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La vera notte di Iguala e il caso Ayotzinapa: intervista con Anabel Hernández

[di Fabrizio Lorusso – da Carmilla e FrontiereNews] Anabel Hernández è una delle giornaliste d’inchiesta più riconosciute del Messico. E’ autrice, tra gli altri, dei libri La terra dei narcos. Inchieste sui signori della droga[*], Messico in fiamme. L’eredità di Calderón e La vera notte di Iguala, l’inchiesta più attuale e contundente sul caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, scomparsi a Iguala, nel meridionale stato messicano del Guerrero, la notte del 26 settembre 2014. Per le minacce e le aggressioni ricevute, che hanno coinvolto direttamente lei, la sua famiglia e i suoi vicini, Anabel vive da più di sei anni sotto scorta. Dall’agosto del 2014 e all’agosto del 2016, s’è dovuta rifugiare negli Stati Uniti, dove ha potuto vivere coi suoi figli grazie a una borsa di studio del programma di studi in giornalismo dell’Università della California a Berkeley. Ho conversato con lei delle sue scoperte sul caso dei 43 studenti desaparecidos di Ayotzinapa, sulla corruzione delle autorità e il ruolo dell’esercito, sulla situazione dei cartelli del narcotraffico, sul muro di Trump e sulla legalizzazione delle droghe. Questa è la versione integrale dell’intervista di cui alcuni estratti sono usciti su Huffington e su Ctxt. Esce oggi su Carmilla in collaborazione con Frontiere News [Foto “Ayotzinapa” di Diego Simón Sánchez / Cuartoscuro].  Continua a leggere

Gli USA, il Messico e la cattura del Chapo Guzmán

chapo1[di Fabrizio Lorusso – Carmilla on Line] Il capo dei capi dei narcos messicani, Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, è stato arrestato da un gruppo scelto di militari della marina all’alba di sabato 22 febbraio mentre dormiva in un hotel di Mazatlán, località marittima della costa pacifica. L’operazione, realizzata in collaborazione con l’agenzia americana DEA (Drug  Enforcement Administration), è stata pulita, nessun colpo è stato sparato per catturare il re della droga messicano che è a capo dell’organizzazione più potente delle Americhe e probabilmente del mondo, il cartello di Sinaloa o del Pacifico. Ora il boss è rinchiuso nel penitenziario di massima sicurezza di Almoloya de Juárez, a un’ottantina di chilometri da Mexico City. Il potere e la fama del Chapo hanno superato persino quelle del mitico capo colombiano degli anni ottanta, Pablo Escobar, capo del cartello di Medellin ucciso nel 1993, per cui senza dubbio la sua cattura rappresenta un grosso colpo mediatico dall’alto valore simbolico. Ma le questioni aperte sono tante.

Il lavoro d’intelligence per scovare il boss, ricercato numero uno della DEA, è cominciato nell’ottobre 2013, quando le autorità americane e la marina messicana sono venute a sapere che il Chapo s’era stabilito a Culiacán, capitale dello stato nordoccidentale del Sinaloa, ma solo nel febbraio 2014 i rastrellamenti, i sorvolamenti e i controlli si sono intensificati in diverse zone dello stato. Di fatto la stampa speculava sulla possibilità che venisse preso il numero due dell’organizzazione, “El Mayo” Zambada, e non Guzmán. I capi d’accusa contro di lui sono vari: delitti contro la salute e narcotraffico, delinquenza organizzata, evasione (di prigione).

El Chapo era latitante dal 2001, quando scappò, o meglio fu lasciato uscire impunemente, dal penitenziario di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato del Jalisco, in cui faceva la bella vita e controllava tutto e tutti con laute mazzette in dollari americani. Classe 1957 (ma alcune fonti indicano il 1954 come anno di nascita) e originario di Badiraguato, la “Corleone messicana” dello stato di Sinaloa, Joaquín Guzmán comincia a coltivare e trafficare marijuana sin da giovane, quindi negli anni settanta e ottanta si unisce al gruppo fondato dai boss Ernesto Fonseca Carillo “don Neto”, Rafael Caro Quintero e Miguel Ángel Félix Gallardo, el jefe de jefes, cioè il capo del cartello di Guadalajara o Federación. Nel 1989 Gallardo viene arrestato e il suo impero spartito tra alcuni fedelissimi come i fratelli Arellano Félix, che prendono Tijuana, il “Señor de los cielos” Amado Carrillo, che si tiene Ciudad Juárez, e il Chapo che resta nel Sinaloa.

Negli anni novanta, El Chapo sconta una condanna per l’omicidio del cardinale Juan Jesún Posadas Ocampo, commesso a Guadalajara nel 1993, ma la sua “carriera” non può finire in una cella. La versione ufficiale, secondo la quale il boss sarebbe evaso con una mossa astuta, semplicemente nascondendosi in un carrello della lavanderia e facendosi portare fuori, apparve inverosimile fin da principio, ma ebbe il merito di dare inizio alla sua leggenda. Versioni giornalistiche più attente e realiste, come quelle fornite da Anabel Hernandez, autrice de “Los señores del narco”, parlano invece di una totale connivenza delle autorità carcerarie, che erano praticamente sul libro paga di Guzmán, e di possibili implicazioni anche del governo conservatore di Vicente Fox e del suo partito, il PAN (Partido Accion Nacional).

chapo_guzman_detenidoDopo la fuga Guzmán riorganizza gli affari dell’organizzazione criminale, che negli anni settanta e ottanta era nota come La Federación o Cartello di Guadalajara, e la trasforma in una multinazionale della droga, il cartello di Sinaloa o del Pacifico. Introvabile e inarrestabile, El Chapo diventa un fantasma che controlla traffici in tutto il Messico occidentale e centrale, negli Stati Uniti e poi in Europa, grazie ai porti e agli scali sudamericani e africani. Dopo la morte di Bin Laden diventa il ricercato numero uno degli USA, ma il mito del Chapo cresce ancor più quando entra nella lista della rivista Forbes dei 500 uomini più ricchi e influenti della Terra, avendo superato un patrimonio stimato di un miliardo di dollari, condicio sine qua non per figurare nella famosa lista.

Proprio nei due sessenni in cui ha governato il PAN, con Fox e il suo successore Felipe Calderón, il cartello di Sinaloa s’è espanso e s’è stabilito come egemonico a livello nazionale, malgrado le dichiarazioni di guerra che arrivavano da Los Pinos, residenza del presidente messicano. Oggi l’organizzazione di Sinaloa è globale, presente in almeno tre continenti, e rifornisce di cocaina, marijuana e metanfetamine i mercati più grandi del mondo: gli USA e l’Europa, ma anche l’Oceania e l’America del Sud. Inoltre è presente in almeno 54 paesi con imprese legali.

Alcuni quotidiani, un po’ in tutto il mondo, hanno descritto il leader di Sinaloa come il responsabile principale della guerra al narcotraffico e degli oltre 80mila morti e 27mila desaparecidos registrati nel periodo più cruento, corrispondente alla gestione di Calderón (2006-2012). E’ un’operazione mediatica che ingigantisce la portata e le conseguenze dell’arresto e, in qualche modo, cerca di chiudere idealmente un capitolo, quella della narcoguerra, per aprirne un altro, quello dei successi dell’attuale presidente, Enrique Peña Nieto, che secondo il Time sta “salvando il Messico”.

Invece ci sono intere regioni, come Michoacán, fuori controllo e la guerra continua tuttora: i morti legati al conflitto nel 2013 sono stati stimati in circa 17mila. La violenza non può certo essere attribuita a un unico “operatore” o alla spietatezza di una banda. Esistono al contrario molteplici cause e fattori (sociali, storici, economici, politici) che la spiegano, tra i quali bisogna menzionare la strategia di lotta ai narcos adottata da Calderón, e per ora seguita da Peña Nieto, che consiste in una militarizzazione massiccia del territorio, non accompagnata da una politica adeguata contro il malessere sociale ed economico e l’assenza istituzionale che stanno alla base di una tragedia umanitaria senza precedenti nel paese.

Ma queste realtà, “indegne” di un paese “emergente” che sta ripulendo la sua immagine e si presenta come nuovo “global player”, sembrano essere sparite dai mass media, soprattutto fuori dal Messico, grazie a un’offensiva mediatica e diplomatica che vede in prima linea il governo messicano e le sue ambasciate e consolati nel mondo. Insomma non si parla più della narcoguerra, ma solo delle riforme strutturali che, secondo la narrativa ufficiale, in un anno avrebbero modernizzato il paese e attireranno investimenti e prosperità. Intanto le teste mozzate continuano a rotolare per le strade, lasciando dietro di sé strisce di sangue pulite alla meglio da un esercito di spazzini e scribacchini.

Il più grande mercato del mondo, gli Stati Uniti, spartisce 3000 km di frontiera col Messico che è un paese di transito per le droghe sintetiche, come metanfetamine e allucinogeni, e per la cocaina colombiana, peruviana e boliviana. Ma è anche un territorio di produzione di marijuana e papavero da oppio, da cui si ricavano la morfina e l’eroina. Questi “vantaggi competitivi”, la connivenza delle autorità a vari livelli e la storica debolezza istituzionale del Messico hanno da sempre costituito un terreno fertile per la proliferazione delle imprese criminali, foraggiate già negli anni trenta e quaranta del novecento dalla domanda militare statunitense e dalla relativa tolleranza sia dei governi messicani, statali-regionali e nazionali, sia degli USA, bisognosi di sostanze proibite in patria.

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In seguito le pressioni nordamericane contro la produzione e il commercio di stupefacenti si fecero più serie e negli anni settanta e ottanta, in particolare durante le amministrazioni di Ronald “Rambo” Reagan, la “war on drugs” s’affermò come retorica e politica di stato degli Stati Uniti verso l’America Latina, Colombia e paesi andini in testa. Il Messico non era escluso dall’interessamento americano e la DEA è sempre stata presente nel paese.

E così anche la CIA che, per combattere il regime rivoluzionario dei sandinisti in Nicaragua, non esitò a stipulare accordi con Félix Gallardo e la Federación, il progenitore del cartello di Sinaloa, grazie ai quali poteva ricavare dalla vendita della cocaina e della marijuana i fondi necessari per le armi delle Contras, le bande paramilitari e antinsurrezionali che operavano contro il regime nicaraguense partendo dal territorio honduregno. Le ricerche sul coinvolgimento della CIA e della DFS messicana (Dirección Federal de Seguridad, poi trasformata in AFI, Agencia Federal de Investigaciones, e oggi in PM, Policia Ministerial) coi narcos sono state riconfermate dalle rivelazioni, riportate dalla rivista Proceso alla fine del 2013, di ex agenti della DEA che lavoravano in Messico negli anni ottanta e vengono a chiarire almeno un po’ un quadro fosco e inquietante, rappresentato perfettamente dallo scrittore Don Winslow ne “Il potere del cane”: al noto scandalo Iran-Contras si aggiunge quindi quello Narcos-Contras.

L’operazione della marina armata messicana, ma soprattutto il lavoro d’intelligence previo, che ha portato all’arresto del Chapo Guzmán non ha coinvolto integralmente la procura o altri corpi della polizia e dell’esercito per un motivo preciso: la corruzione interna a questi organi e la filtrazione costante di notizie e informazioni riservate che compromettono le investigazioni.

Infatti, aldilà dell’impatto simbolico dell’arresto che probabilmente permetterà a Peña Nieto di prolungare ancora un po’ la sua “luna di miele” con gli elettori, la giornalista Anabel Hernández ha giustamente segnalato come la lotta ai narcos non sia affatto finita e non finirà presto perché il governo non sta toccando il sistema di corruzioni e connivenze che coinvolge politici, giudici, amministratori locali, prelati, burocrati, poliziotti, militari e alte sfere del governo e che ha permesso ai cartelli messicani di diventare quello sono durante decenni.

Inoltre non vengono toccati nemmeno i patrimoni personali dei capi, in Messico e all’estero, e tantomeno le migliaia di imprese legali attribuibili ai leader dell’organizzazione in tutto il mondo. Infine la successione è pronta, come suole accadere. Il cartello era ed è già gestito, in alcune sue diramazioni o “divisioni aziendali”, da diverse figure chiave riconosciute come Ismael “El Mayo” Zambada García e José Esparragoza Moreno, alias El Azul, due membri della vecchia guardia.

L’anno scorso era stata annunciata e celebrata in pompa magna la cattura del capo degli Zetas, il cartello nazionale più importante dopo Sinaloa, ma fondamentalmente le considerazioni e le critiche al trionfalismo andavano nella stessa direzione: continua la corruzione politica, non si attacca il riciclaggio del denaro sporco, né i beni dei boss, e la successione al vertice non sempre è un problema per l’organizzazione. Nel caso degli Zetas un vero e proprio vertice nemmeno esiste, ma si tratta di cellule, reti e alleanze locali collegate tra loro.

In questo senso ignorare le cause strutturali del fenomeno è controproducente così come lo è procrastinare un serio dibattito sulla depenalizzazione e regolazione della produzione, consumo e vendita delle droghe leggere e pesanti. Con l’Uruguay e due stati degli USA, il Colorado e Washington, che hanno legalizzato l’uso ricreativo della marijuana, sarebbe il minimo. Il colpo mediatico di un arresto importante è facile, ma deve essere seguito dall’implementazione di una serie di controlli per riempire i vuoti di potere che in molti stati messicani sono la regola.

chapo-guzman-illustration-story-bodyEdgardo Buscaglia, accademico autore del saggio “Vuoti di potere in Messico”, parla di quattro tipi di controlli che mancano in Messico e senza i quali non è possibile combattere la delinquenza organizzata: giudiziari, patrimoniali, della corruzione e sociali, pensati sia a livello nazionale che internazionale. La costruzione iconica del Chapo Guzmán come “capo dei capi”, sul podio della storia criminale insieme ad Al Capone e Pablo Escobar, si chiude ora con la fine del suo regno, ma non dei suoi affari, e con la richiesta di estradizione che presto arriverà dagli USA. Ma il Messico vuole prima processare il suo capo che, secondo alcuni, potrebbe anche diventare un collaboratore di giustizia e scoperchiare il vaso di Pandora.

L’ex direttore dell’intelligence della DEA, Phil Jordan, sabato scorso sul canale latino statunitense UniVision, ha dato al mondo un assaggio del tipo di rivelazioni che probabilmente un boss mafioso del calibro del Chapo potrebbe fornire in gran quantità. Jordan s’è detto stupito dell’arresto del capo che si sarebbe “lasciato andare”, sicuro di un patto che gli garantiva protezione e che, sorprendentemente, si sarebbe rotto in questi ultimi giorni. Inoltre ha parlato di informazioni d’intelligence che confermerebbero un coinvolgimento diretto del cartello di Sinaloa in politica, di finanziamenti alla campagna elettorale del presidente Peña Nieto, insomma di un’alleanza tra parti del mondo politico messicano e i mafiosi di Sinaloa. Non è un’ipotesi nuova, ma ad ogni conferma, per ogni tassello del puzzle che si incastra, l’idea diventa sempre più realistica e credibile.

La pronta e simultanea smentita della DEA, dell’ambasciata americana e del governo messicano, attraverso il portavoce presidenziale Edoardo Sánchez, non serve a dissipare i sospetti. Evidentemente nessuno dei suddetti ha interesse a che si alzi un polverone politico-giudiziario che potrebbe rivelare al mondo trenta o quarant’anni di losche storie e “collaborazioni” da entrambi i lati della frontiera, oltreché l’ipocrisia di fondo della guerra alle droghe. I soldi in ballo sono troppi. Già ho menzionato le imprese legali, che sono migliaia, controllate dal cartello di Sinaloa in oltre 50 paesi, ma ci sono anche i capitali e gli investimenti finanziari depositati nelle banche americane.

Il 26 febbraio nel programma radio della giornalista Carmen Aristegui su MVS noticias Jordan ha rincarato la dose dicendo che “la verità a volte fa male” e che quando Caro Quintero, boss in prigione da trent’anni, è stato lasciato uscire nel 2013 in seguito all’ordine di un giudice, è sicuro che il PRI (Partido Revolucionario Institucional, al governo) lo sapeva, era ovvio. Per questo, secondo Jordan, “i cartelli hanno dato sempre del denaro ai politici per essere lasciati liberi di trafficare” e in passato il PRI “è sempre stato in buone relazioni coi trafficanti”, come confermato da documenti, testimoni e ricerche negli USA. “Il cartello di Sinaloa non è diverso da altri cartelli e ha messo soldi nella campagna del PRI, non dico direttamente a Peña Nieto”, ha dichiarato l’ex DEA che ha anche ribadito come “la corruzione c’è tanto in Messico come negli USA”.

“Spero che Peña non sia così coinvolto come i presidenti del passato, ma ciò che dico è che in passato il PRI stava nello stesso letto coi cartelli della droga”. Jordan ha fatto alcuni nomi di ex presidenti: Carlos Salinas de Gortari (1988-1994), suo fratello Raul, e Luis Echeverría (1970-1976), ma la lista potrebbe allungarsi. Lo stesso Chapo Guzmán era un sicario al soldo di Caro Quintero e degli altri capi negli anni 80. Quest’ultimo sarebbe stato rilasciato, secondo Jordan, in seguito al versamento di ingenti somme di denaro che avrebbero oliato il sistema politico e giudiziario, siglando un accordo, più o meno esplicito, con il crimine organizzato. Era impossibile, infatti, che Peña Nieto non sapesse che il boss Caro Quintero sarebbe stato rilasciato e non ha fatto nulla per impedirlo. Jordan ha lanciato l’ipotesi secondo cui se Guzmán resta in Messico, potrebbe prima o poi essere rilasciato, o lasciato fuggire, come Quintero. Il governo messicano nega categoricamente e definisce le dichiarazioni dell’americano come delle “sparate” non supportate da prove. Dunque la questione rimane aperta, irrisolta.

In un’intervista al giornalista Julio Schrerer García del 2010 il braccio destro del Chapo, “El Mayo” Zambada, aveva dichiarato: “Si me atrapan o me matan, nada cambia”, “Se mi prendono o mi ammazzano, nulla cambia”. Possiamo credergli.

Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza


I due articoli che presento di seguito sono stati pubblicati con alcune modifiche sul quotidiano L’Unità del 15 e del 19 febbraio scorsi e sono legati da un filo rosso (sangue), la figura del controverso Ministro della Pubblica Sicurezza messicano (SSP=Secretaría de Seguridad Pública) ed ex direttore della Agencia Federal de Investigaciones o AFI (una specie di FBI messicana), Genaro García Luna. I due testi non hanno la pretesa di esaurire i casi e le storie cui sono stati dedicati interi libri e reportage estesi in tutto il mondo. Il primo tratta la fuga dal carcere del narco-boss del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán il più potente e ricco del pianeta, nel 2001 grazie alla connivenza delle autorità. Si danno alcuni spunti utili anche per capire meglio i tragici fatti di questi giorni: la fuga di 30 detenuti, probabilmente appartenenti al cartello di narcos degli Zetas, dalla prigione di Apodaca della città settentrionale di Monterrey resa possibile dalla corruzione dei secondini del reclusorio e dalla mattanza provocata da questi per coprire i fuggiaschi. Risultato: la morte di 44 prigionieri del cartello rivale, quello del Golfo. Per far scappare 30 Zetas, le autorità, i secondini corrotti, la polizia, i narcos provocano una mega rissa che fa morire altri 44 uomini. Donne, famiglie, bambini e amici fuori dal reclusorio chiedono oggi giustizia, informazioni, notizie ma forse non le otterranno mai. Torniamo a Garcia Luna. E’ uno degli artefici della strategia di Felipe Calderón, il presidente, che sostanzialmente consiste nella militarizzazione di mezzo paese e nellaguerra al narcotraffico che, secondo alcune fonti, ha ormai provocato 60mila morti dal 2007 ad oggi. Altri “artefici” della narcoguerra, i ministri degli interni Juan Camilo Mouriño e Francisco Blake Mora, sono deceduti in seguito a due misteriosi incidenti con i loro “elicotteri di Stato” nel 2008 e nel 2011 rispettivamente. Sopra potete vedere la promo-foto de “El Equipo” (La Squadra), una serie TV che è stata commissionata dal Ministero della Sicurezza alla compagnia TeleVisa nel 2010 per ripulire l’immagine della polizia e oliare i meccanismi della propaganda, ma dopo la terza puntata è stata sospesa. Spesso, ed è quanto successo con la francese Florence Cassez (nel secondo articolo), le storie di alcuni casi giudiziari sono così surreali da superare qualunque fiction televisiva.

IL CAPO DEI CAPI

Il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, 54 anni, noto come El Chapo, ha festeggiato in gennaio una ricorrenza speciale, forse più importante del suo compleanno: la fuga dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato settentrionale di Jalisco, avvenuta il 19 gennaio 2001.

In prigione Guzmán godeva di privilegi d’ogni tipo, poteva fare festini con prostitute, droga e bevande alcoliche e integrava generosamente la busta paga dei funzionari del penitenziario con migliaia di dollari. Non fu quindi difficile per lui nascondersi in un carrello della lavanderia ed evadere mentre i dirigenti dell’istituto chiudevano un occhio o due, accecati dalla corruzione e dal potere del boss.

Da quel momento il leader del Cartello di Sinaloa, operante nelle regioni bagnate dal Pacifico messicano, ha conosciuto una vera e propria rinascita e un’enorme espansione dei suoi affari. Sembrava spacciato, imprigionato dal 1993, ma in pochi anni è entrato nella lista delle persone più influenti del pianeta secondo la rivista Forbes che stima la sua fortuna in un miliardo di dollari. La sua organizzazione controlla il 65% del mercato statunitense di cocaina e droghe sintetiche.

Dopo la morte di Bin Laden la DEA, l’agenzia antidroga USA, lo considera il criminale più pericoloso al mondo, più potente del mitico colombiano Pablo Escobar negli anni ottanta, e ha fissato una taglia di 50 milioni di dollari.

In 8 anni di prigione il capo ha tessuto relazioni fondamentali che, una volta tornato in libertà, ha trasformato in alleanze strategiche. E’ riuscito a consolidare una federazione di cartelli della droga con ramificazioni in Colombia, Europa e USA grazie all’associazione con i boss Ismael “El Mayo” Zambada e Juan José Esparragoza, El Azul. La loro influenza s’è estesa nell’ultimo decennio da 5 a 17 stati del Messico e ha superato quella del cartello degli Zetas, formato da ex militari e particolarmente attivo dal Nord-Est del paese al Guatemala.

Il figlio de El Mayo, “Vicentillo”, in carcere in attesa di giudizio per narcotraffico negli Stati Uniti, ha rivelato attraverso i suoi avvocati difensori il patto segreto della DEA, il dipartimento antidroga americano, e il Chapo secondo cui dal 1998 il Cartello di Sinaloa avrebbe goduto di un buon grado d’immunità negli USA in cambio di informazioni sui cartelli rivali.

Dal 2006, ultimo anno di presidenza del conservatore Vicente Fox, l’organizzazione del Chapo s’è consolidata a scapito dei rivali del Cartello di Tijuana, del Golfo e di Ciudad Juárez che, pur non scomparendo, si sono dovuti piegare di fronte alla supremazia della federazione di Sinaloa e all’avanzata di oltre 20.000 soldati messi in campo dal successore e compagno di partito di Fox, l’attuale presidente Felipe Calderón.

Nel contesto attuale della “guerra al narcotraffico”, con l’esplosione della violenza, oltre 50.000 morti in 5 anni e 16.000 desaparecidos, la giornalista messicana Anabel Hernández ha rivelato nelle sue inchieste le complicità tra narcos e politici. Infatti, nonostante gli spot in radio e TV annuncino una “lotta senza distinzioni”, condotta dalle autorità contro i narcos, sono sempre più numerose le voci che, invece, denunciano la relativa “preferenza” governativa per il gruppo del Chapo.

Le reti di connivenza, impunità e corruzione vedrebbero coinvolti direttamente gli alti ranghi della polizia e persino il braccio destro del presidente, il controverso Ministro della Sicurezza Genaro García Luna, indicato come il massimo referente di Joaquín Guzmán e il “Mayo” Zambada nel cuore dello Stato.

In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del luglio prossimo, un’eventuale cattura di Guzmán potrebbe rappresentare l’ultima speranza d’invertire il calo nei consensi del partito di Calderón, Acción Nacional, e di puntellare al fotofinish la sua controversa strategia di sicurezza nazionale.

FLORENCE CASSEZ

Florence Cassez è una cittadina francese, reclusa in una prigione di Città del Messico dal dicembre 2005 e condannata a 60 anni per sequestro di persona. La sua storia è poco nota in Italia, ma da anni polarizza l’opinione pubblica in Francia e in Messico, due paesi che vivono un momento di fortissima tensione diplomatica e politica.

Da entrambe le sponde dell’Atlantico il “caso Cassez” è diventato emblematico per i mass media per cui anche personaggi in vista come Alain Delon e Carla Bruni, politici come il presidente Nicolas Sarkozy e attivisti come la franco-colombiana Ingrid Betancourt la sostengono.

Tutto inizia il 9 dicembre 2005 con un montaggio televisivo. Le due principali reti nazionali, Tv Azteca e TeleVisa, trasmettono in diretta la scena di una cattura: due presunti rapitori della banda “Los Zodiaco” di Città del Messico, sorpresi in una casupola del ranch “Las Chinitas”, sono arrestati da uomini dell’Agenzia Federale per le Indagini o AFI, una specie di FBI messicana, e tre ostaggi sono liberati in diretta.

Florence è ripresa mentre giace a terra, semicoperta da un lenzuolo, e risponde alle domande dei cronisti: “non ne sapevo nulla, non ho niente a che vedere”. Lei e il suo ex ragazzo, il locatario del ranch Israel Vallarta, diventano subito per milioni di telespettatori i responsabili di uno dei crimini più odiati e in crescita nella società messicana: il rapimento.

Sia i media che la polizia, con il suo capo García Luna, oggi Ministro della Sicurezza nel governo del conservatore Felipe Calderón, mettono a segno un colpo propagandistico diventando i “paladini della giustizia”.

Gli ostaggi, Cristina Ríos e suo figlio Christian, sono interrogati subito dopo la liberazione e non rivelano la presenza di una donna tra i criminali. Florence Cassez dichiara di essere stata fermata e rinchiusa in una jeep per quasi 24 ore prima di essere condotta con la forza sul luogo della messinscena. Invece Vallarta è torturato e obbligato a dichiararsi colpevole.

Il terzo ostaggio, Ezequiel Elizalde, rende una testimonianza in cui menziona alcuni tratti riconducibili alla francese, come i capelli o il tono della voce, ma senza riconoscerla. Nei mesi seguenti le incoerenze nelle sue dichiarazioni aumentano facendo pensare a una manipolazione esterna.

Nel febbraio 2006 Florence Cassez riesce a intervenire in un programma TV e dalla prigione grida la sua innocenza spiegando come la sua cattura e la liberazione degli ostaggi siano state parte di un montaggio. García Luna, ospite della trasmissione, è sbeffeggiato in diretta.

A pochi giorni dall’intervento pubblico di Cassez, gli ostaggi vengono richiamati varie volte negli uffici della polizia, poi si trasferiscono negli Stati Uniti e da lì cambiano le loro deposizioni incriminando direttamente la francese.

Solo in base a queste testimonianze nel 2008 Cassez è condannata a 96 anni di prigione e nel 2009 in appello ottiene “uno sconto” a 60. Per puntellare mediaticamente una sentenza discutibile, David Orozco, un altro presunto membro dei Los Zodiaco, accusa Cassez di esserne il capo, ma poi ritratta e si scopre che la polizia l’aveva torturato.

Dopo la sentenza in primo grado Sarkozy, chiamato in causa dalla famiglia Cassez e alcuni media francesi, ha fatto di questo caaso un cavallo di battaglia per conquistare consensi in patria, anche se in terra azteca i suoi interventi hanno provocato tensioni nazionalistiche e scontri diplomatici a ripetizione.

Il processo e le sentenze sono viziate da abusi, montaggi, torture, manipolazioni e falsi clamorosi, ma nulla è stato fatto per correggere la situazione. In quanto rappresentativo di una realtà vissuta da migliaia di messicani in carcere e nei tribunali, il caso Cassez mette in discussione l’intero sistema di giustizia e la strategia di “guerra al narcotraffico” del presidente Calderón che s’è affidato all’esercito e al controverso ministro Garcia Luna, collegato al Cartello di narcos di Sinaloa secondo molte indagini giornalistiche recenti.

Il 2011 doveva essere “l’anno del Messico in Francia”, un’iniziativa ricca di eventi culturali spalmati sui dodici mesi: Sarkozy aveva deciso di dedicarlo alla Cassez innestando la reazione feroce del governo messicano che in marzo ha cancellato tutte le attività previste da lì in avanti.

Cassez è ora in attesa di una sentenza della Corte Suprema che potrebbe liberarla, se si stabilisse la violazione del principio costituzionale del “giusto processo”, oppure confermare la pena detentiva. In questo caso resterebbero solo opzioni politiche o ricorsi internazionali alle Corte de L’Aia e alla Interamericana per i Diritti dell’Uomo.

Per una parte dell’opinione pubblica Florence resta una “spietata rapitrice”. Molti conoscitori del caso, giornalisti e giuristi, invece, la vedono oggi come una vittima della “fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica e politica che muove le trame della giustizia messicana, inefficiente ma sempre bisognosa di capri espiatori e risultati da mostrare in un contesto di insicurezza e impunità generalizzate. [Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Leggi la cronologia completa del caso su Carmilla: Parte I – Parte II

Muore il Ministro degli Interni del Messico in incidente aereo

Città del Messico. Dal giornalaio e fuori dalle drogherie, alla fermata dell’autobus e nei sottopassaggi della metro, le voci sulla strage-incidente circolano furibonde. Basta chiedere, basta ascoltare la strada. Ieri mattina, 11 novembre 2011, alle 11 ora messicana, è stato lanciato un allarme perché l’elicottero dello Stato Maggiore presidenziale su cui viaggiava il Ministro degli Interni, il quarantacinquenne Francisco Blake Mora, non dava più segnali. Era sparito nella zona sud della capitale, tra Tláhuac e Canal de Chalco. Blake Mora aveva in programma la partecipazione a una conferenza di giuristi, magistrati e PM a sud della capitale, nella città di Cuernavaca, stato di Morelos.

Un’ora dopo è arrivata la notizia della morte del ministro e di altre 7 persone a bordo del velivolo. Tra queste c’erano 3 militari della Forza Aerea Messicana, la segretaria di Blake e altri funzionari del Governo di Felipe Calderón, il Presidente del Messico: 8 vittime in totale. Cause dell’incidente: non si sanno. Forse il maltempo, ha detto il Presidente. Sono arrivate le condoglianze di tutte le forze politiche nazionali, dei governatori dei diversi stati messicani e pure di Obama.

Il 4 novembre Blake Mora aveva ricordato su Twitter la scomparsa del suo predecessere, Juan Francisco Mouriño, deceduto anche lui in un incidente aereo mentre sorvolava una zona chic di Mexico City. Le indagini si sono chiuse e pare che la colpa sia stata del pilota. Quasi nessuno ci ha creduto ma è un’altra storia. L’ipotesi che uno dei cartelli del narcotraffico operanti in Messico avesse pianificato un attentato contro il giovane Ministro degli Interni protetto da Calderón s’è fatta comunque strada. Le rivelazioni e le indagini del libro “Los señores del narco” della giornalista Anabel Hernández in qualche modo hanno riaperto la questione sollevando forti dubbi su quel presunto “incidente aereo”. E adesso eccone un altro. Molti leader politici e la portavoce presidenziale hanno invitato a evitare ogni tipo di speculazione mentre le indagini sono cominciate immediatamente. Oltre all’elemento scaramantico e simbolico legato alla data di ieri, a cui subito in tanti hanno pensato, c’è anche il dato oggettivo: l’incidente ha coinvolto un ministro che, come Mouriño prima di lui, era uno dei candidati favoriti del Presidente Calderón all’interno del PAN (Partido Acción Nacional) per presentarsi alle elezioni del luglio 2012.

Il risveglio del Messico contro la violenza

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L’Unità del 2 novembre 2011] Lo studio reso noto il 27 ottobre nell’ambito della Dichiarazione di Ginevra, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu sul problema della violenza, conferma che la maggior parte degli omicidi nel mondo sono imputabili alla criminalità e avvengono in paesi che non sono formalmente in guerra. Dal 2007 la lotta al crimine organizzato in Messico si basa sulla militarizzazione del territorio e ha prodotto un inasprimento dello scontro tra i cartelli della droga. Tra gli “effetti collaterali” della strategia del Presidente Felipe Calderón ci sono 50.000 morti e 16.000 desaparecidos in 5 anni e un tasso d’impunità dei delitti del 97%.

Il Messico, però, non rimane a guardare. 7 mesi fa in un sobborgo di Cuernavaca, 90 km a sud di Città del Messico, sono stati trovati in un’auto i corpi senza vita di 6 uomini e una donna, assassinati dai narcos del cartello del Pacífico Sur. Tra questi c’era il ventiquattrenne Juan Sicilia, figlio del poeta e giornalista messicano Javier Sicilia (Link a intervista completa).

Lo scoppio del caso sui media messicani e la reazione solidale di migliaia di persone, stanche della violenza imperante nel paese, hanno fatto sì che in poche settimane il poeta diventasse il portavoce delle “vittime invisibili” della guerra al narcotraffico.

Per reagire di fronte a questa situazione drammatica in aprile nasce il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che, spiega Sicilia, “ha saputo dare visibilità alle vittime e creare una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che non siamo statistiche ma esseri umani”. Ciononostante “abbiamo uno Stato fratturato e cooptato, in cui una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”, continua il poeta.

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che, secondo la ricerca svizzera, è la città più violenta del mondo con 170 omicidi per 100.000 abitanti. La condanna di Sicilia è perentoria: “è irresponsabile che USA e Messico lascino così la situazione: con il commercio di armi e il consumo di droghe in aumento, gli affari alla frontiera continuano e proliferano imprese che riciclano il denaro dei narcos”.

I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. “Abbiamo un compromesso etico che mira a riempire di contenuti una politica che di etica non sa parlare”, dice lo scrittore in riferimento ai principali partiti.

In giugno la pressione delle piazze spinge il Presidente Calderón a intavolare un dialogo sulle proposte del Movimento, centrate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti. Infatti, afferma Sicilia, “una parte della delinquenza sta negli apparati, nei partiti, nella polizia e nell’esercito”. L’idea di ripartire dal tessuto sociale nei quartieri e nelle città è, nelle parole dello scrittore, “affine all’esperienza delle comunità rurali zapatiste, i caracoles, che nello stato meridionale del Chiapas sono un grande esempio di autonomia e protezione della popolazione”.

Il 14 ottobre, durante il secondo e, probabilmente, l’ultimo incontro con il Presidente, “forse s’è visto uno spiraglio di luce e comprensione in lui” anche se, ammette Sicilia, “non siamo riusciti a convincerlo della necessità di una Legge sulla Sicurezza più umana e civile, orientata alla pace e non alla militarizzazione”. Per ora, quindi, la strategia non cambia. Mentre Sicilia era a Washington per parlare al Congresso americano e alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, nelle festività dell’1 e 2 novembre, decine di cortei organizzati dal Movimento, armati di ceri e candele, hanno sfilato in varie città del Messico e del mondo in memoria dei morti e i desaparecidos della guerra al narcotraffico.

Il Movimento per la Pace in Messico: dialogo con Javier Sicilia

Riporto l’intervista che ho realizzato lo scorso 25 ottobre a Città del Messico con il poeta e giornalista messicano Javier Sicilia. Javier negli ultimi mesi è diventato un punto di riferimento per tutte le persone e le organizzazioni che s’oppongono alla strategia di militarizzazione della lotta contro i cartelli del narcotraffico promossa dal Presidente Felipe Calderón dal 2007. Manca un anno alla fine del suo governo e il bilancio delle vittime in 5 anni di guerra è drammatico: tra i 45mila e i 50mila morti legati al conflitto,16mila desaparecidos, 230mila “trasferimenti forzati” di persone da una città a un’altra per motivi di sicurezza. Il 28 marzo scorso, dopo l’omicidio di suo figlio Juan Francisco, il poeta Sicilia ha cominciato una ribellione pacifica che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, vittime e gruppi della società civile che erano rimasti in silenzio oppure non avevano trovato spazi per esprimere la loro rabbia. Fino ad allora non s’erano potute denunciare pubblicamente con tanto furor di popolo e presenza mediatica la corruzione politica, la connivenza di certe autorità a vari livelli di governo e, infine, la sofferenza delle vittime “invisibili” della violenza. Con un tasso d’impunità dei delitti al 97-98%, c’è poco da stare tranquilli e molto da reclamare. [Foto di Javier Sicilia, di Zoe Vincenti]

L’8 maggio un’imponente manifestazione a Città del Messico si conclude con un comizio di numerose associazioni di vittime della violenza e rappresentanti della società civile e il 10 giugno la prima carovana del Movimento punta a Nord e arriva a Ciudad Juárez che è la città più violenta del mondo con 170 omicidi ogni 100.000 abitanti (la media nazionale messicana è di 18). [Link cronologia]
I loghi contro la violenza con la frase “basta sangue”, che un gruppo di vignettisti messicani aveva diffuso per mesi sui social network e nelle strade di mezzo Messico, sono stati subito affiancati dalla frase rabbiosa indirizzata da Javier Sicilia alla classe politica: “estamos hasta la madre”, ne abbiamo pieni i coglioni. Così è nato (e cresciuto) il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità che s’è dovuto scontrare per ben due volte con l’opacità e la mentalità istituzionale durante i dialoghi tenutisi nel Castello di Chapultepec, a Città del Messico, in cui le vittime e i portavoce del Movimento si sono riuniti, il 23 giugno e il 14 ottobre scorsi, con il Presidente e alcuni ministri per discutere le 6 proposte del Movimento per pacificare il paese basate sulla ricostruzione del tessuto sociale, l’approvazione di norme per proteggere le vittime e la creazione di una Commissione per la Verità che chiarisca le responsabilità, anche politiche, di tanti crimini irrisolti.

– Possiamo fare un bilancio del Movimento? Quali sono i vostri risultati e i punti in sospeso?
– Il risultato principale è fondamentalmente la visibilità che s’è data alle vittime e la creazione di una coscienza negli organi dello Stato sul fatto che le vittime non sono cifre, statistiche o perdite “collaterali” ma esseri umani, con un nome e un cognome, sono famiglie spezzate e dolore per cui è necessario fare giustizia. Una risposta governativa è stata la creazione di una Procura speciale per le vittime, la Pro-Vittime, che ha serie difficoltà e speriamo si possano correggere, oltre a una Legge sulle Vittime che, sembra, vada abbastanza bene, sempre che non decidano di limarla in Parlamento e snaturarla come a volte succede in questo paese. Questi sono i grandi successi del Movimento. Tra le sconfitte o i punti in sospeso, direi che non siamo riusciti a convincere il Presidente Calderón e le Camere della necessità di fare una Legge sulla Sicurezza Nazionale con un approccio umano, cittadino, cioè orientato alla pace e non alla militarizzazione, all’autoritarismo e alla violenza. Credo che su questo non siamo riusciti a sensibilizzarli, né a far sentire le proposte che abbiamo e ce n’è un gran bisogno, altrimenti la nuova Procura si tradurrà semplicemente in un cumulo di orrori.

– Che n’è stato della Commissione della Verità che era una delle 6 richieste del Movimento nella prima carovana, da Cuernavaca a Ciudad Juárez, che ha riunito decine di migliaia di persone a Città del Messico l’8 maggio scorso?
– La Commissione della Verità è senza dubbio necessaria perché in uno Stato fratturato, che è anche cooptato, nel senso che una parte della delinquenza sta negli organi di governo e nei partiti, ai vari livelli, e in settori delle procure, dell’esercito, della marina e della polizia, c’è bisogno di chiarire quali vittime dipendono da chi, no? Evidentemente la maggior parte della gente pensa che siano del crimine organizzato, ma il crimine lo ritroviamo anche nel sistema con tanto di tutele legali. Quindi stabilire le responsabilità è importante tramite una Commissione che appuri la verità di questa guerra, arrivando alla riconciliazione e alla pace. Solo con un organo di questo tipo si può dominare questa verità. Ciononostante c’è una reazione negativa del Governo contro queste commissioni e non ne sappiamo il perché. Se veramente stiamo cercando la pace e la giustizia contro l’impunità umiliante in questo paese, allora dobbiamo convincerli di questa necessità.
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– Il Presidente ha giustificato il rifiuto di creare una Commissione della Verità dicendo che è un organo tipico delle dittature militari e dei regimi autoritari. La sua istituzione non equivale a mettere discussione tutta la strategia militare di lotta al narcotraffico realizzata fino ad ora?
– Sì, ma si dovrebbero istituire anche in Stati fratturati come il Messico. Sono d’accordo, di solito si creano dopo governi altamente autoritari o militarizzati, ma in uno Stato allo sbando come il nostro è necessario. E questo non lo capisce, il problema del Presidente è che vede in bianco e nero, vede che i delinquenti sono fuori, lo Stato è solido e “i buoni” sono lì, mentre non s’è accorto della sporcizia di casa, delle fratture di questo Stato che esigono una Commissione della Verità.

– Il 23 giugno avete avuto il primo incontro con Calderón nel Castello di Chapultepec, il 14 ottobre il secondo, che conclusioni possiamo tirare? Ce ne saranno altri?
– Vedremo, non credo comunque. Siamo alla fine di un primo ciclo che s’è aperto il 23 giugno e s’è chiuso in ottobre. Credo che verso la fine del dialogo, quando ha parlato Clara Jusidman del tessuto sociale, il Presidente abbia compreso una cosa per noi fondamentale sulla legge e sulla strategia per la sicurezza, cioè che bisogna privilegiare la ricostruzione del tessuto sociale con la gente, non a partire dalle istituzioni, come si pretende di fare sul tema sicurezza, per cui si comprano infrastrutture acriticamente, senza sapere se ce n’è davvero bisogno e in che modo, senza consultare i cittadini, i quartieri e le comunità. È successa la stessa cosa con l’esercizio della violenza, una violenza dello Stato che protegge le istituzioni ma non la gente. Quindi penso che il Presidente ha intravisto uno spiraglio di luce su questo punto, non ci aveva pensato in questo modo. Credo che, se capiamo ed eleviamo a priorità il tessuto sociale e la sicurezza cittadina, possiamo incamminarci verso una strategia di sicurezza più umana, per la quale stiamo lottando anche noi, mentre rifiutiamo una Legge fondata sulla violenza come reazione alla delinquenza che protegge solo le istituzioni.

– Il vostro sarebbe un approccio molto più ampio per affrontare il problema della violenza.
– È così, è la strada giusta e alla fine del dialogo pare che qualcosa si sia mosso, spero che il Presidente ci pensi sopra e che possiamo riprendere la conversazione per andare in quella direzione, insieme.

– Como ha influito e che funzione ha avuto la presenza nei dialoghi di Chapultepec di altri invitati, in rappresentanza di gruppi di vittime della delinquenza, como Alejandro Martí di “Messico SOS”, Isabel Miranda de Wallace di “Stop al sequestro” e María Elena Morera di “Messico contro la delinquenza”? 
– Dunque. Hanno avuto una funzione importante per ciò che hanno realizzato con le loro organizzazioni rispetto alle loro priorità specifiche che s’uniscono anche alle domande del Movimento. Tanto le signore Wallace e Morera come il signor Martí sono victime e stanno cercando di loteare per costruire uno stato di giustizia per le victime e la sicurezza cittadina, come noi d’altronde. Ci sono differenze, ma in sostanza siamo d’accordo che sia stata importante la loro partecipazione.

– Quali sono le principali divergenze strategiche o prospettiche rispetto a loro?
– Penso che loro seguano maggiormente la linea del Governo secondo cui l’unico modo di uscire dal problema è preparare dei buoni corpi di polizia. Siamo d’accordo ma lo vediamo da un altro punto di vista, altrimenti si scade nella parzialità. Noi spingiamo perché la Legge sulla sicurezza sia molto più sociale e ampia, che punti alla pace e rompa il gap crescente tra lo Stato e i cittadini. Soprattutto in questo stanno le differenze di vedute che sono relative alla profondità dinnanzi al problema dell’insicurezza, della giustizia e dei modi per affrontarlo.

– Nel 2012 ci saranno le elezioni, tra gli altri, del Presidente e del Parlamento, come influisce la vicinanza di questo appuntamento sulle risposte che ottiene il Movimento?
– Beh, credo che nel discorso di alcuni funzionari ci sia stato un certo cambiamento, cominciano a vedere qualcosa dell’emergenza nazionale e la necessità di cercare una soluzione più profonda, ma l’influenza reale è ancora molto tenue e penso che i partiti continuino a restare ciechi di fronte alla problematica e privi di proposte.

– Quindi non c’è nessuna forza politica che sta proponendo una strategia per lo meno affine a quella del Movimento?
– No, perché mi pare che non si siano resi conto dell’emergenza nazionale, è un fatto grave. Chiunque vincerà, nelle condizioni in cui è il paese, l’unica cosa che farà sarà acutizzare la disgrazia e amministrarla. Le coalizioni politiche non hanno intenzione di partire da questo problema che vive la nazione e avanzare proposte per un’agenda d’unità nazionale di conseguenza. Questo ci parla della cecità e della problematica che ci attenderà in campagna elettorale. Un paese senza pace perde la sua democrazia. Un paese così balcanizzato dal crimine organizzaro e con uno Stato così fratturato, senza una proposta di rinascita cadrà sempre più in disgrazia.

– Lei ha avuto un incontro con Andrés Manuel López Obrador, leader del Movimento di Rinnovamento Nazionale (MORENA) ed ex candidato presidenziale del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) nel 2006. Le è stato proposto di ricoprire un incarico da parlamentare. Che impressione ha avuto? (vedi nota a piè di pagina)
– Credono che l’arrivo di López Obrador al potere possa risolvere il problema, ma nemmeno lui lo comprende fino in fondo. Sostengono una logica per cui sembra che il presidente sia ancora onnipotente e possa trasformare e unificare il paese. Non colgono il punto della questione, non è più così: c’è stata una transizione democratica e, inoltre, i governatori in ogni regione sembrano dei sovrani e non li controllano neanche i loro partiti. Quindi non si ha una visione d’insieme e si crede che si tratti semplicemente d’una questione di “avvicendamento” al potere, di cambiamento nella politica sociale, mentre questa è solo una componente e il problema è più profondo. Non lo vedono. È una miopia storica.

– Come affrontare questo problema legato alla visione della classe politica?
– Non lo so, credo che hanno dei patti, tra di loro, nei partiti. Nella sua visita negli USA il Presidente ha parlato con forza dei nessi di certi membri del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) con il narcotraffico ed è una realtà, ma è parziale. Infatti ne hanno anche quelli del Partido Azione Nazionale (PAN) e del PRD. Finché non ci sarà la volontà d’imporre castighi ai funzionari e ai membri dei partiti corrotti, sarà molto difficile capire il problema e ricostruire lo Stato.

– Che cosa resta, dunque, alla gente e al Movimento? 
– Fare molta pressione per la trasformazione dello Stato e dei partiti affinché ripuliscano le loro file e si rafforzino. D’altro canto bisogna lavorare alla base per comporre il tessuto sociale, tra di noi, e associarsi come gruppi di vicini nei quartieri, fare assemblee di tipo “costituente” o “ricostituente” a un livello micro per proteggerci e creare un tessuto sociale e umano che ci permetta almeno una tutela.
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– Per far sì che il potere o la politica favoriscano, o almeno non ostacolino, questi processi, avete pensato ad alcuna forma di coinvolgimento diretto in politica?
– No, non nel senso tradizionale con cui intendiamo la partecipazione e i partiti. Puntiamo di più alla vita cittadina, alla vita della polis come cittadini. Personalmente sono critico delle istituzioni e delle strutture burocratiche, anche se c’è gente che può seguire quella strada ed è comunque importante perché bisogna rinnovare lo Stato. In generale non ci sono candidati dentro il Movimento per le elezioni del 2012 e se qualcuno si candida, lo farà in modo indipendente.

– C’è una vicinanza tra la sua posizione e quella della Otra Campaña, del Subcomandante Marcos e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che tra il 2001 e il 2006 hanno smesso di considerare i partiti politici e il sistema in generale come legittimi interlocutori?
– Sì, credo ci sia una forte convergenza su certe critiche e posizioni degli zapatisti, più che della Otra Campaña. Credo che in certe zone rurali e nei paesini gli zapatisti siano un grande esempio di come formare un tessuto sociale e proteggere la vita umana con la sua storia, che è l’essenza di quei popoli. Bisognerebbe pensare a come farlo in altri contesti come le città e i quartieri.

– Si potrebbe pensare a delle comunità autonome (o Municipi autonomi), sul modello deicaracoles zapatisti del Chiapas, anche nelle città?
– Sì, sarebbe un fenomeno interessante. Evidentemente è qualcosa in fase di gestazione. Lo Stato-nazione, com’era concepito storicamente, è in crisi non solo in Messico ma nel mondo intero. Ormai non funziona più e, dunque, di fronte allo sconquassamento dello Stato e del modello economico questi movimenti fanno emergere il nuovo. Le costruzioni storiche in crisi, decrepite, stanno degenerando mentre sorge qualcosa di nuovo come i movimenti nei quartieri, lo stesso zapatismo o anche gli indignati che sono stati una novità rispetto all’inerzia di uno Stato che, almeno in questo paese, non fa più neanche il minimo indispensabile: garantire la sicurezza.

– Sia in Messico che all’estero fa comodo mantenere lo status quo per quanto riguarda la violenza e il narcotraffico?
– Sì, certo, sono affari grossi. La corruzione nel modello economico e di vita impone di desiderare sempre di più. A molta gente conviene mantenere una situazione di questo tipo perché non pensano al bene comune e all’essere umano ma solo al proprio tornaconto o a interessi di gruppuscoli che purtroppo fanno enormi danni al paese. La delinquenza è parte di questo.

– Violenza e narcotraffico. Che responsabilità ha il Messico? E gli USA
L’interesse statunitense viene a galla se consideriamo il commercio di armi e il consumo di droghe che non si riducono mai. Inoltre né gli USA né il Messico stanno attaccando la fonte primaria che sostiene i criminali, cioè la finanza, visto che proliferano imprese e banche dedicate al riciclaggio di denaro. Non lo combattono, però provocano una guerra tremenda in nome del mercato per cui corrono soldi da entrambi i lati della frontiera e il consumo di droga non diminuisce. Ora abbiamo solo morte e paura. È irresponsabile da parte dei vicini statunitensi e del Messico lasciare che resti così la situazione.

– Cosa farà in futuro il Movimento per la Pace?
– Non lo sappiamo ancora. Personalmente non sono un uomo di prospettive, nel senso che cerco di vivere la mia giornata e lo faccio pienamente. Insieme cerchiamo di mantenerci in un’etica che ci permetta di segnalare e riempire di contenuti una politica cui questa etica è sconosciuta. In genere agiamo sotto la bandiera della non violenza, inventandoci ogni giorno. Perciò non abbiamo ora un’agenda di lungo periodo, ma sappiamo qual è la linea che dovremo seguire. Per le festività dei morti c’è una manifestazione, una veglia per i nostri cari scomparsi in tutte le piazze del paese. Avremo altri appuntamenti con il potere giudiziario e legislativo per seguire gli impegni presi e saremo a Los Angeles e a Washington fino al 7 novembre per esporre il problema della violenza, senza risparmiare la parte statunitense delle responsabilità, di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti Umani, al Congresso e ad alcune ONG come il Woodrow Wilson Center e WOLA.

[NOTA. I partiti principali del Messico sono 3: PRD, a sinistra; PRI, centro, trasformista, ex partito di regime; PAN, a destra. López Obrador era il candidato alle presidenziali del 2006 per il PRD e ha denunciato brogli, manifestando per mesi e bloccando la capitale insieme a migliaia di sostenitori, per cui Calderón sarebbe un presidente “spurio” o illegittimo. Questa scarsa legittimazione popolare, la vittoria per un pugno di voti nel 2006 e le accuse di Obrador e di una parte degli elettori sono stati alcuni tra i fattori che hanno spinto Calderón a ricercare legittimità attraverso la cosiddetta guerra al narcotraffico che tanti danni sta casuando alla società messicana e all’immagine del paese]     Di Fabrizio Lorusso da CarmillaOnLine

Appello contro il licenziamento della giornalista messicana Carmen Aristegui

SOPRA: il video del programma radiofonico di Carmen Aristegui, una delle più note giornaliste messicane che lavora in radio e in Tv (Cnn in spagnolo), che sembra aver provocato la reazione dell’azienda che ha sospeso il programma accusandola di aver violato il “codice etico” dell’impresa. La giornalista ha riportato e commentato alcune voci sui presunti problemi di alcolismo del Presidente della Repubblica Felipe Calderòn in seguito alle polemiche scoppiate per una una singolare protesta in parlamento. I rappresentanti del PT, Partito del Lavoro, avevano infatti esposto uno striscione che diceva: “Faresti condurre la tua auto da un ubriaco? No, vero? E allora perché lasci che conduca il tuo paese.
Riporto sotto in spagnolo il comunicato dell’Associazione Messicana per il Diritto all’Informazione che denuncia un grave abuso contro la libertà d’espressione:
….
Llamado público ante la suspensión del programa radiofónico de la periodista Carmen Aristegui

La salida de la periodista Carmen Aristegui de MVS Radio es una pésima noticia para la sociedad mexicana. La voz crítica que Carmen Aristegui ha construido a lo largo de una sólida carrera profesional se ha convertido en una de las más relevantes en la vida pública mexicana. La decisión que cancela ese espacio radiofónico es desafortunada para todos. Pierde la empresa MVS, cuya independencia editorial queda en cuestión debido a la supresión de ese espacio crítico. Pierden la periodista y su amplia audiencia. Pierde la Presidencia de la República, de donde surgieron las exigencias para que Carmen Aristegui se disculpara por un comentario que hizo el viernes 4 de febrero.

MVS ha manifestado que la periodista transgredió el “código ético” de dicha empresa. Sin embargo ese código no es conocido por los radioescuchas. De existir, se trata de un código de eficacia endeble porque se ha mantenido en secreto. En todo caso, los instrumentos éticos no sirven para motivar disculpas sino para evitar errores en el manejo de la información. Si la periodista difundió una información errónea, la persona o la institución afectadas podrían haber solicitado una rectificación. Si se trata de una opinión personal, tiene derecho a difundirla aunque fuese equivocada.

La opinión que Carmen Aristegui dio a conocer acerca de la salud del presidente de la República no estaba sustentada en hechos sino en apreciaciones subjetivas –a partir de una fuente de muy cuestionada verosimilitud–. Puede ser una opinión debatible, pero fue manifestada en ejercicio de la libertad de expresión.

La Presidencia de la República tenía derecho a difundir una aclaración. Pero ni el gobierno, ni la empresa, lo tenían para obligar a la periodista a ofrecer una disculpa. Al preferir la vía de las presiones privadas, en vez de las aclaraciones públicas, el gobierno reedita los peores tiempos de las relaciones autoritarias entre el poder político y los medios de radiodifusión. Exigimos a la Presidencia de la República que, con hechos y específicamente en este caso, garantice el derecho a la libertad de expresión así como el derecho de los ciudadanos a la información.

En tanto los costos de esa medida son muy altos para la empresa, la periodista y la sociedad mexicana, quienes se beneficien de ella serán los intereses que suelen ser exhibidos por Carmen Aristegui. Dicho saldo, nos permite hacer un llamado público a MVS para que reconsidere la cancelación del programa de Carmen Aristegui y a la periodista y a su equipo de trabajo para que estén dispuestos a una solución que, sin demérito de sus convicciones profesionales, propicien la permanencia del espacio que han ocupado con tanto provecho para sus radioescuchas.

México D.F., lunes 7 de febrero de 2011

Asociación Mexicana de Derecho a la Información

Por el Consejo Directivo: Raúl Trejo Delarbre, presidente

 

Aggressioni ai giornalisti in Messico: denuncia di Laura Castellanos

In un paese come il Messico dove svolgere la professione del giornalista è un pericolo concreto e costante (il paese è da anni ai primi posti per gli omicidi e gli abusi commessi contro i giornalisti tanto che solo l’Iraq riesce a superarlo in questa speciale classifica) ci arriva la notizia e la denuncia riguardante Laura Castellanos, nota giornalista messicana che ha recentemente subito atti di aggressione che riporta nella sua lettera al giornale nazionale La Jornada. Speriamo che la diffusione in più paesi e in più lingue del comunicato possa aiutarla a sentirsi meno sola e in qualche modo a renderla meno vulnerabile alla viltà degli anonimi aggressori.

Lettera di denuncia a LA JORNADA:


Sono una giornalista indipendente, autrice del libro Messico armato (1943-1981) e Corte de caja (in italiano Punto e a capo), intervista con il subcomandante Marcos e scrivo per la rivista Gatopardo. Ricorro a questo spazio per denunciare l’intimidazione crescente nei confronti dell’esercizio della mia professione di giornalista, orientato soprattutto ai movimenti radicali e guerriglieri. Sono stata vittima di controlli, intercettazioni telefoniche e su Internet e nei giorni scorsi, approfittando della mia assenza per un viaggio di promozione della mia opera, sono entrati a casa mia passando dal balcone.

Non è stato un atto di delinquenza comune dato che non hanno portato via niente di valore. Sono entrati nel bagno e hanno defecato e orinato oltre ad aver utilizzato i miei oggetti personali. Hanno lasciato aperta la finestra del bagno e del balcone affinché si otasse che ci erano passati. L’unica cosa che hanno rubato è il libretto da reporter che avevo affianco al PC. Il giorno dopo un uomo in bicicletta con aspetto da militare ronzava intorno al mio palazzo e, dopo essere stato scoperto, ha nascosto il suo volto.

Gli atti di controllo nei confronti della mia persona e domicilio sono evidenti. Sporgerò denuncia presso la Procura Speciale per la Difesa dei Delitti contro i Giornalisti della Procura Generale della Repubblica. Non perché credo nella sua giustizia, ma affinché il mio nome resti per i posteri negli archivi del’infamia. Faccio responsabile il Governo del presidente Felipe Calderon di qualunque atto contro la mia integrità e quella della mia famiglia. Non getto la spugna.


Laura Castellanos

IN SPAGNOLO:

(Carta en La Jornada en español y en inglés)

Van saludos y agradecimientos por sus muestras de solidaridad. A continuación les hago llegar la carta que hoy publico en el correo ilustrado de La Jornada (29 de mayo de 2010) para denunciar las acciones de acoso en mi contra. Les agradeceré puedan circularla, y a mis colegas, difundirla. Gracias, Laura.

Greetings and my gratitude for the expressed solidarity and support. Please find following these lines the letter published today in the “correo ilustrado” of La Jornada to denounce the intimidation acts that I have been subject to.  I will appreciate all the help to circulate it and to my colleagues if they are willing to reproduce it.   Nota: agradezco la traducción al inglés de Bruno Renero-Hannan

Periodista denuncia hostigamiento
Soy periodista independiente, autora del libro México armado (1943-1981) y Corte de caja, entrevista con el subcomandante Marcos, y escribo en la revista Gatopardo. Recurro a este espacio para denunciar la intimidación creciente sobre mi ejercicio periodístico, enfocado particularmente en movimientos radicales y guerrilleros. He sido víctima de vigilancia, intervención telefónica y cibernética, y en días pasados, aprovechando mi ausencia por un viaje de promoción de mi obra, ingresaron a mi departamento por el balcón. No fue un acto de delincuencia común, pues no sustrajeron nada de valor. Se dirigieron al baño y defecaron y orinaron, además de que manipularon mis objetos de uso personal. Dejaron abierta la ventana del baño y del balcón para que fuera ostensible su paso. Lo único que sustrajeron fue la libreta de reportera que tenía al lado de la computadora. Al día siguiente un hombre en bicicleta con apariencia castrense rondó mi edificio, y al ser descubierto ocultó su rostro.
Los actos de vigilancia hacia mi persona y domicilio fueron evidentes. Interpondré una denuncia en la Fiscalía Especial para la Atención de Delitos contra Periodistas de la PGR. No porque crea en su justicia, sino para que mi nombre quede para la posteridad, en los archivos de la ignominia. Artículo 19 afirma que 65 por ciento de las agresiones a periodistas de México en 2009 fueron perpetradas por el Estado. Hago responsable de cualquier acto contra mi integridad y la de mi familia al gobierno de Felipe Calderón. Sigo con la pluma en la mano.

IN INGLESE:

Journalist Denounces Harassment

I am a freelance journalist, author of two books-México armado (1943-1981) and Corte de caja, an interview with Subcomandante Marcos-and I write for the magazine Gatopardo. I am resorting to this channel in order to denounce the increasing use of intimidation being targeted against my journalistic work, which focuses primarily on radical political movements and guerrillas.

I have become the victim of illegal surveillance and interference with my telephone and e-mail; and in recent days, while I was traveling abroad to promote my latest book, intruders broke into my apartment through the balcony. However, this was not a common burglary for the assailants did not steal any objects of value. T

hey went into the bathroom where they defecated and urinated, as well as rummaged through my personal items. They left the bathroom window and balcony open so as to leave visible traces of their presence. The only object that they stole was my reporter’s notepad, which was next to the computer. The following day I noticed a man with a military semblance prowling around my building on a bicycle, and upon being discovered the man hid his face.
The surveillance activities directed against me and my home were evident. I will present a formal complaint before the Special Prosecutor’s Office for Crimes against Journalists (Fiscalía Especial para la Atención de Delitos contra Periodistas) of the Attorney General’s Office (PGR). Not because I hold any faith in its justice, but in order for my name to be recorded for posterity, in the archives of ignominy. Article 19 affirms that in 2009 sixty-five percent of all attacks against journalists in Mexico were committed by the State. I hereby hold the government of Felipe Calderón responsible for any actions taken against my physical integrity or that of my family. I remain with pen in hand.

Laura Castellanos