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Muore il Ministro degli Interni del Messico in incidente aereo

Città del Messico. Dal giornalaio e fuori dalle drogherie, alla fermata dell’autobus e nei sottopassaggi della metro, le voci sulla strage-incidente circolano furibonde. Basta chiedere, basta ascoltare la strada. Ieri mattina, 11 novembre 2011, alle 11 ora messicana, è stato lanciato un allarme perché l’elicottero dello Stato Maggiore presidenziale su cui viaggiava il Ministro degli Interni, il quarantacinquenne Francisco Blake Mora, non dava più segnali. Era sparito nella zona sud della capitale, tra Tláhuac e Canal de Chalco. Blake Mora aveva in programma la partecipazione a una conferenza di giuristi, magistrati e PM a sud della capitale, nella città di Cuernavaca, stato di Morelos.

Un’ora dopo è arrivata la notizia della morte del ministro e di altre 7 persone a bordo del velivolo. Tra queste c’erano 3 militari della Forza Aerea Messicana, la segretaria di Blake e altri funzionari del Governo di Felipe Calderón, il Presidente del Messico: 8 vittime in totale. Cause dell’incidente: non si sanno. Forse il maltempo, ha detto il Presidente. Sono arrivate le condoglianze di tutte le forze politiche nazionali, dei governatori dei diversi stati messicani e pure di Obama.

Il 4 novembre Blake Mora aveva ricordato su Twitter la scomparsa del suo predecessere, Juan Francisco Mouriño, deceduto anche lui in un incidente aereo mentre sorvolava una zona chic di Mexico City. Le indagini si sono chiuse e pare che la colpa sia stata del pilota. Quasi nessuno ci ha creduto ma è un’altra storia. L’ipotesi che uno dei cartelli del narcotraffico operanti in Messico avesse pianificato un attentato contro il giovane Ministro degli Interni protetto da Calderón s’è fatta comunque strada. Le rivelazioni e le indagini del libro “Los señores del narco” della giornalista Anabel Hernández in qualche modo hanno riaperto la questione sollevando forti dubbi su quel presunto “incidente aereo”. E adesso eccone un altro. Molti leader politici e la portavoce presidenziale hanno invitato a evitare ogni tipo di speculazione mentre le indagini sono cominciate immediatamente. Oltre all’elemento scaramantico e simbolico legato alla data di ieri, a cui subito in tanti hanno pensato, c’è anche il dato oggettivo: l’incidente ha coinvolto un ministro che, come Mouriño prima di lui, era uno dei candidati favoriti del Presidente Calderón all’interno del PAN (Partido Acción Nacional) per presentarsi alle elezioni del luglio 2012.

Matteo Dean, está presente

Matteo(Small).JPGNel pomeriggio dell’11 giugno abbiamo perso un amico vero. Penso che qualunque cosa possa scrivere oggi non sia adeguata né completa ma ci provo senza troppe pretese. Matteo Dean, Migrante. Giornalista. Professore di Linguacultura Italiana. Què màs? Luchador Social. Attivista. Le liste sono comunque inutili, insufficienti. Per molti di noi il Messico è qualcosa di strano, surreale, improbabile, piacevolmente pericoloso, un posto in cui perdersi e riscoprirsi. Ma è anche violenza e morte, è rottura dell’incanto e caduta libera nel vuoto quando meno te l’aspetti. Le lezioni d’italiano, il lavoro, il sole forte, una mattina, i pettegolezzi, gli sguardi, le donne, gli uomini, il caffè, l’accento di Trieste, il milanese, il romano, cose semplici. Ma anche il caso e l’inspiegabile.
Come un pranzo alle 4 o alle 5 del pomeriggio, sempre tardi visto che qui l’orario non importa. Matteo stava arrivando da lontano, con la moto, per essere dei nostri. Una pasta un po’ scotta e un mezcal per buttarla giù. Meglio di niente.
I corsi del sabato all’Istituto Italiano di Cultura sono di 5 ore filate e lasciano studenti e professori affamatissimi e stanchi. Questo semestre io non faccio corsi il sabato ma l’11 ho sostituito Matteo che era impegnato all’incontro degli italianisti a Toluca. Se dalla zona di Coyoacan vai a nord e poi a ovest, scali due montagne e superi decine di asettici grattacieli, dopo 25 chilometri arrivi al casello dell’autostrada per Toluca, nella zona di Cuajimalpa, ma sei comunque ancora dentro a Città del Messico. Non finisce mai. Matteo stava là, aspettava in fila di poter scendere dalla montagna e tornare nel cuore della città. Freni rotti, un camion maledetto, distrazione di un autista 24enne, non si sa, e poi la corsa.
Tutti a correre verso il cielo di smog, chiamare all’impazzata, sembra uno scherzo, come il Messico a volte. Un brutto scherzo. Acceleriamo, in gruppo, scalando il monte disumano verso un ufficio, la questura, il tribunale, o come si chiama? Ci siamo ma ancora coi dubbi, le speranze. Spesso tutto è come il Messico, poco vero, strano, ambiguo. Invece sta volta non si scherza, non si beve, non si ride, gli sbirri zitti anche loro, arriva la certezza.
L’eterno migrante, il tema di chi se ne va e delle terre di frontiera. Anche se poi il Messico era l’epicentro di ogni scossa, la base. Lo è per molti di noi. Credo lo fosse anche per Matteo. Come la comunità. L’autonomia. Dallo zapatismo del Chiapas a quello metropolitano e nella vita. Ne parlavamo spesso.
Lui è quello che gli altri ammirano e che aiuta, ma per davvero. Quello che le fa le cose. Quello che s’incazza sul serio ma poi sa chiedere scusa. Quello che l’han buttato fuori dal Messico ma che ha dato uno schiaffo al funzionario ingellato dell’ufficio migrazione e, una volta scesi dall’aereo a Roma, gli ha promesso che sarebbe tornato indietro per restare e raccontare al mondo che cosa succede nei suoi mille anfratti dimenticati. Il biondo. Bruciato dal sole tropicale alla Marcha por la Paz y la Dignidad (scarica Mp3 della sua intervista in merito) dell’8 maggio, quando ci siamo incontrati all’ultima manifestazione contro la militarizzazione e la guerra al narcotraffico e la violenza. E’ andato tutto benissimo quel giorno. La marcia continua ancora, oggi sono tutti a Ciudad Juarez per la pace. Ma in altre annate, in altri luoghi, i problemi non erano di certo il sole o la calura. Come in Italia, in Germania, a Genova, a Cancun, ai G7, G8 e G20, in Chiapas, in Colombia e a Guadalajara, dove invece la gente si doveva difendere da ben altre minacce. E nel Messico della violenza servono voci attive per cui Matteo ci ha raccontato tutto questo anche sulle pagine della Jornada, del Manifesto e tanti atri.In tanti abbiamo imparato da lui a cambiare e a lottare, a essere sicuri di poter fare qualcosa concretamente per gli altri. Per questo c’è, presente. Fuori dalla retorica. Ha tradotto all’italiano per Carta-Ya Basta il libro Senso Contrario del giornalista messicano Luis Hernandez Navarro de La Jornada. Insieme all’editorialista c’era Matteo alla presentazione della versione italiana del libro realizzata durante uno degli splendidi “mercoledì in biblioteca” di Dianora, la nostra “consigliera culturale” all’istituto italiano. E’ una collezione di storie di ribelli contemporanei, personaggi noti e meno noti che sono esemplari e “la loro sopravvivenza quotidiana è un gesto eroico contro l’assurdità”. Sono vite che trasmettono ispirazione.
Ieri abbiamo salutato il nostro amico, tutto il giorno.

E’ arrivata molta gente. Poi la sera, soli, ciascuno a casa sua gli avrà detto qualcosa. Allora scrivo, è una soluzione molto personale. Mentre lo portavano via s’è intonata Bella Ciao, la conoscono tutti, italiani e messicani, perciò non muore mai. Con gli amici, con la “famiglia” di compagni e migranti – termini che Matteo utilizzava spesso – con alcuni colleghi docenti dell’istituto l’avevamo difesa dagli attacchi della Coca Cola Company che la stava usando per i suoi spot in mezza America Latina. Firmarono in tanti. Tante fatiche e discussioni ma ne era valsa la pena. Era così anche quando si andava in moto al “reclusorio oriente” di Santa Martha Acatitla a dare lezioni d’italiano (anche se era sicuramente di più quello che s’imparava di quello che s’insegnava) ogni venerdì pomeriggio: venti chilometri di delirio stradale dal sud della capitale al quartiere infinito di Iztapalapa. Sei professori che si alternavano a due a due. La catarsi e il lavoro di squadra: noi saremo tutto. Ci sarebbero tante altre pagine da scrivere per ricordare Matteo ma mi fermo. Per ora questo è il mio saluto. Libero.

Cile: estratti finalmente dal buco 33 minatori, altri 300 vogliono entrare

Come, facendo la fila per guardare da un buco, diamo le spalle alla vita in superficie.

Articolo di Martin E. Iglesias

Decine di specialisti, opinionisti, medici e psicologi ci riferiscono che per i trentatrè minatori l’emersione sulla superficie, dopo aver vissuto per 69 giorni  a 700 metri sotto la crosta terrestre, potrebbe essere molto dura: l’impatto con la luce solare, i cicli del dormiveglia, gli odori e i sapori, poter riabbracciare i propri cari dopo un’esperienza paragonabile solo alla permanenza prolungata nello spazio, ma involontaria. Molte, infine,  le cronache che ci raccontano di come 33 minatori, altrimenti anonimi, siano diventati simbolo del coraggio, oltre che della fortuna, e attori loro malgrado della vittoria della tecnica sulla natura.

Oltre la solidarietà internazionale, la vicinanza del presidente Sebastián Piñera e del ministro delle Miniere Laurence Golborne, onnipresente tra le tende delle famiglie accampate in superficie, sono tante le promesse di sostegno economico offerte ai minatori in caso di sopravvivenza e ovviamente anche alle famiglie dei trentatrè. Uno dei problemi pratici che hanno dovuto affrontare queste ultime, infatti, è stata la mancanza di autorizzazione alla riscossione dello stipendio dei lavoratori. Solitamente il pagamento del mensile è concesso solo direttamente al lavoratore e per questa occasione si è dovuto chiedere una deroga speciale. Oltre al dovuto i 33 coraggiosi hanno avuto centinaia di nuove offerte di lavoro, compensi per interviste ai media e addirittura una sottoscrizione ad personam lanciata da un imprenditore che ha donato circa 10.000 dollari ad ogni minatore chiedendo che altri come lui facciano lo stesso.

Ma se per loro, ironia della sorte, la sciagura è diventata una piccola miniera d’oro, diversa è la realtà per le centinaia di lavoratori impiegati nella stessa miniera di San Josè. Dal giorno del crollo delle gallerie, il 5 agosto, ovviamente i lavori di estrazione si sono interrotti e Alejandro Bohn y Marcelo Kemeny, i proprietari della società San Esteban hanno praticamente annunciato la bancarotta dell’impresa.

Economia mineraria.

Il Cile è il primo produttore mondiale di rame, con il record di un terzo di tutta l’estrazione del globo, e con oltre 800 mila addetti nel settore è la prima voce del prodotto interno lordo nazionale comprendendo anche gli altri metalli. I contratti salariali e d’ingaggio sono spesso al di fuori delle regole stabilite e la precarietà lavorativa è molto alta: si lavora a “progetto” e una volta esaurita la “vena”: tutti a casa. La San Esteban, inoltre, non è certo nuova ad incidenti e denunce da parte di lavoratori per mancanza di sicurezza: morti e incidenti gravi hanno funestato la gestione dei due imprenditori, e anche in questa occasione le verifiche a posteriori dovranno accertare le responsabilità della società. Nonostante questo caso sia finito davanti le telecamere di tutto il mondo, rimane il fatto che per verificare la messa in sicurezza delle migliaia di miniere il Servizio nazionale di Geologia del Cile dispone di poche unità di ispettori atti a tale controllo e da quando il rame è schizzato al massimo del suo valore in tutte le borse mondiali, l’imperativo è stato: aprire o riaprire le miniere ad ogni costo.

A prescindere dalla chiarezza sugli eventi accaduti, nel frattempo la miniera San Josè ovviamente è chiusa e 250 lavoratori su circa 300, hanno già ricevuto la lettera di licenziamento e come viene sottolineato in Cile, spesso dietro lo stipendio di un singolo minatore ci sono almeno tre famiglie da mantenere. Senza questo provvedimento esplicito, per assurdo, un minatore si trova costretto a rimanere fermo e sotto ingaggio, senza la possibilità di essere assunto da altre compagnie. Un intermediario incaricato per l’occasione dal governo è riuscito, in questo caso, a ottenere che gli stipendi di agosto e settembre dei minatori possano essere rifondati, ma il destino di questi lavoratori comunque è compromesso.

Sorge spontaneo chiedersi se quando il trentatreesimo minatore toccherà la superficie terrestre, le telecamere di tutto il mondo interromperanno le trasmissioni o saranno disposte a cambiare inquadratura: dal buco vuoto alla lunga fila formata di 300 lavoratori che aspettano il loro turno per  entrare nel buco e tornare nelle viscere di San Josè.

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