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La desunión europea

europarlamento

[de Fabrizio Lorusso – Publicado en: http://desinformemonos.org/ y ZonaFranca.Mx] La Unión Europea no es un país, pero tampoco una organización internacional propiamente dicha. La UE, como lo dice su nombre, es una Unión comercial, monetaria y, en parte, política, o sea un modelo de integración regional que se ha llamado “federalismo intergubernamental”. En otras palabras, no es un Estado-nación autónomo y tampoco es un simple acuerdo entre gobiernos, sino que es un híbrido y se puede definir como una entidad supranacional con cierta soberanía, bastante amplia, sobre todos sus integrantes en ciertos asuntos (política monetaria, comercial, arancelaria, circulación de mercancía y personas, etc…) y con soberanía limitada o inexistente, como conjunto, en otros campos (política militar, política exterior y de seguridad, entre otras).  Continua a leggere

A poche ore dal golpe bianco in Brasile

Brasil

(Fabrizio Lorusso – Huffington Post) Tra poche ore dovrebbe consumarsi un altro atto del colpo di stato “a puntate” contro la presidentessa del Brasile, Dilma Rousseff, eletta circa un anno e mezzo fa col voto diretto di oltre 54 milioni e mezzo di cittadini. Anche se tra marzo e aprile una parte sostanziale dei mass media internazionali hanno denunciato la forzatura in corso contro la giovane (appena trentenne) democrazia brasiliana, ora la tensione sembra in calo e la rassegnazione prende il sopravvento.

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Nuova Mappa del Narcotraffico in Messico e Stati Uniti

di Fabrizio Lorusso

Movimiento alterado Revolución NarcoCultura NarcocorridosPeriodicamente l’agenzia antidroga americana DEA (Drug Enforcement Administration) traccia la mappa del narcotraffico negli Stati Uniti e in Messico e, in base al lavoro d’intelligence dei suoi uffici distaccati sul territorio, pubblica una relazione sull’evoluzione dei cartelli messicani in America del Nord. Colori e macchie, città conquistate e perse, confini e nomi ormai noti della criminalità organizzata locale e globale non hanno nemmeno bisogno di una legenda per essere compresi. L’impatto visivo è immediato e così l’idea della narcoguerra che insanguina il continente si lega alla geopolitica. I frammenti si ricompongono sullo schermo e, restringendo lo zoom, i pixel scompaiono e la visione globale si fa nitida. La lotta militarizzata alle organizzazioni criminali, che in Messico ha mietuto oltre 130mila vittime in 8 anni e mezzo e ha provocato un aumento drammatico delle violazioni ai diritti umani, viene analizzata dalla DEA in una dimensione internazionale e geografica che, pur offrendo un quadro cognitivo generale, mette in secondo piano le vite quotidiane di milioni di persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze della war on drugs e dell’ipocrisia di fondo che la alimenta. Sono i milioni di pixel concentrati nei vari sud del mondo: dal Latinoamerica, o “NarcoAmerica”, secondo il titolo di un interessantissimo libro di giornalismo narrativo “sulle tracce della cocaina” pubblicato da Tusquets (2015), a Gioia Tauro, dall’Afghanistan a Ciudad Juárez o i Balcani.

Mexican Cartels in Mexico DEA Map 2015 (Large)

Dal cartello alla mafia

In riferimento ad alcuni gruppi della delinquenza organizzata messicana non si parla più, o non solo ormai, di gangster, cartelli e delinquenti, di tagliagole e sicari, di gang, bande epandillas, ma di vere e proprie mafie. Si tratta di uno stadio superiore di sviluppo dell’organizzazione criminale che acquisisce e consolida codici e strutture, regole e lealtà, discipline e logiche imprenditoriali e da clan. Una mafia sa riprodursi, organizzarsi, darsi regole. Sa anche essere anche discreta e rafforzare i suoi legami con la politica e lo stato, specialmente in Messico. E a questo modello, rinsaldato da legami tra compari e di sangue, risponde sicuramente il cartello di Sinaloa, al cui vertice restano Ismael “El Mayo” Zambada e il fuggitivo Joaquín Archibaldo Guzmán Loera, alias “El Chapo”. Ma Sinaloa, come evidenzia l’analisi della DEA, è tacchinato da altri gruppi emergenti e da vecchi rivali.

narcotraffico eroinaIl report identifica otto grandi cartelli messicani: Sinaloa, Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), Beltrán-Leyva Organization (BLO), Los Zetas, Cartello del Golfo (CDG), Cartello di Juárez/La Línea (CDJ), La Familia Michoacana (LFM) e Los Caballeros Templarios (LCT). Questi ultimi due hanno perso nettamente influenza, capacità operative e coesione a livello di organizzazione, mentre il CJNG, nato da una scissione del cartello di Sinoloa nel 2010, si presenta come il gruppo in maggior crescita. Dal suo stato d’origine, il Jalisco con la sua bella capitale Guadalajara, l’organizzazione s’è espansa ai vicini Nayarit, Colima, Guerrero, Michoacán e al Veracruz. Ma non solo. Sfruttando abilmente le debolezze dei rivali e le sue alleanze ha fatto ingresso anche nel Guanajuato e nel San Luis Potosí, così come nei meridionali Oaxaca e Chiapas.

L’ascesa del Cartello Jalisco Nueva Generación e il dominio di Sinaloa

In particolare la quasi totale disintegrazione della Familia Michoacana e dei Cabelleros Templarios nel Michoacán, territorio strategico sulla costa pacifica grazie allo scalo portuario di Lázaro Cárdenas, porta d’ingresso di precursori chimici per la produzione di metanfetamine e di cocaina dalla Colombia, ha portato all’ascesa del Jalisco Nueva Generacion i cui membri sono riusciti anche a infiltrarsi nella Nuova Polizia Rurale. Questa forza di polizia è stata creata dal governo per “risolvere” il conflitto coi gruppi armati di autodifesa e incorporarli in una struttura statale. Insieme ad essi, però, anche operatori del cartello CJNG sono entrati nella polizia oltre che nei territori prima controllati dalla Familia e da LCB.

Per questo il cartello di Jalisco viene identificato come il prossimo “nemico numero uno” della DEA. Negli USA nessun gruppo criminale straniero è così ben posizionato e potente come i cartelli messicani, specialmente Sinaloa, che tramite network distributivi e tracciati consolidati, soprattutto lungo il confine sudoccidentale, gestiscono traffici policromatici: marijuana verde e bianca coca, cristalli chiari e celesti di metanfetamine e infine eroina. Proprio queste due sostanze rappresentano i business in aumento, anche grazie alla “spinta dell’offerta” in tal senso.

Mexican Cartels in USA DEA Map1 2015 (Large)

La mappe disegnate dalla DEA evidenziano la presenza delle mafie messicane in territorio statunitense nella prima metà del 2015: il predominio di Sinaloa è schiacciante ma non totale. Infatti, il cartello di Juárez, quello del mitico boss degli anni ’90 Amado Carrillo Fuentes (El señor de los cielos) mantiene la sua influenza tradizionale nel New Mexico e nel Texas sud-occidentale, mentre gli Zetas e il cartello del golfo lottano per il controllo diplazas, punti di passaggio e territori tanto in Messico, soprattutto nelle regioni del Tamaulipas e del Veracruz, come negli USA, nel Texas sudorientale e centrale. Allontanandosi dal confine messicano-statunitense solcato dal Rio Bravo, la loro capacità operativa va scemando.

Come in genere accade nell’economia legale, anche nel settore del traffico degli stupefacenti la gran fetta della torta, i guadagni più sostanziosi, finiscono nelle mani della grande, media e piccola distribuzione nel mercato USA: lo smercio città per città, quartiere per quartiere, effettuato da dealer e pusher formano il grosso delle entrate, per cui è strategico controllare i punti di transito in Messico, ma ancor di più lo sono la gestione degli snodi di frontiera e dei trasporti e la distribuzione al consumatore finale.

Sebbene abbiano perso potere e mercato, non sono assenti da numerose città americane le organizzazioni criminali messicane decadenti (come i Templarios, il cartello di Tijuana della famiglia Arellano Félix o i Beltrán Leyva, presenti a Denver e lungo la costa orientale) e quelle emergenti come il Jalisco Nueva Generación. Il cartello, sebbene non sia ancora molto presente nel mercato americano, sta guadagnando rapidamente posizioni in Messico, ottima base di partenza per la conquista degli States, per cui è visto con crescente preoccupazione dalle autorità di quel paese.

Mexican Cartels in USA DEA Map2 2015 (Large)

Narco-Storia del Cartello Jalisco Nueva Generación

Proprio riguardo a questo gruppo, alla ribalta dei media nel maggio scorso in Messico per una serie di attentati e scontri a fuoco con la polizia alla vigilia delle elezioni parlamentari, cito un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga per cercare di capirne le dinamiche e la storia:

Abigail González Valencia, alias “El Cuini”, era un boss discreto, vecchio stile. Poco presente sui media, non figurava nemmeno nella lista dei 122 obiettivi prioritari del governo, elaborata in base a fattori quali il numero di indagini aperte su un individuo, le sue reti nazionali ed estere e il suo giro d’affari. Il narcos è stato arrestato il 28 febbraio 2015 ed è stato rimpiazzato da quello che secondo la stampa, il governo messicano e il Dipartimento del Tesoro statunitense sarebbe uno dei nuovi “uomini forti” della malavita in Messico, suo cognato Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”. González Valencia operava con il “El Mencho” in qualità di capo del gruppo armato, alleato del CJNG, noto come “Los Cuinis” e attivo dagli anni Novanta all’interno del cártel del Milenio. El Cuini appartiene alla famiglia dei fratelli Valencia, vecchie glorie della narco-storia messicana che da coltivatori di avocado divennero negli anni Settanta piantatori di papaveri e marijuana.

narcotraffico messicoUno di loro fu addirittura sindaco di Aguililla, cittadina d’origine dell’intera stirpe dei Valencia. L’incipiente organizzazione divenne un potente cartello, il Milenio, sotto la guida di Armando Valencia e grazie all’alleanza coi colombiani di Medellín, all’estero, e a quelle con i fratelli Amezcua di Colima, pionieri nel commercio di droghe su disegno o sintetiche, e con Sinaloa, in patria.

Nel 2003 stabiliscono una rete per l’importazione da Hong Kong dell’efedrina, precursore chimico delle metanfetamine, in virtù dell’accordo con l’impresario sino-messicano Zhenli Ye Gong, e si legano più strettamente al Chapo Guzmán, responsabile della “divisione droghe sintetiche” del cartello del Pacifico o Federación de Sinaloa. In seguito si associano allo storico capo sinaloense Ignacio Nacho Coronel, boss indiscusso della zona del Jalisco. La mafia del Milenio si trasforma in Jalisco Nueva Generación nel 2010, dopo la morte di Coronel, e stabilisce un patto con gli scissionisti Beltrán Leyva, ormai nemici di Sinaloa. Dal 2013 ingaggia una guerra contro i Templarios del Michoacán per il controllo dello snodo portuale di Lázaro Cárdenas e conduce un’infiltrazione graduale nei gruppi armati di difesa, le autodefensas, che sorgono proprio in quell’anno e che sono confluiti nella Nueva Fuerza Rural patrocinata dal governo.

 Nel 2011 il CJNG si proietta al centro delle cronache per una serie di video in cui si presenta come una banda di “Ammazza-Zetas”, i Mata-Zetas, in lotta per ripulire Veracruz e il golfo dagli odiati Zetas. In molti hanno pensato che fosse un espediente mediatico dei narcos di Sinaloa e del loro boss, il Chapo Guzmán, per fiondarsi alla conquista dell’Oriente messicano, presentandosi come dei salvatori, ma in realtà si trattava di un gruppo autonomo, di fatto scisso da Sinaloa. Nel 2015 il Jalisco Nueva Generación ha condotto una guerra su più fronti e ha espanso la rete delle sue operazioni a sette stati del Paese. Nel sud del Michoacán ha spodestato i Templarios, mentre nella zona a nord di Guadalajara gli Zetas hanno dovuto ripiegare. Il cartello sta battagliando ancora con Sinaloa per il mercato delle metanfetamine e secondo alcuni esperti in futuro potrebbe scavalcare gli Zetas e contendere il primo posto nella classifica criminale proprio a Sinaloa e al “Mayo” Zambada.

narcotraffico mexico juarezSecondo molti osservatori l’accanimento mediatico contro il CJNG ha fatto concentrare l’attenzione su un gruppo lasciando operare più tranquillamente gli altri, specialmente il cartello di Sinaloa. Inoltre viene data poca rilevanza al gruppo dei “Los Cuinis”, presumibilmente alleati del Jalisco Nueva Generación, che la DEA non ha citato tra gli otto cartelli messicani principali, nonostante il Dipartimento del Tesoro abbia incluso affaristi e imprese ad esso legati nella sua lista nera e lo abbia etichettato come “uno dei cartelli più pericoli e violenti del paese”. Probabilmente l’Agenzia non considera Los Cuinis come un cartello indipendente: i legami di parentela dei fratelli José, attuale capo, e Abigail Gonzalez Valencia con il boss del CJNG, Nemesio Oceguera, loro cognato, e il fatto che i due gruppi abbiano sempre collaborato strettamente può avere influito sulla scelta della DEA. Prima dell’arresto Abigail era l’operatore finanziario del Jalisco Nueva Generación a Guadalajara.  Comunque nemmeno la quarantennale organizzazione cartello dei Diaz Parada o cartello di Oaxaca non è menzionata nel rapporto dell’agenzia USA.

Dopo la cattura del fratello maggiore dei Los Cuinis, secondo la Procura Generale della Repubblica messicana è il minore, José González Valencia, alias La Chepa, che ha assunto il comando e sarebbe responsabile della sicurezza di Nemesio Oceguera, El Mencho, e degli attacchi militari contro le forze della polizia del Jalisco nei mesi scorsi. I narcos avrebbero perso l’appoggio della polizia statale per cui si sarebbero rivolti contro di loro con una serie di attentati, approfittando anche della congiuntura preelettorale durante la quale ci sono sempre possibilità di nuovi accomodamenti tra criminalità organizzata e apparati statali.La Chepa González ha il sostegno di un medico di Aguililla, nel Michoacán, che è anche luogotenente del CJNG: si chiama Rogelio Guízar Camorlinga, El Doctor, e avrebbe organizzato gli scontri con le forze federali e della polizia statale del Jalisco il 9 marzo 2015, quando morirono cinque elementi della gendarmeria nazionale, due presunti delinquenti e quattro civili, e il 6 aprile, quando a San Sebastián del Oeste sono stati fatti fuori 15 poliziotti che si dirgevano a Guadalajara.

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Michoacán, Los Zetas e l’invasione dell’eroina negli USA

La Familia Michoacana, dopo la scissione dei Caballeros Templarios nel marzo 2011 ed in seguito ad altre faide, ha dato origine a gruppi criminali come “La Empresa Nueva”, “Los Moicas” (presenti in California) e il “Cartello Indipendente del Michoacán” che oggi sono rimasugli locali di quella mafia messianica e unitaria che, per alcuni anni, ha dettato legge nel Michoacán e nelle zone limitrofe. Anche gli Zetas si sono spezzettati in cellule locali che, non potendo più gestire il business della droga a livello internazionale, si sono riconvertite ad altre tipologie criminali: sequestro di persona, estorsione, tratta di bianche, traffico di organi, prostituzione, traffico di migranti, vendita di “protezione”, riciclaggio egiros negros come l’apertura di club, casinò, discoteche e bische legali e clandestine. La figura 2 mostra quali sono le mafie predominanti in ciascun stato USA e la scurezza del colore riflette la densità della popolazione e, quindi, del mercato potenziale per gli stupefacenti, non il livello d’influenza attuale del cartello criminale.

narcotraffico amapolaNegli ultimi tre o quattro anni c’è stato un cambiamento dell’offerta, con la spinta maggiore dell’eroina, data la stasi della cocaina e del traffico illecito di marijuana come conseguenza della legalizzazione del consumo ricreativo e della produzione di questa pianta e delle sostanze derivate in Alaska, Colorado e Washington. E quindi la mappa numero 3 rappresenta graficamente i dati relativi alle morti per overdose di eroina nel 2013 del National Center for Health Statistics/Centers for Disease Control (NCHS / CDC) e la stessa DEA segnala l’invasione di questo psicotropico che ha fatto 8.257 vittime nel 2013, circa il triplo di quelle del 2010. Il consumo aumento per la spinta dell’offerta, la maggiore disponibilità a basso costo propiziata dalla politica dei cartelli messicani, specialmente di Sinaloa, e poi si registra un uso più sostenuto di numerosi pazienti che possono averla su prescrizione.

L’espansione della frontiera dell’eroina viaggia ora verso i mercati della East Coast. Storicamente, riporta il testo della DEA, “il mercato dell’eroina negli Stati Uniti è stato diviso in due lungo il fiume Mississippi, con i mercati occidentali che usavano l’eroina messicana nera (black tar) o in polvere marrone, e quelli dell’Est che usavano eroina bianca in polvere (precedentemente del Sudest e del Sudovest asiatico, poi negli ultimi vent’anni quasi solo sudamericana)”. Dunque il ruolo di intermediari dei messicani, così com’era successo per la cocaina, è diventato strategico e questi hanno altresì incrementato la produzione di eroina bianca in Messico, per cui i cartelli sono entrati con successo nel redditizio mercato degli stati medio-occidentali e del Nordest: Chicago, il New Jersey, Philadelphia e Washington e molte zone di New York sono ormai terra azteca.

Nota Finale. Sebbene i rapporti e le mappe emessi dalla DEA siano attendibili e delineino le tendenze generali, in particolare per quanto riguarda il territorio statunitense, spesso non coincidono con quelli di altre fonti come, per esempio, la PGR (Procura Generale della Repubblica) messicana. Per esempio nel giugno scorso Tomás Zerón, direttore dell’Agenzia d’Investigazione Criminale della PGR, ha dichiarato con tono trionfalista che, dopo la cattura di numerosi boss storici, le organizzazioni criminali sono così frammentate e disperse che si può affermare l’esistenza oggi di soli due cartelli veri e propri: Sinaloa e il CJNG.  Per questo molti gruppi criminali sono descritti più come “franchigie” o “cellule” che come “grandi imprese” o “reti”, etichette valide invece per le organizzazioni più grandi, solide e strutturate. Nel settembre 2014 la Procura aveva parlato, invece, di 9 cartelli (quelli segnalati dalla DEA più il “cartello del Pacifico” nella zona di Acapulco) e 43 gang o fazioni derivate o legate ad essi. Sono informazioni, nomi e mappe criminali che cambiano con frequenza, tanto nella realtà come nelle narrazioni e indagini della stessa Procura per cui van prese con le pinze. Per i funzionari pubblici e la PGR è comunque gioco forza presentare progressi nella narcoguerra intrapresa dal governo e quindi la tendenza è quella di mostrare la frammentazione di alcuni cartelli come un passo avanti nella lotta al narcotraffico anche se la violenza non diminuisce ed anzi aumentano delitti gravissimi, in cui apparati dello stato sono complici, come le desapariciones (sparizioni) forzate e i sequestri di persone. Da CarmillaOnLine

Nasce la Celac, Comunità di Stati Latinoamericani

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L’Unità del 7 dicembre 2011] Il 2 dicembre scorso è nata a Caracas la Comunità di Stati Latino-Americani e Caraibici (Celac), un’organizzazione di 33 paesi dell’America Latina che, considerati nell’insieme, costituiscono il terzo blocco economico mondiale. Per la prima volta, dopo 2 giornate di riunioni tra presidenti e diplomatici, tutti gli stati della regione si sono uniti senza la partecipazione degli Stati Uniti e del Canada in un patto che coinvolge 550 milioni di persone. Le Celac è l’evoluzione del Gruppo di Río, un meccanismo permanente di consultazione politica nato nel 1986, e della Calc, la conferenza regionale su integrazione e sviluppo che quest’anno è stata organizzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez con il fine di  approfondire l’integrazione tra i paesi partecipanti.

Al termine delle sessioni Chávez ha trasmesso la presidenza annuale della neonata Comunità al suo omologo cileno, Sebastián Piñera, che preparerà il suo primo vertice ufficiale nel 2012. E’ stata approvata una Dichiarazione finale e 18 comunicati su temi come l’embargo a Cuba, il narcotraffico, il commercio sud-sud, la difesa della democrazia e dei migranti. L’intenzione è favorire “l’integrazione economica, politica, sociale e culturale” in autonomia rispetto alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che storicamente ha retto le relazioni continentali secondo le linee del panamericanismo statunitense.

“Dobbiamo vedere l’Unione Europea come un modello di quello che bisogna fare ma anche di quello che non funziona”, ha dichiarato Cristina Fernández, presidentessa dell’Argentina. “Abbiamo l’opportunità storica di essere protagonisti del XXI secolo” – ha continuato – “con alleanze non solo economiche ma anche politiche”. L’America Latina è riuscita a portare il tasso di povertà al minimo storico del 30% della popolazione nel 2011, ma resta la zona con più disuguaglianze al mondo per l’enorme gap tra ricchi e poveri, quindi l’integrazione “alla europea” è una proposta allettante, inseguita da decenni ma mai realizzata.

La Celac nasce con un ampio consenso, ma è priva di organi permanenti e meccanismi efficaci per le decisioni, prese solo all’unanimità. Si stabiliscono due riunioni annuali dei ministri degli esteri e una dei capi di Stato, oltre alla formazione di gruppi di lavoro per proporre un’integrazione più profonda, ma resta lontana l’idea di un vero blocco commerciale o doganale e non ci sono proposte politiche più concrete al momento. Il testimone passa ai singoli governi che hanno l’arduo compito di dare forma ai principi generali approvati a Caracas in attesa della prossima riunione a Santiago del Cile. Altro articolo, Limes qui.

Haití Militarizado

En Puerto Príncipe, la capital de Haití asolada por el terremoto del 12 de enero de 2010 que cobró 250 mil víctimas, Estados Unidos tiene su cuarta embajada más grande del mundo. Dos días después del temblor, miles de marinos armados salieron hacia la isla a una “misión humanitaria” sin la autorización del gobierno local. La embajada de EU no había señalado la presencia de peligros para la seguridad, así que las críticas hacia la “militarización de la ayuda” fueron muchas y justificadas. Asimismo, las Naciones Unidas en Haití habían declarado que los cascos azules allí desplegados – que pasaron de 9 mil a 12 mil unidades en el mismo enero– serían más que suficientes. Sin embargo, Hillary Clinton liquidó las críticas tachándolas de “periodismo irresponsable”.

Mientras tanto, la administración de Obama seguía sosteniendo la necesidad de una intervención armada y, una semana después de la invasión de facto, “aconsejó” al presidente haitiano, René Préval, la emisión a posteriori de un comunicado para pedir a Estados Unidos una “asistencia en el aumento de la seguridad”, según revelan los cables de Wikileaks en manos del semanario Haití Liberté. Muchos analistas consideraron estas maniobras como un disfraz para la tercera invasión estadunidense de Haití, bajo algún tipo de amparo internacional, en menos de veinte años. La primera fue en 1994 para apoyar el regreso del primer presidente electo democráticamente, Jean-Bertrand Aristide, tras un golpe que le impidió gobernar en los tres años anteriores. La segunda fue en febrero de 2004, básicamente para sacar al mismo Aristide del país e instalar un presidente más complaciente.

Inmediatamente después del sismo, los militares establecieron su base de operaciones en el aeropuerto Toussaint-Louverture, pero dentro de las primeras dos semanas la mayoría de las tropas ya se había asentado en los campos de refugiados que surgieron por toda la ciudad y sus alrededores. Más de un millón y medio de haitianos se fueron a los mil 354 campamentos de la capital, pero sólo los más afortunados pudieron encontrar asistencia, comida, tiendas de campaña y lonas mínimamente adecuadas. Debajo de cada una de ellas, en las noches, podían encontrar amparo hasta veinte personas que también compartían la ración semanal de arroz y frijoles. Ésta era asignada por las ONG a una mujer “jefa de hogar” quien se encargaba de su preparación y repartición. Así funcionaba dentro del campamento principal del barrio Delmas-Petion Ville, una enorme aglomeración de 60 mil desplazados en lo que anteriormente fue un campo de golf. Paradójicamente, este centro deportivo de la elite capitalina había sido construido por los mismos marinos estadunidenses durante su primera ocupación militar en Haití de 1915 a 1934.

Para finales de enero ya había 22 mil soldados en los puntos estratégicos del área metropolitana. Las ayudas llegaban de manera muy selecta e insuficiente, sobre todo en los campos más pequeños que, posiblemente, no llamaban la atención de las multinacionales de la solidaridad y de las estrellas de Hollywood. El campamento Delmas había pasado bajo la égida de los militares y de la ONG Catolic Relief Service, patrocinada por el actor Sean Penn. Ahora ya no hay distribución general de comida y el recién electo presidente Michel Martelly planea el desmantelamiento de los seis campamentos más grades, pese a la falta casi total de viviendas alternativas para los damnificados. El cuarenta por ciento de los campos no cuenta con acceso a agua potable y el treinta por ciento ni siquiera tiene servicios higiénicos.

Asimismo, los 700 mil sin techo que quedan padecen el hostigamiento de las brigadas Bricor, entrenadas en el uso de la fuerza por Risk Inc, una compañía de seguridad privada estadunidense. La Risk es también conocida en México por sus presuntos adiestramientos en técnicas de tortura. Las Bricor desalojan a la población de terrenos públicos y privados, actúan con violencia y amenazas destruyendo las carpas y los pocos bienes de la gente indefensa bajo la total indiferencia gubernamental. Además, el presidente Martelly afirmó que hay delincuentes y armas en esos campamentos, así que ya constituirían un problema de seguridad. En cambio, los verdaderos problemas son el mal manejo de las ayudas –codiciadas por las transnacionales de los países donantes y perdidas en la burocracia– y la falta de alternativas y planes compartidos de desarrollo, así como la proliferación de la seguridad privada al margen de las reglas.

Por otro lado, la Minustah, la misión para la estabilización de Haití, es la tercera en importancia en el mundo entre todas las que mantienen las Naciones Unidas y tiene dos ramas, la militar y la policíaca, desde hace siete años. Es decir, desde el año en que el ex presidente Aristide, quien acaba de volver a Haití tras un exilio en la República Sudafricana, sufrió el mencionado golpe de Estado, el 28 de febrero de 2004. Los marinos estadunidenses tomaron el control del país y se hicieron responsables de una violenta represión contra la población civil. Aristide fue obligado a dejar su cargo y fue deportado como consecuencia de las “rebeliones populares” que, durante años, habían sido fomentadas por opositores políticos, paramilitares, agencias estadunidenses (como el IRI, International Republican Institute, la CIA y la USAID) y grupos como el G184, financiado incluso por Francia y la Unión Europea y dedicado a tareas de desestabilización política, aunque su misión era la defensa de los derechos humanos.

Desde el octubre pasado, Haití, el país más pobre del hemisferio occidental, ha sido golpeado también por una epidemia de cólera que, en los medios, parece algo lejano y olvidado, mas, en realidad, sigue cobrando víctimas: ha matado a casi 6 mil personas en ocho meses, contagiando a más de 350 mil. La Cruz Roja y la ONG Médicos sin Fronteras, la cual ha tratado más del cuarenta por ciento de los casos hasta la fecha, volvieron a lanzar una alarma por el aumento de los contagios en Puerto Príncipe, más de 20 mil, en mayo y junio. La enfermedad alcanzó en noviembre de 2010 a la vecina República Dominicana y se calculan allí entre setenta y 170 víctimas. Aún está vivo el recuerdo de los 10 mil muertos que cobró el cólera en América Latina entre 1991 y 2005, a partir de un brote en Perú. Sin embargo, en la isla no se había detectado la bacteria en el último siglo, por lo que se acusó a los extranjeros de su difusión. Pese a las desmentidas de la ONU, cada vez más estudios científicos han demostrado que la cepa del cólera en Haití llegó de Nepal, donde la enfermedad es endémica, y los portadores fueron precisamente los cascos azules de ese país, ubicados en la norteña provincia de Artibonite. En junio llegó también la validación de estos estudios por parte del gubernamental CDC (Center for Disease Control de EU) y, por cierto, no mejoró la imagen de las fuerzas internacionales en el país.

Además de las enfermedades y las catástrofes naturales, amplificadas por la pobreza extrema y la falta de infraestructura, también están la embajada estadunidense y los intereses económicos de las petroleras Exxon y Chevron para complicar las cosas: los Petro Caribe Files de Wikileaks, o sea los cables sobre las presiones de EU en contra del acuerdo energético de Venezuela con Haití, revelaron que incluso la embajada de ese país había admitido que el acuerdo sería muy benéfico para el pueblo haitiano. Claro, no lo sería para las petroleras estadunidenses y la oposición fue constante. Kim Ives, coautor de un reportaje sobre el tema, habla de un “embajador quien manipula a un presidente y sus funcionarios, diciéndoles qué hacer, que ellos no entienden esto y lo otro, tratando de decirles cuáles son los intereses de Haití. Es la cumbre de la arrogancia”.

Frente a todo ello, por mucho tiempo los haitianos se preguntaron legítimamente por qué las ayudas internacionales de muchos países venían acompañadas de las milicias estadunidenses y hasta por “folclóricos” gendarmes y carabineros de Francia e Italia. Los temas de la soberanía, la militarización y la “democracia armada” estuvieron a debate en la campaña para las elecciones presidenciales de marzo pasado y, tanto el ex mandatario Prèval como la candidata derrotada, Mirlande Manigat, habían prometido el progresivo retiro de los cascos azules. No parece desear lo mismo el presidente Martelly. En efecto, el 15 de octubre pasado los quince miembros del Consejo de Seguridad decidieron renovar por un año el mandato de la Minustah que cuenta hoy con 8 mil 940 soldados y 4 mil 391 policías bajo el mando, respectivamente, del general brasileño Luiz Guilherme Paul Cruz y del argentino Geraldo Chaumont. El contingente brasileño, con sus 2 mil 600 efectivos, es el más importante y el costo total anual de la misión está estimado en 600 millones de dólares.

Aunque se le concedió a Brasil el mando militar por motivos de imagen y para mantener un aparente equilibrio entre potencias, la financiación de la misión depende del Consejo y la coordinación estratégica de la misma está a cargo del guatemalteco Edmond Mulet, el estadunidense Kevin Kennedy y el canadiense Nigel Fisher. La participación de las Naciones Unidas en Haití comenzó en febrero de 1993 y continuó, luego, con numerosas misiones hasta 2001. Tras el golpe de 2004 y seis meses de ocupación de tropas de eu, Francia, Canadá y Chile, se autorizó finalmente la creación de la Minustah que ha ido adquiriendo cada vez más funciones, desde la seguridad interna al tema electoral y a la reforma de la policía haitiana. Si bien una de sus tareas sería la defensa de los derechos humanos, la misión ha tenido un papel controvertido a partir de 2006, es decir, desde que Prèval le atribuyó la facultad para las actividades de inteligencia y represión en los barrios slum de la capital, como Citè Soleil, uno de los bastiones políticos de Aristide y su partido Fanmi Lavalas. Se trataba de un territorio difícil, casi fuera del control estatal, que había sido señalado como un foco rojo para el combate a la delincuencia. Sin embargo, la Minustah actuó con base en listas de presuntos culpables en las que figuraban, más bien, ciudadanos comunes y militantes políticos.

A menudo, esta represión indiscriminada confundió a las bandas de delincuentes con los grupos civiles organizados del barrio y, por tanto, hubo víctimas inocentes en las operaciones de guerra conducidas con cañonazos de tanques en contra de las casas. Algunos miembros de la asociación de abogados para la defensa de los derechos humanos aumohd, activa en Puerto Príncipe desde 2005, y su presidente Evel Fanfan, pudieron comprobar, en ese entonces, los errores contenidos en las listas que guiaban las acciones armadas de la Minustah y del gobierno haitiano. Finalmente, las violaciones y matanzas fueron reconocidas por el comandante brasileño, Augusto Heleno Ribeiro Pereira, quien dimitió en 2005 y declaró que la Minustah recibía presiones de Francia, Estados Unidos y Canadá para hacer un mayor uso de la violencia contra las presuntas bandas de criminales que, según la información oficial, dominaban completamente las periferias metropolitanas.

El mito internacional, construido con matices racistas y estereotipos, que nos quiere presentar al pueblo haitiano como violento y descontrolado, como incapaz de armar su propio destino, sigue difamando a la gente de Haití sin explicarnos su sociedad, sus lastres y sus problemas reales. La ocupación y la militarización son parte de éstos. Este mito y la militarización consecuente deberían desmontarse a partir de los hechos, algunos de los cuales están en este artículo. En cambio, la versión edulcorada de los acontecimientos ha servido, a menudo, para justificar su constante escalada.

di Fabrizio Lorusso da: Kaos   o La Jornada

Il Brasile e il paradosso Marina

di Alessandra De Luca

Silva.jpgVista dall’Europa Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima, meglio conosciuta come Marina Silva, è semplicemente la candidata Verde che, con il 19,3% di preferenze, alle ultime elezioni brasiliane si è frapposta a sorpresa fra Dilma Rousseff, la ex guerrigliera candidata di Lula e futura vincitrice, e il “moderato” José Serra. E’ stata lei l’ago della bilancia delle elezioni presidenziali di uno Stato, il Brasile, che occupa quasi il 50% di tutta l’America Latina e che fa parte del BRIC, il gruppo di paesi dalle economie più emergenti ed aggressive del pianeta. Il fatto è che Marina oltre a essere Verde è anche evangelica. Appartiene per l’esattezza all’Assembléia de Deus, la setta pentecostale più diffusa in Brasile che, con i suoi 8 milioni e mezzo di seguaci, ha votato in larghissima parte per lei assieme a tutti gli altri evagélicos. Il Brasile è attualmente il paese col maggior numero di pentecostali al mondo, primato che si è conquistato scalzando persino gli Stati Uniti che, se invece parliamo di evangelici in generale, continuano a detenere un primato assoluto: 44 milioni contro i 27,6 del Brasile.

A quanto pare, i deputati evangelici nel Parlamento brasiliano formano un gruppo trasversale che al momento del bisogno vota compatto sui temi etici controversi, come l’aborto, la ricerca sugli embrioni e i matrimoni gay… ma mi pare evidente che questo non è solo un problema del Parlamento brasiliano.
A guardarlo da qui questo fenomeno sembra uno dei tanti goffi ed ingenui tentativi delle società americane, soffocate dal materialismo, di riappropriarsi di una qualche spiritualità. Forse questo poteva valere quache decennio fa, ora la questione tende a diventare sempre più complessa.

Nel Portoghese brasiliano la parola evagélicos indica genericamente correnti protestanti dette pentecostali e neopentecostali, oltre a gruppi minori e svariate sette. Quella dei pentecostali prese piede negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 e si diffuse anche in America Latina; i neopentecostali invece sono apparsi negli anni ’70. I primi sono contraddistinti da un grande fervore che si traduce in esperienze estatiche, miracolistica e concentrazione sul Vangelo. I secondi, invece, hanno rituali decisamente spettacolari ma non miracologeni. La loro dottrina sospinge i fedeli verso la ricerca della prosperità materiale oltre che della grazia interiore e la loro strategia di evangelizzazione passa per il controllo e l’utilizzo dei media.

Visti i tempi, difficilmente si dichiara a cuore aperto che questi evangelici sono estremisti e fondamentalisti: si fidano solo del testo sacro e dell’interpretazione che loro stessi, senza mediazioni, ne danno. Questo tipo di religiosità nasce nel protestantesimo nordamericano a cavallo fra il XIX e il XX secolo e le derive sono ormai rintracciabili, col tramite delle religioni, anche nelle ideologie politiche di ogni dove. Attitudine che descrive bene Joe Bageant attraverso i protagonisti de La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, un libro che si prefigge di spiegare ai non statunitensi-bianchi-proletari chi sono costoro e cosa li spinge ad assumere, in nome di Dio, atteggiamenti talvolta aberranti ed autodistruttivi agli occhi del resto dell’umanità.

Nel capitolo intitolato Il regno occulto, una teocrazia nel nome del sangue di Gesù, Bageant ci spiega cosa sta alla base di manifestazioni di fervore religioso come ad esempio i programmi televisivi incentrati sulla figura di improbabili motivatori – i Chuck&Nora di Corrado Guzzanti, se ve li ricordate – illuminati dalla parola del Signore. Per lui, dietro questa parvenza di religiosità ingenua e settaria si nasconde un’insidia, perché queste chiese fondamentaliste da decenni sono l’unica forma di comunità rimasta tale in gran parte dell’America profonda. Si organizzano con proprie strutture di assistenza, scuole, università, ma soprattutto un sacco di soldi, per formare la classe dirigente che dovrà prendere il potere ed instaurare una teocrazia, così da dichiarare guerra ai non cristiani nel nome di Gesù. Molti di questi fedeli, laureatisi in pseudo-università a suon di creazionismo, si infiltrano nei centri nevralgici del potere della nazione più potente del Mondo. Mi rendo conto che tutto ciò si presenta come un’ennesima teoria inverosimile e cospirazionista, ma a leggere Bageant la cosa non sembra così assurda anzi, ci si convince del fatto che questa realtà andrà tenuta in seria considerazione nei prossimi anni, se non altro per il peso che potrebbe via via assumere nella sfera politica americana e conseguentemente mondiale, come già sta accadendo con i Tea Party e Sarah Palin.

Ora: che nesso può esserci fra l’ex cinema di Salvador de Bahia che al momento ospita la mega Igreja Universal do Reino de Deus (a guardarla fa impressione) senza distinguersi davvero da un centro commerciale se non per le scritte a caratteri cubitali e ciò che afferma Bageant riguardo all’esercito di fondamentalisti del suo paese? Pare che l’attrattiva di queste chiese evangeliche risieda nella forza della comunità e nella scelta del singolo di sentirsi parte di essa. E’ un fenomeno che in Europa non ha mai fatto breccia, motivo per cui da qui fatichiamo a tracciarne le sfumature. Negli Stati Uniti si tratta di volontà di coesione in una società in cui la tua classe sociale sembra non esistere più nei media tradizionali, in cui ipocritamente rientri nella definizione di classe media, sottointendendo che se non sei ricco abbastanza è colpa tua. In Brasile invece la comunità diventa un bacino che offre al singolo la speranza di partecipare ad una nuova ricchezza spirituale e materiale, ma anche democratica, mai prima raggiunta e diffusa con equità. Sono tutti e due paesi in cui oltre il 90% della popolazione dichiara in qualche forma di credere in Dio (si veda a proposito del Brasile il documentario Fé di Ricardo Dias), ma la differenza di prospettive è netta. Negli Stati Uniti la comunità evangelica rappresenta lo strumento per combattere il declino e l’isolamento, la speranza di continuare a coltivare il sogno americano scippato alla classe lavoratrice dal precariato e dall’indebitamento.
In Brasile l’adesione amplifica le singole voci che finalmente vogliono diventare protagoniste ed avere il diritto di autodeterminarsi, non per salvarsi dal declino ma per prendere parte ad una ascesa. La religiosità diventa un fondamento culturale, a prescindere dalla religione che si professa, e questa è una caratteristica che si riscontra un po’ in tutta l’America Latina, un’area culturale abituata a ricevere ed assorbire tutto a modo proprio. Solo apparentemente, infatti, il continente aderisce incondizionatamente alle sollecitazioni che provengono da fuori, con il tempo queste vengono regolarmente digerite e diventano cose a sé stanti, con caratteristiche diverse dall’originale. Tutto all’apparenza rimanda a qualcosa di conosciuto, ma poi si rivela altro, dal conosciuto si parte per arrivare al nuovo.

Il sincretismo religioso si può considerare prassi un po’ in tutto il Continente: la stessa conversione alla fede cristiana in epoca coloniale portò solo parzialmente ai risultati sperati dagli Europei, che pure seppero usare la mano pesante. Le vecchie credenze non vennero scalzate o dimenticate ma si andarono man mano a fondere con le nuove. Un esempio? Ad ogni Orixà, gli dei del Candomblé afrobrasiliano, corrisponde un Santo cristiano, sono solo diverse forme di manifestazione della divinità: tutto può rientrare all’interno di questa Cosmogonia, tutto contribuisce ad arricchire la visione precedente, ma non è possibile eliminarla o sostituirla completamente. Tutto ciò marca una delle profonde diversità fra le culture di Nord e Sud America: la differente spiritualità, cui corrisponde una ben diversa visione del mondo, potrebbe portare a dei risultati imprevedibili o addirittura opposti le due nazioni che tanto entusiasticamente stanno adottando la medesima religione. dilma.jpgOgni società adatta la religione ai propri bisogni, a partire da ciò una religione può nascere dal bisogno o essere accolta per sopperire ad una mancanza. Ma Marina Silva è ciò di cui un paese laico e decisamente tollerante come il Brasile ha bisogno in questo momento? Non lo possiamo sapere. Un dato di fatto è invece che, altro particolare un po’ angosciante, diversi agenti della CIA possono vantare posizioni influenti nel Partito dei Verdi brasiliano, dal momento che gli Stati Uniti da tempo sono interessati alle problematiche ecologiche del bacino amazzonico. Durante il ballottaggio la CIA ha corteggiato i leader e gli attivisti Verdi cercando di farli pendere per lo schieramento del conservatore Serra ed offrendo in cambio posizioni presso il futuro governo.
La Rousseff è comunque riuscita ad attrarre i sostenitori di Marina Silva, visto che quest’ultima ha ricoperto la carica di Ministro dell’Ambiente nel governo del presidente Lula fino al 2008. Sembra che i ministeri, i servizi segreti, l’esercito e l’industria brasiliani siano pesantemente infiltrati dagli agenti statunitensi. Il paese fra circa 20 anni potrebbe imporsi come contrappeso geopolitico agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dunque mentre il Dipartimento di Stato USA riduce la rappresentanza diplomatica in tutto il mondo, in Brasile la amplia.

Ma neppure questi elementi chiudono la partita in senso negativo: se negli USA le chiese fondamentaliste sono praticamente tutte di ultradestra (si tratta di un terreno scivoloso e incomprensibile per i liberal metropolitani e quindi sono state abbandonate a loro stesse e lasciate nelle fauci dei repubblicani così come gran parte dei bianchi proletari che le affollano), Marina Silva sicuramente non lo è: ha iniziato la sua lotta politica al fianco di Chico Mendes, il famoso raccoglitore di caucciù che divenne uno dei primi grandi politici ambientalisti del pianeta terra, ha militato per trent’anni nel Partido dos Trabalhadores di Lula ed è stata l’unica candidata a schierarsi pubblicamente contro l’estradizione di Cesare Battisti. Non si può etichettare dunque come una persona di destra, oppure “cristiana” e basta. E’ profondamente ambientalista perché, essendo figlia di seringueiros, ovvero raccoglitori di caucciù, ha pagato sulla propria pelle la miseria e la desolazione apportata dall’uomo e dallo sgretolarsi dell’ecosistema in Amazzonia. Il tema politico al centro delle sue campagne è lo Sviluppo sostenibile. Allo stesso tempo dai 15 anni, orfana e malata di epatite e di malaria, si è rifugiata in un convento religioso ed è scampata alla miseria ed all’analfabetismo grazie a ciò: ha imparato a scrivere solo a 16 anni.

Come definire quindi Marina Silva? Una pericolosa pedina degli estremisti evangelici? Una politica manovrata dai servizi segreti USA? Oppure una donna forte sorretta dalla fede ma con vedute laiche, che conosce la sofferenza profonda del suo Paese e saprebbe contribuire a portarlo alla concretizzazione del sogno di giustizia sociale e prosperità verso cui aspira? Marina, nelle attuali vesti di Senadora, dichiara di essere contraria all’aborto ma favorevole ad un referendum che possa consentire alla maggioranza di decidere, è contraria al matrimonio fra omosessuali ma pronta a riconoscere dal punto di vista legislativo e dei diritti le coppie di fatto (posizioni molto più aperte di quelle dei cattolici trasversali qui da noi), si mette in polemica con il Vescovo della sua stessa chiesa accusandolo di confondere il palco dei comizi elettorali con il pulpito. Eppure riesce a tenere sempre un atteggiamento pacato ed aperto, mai tracotante. Marina ha sofferto e porta sul corpo ogni giorno i segni delle malattie e degli stenti, ma si è riscattata ed ha una forza interiore fuori dal comune. E’ una donna che ha lottato per l’emancipazione e vede le cose da un altro punto di vista. Potrebbe farcela. O forse no.

 

Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer – Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne

Grazie a Nosotras en Red riassumiamo qui in questo bereve comunicato alcune iniziative per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e riportiamo un articolo sul tema in Messico, paese al primo posto per le morti violente di donne.
El 17 de diciembre de 1999, a través de la resolución 54/134, la Asamblea General de la ONU declaró el 25 de noviembre como el Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer, e invitó a los gobiernos, las organizaciones internacionales y las organizaciones no gubernamentales a que organicen en ese día actividades dirigidas a sensibilizar a la opinión pública respecto al problema de la violencia contra la mujer. Esta fecha ya se celebraba desde 1981 y fue elegida como conmemoración del brutal asesinato en 1960 de las tres hermanas Mirabal, activistas políticas de la República Dominicana, por orden del gobernante dominicano Rafael Trujillo (1930-1961).

En el marco de esta celebración, Nosotr@s en Red se úne a las actividades que la Delegación Coyoacán organiza junto con otras ong’s y colectivos y participa con una propuesta propia:

  • La exposición “Este cuerpo es mío, no se toca, no se viola, no se mata” con la participación de 27 artistas de diversas partes del mundo y la dirección de la comunicadora visual Rina Pellizzari
  • La proyección Salvación por todas mis amigas“, una selección de cortometrajes y spots de diferentes países sobre el tema a cargo de Nosotr@s en Red.

La cita es el domingo 28 de noviembre de 10 a 15 hrs. en el Jardín Hidalgo de Coyoacán.

Estas mismas actividades se tendrán de manera paralela:

el día 25 de noviembre

  • en la Universidad Autónoma de Quintana Roo, en el Centro de idiomas del plantel de Chetumal, Q. Roo.
  • en el Espacio Cultural “El Paliacate” de San Cristóbal de las Casas, Chiapas.

y el día 28 de noviembre

  • en la Alameda de Monterrey, N.L. en un evento organizado por Alternativas Pacíficas, Ciudadanos en Apoyo a los Derechos Humanos, Zihuame Mochilla, Artemisas por el Derecho a Decidir, Musas, Nosotras, Creeser, Somosunoradio y la Bola.
L@s esperamos.

Nosotr@s en Red
www.nosotrasenred.org

Articolo dal quotidiano La Jornada: Messico al primo posto per le morti violente delle donne

Periódico La Jornada
Miércoles 24 de noviembre de 2010, p. 44

México ocupa el primer lugar dentro del ranking mundial, de muertes violentas de mujeres en países que no están en situación de guerra, según el Centro Reina Sofía, que valoró 135 países, informó Ana Güezmes, directora regional del Fondo de Desarrollo de las Naciones Unidas para la Mujer, en víspera del Día Internacional de la Eliminación de la Violencia contra la Mujer.

Por separado, la Fundación Origen informó que lleva a cabo la cruzada nacional contra la violencia Ni una Más, ante la magnitud del problema.
Con base en estadísticas del Banco Mundial, indicó que las mexicanas de entre 15 y 44 años corren mayor riesgo de ser violadas o maltratadas en casa que de sufrir cáncer o accidentes. “Cada día mueren seis mujeres de forma violenta: cuatro por homicidio y dos por suicidio, y entre 30 y 50 por ciento de las víctimas de abuso son menores de 15 años (mientras) 20 por ciento son menores de 10”.
Mariana Baños, fundadora y directora general, manifestó que cada 15 minutos una mujer es maltratada. Los tipos de violencia más comunes son: emocional, de incidencia económica, física y sexual en todos los grupos sociales. Resaltó, asimismo, que, según datos del Inegi, en México 67 de cada 100 mujeres de 15 años y más han padecido algún incidente de violencia, ya sea en su relación de pareja o en espacios comunitarios, laboral, familiar o escolar.
“Los reportes oficiales indican que la violencia más frecuente es la que ejerce el actual o último esposo o compañero, declarada por 43.2 por ciento de ellas, mientras 39.7 por ciento enfrentó algún tipo de violencia en la comunidad e inclusive algunas declaran más de un tipo de violencia sufrida: en el trabajo, por parte de familiares distintos al esposo o pareja, o por maestros, autoridades y compañeros de escuela.

Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.

Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.

Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.

L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.

Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.

Continuo a segnalare QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.

A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):

http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti