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#Femminicidio #Messico: “Se ammazzano anche Mara” su @ilmanifesto #MaraCastilla #NoFueTuCulpa

ni una menos feminicidio[Di Fabrizio Lorusso da Il Manifesto del 19 settembre 2017] Mara Castilla aveva 19 anni, studiava scienze politiche e viveva a Puebla, città industriale del centro-sud messicano. Era uscita con gli amici la sera del 7 settembre e verso le 5 del mattino aveva chiamato un «taxi sicuro» con la app Cabify per farsi riportare a casa. Ma a casa Mara non ci è mai arrivata.

UNA VOLTA A DESTINAZIONE, l’autista dapprima ha tenuto Mara prigioniera nell’auto per 20 minuti e poi l’ha sequestrata, violentata e strangolata in una camera d’albergo. Per una settimana non s’è saputo nulla di lei e si credeva a un caso di sparizione forzata, ma il 15 settembre il suo corpo, avvolto in un lenzuolo dell’hotel, è stato ritrovato ai bordi della statale Puebla-Tlaxcala, come reso noto dal governatore Tony Gali. Il pm di Puebla Víctor Carrancá ha annunciato l’arresto del presunto responsabile, Ricardo Alexis N., che sarà accusato formalmente di femminicidio, cioè dell’assassinio di una donna per motivi di genere, per il fatto di essere donna.  Continua a leggere

#México: la lucha de los maestros contra la reforma educativa de #EPN @CNTEMX @maestrosenresi1

México: Lucha de los maestros contra reforma educativa – Noticias Aliadas (Perú-Sudamérica) – EN INGLÉS: Link Teachers protest against education reform 
Fabrizio Lorusso 30/06/2016 – Fotos de Parika Benítez Envíe un comentario Imprima el texto de esta página

Masivas movilizaciones de trabajadores de la educación dejan al menos ocho muertos en choques con la Policía.

 

FullSizeRender (2)La madrugada del 19 de junio la sangre de manifestantes y maestros corrió por las calles de la comunidad indígena mixteca de Nochixtlán, en el sureño estado de Oaxaca. Ocho muertos por impacto de bala y un centenar de heridos fue el saldo de los enfrentamientos entre pobladores y docentes de la Coordinadora  Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE) y la Policía Federal (PF) a raíz de un fallido operativo de desalojo de un bloqueo vial.

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Esce il libro Messico Invisibile. Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna @Ed_Arcoiris

09 F.Lorusso - Messico InvisibileFabrizio Lorusso, Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, Ed. Arcoiris, Salerno, collana l’acuto, pp. 356, 2016, € 15.

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

Messico: elezioni, astensione oltre il 50% e durissime proteste in tutto il paese (Radio Onda d’Urto)

messico bruciano schede(Da Radio Onda D’Urto) (Link Intervista Fabrizio Lorusso) In domenica 7 giugno 2015 si è votato per rinnovare 500 seggi della Camera bassa federale, scegliere i governatori in 9 dei 31 Stati ed eleggere centinaia fra sindaci e amministratori locali.

La formazione del Presidente della Repubblica Enrique Pena Nieto, il Partito istituzionale rivoluzionario (Pri), una sorta di carrozzone centrista accusato da più parti di colossali collusioni con i narcos oltre che intimidazioni e violenze contro gli oppositori, è sotto al 29%: in termini di seggi, su 500 totali, il Pri arriverebbe attorno a quota 200, perdendone quindi una quindicina, anche se in crescita sono i Verdi locali, storici alleati del Pri, al 7%. La maggioranza parlamentare è comunque in bilico.

A ruota del Pri c’è la destra del conservatore Partito di azione nazionale (Pan), al 21%, mentre il centrosinistra del Partito della rivoluzione democrática cala all’11%, perdendo così circa la metà dei seggi, finiti in buona parte al Movimento di Rinnovamento Nazionale (Morena, all’8,5%) fondato di recente dal suo ex leader ora scissionista, Manuel Lopez Obrador, ex sindaco di Città del Messico, dove Morena è il primo partito (prendendo a riferimento il Disticto Federal, il DeFe, lo Stato della capitale). Sempre nell’alveo della “progressista”, al Partido del Trabajo (PT) va meno del 3%, mentre il Movimiento Ciudadano arriva al 6%.

ASTENSIONE E PROTESTE – Il dato più significativo di questa tornata elettorale messicana è però l’astensione: ha votato infatti meno del 50% degli aventi diritto (per la precisione il 46,9%), e tra chi è andato alle urne più del 5% ha annullato la scsito parlamento outheda. I movimenti sociali messicani, denunciando la totale sovrapponibilità dell’intero sistema politico a quello criminale, hanno lanciato da mesi una sorta di campagna di boicottaggio attivo bruciando schede elettorali, con una situazione parainsurrezionale in Oaxaca, Michoacan e Guerrero, con i docenti in lotta contro la riforma della scuola oltre a studenti e parenti dei 43 della scuola normale agraria di fatti sparire il 26 settembre 2014 a Iguala. In altri casi, ad andare a fuoco sono state direttamente le sedi dei partiti, com’è accaduto a esempio in Chiapas, mentre dal web Anonymous ha hackerato il sito della Camera dei Deputati, mettendo in home page i contratti milionari intascati da numerosi sedicenti rappresentanti del popolo. Chiaro il messaggio lasciato da Anonymous: “Siamo stanchi di tante farse, Ayotzinapa siamo al tuo fianco”.

REPRESSIONE – Pesantissima la militarizzazione del territorio, con almeno 16 morti, centinaia di arresti e decine di giornalisti aggrediti, oltre alla violenza dei narcos (spesso collusi con la polizia) che hanno ammazzato in campagna elettorale almeno sette candidati. Nell’ultimo mese 1374 gli omicidi nel paese, il dato più alto dell’anno.

Delle in Messico e della situazione del paese abbiamo parlato con Fabrizio Lorusso, curatore di lamericalatina.net, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni e autore nel maggio 2015 del libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” (Odoya Editore), con la prefazione dello scrittore Pino Cacucci.

Ascolta o scarica l’intervista da Città del Messico con Fabrizio Lorusso.

Con i lavoratori della #logistica Resistere a #Granarolo e ai padroni «buoni»

di Wu Ming 1Valerio EvangelistiAlberto PrunettiGirolamo De MicheleWu Ming 4.  A cura della redazione di Carmilla

Facchini1

[Questo articolo viene pubblicato in simultanea con Giap. Ciò per una sensibilità comune, che ci induce a simpatizzare con gli sfruttati, sempre e comunque. Anche quando lo sfruttatore si ammanta, furbescamente, del nome di “cooperativa”. Espediente buono a fingere presunte finalità sociali scomparse da un trentennio almeno. In uno dei video che troverete nell’articolo è narrata la lotta degli operai della logistica a Bologna. Somiglia a quelle che avvengono in altre parti d’Italia, protagonisti gli ultimi tra gli ultimi. Qualcuno dirà, scandalizzato: ma voi tornate a parlare di lotta di classe! Ebbene sì, lo confessiamo. Parliamo di lotta di classe. Chi la rinnega è, come il vocabolario insegna, un rinnegato. Link utili in fondo.]

Wu Ming 1

Lo sciopero è sciopero, un picchetto è un picchetto e un crumiro è un crumiro e quindi, tagliando con l’accetta, uno che accetta la logica della guerra tra poveri e tradisce i suoi compagni.

L’accetta che taglia corta la definizione di “crumiro” è la stessa che spacca il mondo in due quando la situazione arriva al dunque. Il “dunque” è che la società è divisa in classi. Il “dunque” è che lo sfruttato sta da una parte e lo sfruttatore dall’altra.

Un padrone è un padrone, un padrone è uno sfruttatore e ogni padrone combatte incessantemente la lotta di classe.

Un padrone “di sinistra” è un ossimoro vivente (anzi, un ossimoro non-morto).

“Cooperativa” è una parola che non significa più un cazzo.

Dovrebbe essere l’ABC, ma l’analfabetismo di ritorno ci strangola.

Il grande, grandissimo merito dei lavoratori in lotta nella logistica, in Emilia e in altre parti d’Italia, è di aver ricominciato ad alfabetizzare.

In questi giorni più che mai afflitti da un discorso pubblico portato avanti quasi solo da infami e interamente composto da minchiate, e mentre i padroni indulgono nei più canaglieschi ricatti (si veda la vicenda Electrolux), le lotte nella logistica sono, come suol dirsi, ossigeno.

E ci sono tanti modi di usare l’ossigeno.

Nella scena finale del film “Lo squalo”, una bombola d’ossigeno viene conficcata tra i denti del mostro e fatta esplodere. Del mostro non rimangono che frattaglie, e i nostri eroi nuotano verso casa.

Buona nuotata, compagne e compagni.

Valerio Evangelisti

Non avrei mai pensato di dover assistere, nel 2014, a eventi degni degli inizi del ‘900. Lavoratori licenziati per avere scioperato contro la riduzione ulteriore di paghe da fame, violenze contro poveri diavoli per spezzarne i picchetti, arresti arbitrari e pestaggi di sindacalisti, false promesse e false accuse da parte delle autorità, campagne stampa menzognere che addebitano le violenze a chi le subisce. Vittime di tanta prepotenza gli stessi sfruttati del 1900: i facchini, poverissimi e precari, costretti a un lavoro massacrante e a condizioni di vita indegne.

La sorpresa viene dall’identità dello sfruttatore: cooperative che mantengono arbitrariamente quella denominazione ormai solo formale, appoggiate dal consenso, dalla complicità attiva o dall’indifferenza di sindacati “ufficiali” di cui il tempo ha ingiallito il colore e deturpato le funzioni. Forze che non si vergognano di tradire clamorosamente la loro stessa storia.

Io spero che i lavoratori della logistica tengano duro, in nome di quel valore supremo che ispirò proprio quei proletari come loro che fondarono cooperative e sindacati: la dignità. Auguro invece la sconfitta a coloro che l’hanno persa.

VivaIlSocialismo

Alberto Prunetti

La lotta è possibile e va oltre la rappresentanza politica. Passa da istanze dirette e sollecita un nuovo sindacalismo conflittuale. I facchini hanno molto da insegnarci. Certo, sono molto strategici, perché muovono merci e le possono fermare. Ma hanno a che fare con un padrone che parla il linguaggio mellifluo di ogni padrone. Padroni che davanti alla rivendicazioni ricordano che sono compagni, che hanno fatto sacrifici, che stanno per chiudere. Che perdere diritti è l’unico modo di conservare un posto di lavoro.  Al dunque, le cooperative o l’imprenditore illuminato, di destra o di sinistra, pagano poco e sfruttano tanto. Chiedetelo ai facchini, alle maestre d’asilo o alle guide turistiche. Siamo tutti “soci” del capitale, salvo quando si tratta di dividerne i profitti o di subirne il fallimento.

Niente sconti, allora: ci stanno prendendo in giro. Prima di buttarsi dalla finestra ci faranno morire d’inedia. Anche nella crisi c’è una gerarchia e un lavoratore working class dei nostri giorni (operaia, facchino, cassiera, commesso, addetto pulizie, operatore di call center) vive, lavora, fallisce e muore peggio di un imprenditore. O di un presidente o socio fondatore di una cooperativa, che è tale solo per i vantaggi fiscali delle cooperative.

E allora basta con le vecchie cooperative. Perché l’unica forma di cooperativa valida per il futuro sarà quella che espropria e annulla la figura del padrone o del presidente o dei soci fondatori. Facciamoci leveller: livelliamo i poteri nei posti di lavoro. L’esempio è quello argentino delle cooperative di lotta: imprese destinate al fallimento, recuperate dai lavoratori. Reggono il peso della crisi con un salario equo, lo stesso per tutti, senza mobbing o prevaricazioni gerarchiche. Con ruoli fluidi, tra amministrazione e produzione.  Così si resiste alla crisi e al capitale, che camminano mano nella mano per accumulare profitti, sottraendoli dalle tasche dei lavoratori.

Facchini3

Girolamo De Michele

«Gli uomini, salvo che non siano del tutto imbarbariti, non si lasciano apertamente ingannare e trasformare in schiavi inutili a sé stessi», scrive Spinoza parlando di un popolo che fronteggiava la pretesa d’autorità assoluta di Alessandro Magno: parole che marciano sui propri piedi, ovvero sulle gambe delle lotte per il diritto di non essere assoggettati, ogni volta che un suddito si alza in piedi e rifiuta di considerare superiore un proprio pari.

«Caro Socio consumatore, vieni pure a fare la spesa in Coop. Troverai, oltre ai prodotti che cerchi, molti lavoratori che ti accoglieranno con la gentilezza e la professionalità di sempre. Troverai molti lavoratori che vogliono bene alla cooperativa, che non si tirano indietro davanti al lavoro, ma anzi si rimboccano le maniche, perché sanno che il lavoro è anche sacrificio e fatica», scrivono i consiglieri di amministrazione di una Coop (quella Estense, il 18 dicembre scorso: ma potrebbe essere Adriatica, o Granarolo): parole che rivelano la pretesa dei padroni che i sottomessi non si limitino ad obbedir tacendo, ma siano anche contenti di sacrificarsi e faticare.

Ogni volta che un subordinato rivendica il diritto a vivere non con la servitù volontaria, ma con la dignità dell’insubordinazione – quale che sia la sua lingua, il suo colore, la sua origine, alla catena siam tutti uguali – i padroni, quali che siano le loro lingue, i loro colori, le loro origini tremano e si rifugiano dietro il manganello del gendarme: perché sanno che ad essere messa in discussione non è solo la retribuzione e l’orario, ma la favola del guadagnarsi da vivere col sudore della fronte. E perché sanno che le lotte in corso parlano anche a quelli che sollevano tremanti la testa dai luoghi bagnati di servo sudore: perché quel volgo disperso che non ha altro nome, se non quello di servo, potrebbe imparare il significato di un nome comune –compagni.

Wu Ming 4

Ciò che evidentemente è andato perduto per strada – una strada lunga e tortuosa, ma che è stata percorsa di buon passo – è proprio un concetto fondamentale: difendere i lavoratori dai soprusi del padronato. Un tempo era la ragione sociale del sindacalismo, del resto, nonché il principale movente delle formazioni politiche di sinistra.

In questo senso un caso più tipico della lotta dei facchini della logistica non si potrebbe dare. I facchini sono il gradino più basso della catena lavorativa, la manodopera meno qualificata; per di più sono in maggioranza di origine straniera, quindi sottoposti a un doppio ricatto. Non sono né buoni né bellini, bensì proletari immigrati che fanno vite ben poco invidiabili. Difficile trovare un soggetto più debole e più esposto alla corsa al ribasso del costo del lavoro.

E infatti si incazzano, insorgono, cercano di farsi notare come possono, bloccando i camion, inceppando la filiera logistica. Per questo vengono accusati di essere dei violenti, licenziati, denunciati.

Non solo: i senatori emiliani del PD inoltrano una richiesta d’intervento all’esecutivo, affinché i blocchi dei facchini vengano fatti cessare. Insomma: intervenga il governo a rimuovere l’ostacolo.

C’è stato un tempo in cui una richiesta del genere sarebbe giunta dai partiti di destra, mentre i partiti di sinistra avrebbero casomai chiesto di rimuovere o sanare la contraddizione sociale che produce quelle proteste, non già le proteste stesse. Ma da tempo ormai i sedicenti “democratici” ci hanno abituati a uno spettacolo che più che paradossale è davvero grottesco e miserabile (come quando hanno cercato di convincere i bolognesi – senza riuscirci – che finanziare le scuole private, a pagamento e confessionali, fa bene alla scuola pubblica).

La Cgil di Bologna segue a ruota, sostenendo che le lotte dei facchini rischierebbero di “scatenare una guerra tra poveri”. Anche qui occorre dire che un tempo i sindacalisti avrebbero saputo che esiste un solo modo per sventare la guerra tra poveri, ed è stare compatti dalla parte dei poveri, esposti allo sfruttamento e al ricatto. Da quale altra parte si dovrebbe stare in una vicenda come questa? Con le cooperative che – lo sanno anche i sassi – conservano solo una lontana eco degli intenti che le fecero nascere e sono ormai a tutti gli effetti imprese d’affari?

E poi un’occhiata al contesto non la si vuole proprio dare? Stiamo assistendo alla più feroce offensiva padronale che si sia mai data dagli anni Settanta. I costi della recessione economica vengono scaricati sui più poveri e sul cosiddetto ceto medio in via di impoverimento. Mentre Marchionne avvia il trasferimento della Fiat all’estero, il ricatto che aveva lanciato qualche anno fa: “Andiamo a fare auto in Serbia”, viene già scavalcato dalla Elettrolux, che invece la Serbia vuole farla qui, in Italia.

Mentre l’economia continua a franare, i partiti di governo, Confindustria e il più grande sindacato si trovano compatti su cosa? Cancellare una lotta dal basso organizzata dai lavoratori più deboli, perché mette in discussione i profitti delle grandi cooperative.

L’origine storica del movimento operaio è il rifiuto del ricatto tra accettare condizioni di lavoro sempre più infime o perdere il lavoro stesso. Se si abbandona questa consapevolezza e si butta a mare la storia, allora significa che si sta rinunciando a tutto, alla propria stessa ragione d’essere.

Per fortuna è la storia stessa che torna a mordere il freno, e a ricordarci che le contraddizioni sociali ed economiche non spariscono solo perché si pretende di negarle con la bassa retorica di questi anni tristi.

Vice.com: la logistica italiana è diventata un campo di battaglia
Un eccellente reportage di Leonardo Bianchi.

Scarichiamo Granarolo
Il sito dove si organizza il boicottaggio dei prodotti.

Le lotte nella logistica su Infoaut

Le lotte nella logistica su Global Project

Forza contro forza: la lotta di classe nella valle della logistica
Un’analisi di Anna Curcio e Gigi Roggero.

Contro la “voce del padrone”, insieme ai lavoratori della Granarolo
Comunicato del Coordinamento Migranti e altre realtà di Bologna.

#Granarolo su Twitter
(succedono cose quasi tutti i giorni)

Brasile: cartografie delle disuguaglianze

Morro da providencia

[Quest’articolo, tratto da Carmilla e scritto da Jacopo Anderlini, sarà pubblicato tra pochi giorni sul primo numero della rivista on-line e cartacea Magma – Pubblicazione anarchica] Quest’estate in Brasile qualcosa s’è rotto. S’è squarciato il velo intessuto dai partiti governativi e dai media mainstream per creare una narrazione lineare e monocolore che racconta di un Brasile pacificato, spensierato e “pio”. Nel momento in cui andavano in scena i grandi circhi mediatici della Confederation Cup e della Giornata mondiale dei giovani, qualcosa ha interrotto lo spettacolo. Proteste e rivolte in tutto il paese, composte da centinaia di migliaia di persone, scese per le strade a manifestare. Già, ma a manifestare per cosa? Occorre fare un passo indietro e osservare da una certa distanza gli eventi che hanno portato alle proteste di giugno, per non commettere l’errore di ridurre il tutto a un fuoco di paglia. Se è vero che le dimensioni, le pratiche e la radicalità di questo movimento sono fuori dall’ordinario per il Brasile, questo però va visto in prospettiva rispetto agli eventi che lo hanno anticipato. Qui vogliamo cercare di fornire un quadro sul contesto economico e sociale, sulla geografia urbana dei territori, sugli spazi dove si intersecano gli interessi di stato e capitale e quelli delle classi popolari.

I prodromi di una rivolta

I primi fuochi della protesta nascono a seguito dell’aumento del prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici in diverse città brasiliane, prima fra tutti São Paulo, operati ad inizio giugno 2013. Per molte persone, soprattutto lavoratori e studenti, un aumento di pochi centesimi fa la differenza tra l’accedere o meno al servizio e colpisce quindi in maniera diretta il diritto alla mobilità.

Queste proteste erano state precedute da mobilitazioni analoghe per la diminuzione del costo dei mezzi pubblici nel settembre dell’anno prima a Natal, città da quasi un milione di abitanti nel nordest del paese, nel marzo seguente a Porto Alegre e in maggio a Goiânia.

Per comprendere la viralità e l’estensione di queste proteste, ciò che le lega assieme nel tempo e nello spazio, occorre osservare e analizzare quei fili invisibili che intersecano assieme mobilità e sviluppo urbano: fili che nel contesto brasiliano disegnano la mappa delle disuguaglianze sociali e della divisione di classe.

La questione della mobilità nelle grandi megalopoli brasiliane costituisce un indicatore importante rispetto ai processi di ristrutturazione urbana che si articola sulla direttrice di una triplice esclusione: economica, spaziale e sociale. È evidente, infatti, come la dimensione del trasporto pubblico coinvolga e informi il quadro complessivo della definizione di spazio urbano metropolitano.

Città globali: Rio de Janeiro.

Per iniziare a cogliere questo aspetto è sufficiente fare un esempio concreto e ripercorrere la storia dello sviluppo urbano degli ultimi anni di una delle megalopoli più importanti del Brasile: Rio de Janeiro. La città carioca in tutto il Brasile è seconda solo a São Paulo sia in quanto a popolosità sia per il prodotto interno lordo. A livello economico, il settore manifatturiero ha svolto, almeno fino agli anni ‘80, un ruolo di primo piano e accanto a questo l’estrazione e la raffinazione di petrolio e gas, oltre a costituire una delle principali fonti di approvvigionamento energetico del Brasile, ha attirato diverse multinazionali petrolifere. Essendo stata capitale del Brasile per circa due secoli, la città ha sempre avuto una capacità attrattiva per i capitali nazionali e internazionali e questo ha favorito l’emergere di un polo finanziario, dei servizi e delle telecomunicazioni che negli ultimi decenni è divenuto estremamente rilevante.

A questo sviluppo economico, a questa produzione di ricchezza, è corrisposto l’aumento delle disuguaglianze sociali, con una polarizzazione sempre più marcata tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Un tipo di sviluppo che, come teorizza Saskia Sassen, ha coinvolto tutte le città globali attraverso la mondializzazione del mercato del lavoro e la finanziarizzazione delle economie, portando alla costituzione di nicchie economiche del terziario avanzato ad altissimo profitto e di vaste aree del settore dei servizi a bassa qualifica e con una mobilità sociale pressoché assente. Un quadro ben rappresentato anche dal punto di vista spaziale: nelle città globali – quindi anche a Rio – il quartiere della Borsa e della finanza è rigidamente diviso da quello dei servizi o dai quartieri-dormitorio.

A Rio de Janeiro questa divisione territoriale è particolarmente evidente: la zona del centro, quella più antica e nucleo originario della città, è caratterizzata oggi dai grandi palazzi della Borsa, delle banche, delle multinazionali e degli uffici dei colossi delle telecomunicazioni; la zona sud è quella delle residenze dei più ricchi, delle località di villeggiatura per turisti e delle attrazioni per i ceti più abbienti, oltre che sede di una delle più costose università private del Brasile: la Pontificia Università Cattolica; la zona nord è quella dove risiede parte del ceto medio ma soprattutto quella con il più alto numero di favelas, immense baraccopoli spesso senza elettricità, gas e acqua potabile dove vive circa un quinto della popolazione di tutta la città, quella che non può permettersi gli affitti troppo alti o che non può acquistare un immobile: le classi popolari – in questa zona si trova anche la sede dell’università pubblica di Rio de Janeiro; la zona ovest è quella dove è possibile osservare lo stridente contrasto tra quartieri ricchi e quartieri poveri, tra slums e zone residenziali ultramoderne: la parte nord per estensione accoglie diverse baraccopoli mentre la parte sud vede quartieri abitati da classi abbienti ma che non possono permettersi la zona sud.

Negli ultimi decenni Rio de Janeiro ha avuto un intenso sviluppo economico, dovuto sia a rinnovate attività estrattive di petrolio e gas, sia ad un mercato finanziario aggressivo e in espansione. L’aumento di alcuni indicatori della ricchezza economica media, danno una visione assolutamente distorta delle reali condizioni materiali: a fronte di un aumento dei profitti e del reddito per i ceti più abbienti, è aumentato il numero delle persone sotto la soglia di povertà. La risposta delle istituzioni non si è fatta attendere e, per tenere sotto controllo il malessere sociale, nel 2008 sono state introdotte le Unidade de Polícia Pacificadora, un’unità speciale di polizia con l’obiettivo ufficiale di pacificare militarmente i quartieri controllati dai trafficanti di droga: in realtà una velleitaria risposta securitaria che vuole ridurre la complessa problematica della disuguaglianza sociale a un problema di ordine pubblico.

Mega eventi

All’interno di questo scenario, possiamo considerare il mega-evento come un dispositivo che viene messo in campo in quanto rete complessa di rapporti di potere che vengono risoggettivati (o desoggettivizzati) secondo un nuovo discorso e nuove retoriche. Per dispositivo intendiamo – nell’articolazione che ne dà Giorgio Agamben nel suo Che cos’è un dispositivo? – quella complessa rete di relazioni di potere che, in forma discorsiva o non-discorsiva, produce o destruttura la soggettività dei viventi; è cioè «un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni, strutture architettoniche, decisioni regolative, leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche, in breve; tanto del detto che del non-detto» e si manifesta come «un insieme di strategie di rapporti di forza che condizionano certi tipi di sapere e ne sono condizionati». Parliamo di dispositivo – come elemento disciplinare – perché il mega-evento va a incidere e a ridefinire in maniera conflittuale processi economici, politici, sociali e nondimeno spaziali. Se prendiamo il mega-evento come oggetto di analisi, possiamo riuscire a scorgere, attraverso le sue implicazioni, l’articolazione delle retoriche del potere.

Il grande evento da cui partire sono i Giochi Panamericani del 2007, che vengono ospitati interamente a Rio de Janeiro. In questa occasione, vengono avviati fin dagli anni precedenti diversi progetti di ristrutturazione urbana che riguardano sia la costruzione di nuovi complessi sportivi, stadi, arene, villaggi degli atleti, eccetera, sia interventi di “riqualificazione” di alcuni quartieri e la creazione di nuove infrastrutture. Secondo l’Observatório das Metrópoles, che si occupa da molti anni dell’impatto dei mega-eventi sui tessuti urbani, entrambe le tipologie di progetti hanno portato a processi di gentrification* e sradicamento delle comunità di quartiere in cui venivano messi in atto, a speculazioni nel mercato immobiliare e all’aumento generalizzato del costo della vita. Quello che preme sottolineare è come il discorso politico e la retorica sviluppista, messi in campo dalle istituzioni pubbliche dello stato di Rio de Janeiro (la macroregione di cui la città fa parte) e dall’imprenditoria privata convergano anche sul piano economico con investimenti e speculazioni sia del pubblico che del privato.

Il fatto che mette ancor più in evidenza la natura disciplinare di questa macchina astratta è il tentativo di ricomprendere all’interno dello stesso discorso istituzionale le critiche o i discorsi-altri al mega-evento con la nomina di una commissione speciale (CO-Rio) che monitorasse l’evolversi dei lavori: a questa commissione non ha peraltro partecipato nessun gruppo che si occupa della questione. Tra gli interventi urbani effettuati in questo periodo, il più esemplificativo risulta essere la costruzione dello Stadio Olimpico Engenhão, dal nome del quartiere che lo ospita: Engenho de Dentro, abitato prevalentemente da classe operaia e in misura minore da piccola borghesia. Lo stadio, che è finito per costare circa sei volte di più il prezzo preventivato ad inizio lavori, è stato edificato senza alcuna comunicazione con i residenti, molti dei quali anzi si sono trovati con la casa espropriata e poi demolita (chi la possedeva e non era in affitto).

Se possiamo considerare i Giochi Panamericani del 2007 come la forma ancora embrionale del dispositivo del mega-evento, con la maggior parte delle implicazioni ancora in nuce e non pienamente manifeste, negli anni successivi il tessuto metropolitano diventa sempre più terreno di scontro e disciplinamento. In vista della Confederation Cup del 2013 e del Campionato del Mondo di Calcio, di cui Rio ospiterà diverse partite, e soprattutto delle Olimpiadi di Rio del 2016, si estendono ulteriormente gli interventi securitari e urbanistici con tutto ciò che implicano in termini economici, sociali, spaziali.

Il primo di questi interventi che ci consegna la cifra del discorso pubblico istituzionale è la costituzione, come ricordato in precedenza, di un’unità speciale di polizia di prossimità col compito di pacificare alcuni quartieri più a ridosso dei luoghi in cui si terranno i mega-eventi. Quartieri limitrofi a quelli più ricchi dove la stessa condizione di povertà è elemento da nascondere, da rimuovere, da controllare.

Sul piano degli interventi urbani, la costruzione di infrastrutture, edifici e complessi sportivo/abitativi, oltre ad aver intaccato il tessuto urbano – in misura simile o maggiore a quella descritta prima per lo stadio Engenhão – ha provocato un boom del mercato immobiliare, con un aumento dei prezzi e della rendita che da un lato ha compresso il potere di acquisto degli affittuari e dall’altro ha prodotto una speculazione da parte dei proprietari di case. In molti quartieri è quindi intervenuto un processo di sradicamento duplice: il primo, dove la coazione è diretta e amministrata dall’istituzione pubblica nella sua forma di polizia; la seconda, in cui la coazione appare meno evidente ma ugualmente violenta e che è spinta dalle logiche di mercato che portano gli abitanti del quartiere originari a non avere i mezzi per vivere e sopravvivere.

Un’attenzione particolare meritano gli interventi volti a “migliorare” la mobilità urbana che di fatto si sono rivelati distruttivi per il tessuto urbano in cui sono stati implementati. È il caso di alcuni progetti di costruzione di infrastrutture per i trasporti che passano per diversi quartieri popolari e favelas per congiungere il villaggio olimpico con l’aeroporto e che di fatto implicano dubbi vantaggi per la popolazione locale e anzi rischiano di provocare lo sgombero di alcune migliaia di persone.

A Providência, una delle favela più vecchie di Rio, è in atto, all’interno del progetto Morar Carioca finanziato dal Programa de Aceleração do Crescimento (PAC), un processo di eradicamento di circa un terzo della popolazione per favorire la costruzione di alcune funivie. Lo stesso programma prevede la costruzione di case popolari e l’erogazione di prestiti a basso interesse per i meno abbienti. Anche qui la retorica sviluppista si sposa con pratiche coercitive e di disciplinamento che vedono delocalizzare di fatto le classi popolari per favorire la speculazione immobiliare e la rendita e parallelamente attuare politiche di segregazione – le case popolari si troverebbero a nord-ovest, all’estrema periferia di Rio e scarsamente servite dai mezzi pubblici.

Ecco allora che sotto il velo dello “sviluppo anche per i ceti più disagiati” in occasione dei mega-eventi possiamo scorgere le maglie avviluppanti di nuovi rapporti di potere e disciplinamento che si manifestano nelle varie forme che si sono descritte.

Insorgenze

Ecco allora che le proteste per il trasporto pubblico e la mobilità libera e gratuita acquistano un peso e una qualità differenti se le vediamo legate a quelle durante la Confederation Cup e la Giornata mondiale della gioventù cattolica, e se le inseriamo nel contesto dello trasformazione/trasfigurazione della metropoli attraverso il dispositivo governativo del mega-evento. La radicalità e inclusività con cui si è espresso il movimento in questi ultimi mesi in Brasile e in particolare a Rio, la pluralità di istanze assunte da esso e la capacità di sperimentare differenti pratiche organizzative ci suggeriscono che quanto portato avanti può essere la spinta per la nascita di ulteriori terreni di lotta. Un movimento che emerga con forza dal conflitto tra governo delle cose e dei corpi, che possa rinnovarsi continuamente e trovare nuove forme.

* Descrive un particolare processo metropolitano per cui viene “riqualificato” un quartiere considerato degradato per poi rivendere gli immobili ad un prezzo più alto. Ovviamente facendo in modo che gli abitanti precedenti sloggino. La discriminante è chiaramente la creazione del profitto derivante dalla riqualificazione più che il miglioramento delle condizioni sociali del quartiere.

Sciopero nazionale in Messico e Video sintesi 13S

Mercoledì e giovedì 18 e 19 settembre sono giorni di sciopero civico nazionale, convocato in tutto il Messico dalla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, cioè dalla corrente dissidente del Sindacato Nazionale degli insegnanti statali che da 5 mesi protesta contro la riforma educativa del presidente Peña. 15 scuole superiori e facoltà universitarie appartenenti alla Universidad Nacional Autónoma de México, site a Città del Messico, hanno aderito allo sciopero, hanno chiuso e occupato le rispettive sedi scolastiche e hanno manifestato per le strade di Città del Messico insieme al sindacato degli elettricisti (SME) e alla CNTE. Lo sciopero e le azioni di protesta sono previste anche per giovedì.

CNTE mon rev

Il video (link) riassume la situazione e documenta la giornata campale del 13 settembre e la violenza della polizia (3600 poliziotti federali in tenuta antisommossa contro 1500 professori in fuga durante varie ore) nello sgombero dell’accampamento degli insegnanti nel zocalo: 32 detenuti e 40 feriti è stato il bilancio finale, coi media ufficiali che parlano, invece, di un’operazione pulita nella capitale e tralasciano le centinaia di operazioni, meno monitorate e più violente, condotte negli altri stati.

Amnesty International ha richiamato il governo messicano e ha denunciato gravi abusi contro i giornalisti indipendenti. Anche se tra i detenuti non c’erano docenti, la sproporzione delle forze messe in campo e la strategia repressiva del governo erano evidenti: sono stati rilevati arresti arbitrari, violenze gratuite e gruppi di infiltrati o “halcones” (falchi) protetti dalla polizia.

La resistenza dei maestri continua in oltre 20 stati. A Xalapa, stato di Veracruz, 300 maestri sono stati feriti con scariche elettriche dalla polizia e il 13S lo sgombero della piazza Lerdo, anch’essa occupata dai docenti, è stato particolarmente violento (video YouTube). A Oaxaca è tornata ad organizzarsi la APPO, Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca, che mercoledì ha sfilato per le strade della città, mantiene un piccolo presidio nella piazza centrale e ha annunciato una serie di manifestazioni a ripetizione. Il governo ha aperto un presunto tavolo di negoziazioni con i docenti, ma le trattative non vanno avanti, anche perché il presidente e il ministro degli interni fanno finta di negoziare ma poi dichiarano che la riforma non si cambia, e i professori decideranno tra oggi e domani se provano a rioccupare il zocalo, la piazza centrale della capitale, in cui la polizia cittadina resterà fino al 19 settembre.

Nel frattempo la Sezione XXII di Oaxaca ha consegnato ai funzionari del governo federale, del ministero degli interni e del governo statale di Oaxaca una proposta o Piano per la Trasformazione dell’Educazione di Oaxaca, cioè una controriforma educativa completa.

Il 18 (mercoledì) una parte delle basi della CNTE, insieme agli studenti (in totale un migliaio di persone), ha cercato di oltrepassare i cordoni di poliziotti, che sono 3400 a presidio del centro storico, per tornare al zocalo, ma i manifestanti hanno dovuto ripiegare nel pomeriggio e unirsi agli altri maestri nella tendopoli che è stata allestita presso il Monumento a la Revolución.

Alle manifestazioni di questi giorni partecipano le basi della CNTE provenienti da almeno 10 stati e numerosi altri manifestanti (studenti, sindacati, organizzazioni sociali, ecc…). Il gruppo più nutrito del movimento è sicuramente quello della Sezione XXII di Oaxaca.

Non è la prima volta che in questo conflitto, soprattutto negli ultimi giorni di escalation della tensione e della repressione, la CNTE si divide: una parte delle basi opta per la via combattiva e un’altra segue la dirigenza. Quest’ultima, in genere, è maggioritaria nelle assemblee quotidiane che si tengono e opta per le manifestazioni e i blocchi stradali, ma crede ancora in una possibilità di mediazione, preferisce l’attesa rispetto all’azione immediata, soprattutto in riferimento ad una prossima rioccupazione del zocalo che, per ora, pare sia posposta a giovedì o al week end. @FabrizioLorusso

Il Brasile non si ferma e manifesta

brasil quem nunca dormiuLa Confederation Cup è finita, il Brasile ha vinto il torneo, ma le piazze di decine di città non si sono più svuotate da quando, il 6 giugno scorso, il Movimento Passe Livre (MPL, nato nel 2005, di natura autonoma e orizzontale) convocò le prime manifestazioni della stagione contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico. L’MPL lotta per una “tariffa zero” nei trasporti, un “diritto alla città” per tutti che eliminerebbe le barriere alla mobilità e la ghettizzazione di classe nelle metropoli brasiliane. Per questo il movimento precede e trascende le proteste di questi giorni e ha una visione di lungo periodo che punta a mettere in discussione il modello di sviluppo postcapitalista e postmoderno delle città brasiliane che riproduce gli schemi della segregazione etnica e di classe.

In giugno, dopo una settimana di manifestazioni pacifiche, interrotte da meno pacifiche cariche della polizia, milioni di persone non protestavano più ”solo per 20 centesimi”. Ed anche l’MPL, in realtà, non ha mai lottato “solo per 20 centesimi” ma per ben altro. Fino ad oggi, però, quella frase, riprodotta dai titoloni dei media di mezzo mondo fino allo spasimo, è servita da una parte a rendere l’idea della crescita del movimento e delle sue richieste, ma dall’altra ha contribuito in qualche modo a mettere in secondo piano o a diluire le rivendicazioni e la portata radicale, fondamentalmente anticapitalista, dello stesso MPL che è stato incalzato dagli eventi, almeno nelle prime fasi.

Da allora le manifestazioni continuano, anche se con intensità e partecipazione affievolite, e continua anche la repressione dalle Ruas alle favelas, con le incursioni della polizia che in questi quartieri popolari non usa “solo” proiettili di gomma ma pallottole vere e approfitta delle operazioni contro i manifestanti per rincarare la dose nelle favelas. La lotta storica dell’MPL e l’apparizione sulla scena e nelle strade della “nuova classe media”, cioè quegli oltre 40 milioni di brasiliani emersi dalla povertà con le politiche distributive di Lula e Roussef dal 2003, sono state accompagnate e, in più occasioni, messe in ombra dalla presenza di provocatori, di neofiti delle piazze esaltati o spaesati, da settori di classe medio-alta con un discorso più classista e nazionalista.

La moltiplicazione delle iniziative, delle città mobilitate, delle interpretazioni azzardate intorno al movimento e, infine, delle motivazioni scatenanti delle manifestazioni, con organizzazioni e persone molto diverse e addirittura contrapposte nelle stesse piazze, risponde a un’effettiva eterogeneità di idee e intenzioni, di lotte ed esigenze, che viene propiziata dall’uso massiccio dei social network come spazi dell’attivismo virtuale fai da te e del dibattito a colpi di slogan efficaci e click facili. Questo mix ha finito per mettere troppa carne al fuoco: richieste nuove, più astratte o generiche, come la lotta alla corruzione, alle tasse o all’inflazione, funzionavano come slogan e catalizzatori di un consenso traversale e di un malessere reale senza tradursi, però, in un programma politico che andasse oltre una lista di rivendicazioni.

san paoloAnche i reazionari media mainstream (Globo TV per prima) e le reti sociali, uno strumento utile ma ambiguo nel contempo, stavano palesemente contribuendo a trasformare le percezioni e la natura stessa della protesta, o almeno parti significative (e più mediatizzate) di essa, soprattutto in alcune città (per es. San Paolo): le rivendicazioni concrete passavano in secondo piano sotto la bandiera brasiliana, che “mette tutti d’accordo”, e sotto l’egida dell’antipolitica, non solo antigovernativa, ma anche potenzialmente antidemocratica.

Il “risveglio” è comunque andato avanti: anche docenti, camionisti, abitanti delle favelas, contadini e gruppi afrobrasiliani manifestano, nonostante il circo mediatico non se ne occupi. Circola uno slogan eloquente in rete: “chi non ha mai dormito abbraccia chi s’è svegliato”, che sta quasi a celebrare, con un pizzico di sarcasmo, un’unità d’intenti di vecchi e nuovi movimenti, di realtà vive e vegete e di altre, risvegliate dalla congiuntura, che sono più o meno strutturate, si ritrovano ora nelle piazze insieme alle altre e non si prevede quanto dureranno e come evolveranno.

Si ritrovano alcuni elementi del concetto di moltitudine, sviluppato da Michael Hardt e Toni Negri, nel movimento brasiliano, che tende a rifiutare i canali politici tradizionali e ad organizzarsi nella pluralità, orizzontalmente, senza leader, ma non in modo disorganizzato e del tutto spontaneo. Ne ha parlato Hardt in un’interessante intervista tradotta in italianosu GlobalProject, sottolineando come la tecnologia, anche nel caso brasiliano, sia solo uno strumento mentre l’organizzazione sociale e politica, insieme alla “maturità per combattere le provocazioni e gli interventi della destra” e la capacità di formare un potere “costituente” e non solo “destituente”, restino le vere sfide per il futuro del movimento.

Le proteste di buona parte dei movimenti non si erano mai addormentate. Alcuni risultati sono stati ottenuti nelle ultime due settimane, ma mi sembrano più congiunturali, magari anche emblematici, piuttosto che strategici: bloccato l’aumento del prezzo dei biglietti per il trasporto pubblico nelle grandi città, stanziati maggiori fondi per le infrastrutture, ritirate la PEC 37 (la legge che limitava le indagini sul reato di corruzione sottraendolo all’azione dei PM su cui, però, esiste un dibattito a sinistra relativo ad eventuali derive giustizialiste per l’eccessivo potere dei PM) e la legge omofoba e assurda nota come “cura gay” che trattava l’omosessualità come una malattia e prevedeva cure psicologiche per gli omosessuali.

Il senato ha approvato un provvedimento per ridurre a livello nazionale le tariffe dei trasporti pubblici che ora passa alla camera. La presidente Dilma Roussef ha incontrato l’MPL e i governatori, ha chiesto al parlamento di convocare un referendum sulla riforma politica e ha deciso di destinare il 75% dei proventi del petrolio all’istruzione e il 25% alla sanità. Ha anche rispolverato una vecchia proposta, da sempre osteggiata dai medici brasiliani, di contrattare dottori stranieri per far fronte alle emergenze sanitarie nazionali. Ma i medici dicono che non servono più dottori ma più investimenti.

A Belo Horizonte gli studenti dell’Assemblea Popolare Orizzontale (APH) da una settimana occupano l’edificio della camera, sede del potere legislativo locale dello stato di Minas Gerais, ed esigono la revoca degli aumenti dei biglietti dei mezzi pubblici, maggiore trasparenza nei contratti tra il comune e le imprese di trasporti, la tariffa zero per studenti e disoccupati oltre ad una riduzione generalizzata delle tariffe.

Il 3 luglio il Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), i collettivi Resistencia Urbana, CSP-Conlutas, Itersindical, Periferia Ativa, il Forum Popolare per la Salute e l’MPL sono scesi in piazza a San Paolo, occupando la rinomata Avenida Paulista, per proporre alla Roussef un’agenda che superi i punti da lei proposti e le prime misure adottate: quindi tariffa zero, 10% del PIL per l’educazione, orario di lavoro a 40 ore settimanali senza riduzione del salario e dei benefici previdenziali, controllo statale sugli affitti ed eliminazione degli  sfratti, no alla privatizzazione della sanità, la classificazione della repressione delle forze dell’ordine come crimine grave e la demilitarizzazione dei corpi di polizia.

L’11 luglio ci sarà uno sciopero generale, indipendente dalle proteste dell’ultimo mese anche se ci sono molte rivendicazioni comuni, e unirà i sindacati delle città ai movimenti rurali per chiedere trasporti a “tariffa zero”, l’aumento degli investimenti in salute ed istruzione, lo stop alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro. L’MPL, che si mantiene molto attivo anche per la difesa dei detenuti politici (link bollettino), ha annunciato nuove mobilitazioni contro la repressione e la criminalizzazione dei movimenti sociali, per la tariffa zero, per una sanità e un’educazione pubbliche e gratuite e per il diritto alla casa. Fabrizio Lorusso. Twitter @CarmillaOnLine    @FabrizioLorusso

Infine segnalo (e raccomando) il racconto “Cronaca di un titano incompreso”, metafora della situazione del Brasile e delle proteste.