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#Veracruz Tomba dei #Giornalisti: @radiopopmilano parliamo di #Messico e omicidio #AnabelFlores

Giornalisti uccisi Veracruz

A questo link, dal minuto 12 al minuto 18, parlo a Esteri (Radio Poplare) con Chawki Senouci di Anabel Flores Salazar, l’ennesima giornalista messicana uccisa il 9 febbraio nello stato di Veracruz. A questo link un mio articolo (riprodotto anche di seguito) sul caso e sulla situazione dei giornalisti in Messico da Huffington Post Italia. [F.L.]

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Anabel Flores Salazar aveva trentadue anni e faceva la giornalista nello stato messicano di Veracruz. Da quindici giorni era diventata mamma per la seconda volta, ma ora i suoi due bambini sono orfani. Continua a leggere

#Trailer + #Info Estado de Censura/Stato di Censura #Mexico #MexicoNosUrge d @article19org

Trailer  de”Estado de censura”, documental web sobre violencia contra la prensa en México

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El informe revela que cada 26.7 horas se agrede a un periodista en el país. Es decir, en la actual administración de Enrique Peña Nieto las agresiones contra la prensa casi se duplicaron, comparado con la de Felipe Calderón, en la que se agredía a un comunicador cada 48.1 horas.

A sólo dos años de haber iniciado el gobierno de Peña Nieto, 10 periodistas han sido asesinados en posible relación son su trabajo, y cuatro más han desaparecido. Sus crímenes permanecen impunes.

En “Estado de Censura”, ARTICLE 19 documentó 326 ataques contra periodistas y medios de información.  Las agresiones físicas o materiales (a medios de comunicación)  fueron las de mayor registro con el 43% del total de los casos; le siguen las intimidaciones con 16%, las detenciones arbitrarias con 14% y las amenazas con un 13%.

Del total de las agresiones registradas, 48% son responsabilidad de funcionarios, siendo así los principales atacantes de la prensa durante el 2014

estado de censura

El Distrito Federal es donde más se agredió a la prensa, con 85 casos registrados. Le siguen Quintana Roo con 42 agresiones y Veracruz con 41.

ARTICLE 19 registró 59 agresiones por medio de plataformas digitales, y en específico, se registraron 12 ataques cibernéticos a medios de línea editorial crítica con el gobierno.

Las fallas en el sistema de justicia se mantiene, en especial cuando se trata de órganos estatales como la Fiscalía Especial para la Atención de Delitos cometidos en contra de la Libertad de Expresión (FEADLE), el Mecanismo de protección para personas defensoras de derechos humanos y periodistas de la Segob y la Comisión Nacional de Derechos Humanos (CNDH), que no sólo han sido ineficientes sino que  siguen el discurso oficial.

El Estado a través de sus acciones, ha llevado a la prensa y a los ciudadanos a autocensurarse y ha creado condiciones que vulneran el ejercicio de la libertad de expresión.

Leer informe / Leggi il rapporto qui –  aquí.   

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Appello #MéxicoNosUrge per la Difesa dei Giornalisti e dei Diritti Umani in Messico

In seguito all’ennesima mattanza di giornalisti, reporter e attivisti in Messico sta circolando in italiano l’appello #MexicoNosUrge che riproduco qui e si trova nella nota Facebook a questo link – Per aderire vedi in fondo al testo:

“Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo.”

Art. 1 trattato di libero commercio tra il Messico e l’UnioneEuropea                   

Gli omicidi del foto giornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera, della studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e di altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, avvenuti a Città del Messico, venerdì 31 luglio scorso, ci impongono di non rimanere in silenzio.Dinanzi alla condizione che vive chi vuole denunciare la situazione che subiscono milioni di persone in un paese, il Messico, che l’Italia e l’UnioneEuropea riconoscono soltanto come importante socio commerciale, rimanere in silenzio sarebbe una forma di complicità.

Rubén Espinosa è l’ultimo giornalista ucciso in Messico in un massacro che sembra non avere fine. Sono più di cento i giornalisti assassinati dal 2000 ad oggi. Nello stato del Veracruz, dove Rubén lavorava raccontando gli abusi del governo statale e le violente repressioni contro gli oppositori politici, sono 14 i giornalisti uccisi durante il governo di Javier Duarte de Ochoa, soprannominato anche il mataperiodistas, l’ammazza giornalisti.

Rubén Espinosa e Nadia Vera erano fuggiti dallo stato del Veracruz proprio per le minacce ricevute da funzionari del governo di Javier Duarte, indicato mesi fa come responsabile di qualsiasi gesto di aggressione nei loro confronti. Non è stato sufficiente fuggire a Città del Messico,considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte.Tutti i giornalisti critici devono avere paura perché possono essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati.

La libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente. Fare il giornalista in Messico è una delle professioni più a rischio e i dati delle più importanti organizzazioni di difesa dei giornalisti e della libertà di stampa (come Article19 o RSF) indicano chiaramente come la maggior parte delle minacce, aggressioni, intimidazioni, sparizioni e uccisioni di giornalisti, fotografi e comunicatori si debbano imputare alle istituzioni dello Stato.

Il Messico e l’Unione Europea sono vincolati dalTrattato di Libero Commercio che si basa su una clausola democratica, e i nostri paesi, i nostri Parlamenti – sia nazionali che quello europeo – non possono rimanere in silenzio di fronte a questa situazione.

Nel maggio del 2016 si compiranno dieci anni dal massacro diSan Salvador Atenco. Una Commissione Civile di Osservazione dei Diritti Umani –i cui componenti erano cittadini europei – nel giugno del 2006 ha presentato alParlamento Europeo un rapporto sui fatti e sulle gravi violazioni dei diritti umani in relazione allo sgombero forzato di una comunità per costruire il nuovo aeroporto di Città del Messico in una zona ejidal (cioè di proprietà collettiva) dello Stato del Messico.

Negli ultimi dieci anni la situazione si è fatta se possibile ancora più grave, con decine di migliaia di sparizioni forzate, violenza sistematica contro chi vuole difendere e promuovere i diritti umani, contro attivisti dei movimenti sociali e contro i giornalisti e fotografi che documentano la condizione di violenza strutturale scelta come forma di“politica attiva” dai governi di Felipe Calderón, prima, e di Enrique Peña Nieto (che nel 2006 era governatore dello Stato del Messico durante i fatti di Atenco), ora.

Tra gli attivisti e giornalisti minacciati e perseguitati ci sono anche cittadini italiani ed europei; tra le vittime ci sono anche cittadini italiani ed europei (come il finlandese Jyri Antero Jaakkola,assassinato dai paramilitari nello stato del Oaxaca nel 2010).

In questo panorama di violenza diffusa e repressione contro i civili ricordiamo la sparizione forzata dei 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa,avvenuta la notte del 26 settembre del 2014 nella città di Iguala, stato del Guerrero, in cui sono coinvolti la polizia municipale di Iguala ed elementi dell’esercito messicano. Da dieci mesi i 43 giovani studenti sono vittime di sparizione forzata di persone.

Il 30 giugno 2014 l’esercito messicano, con un ordine scritto dall’Alto Comando Militare, fucilava 22 ragazzi in un’esecuzione extragiudiziale, una delle tante esecuzioni extragiudiziali portate a termine dall’esercito che ha l’ordine di “abbattere” civili considerati delinquenti senza alcun diritto ad avere un processo.

L’ONU ha recentemente spiegato come in Messico la tortura sia un metodo utilizzato in maniera sistematica negli interrogatori da tutte le forze di sicurezza.

Tutto questo accade nel silenzio della cosiddetta “comunità internazionale” e l’Unione Europea di fatto si disinteressa dei crimini dello stato messicano, continuando a mantenere relazioni commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani.

Tra il 2007 e il 2014 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi di civili. Negli stessi anni in Afghanistan e in Iraq si sono contate circa 104mila vittime. Il numero di persone sparite dal 2006 ad oggi, basandosi su dati conservativi del governo messicano, supera le 30mila persone. È indefinito il numero delle persone sfollate forzatamente all’interno del paese,ma molte organizzazioni di difesa dei diritti umani parlano di più di due milioni e mezzo di persone.

A fronte di tutto questo l’indifferenza dei grandi mezzi di comunicazione internazionali è impressionante e complice.

Per tutto questo, #MexicoNosUrge e non possiamo rimanere in silenzio.

Chiediamo che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico, in particolare per le costanti aggressioni ai giornalisti e difensori dei diritti umani.

Chiediamo all’Italia e all’Unione Europea che si sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone. I paesi dell’Unione Europea devono applicare l’embargo agli investimenti in Messico e chiudere le loro Ambasciate, così come si è fatto nel caso di altri paesi che non osservano l’obbligo del rispetto dei diritti umani e del diritto alla vita dei propri cittadini.

Italia, Agosto 2015

Per aderire scrivere a mexiconosurge2015@gmail.com

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Firmano:

·       Dario Fo (attore, regista,scrittore. Premio Nobel per la letteratura)

·       Erri De Luca (scrittore)

·       Paco Ignacio Taibo II (scrittore)

·       Fr. Raúl Vera López, O.P. (Vescovodi Saltillo, Coahuila, Messico)

·       Roberto Saviano (scrittore)

·       Don Luigi Ciotti (Presidentedell’Associazione Libera e Fondatore dell’Associazione Gruppo Abele)

·       Collettivo di scrittori Wu Ming

·       Nando Dalla Chiesa (docente universitario,scrittore e politico)

·       Tonio dell’Olio (responsabile del settore internazionale di Libera)

·       Paloma Saiz (organizzatrice della Brigada Para Leer en Libertad)

·       Fondazione Antonino Caponnetto

·       Salvatore Calleri (presidenteFondazione Antonino Caponnetto e membro Fondazione Sandro Pertini)

·       Renato Scalia (Comitato FondazioneAntonino Caponnetto)

·       Centrode Derechos Humanos Miguel Agustín Pro Juárez A.C. (centro diritti umani gesuita, Messico)

·       Servicio Jesuita a Migrantes –México

·       Centrode Investigación y Promoción Social (CIPROSOC)

·       Valerio Evangelisti (scrittore)

·       Valerio Massimo Manfredi (scrittore)

·       Franco Berardi “Bifo” (scrittore,professore universitario)

·       Giacomo Costa, SI (gesuita,direttore di Aggiornamenti Sociali)

·       Alessandro Mannarino (cantautore)

·       Juan Villoro (scrittore, giornalista, drammaturgo)

·       Francesca Nava (giornalista)

·       Aldo Nove (scrittore)

·       Jessica Borroni (scenografa)

·       Loredana Lipperini (scrittrice e giornalista)

·       Alberto Prunetti (scrittore)

·       Fabrizio Lorusso (professore e giornalista freelance)

·       Lucia Capuzzi (giornalista)

·       Roberta Zunini (giornalista)

·       Cecilia Narducci (giornalista)

·       Girolamo de Michele (scrittore)

·       Sandro Mezzadra (Università diBologna)

·       Mauro Biani (disegnatore satirico de il manifesto)

·       Salvatore Palidda (sociologo,scrittore e docente Università di Genova)

·       Domenico Guarino (Consiglio Ordinedei Giornalisti Regione Toscana e Direttore Radio Cora)

·       Marilù Oliva (scrittrice)

·       Graziano Graziani (giornalista)

·       Thomas Aureliani (giornalista)

·       Fabio Cuttica (fotografo agenziaContrasto)

·       Francesca Volpi (fotografa)

·       Silvia Federici (scrittrice)

·       Andrea Bigalli (Libera RegioneToscana)

·       Federico Mastrogiovanni (giornalista)

·       Lorenzo Declich (giornalista e scrittore)

·       Alessandro Braga (Giornalista RadioPopolare)

·       Luca Martinelli (giornalista di Altreconomia)

·      Amaranta Cornejo Hernandez (Ricercatrice feminista e docente universitaria)

·       RubyE. Villarreal (Arquitecto, Cultural/Museum Broker)

·       La Spezia Oggi (http://www.laspeziaoggi.it/news )

·       Comitato Bolivariano La Madrugada

·       Associazione SUR (www.surnet.it)

·       Carovane Migranti (http://carovanemigranti.org )

·       Cynthia Rodríguez (giornalista dellarivista Proceso)

·       Cristina Morini (giornalista escrittrice)

·       Andrea Cegna (collaboratore di RadioOnda d’Urto e Radio Popolare)

·       Annamaria Pontoglio (Comitato Chiapas “Maribel” – Bergamo)

·       Christian Marazzi (ScuolaUniversitaria Professionale della Svizzera Italiana)

·       Riccardo Staglianò (giornalista)

·       Alessandra Coppola (giornalista)

·       Mario Portanova (giornalista)

·       Leo Reitano (giornalista)

·       Noura Tafeche (giornalista)

·       Emilia Lacroce (giornalista)

·       Yesenia de la Rosa (giornalista)

·       Federico Chicchi (Università diBologna)

·       Aldo Zanchetta (Fondazione Neno Zanchetta per l’America Latina)

·       Valentina Petrini (giornalista)

·       AssociazioneItalia-Cuba circolo di Firenze

·       Heriberto Paredes (fotografo e giornalista)

·       Valentina Valle Baroz (giornalista)

·       Gabriele Zagni (giornalista Piazza Pulita La7)

·       Marina Taibo (fotografa)

·        José Calvo (architetto)

·        Fabio Bianchi (attivista)

L’anno nero della stampa in Messico

Crimenes-periodistas[di Andrea Spotti – Osservatorio America Latina – CarmillaOnLine] Un’aggressione al giorno. E’ la media delle violenze subite dalla stampa in Messico durante l’anno appena trascorso, considerato uno dei più violenti della storia recente per i giornalisti. Il dato, che indica la sistematicità e la quotidianità delle intimidazioni, è fornito dal rapporto annuale di Article 19, associazione internazionale per la difesa della libertà di espressione. Si conferma così l’allarmante situazione che vivono gli uomini e le donne che cercano di raccontare il Messico militarizzato della guerra al narcotraffico. Una realtà in cui il dovere di cronaca si scontra troppo spesso con gli interessi di autorità, mafie e poteri forti. E dove fare giornalismo in modo critico può voler dire mettere a rischio la propria vita. Il rapporto, presentato lo scorso 18 marzo a Città del Messico, s’intitola “Dissentire in silenzio: violenza contro la stampa e criminalizzazione della protesta, Messico 2013”, e traccia un quadro assai preoccupante dello stato di salute dell’informazione nel Paese. Da una parte, denuncia l’impunità di cui riesce a godere chiunque abbia interesse a silenziare voci scomode grazie alla complicità o all’inazione dei differenti livelli di governo e di potere, e, dall’altra, la decisa tendenza alla riduzione del diritto alla protesta e alla copertura della stessa, in atto su tutto il territorio nazionale e in particolare nella capitale, governata da poco più di un anno dal sindaco di centrosinistra (PRD, Partido Revolución Democrática) Miguel Àngel Mancera.

Secondo Article 19, nonostante il numero dei reporter uccisi sia diminuito, passando da 7 a 4 rispetto al 2012, lo scorso anno è stato il più violento ai danni della stampa dal 2007 a questa parte. Da quando, cioè, l’ex presidente conservatore Felipe Calderòn, in seria crisi di legittimità dopo le elezioni del 2006, macchiate dal forte sospetto di brogli, ha lanciato una campagna armata contro la criminalità organizzata, militarizzando il territorio e scatenando un’ondata di violenza che ha causato almeno 80mila e 27mila desaparecidos. E che ha fatto del Messico uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i lavoratori e le lavoratrici dell’informazione, con un bilancio di 51omicidi e 20 sparizioni forzate accumulate negli ultimi 7 anni dalla categoria.

I primi 365 giorni dell’amministrazione di Peña Nieto, che ha sancito il ritorno al potere del PRI (l’autoritario Partito Rivoluzionario Istituzionale) dopo 12 di transizione mancata a guida PAN (il destrorso Partito d’Azione Nazionale), non hanno dunque segnato l’inversione di tendenza annunciata in campagna elettorale: s’è registrato, al contrario, un aumento del 59% degli attacchi, i quali hanno così toccato quota 330. Il che, rappresenta una media quasi quotidiana di un’aggressione alla stampa, per la precisione si tratta di un segnalamento ogni 26 ore e mezza.

Oltre ad essere stato il più violento per l’informazione in generale, il 2013 è anche l’anno che ha accumulato il più alto numero di aggressioni nei confronti sia delle donne giornaliste, con 59 denunce registrate, che delle sedi di organi informativi, che sono arrivate 39. Stiamo parlando, rispettivamente, del 20 e del 10% del totale delle intimidazioni documentate. Rispetto alle minacce, invece, il 2013 è secondo solo al 2009, che lo supera di una sola lunghezza, però, con 50 denunce segnalate.

Gli attacchi documentati alla libertà d’espressione sono di diverso tipo: si va dal sequestro intimidatorio alle botte, passando dagli assalti armati alle sedi dei giornali fino ad arrivare alla sparizioni forzate e agli omicidi. Il tutto, in un contesto di brutalità inaudita, in cui fosse clandestine, decapitazioni e corpi mutilati sono così all’ordine del giorno da non fare quasi più notizia.

Con l’importante eccezione della capitale, su cui torneremo, anche quest’anno le aggressioni hanno colpito soprattutto reporter e mezzi di comunicazione che lavorano a livello statale e municipale. In zone del paese in cui sono in atto scontri tra forze armate e criminalità organizzata, oppure faide tra cartelli di narcos per il controllo del territorio. In questo senso nel rapporto si sottolinea come significativo che la maggioranza delle aggressioni, oltre che le più serie, si siano concentrate negli stati di Veracruz, Tamaulipas, Chihuahua e Coahuila.

Tuttavia, secondo Article 19, è possibile osservare una tendenza “alla disseminazione della violenza verso altre entità amministrative”. E in effetti, nel corso del 2013, il contesto è stato particolarmente difficile e pericoloso per i giornalisti anche in Chiapas, Guerrero, Michoacan, Baja California, Tlaxcala, Durango, Quintana Roo e, non senza una certa sorpresa data la sua tradizione progressista, a Città del Messico.

Il dato più inquietante, però, ha a che fare con i protagonisti delle aggressioni denunciate, che vede primeggiare le autorità e i funzionari dello stato. Secondo Article 19, infatti, delle 274 occasioni in cui è stato possibile identificare il colpevole, in ben 146 si é trattato di un rappresentante dello stato; nella maggioranza dei casi, di poliziotti municipali.

Pur non potendo considerare i dati come esaustivi, in quanto molte aggressioni, soprattutto se provenienti dal narcotraffico, non vengono neppure denunciate e in alcune zone sporgere denuncia è più comune che in altre, si tratta comunque di numeri indicativi dell’estensione, nonché della gravità ,della situazione, dato che stiamo parlando di sei aggressioni su dieci perpetrate da chi dovrebbe tutelare il diritto a informare ed ad essere informati.

Article19 2014Per quanto riguarda gli omicidi, invece, la parte del leone la fanno i diversi narco-cartelli presenti sul territorio nazionale, responsabili di 20 dei 51 casi registrati dal 2007 ad oggi. In modo tale che, secondo l’organizzazione internazionale, chi esercita il giornalismo in Messico si trova preso in mezzo tra l’incudine delle intimidazioni provenienti dalle autorità e il martello rappresentato dalla violenza del crimine organizzato. Tutto questo, in una situazione in cui l’impunità è la regola in oltre il 90% dei casi, e l’autocensura rappresenta sovente “l’unica opzione per poter lavorare senza essere aggediti”.

Nella relazione, inoltre, vengono fortemente criticate le istituzioni create dallo stato nel corso degli ultimi anni per rispondere al crescendo delle aggressioni contro la stampa e all’indignazione che suscitavano, come la Procura Speciale per i Delitti Contro la Libertà di Espressione e il Meccanismo per la Protezione di Giornalisti e Difensori dei Diritti Umani. I quali, lungi dal garantire una qualche forma di appoggio a coloro che si sono trovati nel mirino di mafie o poteri forti, sono risultate essere mere operazioni di immagine per l’opinione pubblica interna e gli organismi internazionali. Per dirla con lo scrittore e giornalista Juan Villoro, che ha introdotto la presentazione del rapporto, il governo non solo è responsabile di negare la protezione e di non garantire il pieno esercizio del diritto all’espressione ai suoi cittadini, ma dimostra tutto il suo cinismo e la sua demogogia, in quanto, pur riconscendo a parole la gravità della problematica, nei fatti non fa nulla per intervenire concretamente. Affidandosi ancora una volta alla vecchia formula priista, il cui messaggio è: “Perché governare se posso limitarmi a dichiarare?”

In “Dissentire in silenzio”, infine, lo stato di Veracruz e la capitale del paese, meritano una menzione a parte. Il primo, perché rappresenta la regione in assoluto più pericolosa per la stampa. Qui, infatti, durante i primi tre anni di mandato dell’attuale governatore, il priista Javier Duarte, le aggressioni si sono triplicate e sono stati assassinati ben 10 operatori della comunicazione. La situazione è tale che decine di reporter sono dovuti fuggire a causa delle minacce e degli attacchi subiti, favoriti dal clima di impunità propiziato dal governo e dalla Procura locali, contro i quali hanno più volte puntato il dito varie associazioni per la difesa dei diritti umani, accusandoli di non fare gli sforzi necessari per tutelare i giornalisti e per trovare e castigare i colpevoli. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento della Procura, che pare sempre guardarsi bene dal collegare omicidi e sparizioni forzate all’attività giornalistica delle vittime.

D’altra parte, a Città del Messico, si è assistito a un eccezionale aumento di aggressioni e detenzioni nei confronti di giornalisti impegnati a documentare le proteste che hanno riempito le piazze della capitale tra agosto e ottobre del 2013 durante le mobilitazioni contro le cosidette riforme strutturali. Secondo il monitoraggio di Article 19, a partire dal primo dicembre 2012, data di inizio dei mandati dei governi di Peña Nieto e di Mancera, sono state documentate 64 aggressioni da parte della polizia locale e 36 detenzioni arbitrarie, molte delle quali sono avvenute quando il giornalista o il fotografo fermato stava documentando violenze e abusi polizieschi. Infine, l’organizzazione per la libertà di stampa, mette in evidenza come, più in generale, le autorità della capitale, a parole sempre molto dialoganti e aperte al confronto, abbiano “nei fatti un’intenzione deliberata di reprimere la protesta” e non offrano sufficienti garanzie a chi la vuole raccontare.

Se il 2013 si é accaparrato molti primati negativi, non si può certo dire che l’anno in corso stia andando molto meglio. Tra gli eventi recenti possiamo infatti ricordare: il sequestro e l’omicidio di Gregorio Jiménez de la Cruz, cronista veracruzano ritrovato in una fossa clandestina lo scorso 11 febbrario; le aggressioni poliziesche ai danni dei cronisti del giornale El Noroeste, impegnati nel tentativo di ricostruire le relazioni impresariali del boss “Chapo” Guzman nei giorni successici al suo arresto, nel municipio di Mazatlàn, Sinaloa; la chiusura, da parte delle autorità federali, del sito 1dmx.org, nel quale si era costituito un vero e proprio archivio che documentava la violenza della repressione poliziesca durante le manifestazioni del 2013; e infine, l’arresto illegale di Fabiola Gutiérrez, collaboratrice del portale digitale Somos El Medio, ed il furto con scasso praticato ai dani della casa di Darìo Ramìrez, direttore di Article 19 per il Messico e il Centroamerica, proprio due giorni prima della presentazione di “Dissentire in silenzio” , entrambi avvenuti nel capitale.

Insomma, stando alla cronaca delle ultime settimane, c’é poco da stare allegri. Ed è difficile pensare ad un cambiamento del contesto nel futuro. Anche perché, la cosiddetta comunità internazionale, ben rappresentata da riviste come il Time o quotidiani come Repubblica (si vedano, rispettivamente, una recente copertina e le corrispondenze ai tempi della visita di Letta), sembra molto più entusiasta delle aperture fatte dal governo in termini di libertà di investimento che preoccupata per “il costante deterioramento” della libertà di stampa e del diritto al dissenso denunciato da Article 19. E finché l’entusiasmo sarà maggiore della preoccupazione, e continuerà il relativo disinteresse internazionale rispetto a questa problematica, sarà molto difficile stimolare la scarsa volontà politica del governo a fare la sua parte per combattere l’impunità e la violenza dilaganti.

Giornaliste Messicane in Pericolo (Video)

Il Messico è tra i primi paesi al mondo per le morti violente di giornalisti (oltre 80 in 10 anni), le minacce ai media locali e nazionali per cui la libertà di stampa è in grave pericolo. Le giornaliste, in particolare, sono doppiamente vulnerabili, per la loro professione e per il fatto di essere donne: l’arma della violenza sessuale si aggiunge alle altre forme di silenziare chi si dedica a investigare e a informare. Ecco un video che ci parla di loro. Realizzato dal collettivo Le Arrabbiate (link Facebook).

Cesare Battisti: no all’estradizione, liberato in Brasile

Cesare Battisti resta in Brasile, libero. Il notiziario brasiliano Jornal Nacional e l’Agencia Brasil hanno comunicato la decisione del STF, Supremo Tribunale Brasiliano, presa con 6 voti contro 3 nel pomeriggio dell’8 giugno di respingere il ricorso del governo italiano contro la decisione dell’ex presidente Lula che il 31 dicembre scorso non aveva concesso l’estradizione di Cesare Battisti. E’ prevalsa in seno alla Corte la linea di rispetto della sovranità nazionale brasiliana. Questa decisione è stata il preludio della successiva, presa in serata, che conferma la non estradizione di Battisti considerando il trattato italo-brasiliano che disciplina la materia. Poco dopo la mezzanotte è avvenuta la liberazione di Cesare Battisti per ordine del presidente della Corte Suprema, Cesar Peluso. L’italiano si trovava da 4 anni in carcere nel reclusorio Papuda di Brasilia. Il suo avvocato, Luis Eduardo Barroso, procederà al più presto a inoltrare in suo favore la richiesta di un visto permanente presso il Ministero della Giustizia affinché possa restare legalmente nel paese e continuare con lasua attività di scrittore. “Sempre una parola di rispetto e solidarietà per le vittime degli anni di piombo, nessuno è felice di quello che è successo. E’ importante capire che il Brasile è un paese con una tradizione di umanità e l’idea di punire 32 anni dopo qualcuno che era parte di uno scontro ideologico è un po’ distante dalla sensibilità politica del Brasile” ha dichiarato Barroso. Si tratta di un paese che ha anche concesso l’amnistia ai militanti e ai membri dei governi coinvolti con la dittatura militare e quindi non è una società punitiva. “E’ giusto che l’Italia comprenda la situazione brasiliana, la situazione della Suprema Corte, e che volti pagina. Sono convinto che  in poco tempo questo sarà superato”. Informati sul caso QUI. Una rassegna recente QUI.

Presunto Colpevole e la giustizia messicana

“In Messico non basta essere innocenti per essere liberi”. Accusato d’omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent’anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. In un paese dove il sistema giudiziario fa acqua da tutte le parti, la corruzione è endemica nei vari livelli dell’amministrazione della giustizia e il 41% dei 232mila detenuti resta in attesa di giudizio per mesi e mesi, un documentario reality che, con camera a mano, mostra alla gente cosa succede veramente nei tribunali e nelle prigioni non poteva non suscitare un immenso scalpore e un sano e diffuso sentimento d’indignazione popolare.

Presunto Culpable (Presunto Colpevole), diretto da Roberto Hernàndez e Layda Negrete, viene a confermare la percezione e la realtà di un sistema che premia la menzogna e la mazzetta sulla verità e la giustizia e in cui il principio della presunzione d’innocenza, sebbene ribadito da una recente riforma costituzionale, è sempre stato disatteso, se non completamente ignorato, dalla giurisprudenza e dalla prassi delle autorità competenti a tutti i livelli. Per questo si parla spesso in Messico di una “presunzione di colpevolezza” che implica l’esistenza di un onere della prova d’innocenza dell’imputato a carico dei suoi difensori. Insomma l’accusa vince e dimostra la colpevolezza del cittadino di default, a priori, e intanto gli anni in prigione passano tra stenti e soprusi dato che quasi tutti i detenuti devono ricorrere a risorse e aiuti esterni per sopravvivere con tutte le irregolarità e disparità che così si producono. I poliziotti sono premiati in base al numero di arresti e accuse portati a termine. Inoltre l’eccesso di popolazione carceraria è stimato in oltre 60mila unità, quasi il 40% del totale dei detenuti.

Oltre il 90% degli indagati e processati non vedrà mai il proprio giudice e sarà incarcerato solo in base a testimonianze di terzi, spesso raccolte in condizioni inaccettabili, cioè con pressioni fisiche e psicologiche, uso della tortura, fabbricazione di prove e cooptazione di testimoni. Il 95% delle sentenze in Messico è di condanna. Ciononostante l’impunità dei delitti arriva al 96% a livello nazionale, il che significa che quei pochi che vengono presi sono condannati con estrema facilità anche perché, nel contesto della cosiddetta “guerra al narcotraffico” che ha fatto 34mila morti in 4 anni e 3 mesi, le autorità hanno bisogno di cifre positive su arresti e condanne per recuperare una minima credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Alla Facoltà di Giurisprudenza della Unam (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), l’ateneo più grande del mondo, tutti conoscono la freddura che ribadisce che in Messico “un bicchier d’acqua e un ordine d’incarcerazione non si negano mai a nessuno”, alludendo alla celebre ospitalità del popolo messicano ma anche alla facilità con cui si può finire in galera a tempo indeterminato. Anzi ci restano soprattutto i più poveri, le persone più “sospette” e frequentemente gli appartenenti alle etnie indigene che magari non parlano lo spagnolo e non possono difendersi adeguatamente.

Vedi il Teaser del film: QUI

La pellicola dimostra addirittura la presenza di avvocati con tesserini falsi per l’esercizio della professione e lo scandalo di un giudizio completamente viziato all’origine che viene rifatto e riassegnato allo stesso giudice che l’aveva iniziato. Il film è molto attento a riprendere le scene dei processi lasciando che lo spettatore si faccia un’opinione basata su fatti rilevanti e comunque dimostrabili con la relativa documentazione. Nulla viene lasciato alla speculazione o all’immaginazione, tutto è registrato con una videocamera mentre succede. Non si possono quindi mostrare al pubblico i numerosissimi abusi che normalmente vengono commessi durante la cattura e l’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni e nemmeno gli atti di corruzione che quotidianamente vengono commessi per cui in carcere finiscono quasi sempre solo i più poveri.

Ciononostante l’impatto nella società messicana è stato dirompente con 500mila biglietti venduti dal 18 febbraio, data d’uscita del documentario, che è stato lanciato e promosso nelle sale dal gigante della distribuzione cinematografica Cinepolis. Puro interesse commerciale o vera responsabilità sociale? Su richiesta della famiglia dell’ucciso, cugino dell’unico testimone, Blanca Lobo, una giudice di Città del Messico, ha emanato un’ordinanza di sospensione della proiezione del film che è stata applicata quelche giorno fa. Vi si sono opposti sia il direttore della catena Cinepolis, che ha fatto ricorso per vedere tutelati i suoi diritti di distribuzione, sia il Ministero degli Interni, che ha giudicato l’ordinanza “confusa”, sia molti giornalisti e una parte della società civile. I ricorsi interposti mirano a impugnare la decisione del magistrato e a bloccare questa “grave forma di censura”, come l’hanno descritta i media messicani e il presidente della Commissione Nazionale per i Diritti Umani. Intanto Presunto Colpevole potrebbe tornare presto nelle sale e beneficiare di una settimana di pubblicità gratuita.

Ci sono versioni contrastanti su come viene gestita la questione: il film è una spada di Damocle per il sistema giudiziario ma anche per le famiglie della vittima e del testimone che vogliono veder tutelata la loro privacy e dignità e che già dall’inizio di febbraio avevano chiesto di non apparire in video. Insomma la decisione del giudice pare legittima ma si dovrà decidere quale interesse prevarrà, probabilmente il diritto dell’intera società a conoscere la situazione e a vedere il film così com’è. Altre pressioni forti e meno “nobili” arrivano sicuramente dagli enormi interessi economici della multinazionale Cinepolis e, inoltre, alcuni giornalisti molto noti stanno usando il caso come cavallo di troia per proporre false panacee: per esempio l’introduzione a livello nazionale del cosiddetto “giudizio orale”, già in vigore nello stato di Chihuahua e foriero di distorsioni e problemi ancor più gravi se non si modifica tutto il contesto in cui la giustizia opera in Messico. Si tende a spostare quindi il nucleo del dibattito dalla corruzione e inefficienza della magistratura e della polizia verso questioni tecniche e procedurali forse meno utili in questo momento. La critica del documentario è più radicale e le proposte concrete che avanza sono diverse e riguardano l’introduzione di telecamenre e garanzie maggiori per accusati e testimoni, non altri provvedimenti di riforma che avrebbero invece bisogno di lunghe e attente discussioni, non di provvedimenti fast track a furor di popolo.

Ecco il Trailer:

Link diretto al Trailer: QUI

 

Caso Battisti, libertà e il Pd a Marzabotto

cesarebattisti2.jpgRiporto qui un volantino distribuito dal Partito Democratico di Marzabotto (BO) in cui si chiede al Sindaco Romano Franchi di provvedere alla revoca della delega alle politiche giovanili esercitata dal consigliere Daniele Ferri. Per il PD locale il motivo è semplice: il Ferri non ha votato come tutti gli altri la proposta che chiedeva al Comune di adoperarsi in tutti i modi possibili per far estradareCesare Battisti dal Brasile. Anche a Marzabotto interessano le sorti dell’ex militante dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) la cui vicenda umana e giudiziaria è diventata un caso controverso e complesso che da alcuni anni a questa parte sembra costituire un ottimo collante capace d’unire tutte le forze politiche nei momenti difficili, proprio come succede con le famiglie affette da sistematiche crisi di valori. Ad ogni modo la proposta di revoca della delega è inquietante date le premesse del caso e la motivazione che si adduce contro il Ferri, cioè la sua “evidente inadeguatezza con il ruolo e le responsabilità ricoperte” proprio per non aver votato come tutti gli altri in questo caso specifico.

Vediamo. E perché mai il consigliere sarebbe inadeguato? Cosa gli impedisce di svolgere il suo ruolo e coprire le sue responsabilità? Sopravvenuta incapacità d’intendere e di volere? Sarà mica stato in Brasile ultimamente? O magari va allontanato per comprovati episodi di corruzione o sfruttamento della prostituzione? Purtroppo basta molto meno.
Basta fare uso di un pizzico di libertà di pensiero e votare secondo le proprie convinzioni e coscienza per diventare una pecora nera o rossa, a seconda. Basta esercitare i propri diritti nelle forme scomode per alcuni e subito parte la ritorsione. Si chiede d’innescare un dibattito serio sugli anni settanta, si pongono domande dolorose ma giuste, s’instilla una feconda macchia di dubbio nel mare piatto di convinzioni pregiudiziali e cosa si ottiene? Una lettera indignata del Partito Democratico. Il pretesto è il solito ma per capirci meglio, ecco il testo del volantino, così com’è stato redatto e diffuso. A tratti risulta quasi incomprensibile ma facciamo uno sforzo.

Marzabotto, 02 febbraio 2011

Spaccatura nella maggioranza di Marzabotto

Nell’ultimo consiglio comunale si è vissuta la spaccatura della maggioranza di governo del Comune di Marzabotto sull’ordine del giorno sulla richiesta di attuare ogni possibile atto volto all’estradizione del terrorista Battisti, presentato dal gruppo PD, IDV e Indipendenti.

La spaccatura si è attuata quando il consigliere Ferri ha espresso il suo voto contrario mentre il Sindaco, il resto della maggioranza e tutto il Consiglio hanno votato favorevolmente.

Oltre a sottolineare la rottura politica della maggioranza, il Partito Democratico di Marzabotto esprime il suo profondo dissenso con il voto negativo espresso dal consigliere Ferri, che ha argomentato la sua posizione asserendo che non si dovevano addossare al Presidente brasiliano l’incapacità dello Stato italiano di dare soluzione agli anni di piombo e del loro epilogo.

Come sottolineato dai nostri consiglieri, ed anche dal Signor Sindaco, il significato primario dell’O.d.G. non è di addossare colpe al Presidente brasiliano, ma dall’esigenza riconosciuta da tutto il Parlamento italiano di vedere il pluriomicida Cesare Battisti che ricordiamo è stato condannato in tutti e tre i gradi di giudizio, di scontare la propria pena in Italia, come richiesto anche dai famigliari delle vittime.

Riteniamo grave e ingiustificato il comportamento tenuto dal consigliere Ferri in contrasto da quanto sempre accaduto nel Consiglio Comunale di Marzabotto, dove su argomenti tanto importanti come legalità, giustizia e terrorismo, tutte le forze politiche hanno sempre difeso le prime e condannato il secondo, senza se e senza ma, soprattutto per il rispetto che sempre si deve alle vittime ed ai loro famigliari così come richiesto per i nostri caduti.

Per queste ragioni chiediamo al Signor Sindaco di ritirare la delega alle politiche giovanili conferita al consigliere Ferri, per una evidente inadeguatezza con il ruolo e le responsabilità ricoperte.

 

Il Partito Democratico di Marzabotto.


Come cittadino auspicherei una riconsiderazione dei termini della lettera. Anzi, auspicherei una vera e propria marcia indietro da parte di un partito che si definisce democratico e l’accettazione dei validi argomenti del consigliere Ferri circa l’opportunità di aprire un dibattito storico. Son nato il 2 agosto. Son nato nel 1977. Mi chiamo F. Lorusso, qualcuno col mio nome morì a Bologna. Raccontano. Avrei bisogno di sapere, capire e non m’interessa credere a spauracchi e mostri della storia. C’è un accostamento tra i familiari delle vittime della stagione del terrorismo nero, rosso e di stato e i caduti (solo caduti, senza aggiungere altro): forse anche su questo è necessaria una sana e lunga discussione.
La gravità della richiesta del Pd di Marzabotto è chiara ed il rischio per la libertà di pensiero è altrettanto palese. Sono i “se” e i “ma” che fanno progredire l’uomo, la scienza e la conoscenza, non le frasi fatte e i dogmi. Mi chiedo chi saranno i prossimi che avranno voglia di parlare e di finire sulle liste nere di partiti e censori di turno. Il ricordo della campagna veneta contro “il rogo di libri” e le liste di proscrizione contro decine di scrittori stilate dagli zelanti pidiellini della Serenissima è fresco e vivo. Resuscita ogni volta che non si segnalano e denunciano analoghi tentativi di regressione democratica. Il Pd ritiene “grave e ingiustificato il comportamento tenuto dal consigliere Ferri” dato che in Consiglio Comunale da sempre “su argomenti tanto importanti come legalità, giustizia e terrorismo, tutte le forze politiche hanno sempre difeso le prime e condannato il secondo”.
Perfetto. Mi piacerebbe sapere in dettaglio perché il consigliere “dissidente” e pensante avrebbe fatto il contrario quando invece ha sottolineato l’incapacità dello Stato (e mi permetto di aggiungere, del nostro paese) di dare soluzione agli anni di piombo e al loro epilogo. E per quale arcana ragione questo voto contrario sarebbe un grave comportamento? Qual è il modo migliore per difendere la legalità e la giustizia contro il terrorismo? Non parlarne più? Acciuffare il mostro che la paga per tutti? Non m’avete ancora convinto.

E nemmeno mi ha convinto una parte del ragionamento di Umberto Eco al Palasharp in cui si stabilisce un nesso tra il caso Battisti e il caso Berlusconi-magistratura per cui, in pratica, sembrerebbe incoerente dubitare della magistratura per il primo e difenderla per il secondo. Si dice che Berlusconi fa esattamente il contrario ma la logica è la medesima: su Battisti dà pieno sostegno alla magistratura e su se stesso sciorina accuse, attacchi e sdegno contro quel potere. Quindi, in soldoni, se dubitiamo coi “se” e coi “ma” su Battisti, non dovremmo concedere lo stesso trattamento a Berlusconi? Di fatto si conclude: meglio allora pensare che la magistratura abbia ragione su entrambi. Ma non credo sia questo il punto, perché stabilire una corrispondenza tra la difesa o la riconsiderazione del caso Battisti e i continui attacchi di Berlusconi alla magistratura è piuttosto fuorviante.
Come già detto è saggio dubitare sempre, ma vorrei si potesse parlare di casi e periodi specifici, uno alla volta, e non di un duello valido in ogni tempo e in ogni luogo tra vittime e carnefici, imputati e giudici. Battisti è stato condannato a pene di volta in volta maggiori fino all’ergastolo in totale contumacia, vive da fuggitivo all’estero tra prigioni e rifugi precari in povertà mentre il nostro Presidente del Consiglio, una delle massime cariche dello Stato, potrebbe essere giudicato qui con tutte le garanzie, ma s’adopera per evitare i processi in tutti i modi che il suo immenso potere gli consente di sperimentare. E’ allora chiaro che non vuole farsi processare e che sposa l’idea di una magistratura politicizzata che vive solo per combattere contro di lui.
La vicenda giudiziaria e storica di Cesare Battisti (anni settanta e ottanta, anni di piombo, giudizio in contumacia, testimoni fallaci, contraddittori e giudicati instabili, casi di tortura, pentitismo a fiumi, logica di branco e sindrome da “si salvi chi può”) ha sollevato fortissimi dubbi in Italia, in Francia, in Brasile e in altri paesi, tanto a livello giudiziario e politico come nell’opinione pubblica. In Italia s’insiste sull’impossibilità della riapertura del suo processo. Questi interrogativi e l’importanza reale, rispetto a quella fantomatica creata ex post, della sua figura sono radicalmente diversi da quelli di Silvio Berlusconi, prima e dopo la discesa in campo, quindi anche i piani sono diversi e l’accostamento risulta alquanto strumentale e fuori luogo.

Per cui quando il premier, all’occasione giustizialista, difende la magistratura per chiedere al Brasile l’estradizione di Battisti, lo fa anche per interpretare il ruolo dell’eroe che lotta per l’onore della patria, capitalizza un luogo comune ormai accettato a livello bi-partisan su Battisti e sfila con le vittime per mostrare la sua solidarietà a loro e al paese. Gesto nobilissimo, ma è un gioco. L’economia conta di più e le frizioni diplomatiche potrebbero costare caro. In Italia i mass media non ne parlano come all’estero, informiamoci. Proviamo a guardarci anche (ma non solo) con gli occhi degli altri e poi di nuovo coi nostri.
Il Brasile decolla e l’Italia affonda, non resta molto da fare se non distrarre la gente, creare falsi casi diplomatici, mostri di un’epoca e scandali a iosa anziché affrontare il passato e il difficile presente. Sono ottimista.
Come tutti i casi strumentali che riemergono periodicamente dai fondali della memoria, c’è speranza che presto potremmo attenderci uno sgonfiamento e così ragionare a freddo (o almeno “a tiepido”) su una storia che a tanti trentenni pare allo stesso tempo così lontana ma anche viva. Viva e incompresa negli occhi dei loro genitori, nei libri, sui giornali, come una narrazione inquietante e obbligata, misteriosa e irrisolta. Il rispetto per le vittime passa per la ricerca della verità per tutti, “buoni e cattivi”, e dall’analisi della storia, non attraverso slogan facili e capri espiatori utili a media e politici.