente renovadora y crítica de la verticalidad heredada de la estructura que primaba durante y después de la guerra civil.

Esta tensión generacional en el interior del partido entre los innovadores y  la vieja comandancia parece haber encontrado una síntesis aceptable en la dupla presidente/vice y se va a sustituir a la tensión que ha primado en estos años de gobierno (2009-2013) entre el Frente y el actual presidente Funes, más moderado y considerado como outsider y cercano al empresariado salvadoreño. El FMLN ha mostrado su vocación de gobierno y su plena integración a la vida política y se ha consolidado durante el mandato de Funes, por lo que la franja más orgánica del partido ha ganado credibilidad y pretende un papel central.

La derecha es representada básicamente por la coalición Gana (Gran Alianza por la Unidad Nacional) del ex presidente (2004-2009) Elías Antonio Saca y por el partido Arena (Alianza Republicana Nacionalista), ya en el gobierno entre 1989 y 2009, y apuesta por el candidato Norman Quijano, el ex alcalde de la capital. Finalmente, se trata de dos grupos de la misma oligarquía nacional, es decir, son variaciones sobre el mismo tema neoliberal.

La mayoría de las encuestadoras atribuyen una ventaja significativa al FMLN (entre 32.7% y 46.5% de las preferencias) sobre Arena (entre el 29% y el 36%) y Gana (entre 11.3% y 14.7%). Es probable que habrá una segunda vuelta el 9 de marzo en la cual los votos de las derechas podrían juntarse contra el Frente y revertir el resultado de la primera, por lo que hay un alto grado de incertidumbre sobre el resultado final del proceso.

La administración de Funes no ha roto los esquemas del neoliberalismo, aunque ha marcado algunas tendencias, evidentemente no revolucionarias pero sí distintas, que podrían reforzarse si gana Sánchez: el mayor papel estatal como formulador de políticas económicas (plan de desarrollo de 5 años), sociales (reducción de la pobreza) y de seguridad (combate a la delincuencia organizada, maras y gangs). Es un tipo de intervención que requiere recursos que, en los cinco años anteriores, menguaron debido a la escasa capacidad recaudadora del Estado y a la aversión del empresariado hacia los impuestos y las reformas fiscales progresivas.

Así, la capacidad reformadora del centroizquierda salvadoreño se ve frenada. Funes eligió no adherirse al ALBA (Alternativa Bolivariana para las Américas), bloque creado y promovido por el fallecido presidente venezolano Hugo Chávez, pero sí ser observador en la Alianza para el Pacífico en la que participan Chile, Colombia, México y Perú, con el apoyo de Estados Unidos y la clase empresarial nacional. Ésta representa, entonces, el gran desafío y de la relación con ella se desprenden unas cuestiones básicas para el futuro mandatario: ¿Cómo recaudar más impuestos? ¿Cómo vincularse a nivel internacional y comercial? ¿Cómo reformar el estado y la economía de manera incluyente? ¿Qué políticas elegir para reducir el dramático problema de la delincuencia y la violencia?

En este sentido, la campaña no ha sido exenta de acusaciones recíprocas entre los candidatos con respecto a la mara salvatrucha y a las pandillas. El FMLN no ha podido afrontar integralmente el problema, sin embargo, logró bajar los homicidios en el país y negociar de alguna manera una tregua con el crimen organizado y, por esto, es acusado por la oposición de haber estipulado un “pacto criminal”.

En cambio, Sánchez acusa a Arena de suscitar la misma violencia utilizando sicarios para desestabilizar la situación de relativa calma que reinaba y usar mediáticamente los homicidios en contra del gobierno. De todos modos, los datos sobre inseguridad, si bien mejoraron en el último año, no son halagadores, pues cada día ocurren 16-18 asesinatos y, junto con Guatemala y Honduras, El Salvador sigue ocupando un  triste lugar en el “triángulo de la muerte” de los países más violentos de América. Otro reto fundamental para la gobernabilidad democrática y la viabilidad política de cualquier presidente.

Twitter @FabrizioLorusso

Italia y el cómico que ya no provoca risa

Beppe-Grillo-predica bene e razzola male

[Este artículo salió el día 1 de abril en el diario mexicano 24HorasMx] El Movimiento Cinco Estrellas (M5S) de Beppe Grillo, hombre de teatro convertido a la política, fue la gran sorpresa de las elecciones italianas del 24/25 de febrero e interceptó el voto de protesta y las ganas de cambio de los más afectados por la crisis económica, social y moral del país. En su exordio electoral nacional, con el 25% de los sufragios, es el segundo partido en la Cámara.

 También el abstencionismo llegó al 25%, como nunca antes. Las preferencias divididas de los votantes no indican una mayoría congresual clara que respalde un gobierno estable.

 En 2012, las recetas del gobierno tecnocrático de Mario Monti estabilizaron el cuadro macroeconómico, pero con grandes costos: desempleo general al 12%, juvenil al 38%, el PIB al –2.4% y la relación deuda/PIB al 127%, la segunda más alta en la Eurozona después de Grecia. Los viejos partidos, identificados como responsables, pagan la cuenta.

 Grillo fue tachado de populista por su campaña electoral basada en el antieuropeísmo y la lucha contra las castas de los políticos, de las corporaciones y los sindicatos. “Si Grecia está mal, es culpa de hombres como ellos”, dijo el cómico a sus seguidores, los grillini.

 El M5S defiende salud, educación, agua, web y medio ambiente como bienes públicos, propone reducir los impuestos, los costos de la máquina política, los privilegios y la corrupción, aunque no siempre define los medios para lograr todo eso.

 ¡Qué se vayan todos! ¡Ya están muertos! Son las consignas más repetidas, a gritos, del Tsunami Tour que el actor llevó a las plazas del Bel Paese. Los otros líderes privilegiaron los debates televisados con los periodistas, Grillo fue a las calles y ganó la batalla en internet.

 Su idea de participación masiva se funda en la “democracia líquida”, un sistema “científico” y “algorítmico” para la toma de decisiones colectivas cuya plataforma web está por inaugurarse.

Grillo nace como figura pública en los escenarios y en la TV hace tres décadas, gracias a su teatro satírico y de sensibilización social-ambiental, pero el fenómeno político explota en la web, con la página beppegrillo.it, un foro que está entre los diez blogs más influyentes del mundo.

El Tsunami canalizó la rabia de la gente y evitó, quizás, tensiones sociales y brotes neonazis como en Hungría y Grecia. “No tengan miedo, Europa debe estar con nosotros, pues miren lo que pasa en Grecia con Alba Dorada. Le hacemos un favor a la democracia”, declaró Grillo al diario alemán Handelsblatt. “Somos revolución, sin guillotina”, agregó.

La idea interclasista y orgánica de la representación popular y la lucha anti-Euro del M5S recuerdan la derecha política, pero sus propuestas de justicia social y transparencia se acercan a la izquierda.

De nueva cuenta, el cavalier Berlusconi aglutinó entorno al Partido de la Libertad (PDL) y a su figura mediática y pícara los destinos del centroderecha, logrando el 30% de las preferencias y una recuperación de 10 puntos en un mes.

La coalición progresista, liderada por el Partido Democrático (PD), “llegó primera pero no ganó”, como dijo su secretario general, Pierluigi Bersani, en el day after. En efecto, el centroizquierda no cuenta con una mayoría en las dos Cámaras y necesita aliados que no aparecen.

La lista centrista y conservadora del ex Premier Monti consiguió menos del 10% de los escaños y no puede hacer la diferencia. Una alianza entre Berlusconi y Bersani sería vista como una traición a la voluntad del electorado y una solución contraria al cambio.

Grillo, quien no se postuló para cargos, dirige la obra desde fuera y anuncia que no respaldará a ningún gobierno, pues sus huestes sólo evaluarán las propuestas compatibles con su programa.

Hace casi dos semanas, el Presidente Napolitano encargó a Bersani la tarea de formar un gobierno con una mayoría sólida en el Congreso: algo casi imposible. De hecho, el líder progresista no logró construir un gobierno y conquistar al M5S.

Este viernes dejó el paso a un comité de sabios nombrados por el Presidente quienes van a elaborar una serie de propuestas de reforma que puedan aglutinar el consenso de todos los partidos para un gobierno de transición.

Sin acuerdos, habría nuevas elecciones, pero la inestabilidad comprometería aún más la economía. En este escenario, Grillo y el M5S podrían llegar primeros y gobernar solos, sin compromisos.

Hace un par de semanas, los grillini llegaron con abrelatas en la mano a la primera sesión del Congreso. “Queremos abrir los secretos de los palacios del poder, ser guardianes de los presupuestos de las Cámaras”, escriben en Twitter.

Las bases y los representantes del M5S han tenido diferencias con su líder, ya que muchos apoyarían un gobierno reformador con la izquierda, pero las críticas al mando del cómico se pueden pagar con la expulsión. Es el lado autoritario y centralista del movimiento, contrario a la horizontalidad y a la red que lo originó.

Por otro lado, los congresistas grillini aún están en busca de coordinación y líneas comunes, así que su falta de experiencia y unidad podría llevar a estas “Estrellas” a ser muy fugaces.

De todos modos, el viento del cambio empieza a soplar gracias a las caras nuevas de este Congreso que, aunque incierto y fragmentado, es el más “rosa y joven” de la historia italiana. Arriba el telón.  @FabrizioLorusso

Vigilia elettorale in Messico: partiti, movimenti, speranze

[Articolo uscito sul quotidiano italiano L’Unità del 28 giugno 2012, Fabrizio Lorusso. Foto della chiusura di campagna del candidato delle sinistre, Andrés Manuel López Obrador, a Città del Messico il 27 giugno]

Una svolta inattesa sta speziando con peperoncino jalapeño le elezioni messicane del primo luglio. 80 milioni di cittadini, su un totale di 113 milioni di abitanti, sono chiamati a rinnovare il parlamento e il presidente della Repubblica.

Il 27 giugno si è chiusa la campagna elettorale, ma il risultato finale, dato per scontato fino a un mese fa, è oggi più incerto. Il voto degli indecisi è stimato intorno al 20% e le grosse differenze nei diversi sondaggi pubblicati quotidianamente rendono il quadro confuso.

Ma è l’irruzione sulla scena politica di un nuovo movimento studentesco, il YoSoy132, IoSono132, che sta ridimensionando l’aspettativa di una vittoria facile del favorito Partido Revolucionario Institucional (PRI) e del suo candidato, Enrique Peña.

YoSoy132 nasce l’11 maggio dopo una conferenza di Peña in un’università privata di Mexico City in cui è fortemente contestato dagli studenti e costretto a nascondendosi in un bagno. Il presidente del suo partito accusa i giovani di non essere alunni dell’ateneo e d’essere stati “cooptati da altri partiti”.

Si scatena l’ira della comunità universitaria che pubblica un video su YouTube in cui 131 studenti mostrano il loro tesserino. Da tutto il paese arrivano altri video di solidarietà e così giovani, lavoratori e simpatizzanti dichiarano: “anch’io sono 132”.

Da Facebook e Twitter si passa alle piazze, con attività a ripetizione per protestare contro il duopolio televisivo di TvAzteca e TeleVisa, l’imposizione di un presidente da parte dei media collusi col potere e la democratizzazione dell’informazione. Un reportage del quotidiano inglese The Guardian ha rivelato i patti (“dirty tricks”) tra TeleVisa e Peña per spingere la sua candidatura e osteggiare i rivali.

YoSoy132 si coordina in rete e in assemblee, è apartitico, anche se una parte del movimento s’unisce alle periodiche manifestazioni anti-Peña, anch’esse convocate dai social network contro il ritorno del PRI. Il 20 maggio nelle strade della capitale erano in 50.000, poi 100.000 il 10 giugno e il 24 hanno sfilato in 25.000.

Il PRI, ex partito dominante al potere per 71 anni, fu sconfitto nel 2000 dal conservatore Partido Acción Nacional (PAN) che governa tuttora. Nella coalizione “Compromesso per il Messico” che sostiene Peña c’è anche il Partido Verde, una formazione in mano a una sola famiglia che, unica al mondo tra i verdi, ha proposto l’introduzione della pena di morte e sopravvive grazie a pratiche trasformiste e populiste.

Sebbene sia ancora in testa nei sondaggi, Peña ha visto avvicinarsi i suoi avversari, la conservatrice Josefina Vázquez del PAN e il leader delle sinistre Andrés Manuel López Obrador che è secondo con un distacco tra i 4 e i 12 punti percentuali a seconda del sondaggio. Secondo analisti e giornalisti ci sono i margini sufficienti per una sorpresa al fotofinish.

In un lontano quarto posto resta Gabriel Quadri del Partido Nueva Alianza. Malgrado il suo discorso liberal-progressista e le sue proposte innovative, è considerato un candidato poco credibile. Infatti, il suo partito è un’emanazione diretta del sindacato nazionale dei docenti, un residuo corporativo del vecchio regime, totalmente controllato dalla sua presidentessa vitalizia Elba Gordillo, vicina al PRI.

I primi due dibattiti ufficiali tra i contendenti non sembrano aver modificato molto le intenzioni di voto, ma il tetto del consenso verso Peña è cominciato a scricchiolare con l’esplosione di YoSoy132 nelle piazze e dopo il dibattito presidenziale, primo e unico nella storia messicana, organizzato autonomamente dagli studenti il 19 giugno. Solo il candidato del PRI ha declinato l’invito in quanto sarebbe mancato “uno spazio neutrale per un dibattito in condizioni di equità” in un’iniziativa ritenuta “contro la sua persona e il suo progetto”.

L’incontro ha avuto un successo enorme e gli altri aspiranti alla presidenza si sono confrontati sui temi del narcotraffico, della lotta ai monopoli e sulla strategia energetica.

Vázquez promette continuità nella guerra ai narcos e l’uso dell’esercito, malgrado i 60.000 morti causati da questa strategia negli ultimi sei anni. Apre all’ingresso dei privati nella compagnia petrolifera nazionale Pemex e alla lotta ai monopoli nelle telecomunicazioni. Si oppone all’interruzione volontaria della gravidanza, diritto che il suo partito ha addirittura penalizzato in molte regioni in cui governa, e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Dal canto suo Obrador è stato ambiguo su questi temi e, mentre i partiti della sua coalizione sono favorevoli alla depenalizzazione dell’aborto e ai matrimoni gay, il leader ha dichiarato che “sarà il popolo a decidere sulla materia con un referendum”. E’ l’unico a proporre la demilitarizzazione progressiva del paese e una riforma fiscale progressiva che, insieme ai tagli ai costi della politica e la lotta alla corruzione, liberi risorse per educazione, pensioni di vecchiaia e occupazione, soprattutto nei territori dominati dai narcos.  Quasi un milione e mezzo di persone hanno riempito piazze e strade del centro storico di Città del Messico per accompagnarlo nell’ultimo atto della campagna elettorale che s’è chiusa ufficialmente ieri in vista del voto di domenica. Twitter.com/FabrizioLorusso

Paraguay: discorso del presidente defenestrato Fernando Lugo

Ecco il discorso (sottotitolato all’italiano da Clara Ferri) dell’ormai ex presidente del Paraguay Fernando Lugo (in carica dal 2008 e con mandato in scadenza quest’anno). Lugo è stato deposto dal parlamento nel giro di un paio di giorni (il provvedimento è stato proposto ed emesso tra giovedì e venerdì scorso, molto express o, direbbero negli USA, fast track) attraverso il “giudizio politico” per aver “svolto male le sue funzioni” e in particolare a causa di uno sgombero di un gruppo di contadini senza terra che il 15 giugno scorso è finito con un saldo di 17 persone morte (6 poliziotti e 11 contadini). La polizia ha forzato lo sgombero di 150 contadini da un terreno, parte di una riserva forestale di 2000 ettari vicina al confine col Brasile, che appartiene a un esponente politico del Partito Colorato, oppositore di Lugo. Il giudizio politico è una figura prevista dalla Costituzione del paese sudamericano che, però, agli occhi dei vicini e di parte della comunità internazionale è stata impiegata repentinamente e strumentalmente provocando di fatto un colpo di stato (o qualcosa di molto simile) contro un presidente “scomodo” e da mesi in conflitto, cioè senza più una maggioranza, con le camere. La destituzione è avvenuta con il plauso del clero e del Vaticano che aveva già condannato anni fa la discesa in campo e la condotta dell’ex prete cattolico. Altre 4 accuse sono state rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa alla morte dei contadini  è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere, non da un giudice. Lugo, dal canto suo, accusa l’élite del paese, specialmente “i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo” di aver voluto la sua “defenestrazione”, o destituzione o caduta che dir si voglia. Molti paesi latino americani (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Venezuela, Argentina, Ecuador, Repubblica Dominicana, Costa Rica, El Salvador…) hanno usato il termine “golpe de estado”, annunciando che non riconosceranno il nuovo governo, mentre altri, come la Colombia, sollevano forti dubbi sulla drastica modalità adottata a sorpresa dal parlamento paraguayano. Il vicepresidente Federico Franco ha assunto le funzioni del presidente della Repubblica, s’è riunito da subito con il nunzio apostolico e ha cominciato a nominare funzionari e ministri per “governare” il paese fino alle elezioni dell’aprile 2013. Il Brasile e il Perù, pur denunciando l’alterazione dell’ordine democratico, hanno chiesto una riunione straordinaria della UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) prima di prendere posizione ufficialmente. Sembra una farsa, ma è tutto vero. Quasi come in Honduras nel 2009 (nel senso che qui esiste una figura costituzionale che permette di mantenere un velo di legalità nell’operazione anche se ci sarebbe da discutere come, quando e perché le camere decidono di usare il giudizio politico), anche oggi in Paraguay sembra che l’interesse di molti settori del paese sia quello di normalizzare e sminuire quanto sta succedendo. In Honduras ci vollero almeno un paio d’anni, ma l’opposizione di una parte della popolazione continua tuttora, quanto tempo passerà in questo caso? Ad ogni modo anche due anni fa s’era presentata una situazione simile e lo stesso Lugo aveva denunciato il vicepresidente Franco di destabilizzare il governo: vedi articolo “Venti di golpe in Paraguay?”

Cile, Messico, Italia: Camila Vallejo, #YoSoy132, il declino

Parlerò di Italia e di Messico, ma comincio dal Cile. Camila Vallejo, la studentessa militante della Gioventù Comunista del Cile che dal 2010 ha rappresentato la Federazione degli Studenti dell’Università del Cile (FECH), organizzazione in prima linea nei movimenti studenteschi che hanno scosso il governo di destra di Sebastián Piñera nell’ultimo anno e mezzo, è stata in Messico per qualche giorno con un’agenda fittissima di appuntamenti: università, scuole, piazze, strade, conferenze stampa, aule e mass media. Oggi Piñera è in caduta libera negli indici di gradimento e nella legittimità politica, mentre il movimento studentesco è vivo, trasmette il suo esempio e si diffonde internazionalmente, dalle Ande al Rio Bravo e alla vecchia e stanca Europa. C’era stato un precedente importante del movimento attuale nel 2006-2007, quando gli studenti secondari protestarono contro il governo della “sinistra” di Michelle Bachelet che rispose con accenni di negoziazione e tanti carabineros pronti a manganellare i giovanissimi e accaniti contestatari. Oggi molti di loro sono all’università o ci entreranno a breve, e si sono risvegliati, anzi, non si sono mai lasciati cullare dall’apatia e hanno continuato a lottare.

L’attenzione risvegliata nelle Americhe e nel resto del mondo dal movimento degli universitari cileni, supportato ormai da tanti altri settori della società, e i primi risultati che questi hanno ottenuto, in termini di popolarità, agenda politica e riforme, è stata straordinaria e ha cominciato ad aprire una breccia importante nelle strutture autoritarie dello stato cileno post-Pinochet/post-dittatura che non era stato intaccato dai governi del centro-sinistra, la Concertación, e tanto meno dalla destra di Piñera.

In Messico Camila ha incontrato i militanti del movimento studentesco sorto a metà maggionella capitale e diramatosi in tutti gli angoli della repubblica messicana, il #YoSoy132, come l’hashtag di Twitter che lo rilancia in rete da 6 settimane. Mentre molti giornali occidentali continuano a guardare all’America Latina in modo, direi, accondiscendente, paternalista e quasi folclorico, ecco che proprio lì cominciano a generarsi alcune alternative interessanti, che non dipendono dalla bellezza di una portavoce attivista (quando si parla di Camila Vallejo gli aggettivi bella, carina, affascinante, seducente e tanti altri abbondano senza pietà, sminuendo la portata di quel che dichiara e del suo portato politico e sociale) o dai colori nei vestiti di qualche famigeratajefa d’etnia indigena o dalle pittoresche rivoluzioni di popoli sconosciuti che entrano nelle cronache solo se sono strani, esotici e fanno notizia.

Il movimento YoSoy132 nasce come reazione alla visita del candidato presidenziale messicano per il PRI (Partito Revolucionario Institucional, ex “partito di regime”, egemonico e autoritario per 71 anni) da mesi in testa nei sondaggi preelettorali, Enrique Peña Nieto, all’università privata IberoAmericana di Mexico City. Dopo la conferenza i membri del suo partito hanno accusato gli studenti che lo avevano contestato di essere degli estremisti, dei cooptati appartenenti ad altri partiti e hanno minacciato di denunciarli, fedeli al loro pedigree di dinosauri autoritari della vecchia politica repressiva del PRI. L’idea che i cittadini si organizzino spontaneamente senza un comando dall’alto o senza i partiti deve ancora sdoganarsi in Messico e gli studenti stanno riuscendo laddove molti altri gruppi avevano fallito. 131 studenti indignati hanno quindi girato un video visto un milione di volte in pochi giorni su YouTube mostrando la loro tessera di universitari. Da allora migliaia di studenti e di persone in generale hanno girato altri video e inviato fotografie per diventare idealmente lo “studente 132”, gridando Io Sono 132.

Decine di migliaia di YoSoy132 si ritrovano nelle piazze praticamente ogni settimana, quasi ogni giorno, con iniziative diverse (concerti, flash mob, sit in, manifestazioni, dibattiti, picchetti culturali, volantinaggio e tante camminate presso le sedi delle due TV che monopolizzano l’informazione: tv azteca e televisa) per esigere la democratizzazione dei media e della vita politica, la rottura del duopolio TV, per rifiutare le candidature imposte dalla videocrazia e proporre un rinnovamento dal basso che trascenda questo periodo elettorale per andare oltre e ottenere un cambiamento di fondo. Una parte sostanziosa del movimento s’è unita alle manifestazioni contro Peña Nieto, anch’esse convocate dai social media, Facebook e Twitter in testa, e contro il ritorno al governo del PRI (inserisco un video alla fine dell’articolo) in maggio e in giugno hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre grandi città, anche se un’altra parte, forse minoritaria, del 132 preferisce mantenere un carattere totalmente apartitico. Queste due anime del movimento potrebbero condurre in futuro a una spaccatura, ma ritengo che, dopo il momento elettorale, in realtà ci potrà essere una convergenza sugli obiettivi validissimi dell’agenda democratizzatrice e antiautoritaria indipendentemente da chi sarà il vincitore il primo luglio alle presidenziali.CamilaVallejoEscNacMusicaUnam010(Small).JPGNe avevo parlato in dettaglio qui spiegando come lo slogan in voga, forse un po’ consumato ma efficace, della “Primavera Messicana” sia solo un modo d’esprimere entusiasmo, al di fuori delle analogie con le eterogenee “Primavere Arabe”, per una delle grandi novità e spinte sociali creative nel panorama americano dei movimenti studenteschi nati dalla rete che, quasi da subito, hanno interagito e si sono riconosciuti nei predecessori del 15-M spagnolo, gli Indignados e anche Occupy Wall Street. E quasi da subito hanno lanciato la sfida verso l’alto, verso il potere politico e mediatico, allargando la portata delle azioni e delle rivendicazioni, uscendo dalla logica prettamente elettorale di questi mesi (in Messico si vota il primo luglio per le presidenziali, ma anche per il parlamento e molte amministrazioni locali) per invitare alla partecipazione tutta la società che risponde dichiarando “YoSoy132”, frase di adesione alla causa dei giovani messicani che ha fatto il giro del mondo.

Esiste un 132 per tutte le età, anche se non si è più studenti, perché la causa che si porta avanti ha saputo trascendere questi limiti iniziali. La fase è ancora creativa, pioneristica, i ruoli sono poco chiari ma le prassi stabilite in queste settimane e l’interazione sul web promettono buoni sviluppi e consentono di mettere ordine, per quel che si può: ricordiamo che il movimento è dinamico, l’istituzione può attendere ancora un po’. Recentemente ci sono state delle accuse contro i 132, alcuni studenti dissidenti ritengono sia uno strumento nelle mani dei partiti di sinistra, specialmente il più importante, il Partido Revolución Democratica o PRD, ma la reazione e la smentita del movimento sono state categoriche e immediate. E’ stata anche ribaltata l’accusa verso coloro i quali hanno cercato di danneggiare la reputazione del YoSoy132: pare, infatti, ci sia un interesse esplicito del PRI nel creare correnti e personaggi dissidenti già da queste primissime fasi di viluppo per debilitarne la legittimità.

Era successa la stessa cosa anche al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD)del poeta militante Javier Sicilia, l’altra grande novità creata dal basso, ma non attraverso le reti sociali come il 132, ch’era esplosa nel 2011 con manifestazioni enormi e l’apertura dei dialoghi con la classe politica che ha portato all’approvazione delle prime misure in favore delle vittime della narcoguerra intrapresa dal presidente Calderón nel 2007 (60mila morti, 16mila desaparecidos, 230mila persone trasferite forzosamente e distruzione del tessuto sociale e del controllo statale in ampie regioni del paese). Malgrado tutto l’MPJD s’è mantenuto vivo e vegeto e ha celebrato la rinascita universitaria e civile di queste ultime settimane.

Il 17 maggio scorso ho potuto seguire una conferenza di Camilla presso la scuola di musica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) nel quartiere coloniale di Coyoacán. Al centro del discorso di Camila Vellejo, rappresentativo del pensiero degli studenti medi inferiori e superiori e degli universitari del Cile, ma affine sicuramente a quello di tanti altri coetanei in America Latina e in parte anche in Europa, c’è l’attacco alla privatizzazione selvaggia dell’educazione a tutti i livelli che, malgrado sia visto come un modello da molti settori dell’élite, ha portato inevitabilmente (nel senso che forse il piano era proprio quello) alla ghettizzazione dei settori marginali della popolazione e al consolidamento della struttura classista ed esclusivista dell’istituzione universitaria e quindi dell’intera società, bloccata e diseguale all’estremo.

Il “miracolo neoliberista” cileno che starebbe portando il paese alle soglie o già dentro l’agognato “primo mondo” si basa in realtà su una superstruttura depurata della critica, del pensiero discordante (ed ecco l’opposizione all’apertura dell’educazione libera alle masse) e della mobilità sociale, e su di una struttura di sfruttamento ancestrale-coloniale, poi repubblicana, poi dittatoriale e infine protodemocratica, affermatasi dopo l’uscita di scena di Pinochet nel 1990. Questa propizia lo sfruttamento selvaggio ed eterodiretto delle risorse naturali come il rame e l’acqua, l’espropriazione costante dei territori indigeni dei Mapuche e l’aumento delle disparità economico-sociali in favore di una crescita assai poco “redistribuita”. Si lucra con i diritti e le risorse, non si creano spazi alternativi per la vita sociale, ridotta all’osso e riflessa dallo stesso sistema universitario, asettico e acritico.

Come si distribuisce la ricchezza al meglio in un sistema iniquo come quello in cui viviamo? Almeno un po’, almeno fino ad oggi, qualcosa di questo sappiamo. Per esempio: salute, educazione e pensione universali, accessibili e in espansione; servizi e programmi sociali mirati, infrastruttura, etica pubblica. Si chiamava welfare, quella parola forse inglese forse chissà di dove che ci raccontava di un futuro indefinito e felice, senza stress né problemi di sorta. Ebbene è indubbio che lo smantellamento dello stato sociale in Europa stia sacrificando proprio tutti questi elementi, collanti essenziali della convivenza civile, intergenerazionale e umana, pilastri che rendevano l’accettazione del sistema un’opzione, direi, percorribile o sopportabile come parte di un discorso egemonico coerente.

In America Latina la maggior parte di tutti questi “pilastri” è stata subordinata storicamente alla volontà di un padre-Stato saltimbanco, di partiti politici corrotti (che ricordano i nostri…), del cacicco di turno, locale o nazionale, oppure delle convenienze di potenze esterne e di gruppi dominanti interni, del corporativismo statico e del capitalismo frammentato, ed è per questo che l’universalità, almeno teorica, di certi diritti è sempre stata limitata, negoziata, svenduta e mai ottenuta. E’ stata dunque parziale e inefficace, salvo rare eccezioni, salvo per alcune categorie, epoche o regioni specifiche.
CamilaVallejoEscNacMusicaUnam013(Small).JPGIn Europa e in Italia si stanno perdendo inesorabilmente la memoria e l’identità del nostro “sogno di benessere”, accarezzato per qualche anno fino al declino attuale, e così ci stiamo ispirando profondamente ad alcuni controversi esempi latino americani di precarietà, di liberalizzazione selvaggia e selvatica di ogni campo della vita sociale ed economica, di privatismo inefficiente e ideologico, di ipersfruttamento delle risorse, fuori da ogni spirito lungimirante ma dentro a una logica strumentale e coerente dettata dalla bibbia economica monoteorica e monolitica. Ma, paradossalmente, questo avviene proprio quando lo stesso continente latino americano, o almeno molti settori, territori e governi importanti nella regione, sta ormai invertendo la rotta per cercare di costruire politiche di sviluppo più compatibili con la sostenibilità sociale e ambientale, oltre che con la propria diversità storica e culturale seppur inserita in un contesto globalizzato.

Dovremo toccare il fondo della narcoguerra messicana o della repressione cilena o della neocolonizzazione internazionale ad Haiti o della disgregazione colombiana per muovere umanità e pensiero verso la sovversione della decadenza? O forse già ci siamo? Cosa sono stati Genova 2001, il G8, la Diaz e Bolzaneto (vedi video dell’appello Genova10x100) se non una serie di giornate e notti “cilene”, anzi tristemente italiane e terribili? E sappiamo che non sono finite. Guardiamo bene cosa succede nei non luoghi ripudiati e rifugiati, nelle prigioni, nei lager CIE ex CPT, nelle piazze d’autunno, nella FIAT che esclude la Fiom, nelle caste e negli apparati burocratico-istituzionali. Sovvertire significa agire, non lasciarsi morire. Agire negli spazi aperti e in quelli che potrebbero aprirsi, non in astratto, ma sperimentando e inventando uscite. In Messico, ma anche in Cile, forse è in gestazione un’uscita, un risveglio democratico dal basso che prova a non scendere a patti, ma continua a promuovere iniziative e cambiamento, forte della convinzione, dell’interazione di massa e della pluralità che aggiustano il tiro quando la strategia non funziona, elaborano la tattica che va a comporre quella strategia e la spostano in avanti, un po’ alla volta.

Una nota finale che era poi il fatto che mi aveva spinto a scrivere di getto quest’articolo. Poi si sa, le strade della scrittura spesso ti riportano a Roma, passando dalle Ande e dal vulcano Popocatepetl: capita ed è meglio così. Bene, dopo un paio di conferenze e all’ultimo giorno della sua permanenza in Messico, Camila Vallejo ha ricevuto delle minacce. Da parte di chi? Dei narcos? Da apparati deviati o ufficiali del governo? Dagli studenti crumiri? Dai partiti? No. Da un’associazione registrata per la difesa dei diritti dell’uomo, la associazione civile Comisión Mexicana de Derechos Humanos, che ha chiesto per Vallejo l’applicazione del famigerato articolo 33 della Costituzione che prevede l’espulsione immediata degli stranieri “non grati” dal paese, senza processo, senza appelli, senza consultazioni, senza farti nemmeno prendere le tue cose.

Vieni sbattuto in una guardiola nel quartiere slum di Iztapalapa @MexicoCity e se non interviene immediatamente qualche “potente” giudice santo con un ricorso ad hoc, nel giro di qualche ora sei fuori, accompagnato da un poliziotto a Roma, a Santiago, a Madrid, in Cina o a Bamako. Il procedimento è una violazione palese (e legale secondo la Costituzione messicana del 1917) dei diritti umani in un paese che aspira a stare negli alti ranghi dell’ordine economico internazionale, dove il discorso sui diritti umani è uno specchio per le allodole. Per questo la legislazione messicana è paradossalmente coerente con questo deprecabile stato di cose a livello globale e, sebbene in origine fosse stata pensata per sfuggire alle ingerenze nordamericane e straniere in genere negli affari politici di uno stato in costruzione, oggi risulta uno strumento utile e immediato per rivendicare una falsa sovranità nazionalista e discriminatoria.MarchaAntiEPNy132jun12260(Small).JPG L’associazione “pro-diritti umani” chiedeva ridicolamente l’espulsione di Camila per “essersi immischiata negli affari politici interni del paese”, un’espressione spesso utilizzata per giustificare questi abusi contro persone ritenute scomode da qualche capetto o funzionario o magari contro qualcuno che semplicemente partecipa a una manifestazione. E’ una via rapida per sbarazzarsi di persone indesiderate. Secondo l’associazione messicana Camila avrebbe influito sul processo elettorale interno per le presidenziali avendo lei espresso solidarietà al movimento degli studenti YoSoy132 che, sempre secondo l’associazione, sarebbe favorevole al candidato delle sinistre Andrés Manuel López Obrador, il quale secondo alcuni sondaggi pare stia rimontando rispetto a Peña Nieto e potrebbe contendere seriamente per la presidenza. Speculazioni elettorali a parte, da questo sillogismo non verificato studenti=sinistre=Obrador=#YoSoy132=Camila Vallejo (si possono invertire i fattori) deriva la richiesta ufficiale dell’associazione, non da atti espliciti della cittadina cilena che, se fosse stata espulsa, avrebbe messo in ridicolo e in problemi seri tutto il Messico di fronte al mondo intero e alla comunità internazionale che, tra l’altro, ha gli occhi puntati sul paese per la riunione del G20 che s’è tenuta dal 18 al 20 di giugno. Era una provocazione, stupida e inconcludente.

E’ vero, Camila ha stretto la mano a un importante e storico leader contadino attivista, già più volte incarcerato ingiustamente (poi liberato grazie a decisioni della Corte Suprema) nello stato che governava proprio il signor Peña Nieto per gli scontri di Atenco nel 2006 e per aver vinto una battaglia contro la costruzione di un aeroporto, Ignacio del Valle. E’ vero, Camila durante delle conferenza stampa e accademiche ha criticato il modello neoliberista e ha offerto il sostegno dei cileni e la sua adesione al Mov 132. E quindi? Lo fanno tutti, stranieri e messicani. Sono queste provocazioni che poi giustificano la discriminazione e gli abusi in altri casi, forse meno noti ma altrettanto beceri e assurdi (ricordiamo per esempio il caso del giornalista e accademico Gianni Proiettis, emblematico delle numerose espulsioni che avvengono contro chi da anni lavora a progetti sociali in Chiapas, e pure quello degli stranieri espulsi durante le operazioni di vera “macelleria messicana” – 2 morti e centinaia di feriti, violazioni ai diritti umani, violenze sessuali e psicologiche tra le altre – condotte dalla polizia, su ordine dell’attuale candidato del PRI Peña Nieto,contro la gente ad Atenco nel 2006).

Proprio dai fatti di Atenco nasce il gran ripudio che questo candidato suscita in buona parte del movimento studentesco messicano e nella popolazione memore. Il timore per il ritorno della repressione del dissenso e per un nuovo periodo di regime del PRI stanno scuotendo le coscienze. Il movimento YoSoy132 ha convocato a un dibattito speciale i candidati alla presidenza il 19 giugno (Andrés Manuel López Obrador per le sinistre-PRD, Josefina Vázquez Mota del conservatore Partido Acción Nacional e Gabriel Quadri di Nueva Alianza). Sarà il primo dibattito in cui i candidati non riceveranno prima le domande, sorpresa totale. Solo Peña Nieto ha declinato l’invito sostenendo che parte del movimento è esplicitamente contro la sua persona e quindi non ha niente da dire. Questa è l’attitudine che dovremo aspettarci in futuro da parte dell’ex partito dominante, oggi lanciatissimo alla reconquista del potere, e ancor di più se Peña vince le elezioni il primo luglio.

Di seguito, il video con le foto della manifestazione del 10 giugno 2012 anti Peña Nieto + #YoSoy132 + 10 de junio no se olvida (10 giugno non si dimenticata, in ricordo degli studenti caduti il 10 giugno 1971 nella repressione ordinata dal PRI dell’ex presidente Luis Echeverría). SoundTrack: Resiste de Akil Ammar y Mentira de Manu Chao. Fabrizio Lorusso (Carmilla)

Album foto marcia anti Peña: LINK

Camila Vallejo en México: LINK

Andrés Manuel López Obrador en Puerto Escondido

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Las Mejores. Puerto Escondido, Oaxaca, 23 de mayo de 2012. Álbum completo Josefiina Vázquez Mota vs AMLO: LINK

1. Jóvenes.

2. Menos Jóvenes.

Josefina Vázquez Mota en Puerto Escondido

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Las Mejores. Puerto Escondido, Oaxaca, 21 de mayo de 2012. Álbum completo fotos Josefina Vázquez Mota vs AMLO: LINK

1. Cien años de confusión. T-Shirt Zory Ziga e Cachicha Pri-EPN con bandera Pan.

2. Diferente?