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La vera notte di Iguala e il caso Ayotzinapa: intervista con Anabel Hernández

[di Fabrizio Lorusso – da Carmilla e FrontiereNews] Anabel Hernández è una delle giornaliste d’inchiesta più riconosciute del Messico. E’ autrice, tra gli altri, dei libri La terra dei narcos. Inchieste sui signori della droga[*], Messico in fiamme. L’eredità di Calderón e La vera notte di Iguala, l’inchiesta più attuale e contundente sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, scomparsi a Iguala, nel meridionale stato messicano del Guerrero, la notte del 26 settembre 2014. Per le minacce e le aggressioni ricevute, che hanno coinvolto direttamente lei, la sua famiglia e i suoi vicini, Anabel vive da più di sei anni sotto scorta. Dall’agosto del 2014 e all’agosto del 2016, s’è dovuta rifugiare negli Stati Uniti, dove ha potuto vivere coi suoi figli grazie a una borsa di studio del programma di studi in giornalismo dell’Università della California a Berkeley. Ho conversato con lei delle sue scoperte sul caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, sulla corruzione delle autorità e il ruolo dell’esercito, sulla situazione dei cartelli del narcotraffico, sul muro di Trump e sulla legalizzazione delle droghe. Questa è la versione integrale dell’intervista di cui alcuni estratti sono usciti su Huffington e su Ctxt. Esce oggi su Carmilla in collaborazione con Frontiere News [Foto “Ayotzinapa” di Diego Simón Sánchez / Cuartoscuro].  Continua a leggere

El imperio del #management: #privatismo #americanización #neoliberalismo @RevistaMemoria

memoria2589de Fabrizio Lorusso [Revista Memoria, México, Número 258. Año 2016-2]

Ciertos conceptos regulan de una manera u otra nuestras vidas sin que nos demos cuenta. Cargados de ideología e historia, usos políticos e instrumentales, se van revelando en flashazos de lenta concienciación. “Privatismo” es uno de ellos. Viene del verbo privar; o sea, “excluir de algo”. Se relaciona con la esfera privada y una apropiación que culmina con el goce de la propiedad llamada, consecuentemente, “privada”. Es lo opuesto de lo común y público, del libre disfrute. Imágenes: el cerco, la valla, lo mío, las reservas. Enclosures, los primeros terrenos agrícolas en Inglaterra protegidos por alambres de púas y leyes sobre la propiedad. El liberalismo clásico del siglo XVIII. Lo inviolable que resultan un cajero o una vitrina versus lo violentado que es cualquier derecho humano en nuestra sociedad.  Continua a leggere

Messico: elezioni, astensione oltre il 50% e durissime proteste in tutto il paese (Radio Onda d’Urto)

messico bruciano schede(Da Radio Onda D’Urto) (Link Intervista Fabrizio Lorusso) In domenica 7 giugno 2015 si è votato per rinnovare 500 seggi della Camera bassa federale, scegliere i governatori in 9 dei 31 Stati ed eleggere centinaia fra sindaci e amministratori locali.

La formazione del Presidente della Repubblica Enrique Pena Nieto, il Partito istituzionale rivoluzionario (Pri), una sorta di carrozzone centrista accusato da più parti di colossali collusioni con i narcos oltre che intimidazioni e violenze contro gli oppositori, è sotto al 29%: in termini di seggi, su 500 totali, il Pri arriverebbe attorno a quota 200, perdendone quindi una quindicina, anche se in crescita sono i Verdi locali, storici alleati del Pri, al 7%. La maggioranza parlamentare è comunque in bilico.

A ruota del Pri c’è la destra del conservatore Partito di azione nazionale (Pan), al 21%, mentre il centrosinistra del Partito della rivoluzione democrática cala all’11%, perdendo così circa la metà dei seggi, finiti in buona parte al Movimento di Rinnovamento Nazionale (Morena, all’8,5%) fondato di recente dal suo ex leader ora scissionista, Manuel Lopez Obrador, ex sindaco di Città del Messico, dove Morena è il primo partito (prendendo a riferimento il Disticto Federal, il DeFe, lo Stato della capitale). Sempre nell’alveo della “progressista”, al Partido del Trabajo (PT) va meno del 3%, mentre il Movimiento Ciudadano arriva al 6%.

ASTENSIONE E PROTESTE – Il dato più significativo di questa tornata elettorale messicana è però l’astensione: ha votato infatti meno del 50% degli aventi diritto (per la precisione il 46,9%), e tra chi è andato alle urne più del 5% ha annullato la scsito parlamento outheda. I movimenti sociali messicani, denunciando la totale sovrapponibilità dell’intero sistema politico a quello criminale, hanno lanciato da mesi una sorta di campagna di boicottaggio attivo bruciando schede elettorali, con una situazione parainsurrezionale in Oaxaca, Michoacan e Guerrero, con i docenti in lotta contro la riforma della scuola oltre a studenti e parenti dei 43 della scuola normale agraria di fatti sparire il 26 settembre 2014 a Iguala. In altri casi, ad andare a fuoco sono state direttamente le sedi dei partiti, com’è accaduto a esempio in Chiapas, mentre dal web Anonymous ha hackerato il sito della Camera dei Deputati, mettendo in home page i contratti milionari intascati da numerosi sedicenti rappresentanti del popolo. Chiaro il messaggio lasciato da Anonymous: “Siamo stanchi di tante farse, Ayotzinapa siamo al tuo fianco”.

REPRESSIONE – Pesantissima la militarizzazione del territorio, con almeno 16 morti, centinaia di arresti e decine di giornalisti aggrediti, oltre alla violenza dei narcos (spesso collusi con la polizia) che hanno ammazzato in campagna elettorale almeno sette candidati. Nell’ultimo mese 1374 gli omicidi nel paese, il dato più alto dell’anno.

Delle in Messico e della situazione del paese abbiamo parlato con Fabrizio Lorusso, curatore di lamericalatina.net, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni e autore nel maggio 2015 del libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” (Odoya Editore), con la prefazione dello scrittore Pino Cacucci.

Ascolta o scarica l’intervista da Città del Messico con Fabrizio Lorusso.

#Forconi – Dibattito e link su CarmillaOnLine

movimento-dei-forconi.jpg Alcuni redattori di Carmilla intervengono sulle manifestazioni di quello che è stato chiamato, non è chiaro se legittimamente o meno, “movimento dei forconi”. Nella tradizione di Carmilla, l’intento non è quello di dare la linea a chicchessia, ma fornire elementi di discussione a chi ha interesse ad ascoltare. Per questo in calce agli interventi pubblichiamo i link di alcuni degli interventi che sono comparsi sui diversi siti “di movimento” in questi giorni. Filippo Casaccia Sulla faccenda dei Forconi non ho elaborato particolari teorie o analisi, posso solo riferirvi i pensierini elementari di un ““socialista dalle tasche buche””, mediamente informato, scarsamente ideologicizzato, altamente confuso. Prima del 9 dicembre leggevo della mobilitazione con la curiosità che in Rete si dedica ai mattoidi. Il 9 e il 10 la faccenda ha cominciato a preoccuparmi di più, tra la schizofrenia dei titoli sensazionalistici della stampa e la realtà delle partecipazioni desolanti, come qualità e quantità degli accorsi in piazza. forco6Corsivisti sfaccendati hanno detto pigramente la loro, politicanti destronzi e sinistrati hanno ammannito scomuniche o, secondo convenienza, dimostrato simpatia, mentre sui blog è subito cominciata la presa per il culo di questi scappati di casa affrontati da poliziotti buoni che si tolgono il casco, tutti tralasciando le motivazioni di una rivolta (…vera? Finta? Eterodiretta? È importante?) che parte da problemi reali su cui si continua a tergiversare. E tra fascistelli di ogni risma – consapevoli e no – che mettono il cappello sulla protesta, m’’è venuto un po’ freddo, anche perché ho pensato a un vecchio film, dove piccoli segnali d’’allarme vengono minimizzati e anestetizzati, finché un giorno gli ultracorpi non hanno preso definitivamente il potere. Visto come siamo messi sarebbe solo un cambio della guardia, ma al peggio non c’’è fine. Io ho paura, insomma, e mi rendo conto che non sia un grande contributo. Girolamo De Michele Parto dalle osservazioni di Aldo Bonomi: «Sono soprattutto le persone che patiscono la fine del postfordismo italico. I piccoli imprenditori di quello che ho ribattezzato “capitalismo molecolare”, il piccolo commercio diffuso, i commercianti, i bancarellari, gli ambulanti, la logistica minuta e cioè i padroncini, i camionisti. Una moltitudine rancorosa appartenente a un modello economico che sta sparendo, una piccola borghesia pesantemente stressata dal fisco e impoverita dalla crisi che come sociologo non intercetto alle porte dei sindacati o delle associazioni di categoria, bensì alla mensa della Caritas. Un luogo dove naturalmente arrivano disoccupati e cassintegrati, ma anche appartenenti a quella composizione sociale che definirei “non più”: non più negozianti, non più commercianti, non più piccoli imprenditori. Sono anni che raccontiamo questo disagio e diamo l’allarme. E ora questa massa critica ha fatto condensa». Non perché mi piaccia dividere i cosiddetti “sociologi” (termine che in questi giorni trasuda, in chi lo usa, disprezzo per l’uso dell’intelligenza usata per comprendere) in buoni e cattivi: perché queste parole di Bonomi sembrano tratte dal suo libro  Il rancore [ qui la mia recensione], dove in fonda aveva già capito tutto – anche l’utilità, ma che te lo dico a fare?, per la “sinistra” istituzionale, di comprendere dinamiche e ragioni di lotte come quelle contro la TAV in Val di Susa, o il Dal Molin a Vicenza. Cito Bonomi (ma lo stesso potrebbe valere per altri) per dire che è necessario non fermarsi alla superficie e comprendere le dinamiche di questa moltitudine oscura, e riconoscere che esiste un «lato oscuro della moltitudine» che si nutre dei suoi spiriti animali: negarlo (lo diceva nel 2009 Matteo Pasquinelli in Animal Spirits) ci rende impotenti davanti al rischio di svolte autoritarie. forco7Ma comprendere le dinamiche, la composizione, la stratificazione sociale di questa moltitudine rancorosa non significa rinunciare al pensiero critico. Con troppa facilità si è esaltata la “proletarizzazione” del ceto medio e la sua discesa nel gorgo della precarizzazione, dimenticando le passate esperienze storiche nelle quali l’impasto di ceto medio declassato e sottoproletariato privo di coscienza di classe ha prodotto fascismi, peronismi, boulangismi. Né sono un valore in sé gli “studenti” che (peraltro in sparuti luoghi) hanno fatto la loro comparsa: una cosa sono gli studenti che si battono in modo consapevole per il diritto all’istruzione, e vengono ripagati con manganellate dai gendarmi di Alfano e Letta; altra cosa è lo studente che crede che scaricarsi gli sketch di Crozza sull’i-Phone sia militanza politica (e non è una battuta). Così come una cosa è il blocco di Genova da parte dei lavoratori dei trasporti, che avevano una piattaforma politica in grado di costruire solidarietà con l’intera città; altra è il blocco delle città da parte di una minoranza scollegata e disconnessa, ma aiutata dalla “complice” benevolenza dei gendarmi di Alfano e Letta, senza la quale ben poco di quanto è finora accaduto sarebbe stato possibile – altro che dimostrazione che “lo sciopero precario metropolitano si può fare”, come qualcuno ha sostenuto. Una moltitudine rancorosa sostenuta dall’inerzia dei gendarmi, “ampiamente giustificata” dal presidente di Confindustria Squinzi, al cui interno non si nascondono vecchi arnesi fascisti,  sotto forma di organizzazioni politiche – Forza Nuova, CasaPound, Fratelli d’Italia – o di gruppi ultras monopolizzati dalla destra neofascista (gli ultras della Juventus di certo non sono le BAL livornesi, per capirci): come riconosce Lele Rizzo di Askatasuna, «è vero che mani­fe­stanti e agenti hanno spesso un lin­guag­gio comune» [ qui]. Lo sdoganamento del “colpo di Stato”, gli appelli ai “valori nazionali” e alla “italianità” lasciano sul fondo del bicchiere un residuo di passioni tristi e di soluzioni altrettanto tristi: l’uomo della provvidenza, le soluzione facili che risolvono al volo la crisi, la sovranità nazionale, i soliti capri espiatori da additare – l’euro, le banche, la casta, i banchieri… –, fino al più stupido degli slogan degli ultimi anni (che purtroppo negli ultimi anni molte forze di movimento hanno fatto proprio), l’”assedio ai palazzi del potere” – come se il potere risiedesse nei palazzi, e non nei flussi del capitale finanziario. Del resto anche gli elettori del PD hanno votato il proprio segretario spinti da queste logiche tristi. Che fare, allora? In primo luogo, non lasciare che gli spiriti animali orientati dalle rappresentazioni empiriche prevalgano sull’uso della ragione comprendente. In secondo luogo, riconoscere che questo fenomeno, pur sfrondato dalla retorica mediatica che lo ha pompato a dismisura, attesta l’incapacità di un movimento in stato d’impasse di intercettarne le derive e orientarle su piattaforme politiche condivise. Infine, non ricadere nell’appello alla “politica” che deve “fare la sua parte”: perché questa protesta è il frutto non dell’assenza di politica, ma di una politica ben precisa che estrae ricchezza dal sociale impoverendolo, e finanziarizza questa ricchezza senza che nulla di essa ritorni su chi ne ha subito l’espropriazione. Solo con la concretizzazione di lotte contro la crisi e i suoi amministratori si potrà togliere linfa alla deriva rancorosa della moltitudine. Un compito lungo e faticoso. Di certo preferibile al Risiko messo in atto da alcune realtà organizzate di movimento, che hanno letto questo tema come un reciproco terreno di accumulo di carrarmatini, per un gioco nel quale nessuno vince – perché la vera partita si sta giocando altrove. Valerio Evangelisti forco2Non so bene che dire, salvo sintetiche notazioni. I cosiddetti “forconi” sono sintomo di malessere sociale, e fin qui siamo d’accordo tutti. Manca una direzione politica della sinistra, e anche su questo concordiamo grosso modo: è una carenza, che non dipende però solo da una sinistra frantumata, ma dall’ambiguità intrinseca di questo movimento di protesta. Non sto parlando del colore delle bandiere, delle infiltrazioni di fascisti o mafiosi. A me sembra una rivolta “di pancia”, senza ideali né obiettivi distinguibili. Un tipico moto della piccola borghesia che si sta impoverendo, e che chiama a raccolta chi sia disposto a sostenerla: fasce di precariato, di marginalità senza volto, di scontenti e di delusi. Un magma, differenziato tra città e città (Torino non è Roma). Senza che nessun segmento abbia una reale egemonia. Per quali finalità? A me pare che sia un’estensione militante del grillismo parlamentare. Come se Grillo, dopo avere radunato folle pronte a marciare su Montecitorio e sul Quirinale, non le avesse a suo tempo richiamate indietro (e dirottate assurdamente sul Colosseo), bensì le avesse incitate a proseguire. Avrebbe avuto i “forconi” di oggi. Privi di scopo, di bandiera – incluso il labaro fascista – e di rivendicazioni decifrabili. L’unica è quella di miglioramenti fiscali o di depenalizzazione di danni ambientali. Ma badate. Parliamo di quattro gatti. Un conto è uno sciopero dei trasporti che paralizza mezza Italia, un altro sono padroncini che, mettendo i loro mezzi di traverso, ne bloccano le arterie. In piazza, i “forconi” fanno ridere. Un qualsiasi collettivo studentesco sa mobilitare forze maggiori. Certo non hanno i TIR (magari con dipendente extracomunitario alla guida, pagato in nero), però sanno dove andare a parare. Non serve, agli antagonisti, stare in mezzo a tutte le rivolte, quali che siano. La lotta di classe è guerra di posizione: si conquista un caposaldo, vi si instaura un contropotere e si passa oltre. Con un uso della forza adeguato al momento. Ma soprattutto con un’intelligenza politica complessiva capace di progettualità. Dai “forconi” va tratto un solo insegnamento. Una minoranza attiva può fare danni, se individua gli snodi del sistema (vedi gli scioperi nel settore strategico della logistica). Bisogna però che ogni passo avanti lasci bastioni conquistati e adeguatamente difesi. Dalla loro somma nascerà il profilo di una società diversa. Insomma, il colore della bandiera conta. Eccome se conta. Nelle sue sfumature rosse e nere sta il progetto di un’alternativa. Nei tricolori sbiaditi è il progetto acefalo di un’insorgenza fiacca che, prima o poi, scenderà a compromessi vergognosi. La caricatura di rivoluzione dei piccolo-borghesi, fin dai tempi dei girondini. Fabrizio Lorusso forco3Mentre leggevo le prime analisi e testimonianze sui forconi e sul 9 dicembre, ho preso qualche appunto e le ho associate quasi subito a un momento specifico delle proteste brasiliane di giugno-luglio. Quelle manifestazioni scossero il paese durante l’ultima Confederation Cup con milioni di persone in piazza. Fatte salve le grosse differenze d’impatto reale e di partecipazione numerica, al netto delle distorsioni mediatiche, ci sono differenze e somiglianze, secondo me utili da ricordare. Nei movimenti brasiliani, soprattutto nell’orizzontale e autonomo MPL (Mov. Passe Livre), c’è stato un dibattito a un certo punto sull’opportunità di continuare a scendere in piazza, eventualmente insieme a decine di migliaia di persone con valori e motivi diversi tra loro e slegati dai movimenti. Erano le nuove classi medie, tendenzialmente consumiste e individualiste, in lotta contro le tasse, il rincaro dei trasporti, l’inflazione, la corruzione, le spese per i mondiali. C’erano pure le vecchie classi medie e alte, settori di borghesia nazionale e della gioventù privilegiata delle città. Un mix inedito. Gente che usciva, forse per la prima volta, dall’attivismo edulcorato dei social network per marciare nelle strade, impugnando però la bandiera nazionale come referente universale e storpiando il senso originario delle iniziative convocate dai movimenti, invase da una lunga serie di rivendicazioni generiche. Il rischio era quello di diluire una lotta preesistente sulla mobilità gratuita nelle metropoli per combattere la storica segregazione razziale e di classe del Brasile, un fenomeno amplificatosi con le opere per gli eventi sportivi dei prossimi anni. In quella situazione l’MPL ha deciso di non ritirarsi, la sua battaglia veniva da lontano, era organizzata e solida, proiettava immaginari di cambiamento sociale radicale. Non era vero il motto che si leggeva sui giornali: ”Il Brasile s’è risvegliato”, ma era invece azzeccato quello degli striscioni: “Il Brasile che non ha mai dormito, accoglie chi s’è appena svegliato”. È diverso lottare contro i rincari avendo in mente l’integrazione sociale nelle città, oppure farlo perché si hanno meno soldi e il governo è corrotto, ma poi finisce lì. Riguardo all’Italia una somiglianza sta nel fatto che c’è stato un iniziale (breve) smarrimento (e un dibattito) sulla composizione e interpretazione “dei forconi”, mentre le differenze, forse più profonde a questo punto, stanno negli interessi e la provenienza dei manifestanti italiani rispetto alla “classe media brasiliana” che per un po’ accompagnò e, in parte, si contrappose ai movimenti organizzati rischiando pure di escluderli. La piega presa dalle proteste stava diventando reazionaria e la situazione è stata lentamente invertita perché s’era comunque inserita su un piano di mobilitazioni precedenti e valeva la pena mantenerle. In Italia si tratta di un moto di ripudio e di un grido di rabbia  di varie categorie sociali come i trasportatori (o ex), i venditori dei mercati, gli agricoltori, i commercianti, i piccoli imprenditori,le “partite Iva”. Un’altra differenza è che i forconi italiani rivendicano (fin troppo) la loro identità nazionale e ottengono un trattamento compiacente da parte della polizia. Inoltre sono gruppi poco numerosi, magnificati dai mass media, salvo forse a Torino, e si rifanno alla protesta dei forconi siciliani del 2011, pur essendo in parte cambiata la loro composizione, e cercano di porsi aldilà di destra e sinistra, di partiti, politici e movimenti. Non si sono sovrapposti a un movimento già attivo né rappresentano un blocco unitario, ma nemmeno una protesta spontanea orientata al cambiamento, per cui non si percepisce una visione del mondo differente, una battaglia per “qualcosa”, aldilà dell’enorme disagio e rabbia per la crisi, quanto piuttosto la decadenza di quell’immaginario leghista-berlusconiano, e ormai anche grillino, arrivato a fine corsa. Le loro rivendicazioni incorporano un discorso dai presupposti individualisti, un’ideologia di fondo privatista e proprietaria che è espropriata dei propri aneliti e delle proprie condizioni materiali, ma non volta al riscatto generale. Si tende a un appiattimento delle differenze in nome di un nemico comune identificato nell’Europa, nella politica e nelle tasse, così com’era successo con la “corruzione” o “l’inflazione” in Brasile. Lì l’adesione decisa dell’MPL alle giornate di protesta e la continuazione delle sue azioni fu una scelta positiva, alla lunga. In Italia, però, i forconi sono portatori di disagi (e valori) differenti e non si muovono su una piattaforma o su delle iniziative preesistenti né le hanno create. Che possano farlo pare improbabile e resta da vedere, ma per ora sono divisi e in questa fase la loro “intercettazione”, pur tentata da varie anime della destra per opportunismo o per parziale affinità, può diventare una chimera. Nico Macce forco41. Il fatto che questo “movimento” si sia spaccato sul “rischio di violenze” e le componenti riferite a Ferro abbiano disdetto la manifestazione di Roma, non credo che riveli una volontà  di uscita dalle ambiguità  e dalle collusioni con i neonazi. Ma anche se fosse, tricolori oppure no, occorrerebbe andare oltre le ragioni di superficie nel definire questo movimento, la sua direzione principale come reazionari. Ed occorre. Le componenti che hanno dato vita al movimento (non parlo quindi delle aggiunte successive, studentesche e più proletarie), non puntano a una sollevazione in senso collettivistico, ma a una restaurazione delle precedenti condizioni, quando fare piccolo commercio, essere padroncini e artigiani dava margini di profitto adeguati a una vita di benessere. Ora che questi settori sociali, di lavoro autonomo e piccola imprenditoria sono massacrati dall’economia del debito e dalle politiche dell’austerità , non accettano l’impoverimento e rispondono con tutto l’egoismo di parte che hanno sempre avuto e che esiste sottotraccia. Non lo sanno, ma si stanno proletarizzando, ossia stanno diventando funzionali al grande capitale, agli oligopoli industriali e finanziari che hanno bisogno di una massa precaria da utilizzare alla bisogna e alle condizioni salariali imposte. Bisogna spiegarglielo, ma a monte, nei luoghi di lavoro, sul territorio, piuttosto nel bar. Non nelle piazze forcaiole. Bisogna spiegarlo, certo, ma non a tutti, questo si è capito, perché le condizioni d’esistenza e di lavoro e le ricadute di questo attacco capitalista non sono uguali per tutti, non siamo di fronte a un operaio massa omogeneo per condizioni. 2. Tutta l’architettura del cognitariato come soggetto rivoluzionario centrale, va a farsi benedire (non ci volevano i forconi per capirlo, bastava vedere meglio nelle nostre periferie). Molti degli studenti in piazza a Torino, per esempio, non accederanno mai all’università, il proletariato giovanile, gli elementi da stadio, i soggetti che vivono il degrado delle nostre banlieu usano il cellulare solo per parlare della Juve. In Italia viviamo un analfabetismo di ritorno, perché così come sono stati attaccati i cicli produttivi in cui l’operaio massa esercitava tutta la sua rigidità, è stata attaccata anche l’università  e tutto il sistema dell’istruzione, anche, non solo, ma anche per gli stessi motivi. Quindi possiamo dire non di vivere proprio un post-cognitivismo (il quale c’è ed è parte della classe), ma comunque un’allargamento della base sociale frammentata e scomposta nei cicli della riproduzione sociale del capitale. Sandro Moiso forco5Sinceramente lo sviluppo del cosiddetto Movimento dei forconi e il suo rapido dilagare sulle strade e nelle piazze italiane, con il conseguente tentativo della destra di ogni colore (Forza Nuova, Casa Pound, Lega, Fratelli d’Italia, Berlusconi medesimo) di cavalcarlo e dirigerlo, non mi ha stupito. Per niente. E, tanto meno, mi ha sorpreso. Poiché sono convinto, da decenni, che il compito dei rivoluzionari sia non tanto quello di giocare ai soldatini o ai burocratini o ancor peggio agli intellettuali nelle fila di partitini o organizzazioni autoreferenziali che nessuno conosce, se non gli addetti ai lavori della sinistra sedicente antagonista, ma piuttosto sia, tale compito, quello di individuare e indicare per tempo le possibili linee di faglia destinate ad incrinare gli attuali rapporti sociali di produzione, da molto tempo seguo con attenzione, e ho avuto modo di parlarne spesso nei miei interventi ed editoriali su Carmilla, non solo gli sviluppi delle lotte con un chiaro indirizzo anti-capitalista, ma anche lo scontento delle mezze classi causato dall’attuale catastrofica crisi economica e politica. Per questo motivo la mia attenzione è spesso stata rivolta anche a ciò che poteva succedere nell’ambito delle mezze classi (piccola imprenditoria, aristocrazia operaia, ceto medio impoverito) a seguito della totale perdita di capacità egemonica da parte di quella che dovrebbe essere ancora la classe dirigente (sia nelle sue componenti di governo che in quelle di “sinistra”). Da qui l’attenzione per i 5 stelle e lo spostamento di voto verso “altro” da parte di quella che una volta sarebbe stata la maggioranza silenziosa e che oggi è diventata rumorosa. Molto. Da qui anche la convinzione che il progetto centrista  (Casini, Alfano, SC) sia nato morto, perché non adeguato ai tempi. Che sono invece di radicalizzazione delle istanze e delle posizioni politiche. Da qui sorge anche la mia convinzione che oggi le condizioni oggettive per un ribaltamento sociale dell’attuale sistema di rapporti di produzione esistano già tutte (crisi economica di portata epocale, crisi del modello sociale di sviluppo, perdita di capacità egemonica della classe dirigente, malcontento diffuso tra quelle classi sociali che del consenso al governo dovrebbero costituire l’asse portante). Amadeo Bordiga, scusate se lo cito spesso ma, al di là delle leggende diffuse su di lui, è stato uno dei più attenti esploratori del futuro del capitalismo e del divenire sociale, sosteneva già 50 anni fa che la rovina delle mezze classi sarebbe stato il segnale definitivo dell’inizio della fine del sistema. Questo, certo, non per sostenerne le rivendicazioni, ma per leggere in quella rovina un sintomo di cui i rivoluzionari del futuro, ovvero di oggi, avrebbero dovuto tener conto. Tra il dire e il fare, recita il proverbio, c’è di mezzo il mare, certo. Ma una delle difficoltà o, meglio, la sorpresa, che ha colto gran parte del movimento antagonista  è dovuta proprio a questa mancata assunzione di compiti. Che avrebbero dovuto consistere non tanto nell’organizzare manifestazioni ed assemblee per contarsi, ma utilizzare gli strumenti che ci sarebbero già in abbondanza per anticipare il divenire, prevederlo e, ove possibile, dirigerlo. E per fare ciò non è tanto necessaria l’organizzazione formale da subito (nelle sue varie forme autonome, combattentistiche o lottacomunistiche tutte figlie, in quanto tali, dell’orrenda bolscevizzazione dei partiti dell’Internazionale dopo la svolta staliniana della fine degli anni ’20) quanto piuttosto la capacità di diffusione tra le masse, tutte, di un altro e preciso punto di vista che della crisi attuale del capitalismo sappia spiegarne le cause e coglierne conseguenze e gli sviluppi. Sia in negativo che in positivo. Questa sarebbe l’opera di egemonizzazione politica, e non culturale come l’intendevano Gramsci e poi il PCI-PD, che occorrerebbe portare avanti, prima ancora di parlare di condizioni soggettive che oggi sicuramente mancano, così come la chiarezza necessaria a costruirle. La rovina delle mezze classi è oggi sicuramente commista ad un fatto che 50 anni fa non si poteva prevedere: la progressiva sparizione in Italia (in altre parti del mondo è tutt’altra faccenda e la classe operaia non è mai stata così numerosa, ma noi siamo chiamati a giocare la nostra partita qui, in Italia) della classe operaia delle grandi fabbriche e soprattutto di una classe operaia organizzata. Ciò è dovuto a ragioni oggettive (le trasformazioni del capitalismo italiano e la crisi che l’ha travolto) e soggettive (le politiche sindacali e della sinistra istituzionale, ma sia chiaro che oggi sinistra in quei termini non vuol più dire un beneamato cazzo) che hanno fatto sì che tale classe sia stata dispersa economicamente, territorialmente e anche ideologicamente. Se non capiamo che i passati trionfi della Lega sono stati legati anche ad un voto operaio (certo al Nord) deluso da CGIL, FIOM e PCI-PD (alle penultime elezioni politiche la Lega, ad esempio, si affermò come primo partito negli stabilimenti FIAT d Mirafiori), non possiamo neanche capire come una fascia consistente di senza lavoro, partite IVA più o meno precarizzate, orridi piccoli commercianti in via d’estinzione, padroncini, operai ed imprenditori delle piccole e piccolissime aziende che costellano i territori del Nord Italia (soprattutto) possa essere diretta o cavalcata o indirizzata dalla destra anche più estrema. Non si tratta di sposarne le posizioni (imbecilli, egoistiche, razziste, nazionaliste ed autoritaristiche) ma di cogliere e mostrare loro che la loro progressiva proletarizzazione è scontata ed irreversibile e che il loro disagio non può trovare soddisfazione in altro che nell’accettazione di tale fatto attraverso l’unione con le lotte che sui luoghi di lavoro e sul territorio un altro tipo di cambiamento sociale. Quello rivoluzionario. Non si tratta di appoggiare la loro lotta o di non usare con loro gli strumenti adottati dalla Comune di Parigi, ma di far diventare la loro lotta, falsata dal fascismo che la percorre, uno strumento in più per approfondire la crisi della direzione politica borghese. Negli anni settanta un po’ di militanti giovani di destra passarono ad altre posizioni: era stata la forza (fisica e politica) del movimento a convincerli. Gli strumenti nelle e verso le lotte sono sempre gli stessi, si tratta di recuperarli. Così come Lotta Continua e i situazionisti italiani seppero riconoscere nei moti di Reggio Calabria  una componente proletaria, completamente tradita allora dai vertici sindacali e politici. Capire questo significa anche capire il senso di “siamo il 99%”. D’altra parte le condizioni per una rottura rivoluzionaria non si presenteranno mai pure, tanto meno oggi. Sia dal punto di vista della composizione di classe, sia dal punto di vista delle sue iniziative politiche. Il Pope Gapon ne fu un esempio nel 1905, ma nello stesso tempo in quell’anno sorsero spontaneamente i primi consigli operai (verso i quali inizialmente Lenin non dimostrò troppo entusiasmo). Oggi certo nulla di ciò che è prodotto dalle attuali proteste ha, anche solo lontanamente, una valenza rivoluzionaria o di classe, ma ciò non toglie che le si debba ignorare o lasciare totalmente nelle mani del fascismo. Un ultimo appunto: in questi giorni c’è stata anche una ripresa di lotte studentesche sia nelle Università che nelle scuole superiori. Il tutto ha fatto sì che i media nazionali tendessero ad unire in un solo fascio studenti, collettivi, forconi e fascisti. Sappiamo che non è così, anche se gli studenti per forza di cose appartengono anch’essi alle mezze classi come composizione sociale. Le lotte, come da tempo vado segnalando su Carmilla, stanno riprendendo con un segno che non è più quello voluto dal PD e dai suoi accoliti. Soprattutto quelle legate ai territori e all’ambiente. L’operaismo, anch’esso di stampo bolscevico, è superato nei fatti e una nuova occupazione delle fabbriche servirebbe ancor meno che nel biennio rosso. Occorre più che mai, oggi, lavorare seriamente, a partire dai programmi e non dalle idee che ci siamo fatti di noi stessi e del ruolo di piccole nicchie politiche insignificanrti. Per non abbandonare tutto ciò che verrà nei prossimi mesi ad uno stretto cammino tra forconi (fascisti) e forcaioli (istituzionali e perbenisti di sinistra). Soprattutto in un momento in cui l’abbandono alle destre (anti-europeiste) potrà essere sempre più dettato dalle posizioni di una “sinistra” sempre più di governo ed europeista. Sinistra istituzionale sempre più strettamente intrecciata agli interessi della finanza e sempre meno vicina alle condizioni reali di vita della gran parte dei cittadini. E sempre più propensa all’uso del manganello e della repressione per difendere gli interessi dell’1%. Su Torino,infine,  dove lunedì si sono svolti numerosi cortei e dove la lotta dei dipendenti dei Trasporti Torinesi contro al loro privatizzazione parziale (49%) potrebbe prendere spunto dalle recenti lotte dei colleghi di Genova, va ribadito che la città operaia per eccellenza è diventata la città con il più alto tasso di povertà (e, badate, bene è stato Maurizio Landini a ribadirlo recentemente) con una infame giunta di sinistra che sotto la sigla di Torino Bene Comune continua a svendere i servizi e la qualità della vita di un milione di abitanti. Abbiamo da dire qualcosa a tutte le fasce sociali toccate da questi problemi o dobbiamo per forza stare rinchiusi tra le pareti dei centri sociali, dei sindacati e dei sindacatini, dei partiti e dei partitini in attesa che venga il gran momento della nostra entrata in campo?  La voce del padroneprima e seconda parte  Dopo Grillo C’è il sangue!  Dove stiamo andando  Bussole impazzite  Un’aspra stagione  L’assenza della lotta di classe e i disastri che ne derivano Cassandra Velicogna

“La storia si fa in modo tale che il risultato finale scaturisce sempre dai conflitti di molte volontà singole, ognuna delle quali a sua volta è resa quel che è da una gran quantità di particolari condizioni di vita; sono perciò innumerevoli forze che si intersecano tra loro, un gruppo infinito di parallelogrammi di forze, da cui scaturisce una risultante – l’avvenimento storico – che a sua volta può esser considerata come il prodotto di una potenza che agisce come totalità, in modo non cosciente e non volontario. Infatti quel che ogni singolo vuole è ostacolato da ogni altro, e quel che ne viene fuori è qualcosa che nessuno ha voluto.” [F. Engels a J. Bloch,  qui]

forco8Lunedì 9, per puro caso avevo un po’ di tempo liberato dal lavoro e mi sono fatta due passi. Avevo sentito per radio che alcuni nodi nevralgici di Bologna erano stati chiusi al traffico causa manifestazione del movimento dei “forconi”. Allora sapendo che sarebbero tornati in centro, li ho cercati. Nonostante la delusione nel vedere quattro gatti ho voluto informarmi a fondo, quotidianamente su cosa stesse accadendo. Ritengo che siamo in un periodo di movimentazione fluida e che il tempo chiarirà molte cose. Ritengo che la rincorsa all’’etichetta che i sempre più disertati grandi giornali italiani stanno facendo non rispecchi che una proiezione lontana dalla realtà. Ma se è possibile pensare dei prolegomeni alla frase di Wittgenstein su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere allora: Da una parte la paura di una risoluzione destrorsa dell’’attuale crisi italiana laddove le litigiose sinistre e le sinistre scelte riformiste (comunque ancora fallimentari) la fa da padrona. Sintomi di una malattia profonda delle rivendicazioni autorganizzate (o organizzate) di classe mi terrorizzano. Cosa vorranno le masse? Si può stare dalla parte delle jacqueries fini a sé stesse, semplicemente perché tutto merita di essere distrutto (economia, banche, unione europea, istituzioni), ma chi poi si ritrova a ricreare dalle ceneri una società nuova, un mondo differente deve far i conti con i volti di chi, finita la foga di distruggere, si trova al suo fianco. E potrebbe non essere il compagno di collettivo né quello di banco. A contarsi, guardarsi in faccia, rimboccarsi le maniche dopo il blocco e lo sfogo chi ci sarà? A questo non posso rispondere e credo che prevenire che questo sia il preludio a una società dai tratti fascisti, populisti, peronisti dev’essere l’’intento principe di ogni manifestazione e ogni parola spesa. Se i forconi ci hanno spiazzato, non possiamo come antifascisti ignorare i segnali di internità del movimento dei forconi alle strategie dei nostri nemici. Detto questo ho però un sospetto. Alla presa della Bastiglia tutti avevano la casacca dello stesso colore? Tutti conoscevano la prossima mossa? Nelle primavere arabe non c’’erano forse avvocati e disoccupati, islamici e comunisti, persone con un’’idea di società differente? Se disertiamo quelle piazze, snobbiamo e stigmatizziamo da sinistra non sono forse i fascisti più legittimati a creare realmente una protesta monocolore? Stimo tutti i compagni che quotidianamente si sporcano le mani con i problemi di un imprenditore diventato lumpen o di un agricoltore che non ce la fa più, o di una partita IVA subissata dalle tasse. Sono al fianco di coloro che inseriscono i book block con riferimenti chiari nelle piazze chiamate indistintamente “dei forconi”. Inoltre ritengo che il problema politico è andato oltre oramai al problema di tirare acqua al mulino di un qualsivoglia partito: la posta politica è l’’eterodirezione di un partito (Grillo stesso è una banderuola che sta a sentire la pancia del paese per sopravvivere) o la creazione di strutture differenti di organizzazione. I partiti come li abbiamo conosciuti sono finiti e D’’Alema che strizza l’occhio a Renzi ne è una delle più chiare dimostrazioni. Berlusconi che diceva che tutti stiamo bene fino a due anni fa ora, da “oppositore”, si prodiga per dare voce a chi è colpito dalla crisi e scende in piazza per lamentarsi: sono i partiti che rincorrono i forconi, non viceversa. La situazione è fertile, le cose cambiano e se vogliamo lo facciano veramente e in meglio dobbiamo chiederci: abbiamo indossato il vestito migliore? I link di alcuni interventi sullo stesso tema:  Osservatorio Democratico sulle nuove destre – L’ultimo travestimento di Forza Nuova – 2 dicembre  Contropiano – Forza Nuova si camuffa e cerca confusioni “rosso-brune” – 4 dicembre  INFOaut – Quando Millennium People è sotto casa – 9 dicembre  connessioni precarie – I Forconi e qualcosa di più? – 10 dicembre  Giovani Comunisti Torino 2.0 – La Vandea dei forconi invade Torino. Un’interpretazione dell’attuale protesta sociale “dei forconi” – 10 dicembre  Militant – Rivolte tossiche o contraddizioni in seno al popolo? – 10 dicembre  Reattivamente – “L’inizio della fine” – 10 dicembre  Aldo Bonomi – “Sono l’Italia che non c’è più, travolta dalla crisi” – 11 dicembre  Vilma Mazza/GlobalProject – Dire la verità. Cercare il bandolo nella matassa della crisi  – 11 dicembre  INFOaut – Dai diamanti dell’ideologia non nasce niente… – 11 dicembre  INFOaut – Da Piazza Statuto a Piazza Castello – 11 dicembre  Roberto Ciccarelli/La furia dei cervelli – Il forcone poujadista – 11 dicembre  Guido Viale/il manifesto – Siamo un po’ più uguali ai movimenti globali – 11 dicembre  Marco Revelli/il manifesto – L’invisibile popolo dei nuovi poveri – 12 dicembre  Salvatore Cominu/Effimera – I nodi vengono al pettine: i “Forconi” a Torino – 12 dicembre  Paolo Ferrero/PRC – Nota sul movimento dei forconi – 14 dicembre  Franco “Bifo” Berardi/Effimera – I forconi e la deflagrazione dell’Europa – 15 dicembre

Il Brasile non si ferma e manifesta

brasil quem nunca dormiuLa Confederation Cup è finita, il Brasile ha vinto il torneo, ma le piazze di decine di città non si sono più svuotate da quando, il 6 giugno scorso, il Movimento Passe Livre (MPL, nato nel 2005, di natura autonoma e orizzontale) convocò le prime manifestazioni della stagione contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico. L’MPL lotta per una “tariffa zero” nei trasporti, un “diritto alla città” per tutti che eliminerebbe le barriere alla mobilità e la ghettizzazione di classe nelle metropoli brasiliane. Per questo il movimento precede e trascende le proteste di questi giorni e ha una visione di lungo periodo che punta a mettere in discussione il modello di sviluppo postcapitalista e postmoderno delle città brasiliane che riproduce gli schemi della segregazione etnica e di classe.

In giugno, dopo una settimana di manifestazioni pacifiche, interrotte da meno pacifiche cariche della polizia, milioni di persone non protestavano più ”solo per 20 centesimi”. Ed anche l’MPL, in realtà, non ha mai lottato “solo per 20 centesimi” ma per ben altro. Fino ad oggi, però, quella frase, riprodotta dai titoloni dei media di mezzo mondo fino allo spasimo, è servita da una parte a rendere l’idea della crescita del movimento e delle sue richieste, ma dall’altra ha contribuito in qualche modo a mettere in secondo piano o a diluire le rivendicazioni e la portata radicale, fondamentalmente anticapitalista, dello stesso MPL che è stato incalzato dagli eventi, almeno nelle prime fasi.

Da allora le manifestazioni continuano, anche se con intensità e partecipazione affievolite, e continua anche la repressione dalle Ruas alle favelas, con le incursioni della polizia che in questi quartieri popolari non usa “solo” proiettili di gomma ma pallottole vere e approfitta delle operazioni contro i manifestanti per rincarare la dose nelle favelas. La lotta storica dell’MPL e l’apparizione sulla scena e nelle strade della “nuova classe media”, cioè quegli oltre 40 milioni di brasiliani emersi dalla povertà con le politiche distributive di Lula e Roussef dal 2003, sono state accompagnate e, in più occasioni, messe in ombra dalla presenza di provocatori, di neofiti delle piazze esaltati o spaesati, da settori di classe medio-alta con un discorso più classista e nazionalista.

La moltiplicazione delle iniziative, delle città mobilitate, delle interpretazioni azzardate intorno al movimento e, infine, delle motivazioni scatenanti delle manifestazioni, con organizzazioni e persone molto diverse e addirittura contrapposte nelle stesse piazze, risponde a un’effettiva eterogeneità di idee e intenzioni, di lotte ed esigenze, che viene propiziata dall’uso massiccio dei social network come spazi dell’attivismo virtuale fai da te e del dibattito a colpi di slogan efficaci e click facili. Questo mix ha finito per mettere troppa carne al fuoco: richieste nuove, più astratte o generiche, come la lotta alla corruzione, alle tasse o all’inflazione, funzionavano come slogan e catalizzatori di un consenso traversale e di un malessere reale senza tradursi, però, in un programma politico che andasse oltre una lista di rivendicazioni.

san paoloAnche i reazionari media mainstream (Globo TV per prima) e le reti sociali, uno strumento utile ma ambiguo nel contempo, stavano palesemente contribuendo a trasformare le percezioni e la natura stessa della protesta, o almeno parti significative (e più mediatizzate) di essa, soprattutto in alcune città (per es. San Paolo): le rivendicazioni concrete passavano in secondo piano sotto la bandiera brasiliana, che “mette tutti d’accordo”, e sotto l’egida dell’antipolitica, non solo antigovernativa, ma anche potenzialmente antidemocratica.

Il “risveglio” è comunque andato avanti: anche docenti, camionisti, abitanti delle favelas, contadini e gruppi afrobrasiliani manifestano, nonostante il circo mediatico non se ne occupi. Circola uno slogan eloquente in rete: “chi non ha mai dormito abbraccia chi s’è svegliato”, che sta quasi a celebrare, con un pizzico di sarcasmo, un’unità d’intenti di vecchi e nuovi movimenti, di realtà vive e vegete e di altre, risvegliate dalla congiuntura, che sono più o meno strutturate, si ritrovano ora nelle piazze insieme alle altre e non si prevede quanto dureranno e come evolveranno.

Si ritrovano alcuni elementi del concetto di moltitudine, sviluppato da Michael Hardt e Toni Negri, nel movimento brasiliano, che tende a rifiutare i canali politici tradizionali e ad organizzarsi nella pluralità, orizzontalmente, senza leader, ma non in modo disorganizzato e del tutto spontaneo. Ne ha parlato Hardt in un’interessante intervista tradotta in italianosu GlobalProject, sottolineando come la tecnologia, anche nel caso brasiliano, sia solo uno strumento mentre l’organizzazione sociale e politica, insieme alla “maturità per combattere le provocazioni e gli interventi della destra” e la capacità di formare un potere “costituente” e non solo “destituente”, restino le vere sfide per il futuro del movimento.

Le proteste di buona parte dei movimenti non si erano mai addormentate. Alcuni risultati sono stati ottenuti nelle ultime due settimane, ma mi sembrano più congiunturali, magari anche emblematici, piuttosto che strategici: bloccato l’aumento del prezzo dei biglietti per il trasporto pubblico nelle grandi città, stanziati maggiori fondi per le infrastrutture, ritirate la PEC 37 (la legge che limitava le indagini sul reato di corruzione sottraendolo all’azione dei PM su cui, però, esiste un dibattito a sinistra relativo ad eventuali derive giustizialiste per l’eccessivo potere dei PM) e la legge omofoba e assurda nota come “cura gay” che trattava l’omosessualità come una malattia e prevedeva cure psicologiche per gli omosessuali.

Il senato ha approvato un provvedimento per ridurre a livello nazionale le tariffe dei trasporti pubblici che ora passa alla camera. La presidente Dilma Roussef ha incontrato l’MPL e i governatori, ha chiesto al parlamento di convocare un referendum sulla riforma politica e ha deciso di destinare il 75% dei proventi del petrolio all’istruzione e il 25% alla sanità. Ha anche rispolverato una vecchia proposta, da sempre osteggiata dai medici brasiliani, di contrattare dottori stranieri per far fronte alle emergenze sanitarie nazionali. Ma i medici dicono che non servono più dottori ma più investimenti.

A Belo Horizonte gli studenti dell’Assemblea Popolare Orizzontale (APH) da una settimana occupano l’edificio della camera, sede del potere legislativo locale dello stato di Minas Gerais, ed esigono la revoca degli aumenti dei biglietti dei mezzi pubblici, maggiore trasparenza nei contratti tra il comune e le imprese di trasporti, la tariffa zero per studenti e disoccupati oltre ad una riduzione generalizzata delle tariffe.

Il 3 luglio il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), i collettivi Resistencia Urbana, CSP-Conlutas, Itersindical, Periferia Ativa, il Forum Popolare per la Salute e l’MPL sono scesi in piazza a San Paolo, occupando la rinomata Avenida Paulista, per proporre alla Roussef un’agenda che superi i punti da lei proposti e le prime misure adottate: quindi tariffa zero, 10% del PIL per l’educazione, orario di lavoro a 40 ore settimanali senza riduzione del salario e dei benefici previdenziali, controllo statale sugli affitti ed eliminazione degli  sfratti, no alla privatizzazione della sanità, la classificazione della repressione delle forze dell’ordine come crimine grave e la demilitarizzazione dei corpi di polizia.

L’11 luglio ci sarà uno sciopero generale, indipendente dalle proteste dell’ultimo mese anche se ci sono molte rivendicazioni comuni, e unirà i sindacati delle città ai movimenti rurali per chiedere trasporti a “tariffa zero”, l’aumento degli investimenti in salute ed istruzione, lo stop alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro. L’MPL, che si mantiene molto attivo anche per la difesa dei detenuti politici (link bollettino), ha annunciato nuove mobilitazioni contro la repressione e la criminalizzazione dei movimenti sociali, per la tariffa zero, per una sanità e un’educazione pubbliche e gratuite e per il diritto alla casa. Fabrizio Lorusso. Twitter @CarmillaOnLine    @FabrizioLorusso

Infine segnalo (e raccomando) il racconto “Cronaca di un titano incompreso”, metafora della situazione del Brasile e delle proteste.

La protesta invade le strade del Brasile

BrasilOltre un milione di persone si sono riversate per le strade di un centinaio città brasiliane nel pomeriggio di giovedì 20 giugno. Ma sono più di dieci giorni che in decine di città del Brasile le manifestazioni popolari sono inarrestabili, nonostante numerosi episodi di repressione violenta da parte della polizia e, a un livello più “folclorico” ma emblematico, gli spropositi proferiti da O Rey Pelè che ha cercato di richiamare all’ordine i manifestanti, suggerendo loro di concentrarsi sulle partite della seleção e farla finita con le proteste. Il suo appello è giustamente sprofondato nell’oblio. Intanto, solo nella sera di giovedì 20, ci sono stati 60 feriti a Rio, altri 30 a Brasilia e 1 morto a Ribeirão Preto. Come erroneamente alcuni media italiani hanno riportato, non si tratta di un movimento “contro i mondiali di calcio” o semplicemente contro il rincaro dei biglietti dei trasporti pubblici, deciso dai sindaci delle località che ospiteranno le partite nel 2014, per provare a recuperare le spese sostenute in questi anni. Di fatto, per esempio a Brasilia, la protesta è stata battezzata come un “Atto nazionale contro l’aumento dei biglietti, le violazioni legate alla coppa del mondo e la criminalizzazione della lotta popolare”. Dopo le prime giornate di lotta la settimana scorsa la gente è scesa in massa per le strade anche per rispondere alla repressione della polizia che aveva fatto 100 feriti e 190 detenuti. Ad ogni modo i motivi e le chiavi di lettura della protesta rivelano scenari e sentieri poco praticati dai mezzi di comunicazione nostrani, spesso avvezzi alla semplificazione della realtà e della storia latino americane.

Dalla Turchia al Brasile le piazze e la gente s’espongono e s’indignano, sperimentando diverse forme di partecipazione e protesta. Lottano contro l’esclusione dalla democrazia reale, sempre più lontana, “televisivamente” contaminata e infine sostituita dai surrogati del mercato e del privatismo, e dal sogno dello “sviluppo economico” di cui gran parte della popolazione è più vittima o semplice spettatrice che artefice o beneficiaria. Ed è un “sogno” che, tra l’altro, i paesi dell’America Latina hanno già provato a vivere a più riprese, quasi sempre interrotte da dittature, populismi, ingerenze straniere, colpi di stato e “problemi strutturali” sia negli anni trenta che negli anni sessanta del secolo scorso.

Da Istanbul a Brasilia parliamo di due paesi cosiddetti “emergenti”, seppur in modi, contesti e tempi assai differenti tra di loro, e di risvegli improvvisi, ma non imprevedibili né ingiustificati. Non sono gli alberi del Gezi Park a Istanbul o l’aumento di 20 centesimi di Real del biglietto per i trasporti pubblici di San Paolo e Rio (e di altre città che ospiteranno i mondiali di calcio) i motivi dell’incendio, ma sono solo le scintille che appiccano il fuoco e uniscono le masse attorno a esigenze certamente più trascendenti e ispiratrici che  coinvolgono settori anche molto diversi della popolazione e spaziano da proposte di riforma del sistema fino a idee per il suo superamento.

Il Brasile del PT (Partido dos Trabalhadores), dell’ex presidente Ignacio “Lula” da Silva (il “presidente operaio”, dal 2003 al 2010) e di Dilma Roussef (la “presidentessa guerrigliera”, 2011-14) ha 200 milioni di abitanti, è la prima economia dell’America Latina, sesta del mondo, e nell’ultimo decennio ha sicuramente fatto dei grossi passi avanti nella lotta alla povertà e nell’ampliamento della classe media grazie a un’economia che ha registrato una media di crescita del 4% per otto anni di fila (2003-2011). Il ”gigante del Sud” si erge dunque a potenza regionale sudamericana, ma anche ad attore geopolitico di caratura mondiale e acquista più peso a livello internazionale. Per citare un paio di esempi, sono brasiliani il direttore generale della OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), Roberto Azevedo, e quello della FAO, José Graziano da Silva. Il Brasile fa parte dei paesi emergenti inclusi nella fantomatica sigla “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), organizzerà le Olimpiadi nel 2016 e i Mondiali di calcio l’anno prossimo, dopo aver già realizzato l’anno scorso la Conferenza ONU Rio +20 sull’ambiente. Ma non è tutto oro quel che luccica.

Undici giorni consecutivi di proteste, un crescendo di partecipazione popolare attivata dai social network, che riproducono lo slogan “Brasile, svegliati!”, convertito in hashtag e trending topic su twitter nel giro di poche ore, stanno lì a ricordare al mondo, ipnotizzato dalla Confederation Cup che sta per arrivare alla fase finale, che questo è anche il paese delle enormi disuguaglianze socio-economiche, tra le più grandi in America Latina, della corruzione, degli sprechi per il mondiale e dello sviluppo incompiuto. La crescita economica s’è quasi fermata per un paio d’anni passando a tassi europei (da declino o quasi) del 2,7% nel 2011 e dello 0,9% l’anno scorso, mentre l’inflazione è cresciuta fino al 6,5%.

L’alto costo della vita, che è semplicemente proibitivo per la maggior parte della popolazione, almeno nelle grandi città, e l’imposizione fiscale, tra le più alte in America Latina, farebbero pensare ad un paese che sta toccando le vette del tanto agognato “sviluppo” economico e del cosiddetto “primo mondo” (dove appunto tasse e costo della vita sono alti), ma la realtà è un’altra. I segni esteriori e i dati economici di un “paese sviluppato” (o in via di sviluppo) non sempre corrispondono alla situazione della vita reale né alla totalità della sua gente. Affianco alla nuova classe media salariata, sempre più appiattita su standard e modelli di vita estremamente consumistici, esistono masse popolari che dalle favelas alle periferie, dalle regioni amazzoniche al Nordest, storicamente più arretrate rispetto al Sud e all’asse Rio-San Paolo, non sono ancora riuscite a fare “il grande salto” e probabilmente dovranno attendere qualche decennio in più per farlo (se mai succederà). Il modello della potenza regionale che aspira ad essere un “global player” e proietta un’immagine nazionale positiva e amichevole al resto del mondo comincia a scricchiolare proprio in questi giorni in cui l’attenzione dei media avvia la sua fase ascendente per colpa della, o grazie alla, Confederation Cup.

Proprio il 22 giugno si gioca Italia-Brasile a Salvador de Bahia e sono annunciate nuove mobilitazioni, mentre la preparazione per i mondiali del 2014 rende irrequieta, anzi arrabbiata, la popolazione che vede fluttuare le spese per gli stadi e le infrastrutture mentre aumentano gli sfollati e i senza tetto, pagati una miseria per abbandonare le loro case site nei pressi dei nuovi megaprogetti, e s’abbassano la qualità e la copertura della sanità e del sistema educativo. Questi sono alcuni altri motivi che hanno spinto migliaia di persone a scendere in piazza. Un’altra delle richieste della popolazione “indignata” riguarda la trasparenza nella gestione dei circa 13 miliardi di dollari investiti dal governo per i mondiali e le Olimpiadi e i freni contro la corruzione. “Meno circo e più pane”, chiedono i manifestanti. Gli aumenti nei prezzi dei biglietti sono stati revocati, ma le proteste continuano.

Secondo uno studio (da prendere con le pinze ma almeno indicativo) citato dalla stampa brasiliana e portoghese nei giorni scorsi, l’84% dei manifestanti non dichiara simpatie di partito, il 71% partecipa per la prima volta a una protesta di piazza e più della metà ha meno di 25 anni. L’81% delle persone han saputo delle iniziative attraverso Facebook. Dal 1992, quando venne contestata la presidenza di Fernando Collor de Mello, non si vedevano manifestazioni così imponenti nelle metropoli brasiliane e queste sono le prime che vengono convocate prevalentemente tramite le reti sociali. L’origine viene dalle mobilitazioni convocate dal movimento contro l’aumento del costo dei trasporti pubblici (Movimiento Pase Libre), ma la continuazione e gli sviluppi delle manifestazioni passano dalle reti sociali e dall’estensione della protesta ad altri settori, in genere non rappresentati a livello istituzionale e appunto convocati spontaneamente per le strade.

In Brasile chi riesce a “entrare nel sistema”, magari grazie a un contratto decente, alla carriera in una grande impresa nazionale o in una multinazionale, oppure con un posto statale, ha l’illusione di raggiungere di una qualità di vita da “primo mondo” (per quanto questa definizione possa avere un significato attualmente). Ciononostante, gli alti indici di criminalità (per esempio un tasso di omicidi ogni centomila abitanti superiore a 25, di fatto simile a quello del Messico della narcoguerra) e un tasso di sviluppo umano (indice che incorpora la valutazione di istruzione, sanità e reddito) che colloca il paese al posto numero 85, sotto Perù e Venezuela per esempio, contraddicono l’ottimismo dei nuovi settori emergenti.

C’è chi ha provato a strumentalizzare politicamente la protesta, puntando il dito esclusivamente contro Dilma Roussef e riducendo le manifestazioni a un movimento contro il governo in carica. Invece la popolazione nelle piazze tende a lanciarsi contro tutta la classe politica, da una parte, e contro un modello di sviluppo incompleto, dall’altra. D’altro canto è vero che, rispetto al periodo di Lula, c’è stato un distacco maggiore dei movimenti sociali dai partiti di governo.

In un editoriale uscito sul quotidiano portoghese Publico del 20 giugno, l’accademico Boaventura de Sousa Santos sottolinea luci ed ombre del Brasile di Lula e Dilma, una potenza che ha proiettato internazionalmente l’idea (solo in parte seguita dalla pratica) di uno sviluppo “benevolo ed includente”, di una società effettivamente meno povera e con prospettive per il futuro, ma che è composta comunque da due paesi diversi, forse meno identificabili rispetto alle “due Turchie” che da tre settimane si scontrano nelle piazze del paese euroasiatico. Il Brasile “altro”, quello che sfugge alle analisi più comuni, è spiegabile tramite tre narrative.

La prima è quella dell’esclusione sociale, quella di un paese tra i più ingiusti al mondo, malgrado la crescita e le politiche dell’ultimo decennio, in cui le oligarchie latifondiste, il vecchio mondo provinciale e autoritario, le élite razziste e chiuse sono ancora vive e vegete. La seconda è quella della rivendicazione della democrazia partecipativa dell’ultimo quarto di secolo, culminata con la Costituzione del 1988, i bilanci partecipativi a livello municipale, l’impeachment del presidente Collor de Mello nel 1992, la creazione dei consigli cittadini per la gestione di alcune politiche pubbliche a vari livelli. La terza narrativa ha una decina d’anni e riguarda le politiche d’inclusione sociale portate avanti dal presidente Lula dal 2003 che hanno portato a un aumento della classe media “consumista”, a una riduzione della povertà e alla presa di coscienza pubblica sulla discriminazione razziale contro gli discendenti dei popoli indigeni e africani.

Da quasi tre anni a questa parte, con la presidenza di Dilma Roussef, c’è stato un rallentamento nelle azioni e nei discorsi legati alle ultime due narrative. “Lo spazio politico corrispondente è stato occupato dalla prima narrativa, rinforzata dall’ideologia dello sviluppo capitalista a tutti i costi e dalle nuove e vecchie forme di corruzione”, secondo Boaventura de Sousa, e “le forme di democrazia partecipativa sono state cooptate, neutralizzate dall’avvento delle grandi infrastrutture e i megaprogetti, perdendo interesse per le nuove generazioni”. Sono in aumento gli omicidi di sindacalisti e attivisti contadini nel vecchio Brasile rurale, per esempio, e la distribuzione della ricchezza sta vivendo un momento di stagnazione.

Quindi la vita urbana è peggiorata dato che gli investimenti per il trasporto, l’educazione, la salute e i servizi sono finiti nel calderone dei progetti per gli eventi internazionali organizzati dal Brasile. Ma questi stessi eventi rischiano di diventare un boomerang, anche se, forse, rischiano di diventare delle occasioni uniche per il risveglio della protesta popolare che, forte dell’attenzione mediatica globale, può spingere per una trasformazione più profonda della società, la redistribuzione della ricchezza e un riorientamento del modello di sviluppo che non dimentichi le narrative dell’inclusione politica, sociale ed economica.

La presidentessa del Brasile ha appena rivolto un discorso di “riconciliazione” alla nazione e specialmente a quel milione di manifestanti che minacciano di moltiplicarsi e continuare con le mobilitazioni. La Roussef ha dichiarato che destinerà il 100% delle risorse del settore petrolifero all’istruzione, che riceverà i leader delle proteste (che però non si sa esattamente chi siano e quindi forse il riferimento è al Movimento Pase Libre) per arrivare a una soluzione e che c’è bisogno di “ossigenare il sistema politico”. L’apertura al dialogo con tutti, sempre secondo il discorso della presidentessa, è d’obbligo, ma va condotto “in ordine e senza violenza”, quindi la polizia proteggerà il “patrimonio pubblico”. Mi sembrano parole un po’ fredde e promesse ancora poco definite, ma è un impressione esterna, per cui restiamo in attesa della risposta delle piazze e della definizione di un movimento che forse è ancora difficile “inquadrare”, ma che sta svegliando dal torpore un paese e stanando alcune sue contraddizioni.  Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso (da CarmillaOnLine)

PS. Segnalo due articoli interessanti (in portoghese e in spagnolo) che cercano di interpretare le direzioni e le sfumature del movimento inedito che sta riempiendo le strade brasiliane in questi giorni. Da una parte c’è una visione preoccupata e l’appello alle forze anticapitaliste che segnala (LINK Passapalvra) il pericolo (e la presenza) di strumentalizzazioni e infiltrazioni della destra e di una eventuale deriva nazionalista e conservatrice, dall’altra (LINK Rebelion) la forza del popolo per le strade, la riappropriazione degli spazi e lo spontaneismo che stanno facendo risvegliare il paese, dunque non solo un “movimento” della classe media. Foto degli scontri nelle diverse città: LINK

YoSoy132 Entrevista – Intervista Radio @SpazioClandestino

YoSoy132 è un movimento politico giovanile messicano, formato principalmente da studenti delle università, costituitosi durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali messicane del 2012 come risposta agli atteggiamenti autoritari di Enrique Peña Nieto, candidato del Partito Rivoluzionario Istituzionale, partito che ha dominato la scena politica messicana. Ne parliamo a questo link.

Il nome Yo Soy 132 è nato come espressione di solidarietà verso coloro che hanno iniziato la protesta… in una delle prime manifestazioni contro Peña Nieto si presentano svariate decine di persone perché vogliono esprimere il disgusto del dispotismo di questo candidato. I telegiornali e i mezzi di comunicazione massiva affermano che erano solamente 131 elementi in una Nazione di oltre cento milioni di individui, il giorno successivo nasce il movimento “io sono il numero 132″ per far vedere la solidarietà, che quei ragazzi non erano da soli.

In collegamento dal Messico Fabrizio Lorusso, giornalista e insegnante italiano residente in Messico da 11 anni, redattore di CarmillaOnLine, collaboratore di Radio Popolare, Radio Popolare Roma e l’Unità, studioso latino-americanista e blogger su LamericaLatina.Net .

Per fortuna l’accademico integrante del Movimento YoSoy132, Aleph Jiménez, di cui parliamo nell’intervista, si è ripresentato, ha denunciato la sua situazione e le minacce per la sua incolumità e ha raccontato la sua esperienza a RadioMVS a questo link. Ora non è più a Ensenada, sua città natale, ma ha dovuto cambiare casa…

Sulla situazione in Chiapas e un aggiornamento sull’EZLN, potete leggere un ottimo reportage a questo link diffuso dall’ultima carovana di osservazione nelle comunità zapatiste.

Infine un ringraziamento speciale a Luigi, Lidia e tutto lo staff di SpazioClandestino per il programma. Qui l’elenco delle puntate LINK.

Ascolta la puntata del 24/09/12:  spazioclandestino.it/yo-soy-132/
A questo LINK ascolta e scarica la sequenza completa delle canzoni e dei video da YouTube della puntata 82 di Spazio Clandestino sul movimento studentesco (e non solo) messicano #YOSOY132 – Scritto da Puntata 82 – Yo Soy 132

Verso l’autunno caldo messicano

Marcha funebre democracia 184 (Small).JPG[Una versione più timida e succinta di questo articolo è uscita sul quotidiano L’Unità del 3 settembre 2012, Fabrizio Lorusso] Bandiere tricolori con l’aquila azteca nel centro, un vecchio pullman come palco e migliaia di studenti a occupare l’ingresso del parlamento al grido di “non ci arrenderemo”. Sabato primo settembre i portavoce del movimento studentesco messicano, chiamato YoSoy132 (IoSono132, link storia), hanno letto il loro comunicato, preciso e completo, sulla situazione reale del paese: più povertà e violenza dopo sei anni di guerra militarizzata al narcotraffico*. È la versione alternativa al quadro più politically correct che ogni anno a settembre il presidente presenta all’opinione pubblica. Gli studenti hanno anticipato il presidente Felipe Calderón questa volta. E’ stato un week end caldo a Città del Messico e in altri importanti capoluoghi del paese. E’ il preludio di un autunno di lotte su più fronti, una stagione di aggiustamenti, ma anche di rivolgimenti politici e sociali che potrebbero continuare fino al primo dicembre, giorno in cui il nuovo presidente entrerà ufficialmente nella residenza de “Los Pinos” per assumere pieni poteri. Dopo mesi di proteste popolari e incertezze sui risultati delle presidenziali del primo luglio, Enrique Peña Nieto, del Partido Revolucionario Institucional (Pri), è stato dichiarato ufficialmente vincitore e sta definendo l’agenda del suo futuro governo. Le proteste e le incertezze, però, non sono finite.

Venerdì scorso il Tribunale Elettorale ha rifiutato le prove di presunti brogli e le richieste di annullamento presentate dal Movimento Progressista e dal suo candidato, Andrés Manuel López Obrador (Amlo), e ha proclamato Peña presidente: ha ottenuto il 38% dei voti, mentre Amlo è secondo con il 31%.

Il Pri è una delle formazioni politiche più longeve al mondo, un partito-dinosauro (come si dice in terra azteca) che nel novecento governò il Messico per 71 anni consecutivi e ora torna al potere dopo due mandati del conservatore Partido Acción Nacional (Pan).

Il Partido Revolución Democrática (Prd), seconda forza in parlamento e prima dei progressisti, aveva impugnato i risultati presentando migliaia di prove e testimonianze di irregolarità. In base all’art. 41 della Costituzione, che impone elezioni “libere e trasparenti”, s’erano denunciate la compravendita di milioni di voti, attuata dal Pri tramite la banca Monex e le carte prepagate dei supermercati Soriana, e lo sforamento dei tetti di spesa legali. Ma le indagini su questi scandali non sono entrate nel fascicolo del Tribunale e saranno risolte dall’Istituto Elettorale solo tra qualche mese. Il vuoto nelle leggi elettorali messicane è proprio questo: se, al di là di veri e propri brogli comprovati, si commettono gravi crimini di altro tipo prima, dopo e durante le elezioni, o se le Tv sostengono un candidato o fanno “guerra sporca” contro i rivali, oppure se si creano reti e sistemi paralleli di finanziamento, leciti e illeciti, se i sondaggi a mezzo stampa sono tendenziosi o falsati, ebbene non esiste una maniera di verificare seriamente queste irregolarità e di sanzionarle prima che il presidente venga eletto. Mancano i tempi e le funzioni per le istituzioni preposte. Se poi queste non sono occupate da funzionari minimamente “attivi” o reattivi o almeno propositivi, restano sterilizzate.

“Il Tribunale Elettorale ha deliberato sull’ultima delle impugnazioni presentate. È il momento di una nuova tappa di lavoro, per l’unità e la grandezza del Messico”, ha annunciato Peña via Twitter. “Il tribunale non s’è avvalso delle sue funzioni inquirenti per verificare le denunce, non ha sanzionato il mercato nero elettorale che da anni favorisce Peña, né ha indagato a fondo sui tetti di spesa della campagna e sull’abuso mediatico di sondaggi tendenziosi”, spiega John Ackerman, ricercatore e opinionista. Marcha funebre democracia 246 (Small).JPG
“Contro la mancanza di trasparenza delle elezioni, la società avrà l’ultima parola a livello politico con denunce cittadine e proteste creative”, ha aggiunto. Il capogruppo del Prd alla Camera, Ricardo Monreal, ha parlato di una “democrazia pervertita, di preoccupazione e impotenza nel paese per un’imposizione legittimata”. Ancora Ackerman: “Sulla compravendita del voto il tribunale dice che non si può dimostrare e che è un insulto alla cittadinanza ma il codice elettorale dice che il delitto non è la vendita del voto ma anche solo la proposta di cambiare il proprio voto a cambio di qualcosa e questo non è stato considerato” e aggiunge “contro la mancanza di trasparenza delle elezioni, sarà la società che avrà l’ultima parola a livello politico con denunce cittadine e proteste creative”.

Il tribunale elettorale (che funziona come una corte suprema o corte costituzionale in materia di elezioni) non ha esercitato le sua facoltà e non ha investigato, ha solo deliberato praticamente all’unanimità sostenendo che le prove apportate dalle sinistre erano insufficienti. Ma a chi spettava provare quelle accuse? Al tribunale o agli inquirenti, non di erto a chi le aveva presentate (in questo caso il Movimento Proogressista). I magistrati non lo hanno fatto. Invece hanno lanciato per mesi messaggi trionfalisti sul buon funzionamento della democrazia messicana. Com’è possibile che chi presenta una lamentela formale per irregolarità elettorali non veda nascere un’indagine su quei fatti immediatamente, cioè prima che la vittoria di un candidato sia ufficializzata?

Eppure è così e non si sa se un’altra riforma elettorale sarà inserita in agenda. Come aspettarselo dal partito, il Pri, che maggiormente ha saputo approfittare di questi “vuoti” legali? Il dinosauro-Pri ha proposto riforme: anticorruzione, per la trasparenza e per supervisionare le relazioni tra politica e mezzi di comunicazione. E’ credibile? Stanno rispondendo (o reagendo) ora alle accuse che la società rivolge loro proponendo riforme e organi garanti su quei temi oggi molto “sensibili”, ma l’intenzione potrebbe essere opposta: riconfigurare gli organi preposti alla trasparenza (IFAI) o crearne di nuovi per influire nelle loro decisioni dando una parvenza di rinascita democratica.

Ma senza una nuova e decisa riforma elettorale, oltre che mentale e giudiziaria, quelle riforme non saranno credbili. Ciclicamente ogni 3 o 6 anni, in corrispondenza degli appuntamenti elettorali per le presidenziali e per il parlamento vengono trovate nuove gabole per poter eludere o restare ai margini della legislazione in vigore, cioè per vincere con l’inganno. “Hecha la ley, hecha la trampa”, fatta la legge, trovato l’inganno. Nei prossimi anni, forse, si faranno nuove leggi, il sistema migliorerà, apparentemente, e sembrerà blindato, ma anche le tecniche per frodare i cittadini si raffinano e le istituzioni non ci stanno dietro.

Già si parla di “democrazia autoritaria” per i prossimi sei anni e si allude al “modello russo”. Potrà la cultura autoritaria della corrente più conservatrice, quella dei governatori e di Peña Nieto (si veda la sua gestione come governatore del Estado de Mexico fino al 2011), convivere con la cultura apeta e democratica che caratterizza la capitale Città del Messico? Quindi la sfida sarà anche quella di non retrocedere, di non tornare al passato, più che andare avanti e migliorare questo sistema, dato che il Pri ha una forte presenza in parlamento (anche se non la maggioranza assoluto) e le opposizioni, soprattutto i movimenti sociali, dovranno tenere alta la guardia.
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Come governerà Peña Nieto? Dovrà sicuramente fare i conti con i poteri forti che non sono più sottomessi al presidente com’era nel vecchio regime del novecento: televisioni (TeleVisa e Tv Azteca in primis), sindacato corporativo dei lavoratori dell’educazione (in mano alla plenipotenziaria ed eterna leader Elba Esther Gordillo, che monopolizza l’apparato ideologico che era dello stato e si occupava dell’istruzione e della manipolazione delle coscienze: la scuola dell’obbligo), sindacato petrolifero (il cui massimo dirigente siede in senato con il Pri), narcos ed gruppi armati che in sei anni si sono consolidati in ampie zone del Messico (soprattutto il Nord e il Nordest), una società civile più avanzata e combattiva, per lo meno nelle grandi città. Il Pri ha proposto altre riforme “strutturali” da seguire con attenzione: riforma fiscale “integrale”, della sicurezza sociale (ampliamento?), della scuola (allungare la giornata scolastica: tempo pieno alle elementari; favorire le carriere universitarie tecnologiche o scientifiche) ed energetica (privatizzazione o concessione tipo joint-venture delle attività della compagnia petrolifera nazionale, Pemex).

Un esempio emblematico ci può far capire la gravità dei fatti denunciati da osservatori internazionali, partiti politici e movimenti sociali in questi ultimi mesi. Il Consiglio Statale dei Diritti Umani dello stato del Chiapas, al confine col Guatemala, ha messo sotto protezione tredici contadini “dissidenti” della comunità rurale di Galeana che sono stati “multati” per non aver votato il PRI. I contadini sono stati imprigionati per tre giorni e hanno denunciato pestaggi da parte delle autorità municipali che avevano imposto il suffragio per “il partito”. A suon di minacce di “espulsione dalla regione” e di sanzioni pecuniarie, viene meno ogni parvenza di voto libero e segreto nelle zone del Messico profondo e feudale.

Capitolo a parte, nel senso che vengono da molto prima di queste elezioni presidenziali, sono le denunce del Prd e della società civile contro lo strapotere mediatico di TeleVisa, la catena Tv che ha sostenuto la candidatura di Peña confezionandone un’immagine impeccabile durante la sua gestione come governatore del Estado de México dal 2005 al 2011. La regione, sita intorno alla capitale, è il maggior bacino elettorale del paese ed è tra le prime per i femminicidi e la disuguaglianza economica.

A maggio Peña è stato contestato dagli studenti dell’università privata IberoAmericana per aver ordinato una sanguinosa operazione della polizia ad Atenco nel 2006. La cupola del suo partito li accusò di essere dei venduti e faziosi e di non appartenere all’ateneo. Questi reagirono con un video e crearono il movimento YoSoy132, apartitico ma anti-Peña, che ha portato avanti un’agenda di iniziative per la democratizzazione dell’informazione e della politica coinvolgendo da subito gran parte della società.

Giovedì sera l’avanguardia degli Artisti Associati a YoSoy132 ha suonato lunghe melodie assordanti con pentole e padelle sotto le finestre del Tribunale Elettorale. Venerdì, al grido di “frode, frode!”, portando croci e bare di cartone, decine di migliaia di universitari e cittadini hanno sfilato dall’Università Autonoma di Mexico City al Tribunale in un “corteo funebre per la democrazia” (foto album). Marcha funebre democracia 105 (Small).JPGDal canto suo Amlo ha ribadito su Twitter: “Peña ha violato la Costituzione. È meglio invalidare l’elezione, non farlo è attentare contro la democrazia e optare per la corruzione”. Il leader ha annunciato che non riconoscerà “un potere illegittimo nato da violazioni gravi alla legge” e ha convocato i suoi simpatizzanti a un comizio il 9 settembre per proporre le sue prossime iniziative di resistenza civile pacifica. Da una parte i partiti della coalizione progressista stanno mostrando la loro forza politica, al di là del risultato delle urne, per acquisire potere negoziale in parlamento e delegittimare il Pri mentre Amlo si mantiene al centro della scena. Dall’altra conducono una campagna, sentita anche dagli studenti e da ampi settori delle classi medie, per la moralità e il miglioramento delle istituzioni e delle leggi elettorali.

* Inserisco la traduzione della parte introduttiva del documento letto dal movimento #YoSoy132 di fronte al parlamento messicano che rappresenta il “contra-informe”, la contro-relazione sullo stato del paese ormai agli sgoccioli del mandato di Calderón, in vista dell’arrivo di Peña Nieto.

Sei anni sono passati da quando Felipe Calderón è diventato presidente, sei anni di menzogne e false promesse, corruzione, complicità e di uno stato d’eccezione che ci hanno imposto. Sei anni in cui anno dopo anno abbiamo visto un presidente codardo parlare di coraggio mentre noi, la società, ci mettiamo i morti, gli sfollati, i sequestrati, i vessati dalle autorità. Sei anni, come sempre, di ricchezza oscena per pochi mentre noi abbiamo fame, siamo esclusi, siamo disoccupati, siamo giovani senza oppportunità, sei anni in cui siamo stati privati della nostra terra e delle nostre risorse naturali. Sei anni, di nuovo, di privilegi per i sindacati corporativi del settore educativo, dell’istruzione per formare manodopera economica, mentre noi non abbiamo accesso a un’istruzione critica per una vita degna. Sei anni di nuovo in cui i politici non dialogano con la società ma noi, che abbiamo alzato la voce e ci siamo organizzati per resistere, noi siamo stati criminalizzati, denigrati e zittiti. Sei hanno in cui hanno voluto che vedessimo un Messico che solo esiste nelle versioni ufficiali, sei anni riproducendo le loro menzogne attraverso i mezzi di comunicazione di cui sono servi. (Continua in spagnolo: link). DFabrizio Lorusso