#Veracruz Tomba dei #Giornalisti: @radiopopmilano parliamo di #Messico e omicidio #AnabelFlores

Giornalisti uccisi Veracruz

A questo link, dal minuto 12 al minuto 18, parlo a Esteri (Radio Poplare) con Chawki Senouci di Anabel Flores Salazar, l’ennesima giornalista messicana uccisa il 9 febbraio nello stato di Veracruz. A questo link un mio articolo (riprodotto anche di seguito) sul caso e sulla situazione dei giornalisti in Messico da Huffington Post Italia. [F.L.]

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Anabel Flores Salazar aveva trentadue anni e faceva la giornalista nello stato messicano di Veracruz. Da quindici giorni era diventata mamma per la seconda volta, ma ora i suoi due bambini sono orfani.  Il corpo di Anabel, mani legate, busta di plastica intorno alla testa ed evidenti segni di tortura, è stato ritrovato nel vicino stato di Puebla, abbandonato seminudo sul ciglio di una strada statale. “Morte per asfissia”, sanciscono le prime perizie. L’8 febbraio alle due del mattino il fratello e altri familiari della ragazza, residenti in una casa nel comune di Mariano Escobedo, in una regione montagnosa nel centro del Veracruz, sono stati svegliati bruscamente da presunti poliziotti.

Indossavano le divise dei corpi di sicurezza locali dello stato di Veracruz ed equipaggiamento militare: giubbotti antiproiettile, passamontagna, armi di grosso calibro. Flores Salazar è stata portata via per “accertamenti”. Un sequestro, denunciato immediatamente dai familiari alle autorità.
La giornata di lunedì otto è stata convulsa. Gli appelli dei parenti, della procura e del Comitato per la Protezione dei Giornalisti hanno rilanciato la denuncia della sparizione forzata della giornalista, collaboratrice freelance del quotidiano El Sol de Orizaba e altri media locali. Però le ricerche non hanno sortito gli effetti sperati e la donna è stata uccisa. In poche ore le foto del suo cadavere straziato sono finite sulle home page dei principali quotidiani e sono diventate virali nei social network.

Rappresentano un messaggio chiaro, rivolto soprattutto agli editori di quotidiani e riviste locali, da parte del potere criminale della zona. Il Veracruz e il Tamaulipas sono territori rispettivamente di passaggio e di frontiera dei flussi di stupefacenti, di migranti centroamericani e messicani, di armi e merci di contrabbando in direzione nord, verso gli Stati Uniti. La lotta per controllare questi business tra il decadente cartello del Golfo e gli Zetas, ha generato un’escalation di violenza. Inoltre da una parte le organizzazioni hanno favorito la diversificazione degli affari delinquenziali, oggi ripartiti su oltre venti tipologie di reati, e dall’altra c’è stata una frammentazione dei gruppi in schegge criminali sparse in varie città, avamposti o “plazas”.

In questo senso l’azione del governo, che da nove anni conduce la cosiddetta “narcoguerra” seguendo una strategia di militarizzazione dei territori, ha portato all’arresto di molti grandi capi del narcotraffico messicano, ma non ha saputo ridurre la violenza, la corruzione, le connivenze interne ai corpi di polizia con la delinquenza organizzata e la dispersione criminale. Una lunga serie di regioni vivono costantemente sul bordo di una crisi umanitaria, sociale e di sicurezza che esplode periodicamente da un punto all’altro del Paese.

Anabel Flores era specializzata nella copertura delle cosiddette notas rojas [“note rosse”], cioè la cronaca nera. Dunque omicidi, femminicidi, rapimenti e desapariciones, casi in cui in genere sono coinvolti gli integranti di gang e cartelli della criminalità organizzata. Ma non è raro che si riscontri altresì la connivenza o la partecipazione diretta di elementi delle forze dell’ordine e di funzionari pubblici.
Gli stati della costa orientale messicana, cioè Veracruz e Tamaulipas, così come il centrale Michoacán, la frontiera statunitense e, sulla costa del Pacifico, il Guerrero, sono i più pericolosi per l’esercizio della professione giornalistica secondo le statistiche raccolte dall’organizzazione per la difesa della libertà d’espressione Article19.

Sono almeno 107 i giornalisti morti ammazzati dal 2000 ad oggi e in questi anni il Messico, in compagnia di Iraq e Afghanistan, ha occupato le prime posizioni nella classifica internazionale elaborata da Reporter senza frontiere per i rischi e gli attentati contro la libertà di stampa e d’espressione. Inoltre sono 23 i giornalisti desaparecidos dal 2003 ad oggi. La gran parte di loro copriva notizie di cronaca o sulla delinquenza organizzata in cui erano coinvolti poliziotti federali, statali e municipali oppure membri delle forze armate.

Nel solo Veracruz, durate gli ultimi cinque anni, con l’amministrazione di Javier Duarte, sono stati documentati diciassette omicidi e tre sparizioni forzate di reporter. Tra i casi, entrambi per adesso irrisolti, che hanno forato la cortina di silenzio a livello internazionale ci sono sicuramente quelli della corrispondente della rivista nazionale messicana Proceso, Regina Martínez, e del fotoreporter Rubén Espinosa, raggiunto da alcuni sicari a Città del Messico in una casa di una zona benestante e ucciso insieme all’attivista Nadia Vera e altre tre persone. Questo crimine risale del 31 luglio scorso, è noto come il “pluriomicidio della zona Narvarte” e ha scatenato l’ira dei giornalisti messicani e della società civile, che da mesi protestano per il susseguirsi di violenze fisiche e attentati contro la libertà d’espressione.

In Messico e in Europa è circolato molto un appello, chiamato #MexicoNosUrge e che si può seguire su Twitter e Facebook, per far sì che l’Unione Europea s’esprima sulle violazioni ai dirti umani e sulla strage dei giornalisti in Messico e sospenda le relazioni diplomatiche e i trattati commerciali col Messico.
Il governatore di Veracruz, appartenente al Partido Revolucionario Institucional, lo stesso del presidente Enrique Peña Nieto, è ormai conosciuto tristemente con l’alias di “El mata-periodistas”, l’ammazza giornalisti, dato che nel territorio che governa regnano l’impunità e la “tolleranza” per i crimini commessi contro la stampa e i suoi messaggeri.

Sono ormai decine le località del Paese, specialmente nella regione del Golfo, in cui i quotidiani e le riviste locali sono sottoposti a pressioni da parte del governo statale e delle amministrazioni comunali, che spesso costituiscono la principale o unica fonte di pubblicità e, in certi casi, possono albergare apparati collusi con la criminalità organizzata.
Ma le pressioni più forti e “convincenti” arrivano dalle organizzazioni criminali che letteralmente dettano notizie e note giornalistiche a reporter ed editori, come ben l’ha documentato Dana Priest in un dettagliato reportage, intitolato “Censura o Morte”, sul Washington Post. I vari narco-cartelli e le bande hanno degli emissari o “enlaces” [connessioni] presso i mezzi di comunicazione locali per il controllo dei flussi informativi. Sono praticamente degli editori e capi-redattori occulti che usano il loro potere di minaccia per condizionare cosa viene pubblicato e come. Alcune notizie vengono stralciate o manipolate, altre sono fornite dagli emissari stessi. Spesso ci sono vari enlaces di gruppi delinquenziali differenti presso lo stesso giornale. Chi sgarra muore.

Anche nel caso di Anabel sono partite le speculazioni non provate, riprodotte dal suo stesso giornale, El Sol de Orizaba, secondo cui la donna sarebbe stata legata a figure o boss del crimine organizzato. In genere si tratta di tentativi per screditare la vittima. I suoi familiari hanno negato categoricamente ogni connessione. La strategia è chiara: creare del fumo, accusare senza prove, per evitare maggiori scandali e proteggere gli assassini, i mandanti e, forse, anche le responsabilità degli editori e dei redattori del giornale. Infatti, ed è solo un’ipotesi, se questi hanno commesso un errore, in buona o cattiva fede, pubblicando note scomode per un gruppo delinquenziale o per la politica locale e poi l’azzardo è stato pagato con la vita da una loro collaboratrice, può essere gioco forza screditarla e collegarla alla criminalità. Stesso ragionamento se chi promuove o fa filtrare queste informazioni sulla vittima sono lo stesso crimine organizzato o qualche potere pubblico.

Così può funzionare il bavaglio, nel silenzio e con l’annuenza delle autorità che, in qualche modo, possono anche risultare beneficiate da una diminuzione delle note su narcos e violenza nella loro zona. In questo ambiente lavorava Anabel Flores, ennesima vittima del silenziatore criminale e istituzionale che annulla la democrazia e le libertà.

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