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Brasile: Accampamento Terra Libera 2017

Acampamento-Terra-Livre-2017-720x480[di Loretta Emiri, da Pressenza] Dal 24 al 28 aprile si è svolto a Brasilia il 14º Accampamento Terra Libera. L’iniziativa si è trasformata nella maggior mobilitazione indigena degli ultimi anni; da tutto il Brasile e appartenenti a varie etnie, sono intervenuti più di tremila indios. Momenti significativi ed eventi importanti hanno caratterizzato la manifestazione. La nota dolente si è verificata nel pomeriggio del 25 aprile. Gli indigeni sono usciti dall’accampamento, montato a fianco del Teatro Nazionale, trasportando circa 200 bare e uno striscione con la scritta “Demarcazione subito”. Le bare ricordavano i leader assassinati nella difesa delle proprie terre; secondo il Consiglio Indigenista Missionario, solo nel 2015 ne sono stati ammazzati 54.  Formando una gigantesca marcia  funebre gli indios hanno percorso la Spianata dei Ministeri; tra di loro centinaia di bambini, anziani e donne. Per quaranta minuti tutto si è svolto pacificamente, fino al momento in cui gli indigeni hanno cercato di lasciare le bare nello specchio d’acqua adiacente al Congresso.

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En @RadioEducación: Medios, #Golpe e #Impeachment de #DilmaRousseff #Brasil en

A questo link si puó ascoltare il podcast del programma di Radio Educación Messico EL FIN JUSTIFICA LOS MEDIOS, di del 19 maggio 2016 in cui parliamo del golpe bianco in Brasile e del ruolo di Rede Globo e i mass media.

O globo TV Brasil

“El golpe parlamentario contra la presidenta de Brasil, Dilma Russeff, ha sido un proceso fraguado por varios actores políticos, pero hubiera sido imposible sin la participación de los medios de comunicación comerciales de ese país. Hoy hablaremos de esto en nuestra Entrevista con el Doctor en Estudios Latinoamericanos Fabrizio Lorusso.
También vamos a presentarles un reportaje sobre el homenaje al musicalizador de la radio, Vicente Morales; y por supuesto, nuestra sección de noticais, Notimedios”.

Programa radiofónico dedicado a la comunicación que se transmite todos los jueves de 13:05 a 14:00 hrs. por Radio Educación, 1060 AM. Escuchar radio en vivo link Radio su Twitter link

Fin Medios Radio Educacion

Le strategie delle destre in Brasile

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

nao vai ter golpe (1)In Brasile da circa tre anni l’offensiva contro l’esecutivo di Dilma Rousseff, presidentessa eletta per un secondo mandato nel 2014 col 51% dei voti, e il governativo Partido dos Trabalhadores (PT) è alimentata da fattori congiunturali, come la caduta del PIL (-3,8% nel 2015) e delle esportazioni (14,1%), l’inflazione (10,6%) e la svalutazione della moneta nazionale, il Real (del 48,3%), ma anche da elementi strutturali e da una strategia basata su tre pilastri: il politico, il mediatico e il giudiziario. Tutti vengono a sovrapporsi e ad allacciarsi con la difficile situazione economica.

Golpe Soft?

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Il Brasile non si ferma e manifesta

brasil quem nunca dormiuLa Confederation Cup è finita, il Brasile ha vinto il torneo, ma le piazze di decine di città non si sono più svuotate da quando, il 6 giugno scorso, il Movimento Passe Livre (MPL, nato nel 2005, di natura autonoma e orizzontale) convocò le prime manifestazioni della stagione contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico. L’MPL lotta per una “tariffa zero” nei trasporti, un “diritto alla città” per tutti che eliminerebbe le barriere alla mobilità e la ghettizzazione di classe nelle metropoli brasiliane. Per questo il movimento precede e trascende le proteste di questi giorni e ha una visione di lungo periodo che punta a mettere in discussione il modello di sviluppo postcapitalista e postmoderno delle città brasiliane che riproduce gli schemi della segregazione etnica e di classe.

In giugno, dopo una settimana di manifestazioni pacifiche, interrotte da meno pacifiche cariche della polizia, milioni di persone non protestavano più ”solo per 20 centesimi”. Ed anche l’MPL, in realtà, non ha mai lottato “solo per 20 centesimi” ma per ben altro. Fino ad oggi, però, quella frase, riprodotta dai titoloni dei media di mezzo mondo fino allo spasimo, è servita da una parte a rendere l’idea della crescita del movimento e delle sue richieste, ma dall’altra ha contribuito in qualche modo a mettere in secondo piano o a diluire le rivendicazioni e la portata radicale, fondamentalmente anticapitalista, dello stesso MPL che è stato incalzato dagli eventi, almeno nelle prime fasi.

Da allora le manifestazioni continuano, anche se con intensità e partecipazione affievolite, e continua anche la repressione dalle Ruas alle favelas, con le incursioni della polizia che in questi quartieri popolari non usa “solo” proiettili di gomma ma pallottole vere e approfitta delle operazioni contro i manifestanti per rincarare la dose nelle favelas. La lotta storica dell’MPL e l’apparizione sulla scena e nelle strade della “nuova classe media”, cioè quegli oltre 40 milioni di brasiliani emersi dalla povertà con le politiche distributive di Lula e Roussef dal 2003, sono state accompagnate e, in più occasioni, messe in ombra dalla presenza di provocatori, di neofiti delle piazze esaltati o spaesati, da settori di classe medio-alta con un discorso più classista e nazionalista.

La moltiplicazione delle iniziative, delle città mobilitate, delle interpretazioni azzardate intorno al movimento e, infine, delle motivazioni scatenanti delle manifestazioni, con organizzazioni e persone molto diverse e addirittura contrapposte nelle stesse piazze, risponde a un’effettiva eterogeneità di idee e intenzioni, di lotte ed esigenze, che viene propiziata dall’uso massiccio dei social network come spazi dell’attivismo virtuale fai da te e del dibattito a colpi di slogan efficaci e click facili. Questo mix ha finito per mettere troppa carne al fuoco: richieste nuove, più astratte o generiche, come la lotta alla corruzione, alle tasse o all’inflazione, funzionavano come slogan e catalizzatori di un consenso traversale e di un malessere reale senza tradursi, però, in un programma politico che andasse oltre una lista di rivendicazioni.

san paoloAnche i reazionari media mainstream (Globo TV per prima) e le reti sociali, uno strumento utile ma ambiguo nel contempo, stavano palesemente contribuendo a trasformare le percezioni e la natura stessa della protesta, o almeno parti significative (e più mediatizzate) di essa, soprattutto in alcune città (per es. San Paolo): le rivendicazioni concrete passavano in secondo piano sotto la bandiera brasiliana, che “mette tutti d’accordo”, e sotto l’egida dell’antipolitica, non solo antigovernativa, ma anche potenzialmente antidemocratica.

Il “risveglio” è comunque andato avanti: anche docenti, camionisti, abitanti delle favelas, contadini e gruppi afrobrasiliani manifestano, nonostante il circo mediatico non se ne occupi. Circola uno slogan eloquente in rete: “chi non ha mai dormito abbraccia chi s’è svegliato”, che sta quasi a celebrare, con un pizzico di sarcasmo, un’unità d’intenti di vecchi e nuovi movimenti, di realtà vive e vegete e di altre, risvegliate dalla congiuntura, che sono più o meno strutturate, si ritrovano ora nelle piazze insieme alle altre e non si prevede quanto dureranno e come evolveranno.

Si ritrovano alcuni elementi del concetto di moltitudine, sviluppato da Michael Hardt e Toni Negri, nel movimento brasiliano, che tende a rifiutare i canali politici tradizionali e ad organizzarsi nella pluralità, orizzontalmente, senza leader, ma non in modo disorganizzato e del tutto spontaneo. Ne ha parlato Hardt in un’interessante intervista tradotta in italianosu GlobalProject, sottolineando come la tecnologia, anche nel caso brasiliano, sia solo uno strumento mentre l’organizzazione sociale e politica, insieme alla “maturità per combattere le provocazioni e gli interventi della destra” e la capacità di formare un potere “costituente” e non solo “destituente”, restino le vere sfide per il futuro del movimento.

Le proteste di buona parte dei movimenti non si erano mai addormentate. Alcuni risultati sono stati ottenuti nelle ultime due settimane, ma mi sembrano più congiunturali, magari anche emblematici, piuttosto che strategici: bloccato l’aumento del prezzo dei biglietti per il trasporto pubblico nelle grandi città, stanziati maggiori fondi per le infrastrutture, ritirate la PEC 37 (la legge che limitava le indagini sul reato di corruzione sottraendolo all’azione dei PM su cui, però, esiste un dibattito a sinistra relativo ad eventuali derive giustizialiste per l’eccessivo potere dei PM) e la legge omofoba e assurda nota come “cura gay” che trattava l’omosessualità come una malattia e prevedeva cure psicologiche per gli omosessuali.

Il senato ha approvato un provvedimento per ridurre a livello nazionale le tariffe dei trasporti pubblici che ora passa alla camera. La presidente Dilma Roussef ha incontrato l’MPL e i governatori, ha chiesto al parlamento di convocare un referendum sulla riforma politica e ha deciso di destinare il 75% dei proventi del petrolio all’istruzione e il 25% alla sanità. Ha anche rispolverato una vecchia proposta, da sempre osteggiata dai medici brasiliani, di contrattare dottori stranieri per far fronte alle emergenze sanitarie nazionali. Ma i medici dicono che non servono più dottori ma più investimenti.

A Belo Horizonte gli studenti dell’Assemblea Popolare Orizzontale (APH) da una settimana occupano l’edificio della camera, sede del potere legislativo locale dello stato di Minas Gerais, ed esigono la revoca degli aumenti dei biglietti dei mezzi pubblici, maggiore trasparenza nei contratti tra il comune e le imprese di trasporti, la tariffa zero per studenti e disoccupati oltre ad una riduzione generalizzata delle tariffe.

Il 3 luglio il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), i collettivi Resistencia Urbana, CSP-Conlutas, Itersindical, Periferia Ativa, il Forum Popolare per la Salute e l’MPL sono scesi in piazza a San Paolo, occupando la rinomata Avenida Paulista, per proporre alla Roussef un’agenda che superi i punti da lei proposti e le prime misure adottate: quindi tariffa zero, 10% del PIL per l’educazione, orario di lavoro a 40 ore settimanali senza riduzione del salario e dei benefici previdenziali, controllo statale sugli affitti ed eliminazione degli  sfratti, no alla privatizzazione della sanità, la classificazione della repressione delle forze dell’ordine come crimine grave e la demilitarizzazione dei corpi di polizia.

L’11 luglio ci sarà uno sciopero generale, indipendente dalle proteste dell’ultimo mese anche se ci sono molte rivendicazioni comuni, e unirà i sindacati delle città ai movimenti rurali per chiedere trasporti a “tariffa zero”, l’aumento degli investimenti in salute ed istruzione, lo stop alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro. L’MPL, che si mantiene molto attivo anche per la difesa dei detenuti politici (link bollettino), ha annunciato nuove mobilitazioni contro la repressione e la criminalizzazione dei movimenti sociali, per la tariffa zero, per una sanità e un’educazione pubbliche e gratuite e per il diritto alla casa. Fabrizio Lorusso. Twitter @CarmillaOnLine    @FabrizioLorusso

Infine segnalo (e raccomando) il racconto “Cronaca di un titano incompreso”, metafora della situazione del Brasile e delle proteste.

La protesta invade le strade del Brasile

BrasilOltre un milione di persone si sono riversate per le strade di un centinaio città brasiliane nel pomeriggio di giovedì 20 giugno. Ma sono più di dieci giorni che in decine di città del Brasile le manifestazioni popolari sono inarrestabili, nonostante numerosi episodi di repressione violenta da parte della polizia e, a un livello più “folclorico” ma emblematico, gli spropositi proferiti da O Rey Pelè che ha cercato di richiamare all’ordine i manifestanti, suggerendo loro di concentrarsi sulle partite della seleção e farla finita con le proteste. Il suo appello è giustamente sprofondato nell’oblio. Intanto, solo nella sera di giovedì 20, ci sono stati 60 feriti a Rio, altri 30 a Brasilia e 1 morto a Ribeirão Preto. Come erroneamente alcuni media italiani hanno riportato, non si tratta di un movimento “contro i mondiali di calcio” o semplicemente contro il rincaro dei biglietti dei trasporti pubblici, deciso dai sindaci delle località che ospiteranno le partite nel 2014, per provare a recuperare le spese sostenute in questi anni. Di fatto, per esempio a Brasilia, la protesta è stata battezzata come un “Atto nazionale contro l’aumento dei biglietti, le violazioni legate alla coppa del mondo e la criminalizzazione della lotta popolare”. Dopo le prime giornate di lotta la settimana scorsa la gente è scesa in massa per le strade anche per rispondere alla repressione della polizia che aveva fatto 100 feriti e 190 detenuti. Ad ogni modo i motivi e le chiavi di lettura della protesta rivelano scenari e sentieri poco praticati dai mezzi di comunicazione nostrani, spesso avvezzi alla semplificazione della realtà e della storia latino americane.

Dalla Turchia al Brasile le piazze e la gente s’espongono e s’indignano, sperimentando diverse forme di partecipazione e protesta. Lottano contro l’esclusione dalla democrazia reale, sempre più lontana, “televisivamente” contaminata e infine sostituita dai surrogati del mercato e del privatismo, e dal sogno dello “sviluppo economico” di cui gran parte della popolazione è più vittima o semplice spettatrice che artefice o beneficiaria. Ed è un “sogno” che, tra l’altro, i paesi dell’America Latina hanno già provato a vivere a più riprese, quasi sempre interrotte da dittature, populismi, ingerenze straniere, colpi di stato e “problemi strutturali” sia negli anni trenta che negli anni sessanta del secolo scorso.

Da Istanbul a Brasilia parliamo di due paesi cosiddetti “emergenti”, seppur in modi, contesti e tempi assai differenti tra di loro, e di risvegli improvvisi, ma non imprevedibili né ingiustificati. Non sono gli alberi del Gezi Park a Istanbul o l’aumento di 20 centesimi di Real del biglietto per i trasporti pubblici di San Paolo e Rio (e di altre città che ospiteranno i mondiali di calcio) i motivi dell’incendio, ma sono solo le scintille che appiccano il fuoco e uniscono le masse attorno a esigenze certamente più trascendenti e ispiratrici che  coinvolgono settori anche molto diversi della popolazione e spaziano da proposte di riforma del sistema fino a idee per il suo superamento.

Il Brasile del PT (Partido dos Trabalhadores), dell’ex presidente Ignacio “Lula” da Silva (il “presidente operaio”, dal 2003 al 2010) e di Dilma Roussef (la “presidentessa guerrigliera”, 2011-14) ha 200 milioni di abitanti, è la prima economia dell’America Latina, sesta del mondo, e nell’ultimo decennio ha sicuramente fatto dei grossi passi avanti nella lotta alla povertà e nell’ampliamento della classe media grazie a un’economia che ha registrato una media di crescita del 4% per otto anni di fila (2003-2011). Il ”gigante del Sud” si erge dunque a potenza regionale sudamericana, ma anche ad attore geopolitico di caratura mondiale e acquista più peso a livello internazionale. Per citare un paio di esempi, sono brasiliani il direttore generale della OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), Roberto Azevedo, e quello della FAO, José Graziano da Silva. Il Brasile fa parte dei paesi emergenti inclusi nella fantomatica sigla “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), organizzerà le Olimpiadi nel 2016 e i Mondiali di calcio l’anno prossimo, dopo aver già realizzato l’anno scorso la Conferenza ONU Rio +20 sull’ambiente. Ma non è tutto oro quel che luccica.

Undici giorni consecutivi di proteste, un crescendo di partecipazione popolare attivata dai social network, che riproducono lo slogan “Brasile, svegliati!”, convertito in hashtag e trending topic su twitter nel giro di poche ore, stanno lì a ricordare al mondo, ipnotizzato dalla Confederation Cup che sta per arrivare alla fase finale, che questo è anche il paese delle enormi disuguaglianze socio-economiche, tra le più grandi in America Latina, della corruzione, degli sprechi per il mondiale e dello sviluppo incompiuto. La crescita economica s’è quasi fermata per un paio d’anni passando a tassi europei (da declino o quasi) del 2,7% nel 2011 e dello 0,9% l’anno scorso, mentre l’inflazione è cresciuta fino al 6,5%.

L’alto costo della vita, che è semplicemente proibitivo per la maggior parte della popolazione, almeno nelle grandi città, e l’imposizione fiscale, tra le più alte in America Latina, farebbero pensare ad un paese che sta toccando le vette del tanto agognato “sviluppo” economico e del cosiddetto “primo mondo” (dove appunto tasse e costo della vita sono alti), ma la realtà è un’altra. I segni esteriori e i dati economici di un “paese sviluppato” (o in via di sviluppo) non sempre corrispondono alla situazione della vita reale né alla totalità della sua gente. Affianco alla nuova classe media salariata, sempre più appiattita su standard e modelli di vita estremamente consumistici, esistono masse popolari che dalle favelas alle periferie, dalle regioni amazzoniche al Nordest, storicamente più arretrate rispetto al Sud e all’asse Rio-San Paolo, non sono ancora riuscite a fare “il grande salto” e probabilmente dovranno attendere qualche decennio in più per farlo (se mai succederà). Il modello della potenza regionale che aspira ad essere un “global player” e proietta un’immagine nazionale positiva e amichevole al resto del mondo comincia a scricchiolare proprio in questi giorni in cui l’attenzione dei media avvia la sua fase ascendente per colpa della, o grazie alla, Confederation Cup.

Proprio il 22 giugno si gioca Italia-Brasile a Salvador de Bahia e sono annunciate nuove mobilitazioni, mentre la preparazione per i mondiali del 2014 rende irrequieta, anzi arrabbiata, la popolazione che vede fluttuare le spese per gli stadi e le infrastrutture mentre aumentano gli sfollati e i senza tetto, pagati una miseria per abbandonare le loro case site nei pressi dei nuovi megaprogetti, e s’abbassano la qualità e la copertura della sanità e del sistema educativo. Questi sono alcuni altri motivi che hanno spinto migliaia di persone a scendere in piazza. Un’altra delle richieste della popolazione “indignata” riguarda la trasparenza nella gestione dei circa 13 miliardi di dollari investiti dal governo per i mondiali e le Olimpiadi e i freni contro la corruzione. “Meno circo e più pane”, chiedono i manifestanti. Gli aumenti nei prezzi dei biglietti sono stati revocati, ma le proteste continuano.

Secondo uno studio (da prendere con le pinze ma almeno indicativo) citato dalla stampa brasiliana e portoghese nei giorni scorsi, l’84% dei manifestanti non dichiara simpatie di partito, il 71% partecipa per la prima volta a una protesta di piazza e più della metà ha meno di 25 anni. L’81% delle persone han saputo delle iniziative attraverso Facebook. Dal 1992, quando venne contestata la presidenza di Fernando Collor de Mello, non si vedevano manifestazioni così imponenti nelle metropoli brasiliane e queste sono le prime che vengono convocate prevalentemente tramite le reti sociali. L’origine viene dalle mobilitazioni convocate dal movimento contro l’aumento del costo dei trasporti pubblici (Movimiento Pase Libre), ma la continuazione e gli sviluppi delle manifestazioni passano dalle reti sociali e dall’estensione della protesta ad altri settori, in genere non rappresentati a livello istituzionale e appunto convocati spontaneamente per le strade.

In Brasile chi riesce a “entrare nel sistema”, magari grazie a un contratto decente, alla carriera in una grande impresa nazionale o in una multinazionale, oppure con un posto statale, ha l’illusione di raggiungere di una qualità di vita da “primo mondo” (per quanto questa definizione possa avere un significato attualmente). Ciononostante, gli alti indici di criminalità (per esempio un tasso di omicidi ogni centomila abitanti superiore a 25, di fatto simile a quello del Messico della narcoguerra) e un tasso di sviluppo umano (indice che incorpora la valutazione di istruzione, sanità e reddito) che colloca il paese al posto numero 85, sotto Perù e Venezuela per esempio, contraddicono l’ottimismo dei nuovi settori emergenti.

C’è chi ha provato a strumentalizzare politicamente la protesta, puntando il dito esclusivamente contro Dilma Roussef e riducendo le manifestazioni a un movimento contro il governo in carica. Invece la popolazione nelle piazze tende a lanciarsi contro tutta la classe politica, da una parte, e contro un modello di sviluppo incompleto, dall’altra. D’altro canto è vero che, rispetto al periodo di Lula, c’è stato un distacco maggiore dei movimenti sociali dai partiti di governo.

In un editoriale uscito sul quotidiano portoghese Publico del 20 giugno, l’accademico Boaventura de Sousa Santos sottolinea luci ed ombre del Brasile di Lula e Dilma, una potenza che ha proiettato internazionalmente l’idea (solo in parte seguita dalla pratica) di uno sviluppo “benevolo ed includente”, di una società effettivamente meno povera e con prospettive per il futuro, ma che è composta comunque da due paesi diversi, forse meno identificabili rispetto alle “due Turchie” che da tre settimane si scontrano nelle piazze del paese euroasiatico. Il Brasile “altro”, quello che sfugge alle analisi più comuni, è spiegabile tramite tre narrative.

La prima è quella dell’esclusione sociale, quella di un paese tra i più ingiusti al mondo, malgrado la crescita e le politiche dell’ultimo decennio, in cui le oligarchie latifondiste, il vecchio mondo provinciale e autoritario, le élite razziste e chiuse sono ancora vive e vegete. La seconda è quella della rivendicazione della democrazia partecipativa dell’ultimo quarto di secolo, culminata con la Costituzione del 1988, i bilanci partecipativi a livello municipale, l’impeachment del presidente Collor de Mello nel 1992, la creazione dei consigli cittadini per la gestione di alcune politiche pubbliche a vari livelli. La terza narrativa ha una decina d’anni e riguarda le politiche d’inclusione sociale portate avanti dal presidente Lula dal 2003 che hanno portato a un aumento della classe media “consumista”, a una riduzione della povertà e alla presa di coscienza pubblica sulla discriminazione razziale contro gli discendenti dei popoli indigeni e africani.

Da quasi tre anni a questa parte, con la presidenza di Dilma Roussef, c’è stato un rallentamento nelle azioni e nei discorsi legati alle ultime due narrative. “Lo spazio politico corrispondente è stato occupato dalla prima narrativa, rinforzata dall’ideologia dello sviluppo capitalista a tutti i costi e dalle nuove e vecchie forme di corruzione”, secondo Boaventura de Sousa, e “le forme di democrazia partecipativa sono state cooptate, neutralizzate dall’avvento delle grandi infrastrutture e i megaprogetti, perdendo interesse per le nuove generazioni”. Sono in aumento gli omicidi di sindacalisti e attivisti contadini nel vecchio Brasile rurale, per esempio, e la distribuzione della ricchezza sta vivendo un momento di stagnazione.

Quindi la vita urbana è peggiorata dato che gli investimenti per il trasporto, l’educazione, la salute e i servizi sono finiti nel calderone dei progetti per gli eventi internazionali organizzati dal Brasile. Ma questi stessi eventi rischiano di diventare un boomerang, anche se, forse, rischiano di diventare delle occasioni uniche per il risveglio della protesta popolare che, forte dell’attenzione mediatica globale, può spingere per una trasformazione più profonda della società, la redistribuzione della ricchezza e un riorientamento del modello di sviluppo che non dimentichi le narrative dell’inclusione politica, sociale ed economica.

La presidentessa del Brasile ha appena rivolto un discorso di “riconciliazione” alla nazione e specialmente a quel milione di manifestanti che minacciano di moltiplicarsi e continuare con le mobilitazioni. La Roussef ha dichiarato che destinerà il 100% delle risorse del settore petrolifero all’istruzione, che riceverà i leader delle proteste (che però non si sa esattamente chi siano e quindi forse il riferimento è al Movimento Pase Libre) per arrivare a una soluzione e che c’è bisogno di “ossigenare il sistema politico”. L’apertura al dialogo con tutti, sempre secondo il discorso della presidentessa, è d’obbligo, ma va condotto “in ordine e senza violenza”, quindi la polizia proteggerà il “patrimonio pubblico”. Mi sembrano parole un po’ fredde e promesse ancora poco definite, ma è un impressione esterna, per cui restiamo in attesa della risposta delle piazze e della definizione di un movimento che forse è ancora difficile “inquadrare”, ma che sta svegliando dal torpore un paese e stanando alcune sue contraddizioni.  Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso (da CarmillaOnLine)

PS. Segnalo due articoli interessanti (in portoghese e in spagnolo) che cercano di interpretare le direzioni e le sfumature del movimento inedito che sta riempiendo le strade brasiliane in questi giorni. Da una parte c’è una visione preoccupata e l’appello alle forze anticapitaliste che segnala (LINK Passapalvra) il pericolo (e la presenza) di strumentalizzazioni e infiltrazioni della destra e di una eventuale deriva nazionalista e conservatrice, dall’altra (LINK Rebelion) la forza del popolo per le strade, la riappropriazione degli spazi e lo spontaneismo che stanno facendo risvegliare il paese, dunque non solo un “movimento” della classe media. Foto degli scontri nelle diverse città: LINK

L’etanol contro gli indigeni in Brasile: documentario

Il lato oscuro del verde o All’ombra di un delirio verde. [Il documentario, di 30 minuti, è del 2011 ma vale la pena, è in portoghese ma è chiarissimo…F.L.] Nella regione del Mato Grosso del Sud (stato del Brasile che confina con la Bolivia e il Paraguay, nel Sud-Ovest del paese), alla frontiera col Paraguay, l’etnia indigena più popolosa in Brasile lotta silenziosamente per il proprio territorio per cercare di contenere l’avanzata di grossi nemici.

Espulsi dal continuo processo di colonizzazione, oltre 40mila Guarani Kaiowá vivono oggi in meno dell’1% del loro territorio originale. Sulle loro terre si trovano migliaia di ettari di canna da zucchero piantati da multinazionali che, d’accordo con i governanti a livello nazionale, presentano al mondo l’etanolo come il combustibile “pulito” ed “ecologicamente corretto”.

Senza terra e senza foresta i  Guarani Kaiowá convivono da anni con un’epidemia di denutrizione che colpisce soprattutto i bambini. Senza alternative per la sussistenza, adulti e adolescenti sono sfruttati nelle piantagioni di canna in lunghissime giornate di lavoro.

Nella catena di produzione del combustibile “pulito” sono costanti le azioni di controllo fatte dal Ministero del Lavoro che attestano l’uso di lavoro minorile (infantile) e situazioni di schiavitù.  Nel pieno del delirio da febbre per l’oro verde (com’è chiamata la canna da zucchero), i gruppi dirigenti degli indigeni che affrontano il potere che s’impone su di loro trovano spesso la morte fazendeiros (proprietari terrieri).

Approfondimenti: da Vermelho 1.   Vermelho 2.     Vermelho 3.   http://www.thedarksideofgreen-themovie.com

Tempo: 29 min
Países: Argentina, Bélgica e Brasil
Narração: Fabiana Cozza
Direção: An Baccaert, Cristiano Navarro, Nicola Mu
thedarksideofgreen-themovie.com

No Facebook
facebook.com/pages/THE-DARK-SIDE-OF-GREEN/132106013477766?ref=ts

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darksideNa região Sul do Mato Grosso do Sul, fronteira com Paraguai, o povo indígena com a maior população no Brasil trava, quase silenciosamente, uma luta desigual pela reconquista de seu território.
Expulsos pelo contínuo processo de colonização, mais de 40 mil Guarani Kaiowá vivem hoje em menos de 1% de seu território original. Sobre suas terras encontram-se milhares de hectares de cana-de-açúcar plantados por multinacionais que, juntamente com governantes, apresentam o etanol para o mundo como o combustível “limpo” e ecologicamente correto.
Sem terra e sem floresta, os Guarani Kaiowá convivem há anos com uma epidemia de desnutrição que atinge suas crianças. Sem alternativas de subsistência, adultos e adolescentes são explorados nos canaviais em exaustivas jornadas de trabalho. Na linha de produção do combustível limpo são constantes as autuações feitas pelo Ministério Público do Trabalho que encontram nas usinas trabalho infantil e trabalho escravo.
Em meio ao delírio da febre do ouro verde (como é chamada a cana-de-açúcar), as lideranças indígenas que enfrentam o poder que se impõe muitas vezes encontram como destino a morte encomendada por fazendeiros.

À Sombra de um Delírio Verde

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In the south region of Mato Grosso do Sul, in the border of Brazil and Paraguay, the most populous indigenous nation of the country silently struggle for its territory, trying to contain the advance of its powerful enemies.

Expelled from their lands because of the continuous process of colonization, more than 40,000 Guarani Kaiowá live nowadays in less than 1% of their original territory. Over their lands there are now thousands of hectares of sugarcane planted by multinational enterprises that, in agreement with the government, show ethanol to the world as an environment friendly and “clean” fuel.

Without the lands and the forests, the Guarani Kaiowá have been coexisting for years with a malnutrition epidemic that reach their children. With no alternative of subsistence, adults and kids are exploited in the cane fields in exhausting working days. In the production line of the “clean” fuel, the Federal Public Prosecutor constantly sues the owners of the plants because of the child labor and the slave labor found there.

Amid the delirium of the green gold fever (the way people call sugarcane), indigenous leadership that face the imposed power many times find as their fate the death ordered by the big farmers.

Ficha técnica:
Título Original: À Sombra de um Delírio Verde Documentário (The Dark Side of Green)
Gênero: Documentários
Produção: Argentina, Bélgica, Brasil
Tempo de Duração: 29 min
Ano de Lançamento: 2011
Direção, produção e roteiro: An Baccaert, Cristiano Navarro e Nicolas Muñoz
Narração em Português: Fabiana Cozza
Música composta por Thomas Leonhardt

DarkSideofGreen

Cesare Battisti: no all’estradizione, liberato in Brasile

Cesare Battisti resta in Brasile, libero. Il notiziario brasiliano Jornal Nacional e l’Agencia Brasil hanno comunicato la decisione del STF, Supremo Tribunale Brasiliano, presa con 6 voti contro 3 nel pomeriggio dell’8 giugno di respingere il ricorso del governo italiano contro la decisione dell’ex presidente Lula che il 31 dicembre scorso non aveva concesso l’estradizione di Cesare Battisti. E’ prevalsa in seno alla Corte la linea di rispetto della sovranità nazionale brasiliana. Questa decisione è stata il preludio della successiva, presa in serata, che conferma la non estradizione di Battisti considerando il trattato italo-brasiliano che disciplina la materia. Poco dopo la mezzanotte è avvenuta la liberazione di Cesare Battisti per ordine del presidente della Corte Suprema, Cesar Peluso. L’italiano si trovava da 4 anni in carcere nel reclusorio Papuda di Brasilia. Il suo avvocato, Luis Eduardo Barroso, procederà al più presto a inoltrare in suo favore la richiesta di un visto permanente presso il Ministero della Giustizia affinché possa restare legalmente nel paese e continuare con lasua attività di scrittore. “Sempre una parola di rispetto e solidarietà per le vittime degli anni di piombo, nessuno è felice di quello che è successo. E’ importante capire che il Brasile è un paese con una tradizione di umanità e l’idea di punire 32 anni dopo qualcuno che era parte di uno scontro ideologico è un po’ distante dalla sensibilità politica del Brasile” ha dichiarato Barroso. Si tratta di un paese che ha anche concesso l’amnistia ai militanti e ai membri dei governi coinvolti con la dittatura militare e quindi non è una società punitiva. “E’ giusto che l’Italia comprenda la situazione brasiliana, la situazione della Suprema Corte, e che volti pagina. Sono convinto che  in poco tempo questo sarà superato”. Informati sul caso QUI. Una rassegna recente QUI.

Cesare Battisti e l’accanimento: rassegna stampa

BattistiLibero.jpgDopo una settimana di titoloni, servizi dei Tg, speculazioni, mezze verità, sit-in e sit-down in piazza e in Tv, abbiamo raccolto il meglio della blogosfera sul caso Cesare Battisti aggiornato al 2011. Almeno fino a febbraio, quando il Tribunale Supremo riconsidererà la decisione dell’ex presidente Lula di non restituire Battisti all’Italia, sembra che Berlusconi, l’Italia e la gente abbiano ben altre cose cui pensare, ma conviene cogliere e riassumere con un post l’evoluzione delle opinioni e dell’ambiente intorno a questo caso. In attesa che anche i palazzi s’accorgano col consueto ritardo che qualcosa si muove…

UniNomade – Perché stiamo con Lula

Gli sviluppi recenti tra Brasile e Italia sul caso Battisti visti da un gruppo di ricercatori italiani all’estero. Come molti altri osservatori e contrariamente a quanto affermato da Omero Ciai di Repubblica in un collegamento video, sono convinti che la decisione di Lula di non estradare Battisti, presa durante l’ultimo giorno del suo mandato come presidente, non sia stata affrettata o basata su incomprensioni e fraintendimenti. Cito “Stupisce, in particolare, una tale perseveranza “giustizialista” da parte di un esecutivo tragicamente incapace di far luce sulle stragi degli anni sessanta e settanta, unanimemente considerate dagli storici come le « madri » di tutti i terrorismi”. Non solo alcuni italiani all’estero o il Brasile la pensano così. Leggi tutto.

Leonardo 2010 – Un latitante troppo fotogenico

Battisti come simbolo “fotogenico” e mostro di un’epoca che in realtà diventa un capro espiatorio dell’incapacità nazionale e politica di chiudere il capitolo degli anni settanta in Italia. Inoltre una nota sulla giustizia italiana che ci ha permesso di “uscire” dai cosiddetti anni di piombo. E ce n’è anche per l’approccio berlusconiano ai problemi: “Perché risolverli, quando li si può trasformare in spettacolo? Vedi l’emergenza rifiuti: dopo le elezioni Berlusconi aveva gli strumenti e il consenso per risolverla in modo strutturale, anche con misure impopolari; ma gli conveniva davvero? Che altro avrebbe promesso alle elezioni successive? Lo stesso con Battisti. Forse, con un’azione diplomatica più ponderata, Berlusconi avrebbe potuto averlo indietro. Ma ne valeva davvero la pena? Non era meglio mandare in vacanza il solito ministro Frattini, rilasciare una dichiarazione insolente nei confronti di Lula, e liberare il ministro delle chiacchiere moleste, on. Ignazio La Russa? Si sventola il ghigno del mostro al tg delle venti, si mobilitano i parenti delle vittime (che hanno tutte le ragioni per sentirsi presi in giro), e se non si ottengono risultati, si può sempre lamentare l’esistenza di un complotto radical chic contro l’Italia”.
Sul sito web de L’Unità.

Leonardo 2009 – Proletario, proprio

Un articolo della fine del 2009 ma sempre attuale perché ci spiega in breve i motivi per cui cesare Battisti meriterebbe di scontare (o meglio, di non scontare!) l’ergastolo. Non trovandoli nelle sentenze e nei 4 casi di omicidio che gli vengono in qualche modo appioppati, allora l’autore prova a fare un’elegante speculazione su altre possibilità finora non considerate. Leggile.

Battisti, una storia per nulla criminale, di Marco Bascetta, Il manifesto

Partendo dal presupposto che si sono dati dei toni nazionalisti ed esagerati al caso Battisti, toni bacchettati prontamente dal Brasile, si propongono alcune considerazioni importanti su come interpretare gli anni settanta e i gravi conflitti sociali che laceravano la società. Quindi anche nel caso di Battisti “non si può sorvolare sulla mancata ratifica da parte italiana di importanti trattati internazionali che riguardano diritti e garanzie in ambito penale (ne ha riferito accuratamente Mauro Palma qualche giorno fa su queste stesse pagine) e che recano invece la firma del Brasile. Qui non si tratta dell’ infatuazione degli intellettuali francesi, con cui polemizza Barbara Spinelli sulla Repubblica di ieri, ma di puntuali argomentazioni tecniche e giuridiche”.
Qui l’articolo.

Perché lo schiaffo all’Italia, di Mauro Palma, Il manifesto

Ben spiegati i motivi politici e “tecnici” della decisione di Lula fuori da speculazioni. “Una decisione politica, presa dopo aver ricevuto il parere dell’avvocatura di stato e motivata non sulle vicende di ieri – le modalità emergenziali dei processi – bensì sulla situazione attuale: il rischio di atti discriminatori o persecutori verso Battisti, una volta in Italia. Di certo nell’opinione dell’avvocatura hanno avuto peso due elementi rispetto ai quali la sensibilità del Brasile si è andata molto raffinando negli anni recenti.”
Quindi non è che loro non abbiano capito bene le conseguenze di quello che facevano.
Anzi come riporta Palma “In primo luogo il rifiuto della pena perpetua, essendo l’ergastolo non previsto nell’ordinamento di quel Paese, e dall’altro il non aver aderito l’Italia al sistema di controllo internazionale dei luoghi di privazione della libertà, introdotto dalle Nazioni Unite nel dicembre 2002 è il secondo elemento.”
Inoltre ci viene chiarito com’è vista dall’estero (non solo dal Brasile ma anche da Francia, Gran Bretagna e Nicaragua per esempio) la legislazione d’emergenza degli anni ’80 e anche la situazione attuale dei rapporti politica-magistratura. Per non parlare del sistema carcerario.
Leggilo qui.

L’Unità, La guerra di Frattini e La Russa di Umberto De Giovannangeli

Così comincia “Scende in campo «la banda degli smemorati». Quelli che «spezzeremo le reni ai protettori di Battisti», quelli che, col Cavaliere silente, dichiarano la «guerra commerciale» al Brasile. La «banda degli smemorati »: quella di chi fa finta di non capire, o non sapere, che il Brasile non è, quanto a diritti e libertà garantite, assimilabile alla Libia del Colonnello Gheddafi o alla Russia di Vladimir Putin”.
Di fronte alle minacce italiane di rescindere trattati e accordi commerciali, ecco una lista delle situazioni concrete (i rapporti commerciali con la potenza brasiliana e la rivalità francese) e le imprese coinvolte, da Finmeccanica a Fincantieri al Ministero della Difesa. Ma a chi conviene veramente tagliare i ponti? Nessuna impresa (o cittadino) sosterrebbe misure di ritorsione contro un’economia, la brasiliana, che ci scavalcherà presto nella classifica del PIL, tanto per essere pragmatici e tecnici.
Qui.

Non solo Battisti… Ma quanti e quali altri l’hanno fatta franca?
Una rassegna dei latitanti italiani più noti che sono all’estero per fatti politici. Dal Nicaragua al Giappone, dalla Svizzera al Sudamerica ma anche da destra a sinistra al centro…
Su Giornalettismo

Battisti e il teatrino della politica. Blog de Il Fatto Quotidiano, Lidia Ravera
Le considerazioni su quanto succede in Italia col caso Battisti e le relative strumentalizzazioni di una blogger. La sua nota appare su un quotidiano schierato contro la decisione di Lula affinché “giustizia sia fatta”. Cito “Tutto c’è, in Italia, fuorché una garanzia di rispetto, quando un essere umano diventa un simbolo, un oggetto significativo nello scambio di colpi bassi. La maschera del terrorista rosso, snob infingardo e tracotante, nel sanguinoso teatro della politica”.
Qui.

Analisi di come Il Fatto Quotidiano tratta il caso Battisti, Blog Mappe di Subecumene
Si comincia con una sana dose di modestia nel rivelare le logiche ambigue di potenza che muovono da (quasi) sempre la politica estera italiana.
Come italiani per la verità – e fortunatamente – non abbiamo ambizioni di potenza, e la nostra politica estera mira soprattutto a creare una rete di buone relazioni all’interno delle quali fare buoni affari (filosofia pregevolissima, che non ha impedito in passato alla nostra diplomazia di godere di simpatia e apprezzamento da parte della comunità internazionale). Detto questo sentiamo di dover ribadire continuamente la nostra appartenenza al circolo delle potenze “occidentali”, nozione questa che interpretiamo con una notevole dose di stupidità e retorica. Far “parte del club” è il nostro sostituto delle ambizioni di potenza che paesi come Francia e Regno Unito continuano a coltivare”.
Poi l’articolo ci conduce a una lucida analisi di come Il Fatto Quotidiano tratta il caso e la sua visione di politica estera tra incoerenze e dubbiose prese di posizione Ci sono anche interessanti considerazioni di geopolitica, storia e relazioni internazionali che sottolineano i doppi standard sui diritti umani e in politica estera utilizzati in Italia.
Ancora su Battisti “non ci furono ondate di indignazione quando nel 2008 Nicolas Sarkozy non concesse l’estradizione in Italia per l’ex brigatista Marina Petrella. E qui comincia a delinearsi il quadro che vorrei dare della questione: Sarkozy “appartiene al club”, mentre Lula è un outsider che ci possiamo permettere di trattare a pesci in faccia. E nella politica estera italiana – anche quella raccontata e accettata dal Fatto — “appartenere al club” è molto importante. Le nostre indignazioni dobbiamo riservarle ai parvenu della politica internazionale, come Lula”.
Qui.

Sulle relazioni Italia-Brasile – Esteri – Lula, Genro, Battisti

Blog di Emmanuel Negro

Ottimo contributo sui dettagli della relazione Presidente-Corte suprema in Brasile e perché sono possibili dei gravi conflitti istituzionali tra questi organi. Ci aiuta a capire anche come e perché la Corte, presieduta da un oppositore del presidente Lula e della nuova mandataria Dilma Roussef, continua a lasciare spiragli per riservarsi un’ultima parola sulla decisione e a voler mettere mano nelle prerogative presidenziali. Si parte dalla prima decisione del 2009 fino ad arrivare alle vicende di questi giorni.
“Il punto centrale sembra essere la “conformità” o meno della decisione di Lula di non concedere l’estradizione con le tre (sì, tre) sentenze del STF (Tribunale Federale Supremo, la corte suprema brasiliana): le due “originali” del novembre 2009 e quella oscuramente passata sottobanco solo un mese dopo, frutto delle manovre di presidente e vicepresidente, la coppia destrorsa e anti-lulista Gilmar Mendes/Cezar Peluso (molti osservatori brasiliani hanno qualificato Mendes negli ultimi due anni come “il maggior oppositore politico di Lula, pur non essendo ufficialmente in politica”, per dire).”
A voi la lettura.

Blog Mazzetta. Menzogne del nostro governo, 2010

Un ottimo elenco delle menzogne, “imprecisioni” e incoerenze di Frattini e Berlusconi sul caso Battisti dopo la decisione di Lula contraria all’estradizione. Le polemiche in seguito alle frasi offensive di La Russa. Riporto un estratto che contiene dei link utili “Quello di Frattini è quindi un falso clamoroso che va di pari passo con la minaccia di far leva sugli accordi commerciali con il Brasile, visto che il Brasile è nel ruolo dell’acquirente e che a rimetterci sarebbe esclusivamente l’Italia. Una buffonata senza eguali, che va di pari passo con l’ipotesi di rivolgersi al Tribunale Penale Internazionale, che non ha nessuna competenza su casi del genere, solo la Corte dell’Aja ha competenza sul caso, ma è molto lenta a decidere e sicuramente non riuscirà ad impedire il rilascio di Battisti”.
Leggi tutto qui.

Blog Mazzetta…e nel 2009

Un lucido commento in seguito alla decisione della Corte suprema del 2009 che sostenne la legittimità di un’eventuale estradizione di Battisti facendo salva, però, l’ultima decisione da parte del presidente. Per l’Italia rappresentò una “vittoria” utile più che altro per strumentalizzazioni e per riaffermare che per Battisti si tratta solo di delinquenza comune e non di politica. Poi le cose non seguirono proprio il corso auspicato dal nostro governo.
Qui.

Luca Baiada sulla rivista Il Ponte. L’Italia vista dal Brasile

Un articolo accademico e di analisi giuridica e politica. Si parte dall’analisi del diritto brasiliano e della legislazione italiana chiamati in causa per il caso di Cesare Battisti. Si definisce la posizione e la storia personale di Tarso Genro, ministro della giustizia nel 2009 e 2010, e dei principali integranti del governo di Lula da Silva. L’articolo cerca anche di rispondere alla domanda: ma com’è visto, in Brasile, il rispetto dei diritti fondamentali in Italia?
Ecco un estratto.
Il ministro propone un’inconsueta insiemistica storica. Chiama «anni di piombo» i settanta e gli ottanta. In Italia, si tende a contrapporre ai settanta, «anni di piombo», cioè della colpa, gli ottanta, «anni di fango», cioè del castigo. Dai proiettili, alla zolla. Dai chiodi, al sepolcro. Dopo, la Repubblica risorge, trasfigurata in versione 2, e oggi parla per mezzo dei suoi chierici bipartisan. Unendo i due decenni si costruiscono due diversi estremi: da un lato la fine del 1968 e l’inizio della strategia della tensione e del compromesso storico, dall’altro la fine del blocco comunista in Europa.
Il ministro brasiliano prende atto che in Italia c’erano organizzazioni rivoluzionarie di carattere insurrezionale e banditesco. Lo Stato italiano, dice, reagí con la legislazione d’eccezione, e con l’illegalità di Stato, persino rispetto alla legislazione d’eccezione. Il ragionamento è acuto: in Italia, si è rimasti imprigionati nella discussione sulla legislazione ordinaria e su quella emergenziale o eccezionale. Ma anche l’eccezione è stata una regola, e accanto a essa si sono sviluppate nuove eccezioni, per esempio le norme sulla tortura, formate per via di testo invisibile, soprattutto al tempo del sequestro del generale Usa Dozier
”.
Qui, ma anche ristampato su UniNomade.

Fabrizio Lorusso, Carmilla. Brasile: la decisione di Lula sul caso Battisti

Politica di potenza, rispetto della sovranità, consenso interno, latino americanismo, storia e politica nella decisione di Lula su Battisti. Qui se ne delineano i motivi e le origini a partire dai fatti della fine del 2009.
In Brasile così come in altri paesi dell’America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranità nazionale. L’idea e l’esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono le regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle circostanze interne ed internazionali. Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur”.
Qui.

Archivio sempre prezioso da CarmillaOnLine

LA SUA BATTAGLIA. Il dottor Cruciani, l’impunito Battisti e le menzogne del culturame

Le domande assurde di Panorama cui Battisti non risponde

Tutto il dossier sul caso Battisti, le FAQ e i dubbi

Di Serge Quadruppani

Derive Approdi
Blog

Altre fonti

Le micro manifestazioni e i mini sit-in contro la decisione di Lula

Foto dei manifesti pro Battisti affissi a Roma

E anche…

Sentenza sui PAC

Foto di Berlusconi durante l’incontro con Alberto Torregiani

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