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Bolsonaro dixit (columna de @desinformemonos)

bolsonaro[De Desinformémonos] Como se esperaba, el domingo 7 de octubre salió ganador de la primera vuelta de las elecciones presidenciales brasileñas, con el 46% de los sufragios y un 16% más que su principal adversario, Fernando Haddad del Partido de los Trabajadores, el inquietante antidemócrata y ex militar Jair Messias Bolsonaro, alias “Trumpinho”. O sea pequeño Trump, debido a la semejanza ideológico-degenerativa del personaje con el presidente gringo. Semejanza que se refrenda como un loop descerebrado también con varias calamidades más llamadas M. Salvini, V. Orban, M. Le Pen, entre otros fascistas del siglo XXI que se van incrustando en los gobiernos de distintos países y logran dominar el discurso de odio social.

Con políticas neoliberales en lo económico e iliberales en lo político-social, empezando por su menosprecio de toda institución y proceso democrático, van avanzando en oleadas populistas y xenófobo-racistas los intereses del gran capital, que ya es casi todo financiero y globalizado: tras el resultado subieron repentinamente el Real brasileño frente al dólar y la bolsa de San Pablo, pese a que hay un riesgo concreto de decaimiento de la democracia en el país más importante de América Latina. Esto significa que el mercado descuenta y aprecia este efecto antidemocrático con tal de que haya por lo menos buenas condiciones para la inversión y la apertura forzada de nuevos mercados vía la privatización de todo. Y es el plan anunciado por Bolsonaro si llega a ganar, junto a los recortes de pensiones, salarios y gasto público que en dos años de golpe de Estado no ha podido acabar el deslegitimado títere presidencial Michel Temer.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 41 (Nuova Stagione 2018-19) Il Brasile alla prova del voto

Su Radio Cittá del ritorna Avenida Miranda, d’ora in poi ogni due settimane.

brasile4 ott. – Si avvicina il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile. Quello di domenica sarà un voto importantissimo e complicato. Tutta l’attenzione è puntata su Jair Bolsonaro del Partito Social Liberale (in pratica la destra brasiliana) e sul candidato del Partito dei Lavoratori Fernando Haddad, che avrà il difficile compito di rimpiazzare l’ex presidente Lula, fuori dai giochi e in carcere. La prima puntata di Avenida Miranda dopo la pausa estiva è dedicata proprio al Brasile. In conduzione Perez Gallo.

Qui il PODCAST!

Né Trump, né Chávez. Il prossimo presidente messicano AMLO assomiglia a Lula – Rio Bravo Blog @espressonline

amlo2[di Fabrizio Lorusso da Rio Bravo blog de l’Espresso] Domenica primo luglio il Messico affronta le elezioni più importanti della sua storia: sono quasi 89 milioni gli aventi diritto che votano per oltre 3400 funzioni pubbliche, tra cui la presidenza della repubblica, camera e senato, nove governi statali e migliaia di comuni. Nell’aria ci sono sentimenti contrapposti: paura e speranza allo stesso tempo. Per la prima volta è in testa da mesi in tutti i sondaggi un candidato popolare di sinistra, Andrés Manuel López Obrador (soprannominato AMLO per le iniziali). La paura nasce dalle guerre mediatiche sporche delle opposizioni che hanno paragonato Obrador con Chávez e, senza fondamenti, sbandierano lo spauracchio del Venezuela e riprendono antiche campagne di disprezzo contro di lui dipingendolo come “un pericolo” per il Messico. Lascio stare qui la discussione sui limiti e i progressi del Venezuela di Chávez, ma va osservato come in tutta l’America Latina miti e realtà sul Venezuela siano utilizzati da tutte le destre come spaventapasseri propagandistici contro qualunque candidato d’opposizione (come Gustavo Petro in Colombia, per esempio).

Ad ogni modo tanto nei sondaggi come nelle piazze pare prevalere la speranza, l’idea di un orizzonte di rinnovamento democratico e morale della vita pubblica e di cambiamento sociale ed economico che il probabile prossimo presidente ha saputo suscitare. AMLO è stato sindaco di Città del Messico nel 2000-2005 e candidato a presidente nel 2006 e nel 2012 per il partito di centrosinistra PRD (Partido Revolución Democrática). Il PRD ha seguito la parabola del PD italiano e, dopo una svolta centrista e neoliberista e una serie di abbandoni eccellenti che ne hanno sancito il declino inesorabile, è finito nelle mani delle destre e sostiene il giovane yuppy conservatore Ricardo Anaya, dato al secondo posto con venti punti sotto AMLO. Al terzo posto i sondaggi collocano José Antonio Meade, ex ministro tecnico ed economista “Chicago boy” duro e puro proposto dal partito di governo (PRI).  Continua a leggere

Brasile: Accampamento Terra Libera 2017

Acampamento-Terra-Livre-2017-720x480[di Loretta Emiri, da Pressenza] Dal 24 al 28 aprile si è svolto a Brasilia il 14º Accampamento Terra Libera. L’iniziativa si è trasformata nella maggior mobilitazione indigena degli ultimi anni; da tutto il Brasile e appartenenti a varie etnie, sono intervenuti più di tremila indios. Momenti significativi ed eventi importanti hanno caratterizzato la manifestazione. La nota dolente si è verificata nel pomeriggio del 25 aprile. Gli indigeni sono usciti dall’accampamento, montato a fianco del Teatro Nazionale, trasportando circa 200 bare e uno striscione con la scritta “Demarcazione subito”. Le bare ricordavano i leader assassinati nella difesa delle proprie terre; secondo il Consiglio Indigenista Missionario, solo nel 2015 ne sono stati ammazzati 54.  Formando una gigantesca marcia  funebre gli indios hanno percorso la Spianata dei Ministeri; tra di loro centinaia di bambini, anziani e donne. Per quaranta minuti tutto si è svolto pacificamente, fino al momento in cui gli indigeni hanno cercato di lasciare le bare nello specchio d’acqua adiacente al Congresso.

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En @RadioEducación: Medios, #Golpe e #Impeachment de #DilmaRousseff #Brasil en

A questo link si puó ascoltare il podcast del programma di Radio Educación Messico EL FIN JUSTIFICA LOS MEDIOS, di del 19 maggio 2016 in cui parliamo del golpe bianco in Brasile e del ruolo di Rede Globo e i mass media.

O globo TV Brasil

“El golpe parlamentario contra la presidenta de Brasil, Dilma Russeff, ha sido un proceso fraguado por varios actores políticos, pero hubiera sido imposible sin la participación de los medios de comunicación comerciales de ese país. Hoy hablaremos de esto en nuestra Entrevista con el Doctor en Estudios Latinoamericanos Fabrizio Lorusso.
También vamos a presentarles un reportaje sobre el homenaje al musicalizador de la radio, Vicente Morales; y por supuesto, nuestra sección de noticais, Notimedios”.

Programa radiofónico dedicado a la comunicación que se transmite todos los jueves de 13:05 a 14:00 hrs. por Radio Educación, 1060 AM. Escuchar radio en vivo link Radio su Twitter link

Fin Medios Radio Educacion

Le strategie delle destre in Brasile

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

nao vai ter golpe (1)In Brasile da circa tre anni l’offensiva contro l’esecutivo di Dilma Rousseff, presidentessa eletta per un secondo mandato nel 2014 col 51% dei voti, e il governativo Partido dos Trabalhadores (PT) è alimentata da fattori congiunturali, come la caduta del PIL (-3,8% nel 2015) e delle esportazioni (14,1%), l’inflazione (10,6%) e la svalutazione della moneta nazionale, il Real (del 48,3%), ma anche da elementi strutturali e da una strategia basata su tre pilastri: il politico, il mediatico e il giudiziario. Tutti vengono a sovrapporsi e ad allacciarsi con la difficile situazione economica.

Golpe Soft?

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Il Brasile non si ferma e manifesta

brasil quem nunca dormiuLa Confederation Cup è finita, il Brasile ha vinto il torneo, ma le piazze di decine di città non si sono più svuotate da quando, il 6 giugno scorso, il Movimento Passe Livre (MPL, nato nel 2005, di natura autonoma e orizzontale) convocò le prime manifestazioni della stagione contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico. L’MPL lotta per una “tariffa zero” nei trasporti, un “diritto alla città” per tutti che eliminerebbe le barriere alla mobilità e la ghettizzazione di classe nelle metropoli brasiliane. Per questo il movimento precede e trascende le proteste di questi giorni e ha una visione di lungo periodo che punta a mettere in discussione il modello di sviluppo postcapitalista e postmoderno delle città brasiliane che riproduce gli schemi della segregazione etnica e di classe.

In giugno, dopo una settimana di manifestazioni pacifiche, interrotte da meno pacifiche cariche della polizia, milioni di persone non protestavano più ”solo per 20 centesimi”. Ed anche l’MPL, in realtà, non ha mai lottato “solo per 20 centesimi” ma per ben altro. Fino ad oggi, però, quella frase, riprodotta dai titoloni dei media di mezzo mondo fino allo spasimo, è servita da una parte a rendere l’idea della crescita del movimento e delle sue richieste, ma dall’altra ha contribuito in qualche modo a mettere in secondo piano o a diluire le rivendicazioni e la portata radicale, fondamentalmente anticapitalista, dello stesso MPL che è stato incalzato dagli eventi, almeno nelle prime fasi.

Da allora le manifestazioni continuano, anche se con intensità e partecipazione affievolite, e continua anche la repressione dalle Ruas alle favelas, con le incursioni della polizia che in questi quartieri popolari non usa “solo” proiettili di gomma ma pallottole vere e approfitta delle operazioni contro i manifestanti per rincarare la dose nelle favelas. La lotta storica dell’MPL e l’apparizione sulla scena e nelle strade della “nuova classe media”, cioè quegli oltre 40 milioni di brasiliani emersi dalla povertà con le politiche distributive di Lula e Roussef dal 2003, sono state accompagnate e, in più occasioni, messe in ombra dalla presenza di provocatori, di neofiti delle piazze esaltati o spaesati, da settori di classe medio-alta con un discorso più classista e nazionalista.

La moltiplicazione delle iniziative, delle città mobilitate, delle interpretazioni azzardate intorno al movimento e, infine, delle motivazioni scatenanti delle manifestazioni, con organizzazioni e persone molto diverse e addirittura contrapposte nelle stesse piazze, risponde a un’effettiva eterogeneità di idee e intenzioni, di lotte ed esigenze, che viene propiziata dall’uso massiccio dei social network come spazi dell’attivismo virtuale fai da te e del dibattito a colpi di slogan efficaci e click facili. Questo mix ha finito per mettere troppa carne al fuoco: richieste nuove, più astratte o generiche, come la lotta alla corruzione, alle tasse o all’inflazione, funzionavano come slogan e catalizzatori di un consenso traversale e di un malessere reale senza tradursi, però, in un programma politico che andasse oltre una lista di rivendicazioni.

san paoloAnche i reazionari media mainstream (Globo TV per prima) e le reti sociali, uno strumento utile ma ambiguo nel contempo, stavano palesemente contribuendo a trasformare le percezioni e la natura stessa della protesta, o almeno parti significative (e più mediatizzate) di essa, soprattutto in alcune città (per es. San Paolo): le rivendicazioni concrete passavano in secondo piano sotto la bandiera brasiliana, che “mette tutti d’accordo”, e sotto l’egida dell’antipolitica, non solo antigovernativa, ma anche potenzialmente antidemocratica.

Il “risveglio” è comunque andato avanti: anche docenti, camionisti, abitanti delle favelas, contadini e gruppi afrobrasiliani manifestano, nonostante il circo mediatico non se ne occupi. Circola uno slogan eloquente in rete: “chi non ha mai dormito abbraccia chi s’è svegliato”, che sta quasi a celebrare, con un pizzico di sarcasmo, un’unità d’intenti di vecchi e nuovi movimenti, di realtà vive e vegete e di altre, risvegliate dalla congiuntura, che sono più o meno strutturate, si ritrovano ora nelle piazze insieme alle altre e non si prevede quanto dureranno e come evolveranno.

Si ritrovano alcuni elementi del concetto di moltitudine, sviluppato da Michael Hardt e Toni Negri, nel movimento brasiliano, che tende a rifiutare i canali politici tradizionali e ad organizzarsi nella pluralità, orizzontalmente, senza leader, ma non in modo disorganizzato e del tutto spontaneo. Ne ha parlato Hardt in un’interessante intervista tradotta in italianosu GlobalProject, sottolineando come la tecnologia, anche nel caso brasiliano, sia solo uno strumento mentre l’organizzazione sociale e politica, insieme alla “maturità per combattere le provocazioni e gli interventi della destra” e la capacità di formare un potere “costituente” e non solo “destituente”, restino le vere sfide per il futuro del movimento.

Le proteste di buona parte dei movimenti non si erano mai addormentate. Alcuni risultati sono stati ottenuti nelle ultime due settimane, ma mi sembrano più congiunturali, magari anche emblematici, piuttosto che strategici: bloccato l’aumento del prezzo dei biglietti per il trasporto pubblico nelle grandi città, stanziati maggiori fondi per le infrastrutture, ritirate la PEC 37 (la legge che limitava le indagini sul reato di corruzione sottraendolo all’azione dei PM su cui, però, esiste un dibattito a sinistra relativo ad eventuali derive giustizialiste per l’eccessivo potere dei PM) e la legge omofoba e assurda nota come “cura gay” che trattava l’omosessualità come una malattia e prevedeva cure psicologiche per gli omosessuali.

Il senato ha approvato un provvedimento per ridurre a livello nazionale le tariffe dei trasporti pubblici che ora passa alla camera. La presidente Dilma Roussef ha incontrato l’MPL e i governatori, ha chiesto al parlamento di convocare un referendum sulla riforma politica e ha deciso di destinare il 75% dei proventi del petrolio all’istruzione e il 25% alla sanità. Ha anche rispolverato una vecchia proposta, da sempre osteggiata dai medici brasiliani, di contrattare dottori stranieri per far fronte alle emergenze sanitarie nazionali. Ma i medici dicono che non servono più dottori ma più investimenti.

A Belo Horizonte gli studenti dell’Assemblea Popolare Orizzontale (APH) da una settimana occupano l’edificio della camera, sede del potere legislativo locale dello stato di Minas Gerais, ed esigono la revoca degli aumenti dei biglietti dei mezzi pubblici, maggiore trasparenza nei contratti tra il comune e le imprese di trasporti, la tariffa zero per studenti e disoccupati oltre ad una riduzione generalizzata delle tariffe.

Il 3 luglio il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), i collettivi Resistencia Urbana, CSP-Conlutas, Itersindical, Periferia Ativa, il Forum Popolare per la Salute e l’MPL sono scesi in piazza a San Paolo, occupando la rinomata Avenida Paulista, per proporre alla Roussef un’agenda che superi i punti da lei proposti e le prime misure adottate: quindi tariffa zero, 10% del PIL per l’educazione, orario di lavoro a 40 ore settimanali senza riduzione del salario e dei benefici previdenziali, controllo statale sugli affitti ed eliminazione degli  sfratti, no alla privatizzazione della sanità, la classificazione della repressione delle forze dell’ordine come crimine grave e la demilitarizzazione dei corpi di polizia.

L’11 luglio ci sarà uno sciopero generale, indipendente dalle proteste dell’ultimo mese anche se ci sono molte rivendicazioni comuni, e unirà i sindacati delle città ai movimenti rurali per chiedere trasporti a “tariffa zero”, l’aumento degli investimenti in salute ed istruzione, lo stop alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro. L’MPL, che si mantiene molto attivo anche per la difesa dei detenuti politici (link bollettino), ha annunciato nuove mobilitazioni contro la repressione e la criminalizzazione dei movimenti sociali, per la tariffa zero, per una sanità e un’educazione pubbliche e gratuite e per il diritto alla casa. Fabrizio Lorusso. Twitter @CarmillaOnLine    @FabrizioLorusso

Infine segnalo (e raccomando) il racconto “Cronaca di un titano incompreso”, metafora della situazione del Brasile e delle proteste.

La protesta invade le strade del Brasile

BrasilOltre un milione di persone si sono riversate per le strade di un centinaio città brasiliane nel pomeriggio di giovedì 20 giugno. Ma sono più di dieci giorni che in decine di città del Brasile le manifestazioni popolari sono inarrestabili, nonostante numerosi episodi di repressione violenta da parte della polizia e, a un livello più “folclorico” ma emblematico, gli spropositi proferiti da O Rey Pelè che ha cercato di richiamare all’ordine i manifestanti, suggerendo loro di concentrarsi sulle partite della seleção e farla finita con le proteste. Il suo appello è giustamente sprofondato nell’oblio. Intanto, solo nella sera di giovedì 20, ci sono stati 60 feriti a Rio, altri 30 a Brasilia e 1 morto a Ribeirão Preto. Come erroneamente alcuni media italiani hanno riportato, non si tratta di un movimento “contro i mondiali di calcio” o semplicemente contro il rincaro dei biglietti dei trasporti pubblici, deciso dai sindaci delle località che ospiteranno le partite nel 2014, per provare a recuperare le spese sostenute in questi anni. Di fatto, per esempio a Brasilia, la protesta è stata battezzata come un “Atto nazionale contro l’aumento dei biglietti, le violazioni legate alla coppa del mondo e la criminalizzazione della lotta popolare”. Dopo le prime giornate di lotta la settimana scorsa la gente è scesa in massa per le strade anche per rispondere alla repressione della polizia che aveva fatto 100 feriti e 190 detenuti. Ad ogni modo i motivi e le chiavi di lettura della protesta rivelano scenari e sentieri poco praticati dai mezzi di comunicazione nostrani, spesso avvezzi alla semplificazione della realtà e della storia latino americane.

Dalla Turchia al Brasile le piazze e la gente s’espongono e s’indignano, sperimentando diverse forme di partecipazione e protesta. Lottano contro l’esclusione dalla democrazia reale, sempre più lontana, “televisivamente” contaminata e infine sostituita dai surrogati del mercato e del privatismo, e dal sogno dello “sviluppo economico” di cui gran parte della popolazione è più vittima o semplice spettatrice che artefice o beneficiaria. Ed è un “sogno” che, tra l’altro, i paesi dell’America Latina hanno già provato a vivere a più riprese, quasi sempre interrotte da dittature, populismi, ingerenze straniere, colpi di stato e “problemi strutturali” sia negli anni trenta che negli anni sessanta del secolo scorso.

Da Istanbul a Brasilia parliamo di due paesi cosiddetti “emergenti”, seppur in modi, contesti e tempi assai differenti tra di loro, e di risvegli improvvisi, ma non imprevedibili né ingiustificati. Non sono gli alberi del Gezi Park a Istanbul o l’aumento di 20 centesimi di Real del biglietto per i trasporti pubblici di San Paolo e Rio (e di altre città che ospiteranno i mondiali di calcio) i motivi dell’incendio, ma sono solo le scintille che appiccano il fuoco e uniscono le masse attorno a esigenze certamente più trascendenti e ispiratrici che  coinvolgono settori anche molto diversi della popolazione e spaziano da proposte di riforma del sistema fino a idee per il suo superamento.

Il Brasile del PT (Partido dos Trabalhadores), dell’ex presidente Ignacio “Lula” da Silva (il “presidente operaio”, dal 2003 al 2010) e di Dilma Roussef (la “presidentessa guerrigliera”, 2011-14) ha 200 milioni di abitanti, è la prima economia dell’America Latina, sesta del mondo, e nell’ultimo decennio ha sicuramente fatto dei grossi passi avanti nella lotta alla povertà e nell’ampliamento della classe media grazie a un’economia che ha registrato una media di crescita del 4% per otto anni di fila (2003-2011). Il ”gigante del Sud” si erge dunque a potenza regionale sudamericana, ma anche ad attore geopolitico di caratura mondiale e acquista più peso a livello internazionale. Per citare un paio di esempi, sono brasiliani il direttore generale della OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), Roberto Azevedo, e quello della FAO, José Graziano da Silva. Il Brasile fa parte dei paesi emergenti inclusi nella fantomatica sigla “BRICS” (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), organizzerà le Olimpiadi nel 2016 e i Mondiali di calcio l’anno prossimo, dopo aver già realizzato l’anno scorso la Conferenza ONU Rio +20 sull’ambiente. Ma non è tutto oro quel che luccica.

Undici giorni consecutivi di proteste, un crescendo di partecipazione popolare attivata dai social network, che riproducono lo slogan “Brasile, svegliati!”, convertito in hashtag e trending topic su twitter nel giro di poche ore, stanno lì a ricordare al mondo, ipnotizzato dalla Confederation Cup che sta per arrivare alla fase finale, che questo è anche il paese delle enormi disuguaglianze socio-economiche, tra le più grandi in America Latina, della corruzione, degli sprechi per il mondiale e dello sviluppo incompiuto. La crescita economica s’è quasi fermata per un paio d’anni passando a tassi europei (da declino o quasi) del 2,7% nel 2011 e dello 0,9% l’anno scorso, mentre l’inflazione è cresciuta fino al 6,5%.

L’alto costo della vita, che è semplicemente proibitivo per la maggior parte della popolazione, almeno nelle grandi città, e l’imposizione fiscale, tra le più alte in America Latina, farebbero pensare ad un paese che sta toccando le vette del tanto agognato “sviluppo” economico e del cosiddetto “primo mondo” (dove appunto tasse e costo della vita sono alti), ma la realtà è un’altra. I segni esteriori e i dati economici di un “paese sviluppato” (o in via di sviluppo) non sempre corrispondono alla situazione della vita reale né alla totalità della sua gente. Affianco alla nuova classe media salariata, sempre più appiattita su standard e modelli di vita estremamente consumistici, esistono masse popolari che dalle favelas alle periferie, dalle regioni amazzoniche al Nordest, storicamente più arretrate rispetto al Sud e all’asse Rio-San Paolo, non sono ancora riuscite a fare “il grande salto” e probabilmente dovranno attendere qualche decennio in più per farlo (se mai succederà). Il modello della potenza regionale che aspira ad essere un “global player” e proietta un’immagine nazionale positiva e amichevole al resto del mondo comincia a scricchiolare proprio in questi giorni in cui l’attenzione dei media avvia la sua fase ascendente per colpa della, o grazie alla, Confederation Cup.

Proprio il 22 giugno si gioca Italia-Brasile a Salvador de Bahia e sono annunciate nuove mobilitazioni, mentre la preparazione per i mondiali del 2014 rende irrequieta, anzi arrabbiata, la popolazione che vede fluttuare le spese per gli stadi e le infrastrutture mentre aumentano gli sfollati e i senza tetto, pagati una miseria per abbandonare le loro case site nei pressi dei nuovi megaprogetti, e s’abbassano la qualità e la copertura della sanità e del sistema educativo. Questi sono alcuni altri motivi che hanno spinto migliaia di persone a scendere in piazza. Un’altra delle richieste della popolazione “indignata” riguarda la trasparenza nella gestione dei circa 13 miliardi di dollari investiti dal governo per i mondiali e le Olimpiadi e i freni contro la corruzione. “Meno circo e più pane”, chiedono i manifestanti. Gli aumenti nei prezzi dei biglietti sono stati revocati, ma le proteste continuano.

Secondo uno studio (da prendere con le pinze ma almeno indicativo) citato dalla stampa brasiliana e portoghese nei giorni scorsi, l’84% dei manifestanti non dichiara simpatie di partito, il 71% partecipa per la prima volta a una protesta di piazza e più della metà ha meno di 25 anni. L’81% delle persone han saputo delle iniziative attraverso Facebook. Dal 1992, quando venne contestata la presidenza di Fernando Collor de Mello, non si vedevano manifestazioni così imponenti nelle metropoli brasiliane e queste sono le prime che vengono convocate prevalentemente tramite le reti sociali. L’origine viene dalle mobilitazioni convocate dal movimento contro l’aumento del costo dei trasporti pubblici (Movimiento Pase Libre), ma la continuazione e gli sviluppi delle manifestazioni passano dalle reti sociali e dall’estensione della protesta ad altri settori, in genere non rappresentati a livello istituzionale e appunto convocati spontaneamente per le strade.

In Brasile chi riesce a “entrare nel sistema”, magari grazie a un contratto decente, alla carriera in una grande impresa nazionale o in una multinazionale, oppure con un posto statale, ha l’illusione di raggiungere di una qualità di vita da “primo mondo” (per quanto questa definizione possa avere un significato attualmente). Ciononostante, gli alti indici di criminalità (per esempio un tasso di omicidi ogni centomila abitanti superiore a 25, di fatto simile a quello del Messico della narcoguerra) e un tasso di sviluppo umano (indice che incorpora la valutazione di istruzione, sanità e reddito) che colloca il paese al posto numero 85, sotto Perù e Venezuela per esempio, contraddicono l’ottimismo dei nuovi settori emergenti.

C’è chi ha provato a strumentalizzare politicamente la protesta, puntando il dito esclusivamente contro Dilma Roussef e riducendo le manifestazioni a un movimento contro il governo in carica. Invece la popolazione nelle piazze tende a lanciarsi contro tutta la classe politica, da una parte, e contro un modello di sviluppo incompleto, dall’altra. D’altro canto è vero che, rispetto al periodo di Lula, c’è stato un distacco maggiore dei movimenti sociali dai partiti di governo.

In un editoriale uscito sul quotidiano portoghese Publico del 20 giugno, l’accademico Boaventura de Sousa Santos sottolinea luci ed ombre del Brasile di Lula e Dilma, una potenza che ha proiettato internazionalmente l’idea (solo in parte seguita dalla pratica) di uno sviluppo “benevolo ed includente”, di una società effettivamente meno povera e con prospettive per il futuro, ma che è composta comunque da due paesi diversi, forse meno identificabili rispetto alle “due Turchie” che da tre settimane si scontrano nelle piazze del paese euroasiatico. Il Brasile “altro”, quello che sfugge alle analisi più comuni, è spiegabile tramite tre narrative.

La prima è quella dell’esclusione sociale, quella di un paese tra i più ingiusti al mondo, malgrado la crescita e le politiche dell’ultimo decennio, in cui le oligarchie latifondiste, il vecchio mondo provinciale e autoritario, le élite razziste e chiuse sono ancora vive e vegete. La seconda è quella della rivendicazione della democrazia partecipativa dell’ultimo quarto di secolo, culminata con la Costituzione del 1988, i bilanci partecipativi a livello municipale, l’impeachment del presidente Collor de Mello nel 1992, la creazione dei consigli cittadini per la gestione di alcune politiche pubbliche a vari livelli. La terza narrativa ha una decina d’anni e riguarda le politiche d’inclusione sociale portate avanti dal presidente Lula dal 2003 che hanno portato a un aumento della classe media “consumista”, a una riduzione della povertà e alla presa di coscienza pubblica sulla discriminazione razziale contro gli discendenti dei popoli indigeni e africani.

Da quasi tre anni a questa parte, con la presidenza di Dilma Roussef, c’è stato un rallentamento nelle azioni e nei discorsi legati alle ultime due narrative. “Lo spazio politico corrispondente è stato occupato dalla prima narrativa, rinforzata dall’ideologia dello sviluppo capitalista a tutti i costi e dalle nuove e vecchie forme di corruzione”, secondo Boaventura de Sousa, e “le forme di democrazia partecipativa sono state cooptate, neutralizzate dall’avvento delle grandi infrastrutture e i megaprogetti, perdendo interesse per le nuove generazioni”. Sono in aumento gli omicidi di sindacalisti e attivisti contadini nel vecchio Brasile rurale, per esempio, e la distribuzione della ricchezza sta vivendo un momento di stagnazione.

Quindi la vita urbana è peggiorata dato che gli investimenti per il trasporto, l’educazione, la salute e i servizi sono finiti nel calderone dei progetti per gli eventi internazionali organizzati dal Brasile. Ma questi stessi eventi rischiano di diventare un boomerang, anche se, forse, rischiano di diventare delle occasioni uniche per il risveglio della protesta popolare che, forte dell’attenzione mediatica globale, può spingere per una trasformazione più profonda della società, la redistribuzione della ricchezza e un riorientamento del modello di sviluppo che non dimentichi le narrative dell’inclusione politica, sociale ed economica.

La presidentessa del Brasile ha appena rivolto un discorso di “riconciliazione” alla nazione e specialmente a quel milione di manifestanti che minacciano di moltiplicarsi e continuare con le mobilitazioni. La Roussef ha dichiarato che destinerà il 100% delle risorse del settore petrolifero all’istruzione, che riceverà i leader delle proteste (che però non si sa esattamente chi siano e quindi forse il riferimento è al Movimento Pase Libre) per arrivare a una soluzione e che c’è bisogno di “ossigenare il sistema politico”. L’apertura al dialogo con tutti, sempre secondo il discorso della presidentessa, è d’obbligo, ma va condotto “in ordine e senza violenza”, quindi la polizia proteggerà il “patrimonio pubblico”. Mi sembrano parole un po’ fredde e promesse ancora poco definite, ma è un impressione esterna, per cui restiamo in attesa della risposta delle piazze e della definizione di un movimento che forse è ancora difficile “inquadrare”, ma che sta svegliando dal torpore un paese e stanando alcune sue contraddizioni.  Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso (da CarmillaOnLine)

PS. Segnalo due articoli interessanti (in portoghese e in spagnolo) che cercano di interpretare le direzioni e le sfumature del movimento inedito che sta riempiendo le strade brasiliane in questi giorni. Da una parte c’è una visione preoccupata e l’appello alle forze anticapitaliste che segnala (LINK Passapalvra) il pericolo (e la presenza) di strumentalizzazioni e infiltrazioni della destra e di una eventuale deriva nazionalista e conservatrice, dall’altra (LINK Rebelion) la forza del popolo per le strade, la riappropriazione degli spazi e lo spontaneismo che stanno facendo risvegliare il paese, dunque non solo un “movimento” della classe media. Foto degli scontri nelle diverse città: LINK