Vigilia elettorale in Messico: partiti, movimenti, speranze

[Articolo uscito sul quotidiano italiano L’Unità del 28 giugno 2012, Fabrizio Lorusso. Foto della chiusura di campagna del candidato delle sinistre, Andrés Manuel López Obrador, a Città del Messico il 27 giugno]

Una svolta inattesa sta speziando con peperoncino jalapeño le elezioni messicane del primo luglio. 80 milioni di cittadini, su un totale di 113 milioni di abitanti, sono chiamati a rinnovare il parlamento e il presidente della Repubblica.

Il 27 giugno si è chiusa la campagna elettorale, ma il risultato finale, dato per scontato fino a un mese fa, è oggi più incerto. Il voto degli indecisi è stimato intorno al 20% e le grosse differenze nei diversi sondaggi pubblicati quotidianamente rendono il quadro confuso.

Ma è l’irruzione sulla scena politica di un nuovo movimento studentesco, il YoSoy132, IoSono132, che sta ridimensionando l’aspettativa di una vittoria facile del favorito Partido Revolucionario Institucional (PRI) e del suo candidato, Enrique Peña.

YoSoy132 nasce l’11 maggio dopo una conferenza di Peña in un’università privata di Mexico City in cui è fortemente contestato dagli studenti e costretto a nascondendosi in un bagno. Il presidente del suo partito accusa i giovani di non essere alunni dell’ateneo e d’essere stati “cooptati da altri partiti”.

Si scatena l’ira della comunità universitaria che pubblica un video su YouTube in cui 131 studenti mostrano il loro tesserino. Da tutto il paese arrivano altri video di solidarietà e così giovani, lavoratori e simpatizzanti dichiarano: “anch’io sono 132”.

Da Facebook e Twitter si passa alle piazze, con attività a ripetizione per protestare contro il duopolio televisivo di TvAzteca e TeleVisa, l’imposizione di un presidente da parte dei media collusi col potere e la democratizzazione dell’informazione. Un reportage del quotidiano inglese The Guardian ha rivelato i patti (“dirty tricks”) tra TeleVisa e Peña per spingere la sua candidatura e osteggiare i rivali.

YoSoy132 si coordina in rete e in assemblee, è apartitico, anche se una parte del movimento s’unisce alle periodiche manifestazioni anti-Peña, anch’esse convocate dai social network contro il ritorno del PRI. Il 20 maggio nelle strade della capitale erano in 50.000, poi 100.000 il 10 giugno e il 24 hanno sfilato in 25.000.

Il PRI, ex partito dominante al potere per 71 anni, fu sconfitto nel 2000 dal conservatore Partido Acción Nacional (PAN) che governa tuttora. Nella coalizione “Compromesso per il Messico” che sostiene Peña c’è anche il Partido Verde, una formazione in mano a una sola famiglia che, unica al mondo tra i verdi, ha proposto l’introduzione della pena di morte e sopravvive grazie a pratiche trasformiste e populiste.

Sebbene sia ancora in testa nei sondaggi, Peña ha visto avvicinarsi i suoi avversari, la conservatrice Josefina Vázquez del PAN e il leader delle sinistre Andrés Manuel López Obrador che è secondo con un distacco tra i 4 e i 12 punti percentuali a seconda del sondaggio. Secondo analisti e giornalisti ci sono i margini sufficienti per una sorpresa al fotofinish.

In un lontano quarto posto resta Gabriel Quadri del Partido Nueva Alianza. Malgrado il suo discorso liberal-progressista e le sue proposte innovative, è considerato un candidato poco credibile. Infatti, il suo partito è un’emanazione diretta del sindacato nazionale dei docenti, un residuo corporativo del vecchio regime, totalmente controllato dalla sua presidentessa vitalizia Elba Gordillo, vicina al PRI.

I primi due dibattiti ufficiali tra i contendenti non sembrano aver modificato molto le intenzioni di voto, ma il tetto del consenso verso Peña è cominciato a scricchiolare con l’esplosione di YoSoy132 nelle piazze e dopo il dibattito presidenziale, primo e unico nella storia messicana, organizzato autonomamente dagli studenti il 19 giugno. Solo il candidato del PRI ha declinato l’invito in quanto sarebbe mancato “uno spazio neutrale per un dibattito in condizioni di equità” in un’iniziativa ritenuta “contro la sua persona e il suo progetto”.

L’incontro ha avuto un successo enorme e gli altri aspiranti alla presidenza si sono confrontati sui temi del narcotraffico, della lotta ai monopoli e sulla strategia energetica.

Vázquez promette continuità nella guerra ai narcos e l’uso dell’esercito, malgrado i 60.000 morti causati da questa strategia negli ultimi sei anni. Apre all’ingresso dei privati nella compagnia petrolifera nazionale Pemex e alla lotta ai monopoli nelle telecomunicazioni. Si oppone all’interruzione volontaria della gravidanza, diritto che il suo partito ha addirittura penalizzato in molte regioni in cui governa, e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Dal canto suo Obrador è stato ambiguo su questi temi e, mentre i partiti della sua coalizione sono favorevoli alla depenalizzazione dell’aborto e ai matrimoni gay, il leader ha dichiarato che “sarà il popolo a decidere sulla materia con un referendum”. E’ l’unico a proporre la demilitarizzazione progressiva del paese e una riforma fiscale progressiva che, insieme ai tagli ai costi della politica e la lotta alla corruzione, liberi risorse per educazione, pensioni di vecchiaia e occupazione, soprattutto nei territori dominati dai narcos.  Quasi un milione e mezzo di persone hanno riempito piazze e strade del centro storico di Città del Messico per accompagnarlo nell’ultimo atto della campagna elettorale che s’è chiusa ufficialmente ieri in vista del voto di domenica. Twitter.com/FabrizioLorusso

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