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Caracas. Conflitto in un continente senza pace @ytali_

venezuela[Di franco Avicolli, da Ytali] Le grandi manovre sono cominciate fin dal 2015, quando gli antichavisti, dopo aver ottenuto la maggioranza di 112 deputati, contro i 51 di Maduro, non riuscirono a decidere di comune accordo se dovevano liberarsi del successore di  Chávez con un referendum, un emendamento costituzionale o una rinuncia. Nell’indecisione, Maduro vince le elezioni del 2017 conquistando 305 municipi contro i 25 dell’opposizione, un successo che conferma nel 2018 con le elezioni presidenziali, anche se la partecipazione al voto non supera il 46 per cento degli aventi diritto. Poi arriva il 23 gennaio 2019 e l’opposizione, con quattro anni di ritardo, rompe gli indugi – o forse riceve qualche importante spinta – e decide di fare ricorso all’emendamento costituzionale nominando Juan Guaidó presidente ad interim del Venezuela, un atto che trova l’immediato riconoscimento del presidente statunitense Trump che addirittura minaccia un intervento militare. L’OSA segue a ruota il presidente statunitense. Tutto ciò mentre il Venezuela vive una pesante crisi, con le scorte alimentari che scarseggiano, con un’inflazione che galoppa con numeri a sei cifre, segno evidente di una situazione ingovernabile che può degenerare anche se l’esercito, fedele al presidente eletto, mostra una qualche capacità di controllo. Continua a leggere

Uccidi il Messaggero: Rubén, Nadia e la Strage dei Giornalisti in Messico #MexicoNosUrge

ruben-espinosa[di Fabrizio Lorusso da Carmilla] (C’è un appello che sta circolando e vale la pena leggerlo e aderire – link) Rubén Espinosa era un reporter, un fotografo scomodo per il potere che aveva lavorato per oltre sette anni nello stato messicano del Veracruz. Aveva 31 anni. Nadia Vera era un’attivista, antropologa del Chiapas e aveva frequentato l’università a Xalapa, capitale del Veracruz. Aveva 32 anni. Entrambi sono morti. Sono stati torturati e in seguito giustiziati con uno sparo alla testa da un gruppo di sicari. Nadia è stata anche violentata prima della fine. La notte di giovedì 30 luglio è stata l’ultima per Nadia e Rubén che l’hanno passata a chiacchierare con due amiche in un appartamento della colonia Narvarte di Città del Messico. Sono state uccise anche loro, le coinquiline di Nadia, e la domestica, Alejandra, che nella giornata del 31 luglio stava prestando servizio in casa delle ragazze. Sono state percosse, poi forse stuprate e infine freddate da un proiettile in testa.

La zona, colonia in spagnolo, Narvarte è nota come un quartiere sicuro e pulito, di classe media ma non troppo chic, vitale con le sue taquerias, le sue cantine per bene e i ristorantini aperti fino a tardi, anche se resta un’area prevalentemente residenziale. Si trova fra il centro storico e il rione coloniale di Coyoacán, nel sud dell’immensa capitale messicana. Venerdì mattina, 31 luglio nella via Luz Savignon le attività sono cominciate normalmente e nessuno avrebbe previsto che in uno dei suoi tanti condomini, al numero 1909 per la precisione, si stesse ammazzando atrocemente. Agli occhi di chi s’illude ancora di vivere in un’isola felice di civiltà e modernità gli orrori della narcoguerra messicana e della violenza paiono arrivare solo attraverso la televisione e comunque da regioni lontane e “selvagge” come il Guerrero, Ciudad Juárez, la frontiera col Guatemala o magari Veracruz.

justicia para lxs cincoE invece no, la morte è proprio qui, in casa e sulla tua strada, questa volta: cinque ragazzi trucidati in un appartamento qualunque di un circondario placido e benestante. Da subito il massacro non passa inosservato, come purtroppo capita con tanti altri, perché non si tratta di un delitto “comune” o di un furto, come sta cercando di far credere la Procura Generale di Giustizia del Distretto Federale (PGJDF), ma di un pluriomicidio, cioè di quattro femminicidi e un omicidio che, oltre a essere crimini gravissimi, costituiscono in questo caso anche attentati contro la libertà d’espressione e di manifestazione. Secondo le denunce lanciate nei mesi scorsi da Rubén e Nadia, che erano consapevoli del pericolo che correvano, potrebbero essere coinvolti direttamente l’intorno politico e gli apparati di sicurezza del governatore di Veracruz, Javier Duarte de Ochoa. Crimini di genere, contro le donne, e nel contempo attacchi violenti e fatali contro attivisti e giornalisti che, a ragione, ripetutamente avevano segnalato le minacce ricevute e temevano per la loro vita.

Il giornalista e fotografo, collaboratore dell’agenzia Cuartoscuro e del settimanale Proceso, Rubén Espinosa Becerril, è stato freddato da un colpo d’arma da fuoco alla testa. Ma i segni sul suo corpo sono testimoni anche di torture e botte. Nadia Vera, attivista originaria del meridionale stato del Chiapas, e altre tre donne sono state violentate, torturate e assassinate con il tiro de gracia, uno sparo o “colpo di grazia” alla testa che si riserva normalmente ai nemici giurati o ai membri di gang rivali. In genere non è un sistema scelto a caso, anzi è un segnale, una minaccia rivolta all’intera società, ai media liberi e ai gruppi coinvolti.ruben narvarte2

Nessun vicino di casa pare aver udito le detonazioni. O semplicemente si opta per non raccontare. Lo stato spesso non è capace di proteggere, come già comprovato in molti altri casi, per cui la fiducia in una denuncia o nelle istituzioni diminuisce. Nemmeno le urla dei ragazzi sarebbero state udite. Eppure lo scempio s’è consumato nel pomeriggio, dopo le 14:13, ossia dopo che Rubén ha inviato un SMS a un amico per dirgli che stava per andarsene dall’appartamento numero 401 di via Luz Savignon dove aveva passato la notte. Sette ore dopo, verso le 21, è stata un’amica delle vittime, affittuaria di una camera, a ritrovare i cadaveri abbandonati nell’appartamento. Esbeidy, infatti, era andata a dormire presto la sera prima perché il giorno dopo doveva lavorare e al suo ritorno, afine giornata, s’è trovata davanti i corpi senza vita delle vittime: uno in sala, uno nel bagno, due in una camera da letto e un altro in un’altra stanza. C’erano Nadia e Rubén, che appunto erano entrati in casa verso le 2 am e s’erano addormentati all’alba, ma anche la studentessa diciottenne Yesenia Quiroz Alfaro, una truccatrice originaria di Mexicali, nella Bassa California. E poi Nicole, una cittadina colombiana ventinovenne, e una donna quarantenne, la domestica, che risponde al nome di Alejandra.

Ma perché commettere un efferato quadruplo femminicidio e un omicidio in questo modo e in pieno giorno? Non per rubare i pochi gioielli e denari sottratti dall’abitazione, come pure ha ipotizzato la procura cittadina. E nemmeno pare verosimile l’ipotesi, avanzata negli ultimi giorni, secondo cui potrebbe esserci di mezzo “il narcotraffico”, vista la nazionalità colombiana di una delle ragazze vittima di femminicidio. Eppure la procura, sostenuta nelle sue elucubrazioni da alcuni mezzi stampa filogovernativi come il quotidiano La Razon, che tra l’altro ha ricevuto e diffuso in anteprima video e documenti che legittimano le narrazioni ufficiali, ha provato anche a far passare questa versione e sta investigando. “Non si scarta nessuna linea”, spiega il sindaco della capitale (Distretto Federale), Miguel Ángel Mancera, facendo eco al suo procuratore, Rodolfo Rios.

Dopo le numerose manifestazioni di piazza del week end, le denunce pubbliche di giornalisti e cittadini e le segnalazioni di istituzioni e organizzazioni internazionali di questi ultimi giorni la procura ha in qualche modo incluso anche una linea d’indagine legata al lavoro da fotoreporter di Espinosa e alle attività politiche di Nadia Vera nello stato del Veracruz. Si parla di elementi come “indizi e testimonianze” e della possibilità di far testimoniare chi potrà essere utile alle indagini. Dichiarazioni piuttosto blande che, solo per il momento, hanno dato una risposta alle interrogazioni dei giornalisti in conferenza stampa ma non alla società civile che annuncia nuove iniziative di protesta per le strade e uno sciopero nazionale il 14 ottobre. D’altronde la linea d’indagine legata all’attività giornalistica resta in secondo piano, non è stata aperta ufficialmente siccome avrebbe un costo politico e d’immagine altissimo. Quindi per ora la procura s’occupa solo dei reati di omicidio, femminicidio e furto, ma fa melina per quanto riguarda l’attacco alla libertà di stampa e i moventi politici e professionali del crimine.

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Gli stessi mass-media che speculano sui pregiudizi della gente e sulla nazionalità presuntamente “a rischio”, perché colombiana, di Nicole hanno anche inventato una presunta “festa”, smentita da una testimone, l’inquilina dell’appartamento sopravvissuta, e dai vicini, che sarebbe stata organizzata la notte prima della carneficina e a cui avrebbero partecipato anche gli assassini. Queste “ipotesi”, che spesso però diventano dei veri e propri depistaggi e manipolazioni dell’opinione pubblica, cercano di far sì che non si parli dei veri motivi che possono nascondersi dietro alle stragi.
In realtà Rubén e Nadia erano scappati a Città del Messico da Veracruz, dove vivevano e lavoravano fino a un paio di mesi fa, per via delle minacce che avevano ricevuto da parte di funzionari statali del governo di Javier Duarte, politico soprannominato el mata-periodistas, “l’ammazza giornalisti”, dato che sono una quindicina i professionisti della comunicazione uccisi nel corso della sua amministrazione nel Veracruz. In un video registrato da una delle telecamere piazzate fuori dall’edificio della zona Narvarte si notano tre uomini incappucciati che escono dal portone e si separano. Sono loro, per ora, i presunti colpevoli degli omicidi: uno cammina con una valigetta, uno se ne va a bordo di un’auto di proprietà della ragazza colombiana e l’ultimo si dilegua con una valigia più grande.

Bene lo sintetizza un estratto dall’appello #MexicoNosUrge che un gruppo di scrittori, intellettuali e giornalisti sta facendo circolare per poi inviarlo al Parlamento Europeo e al governo italiano affinché prendano posizione, condannino e sospendano i trattati che hanno col paese nordamericano: “Non è stato sufficiente fuggire a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Tutti i giornalisti critici devono avere paura perché possono essere raggiunti nelle loro case, torturati e ammazzati”. L’appello comincia col ricordare l’articolo 1 del trattato di libero commercio tra il Messico e l’unione Europea: “Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo” (qui il testo completo dell’appello).

Il massacro di giornalisti, fotografi e comunicatori professionisti di stampa, TV e Web non sembra avere mai fine in Messico. Dal 2000 ad oggi sono oltre un centinaio i giornalisti uccisi (Reporter senza frontiere ne ha contati 88, ma a seconda della fonte la cifra cambia, anche in base ai criteri secondo cui viene considerato un giornalista). Solo nello stato di Veracruz, in cui governa Duarte Lista-de-periodistas-asesinados-900del PRI (Partido Revolucionario Institucional), partito del presidente Enrique Peña Nieto, si contano ben 18 omicidi dal 2000 e 15 dal 2010, anno d’insediamento dell’attuale governatore. Da anni il Messico è ai primi posti nella classifica dei luoghi più pericolosi per l’esercizio della professione giornalistica in compagnia di paesi in guerra come l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Afganistan e la Somalia. Secondo l’organizzazione internazionale Article 19 le aggressioni contro la stampa nel primo semestre di quest’anno sono aumentate del 39,26% rispetto allo stesso periodo del 2014 e Veracruz rimane tra le regioni più pericolose al mondo per i reporter. Ci sono stati tre omicidi nel 2015 (Moisés Sánchez, Armando Saldaña y Juan Mendoza) e 18 dal 2000 ad oggi solo in questo stato (link video sui 15 giornalisti uccisi durante durante il mandato di Duarte:https://www.youtube.com/watch?v=ybpCVveH-no&feature=share).

“E va anche capito il constesto, chi è Javier Duarte de Ochoa: tu dagli un po’ di potere a un ignorante ed è questo quel che succede. Perché nemmeno ha consapevolezza del costo politico di niente. Regina Martínez, l’hanno ammazzata, e non è successo niente. Hanno appena ucciso pure Gregorio Jiménez, un altro giornalista, e non è successo niente. Quanti giornalisti assassinati abbiamo e non è successo niente?”, aveva denunciato Nadia Vera in un’intervista recente a RompeViento TV, un canale di Web-TV indipendente (link ultima intervista: http://rompeviento.tv/RompevientoTv/?p=2031) La reporter Regina Martinez lavorava come corrispondente da Veracruz di Proceso e fu assassinata a casa sua il 28 aprile 2012. Aveva 49 anni. Il suo caso commosse l’intero paese e da allora la rivista ha un banner sulla sua pagina web che ricorda quanti giorni sono passati dalla sua morte e l’impunità che ancora oggi regna intorno a quel crimine.
In un’intervista per il documentario “Veracruz: la fossa dimenticata” Nadia aveva aggiunto: “Ci inizia a preoccupare molto perché comincia a aumentare l’indice delle sparizioni dal 2010, con l’entrata di Javier Duarte al governo, la violenza comincia a esplodere; quindi ci preoccupa perché risulta che noi cominciamo a essere il prodotto di cui loro hanno bisogno. A te ti prendono come donna per la tratta, a te come studente per fare il sicario, sta qui il problema, siamo tutti noi che siamo un disturbo per il governo e per i narcos; siamo dinnanzi a due fronti di repressione, quella illegale e quella legale”.
javier-duarte-procesoLe organizzazioni Artículo 19, Centro “Fray Francisco de Vitoria OP”, Centro Miguel Agustín Pro Juárez, Centro de Justicia para la Paz y el Desarrollo, Colectivo de Abogadas y Abogados Solidarios CAUSA, Fundar, el Instituto Mexicano de Derechos Humanos y Democracia, Propuesta Cívica, Servicios y Asesoría para la Paz, la Rete di organismi civili “Todos los Derechos para Todas y Todos” e Resonar hanno espresso la loro preoccupazione per la mattanza di venerdì, un “chiaro messaggio intimidatorio per tutti e tutte i giornalisti e le giornaliste”.

E’ stata lanciata una petizione su Change.org perché venga aperta un’indagine sul Governatore Duarte de Ochoa. Il testo invita la procura del Distretto Federale e quella generale della Repubblica a investigare Duarte e denuncia l’attacco contro la libertà di espressione. Se questo on viene fatto, si spiega, è perché si non si riconosce il legame molto probabile degli omicidi con le minacce ricevute per il lavoro che i due avevano svolto. Sono arrivate subito anche le condanne di Amnesty International, che ha definito come “necessaria” l’apertura di indagini sul lavoro da giornalista di Espinosa e, per il caso delle ragazze, a partire da una prospettiva di genere”, e dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha condannato i fatti e “se le indagini confermano che questo aberrante multiplo omicidio ha un nesso con il lavoro giornalistico di Espinosa, saremmo in presenza di un atto gravissimo contro la libertà d’espressione”.

Rubén viveva a Xalapa da più di sette anni e si dedicava a coprire i movimenti sociali e di protesta nella regione di Veracruz. Durante le manifestazioni contro il governatore per l’assassinio della corrispondente della rivista Proceso, Regina Martinez, gli era stato impedito di fare fotografie alla polizia che picchiava alcuni studenti e un funzionario governativo, probabilmente un poliziotto in borghese infiltrato, l’aveva afferrato per il collo dicendogli: “Smetti di fare foto se non vuoi finire come Regina”. La mattina del 9 giugno aveva notato una persona che lo teneva d’occhio e nel pomeriggio aveva visto, questa volta, tre persone in un taxi col motore acceso che gli scattavano fotografie. Uno di loro era lo stesso della mattina. Più tardi altri due uomini vestiti di nero l’hanno pedinato sotto casa (le denunce nell’ultima intervista rilas.ciata dal giornalista:http://rompeviento.tv/RompevientoTv/?p=2003).

Dopo ques’episodio Rubén era tornato a Città dal Messico dalla sua famiglia che risiede nella zona ovest, a Santa Fe. Si era rimesso a lavorare e, ancora il 28 luglio, a poche ore dall’uccisione, aveva pubblicato sul suo account di Instagram (espinosafoto) gli ultimi scatti di una manifestazione contro le espropriazioni per la costruzione dell’autostrada Naucalpan-Toluca, a nord della capitale. I suoi amici raccontano che, soprattutto per la mancanza di un’entrata economica fissa, stava pensando di tornare a Veracruz, ma anche a Città del Messico, comunque, era stato seguito costantemente e perseguitato. Moisés Pablo Nava, editore dell’agenzia di fotografi Cuartoscuro, ha confermato che Rubén sarebbe rimasto a lavorare con loro, dato che era stata avanzata un’offerta concreta di lavoro da parte dell’agenzia.ruben narvarte

Il governatore Duarte s’era particolarmente arrabbiato e pare avesse fatto comprare ed eliminare quante più copie possibile della rivista Proceso quando uscì un numero del settimanale che gli dedicava in copertina una foto di Espinosa in cui il politico è ritratto con un cappellino da poliziotto e campeggia il titolone “Veracruz: stato senza legge”. “Questo delitto segna Città del Messico. Il rifugio è stato violato. Le autorità, e specialmente il sindaco, Miguel Ángel Mancera, sono obbligati a chiarire l’assassinio del nostro compagno. Devono differenziarsi da quelle del governo di Veracruz, il miglior esempio del fatto che l’impunità sia sinonimo di morte”, hanno scritto i colleghi di Espinosa in un comunicato. E continuano: “Lui aveva denunciato minacce, pressioni e persecuzioni. Ha parlato con tutti i colleghi che ha trovato sul suo cammino e con i suoi datori di lavori e ha percorso tutte le redazioni e i media alternativi e le organizzazioni per la difesa della libertà di stampa per denunciare l’impossibilità di realizzare un lavoro giornalistico nel Veracruz, così come il clima di violenza che l’ha costretto a esiliarsi e abbandonare la vita che aveva costruito in quella regione. Anche la paura che aveva per i compagni che restavano nel Veracruz. Ma la violenza di Veracruz l’ha raggiunto nel Distretto Federale”.

mexico periodistasLe intimidazioni e la violenza contro i giornalisti sono solo uno dei meccanismi dello stato messicano, o almeno di varie sue parti e apparati, che vanno a reprimere la dissidenza sociale e a blindare la “democrazia”, gli investimenti, lo sfruttamento delle risorse, l’adesione alle politiche neoliberiste, il modello di paese voluto dalle élite e la sicurezza interna. Il contesto della guerra alle droghe, combattuta con una strategia di “mano dura” e militarizzazione dei territori che si ripercuote sulla popolazione civile, scardinando il tessuto sociale, e sui movimenti di protesta, crea un ambiente propizio per le ripetute violazioni ai diritti umani, denunciate ormai da anni da migliaia di persone e organizzazioni. Le desapariciones forzate, le sparizioni di cittadini messe in atto dalle autorità o dai gruppi criminali in combutta con queste che ammontano a 30mila casi negli ultimi 8 anni e mezzo, sono un altro meccanismo, così come lo sono le “esecuzioni extragiudiziarie” dell’esercito e dei vari corpi di polizia e la cosiddetta “fabbrica del colpevoli”, per cui il sistema di amministrazione della giustizia tende a fabbricare accuse e a incarcerare attivisti e cittadini delle fasce vulnerabili o esposte della società (donne, indigeni, studenti, abitanti di comunità rurali e quartieri o barrios marginali) valendosi di procedure autoritarie e abusive o di legislazioni speciali e repressive approvate ad hoc dai governi locali e nazionali. La società, in particolare i gruppi militanti che lottano per il cambiamento dal basso, si trovano quindi tra due fuochi: da una parte uno stato che non protegge ma minaccia o agisce contro di loro, e dall’altra la criminalità organizzata con cui lo stesso stato, a seconda dei casi, scende a patti o collabora. Senza dubbio anche il femminicidio, lo scempio e l’abuso del corpo delle donne e i delitti contro la libertà di stampa sono parte di un meccanismo che abbiamo visto all’opera in passato e ora di nuovo con il caso di Rubén e Nadia.

Brasile: cartografie delle disuguaglianze

Morro da providencia

[Quest’articolo, tratto da Carmilla e scritto da Jacopo Anderlini, sarà pubblicato tra pochi giorni sul primo numero della rivista on-line e cartacea Magma – Pubblicazione anarchica] Quest’estate in Brasile qualcosa s’è rotto. S’è squarciato il velo intessuto dai partiti governativi e dai media mainstream per creare una narrazione lineare e monocolore che racconta di un Brasile pacificato, spensierato e “pio”. Nel momento in cui andavano in scena i grandi circhi mediatici della Confederation Cup e della Giornata mondiale dei giovani, qualcosa ha interrotto lo spettacolo. Proteste e rivolte in tutto il paese, composte da centinaia di migliaia di persone, scese per le strade a manifestare. Già, ma a manifestare per cosa? Occorre fare un passo indietro e osservare da una certa distanza gli eventi che hanno portato alle proteste di giugno, per non commettere l’errore di ridurre il tutto a un fuoco di paglia. Se è vero che le dimensioni, le pratiche e la radicalità di questo movimento sono fuori dall’ordinario per il Brasile, questo però va visto in prospettiva rispetto agli eventi che lo hanno anticipato. Qui vogliamo cercare di fornire un quadro sul contesto economico e sociale, sulla geografia urbana dei territori, sugli spazi dove si intersecano gli interessi di stato e capitale e quelli delle classi popolari.

I prodromi di una rivolta

I primi fuochi della protesta nascono a seguito dell’aumento del prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici in diverse città brasiliane, prima fra tutti São Paulo, operati ad inizio giugno 2013. Per molte persone, soprattutto lavoratori e studenti, un aumento di pochi centesimi fa la differenza tra l’accedere o meno al servizio e colpisce quindi in maniera diretta il diritto alla mobilità.

Queste proteste erano state precedute da mobilitazioni analoghe per la diminuzione del costo dei mezzi pubblici nel settembre dell’anno prima a Natal, città da quasi un milione di abitanti nel nordest del paese, nel marzo seguente a Porto Alegre e in maggio a Goiânia.

Per comprendere la viralità e l’estensione di queste proteste, ciò che le lega assieme nel tempo e nello spazio, occorre osservare e analizzare quei fili invisibili che intersecano assieme mobilità e sviluppo urbano: fili che nel contesto brasiliano disegnano la mappa delle disuguaglianze sociali e della divisione di classe.

La questione della mobilità nelle grandi megalopoli brasiliane costituisce un indicatore importante rispetto ai processi di ristrutturazione urbana che si articola sulla direttrice di una triplice esclusione: economica, spaziale e sociale. È evidente, infatti, come la dimensione del trasporto pubblico coinvolga e informi il quadro complessivo della definizione di spazio urbano metropolitano.

Città globali: Rio de Janeiro.

Per iniziare a cogliere questo aspetto è sufficiente fare un esempio concreto e ripercorrere la storia dello sviluppo urbano degli ultimi anni di una delle megalopoli più importanti del Brasile: Rio de Janeiro. La città carioca in tutto il Brasile è seconda solo a São Paulo sia in quanto a popolosità sia per il prodotto interno lordo. A livello economico, il settore manifatturiero ha svolto, almeno fino agli anni ‘80, un ruolo di primo piano e accanto a questo l’estrazione e la raffinazione di petrolio e gas, oltre a costituire una delle principali fonti di approvvigionamento energetico del Brasile, ha attirato diverse multinazionali petrolifere. Essendo stata capitale del Brasile per circa due secoli, la città ha sempre avuto una capacità attrattiva per i capitali nazionali e internazionali e questo ha favorito l’emergere di un polo finanziario, dei servizi e delle telecomunicazioni che negli ultimi decenni è divenuto estremamente rilevante.

A questo sviluppo economico, a questa produzione di ricchezza, è corrisposto l’aumento delle disuguaglianze sociali, con una polarizzazione sempre più marcata tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Un tipo di sviluppo che, come teorizza Saskia Sassen, ha coinvolto tutte le città globali attraverso la mondializzazione del mercato del lavoro e la finanziarizzazione delle economie, portando alla costituzione di nicchie economiche del terziario avanzato ad altissimo profitto e di vaste aree del settore dei servizi a bassa qualifica e con una mobilità sociale pressoché assente. Un quadro ben rappresentato anche dal punto di vista spaziale: nelle città globali – quindi anche a Rio – il quartiere della Borsa e della finanza è rigidamente diviso da quello dei servizi o dai quartieri-dormitorio.

A Rio de Janeiro questa divisione territoriale è particolarmente evidente: la zona del centro, quella più antica e nucleo originario della città, è caratterizzata oggi dai grandi palazzi della Borsa, delle banche, delle multinazionali e degli uffici dei colossi delle telecomunicazioni; la zona sud è quella delle residenze dei più ricchi, delle località di villeggiatura per turisti e delle attrazioni per i ceti più abbienti, oltre che sede di una delle più costose università private del Brasile: la Pontificia Università Cattolica; la zona nord è quella dove risiede parte del ceto medio ma soprattutto quella con il più alto numero di favelas, immense baraccopoli spesso senza elettricità, gas e acqua potabile dove vive circa un quinto della popolazione di tutta la città, quella che non può permettersi gli affitti troppo alti o che non può acquistare un immobile: le classi popolari – in questa zona si trova anche la sede dell’università pubblica di Rio de Janeiro; la zona ovest è quella dove è possibile osservare lo stridente contrasto tra quartieri ricchi e quartieri poveri, tra slums e zone residenziali ultramoderne: la parte nord per estensione accoglie diverse baraccopoli mentre la parte sud vede quartieri abitati da classi abbienti ma che non possono permettersi la zona sud.

Negli ultimi decenni Rio de Janeiro ha avuto un intenso sviluppo economico, dovuto sia a rinnovate attività estrattive di petrolio e gas, sia ad un mercato finanziario aggressivo e in espansione. L’aumento di alcuni indicatori della ricchezza economica media, danno una visione assolutamente distorta delle reali condizioni materiali: a fronte di un aumento dei profitti e del reddito per i ceti più abbienti, è aumentato il numero delle persone sotto la soglia di povertà. La risposta delle istituzioni non si è fatta attendere e, per tenere sotto controllo il malessere sociale, nel 2008 sono state introdotte le Unidade de Polícia Pacificadora, un’unità speciale di polizia con l’obiettivo ufficiale di pacificare militarmente i quartieri controllati dai trafficanti di droga: in realtà una velleitaria risposta securitaria che vuole ridurre la complessa problematica della disuguaglianza sociale a un problema di ordine pubblico.

Mega eventi

All’interno di questo scenario, possiamo considerare il mega-evento come un dispositivo che viene messo in campo in quanto rete complessa di rapporti di potere che vengono risoggettivati (o desoggettivizzati) secondo un nuovo discorso e nuove retoriche. Per dispositivo intendiamo – nell’articolazione che ne dà Giorgio Agamben nel suo Che cos’è un dispositivo? – quella complessa rete di relazioni di potere che, in forma discorsiva o non-discorsiva, produce o destruttura la soggettività dei viventi; è cioè «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve; tanto del detto che del non-detto» e si manifesta come «un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati». Parliamo di dispositivo – come elemento disciplinare – perché il mega-evento va a incidere e a ridefinire in maniera conflittuale processi economici, politici, sociali e nondimeno spaziali. Se prendiamo il mega-evento come oggetto di analisi, possiamo riuscire a scorgere, attraverso le sue implicazioni, l’articolazione delle retoriche del potere.

Il grande evento da cui partire sono i Giochi Panamericani del 2007, che vengono ospitati interamente a Rio de Janeiro. In questa occasione, vengono avviati fin dagli anni precedenti diversi progetti di ristrutturazione urbana che riguardano sia la costruzione di nuovi complessi sportivi, stadi, arene, villaggi degli atleti, eccetera, sia interventi di “riqualificazione” di alcuni quartieri e la creazione di nuove infrastrutture. Secondo l’Observatório das Metrópoles, che si occupa da molti anni dell’impatto dei mega-eventi sui tessuti urbani, entrambe le tipologie di progetti hanno portato a processi di gentrification* e sradicamento delle comunità di quartiere in cui venivano messi in atto, a speculazioni nel mercato immobiliare e all’aumento generalizzato del costo della vita. Quello che preme sottolineare è come il discorso politico e la retorica sviluppista, messi in campo dalle istituzioni pubbliche dello stato di Rio de Janeiro (la macroregione di cui la città fa parte) e dall’imprenditoria privata convergano anche sul piano economico con investimenti e speculazioni sia del pubblico che del privato.

Il fatto che mette ancor più in evidenza la natura disciplinare di questa macchina astratta è il tentativo di ricomprendere all’interno dello stesso discorso istituzionale le critiche o i discorsi-altri al mega-evento con la nomina di una commissione speciale (CO-Rio) che monitorasse l’evolversi dei lavori: a questa commissione non ha peraltro partecipato nessun gruppo che si occupa della questione. Tra gli interventi urbani effettuati in questo periodo, il più esemplificativo risulta essere la costruzione dello Stadio Olimpico Engenhão, dal nome del quartiere che lo ospita: Engenho de Dentro, abitato prevalentemente da classe operaia e in misura minore da piccola borghesia. Lo stadio, che è finito per costare circa sei volte di più il prezzo preventivato ad inizio lavori, è stato edificato senza alcuna comunicazione con i residenti, molti dei quali anzi si sono trovati con la casa espropriata e poi demolita (chi la possedeva e non era in affitto).

Se possiamo considerare i Giochi Panamericani del 2007 come la forma ancora embrionale del dispositivo del mega-evento, con la maggior parte delle implicazioni ancora in nuce e non pienamente manifeste, negli anni successivi il tessuto metropolitano diventa sempre più terreno di scontro e disciplinamento. In vista della Confederation Cup del 2013 e del Campionato del Mondo di Calcio, di cui Rio ospiterà diverse partite, e soprattutto delle Olimpiadi di Rio del 2016, si estendono ulteriormente gli interventi securitari e urbanistici con tutto ciò che implicano in termini economici, sociali, spaziali.

Il primo di questi interventi che ci consegna la cifra del discorso pubblico istituzionale è la costituzione, come ricordato in precedenza, di un’unità speciale di polizia di prossimità col compito di pacificare alcuni quartieri più a ridosso dei luoghi in cui si terranno i mega-eventi. Quartieri limitrofi a quelli più ricchi dove la stessa condizione di povertà è elemento da nascondere, da rimuovere, da controllare.

Sul piano degli interventi urbani, la costruzione di infrastrutture, edifici e complessi sportivo/abitativi, oltre ad aver intaccato il tessuto urbano – in misura simile o maggiore a quella descritta prima per lo stadio Engenhão – ha provocato un boom del mercato immobiliare, con un aumento dei prezzi e della rendita che da un lato ha compresso il potere di acquisto degli affittuari e dall’altro ha prodotto una speculazione da parte dei proprietari di case. In molti quartieri è quindi intervenuto un processo di sradicamento duplice: il primo, dove la coazione è diretta e amministrata dall’istituzione pubblica nella sua forma di polizia; la seconda, in cui la coazione appare meno evidente ma ugualmente violenta e che è spinta dalle logiche di mercato che portano gli abitanti del quartiere originari a non avere i mezzi per vivere e sopravvivere.

Un’attenzione particolare meritano gli interventi volti a “migliorare” la mobilità urbana che di fatto si sono rivelati distruttivi per il tessuto urbano in cui sono stati implementati. È il caso di alcuni progetti di costruzione di infrastrutture per i trasporti che passano per diversi quartieri popolari e favelas per congiungere il villaggio olimpico con l’aeroporto e che di fatto implicano dubbi vantaggi per la popolazione locale e anzi rischiano di provocare lo sgombero di alcune migliaia di persone.

A Providência, una delle favela più vecchie di Rio, è in atto, all’interno del progetto Morar Carioca finanziato dal Programa de Aceleração do Crescimento (PAC), un processo di eradicamento di circa un terzo della popolazione per favorire la costruzione di alcune funivie. Lo stesso programma prevede la costruzione di case popolari e l’erogazione di prestiti a basso interesse per i meno abbienti. Anche qui la retorica sviluppista si sposa con pratiche coercitive e di disciplinamento che vedono delocalizzare di fatto le classi popolari per favorire la speculazione immobiliare e la rendita e parallelamente attuare politiche di segregazione – le case popolari si troverebbero a nord-ovest, all’estrema periferia di Rio e scarsamente servite dai mezzi pubblici.

Ecco allora che sotto il velo dello “sviluppo anche per i ceti più disagiati” in occasione dei mega-eventi possiamo scorgere le maglie avviluppanti di nuovi rapporti di potere e disciplinamento che si manifestano nelle varie forme che si sono descritte.

Insorgenze

Ecco allora che le proteste per il trasporto pubblico e la mobilità libera e gratuita acquistano un peso e una qualità differenti se le vediamo legate a quelle durante la Confederation Cup e la Giornata mondiale della gioventù cattolica, e se le inseriamo nel contesto dello trasformazione/trasfigurazione della metropoli attraverso il dispositivo governativo del mega-evento. La radicalità e inclusività con cui si è espresso il movimento in questi ultimi mesi in Brasile e in particolare a Rio, la pluralità di istanze assunte da esso e la capacità di sperimentare differenti pratiche organizzative ci suggeriscono che quanto portato avanti può essere la spinta per la nascita di ulteriori terreni di lotta. Un movimento che emerga con forza dal conflitto tra governo delle cose e dei corpi, che possa rinnovarsi continuamente e trovare nuove forme.

* Descrive un particolare processo metropolitano per cui viene “riqualificato” un quartiere considerato degradato per poi rivendere gli immobili ad un prezzo più alto. Ovviamente facendo in modo che gli abitanti precedenti sloggino. La discriminante è chiaramente la creazione del profitto derivante dalla riqualificazione più che il miglioramento delle condizioni sociali del quartiere.

Venezuela al voto: Chávez o Capriles?

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Dal mio rifugio a Città del Messico noto che i principali notiziari messicani e quelli di mezzo mondo annunciano l’arrivo di un momento storico per il Venezuela, il momento di una possibile svolta con un alto impatto anche a livello regionale e geopolitico. Dopo 14 anni al potere e due mandati consecutivi, per la prima volta il cinquantottenne presidente Hugo Chávez, non avrebbe la vittoria garantita al 100% alle elezioni presidenziali di domenica 7 ottobre. Almeno questo dicono alcune tra le più affidabili imprese dedicate ai sondaggi d’opinione. Non sempre possiamo fidarci di loro, a dire il vero, ma l’incertezza elettorale, insieme ai dubbi sul vero stato di salute del presidente, che dal 2010 è in lotta contro il cancro, e dei partiti che lo sostengono, indeboliti da faide interne, contribuiscono a riattivare il dibattito sul Venezuela e spingono a fare il punto della situazione. Avremo maggiori dettagli stanotte o domani, ma si possono comunque fare alcune considerazioni, indipendenti dall’andamento del voto, sulla campagna elettorale, sulla situazione economica e politica e sul processo di cambiamento che il paese ha vissuto in questi anni e che, recentemente, ha visto un ricompattamento dell’opposizione e l’ipotesi di un progressivo declino del “chavismo”, del suo progetto bolivariano e del “socialismo del secolo XXI”.

Cioè a quel corpus di visioni politiche, progetti sociali ed economici e retoriche ufficiali, ispirati alle idee integrazioniste e patriotiche del libertador Bolivar. Idee che, nel secolo XXI, corteggiano il militarismo e spesso assumono connotati messianici, propongono piani egualitari e popolari, sicuramente necessari, ma che tendono a districarsi tra proposte quasi autarchiche, o promotrici della sovranità nazionale, e ideali internazionalisti. Sono proiettati a favorire un accelerato sviluppo economico interno ma con una progressiva polarizzazione del discorso e dell’azione politica. Sono i tratti di una delle possibili definizioni del populismo, e so benissimo quanto l’uso e abuso di questa parola sulla stampa europea abbia creato facili confusioni, stigmatizzazioni e mistificazioni non ponderate, spesso prive di una vera analisi sull’America Latina, quindi non la utilizzerò qui né sarà il mio pass par tout esplicativo. Torno a Simón Bolivar. Fu l’eroe indipendentista che nel 1810 cominciò l’impresa di liberazione dei paesi andini del Sudamerica dal dominio dei colonizzatori spagnoli e creò la Gran Colombia, una “patria grande” che ebbe poca fortuna e si frammentò nel 1831 dando origine all’attuale Venezuela, alla Colombia, all’Ecuador, a parte del Perù e a Panama.

Ad oggi la galassia anti-Chávez è formata da poco meno di una trentina di partiti e formazioni politiche, epurate (pare) degli elementi più reazionari e golpisti che nel 2002 cercarono di defenestrare il presidente con il sostegno degli USA. Un’opposizione che sembra avere migliorato la sua “compatibilità democratica” e che ha svecchiato il suo linguaggio e le sue pratiche, avvicinandosi alla socialdemocrazia europea o al modello brasiliano, per non suscitare troppi timori nelle classi popolari e nella massa degli indecisi. Dieci anni fa, con quel colpo di Stato ai danni di un mandatario eletto dal popolo democraticamente, l’unico risultato che alcuni settori dell’opposizione ottennero fu elevare Chávez ai massimi livelli di popolarità, facendone un’icona e un paladino del popolo e della democrazia.

Lo smacco per l’élite tradizionale e la perdita di legittimità furono gravissimi, e concorsero a confermare tanto le accuse complottiste del presidente contro le destre e “l’impero americano”, quanto le sue invettive contro “i palazzi”, la corruzione e i partiti tradizionali (AD-Acción Democrática, d’ispirazione socialdemocratica, e COPEI-Comité de Organización Política Electoral Independiente, di tendenza democristiana) che per quarant’anni avevano dominato la scena politica venezuelana, conducendola a una degenerazione senza precedenti. Nel 1992, infatti, in pochi minuti di apparizione televisiva il comandante insurretto Hugo Chávez, arrestato in seguito a un tentativo di golpe ai danni del presidente Carlos Andrés Pérez, aveva saputo cogliere nel segno e aveva cominciato la sua ascesa mediatica e popolare con un discorso basato sull’anti-politica che fece molta presa sui suoi concittadini e contribuì non poco al suo successo elettorale come candidato alla presidenza nel 1998, anno d’inizio della “rivoluzione bolivariana” in Venezuela.

Oggi 19 milioni di venezuelani sono chiamati alle urne per decidere chi li governerà per i prossimi sei anni e si preannuncia un finale al fotofinish. Inoltre più di centomila venezuelani all’estero potranno recarsi ai consolati per esprimere la loro preferenza. In dicembre ci saranno, invece, le elezioni dei parlamenti locali o regionali e dei governatori dei singoli stati. Invece il parlamento rimarrà quello attuale fino al 2016, anno previsto per il suo rinnovo. La maggioranza del potere legislativo resta quindi in mano alla coalizione chavista che ha 95 seggi contro i 70 delle opposizioni. Ad ogni modo il principale rivale di Chávez, il centrista-liberale Henrique Capriles, potrebbe vincere a sorpresa secondo gli ultimi sondaggi dell’impresa Consultores 21. Altre due agenzie, Datanalisis e Datos, danno un leggero vantaggio al presidente, mentre IVAD gli dà un comodo margine di 12 punti. Capriles, avvocato quarantenne con una lunga carriera politica alle spalle, è stato il governatore di Miranda, secondo stato più popoloso del paese, e ha il sostegno della Piattaforma d’Unione Democratica (Mud) che promette di mantenere i programmi governativi di sostegno per la fasce più povere e stimolare la crescita dell’economia con “giustizia sociale”. La Mud è una coalizione di partiti socialdemocratici, democristiani e liberali che s’oppongono al progetto del socialismo del ventunesimo secolo di Chávez che punta su slogan come “Cuore della mia patria” e “indipendenza e patria socialista”.

Il presidente è candidato del Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), sua creazione del 2007, e di un’ampia alleanza di movimenti sociali, organizzazioni e partiti riuniti nel Gran Polo Patriotico (Gpp) che rappresenta diverse anime della sinistra. Capriles, che è meno popolare mediaticamente e politicamente, ha optato per una campagna elettorale itinerante, quasi “porta a porta”, in cui ha visitato più volte tutte le regioni del paese e ha tenuto oltre trecento comizi. “Una strada c’è: che tutti andiamo avanti e nessuno resti indietro, che le condizioni alla nascita non determinino il tuo destino”, recita il programma della Mud, tra cristianesimo sociale e sinistra moderata. Chávez, debilitato dal cancro che lo ha parzialmente fatto uscire di scena negli ultimi due anni e su cui c’è quasi un “segreto di Stato”, s’è limitato a una decina di apparizioni in pubblico in soli sei stati. Ma la sua popolarità resta comunque alta, soprattutto tra i ceti meno abbienti, effettivamente beneficiati dai generosi programmi sociali del Governo, e tra i dipendenti pubblici.

Lo zoccolo duro del “chavismo” è stimato in circa sei milioni e mezzo di voti ed è difficile sconfiggere l’apparato costruito nell’ultimo decennio di “rafforzamento statalista”. La potenza comunicativa dello Stato, o meglio del governo, s’è ampliata notevolmente nell’ultimo decennio: i mass media pubblici sono aumentati, è stata lanciata la catena TeleSur, non è stata rinnovata la concessione alla Tv privata RCTV, è stato messo in orbita un nuovo satellite, sono state promulgate nuove leggi che disciplinano i contenuti nei media e la pubblicità ufficiale (che ora è gratuita e a trasmissione obbligatoria per i mass media), è cresciuta la promozione di pagine web pro governative e la gran quantità di trasmissione a reti unificate del presidente, anche in campagna elettorale.

D’altro canto, spiega Carlos Vecchio, uno dei coordinatori della campagna di Capriles, “il presidente fa uso delle risorse statali, cioè gli spazi nelle radio e in televisione, a suo vantaggio, per cui la sua presenza mediatica s’è quadruplicata rispetto alle elezioni del 2006”. Infatti, il capo dell’esecutivo ha sempre la possibilità di inviare messaggi in TV a reti unificate senza che questi contino ufficialmente come atti della campagna elettorale. In caso di vittoria, Chávez arriverebbe a compiere due decenni consecutivi alla guida del Venezuela, un caso anomalo nei sistemi presidenziali attuali dell’America Latina che, nella gran parte dei casi, non prevedono la rielezione del capo di Stato per più di uno o due mandati.

La modifica costituzionale che consente la rielezione indefinita del presidente e di altre cariche pubbliche è stata fortemente voluta da Chávez e dal Polo Patriotico ed è stata approvata con un referendum nel 2009. L’opposizione denuncia da anni una forma accelerata di “involuzione” democratica e l’occupazione politica da parte dei chavisti di ruoli chiave nelle istituzioni, come la Corte Suprema di giustizia, e nelle imprese parastatali come la petrolifera PDVSA. Con l’astensionismo previsto intorno al 25%, secondo molti osservatori il voto degli indecisi, pari a circa il 17% del totale secondo le principali agenzie di sondaggi, potrebbe essere determinante per i risultati finali, anche se per Capriles sarà comunque difficile conquistare il consenso dei barrios (o quartieri popolari), soprattutto nei bastioni storici del movimento bolivariano nella capitale. Vedremo anche se saranno sufficientemente convincenti agli occhi degli elettori i discorsi rinnovati e conciliatori, uniti all’immagine “pulita” e allo spostamento a “sinistra”, del candidato Capriles e della MUD che, comunque, mantiene al suo interno i partiti del vecchio regime “dell’alternanza” prevista dal patto del punto fisso (punto fijo), cioè AD e COPEI. Tra il 1958 e il 1998 questi due partiti si sono alternati al potere secondo un patto per il mantenimento della democrazia che escluse il Partito Comunista e, nel tempo, si trasformò in un regime funzionale alla riproduzione di una classe politica parassitaria.

L’incertezza e la faziosità di una parte dei pronostici diffusi nelle ultime settimane non aiutano a chiarire il quadro della situazione. “La guerra dei sondaggi ha la sua massima espressione in queste elezioni”, ha spiegato il politologo venezuelano Piero Trepiccione. “Vedo che le compagnie dedicate a rilevare tendenze elettorali sono troppo mediatiche, perdono la loro funzione e agiscono come manipolatrici delle opinioni”, ha aggiunto. Un discorso molto simile e sensato era stato fatto in Messico questa primavera, durante la campagna per le presidenziali vinte da Enrique Peña Nieto (dell’ex partito di regime PRI, Partido Revolucionario Institucional) tra mille polemiche e denunce di frodi e compravendita del voto, e poi anche dopo il voto: il ruolo delle televisioni e dei sondaggi è stato, infatti, determinante nell’influenzare l’opinione pubblica.

Giovedì scorso centinaia di migliaia di cittadini si sono riversati nelle piazze per assistere alla chiusura delle campagne di Capriles, nell’occidentale Barquisimeto, e di Chávez, nella capitale Caracas. Ciononostante brillano per la loro assenza i dibattiti pubblici e diretti tra i candidati che rendono più opaco tutto il processo e lo studio delle proposte. Il presidente può vantarsi di aver ridotto gli indici di povertà, dimezzati in 10 anni e portati su ottimi standard internazionali (nel 2011 il tasso di povertà era del 27% sul totale della popolazione, nel 1998 era del 47%), e le disuguaglianze, per cui oggi il Venezuela è il paese latino-americano che presenta le minori differenze tra ricchi e poveri. D’altro canto sono difficili da difendere i “risultati” in termini d’inflazione, dato che la crescita dei prezzi viaggia a ritmi di poco inferiori al 30% annuo, penalizzando le classi meno abbienti. La crescita venezuelana, attestata su una media del 2,25% nel periodo 1999-2011, ha alternato periodi di recessione profonda a veri e propri exploit da “miracolo economico”, spesso determinati dall’andamento dei prezzi del petrolio più che da una vera e propria politica di sviluppo. Nel frattempo, però, il debito pubblico è cresciuto di quasi cinque volte, da 34 miliardi di dollari a 150 nel 2011.
Capriles promette di seguire il modello pragmatico e sociale dell’ex presidente brasiliano Lula, che però sostiene esplicitamente Chávez, e accusa “el comandante” di aver aggravato il problema dell’insicurezza, visto il forte aumento del già alto tasso di omicidi da 48 a 67 ogni centomila abitanti, una media quasi centroamericana. Gli esperti di criminalità attribuiscono l’aumento della violenza alla corruzione, all’impunità e alla scarsa presenza di istituzioni credibili, dalla polizia alla giustizia, più che alla povertà, alla disuguaglianza e altri fattori socio-economici che, in generale, si sono mantenuti su standard positivi. L’opposizione ha denunciato l’uso clientelare dei proventi del petrolio, di cui il Venezuela è settimo produttore mondiale, e gli aiuti “troppo generosi” a paesi come Cuba, il Nicaragua e altri membri dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per l’America Latina creata da Chávez nel 2004 come strumento di politica estera e per l’integrazione regionale. A parte le critiche e i programmi, in caso di vittoria da parte di Capriles, resterebbe comunque da risolvere il problema della coabitazione di un parlamento dominato dal PSUV con un presidente dal diverso colore politico.

La situazione geopolitica latino americana potrebbe cambiare se Chávez venisse sconfitto, dato che Capriles ha già annunciato la riduzione dei contributi in petrolio e delle convenzioni di scambio tra i paesi dell’ALBA che prevedono prezzi preferenziali per gli associati, anche se non s’è espresso per una cancellazione dell’ALBA e degli altri accordi d’integrazione regionale sottoscritti dal Venezuela: in primis, c’è il Mercosur con il Brasile, l’Uruguay, il Paraguay e l’Argentina che continuerà a restare in vigore e, probabilmente, verrà riattivata la partecipazione del Venezuela alla Comunità Andina con la Colombia, l’Ecuador, il Perù e la Bolivia. Probabilmente sia Cuba che l’Ecuador, la Bolivia e il Nicaragua, i principali alleati del progetto bolivariano nella regione, vedranno profondamente colpiti i loro interessi economici, soprattutto legati alle forniture di gas e petrolio, e strategici. L’attenzione ai risultati del voto di oggi è alta non solo in Sudamerica, ma anche negli USA, primo socio commerciale del paese andino ma allo stesso tempo “rivale” e nemico imperiale del governo, e in altri paesi che da anni intrattengono strette relazioni economiche, strategiche e politiche con il Venezuela di Chávez come la Russia, la Cina, la Bielorussia e l’Iran. Di Fabrizio Lorusso Twitter @FabrizioLorusso

Crisi, Analisi e Proposte. L’Uomo Nero e il fantasma

Denari! Non avete sentito il racconto? 

Di cos’altro andavano in cerca , quei ribaldi, se non di denari?
Cos’altro stava loro a cuore se non i denari?

(Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro)

di Sandro Moiso (CarmillaOnLineL’Uomo Nero si aggira per l’Europa. Ha più nomi, più maschere, ma è destinato a diffondere il panico anche solo a parlarne. SpreadDefaultUscita dall’euroAbbassamento del rating, comunque se ne parli è sempre quello: il mostro da evitare ad ogni costo. Non importa se si è ricchi o poveri. Non importa se si appartiene alla classe degli imprenditori o a quella dei lavoratori dipendenti. La paura deve accomunare tutti. O, almeno, così si vorrebbe.

treasure.jpgMa le cose non stanno esattamente in questo modo. Non che vadano bene, anzi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca e a colpi di remo i differenti vogatori la vorrebbero portare in direzioni opposte.
La crisi c’è, esiste ed è pesante. Potremmo dire che l’economia, che già è un soggetto piuttosto astratto, sta presentando il conto ad una società basata sull’opulenza del capitale fittizio.
Fittizio, ovvero che non c’è, che non è mai stato prodotto, che è stato solo e sempre gonfiato, negli ultimi decenni, dalla speculazione su titoli tossici e sul rifornimento costante alle banche di carta straccia chiamata dollaro o euro a seconda che la cosa avvenisse da una parte o dall’altra dell’Atlantico.

Sì, carta straccia non solo per i titoli spazzatura , ma anche per le due monete che hanno cercato vanamente di spartirsi il mondo, non accorgendosi che la produzione di valore reale, così essenziale al permanere e alla sopravvivenza di una società basata sul capitale e sul suo ciclo, si era significativamente riposizionata in altre aree del globo.
Marx e i classici sono stati buttati via, al massimo sostituiti da qualche magia keynesiana o da qualche autoritario provvedimento dei Chicago Boys.

Già perché la crisi attuale ha una storia lunga e complessa e cercando di coglierla a volo d’aquila nel contesto della storia dell’ultimo secolo, anche tralasciando quel pazzo di Lenin e la sua scoperta, in tempi non sospetti, dell’enorme sviluppo del capitale finanziario (eravamo nella primavera del 1916), si scoprirebbe non solo che la dichiarazione, fatta da Nixon, della non convertibilità del dollaro in oro nel 1971 è alla base di tutti i processi inflazionistici successivi, ma anche che nel 1929 l’eccesso di credito pompato dalla Federal Riserve nelle banche e nell’economia americana fu già alla base delle speculazioni che finirono col travolgere Wall Street e il mondo intero.

eurocrack.jpgChe – dirà a questo punto qualcuno dei lettori – mi sei diventato monetarista?
No, tranquilli, ma questa ultima osservazione serviva proprio a sottolineare come, alla faccia di tutti coloro che sono costantemente a caccia di novità, nulla sia cambiato dalla Grande Crisi ad oggi. Gli errori sono sempre gli stessi, i protagonisti anche e i trombati pure.
Banche, imprese, lavoratori: la tripartizione indoeuropea funziona ancora.

E’ chiaro, l’aveva capita anche quel pollo di Keynes, la crisi affonda sempre le sue radici nella caduta di accumulazione dei profitti legati alla produzione materiale e al venir meno dei consumi. Marx l’avrebbe chiamata caduta tendenziale del saggio di profitto, ma oggi guai a nominarla!
Beh, insomma, anche se Keynes non l’aveva capita proprio bene, cercò comunque di metterci una pezza: “ a costo di scavare buche per poi tornare e riempirle” come disse lui stesso, proponendo la figura dello Stato come committente e cliente, allo stesso tempo, di opere pubbliche destinate a rilanciare lavoro, occupazione e consumi.

Mussolini, da buon italiano furbo, ci aveva già pensato con bonifiche e fondazione di città nuove, Roosvelt, da americano pragmatico ed ottimista, la pensò più in grande e fu il New Deal.
Sì, peccato che senza il secondo conflitto mondiale da quella crisi non se ne sarebbe usciti lo stesso, anche con gli sforzi hitleriani di andare nella stessa direzione (più stato, più lavoro coatto, più sviluppo). Solo attraverso la vittoria in quella guerra gli Stati Uniti ottennero il privilegio di emettere moneta di riserva e poi, più tardi, di renderla inconvertibile.

monthly.jpgNegli anni settanta Joan Robinson, economista non accecata da conti e statistiche, parlò a proposito degli USA di un keynesismo militare, mentre Paul Baran e Paul Sweezy, sulle pagine della loro bella rivista Monthly Review, si divertivano a prendere in giro quelli che chiamavano polli keynesiani. Ma chi se ne ricorda ormai più, se non i lettori superstiti e non italiani della stessa ?!
Militare, il keynesimo, negli Stati Uniti lo è stato fin dalla preparazione del conflitto mondiale e nei quasi settant’anni trascorsi dalla fine dello stesso; polli furono e sono tutti coloro che affidandosi ai maneggi di John Maynard Keynes pensano di essere a sinistra, anzi di sinistra.

Perché a sinistra o a destra di qualcuno o di qualcosa si può sempre stare, ma per rifiutare radicalmente le logiche che sottendono l’attuale modo di produzione non basta chiedere l’intervento dello stato ad ogni piè sospinto.
Marx prima e Lenin dopo, più tutti gli altri, ci hanno insegnato che la macchina statale va spezzata e non rafforzata o invocata come salvezza per chi lavora.
Lo Stato è il comitato d’affari della borghesia”, Engels dixit. Fatevelo bastare, punto e a capo.

blackman.jpgMa torniamo alla nostra crisi e alla paura dell’Uomo Nero attuale.
Per anni, grosso modo a partire dalla gestione di Greenspan della Federal Reserve, è diventato un dogma pensare che primo dovere dello Stato, in quanto detentore del diritto di stampare moneta, fosse quello di sostenere banche, speculazione e consumi attraverso una creazione controllata del contante necessario a sostenere tutto ciò.
Una sorta di keynesismo monetarista che ha gonfiato a dismisura titoli, debiti e valore degli immobili, oltre che dare l’illusione di una crescita dei patrimoni dei piccoli risparmiatori anche in assenza di una crescita reale del prodotto e del reddito.

Per intenderci e facendo riferimento all’italietta nostrana: ma nessuno si è mai chiesto come fosse possibile che in assenza di crescita del prodotto e del reddito da lavoro (fermo oramai da vent’anni) il livello di benessere (apparente) potesse aumentare globalmente?
Questa sembrava per i più sprovveduti la decisiva sconfessione di Marx e della sua legge dell’impoverimento progressivo dei lavoratori.

Non più crisi da sovrapproduzione, non più cicli economici, non più produzione materiale, soltanto produzione snella, on-time, possibilmente immateriale. Ci sono cascati in molti, troppi, anche tra i vecchi estremisti. Non più lotta di classe, ma potere delle moltitudini.
Gioiose, inutili, sgangherate macchine da guerra che camminando all’indietro, pronte per essere riassorbite dall’ideologia dominante, pensavano di procedere in avanti.

Fuori dal ristretto orizzonte nostrano, però, milioni di operai cinesi continuavano indefessi a produrre ciò che qui si acquistava senza fatica.
Mentre in occidente, con poca fatica, anche l’ultimo dei fessi giocava in borsa o si rivolgeva ad un promotore finanziario che, peggio di un inviato di Al Qaeda, prometteva meraviglie a chi avesse immolato i suoi risparmi e i suoi averi ai fondi gestiti e gonfi di titoli spazzatura.

Ma non si pensi che in tutto questo ci fosse almeno un ordine, una logica, un programma. No!
Tutto questo è andato perso lungo il percorso: Hedge FundsCdo (obbligazioni debitorie collateralizzate ovvero debiti di qualcuno trasformati in investimenti a rischio) e un sacco di altra spazzatura (come gli attuali titoli di Facebook) sembravano garantire guadagni illimitati, senza che nessuno ne capisse neppure il perché

Nelle parole di Ben Shalom Bernanke, succeduto a Greenspan nella direzione della Federal Reserve ed attuale suo presidente, sta la miglior riprova di ciò che si va qui affermando. Nel 2007, dopo che le Cdo erano cresciute da 225 miliardi di dollari nel 2005 a 450 miliardi nel 2006, all’Economic Club di New York, a chi gli domandava spiegazioni su tali titoli, il potente rappresentante della finanza statale statunitense rispose :”Mi piacerebbe capire che valore hanno questi dannati cosi”.
Ecco da quale mirabile scuola escono i nostri tecnici !

Poi il 2008, anno nefasto, rivelò l’inganno.
Gli infiniti mutui, aperti anche a chi non aveva un lavoro con cui ripagarlo, esplosero sul mercato americano, con ripercussioni a livello mondiale.
Come si reagì dopo il primo sbandamento, negli USA e in Europa? Ma è naturale, continuando le precedenti politiche di allargamento del credito alle banche, che proprio su quel tipo di distribuzione di denaro a baso tasso di interesse avevano giocato per soddisfare, con interessi maggiorati, la voglia di consumo dei cittadini occidentali e di speculazione della finanza internazionale.

paperone.jpgNell’immane disastro di metà 2008, la quantità maggiore di capitale degli Stati Uniti, ovvero il valore delle total home equity delle famiglie crollò da 13000 miliardi di dollari del 2006 a 8800 miliardi. La seconda, in ordine di grandezza, i total retirement asset calarono del 22% da 10300 miliardi a 8000 miliardi […]Ma, almeno, delle perdite in borsa tanto piante, o dei valori delle case, persino del crollo dei consumi in difetto di gioia speculativa, si può tentare il conto. Alla devastazione dei bilanci bancari invece a tutt’oggi non può darsi un’onesta misura. […] Nel panico Federal Reserve e BCE immisero allora 2500 miliardi di liquidità nel mercato del credito, effettuando la più grande spesa nella storia della moneta, da che esiste l’umanità. Da solo, il governo americano ne investirà poi altri 1500 miliardi per acquistare azioni non solo americane. E così evitare l’ebbrezza in ritardo di una crisi ultima del capitalismo”.

E la stessa politica è proseguita, sulle due coste dell’Atlantico, nei quattro anni seguenti.
Non era bastata la lezione degli anni Venti, quando a partire dal luglio del 1927 la solita FED alimentò con 200 milioni di dollari la bolla di Wall Street di cui tutti ormai conoscono le disastrose conseguenze. Mentre alla fine degli anni ’90 del XX secolo, con la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan, gli americani avevano già sperimentato “la più grande bolla finanziaria che una nazione sulla terra avesse mai sperimentato”.

Il presidente della FED precedente, Volcker, si trovò, però, costretto a dichiarare, nel maggio del 1999, che:”Le sorti dell’economia mondiale dipendono dalla crescita degli Stati Uniti, che dipende dalla Borsa, la cui crescita dipende da cinquanta titoli, metà dei quali non ha riportato alcun guadagno”. Mentre uno studio della Northwestern University affermava che “ Non c’è stata alcuna accelerazione della crescita della produttività dell’economia al di fuori del settore che produce l’hardware dei computer […] E in effetti, invece di esibire un’accelerazione di produttività, la sua decelerazione nel manifatturiero è andata peggio. C’è stato un rallentamento della produttività nell’intero settore manifatturiero nel 1995 -1999, comparato agli anni 1972 -1995, e proprio nessuna accelerazione per i beni non durevoli”.

In Cina nel 1985, con il formarsi delle prime joint-venture, si producevano solo poche migliaia di auto, ma nel 1993 erano già diventate 200 mila. Nel 2004 se ne produrranno 2 milioni e 300 mila, mentre nel 2009 ci sarà il sorpasso degli Stati Uniti e la Cina si troverà ad essere il massimo mercato automobilistico e produttivo del pianeta. Certo questo è stato anche conseguenza dell’investimento massiccio operato dalle multinazionali nello stesso paese tra il 1994 e il 2009, ma il risultato non cambia: l’asse produttivo del pianeta non è più in America e nell’Occidente europeo, s’è spostato altrove.

E così la percentuale maggiore di plusvalore, mentre al capitale fittizio occidentale non restava che impiccarsi a se stesso.
Cosa che sta avvenendo ora, adesso, tra strepiti e sussulti, tra grida e minacce.
L’Uomo Nero appunto.
E se fin qui si sono usati esempi presi soprattutto dall’economia americana degli ultimi decenni, deve essere altresì chiaro che in Europa le cose non sono andate meglio, anzi. Anche in Germania.

nazieuro.jpgLa rigida Germania di Angela Merkel che, da perfetta cristianissima bigotta, predica bene e razzola male. Il volto produttivo della Germania, l’apparente efficienza della sua amministrazione che le permette di imporre il fiscal compact a tutti i paesi europei all’ombra della BCE, nascondono in realtà la coscienza sporca di chi ha le banche forse più esposte nei confronti dei titoli spazzatura statunitensi e dei titoli europei più a rischio.

Cosicché gli stessi stress test fatti sulle banche europee erano calibrati in modo da escludere che la Kfw (Kredinstalt für Wiederaufbau ovvero l’Istituto di Credito per la Ricostruzione istituito nel 1948 con il Piano Marshall ), una banca governativa destinata ad incrementare lo sviluppo interno, fosse dichiarata fallimentare poiché ricolma di titoli tossici di ogni provenienza. Anche greci, naturalmente. Caustico, il Financial Timesaveva commentato in quei giorni:”Se provassimo a verificare la sicurezza delle automobili o dei giocattoli con lo stesso metodo che l’Unione Europea ha impiegato per i suoi stress test sulle banche, finiremmo in prigione”.

Anche in Europa la crescita apparente del benessere non era confortata da dati reali.
In Italia “nel 2003 il totale dei redditi distribuiti alle famiglie consumatrici era, in termini reali, superiore a quello del 1990 di un miserrimo 5,35%. Si badi in 14 anni un incremento circa di un ventesimo. Invece la ricchezza reale netta delle famiglie, nello stesso periodo, crebbe del 21,6%, più di un quarto. L’euro servì non ad accrescere redditi e consumi, ma a lievitare e consolidare i patrimoni”. Aggiungerei: immobiliari soprattutto.

Per quello che ci interessa però occorre rimarcare che nello stesso 2003 “ ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”.
Oggi sicuramente la situazione è ulteriormente peggiorata, ma un dato resta da sottolineare: nel corso degli anni novanta in realtà la classe operaia ha ceduto al tasso di profitto quanto si era ripresa negli anni settanta. Un profitto, però, che non è stato reinvestito proficuamente nell’attività produttiva, ma, grazie alle facilitazioni del credito, nella speculazione più crassa e, sicuramente, più mafiosa.

Questo scollegarsi del capitale dalla produzione per ancorarsi sempre più alla speculazione; questo tentativo dannato e dannoso di abbreviare sempre più i cicli di realizzazione dei profitti attraverso scorciatoie criminali e trucchi da prestidigitatori da strapazzo ha fatto sì che sempre più il debito privato si trasformasse in debito pubblico, con le conseguenze che tutti abbiamo ora sotto gli occhi.

Ma questa scelta è stata dettata anche da una crisi immanente del modo di produzione capitalistico, sempre negata dagli economisti e dagli elogiatori di ogni colore delle meraviglie della civiltà occidentale.
La speculazione finanziaria non è altro che l’ultima risorsa del capitalismo morente per rinnovare i propri fasti e profitti.
Un falso elisir di lunga vita, dunque.

Tutto questo, però, non ha portato soltanto ad una drastica riduzione delle quote salariali, alla quasi scomparso di ogni tipo di welfare e ad un progressivo e drammatico aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile.
Ha fatto anche in modo che i lavoratori si siano sentiti spesso mazziati e contenti, apparentemente partecipi di una ricchezza che non gli apparteneva e che, con le prima ondate di crisi, gli è stata rapidamente levata.

Questa è la base economica di una protesta sociale e proletaria che spesso si affida ancora al populismo e di cui abbiamo già parlato. Una protesta che non si affida solo, di volta in volta, alla Lega o a Beppe Grillo, ma anche a formulazioni dal contenuto vago: come i piagnistei sulla tassazione e il prelievo fiscale sugli stipendi o le occupazioni di sedi di istituti di credito per richiedere l’apertura di linee di credito al proprio, fantomatico datore di lavoro.
Nel primo caso il lavoratore rinuncia alla propria coscienza di classe antagonista per fondersi nel mare dei veri o presunti “tartassati”. Nel secondo, come è avvenuto di recente in Sicilia, il lavoratore fonde il suo interesse con quello del suo datore di lavoro, in questo caso la Dr Motor di Massimo Di Risio, rimontatore di auto e suv cinesi, di Macchia d’Isernia e pretendente al trono FIAT di Termini Imerese.

Tutti inseriti d’ufficio in una sterminata classe media priva di confini, tutti uguali negli interessi d’impresa, tutti uguali nel voler salvare i propri risparmi e patrimoni: è proprio questo che si vuole ottenere con l’Uomo Nero agitato dai media e dal mondo politico. La peggior retorica e la peggiore demagogia populista, nazionaliste, se non addirittura regionalista, al Nord come al Sud, messe al servizio dell’esorcismo destinato ad impedire le rivolte e le lotte che la crisi attuale è destinata a scatenare e che sta già scatenando.

ghost.jpgQuesto è, come sempre, come centosessant’anni fa, il Fantasma che fa davvero paura.
Il Fantasma del rifiuto delle logiche del capitalismo, dello sfruttamento, dell’appropriazione privata della ricchezza sociale e del suo dilapidarsi in speculazioni e truffe che giovano ad alcuni e danneggiano il restante 99%. Insomma, il Fantasma del comunismo cui la presente crisi sta spalancando le porte.

Ma per esorcizzare questo rosso fantasma i tecnici dei governi, la BCE e il FMI useranno anche altri strumenti, perché un conto è farsi le scarpe tra solidali (del capitale e della finanza) altro conto è permettere che siano altri, più anonimi, a farlo.
E allora vai con le accuse di terrorismo nei confronti di qualunque lotta, vai con le pattuglie di militari un Val di Susa e nelle strade delle città, vai con le indagini su chi afferma verità eretiche nei confronti del pensiero dominante.

Bersani, Camusso e Cancellieri hanno già aperto il fuoco di fila, presentandoci l’antipasto e in attesa delle portate successive.
Due forze speculari si fronteggiano così nell’agone dello spettacolo politico: da una parte chi crede che sia possibile colpire una parte per il tutto, sostituendosi alle reali forze sociali che prima o poi dovranno fare i conti con la macchina bellico-economica capitalistica.

Dall’altra chi spera di ridurre il diffondersi della protesta, anche nelle forme devianti cui più sopra si accennava, a “terrorismo”, nemico supremo e comune di tutti i rispettabili cittadini.
E giù accuse e minacce, aperte da frasi deliranti, troppo tardi smentite, sulla pericolosità della lotta No-Tav o di qualunque altra manifestazione che non si faccia ingabbiare dai sindacati confederali o dalle politiche istituzionali. E in questo senso complimenti alla chiara coscienza di un ex-ministro di sinistra che ha dichiarato che il terrorismo è il primo nemico della classe operaia…e noi che pensavamo che fosse il capitale!?

tognazzi br.jpgMa per esorcizzare le lotte c’è ancora un altro sistema, che potrebbe essere usato in Grecia come, magari in modo più strisciante, anche qui in Italia: una presenza sempre più massiccia dei militari sul territorio e nella gestione della pubblica amministrazione.
E’ inutile nasconderlo: da quando le elezioni greche non sono andate come i signori della finanza avrebbero desiderato, da un lato si è fatto buon viso a cattivo gioco auspicando uno sforzo comune affinché la Grecia sia “aiutata” a rimanere nell’area euro, mentre dall’altro si son fatti sempre più evidenti i richiami ad un possibile golpe “per impedire lo scatenarsi di una guerra civile”.
Nessuna novità neanche qui, è lo stesso linguaggio delle “missioni di pace” all’estero traslato in chiave di politica “interna” europea.

Ma anche in Germania, come in questi giorni a Francoforte, e in altri paesi europei la massiccia presenza sul territorio di forze dell’ordine e militari sembra destinata a crescere.
D’altra parte: che ce li abbiamo mandati a fare tanti soldati all’estero, se non ad addestrarsi alla contro-guerriglia e al controllo delle aree urbane?
Anche qui da noi non bastano i 1500 soldati richiesti dalla Cancellieri per la protezione di obiettivi sensibili; ce li siamo già dimenticati quelli che sono già stabilmente in servizio di ordine pubblico in tante città?

Così anche l’uso che si è iniziato a fare di alti ufficiali dei carabinieri per la gestione della cosa pubblica in Italia sembra voler andare nella direzione di abituare l’opinione pubblica alla ingombrante presenza dei militari non soltanto sul territorio, ma anche nelle ASL o nelle altre amministrazioni pubbliche.
In previsione, perciò, di una possibile parziale privatizzazione dei servizi sanitari e di un aumento dei costi degli stessi per tutti i cittadini, il fatto che un generale in pensione dell’Arma e un colonnello della stessa siano stati messi a dirigere rispettivamente l’ASL di Napoli e quella di Salerno, può apparire, infine, piuttosto significativo.

Ultima, infine, viene la guerra.
La guerra imperialista che già due volte ha sconvolto l’Europa e il mondo negli stessi ultimi cent’anni , mentre una terza sembra già essere iniziata , almeno in forme prima striscianti e oggi sempre più evidenti, fin dalla riunificazione tedesca e dalla prima guerra del Golfo.
Il nazionalismo che sottende ogni imperialismo è già in atto e i nemici non sono solo più gli islamici o gli stati canaglia.

Il nazionalismo, la chiamata alle armi contro i nemici esterni, è sempre l’ultima ratio dei regimi in difficoltà. E’ l’altro potente strumento di integrazione, così come capì bene la borghesia francese quando scelse come inno “La Marsigliese”.
Aux armes citoyens, formez vos bataillons“…etc etc.
Ed è la componente principale del razzismo di ogni tempo.
Mentre chi gli si oppone corre anche il rischio di essere inquisito per incitamento all’odio di classe!

Oggi anche i nostri rispettabili vicini di casa possono trasformarsi in “pericolosi nemici”. E persino le stimate agenzie di rating, che hanno in precedenza condotto i nostri governi sulla strada del taglio della spesa pubblica, possono trasformarsi, da un giorno all’altro, in pericolosi killer contro cui anche il timorato e timoroso Pier Ferdinando Casini è pronto a prendere le armi.

Guerra, ultima ratio di ogni grande crisi del modello sociale basato sull’accumulazione capitalistica. Guerra, sicuro rilancio della produzione industriale e del ritrovato vigore dei titoli degli stati coinvolti. Guerra, facile modo per riassorbire la disoccupazione attraverso la produzione bellica o sui campi di battaglia. Guerra, sinonimo di controllo sociale e sindacale
Sempre che la possibile apocalisse preparata da Israele nei confronti dell’Iran non venga a portarsi già via tutto nell’autunno di questo fatidico 2012.

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Si è aperta, lo si è detto pochi giorni fa su queste stesse pagine, un’aspra stagione.
Occorrerà essere determinati e lucidi nell’affrontarla, sapendo che, in un modo o nell’altro, questo mondo non potrà mai più essere come prima.
Anche chi lotta contro le sue ingiustizie, contro le prevaricazioni e le truffe che lo contraddistinguono dovrà saper rinunciare a qualcosa.

La sinistra greca uscita di fatto vincitrice dalle ultime elezioni, probabilmente scoprirà il bluff tedesco e della BCE, anzi lo ha già fatto.
Dopo le prime dichiarazioni sprezzanti, BCE, FMI e Merkel sembrano essere addivenuti a più miti consigli. Fino ad ipotizzare una mutualizzazione del debito greco (in attesa dell’esplosione di quello spagnolo, etc). Ma questa è solo una parziale e ancora non del tutto certa vittoria. I cui costi saranno prevalentemente scaricati, anche se in tempi diversi, sul mondo del lavoro. Sul 99%.

Occorrerà saper rompere gli schemi in cui il meccanismo del debito pubblico blocca giovani, disoccupati e lavoratori dipendenti. E non saranno certo un aumento della produttività o il sempiterno feticcio denaro a garantirne il futuro.
La macelleria sociale non potrà essere rintuzzata appellandosi alle elemosine dello Stato o della finanza. Saranno i movimenti a darsi i loro strumenti e i loro istituti, finalmente liberi ed autonomi dall’ingerenza dello Stato e del capitale.
Occorrerà andare oltre gli angusti limiti di un welfare state che appartiene ancora alle logiche stataliste degli anni ’30 e rivendicare il diritto collettivo all’uso e al godimento della ricchezza socialmente prodotta, infischiandosene dei patti già firmati da governi e tecnici in cui non ci si è mai potuti e non ci si può più riconoscere.

Occorrerà comprendere e trasformare il concetto di Economia.
Andare oltre il concetto egoistico di oikonomia, tratto da Aristotele e che sottende una saggia gestione della casa. Concetto egoistico e meschino, timorato della proprietà privata.
Basato sulla moneta, sul profitto e sulla partita doppia.
Occorrerà invece coglierlo in tutta la sua potenza intendendolo come gestione comunitaria, in costante divenire, della trasformazione dell’energia in lavoro; un lavoro, però, non più alienato, socializzante, creativo e non più coatto, capace di trasformare, senza inaridirlo, il pianeta di cui siamo soltanto ospiti temporanei.

Occorrerà saper tradire le alleanze annullandole e non rispettare i patti economici suicidi.
Occorrerà saper difendere, in ogni parte del mondo, il diritto di scegliere come organizzare la società su basi solidali più ampie.
Occorrerà lottare, anche duramente, per impedire che si ripetano le illusioni, le false promesse e il ritorno allo sfruttamento passato.

24mtsurf.jpgNei giorni scorsi un surfista ha cavalcato, in Portogallo, un’onda alta 24 metri.
Tutti i nuotatori più o meno esperti sanno che in caso di onde molto alte conviene andare loro incontro piuttosto che cercare di recuperare la spiaggia, pena l’essere risucchiati dal vortice da esse creato. Onde molto alte ci attendono e la spiaggia di partenza non ci offre più alcun rifugio.
Hic Rhodus, hic salta!

N.B.
Tutte le citazioni, prive di altre indicazioni, contenute nell’intervento sono tratte da:
Geminello Alvi, Il Capitalismo, Marsilio, Venezia 2012